Posts Tagged ‘Elena Romanello’

:: Dieci anni di Portici di Carta, e non solo, a cura di Elena Romanello

5 ottobre 2016

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Sabato 8 e domenica 9 ottobre torna, tra piazza Carlo Felice e piazza San Carlo, la manifestazione Portici di carta, giunta alla decima edizione e come sempre pronta ad inaugurare l’autunno culturale e libresco torinese.
In parallelo si festeggiano i dieci anni del Circolo dei lettori di via Bogino, altra importante istituzione libresca e non solo subalpina: quello che aspetta i torinesi e non solo bibliofili è un week-end all’insegna di bancarelle di libri nuovi e d’occasione, incontri presso l’Oratorio San Fillippo e il Gazebo dei Giardini Sambuy.
Quest’anno parteciperanno alla manifestazione 127 tra librai ed editori di tutto il Piemonte, e per 29 di loro questa è la prima volta. Piazza Carlo Felice ospita, come le prime domeniche di ogni mese, i librai d’occasione riuniti nell’associazione Sulla Parola, mentre sotto gli altri portici trovano spazio percorsi tematici su spiritualità, donne, tecnologia, bambini, lingue straniere, Storia locale, remainders, Oriente, fumetti, editori piemontesi, viaggi, gialli, letterature, passioni, società.
Tante le iniziative in programma, a cominciare dalla possibilità di poter donare un libro alle biblioteche dei Comuni vittime del terremoto del 24 agosto. Il grande protagonista, con un omaggio a lui dedicato, è Umberto Eco, a cui verranno dedicati incontri, passeggiate letterarie per ricordare il suo periodo torinese e si scopriranno i suoi disegni inediti.
Gli editori ospiti di quest’anno sono Lapis e Neri Pozza, che quest’anno compie settant’anni e che ha ispirato a Torino due ferventi gruppi di lettura presso la Biblioteca civica centrale e la Musicale alla Tesoriera.
Oltre agli eventi su Umberto Eco, sono da ricordare gli incontri con David Nicholls, autore di Noi e Un giorno, Stefano Benni, Gaetano Savatteri, Barbara Garlaschelli, il ricordo di Augusto Monti a cinquant’anni dalla morte e ovviamente la festa di sabato 8 in piazza San Carlo dalle 21 in poi per i dieci anni del Circolo, con tra gli altri Giuseppe Culicchia, Alessandra Montrucchio, Michela Murgia, Enrico Pandiani, Alessandro Perissinotto. Il Circolo ospiterà anche eventi nella sua sede di via Bogino venerdì 7 e sabato 8 fino al tardo pomeriggio.
Non mancano le passeggiate letterarie, con quella classica sui luoghi del libro con Rocco Pinto e Giovanna Vigliongo, quella in centro dedicata a Edmondo De Amicis, Marina Jarre e Cesare Pavese, quella nel Quadrilatero su Fruttero e Lucentini, Laura Mancinelli e Jean Jacques Rousseau, e ancora a San Salvario sulle orme di Primo Levi, Natalia Ginzburg e Carolina Invernizio, l’omaggio allo sport e a Edmondo De Amicis, Mario Soldati e Giovanni Arpino, l’itinerario tra le pietre d’inciampo in memoria del testimone della Shoah Max Mannheimer, scomparso a settembre, un giro per bambini con Guido Quarzo e Daniela Barbato e il mondo di Augusto Monti con Giovanni Tesio.
Insomma, un programma ricco, come sempre a Portici di carta, quasi a ribadire che Torino vuole avere un luogo centrale come città del libro. Il programma completo è nel sito http://www.porticidicarta.it

:: The Invasion of the Tearling, Erika Johansen (Multiplayer Edizioni, 2016) a cura di Elena Romanello

