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:: Fumetti e non solo A TORINO COMICS 2015 a cura di Elena Romanello

16 aprile 2015

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Dal 17 al 19 aprile torna Torino Comics, nei padiglioni 1 e 2 del Lingotto, per celebrare sotto la Mole la cultura legata al fumetto, al cinema, alla narrativa di genere, ai filoni del fantastico, ai giochi di ruolo, al cosplay, una cultura ormai passata da fenomeno di nicchia a passione condivisa e che unisce più generazioni.

Un appuntamento che nei suoi ventun anni di vita è cresciuto, acquistando importanza e diventando un punto di riferimento: a Torino Comics ci sono i fumetti, ma non solo, e accanto ai fumetti, che ormai vengono considerati narrativa disegnata, trovano spazio tanti altri filoni.

A Torino Comics si possono trovare fumetti, gadget, accessori per il cosplay, oggettistica, cibo, dvd, artigianato fatto dai fan e anche libri, perché ormai il fandom è molto vario e composito e si trova davvero qualcosa per tutti i gusti e qualsiasi interesse uno abbia.

Il programma completo della manifestazione, che comprende workshop di fumetto e illustrazione, sfilate cosplay, incontri con autori e disegnatori, un festival di cinema horror, dimostrazioni di giochi di ruolo e rievocazioni storiche tra le altre cose è disponibile nel sito http://www.torinocomics.com/.

Ma ecco qualche informazione su dove trovare libri e graphic novel all’interno della mostra.

Quest’anno Torino Comics, su modello di altre fiere del settore, sarà organizzata ad aree tematiche: nella Books&Books trovano spazio le case editrici con le novità, di fumetti, graphic novel e anche qualche libro, oltre l’immancabile libreria interna dove si trovano le ultime uscite e non solo di narrativa di genere. Nella sezione Japangate ci saranno anche manga e libri sul Giappone e la sua cultura, mentre Torino Games ospiterà negli stand manuali di giochi di ruolo e narrativa fantastica. Se si cercano cose non recentissime, da vecchi Urania ai libri usciti negli anni Settanta e Ottanta su serial come Goldrake e Candy Candy, senz’altro merita un giro il Comics Bazar, con espositori anche non dell’area torinese. Nella parte Underground city spazio alle autoproduzioni e all’editoria indipendente, di fumetti e libri, mentre in Dragon’s Lair si parlerà di fantasy, con libri e celebrazione dei medesimi, da Harry Potter a Il trono di spade, in attesa che lo zio George si decida a scrivere gli ultimi due titoli della saga.

Tra l’altro, i cosplayer hanno libertà di scelta nel loro personaggio, tra manga, comics, videogames, cinema, telefilm e anche libri, tenendo conto della plurimedialità di molte figure iconiche, e negli anni si sono visti i protagonisti dei romanzi di Tolkien, dell’universo di Harry Potter, Alice nel paese delle meraviglie e anche figure come Phèdre, eroina della saga di Terre d’Ange di Jacqueline Carey.

Per cui occhi aperti a Torino Comics e niente pregiudizi: i tesori e le passioni si trovano spesso anche nei posti più impensati.

:: Animerama Storia del cinema d’animazione, Maria Roberta Novielli (Marsilio, 2015) a cura di Elena Romanello

16 aprile 2015

animeramaIdolatrati da più di una generazione ed emblema di un immaginario che si manifesta oggi in fiere ed eventi in tema sparsi anche qui in Italia, i cartoni animati giapponesi sono passati nella saggistica da una fase di demolizione ad una di esaltazione eccessiva e spesso acritica. I tempi, però, sono maturi per una trattazione più ampia e interessante, fuori dai pregiudizi ma anche dal fandom.
Animerama di Maria Roberta Novielli, acuta studiosa del Giappone e della sua cultura, è incentrato sulle produzioni animate per il grande schermo, anche se non manca qualche riferimento ad alcune serie note, e a differenza di altre storie dell’animazione non fa partire tutto con La leggenda del serpente bianco, film del 1958 premiato a Venezia, ma dalle sperimentazioni del precinema e dei cortometraggi di propaganda bellica, per arriva alla contemporaneità, parlando non solo dei grossi nomi popolari, da Otomo a Miyazaki, ma anche del cinema indipendente, svelando per esempio i segreti dei film a pupazzi animati, da noi assolutamente sconosciuti.
Una storia interessante e agile, ricca di nomi e titoli, che ricostruisce in parallelo all’animazione le vicende storiche e sociali del Giappone, Paese interessante e anomalo visto che fu l’unica nazione asiatica a non conoscere il colonialismo occidentale e a rapportarsi con Europa e Stati Uniti in maniera diversa.
Le vicende della Seconda guerra mondiale furono tragiche e influenzarono anche la cultura popolare, manga ed anime in testa, un’influenza che è durata fino ad oggi, mentre lo sviluppo del dopoguerra e i problemi sociali degli ultimi vent’anni hanno portato nuovi sviluppi, titoli e tematiche, spesso coraggiose e disturbanti, non ultime quelle che riguardano gli aspetti più inquietanti degli otaku, come l’isolamento volontario, quello che li porta ad essere hikikomori.
Animerama è un titolo per studiosi dell’animazione giapponese, sia per gli appassionati che vogliono andare oltre al fandom scoprendo nuovi titoli e affrontando un discorso non solo di semplice fascinazione, sia per chi vuole sapere qualcosa in più su un mondo su cui per troppo tempo si è ragionato per contrapposizione ideologica senza fare un discorso più equilibrato. Un libro per appassionati curiosi o per curiosi tout court, che racconta ancora una volta come il Giappone ha visto comunque nel cinema d’animazione un mezzo espressivo per raccontare storie di ogni genere e non solo per un pubblico infantile, e anche un modo per sperimentare tecniche e contenuti. Un cinema giunto qui in Italia in maniera discontinua, spesso direttamente in tv o per il mercato dell’home video, e che in molti casi resta sconosciuto se non dimenticato. Un motivo in più per approfondire.