4 ottobre 2016
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Nel primo capitolo di questa saga fantasy, The Queen of the Tearling, avevamo assistito alla salita al potere di Kelsea Glynn, regina suo malgrado di un mondo in cui il potere è qualcosa di ambito ma anche di mortale, visto che si diventa sovrani dopo vari giochi di potere pericolosissimi e la possibilità di venire uccisi da parte degli altri contendenti al trono è altissima.
Ora Kelsea è regina del Tearling, ma la sanguinaria Regina Rossa del regno di Mortmesne muove guerra contro di lei, soprattutto dopo che Kelsea ha ritenuto chiuso il tributo di schiavi per per anni è stato un appuntamento mensili del Tearling verso la spietata sovrana. Kelsea deve quindi affrontare una guerra che sembra senza uscita, contro una donna in possesso di poteri magici oscuri e terribili, a capo di un esercito che semina terrore in un regno che la nuova sovrana cerca di rendere più giusto e libero.
In parallelo Kelsea comincia a fare strani sogni e ad avere visioni, in cui appare Lily, una giovane donna di un passato remoto, un mondo industrializzato in cui alle donne sono stati negati tutti i diritti e sono diventate solo fattrici di figli e sottomesse agli uomini, da cui cerca di fuggire. Tra le due protagoniste, vissute in tempi diversi e legate da qualcosa di misterioso, si crea un legame da cui può dipendere la vita di entrambe, di Lily allora e di Kelsea nel suo tempo, forse legato all’origine del mondo di Kelsea.
The invasion of the tearling si dimostra quindi ancora più interessante del primo capitolo, in cui predominavano i toni fantasy, in un universo che era debitore a Martin ma anche ad autrici come Marion Zimmer Bradley, con toni cupi e una visione adulta del genere. In questo nuovo romanzo si continua ad assistere alle avventure di Kelsea regina del Tearling, ma in parallelo c’è una nuova storia, di fantascienza distopica, in un futuro prossimo alla nostra epoca, in un Occidente che ha preso una svolta totalitaristica non tanto diversa dai discorsi di certe frange anche presenti nei nostri Paesi che vorrebbero ritornare ad un patriarcato totalizzante e dalla condizione prevalente in altre aree del pianeta. Il modello che viene in mente è Margaret Atwood con il suo Il racconto dell’ancella, tra le migliori distopie femministe per ricordare che certi diritti sono ben lontani da essere scontati per sempre.
Il risultato sono due piani di racconto che si alternano e si mescolano, entrambi interessanti, a testimoniare le potenzialità del fantasy, la sua importanza per raccontare storie al femminile interessanti e come fantasy e fantascienza siano solo due aspetti di un genere ampio e variegato, che quando è di qualità come in questo caso è metafora dell’oggi e delle sue contraddizioni. Come già il primo, anche questo nuovo capitolo esce in una bellissima edizione grafica, corredata da varie immagini, ma non bisogna farsi ingannare, non è l’ennesimo young adult banale, ma una storia molto più interessante, adulta e tosta, che si snoda su due piani per pagine e pagine con un finale ancora aperto.

Erika Johansen ha studiato allo Swartmore College in Pensylvania, poi al Iowa Writers’ Workshop dove si è laureata in Belle Arti e in seguito ha lavorato come avvocatessa. Vive a San Francisco in California e si interessa di tematiche sociali, dopo essere stata ispirata dalla campagna elettorale di Barack Obama nel 2007.

Source: acquisto al Salone del libro.

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:: Questo non è un romanzo fantasy!, Roberto Gerilli (Plesio editore, 2015) a cura di Elena Romanello

3 ottobre 2016
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Filippo Mengarelli è un appassionato di giochi di ruolo e fantasy, e ha debuttato nel genere con Le cronache di Falcograd: il problema è che il libro non ha avuto nessun successo, è stato stroncato senza pietà dal più noto blogger del settore, vera e propria autorità per tutti gli appassionati che pendono dalle sue parole virtuali, e l’editore ha troncato con lui ogni rapporto.
Rimane solo una speranza per lui: andare al Lucca Comics & Games, la più grande manifestazione in tema dedicata all’immaginario nel nostro Paese, e cercare di riannodare i fili per salvare il suo futuro di scrittore. Perché Le cronache di Falcograd è solo il primo di una trilogia, che rischia di restare incompiuta, con un finale aperto sul più bello.
Con lui c’è l’inseparabile Alessandra, sua migliore amica, illustratrice e fangirl, con una particolare passione per l’universo di Doctor Who. Arrivato a Lucca, Filippo si scontra subito con gente che lo evita e lo prende in giro, ma poi scopre che in giro per la fiera ci sono quattro ragazzi vestiti come i protagonisti della sua saga. Ma forse non sono cosplayer come gli altri, forse sono gli stessi personaggi, che si sono catapultati nel nostro mondo in cerca di un autore che li porti alla giusta conclusione. Il problema è che non sono arrivati da soli, con loro c’è il nemico, che come tutti i nemici del fantasy vuole il potere assoluto e distruggere tutto e tutti.
Sono ormai tanti anni che il genere fantastico ha preso piede nel nostro Paese, soprattutto durante eventi come il Lucca Comics, tra i più amati e frequentati al mondo, insieme al Komiket di Tokyo e al Comicon di San Diego.
Roberto Gerilli scrive un romanzo fantasy, ma anche una parodia del genere e un omaggio scherzoso a tutti gli appassionati e i cultori, in un libro che si divora spesso piegandosi in due dalle risate.
Tra La rosa purpurea del Cairo di Woody Allen per la mescolanza tra realtà e fantasia e Balle spaziali di Mel Brooks per gli omaggi al fandom fantasy e fumettistico con tutte le sue follie, Questo non è un romanzo fantasy è un libro imperdibile per gli appassionati di ogni età che ogni anno affollano Lucca e non solo, perché ognuno troverà qualcosa di se stesso e di quello che ha vissuto, amato, seguito in un luogo diventato magico. Ma è anche un libro per chi vuole capire di più la complessità, il divertimento e l’importanza di un certo fandom, per tanto tempo visto come meno influente di quello per esempio della musica, ma tutto da scoprire, tra citazioni, parodia, umorismo, presa in giro e riflessione. Perché di Filippi e di Alessandre è sempre pieno a Lucca, e qualcuno di loro è riuscito nel corso degli anni a realizzare i propri sogni, e a farli diventare realtà.
Lucca è tra poco più di un mese, e questo libro, uno dei primi se non il primo dedicato alla vita in fiera è un ottimo modo per prepararsi all’evento, a giorni dove davvero sembra che il confine tra fantasia e realtà sia labile.

Roberto Gerilli è un anconetano che da trentacinque anni vive cibandosi di libri, fumetti, film e serie tv. Si è laureato in ingegneria elettronica ma non è riuscito a creare il flusso canalizzatore, per cui ha deciso che da grande diventerà uno scrittore. Nel frattempo beve tè e racconta storie alla lepre marzolina. Nel 2014 ha pubblicato il suo romanzo d’esordio, “Città Senza Eroi”, edito da UteLibri. Scrive per “Diario di Pensieri Persi” e “Speechless Magazine”. Il suo sito ufficiale è http://www.robertogerilli.it

Source: acquisto al Salone del libro.

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:: Nomi di donna, Gianluca Pirozzi (L’erudita, 2016) a cura di Elena Romanello

30 settembre 2016
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Gianluca Pirozzi, autore e attivista per i diritti civili, si confronta nella sua terza fatica con l’universo femminile, con una serie di racconti, alcuni collegati altri no (ma si scopre mentre si legge), che raccontano tante sfaccettature dell’essere donna oggi, con pochi ma efficaci tratti, che portano subito nel cuore di esistenze diverse, opposte, ma tutte degne di essere raccontate e svelate da uno sguardo equilibrato e rigoroso.
Con le illustrazioni oniriche di Clara Garesio e una suddivisione in base alle ore del giorno e della notte in base al momento in cui avviene l’incontro tra il lettore e le protagoniste del libro, si scoprono scampoli di vita di Stella, Clara, Edda, Diana, Monica, Nadia, Aristea e altre, donne di tutte le età alle prese con i sentimenti, il lavoro, la propria vita, gioie, dolori, ricerche di se stesse e tanto altro.
Sono attimi di vita, come quella di Monica che va a correre tutte le mattine dopo aver perso un amore e poi torna verso quella che è la sua vita ormai solitaria, Nadia, che va a lavorare in albergo percorrendo un tratto illuminato da vetrine di negozi che le aprono per un attimo nuovi orizzonti, Aristea, che vive in una roulotte, Giovanna che fa i conti con un amore che dura da una vita all’alba degli ottant’anni, la nuova italiana Bianca che non ha dimenticato il suo Kenya, la transgender Fabiana che inizia la sua nuova vita come Andrea, Edda che deve affrontare la perdita di una persona amica, Agata che vede la sua vita distrutta dalla persona da cui pensava di essere amata.
Tutte storie essenziali che raccontano però il mondo al femminile di oggi, gli studi, i lavori anche fuori sede, la maternità, l’adolescenza, la vecchiaia, gli amori sbagliati, l’omosessualità, il transgenderismo, le famiglie disfatte e ricomposte, le crisi esistenziali, il vedere il mondo da una prospettiva diversa, con toni sempre efficaci e interessanti.
Un libro edito da una casa editrice indipendente e molto attiva, L’Erudita di Giulio Perrone, che negli ultimi mesi ha avuto varie presentazioni e segnalazioni proprio per le tante tematiche che tratta, che hanno reso interessante dibattiti in varie sedi, dai festival letterari alle associazioni GLBT, proprio perché gli spunti su cui parlare sono tanti, a partire da ognuna delle storie contenute nel libro