Maria Roberta Novielli, specializzata in Cinema presso la Nihon University di Tokyo, insegna discipline legate al cinema e alla letteratura giapponese, oltre che ai processi multimediali asiatici, presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia. È curatrice del sito AsiaMedia e organizza e dirige il Ca’ Foscari Short Film Festival. Ha collaborato a varie attività cinematografiche presso festival internazionali (Venezia, Tokyo, Locarno, tra gli altri), dove in molti casi ha organizzato rassegne filmiche. Tra le sue pubblicazioni principali, le monografie Storia del cinema giapponese (Marsilio 2001), Metamorfosi. Schegge di violenza nel nuovo cinema giapponese (Epika 2010) e Lo schermo scritto (Cafoscarina 2012).

:: Un’ intervista con Alice Ranucci, a cura di Elena Romanello

14 aprile 2015

diLa giovanissima Alice Ranucci è autrice del commosso e disincantato romanzo In silenzio nel tuo cuore, ritratto di un’adolescenza al femminile a Roma tra drammi, aspirazioni, sogni, scoperte. Le abbiamo chiesto qualcosa in più su se stessa, abbastanza diversa ma non del tutto dalla sua protagonista Claudia.

Come è nata l’idea del tuo romanzo?

Due anni fa ho cominciato a lavorare a un progetto di volontariato che si chiama Civico Zero. E’ un progetto di ‘Save the Children’, che tutela minori non accompagnati immigrati in Italia. Ho cominciato facendo interviste e riprese del posto, ma in realtà è stato come aprire uno squarcio su un altro mondo. Mi sono affacciata, all’inizio solo con la testa, forse un po’ spaventata, poi mi sono proprio tuffata in questo progetto, affezionandomi ai ragazzi, conoscendo le loro storie. Ciò che mi ha ispirato però, non è stato solo Civico, è stato il rientro a scuola, nel mio di mondo, il contrasto stridente. La critica costante a tutto quello che stava fuori da quel mondo, primi fra tutti quelli che venivano classificati generalmente come “immigrati”, ma con la consapevolezza che quelli che si permettevano di parlare non sapevano, non conoscevano. E allora questo romanzo è nato anche per fargli vedere, sentire. È nato come un parallelo tra due mondi che ho tentato di incrociare.

A leggere le tue note biografiche, sembra proprio che tra te e Claudia ci sia ben poco in comune. Cosa ti tende simile a lei e cosa ti rende diversa?

Claudia per me è stata una compagna, un’amica. Ma forse ancora di più è stato un filtro. All’inizio è estremamente diversa da me: forse ne ho fatto l’incarnazione dei valori che criticavo. E’ stata per me come uno sfogo, così è nata, dalla rabbia. La sua rabbia mi apparteneva. Poi, pian piano, è cresciuta insieme a me, e mentre la sua vita veniva sconvolta da traumi terribili, io mi affezionavo sempre di più a lei. Quindi un po’ mi assomiglia, è inevitabile. Molti dei suoi giudizi, delle sue opinioni e delle osservazioni sul mondo che la circonda, sono miei.

Quali sono i principali problemi, pregi e difetti dei giovani di oggi?

Penso che definire i “giovani” come un’unica categoria sia fondamentalmente sbagliato. È come dire, “quali sono i problemi degli adulti?”. Beh penso che ogni individuo abbia i propri problemi, i propri pregi e difetti. Ci sono tantissimi adolescenti con voglia di fare, intelligenti, colti, interessati. Con passioni e prospettive, con valori e motivazioni. Ma raramente se ne parla. Vengono sempre soppiantati nei discorsi dai giovani svogliati, delinquenti, violenti, con valori sbagliati. Esistono entrambi. Ma penso che di difetti naturali non ce ne siano, perché nessuno nasce sbagliato, e anche i comportamenti più estremi hanno spesso dietro delle motivazioni. Devono solo essere comprese. L’assenza di una famiglia, l’omologazione, certamente giocano un ruolo. La verità è che la nostra è un età molto difficile, perché tutto ci sembra infinitamente grande, e perché ci troviamo a prendere decisioni che influenzeranno totalmente il nostro futuro, le persone che saremo, a volte senza essere preparati a farlo.

Come vivi il tuo rapporto con la tua città, Roma, capitale d’Italia e simbolo di tante cose?

Roma è una città molto grande, bellissima, e non si finisce mai di scoprire cose meravigliose. Qualche volta mi capita di desiderare di vivere in una città più piccola, amo molto Firenze, ma per me Roma è casa. Credo che lo rimarrà per sempre, anche se l’anno prossimo andrò a studiare a Londra e poi chissà dove mi porteranno i miei studi.

Tu fai volontariato e questo traspare nel libro. Come pensi che ti abbia cambiata?

Mi ha cambiata moltissimo. E’ lo sguardo, la prospettiva quella che è cambiata. Come dicevo prima, conoscere un mondo tanto lontano dal mio mi ha dato anche l’opportunità di capire meglio me stessa, e quanto sono fortunata. Quante cose della mia vita ero abituata a dare per scontate, a confronto con ragazzi che, a dispetto di tutto, comunque sono riusciti a mantenere il sorriso.

I tuoi prossimi progetti?

Adesso sto preparando l’IB, l’esame di maturità inglese, e spero vada bene perché vorrei studiare Psicologia e Neuroscienze a Londra. Però ho già in testa l’idea del prossimo romanzo, ho buttato giù una scaletta e qualche pagina. Di una cosa sono certa: ovunque andrò, non smetterò mai di scrivere…

:: Ritratto di un matrimonio, Robin Black, (Neri Pozza, 2015) a cura di Elena Romanello

7 aprile 2015

ritratto-matrimonioPer fortuna questo titolo, più vicino all’originale Drawing life, disegnare la vita, ha sostituito quello provvisorio, che sapeva davvero troppo di soap opera, e cioè Matrimonio d’amore con tradimento, perché questo romanzo ha profondità di commedia umana, anche se non è tutto omogeneo e convincente.
Owen e Augusta detta Gus sono una coppia di creativi di mezz’età, lui scrittore lei pittrice d’avanguardia, senza figli per problemi di sterilità di lui, che decidono di trasferirsi da Philadelphia in campagna dopo un tradimento di Gus con il padre di una delle sue allieve, a cui rimane legata come una figlia.
In una fattoria così lontana dai loro ambienti di vita, Owen e Gus sembrano riavvicinarsi, fin quando nelle loro vite non arriva Alison, insegnante di scienze e disegnatrice naturalistica, sfuggita ad un marito violento e madre di una bellissima ragazza, Nora. Queste due nuove presenze avranno effetti devastanti su questa coppia che si è amata tanto e che comunque non è rimasta insieme per abitudine, o non solo per questo, creandosi un suo mondo destinato ad andare in frantumi e non come si potrebbe pensare.
Ritratto di un matrimonio è un romanzo in cui convergono tanti elementi, dalla commedia di costume al thriller, passando per la storia d’amore e il ritratto sociale. Di nuovo, la Neri Pozza sembra confermare una tendenza che la porta a scegliere storie con protagoniste persone impegnate in qualche modo nell’ambito creativo, anche se qui resta tutto sullo sfondo, ed è più un’interazione tra persone.
Il tema dell’invecchiare insieme, cosa che in questi tempi sembra fuori moda, ma anche del rapporto con le generazioni più anziane (il padre di Gus è affetto da demenza senile), le crisi matrimoniali, il cercare gratificazioni e nuovi inizi, ma anche la piaga delle violenze familiari trovano tutti spazio nelle pagine di un romanzo che scorre bene ma che non passa inosservato, raccontando una storia di oggi in cui ci si può anche ritrovare, magari senza arrivare agli estremi della conclusione del libro.
Ritratto di un matrimonio è un libro di atmosfere e di ambienti, questa campagna che sembra tanto idilliaca ma non lo è, di rapporti umani che degenerano (Allison è un personaggio che diventa via via più irritante), una storia a stelle e strisce ma in fondo non poi così lontana da certe note anche europee, per riflettere alla fine sulle tante sfaccettature della vita, sul dolore nascosto dietro alle gioie e sulle difficoltà di amare. Non un capolavoro, ma comunque un libro interessante, soprattutto per chi è come età vicino a Owen e Gus, e conosce le croci e le delizie di aver superato i quarant’anni.

Robin Black ha scritto una raccolta di racconti If I loved you, I would tell you this (finalista al Frank O’Connor Short Story Award). Ritratto di un matrimonio è il suo primo romanzo. I suoi articoli, racconti e saggi sono apparsi in numerose riviste, tra cui O: The Oprah Magazine, The New York Times Magazine e The Southern Review. Vive a Filadelfia, con la famiglia.

:: La meretrice di Costanza, Iny Lorentz (BEAT edizioni, 2014) a cura di Elena Romanello

1 aprile 2015

inyIl romanzo storico è, insieme al giallo, un genere evergreen, dove semmai l’unica cosa che cambia è l’epoca specifica. Il Medio Evo continua ad essere una delle epoche più amate, con la tendenza anche, molto interessante, a raccontare vicende meno note e aspetti più oscuri, e sempre più le storie non di principi e cardinali ma della povera gente, o della classe comunque lavoratrice che costruì e mandò avanti la società verso il futuro.
La meretrice di Costanza, titolo crudo che rispecchia in parte i toni di un romanzo più picaresco che piccante, racconta le peripezie di Marie, figlia di un ricco mercante della città tedesca, fondamentale tra Tre e Quattrocento nelle lotte tra Papato e Impero, che alla vigilia del matrimonio con un nobile si trova accusata di prostituzione e scacciata dalla città dopo un calvario di violenze e umiliazioni.
Costretta a campare facendo davvero la prostituta sulle strade della Germania con la compagnia di alcune colleghe, Marie non perde di vista la vendetta, scoprendo man mano cosa e chi c’è dietro alla sua caduta e disgrazia, nella migliore tradizione del feuilleton storico.
Un libro che si rivolge a chi ama il romanzo storico, raccontando un’epoca meno nota ma fondamentale, da cui germinarono i semi che avrebbero portato poi alla Riforma protestante, raccontando il tutto dal punto di vista degli umili, o meglio delle umili, le prostitute, emarginate e reiette ma alla fine irrinunciabili ed emblema di sottomissione e violenza sulle donne.
La storia è raccontata tra colpi di scena, con un inizio degno del marchese di Sade, con tanto di innocente perseguitata, e una conclusione forse non molto realistica ma che completa una vicenda di riscatto e vendetta che avvince, appassiona, indigna e alla fine soddisfa.
In un affresco che ricostruisce splendori, miserie, violenze, crudeltà, qualche eroismo e che ricorda le sofferenze di chi è povero e emarginato, chi alla fine non emerge poi granché è Marie, bellissima, vittima innocente, ma alla fine stranamente sullo sfondo rispetto ad altri personaggi, a cominciare dalle altre donne che incontra sulla strada, a cominciare da Hiltrud, outsider capace di entrare nel cuore di chi legge con poche battute.
Detto questo, il libro resta scorrevole, appassionante, pruriginoso il giusto, storia di un’umanità vinta da sempre che ogni tanto, almeno nella finzione, trova la sua strada per la felicità.
Da segnalare che da La meretrice di Costanza, titolo originale Die Wanderhure, è stata tratta una miniserie televisiva vista anche da noi con il titolo La cortigiana, che forse non sarebbe male riproporre. E che aveva avuto già un’edizione per Sperling & Kupfer, con il titolo di Salvata dall’amore, alcuni anni fa, ed è il primo di una saga di sei romanzi, su Marie e la sua discendenza, ancora inediti in italiano.