Gianluca Pirozzi è nato a Napoli ed ha vissuto a Roma, Bruxelles, Parigi, Bogotá, Mumbai e Skopje. I suoi racconti sono stati più volte premiati nell’ambito di rassegne letterarie nazionali e pubblicati in antologie e raccolte narrative. Ha pubblicato la raccolta Storie liquide (2010) e il romanzo Nell’altro (2012). Nomi di donna è il suo terzo libro.

Source: inviato dall’editore al recensore su segnalazione dell’autore.

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:: Belgravia, Julian Fellowes (Neri Pozza, 2016) a cura di Elena Romanello

29 settembre 2016
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Nato come feuilleton a puntate in formato elettronico, è uscito finalmente in un unico volume Belgravia, omaggio al romanzo ottocentesco di Julian Fellowes, sceneggiatore tra le altre cose di una delle serie di culto degli ultimi anni, Downton Abbey.
La storia ci porta a Bruxelles nel 1815, alla vigilia della battaglia di Waterloo, che cambiò definitivamente l’Europa, dove si incontrano tanti destini e persone, come la diciottenne Sophia Trenchard, figlia di James, fornitore di pane e birra ai soldati, che si innamora di lord Edmund Bellasis, pronto ad invitarla al ballo della duchessa di Richmond e a prometterle un matrimonio d’amore.
Waterloo distruggerà tante vite, lasciando tanti lutti: la storia si sposta poi venticinque anni dopo, con gli ormai anziani genitori di Sophia, morta prematuramente di parto dando alla luce il figlio di Edmund, alle prese con una nuova ricchezza, costruita grazie al loro lavoro, ma anche con gli intrighi dei conti di Brockenburst, genitori di Edmund caduto a Waterloo, che hanno paura di alcuni misteri che potrebbero venire fuori dal passato del loro figlio.
Leggendo le pagine del libro, avvincente ma più che ad un romanzo simile ad una sceneggiatura per un futuro sceneggiato o serial, è impossibile non pensare ad autori come Dickens, Thackeray, la stessa Austen e Elizabeth Gaskell, in un affresco che omaggia una delle epoche più vive ancora oggi nell’immaginario non solo britannico, l’Inghilterra ottocentesca e vittoriana, con forti contrasti sociali ma nello stesso tempo grande vitalità.
Fellowes mette al centro del suo libro tanti personaggi, non ultimi gli appartenenti alla servitù, che si confrontano in un mondo che cambia, prima dal punto di vista politico poi da quello sociale, dove si affrontano l’antica aristocrazia britannica, non più capace di mantenere fino in fondo ricchezza e prestigio vivendo in maniera totalmente parassitaria e il crescente ceto borghese imprenditoriale, che da una bancarella di vettovaglie a Covent Garden riesce ad arrivare a comprare una casa a Belgravia, sontuoso e moderno per allora quartiere di Londra.
Belgravia è un romanzo interessante comunque per chi ama l’Inghilterra vittoriana e i suoi protagonisti, per chi cerca una storia vicina a quelle classiche e non con modernizzazioni arbitrarie nel comportamento dei protagonisti, appassionante come i romanzi d’appendice dell’epoca senza scadere nel volgare di tante ricostruzioni moderne dove si parla solo di improbabili e anacronistiche storie d’amore. A tratti forse è già un po’ sentito, ma è un dejà vu o meglio dejà lu che piace e alla fine non stanca.