Iny Lorentz è lo pseudonimo con cui firmano i loro romanzi Iny Klocke ed Elmar Wohlrath, una coppia di marito e moglie. La meretrice di Costanza è il loro primo romanzo e ha dato origine a una serie di grande successo in Germania con milioni di copie vendute. Dai libri è stata tratta una trasposizione televisiva che ha realizzato 9.800.000 telespettatori.

:: Red Country, Joe Abercrombie (Gargoyle Books, 2015) a cura di Elena Romanello

19 marzo 2015

inTra i nomi delle ultime generazioni che si cimentano nel genere fantasy, dopo la rivoluzione che ha fatto George R.R. Martin, spicca Joe Abercrombie, uno degli autori più innovativi e originali, capaci di creare universi fantastici mescolandoli con suggestioni noir e western, quelli alla Sergio Leone per intenderci, oltre che con richiami al cinema di Akira Kurosawa nella sua epicità.
Il mondo della saga de La prima legge è un universo di guerre, di vita sui campi di battaglia, di atmosfere dove la magia non esiste quasi e tutto sembra molto vicino a certe realtà non certo fantastiche: dopo una saga in vari libri, Joe Abercrombie racconta una vicenda a se stante in Red Contry, uscito per Gargoyle come già i libri precedenti.
In un mondo dilaniato da guerre intestine, dove l’Impero opprime il Sud, l’Unione deve sedare una ribellione interna e i mercenari sono pronti a combattere per il migliore offerente, mentre gli Spettri, popolo indigeno, non mancano di ribellarsi ai soprusi dei dominatori, ci sono isole dove si crede di poter vivere tranquillamente, come le Terre Attigue, dove vive Shy, giovane contadina.
Dopo il rapimento del fratellino e sorellina minori, Shy parte per ritrovarli, come faceva John Wayne nel classico Sentieri selvaggi di John Ford, percorrendo le strade delle Terre Remote, in un’avventura on the road picaresca dove si trovano tante suggestioni, dal western al Brancaleone di Monicelli passando per la fiaba e il romanzo realista, tra incontri con mercenari, cercatori d’oro, mandriani, attacchi, duelli, faide, per arrivare poi alla destinazione finale.
Red County è una metafora dell’epoca della Guerra civile americana, anche nei nomi dei contendenti, oltre che dell’epopea western, che tanto epopea non fu visto che portò alla devastazione di un territorio e al genocidio di un popolo, ma questa è solo una chiave di lettura. Un universo spietato e avvincente, dove non esistono buoni e cattivi assoluti (un po’ come nei film di Sergio Leone, ma anche in storie come Gli spietati, Deadwood e Hell on Wheels), con al centro un personaggio femminile finalmente diverso da certi archetipi diventati stereotipi del genere fantastico, tra sacerdotesse, guerriere, streghe e fanciulle in pericolo.
Nel libro ci sono riferimenti alle storie precedenti della saga di Abercrombie, eventi e personaggi, ma Red Country è godibilissimo anche come stand alone, ed è un libro che senz’altro piace agli amanti del fantasy, soprattutto a chi cerca storie nuove, ma anche a chi è digiuno del genere e magari non è nemmeno un grande stimatore, ma che ama sperimentazioni, innovazione, tematiche coraggiose trattate con il filtro della fantasia.
Paragonare Joe Abercrombie a George R.R. Martin risulta un po’ superfluo, perché sono autori diversi, capaci di prendere un genere e stravolgerlo, spogliandolo da luoghi comuni e trame che tornano, per creare qualcosa di nuovo. Un libro da leggere e che non lascia indifferente chiunque ami la buona letteratura, in qualunque genere la si voglia incasellare, sempre che questo abbia ancora senso.

Joe Abercrombie è nato nel 1974 a Lancaster (Uk). Sin da studente di Psicologia presso l’Università di Manchester, pensa di scrivereuna saga fantasy dal solido impianto epico-guerresco e ne inizia la stesura. Trasferitosi a Londra per lavorare come montatore freelance e produttore di format televisivi, termina di scrivere il primo episodio, Il Richiamo delle spade, la cui pubblicazione gli vale la candidatura al prestigioso Premio John Campbell. Seguono Non prima che siano impiccati e L’ultima Ragione dei Re. La trilogia – intitolata “La Prima Legge”– viene tradotta in diversi Paesi ed è pubblicata in Italia da Gargoyle. Il suo grandioso successo è confermato dagli stand-alone Il sapore della vendetta, The Heroese Red Country (sempre disponibili per i tipi di Gargoyle). È in corso di pubblicazione la serie young-adult “La trilogia del mare infranto”, di cui è da poco uscito in Italia Il mezzo re per Mondadori.
Abercrombie è fra gli autori della serie della BBC “Worlds of Fantasy”, insieme a China Miéville, Michael Moorcock e al compianto Terry Pratchett.
www.joeabercrombie.com

:: Una luce improvvisa, Garth Stein (Piemme, 2015) a cura di Elena Romanello

18 marzo 2015

56Trevor, uomo di oggi, racconta ai suoi figli quello che gli successe nell’ormai lontana estate del 1990, quando il padre, in crisi con la moglie, lo trascinò nella zona di Seattle, nella casa di famiglia di Riddell House, costruita dal bisavolo commerciante in legno e devastatore di foreste, per cercare di venderla e di sistemare l’anziano padre, e risolvere così i problemi economici e personali. Niente andrà come era previsto.
Una luce improvvisa, nuovo libro di Garth Stein dopo L’arte di correre sotto la pioggia racconta la scoperta della vita, delle bugie degli adulti, dei loro segreti ma anche delle cose per cui vale la pena vivere da parte di Trevor, ragazzino in un’epoca che non è lontana ma lo sembra, in cui non esistevano smart phone e tablet, in cerca di una sua strada tra il conformarsi a cui suo padre vorrebbe e lo scoprire invece nuove possibilità.
Sono tanti gli argomenti che si ritrovano in Una luce improvvisa: le colpe dei padri e dei nonni, il rapporto tra le generazioni, gli amori omosessuali proibiti delle convenzioni di decenni fa, il recupero del passato, l’obbligo delle donne di occuparsi sempre e comunque dei familiari senza tenere conto dei loro veri sentimenti e inclinazioni, il rapporto tra le generazioni, la ricerca della verità, ma anche l’ecologismo e il passato di devastazione che molti magnati misero a segno in varie zone naturali degli States, distruggendo equilibri e creando situazioni di cui ancora oggi si pagano le conseguenze.
Diventa anche non semplice definire Una luce improvvisa, visto che ci sono elementi del romanzo di formazione, della saga familiare, della storia d’amore, della ricostruzione d’epoca, del thriller, del romanzo fantastico e paranormale con echi di autori come Stephen King, Neil Gaiman ma anche la veterana Daphne du Maurier: tutto insieme concorre a costruire una storia che prende davvero per mano il lettore, ricordando l’importanza del passato per costruirsi una vita in cui cercare almeno di non commettere gli errori delle generazioni precedenti e non dimenticarle, evitando che, come Ben, che comunica con Trevor il suo passato, spariscano con le loro vicende struggenti in un passato che non è concluso.
La grande protagonista del libro è Riddell House, dimora lussuosa e voluta dal suo costruttore in spregio alla natura e alla vita degli altri, ora in rovina insieme ai discendenti di quella famiglia, ma vero e proprio organismo vivente, inquietante e avvolgente, nelle cui stanze Trevor diventa grande e acquista consapevolezza, scoprendo come non si può andare avanti senza chiudere i conti con il passato e che le gioie si sommano anche ai dolori, alcuni irrisolvibili.
Una luce improvvisa è un libro per tanti lettori e lettrici, di varie età, perché ognuno può trovarci qualcosa di sé, qualcosa di utile, qualcosa per capire, qualcosa con cui commuoversi e divertirsi, nel labirinto di Riddell House, che forse, in vari momenti della vita, bisogna attraversare per andare avanti con un bagaglio nuovo, guardando avanti senza dimenticare cosa è successo prima.

Garth Stein vive a Seattle, ed è l’autore di uno dei maggiori bestseller internazionali degli ultimi anni, L’arte di correre sotto la pioggia, pubblicato in Italia da Piemme. Una luce improvvisa, attesissimo in tutto il mondo, è schizzato subito ai primi posti delle classifiche americane e ha ricevuto una magnifica accoglienza di pubblico e critica.

:: Il collezionista di lettere, Jorge Dìaz, (Piemme, 2015) a cura di Elena Romanello

17 marzo 2015

5Quest’anno ricorre il centenario dell’ingresso dell’Italia nella Grande Guerra, ed è dall’anno scorso, quando ricorreva invece il secolo dallo scoppio del primo conflitto mondiale, che escono romanzi, saggi, film. Tra i tanti spicca il romanzo di Jorge Dìaz, seicento pagine ambientate in Spagna, Paese che restò neutrale durante le due guerre mondiali del Novecento, sia pure per motivazioni diverse.
La collezionista di lettere, traduzione non letterale dell’originale Cartas a Palacio, racconta un fatto, pare realmente accaduto anche se ovviamente romanzato dall’autore, e cioè il ruolo di Alfonso XIII di Spagna nella guerra: commosso dalla lettera di una bambina francese che gli chiedeva notizie del fratello scomparso nelle trincee, il sovrano mise su un ufficio in cui si preoccupava di chiedere notizie di militari e altro personale disperso, ferito, fatto prigioniero per comunicarle alle famiglie, intercedendo a volte anche per la loro liberazione.
A questo sfondo storico interessante e poco noto, si aggiungono le storie di vari personaggi, tra cui spicca Blanca, la figlia ribelle di una famiglia aristocratica, che lascia il fidanzato fedifrago all’altare (e lui si rivelerà ben peggio di un traditore) e che si dedica a questo lavoro per conto del re, scoprendo storie di persone diverse da lei, innamorandosi dell’intellettuale e attivista Manuel e trovando nuovi scopi per la sua vita.
Un romanzo complesso e avvincente, con tante storie in parallelo, con la Storia reale che si mescola con quelle individuali di uomini e donne tra sogni spazzati via dalla guerra, amori, passioni, ritorni, perdite, morti, speranza, che riesce ad avvincere, scritto con l’immediatezza di un reportage giornalistico, usando il presente anziché il passato remoto letterario come si sta diffondendo sempre di più nella narrativa contemporanea.
Ancora una volta gli autori spagnoli o comunque ispanici dimostrano versatilità e capacità di arricchire i generi letterari già noti di vitalità e innovazione: hanno paragonato l’opera di Jorge Dìaz a Ken Follett, il paragone ci sta, con in più l’ambientazione meno nota della Spagna, Paese che ci ha messo decenni per tornare a ripensare sul suo passato e che sta producendo una generazione di abili narratori e narratrici di romanzi storici, come Ildefonso Falcones e Maria Duenas.
La collezionista di lettere, storia di speranza, d’amore e di riscatto contro convenzioni, miseria e oppressione, è un libro che a prima vista può sembrare rivolto ad un pubblico femminile, ma che in realtà sa essere interessante e convincente per chi vuole scoprire una pagina di Storia così lontana e così vicina.
Pare che tra l’altro La collezionista di lettere diventerà presto uno sceneggiato, del resto Jorge Dìaz nasce innanzitutto come sceneggiatore televisivo. In attesa, non resta che immergersi in questo affresco travolgente, capace di incollare alle sue pagine facendo scoprire un mondo e dei personaggi che riescono comunque ad entrare nel cuore.