Julian Fellowes ha vinto l’Oscar per la sceneggiatura del film Gosford Park, per la regia di Robert Altman, altro ritratto della servitù dell’aristocrazia inglese. Oltre a essere un celebre sceneggiatore, è anche uno dei più famosi attori britannici, lo si è visto in film come Il danno e Tomorrow Never Dies. Negli ultimi anni è diventato famoso per aver ideato il serial cult Downton Abbey, che racconta l’aristocrazia inglese e la sua servitù durante i primi decenni del Novecento.

Source: libro letto al Gruppo di lettura Neri Pozza di Torino.

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:: Nel paese dei mullah di Hamid-Reza Vassaf (Eris edizioni, 2014) a cura di Elena Romanello

21 settembre 2016
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Dalla fine degli anni Settanta l’Iran è periodicamente sotto gli occhi dell’Occidente, come unico Paese ad aver stabilito una teocrazia di stato dopo aver rovesciato il regime filo occidentale dello Scià, e come luogo di fermento culturale in tutte le arti creative, malgrado la repressione, dove i suoi abitanti vivono una doppia vita tra un pubblico di adesione ad un modello che sentono sempre meno e un privato in cui si sognano altri stili di vita.
Chi ha saputo raccontare questo mondo complesso, pericoloso, terribile ma non privo di fascino sono stati i fumettisti, in un Paese che chiuse le porte ai comics a stelle e strisce ma non alla voglia di raccontare per immagini la realtà. Dopo la condizione delle donne e delle ragazze raccontata da Marjane Satrapi in Persepolis, ne Nel Paese dei Mullah l’autore Hamid Reza Vassaf racconta l’incontro e confronto su un’isola deserta tra due rappresentanti della società iraniana, un soldato e uno scrittore, il primo giunto per caso, il secondo per scelta in cerca della tranquillità.
Attraverso le loro esperienze di militare fedele al regime e di intellettuale moderato e critico verso l’integralismo religioso, si ricostruisce la storia degli ultimi decenni dell’Iran, mentre i due protagonisti, pian piano vedono le loro certezze sgretolarsi di fronte ad un modello insostenibile e che soprattutto ha deluso chi ci credeva. Nelle tavole del fumetto, in un bianco e nero che colpisce con la sua essenzialità, si parla di tutti gli aspetti della vita quotidiana, come il matrimonio, le prigioni in cui finiscono criminali comuni ma anche oppositori al regime e persone contrarie alla morale come adultere e omosessuali, la politica, la libertà di stampa, i diritti delle donne e i diritti civili in generale, perché se le donne sono oppresse anche gli uomini non stanno bene, pur senza veli e altre costrizioni fisiche evidenti.
Per capire l’Iran, che da poco ha visto rimuovere l’embargo tra gli applausi soprattutto di molte aziende occidentali, ci sono senz’altro saggi e approfondimenti, ma lo sguardo impietoso e intenso che lancia questa graphic novel può aiutare più di molte opere più accademiche e paludate. Per le sue idee, Vassaf è stato costretto a lasciare il suo Paese, e questa e altre sue opere sono state messe al bando in Iran.

Hamid-Reza Vassaf è nato a Teheran nel 1970 e si è formato come fumettista, grafico e sceneggiatore. Ha insegnato comunicazione visiva alla facoltà di Arte e Architettura dell’Università Azzad di Teheran ed è stato a capo di uno studio grafico con cui ha lavorato con giornali, teatri e registi. Le sue tematiche preferite sono la libertà di espressione e la mitologia della Persia antica. Nel 2006 ha lasciato il suo Paese e si è trasferito in Francia, come Marjane Satrapi: tutte le sue opere, graphic novel e articoli, sono attualmente vietate in Iran. Nel paese dei Mullah è il suo primo fumetto ad essere pubblicato in Occidente ed è dedicato dall’autore alle donne iraniane.

Source: libro inviato dall’ editore al recensore, ringraziamo Gabriele dell’Ufficio Stampa Eris.