Jorge Dìaz È nato ad Alicante nel 1962. È scrittore, giornalista e sceneggiatore per la TV. È uno dei creatori e autori della serie tv Hospital Central, un enorme successo in Spagna, vincitore di tutti i premi di settore. La collezionista di lettere è il suo terzo romanzo, un bestseller in Spagna, in corso di traduzione in tutta Europa, e presto diventerà una serie tv.

:: Luna di miele con nostalgia, Molly Antopol, (Bollati Boringhieri, 2015) a cura di Elena Romanello

16 marzo 2015

Antopol cop.inddLa forma del racconto o novella, introdotta tra gli altri dal nostro Boccaccio della letteratura, vive alti e bassi ancora oggi, visto che dai più viene preferito il romanzo, considerato, a torto e ragione, più blasonato ed interessante, oltre che più ampio e approndito, visto che ci sarebbe lo spazio per raccontare tutto.
Se si cercano dei racconti interessanti e contemporanei, Luna di miele con nostalgia, serie di storie che hanno come tratto comune il raccontare storie di persone di cultura ebraica nell’ultimo secolo, evitando la Shoah, scritti dalla giovane autrice Molly Antopol, possono fare al caso proprio, anche perché in poche pagine riescono ogni volta a tracciare un ritratto e un microcosmo incredibili, rendendo vivi e indimenticabili personaggi di uomini e donne di varia età, provenienza e con varie storie, che nel racconto vivono un momento fondamentale di snodo.
Segnalata da vari siti ed enti letterari, acclamata anche per la giovane età, paragonata a Bernard Malamud, Isaac Bashevis Singer, Alice Munro e Grace Paley, Molly Antopol si dimostra un nome interessante e da tenere d’occhio, sia che si cimenti nel romanzo in futuro sia che torni al racconto.
Ogni singola storia del libro, agile e di poche pagine, racconta un momento nella vita di persone alle prese con la Storia, da un uomo anziano che decide di risposarsi per superare la solitudine ad una figlia che mette in difficoltà il padre ex dissidente nella Praga comunista, da un giovane soldato israeliano che affronta il dramma di un incidente in servizio a un gruppo di intellettuali vittime del maccartismo negli anni Cinquanta.
Tante storie esemplari, per una commedia umana, o un dramma, dalle mille sfaccettature, tra passato e presente, in vari angoli del mondo, dove si parla di ebraismo ma alla fine di condizione umana, di ricordi, di rapporti tra persone, di drammi e gioie, con una punta di amarezza e rimpianto sullo sfondo, e sempre la capacità di stupire, nel descrivere personaggi essenziali ma che arrivano al cuore.
Luna di miele con nostalgia è un libro per chiunque sia curioso degli altri e dei loro mondi, ma anche per chi vuole leggere delle belle storie, chiuse in loro stesse ognuna ma capaci di aprire un universo. Un libro senz’altro per chi ama il racconto e la novella come forma letteraria, ma anche per chi è scettico, perché grazie a queste pagine non riuscirà più a accusare questo modo di scrivere come superficiale e sbrigativo. In attesa di vedere le prossime prove di Molly Antopol. Traduzione di Costanza Prinetti.

Molly Antopol insegna scrittura creativa alla Stanford University. Ha di recente ricevuto una Wallace Stegner Fellowship e il premio della National Book Foundation 5 Under 35. Vive a San Francisco e sta lavorando al suo primo romanzo,The After Party.

:: Addio a Terry Pratchett, Maestro del Fantasy, a cura di Elena Romanello

16 marzo 2015

TeSe ne è andato a soli 67 anni per una forma rara e aggressiva di Alzheimer Terry Pratchett, autore fantasy tra i più amati, con al suo attivo oltre settanta libri in oltre trent’anni di carriera.
Britannico, classe 1948, Pratchett arricchiva i suoi romanzi di grande umorismo e divertimento, una nota non così scontata in un genere che spesso si distingue per celebrare eroismi e costruire personaggi manichei: per Terry Pratchett le streghe erano buone, la Morte poteva essere un’amica, gli elfi erano infidi, i maghi spesso pasticcioni.
L’universo di riferimento di Terry Pratchett era il Mondo Disco, Discworld, parodia di vari elementi del fantastico, da Lovecraft a Tolkien, dalle fiabe ad Howard. Le sue storie erano autoconclusive, con determinate premesse di creature, ruolo della magia, eventi da raccontare, linee temporali che si intersecano, ed alcuni personaggi che ritornano, spesso presi dal folklore, tra streghe, vampiri, banshee, elfi, troll, nani.
Negli anni Novanta è stato l’autore più venduto, oltre che un protagonista di fiere e convention, mantenendo poi anche il rapporto con i fan via Internet, su cui ha raccontato anche la malattia, realizzando anche un documentario sulla BBC in tema.
Impossibile citare tutti i libri scritti da Terry Pratchett, che in passato lavorò anche come giornalista e addetto stampa: Il popolo del tappeto, Il colore della magia (primo della serie del Mondo Disco), Stregoneria, Sorellanza stregonesca, Morty l’apprendista, L’intrepida Tiffany e i piccoli uomini liberi, Il piccolo popolo dei grandi magazzini e Buona Apocalissi a tutti, scritto a quattro mani con Neil Gaiman, sono solo alcuni dei titoli di una produzione che in teoria si rivolgeva ai ragazzi ma che in realtà era piacevole, interessante e divertente per tutti.
Appassionato di scienza e astronomia, ufficiale dell’Ordine dell’impero britannico, Cavaliere del Regno, vincitore del British Book Award e della Carnegie Medal, insignito di otto lauree honoris causa, professore di letteratura popolare al Trinity College di Dublino e vincitore di altri vari riconoscimenti, Terry Pratchett è stato pubblicato in italiano da Salani e Mondadori e i suoi libri sono disponibili, anche se per alcuni c’è da fare un po’ di caccia al tesoro.
Terry Pratchett ha continuato a scrivere fino all’ultimo, grazie ad un programma di riconoscimento vocale, battendosi in parallelo per l’aumento dei fondi per i malati di Alzheimer e per il suicidio assistito. La figlia Rhianna ha annunciato la morte del padre citando le sue frasi dedicate al personaggio della Morte nel Mondo Disco: ALLA FINE, SIR TERRY, DOBBIAMO INCAMMINARCI INSIEME. Si è incamminato quindi, i suoi universi fantastici saranno eterni così come sarà eterno il rimpianto di averlo perso.

:: L’anello dei Faitoren, Emily Croy Barker, (Giunti, 2015) a cura di Micol Borzatta e Elena Romanello

11 marzo 2015
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Micol Borzatta

Non si può dire che la vita di Nora sia perfetta, anzi è sempre più convinta che la sua vita sia proprio un disastro, ma non immagina di quanto realmente cambierà.
Infatti un giorno, mentre sta passeggiando per le montagne ripensando alla fine della sua relazione si imbatte in un vecchio cimitero con all’ingresso una lapide con uno strano epitaffio che non può fare a meno di leggere e ripetere più volte ad alta voce. Di colpo si accorge che intorno a lei il paesaggio è cambiato, cerca di tornare sui suoi passi ma del cimitero nemmeno l’ombra, quando a un tratto incontra una signora vestita in modo ricercato ma seguendo la moda di altri tempi che dice di chiamarsi Ilissa.
Nora si fa conquistare subito dai toni mielosi di Ilissa e dall’ambiente perfetto che la circonda, forse troppo perfetto. Scoprirà molto presto che non tutto appare per quello che è realmente, purtroppo nel modo peggiore possibile sfiorando la morte dopo aver superato prove davvero dure.
L’anello dei Faitoren è un romanzo per ragazzi con ambientazione fantasy che si discosta molto dalla visione odierna sia di romanzo per ragazzi che di fantasy, infatti alcune scene vengono descritte in modo forse un po’ troppo diretto e crudo, come la parte dove Nora perde il bambino dopo una brutta caduta dalle scale.
I personaggi sono descritti molto minuziosamente sia fisicamente che caratterialmente e pur essendo molti di essi magici o trasmutazioni di animali sono molto diversi dai classici e ormai banali personaggi di libri analoghi.
le ambientazioni prendono connotazioni magiche come se effettivamente si trasformassero anche intorno al lettore durante lo scorrere delle pagine seguendo le vicende da paese in paese o semplicemente il cambio della magia che ha colpito uno stesso luogo.
Unico neo trovato sono le reazioni di Nora davanti alla magia appena arriva all’Altro Mondo. Nora infatti non crede alla magia, ma quando ci si trova davanti invece di rimanere sorpresa, diffidente, spaventata, non ha alcuna reazione e l’accetta come cosa normale, e lo stesso la reazione della sua famiglia quando torna a casa.
Nel complesso è comunque un romanzo avvincente che sa conquistare i suoi lettori sia giovani che più grandicelli, un libro per ragazzi che non è solo per ragazzi.

Elena Romanello

Nora Fischer, giovane ricercatrice universitaria in letteratura, è stata appena lasciata dal fidanzato e la sua carriera non sta andando propriamente come lei sperava: un giorno, durante una passeggiata in campagna, si trova di colpo in un sontuoso palazzo, dove incontra il bellissimo Raclin, che si innamora di lei e le propone di diventare sua moglie, spalleggiato dalla sua affascinante madre Ilissa. Nora si immerge in questo nuovo mondo, dove però ci sono alcuni aspetti inquietanti e strani, finché un giorno non incontra il mago Auriendel, che le rivela di essere stata vittima di un incantesimo da parte di un’antica stirpe fatata, in cerca di una donna umana che diventi madre della loro progenie e le offre una via di salvezza da un mondo che non è il suo e in cui il tempo scorre in maniera diversa dalla sua realtà.
Questo romanzo è vittima di un equivoco di fondo: molti l’hanno snobbato pensando che fosse l’ennesima operina a base di vampiretti che brillano al sole e cosette simili, ma in realtà ci si trova di fronte a una storia molto diversa, molto più complessa e affascinante. Innanzitutto la protagonista non è una ragazzina romantica e poco furba, ma una professionista che si trova coinvolta in un intreccio con echi di Alice nel paese delle meraviglie, ma soprattutto del folklore legato al Piccolo Popolo e alla loro abitudine di rapire gli esseri umani per assicurarsi bambini e madri per i loro figli.
La trama è complessa, e smonta tutta una serie di luoghi comuni di un certo genere di fantastico non proprio di qualità degli ultimi anni, a cominciare da quello dell’amore incondizionato della ragazza umana di turno per il sovraumano: Raclin è il cattivo della situazione, da cui Nora dovrà salvarsi, con una metafora di tanti, troppi amori pericolosi della vita reale, con l’aiuto di Auriendel, molto lontano da certi cliché e per questo molto più interessante.
La descrizione del mondo in cui Nora si trova, con un ingresso vicino ad un cimitero e con un’antica iscrizione, è interessante e insolita, con forti riferimenti all’immaginario celtico e al lato oscuro di fiabe e leggende. Una storia fantasy per un pubblico adulto, con al centro la ricerca di sé di una ragazza di oggi, non più nell’età di credere alle favolette. Tra l’altro, pare che sia il primo di una serie, ed effettivamente il finale non è del tutto concluso e può dare adito a nuovi viaggi e minacce. Per chi crede nelle potenzialità del fantasy quando pesca da fiabe e folklore, anche quello più cupo, le sue fonti di ispirazione.

Emily Croy Barker vive nel New Jersey e si è laureata a Harvard. Dopo un’esperienza di vent’anni nel campo del giornalismo, ha deciso di dedicarsi alla scrittura, esordendo con l’originalissimo fantasy L’anello dei Faitoren, accolto con grande entusiasmo dal pubblico. Oltre all’attività di scrittice, Emily Croy Barker dirige la rivista The American Lawyer.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Mariliou dell’Ufficio Stampa Giunti.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: La casa dei fantasmi, John Boyne, (Rizzoli, 2015) a cura di Micol Borzatta e Elena Romanello

11 marzo 2015
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Micol Borzatta

1867, Londra. Eliza Caine vive da sola con il padre dopo che in tenera età ha perso la madre di parto e la sorellina mentre nasceva. Ha avuto un’infanzia meravigliosa confortata dall’amore paterno e dall’amore per la letteratura trasmessagli dal padre. Un giorno leggono sul giornale che il grande Charles Dickens avrebbe tenuto una lettura di persona al museo lì vicino. Pur essendo malato il padre vuole andarci a tutti i costi, Eliza cerca di fargli cambiare idea ma non ci riesce e così lo accompagna.
Al ritorno il padre peggiora e dopo nemmeno una settimana muore.
Eliza è sconvolta, come se non bastasse scopre anche che la casa in cui è sempre vissuta non era di proprietà del padre ma solo in affitto e da sola non può mantenerla.
Proprio in quel momento trova un’inserzione sul giornale che cercano un’istitutrice in un paesino vicino a Norfolk. Eliza decide di partire immediatamente, ma appena arriva scopre che qualcosa non è come dovrebbe essere.
Nella casa accadono strani avvenimenti e la gente del posto appena scopre chi è lei cambia immediatamente atteggiamento. Nessuno risponde alle sue domande o le dice cosa sia successo.
Un romanzo davvero eccezionale che pur dopo una partenza un po’ lenta sa creare suspance e domande nel lettore alle quali non troverà una vera risposta se non alla fine, ma non si sente nemmeno dimenticato dall’autore perché per tutta la durata della lettura avrà dei piccoli indizi e delle piccole risposte che gli daranno soddisfazione e nello stesso tempo gli creeranno altre domande, tenendolo così legato a sé per tutta le sue pagine.
Le descrizioni sono fatte a livello minuzioso sia degli ambienti che dei personaggi, talmente profondamente che il lettore ha la sensazione che tutto intorno a lui cambi e si trasformi ritrovandosi nelle campagne inglesi del 1800.
Una storia mozzafiato che anche se parla di un argomento ormai usato in tutte le salse, ovvero i fantasmi, viene descritto, narrato, utilizzato e sviluppato in un modo del tutto nuovo rimanendo molto invitante e avvincente che fa venire voglia di cercare un altro libro dell’autore sperando di ritrovare la stessa capacità di creare empatia tra personaggi e lettore e amore per la lettura.

Elena Romanello

La vita di Eliza Caine, giovane donna colta nella Londra vittoriana di Charles Dickens, si divide tra le cure all’anziano padre e il suo lavoro come insegnante in una scuola femminile: la morte improvvisa del genitore, dopo un’infreddatura rivelatasi fatale presa proprio ad una conferenza di Dickens, la porta a dover sconvolgere la sua vita e ad accettare una proposta di lavoro come istitutrice nel remoto Norfolk, presso un castello abitato da due bambini, Isabella e Eustace, che sembrano non avere altri parenti dopo un oscuro dramma familiare. Presto Eliza scoprirà i segreti di un posto che ha già portato alla morte le precedenti governanti e dove non mancano i pericoli, di natura paranormale, anche per lei, mentre verrà a conoscenza di cosa si è consumato in quelle mura. La sua priorità sarà cercare di salvare se stessa e i due bambini da una presenza capace di divorare tutto quello che viene vicino a lei, per un’oscura gelosia che ha distrutto la sua vita e la rende incapace di far vivere gli altri.
Normale pensare a Il giro di vite di Henry James leggendo la trama di questa nuova fatica di John Boyne, che si occupa di nuovo di bambini, in una chiave diversa rispetto al suo ottimo Il bambino con il pigiama a righe, diventato un classico per parlare ai più giovani di Shoah. Ci sono molti punti in comune tra le due vicende, entrambe con protagoniste due governanti, uno dei pochi lavori concessi alle donne nell’Inghilterra ottocentesca, se erano colte e non riuscivano a sposarsi, entrambe con bambini in pericolo, entrambe con fantasmi che minacciano. Ma Eliza è diversa dall’austera e un po’ bigotta miss Giddens di James, è una ragazza con ambizioni moderne, più simpatica e pronta a non cedere alla paura e alle minacce, oltre che capace di amare i bambini che le sono stati affidati oltre le regole sociali e le convenzioni.
Nel libro ci sono tutti gli elementi delle storie gotiche, che oggi vanno di nuovo di gran moda, basti pensare a The crimson peak di Guillermo del Toro al cinema o a Penny Dreadful in tv, ma tutto è ben dosato, interessante, avvincente e alla fine non ripetitivo e scopiazzato. John Boyne riesce a costruire in maniera egregia una storia di fantasmi vecchia maniera, omaggiando i classici senza seguirli pedissequamente, ricostruendo un’epoca e delle atmosfere che sono alla base di tanto immaginario di allora e posteriore. Un libro che funziona dalla prima pagina all’ultima, un’indagine negli abissi dell’animo umano e su cosa possono portare drammi e troppo amore che avvolge fin dalle prime pagine, una storia gialla e paranormale intrisa dell’atmosfera dell’epoca ma alla fine eterna. Per chi ha nostalgia delle storie di fantasmi di una volta, che sono sempre attuali e affascinanti, ma anche per chi ama un’epoca e un immaginario impareggiabili come quelli vittoriani.

John Boyne nasce in Irlanda nel 1971 e passa la sua vita a Dublino.
Nella sua carriera letteraria scrive 14 romanzi sia per adulti che per ragazzi e vengono tradotti in più di 40 lingue.
Il suo primo libro Il bambino con il pigiama a righe ha avuto un successo internazionale in pochissimi anni, e nel 2008 è stata fatta una trasposizione cinematografica con la regia di Mark Herman.

Source: libri dei rispettivi recensori.

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