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:: Come il colore della terra, di Marco Gastoni e Nicola Gobbi, (Eris Edizioni, 2015), a cura di Elena Romanello

16 settembre 2016
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Solo pochi ottusi pensano ancora che i fumetti siano robetta di pura evasione e di bassa qualità: da anni molte case editrici propongono storie, seriali o singole, le famose graphic novel, dove si riflette sull’oggi e il ieri in tutte le sue forme, presentando storie anche poco note attraverso immagini e parole.
Come il colore della terra, storia in salsa messicana ideata da due italiani, porta in un mondo diviso tra magia e realtà, il Chiapas, regione del Messico dove negli anni Novanta ci fu la rivoluzione zapatista, relegata sui mass media italiani a a poche righe amargine di altri fatti, tentativo di creare una società più giusta rispetto a quella imposta dagli interessi della criminalità e delle multinazionali.
Tutto viene raccontato, in tavole a colori pastello particolarmente suggestive, attraverso gli occhi di due bambini, José e Juana, che poi crescono, assistendo agli attacchi al loro villaggio, alla paura degli animali, con cui convivono come con degli amici, alle proteste per avere una vita dignitosa, loro, eredi dei Maya, popolo ridotto in schiavitù dai Conquistadores spagnoli e in cerca di un’identità e cultura, all’esperimento delle comunità zapatiste di una vita in armonia con i cicli naturali e l’ambiente.
A fare da voce narrante ci sono una volpe e un corvo, che discutono e osservano i comportamenti degli esseri umani in un piccolo paradiso terrestre che può diventare facilmente un inferno, ma il tutto è pervaso da un’atmosfera da favola e da magia, anche se la gravità di certi fatti non è certo nascosta.
Come il colore della terra si inserisce nella tradizione delle graphic novel di impegno sociale e su fatti di Storia contemporanea, con però una lievità in più, che rende la storia godibile e leggibile anche per il pubblico più giovane, che si troverà immerso, come anche il pubblico adulto, in un mondo tutto da scoprire e conoscere, per capire cosa succede in luoghi lontani ma nello stesso tempo interessantissimi,forse perché si sperimentano nuovi modi di vivere.
Tra le righe, c’è anche molto del realismo magico caro agli autori e autrici sudamericani, da Gabriel Garcia Marquez a Isabel Allende, che racconta in maniera efficace un mondo dove si sono mescolate, spesso in maniera tragica, culture diverse, ma dove questa visione fantastica della realtà e della natura ha dato un senso a tutto. Un’opera per tutta la famiglia quindi, spunto di approfondimenti sull’oggi ma in una prospettiva diversa, dove gli animali parlano e alcuni esseri umani provano a credere, nonostante tutto e contro tutto, in un mondo che può essere migliore.

Nicola Gobbi, di Ancona, è disegnatore di graphic novel su tematiche sociali per svariate case editrici oltre ad Eris. Appassionato di culture latino americane, ha avuto modo di visitare il Messico, e usa come strumento principe per i suoi disegni le buone vecchie matite colorate. Tra le sue fonti di ispirazione ci sono i fumetti argentini, con autori come Alack Sinner, Muñioz e Cyril Pedrosa.

Marco Gastoni, sceneggiatore, si occupa da anni del movimento zapatista in Messico e collabora con la fondazione Caffè Malatesta che importa il caffè coltivato nelle cooperative del Chiapas in un’ottica di commercio equo e solidale.

Source: libro inviato dall’ editore al recensore, ringraziamo Gabriele dell’Ufficio Stampa Eris.

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:: Scrivere è un mestiere pericoloso, Alice Basso (Garzanti, 2016) a cura di Elena Romanello

15 settembre 2016
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Torna con una nuova avventura, tra giallo e gustose riflessioni sulla vita e la scrittura, Vani, la ghost writer protagonista de L’imprevedibile piano della scrittrice senza nome e già entrata nel cuore dei suoi lettori e lettrice per il suo humour e per il suo non essere perfetta, ma molto empatica con le persone al posto del quale deve scrivere, al punto di svelare le loro anime e i loro segreti più nascosti.
Vani continua ovviamente a fare il suo lavoro di dare voce e scrittura a persone famose ma senza capacità nella gestione della parola scritta, nel suo mondo fatto di libri, musica e vestiti dark, che la rendono tanto simpatica alla sua giovanissima vicina di casa simpatizzante del movimento gotico in cui Vani si rivede giovanissima. Un lavoro non disprezzabile, quello di ghostwriter, visto che per riuscire a scrivere le storie di altri come fossero scritte dal diretto interessato o interessata, Vani deve entrare nella loro mente e capire come pensano e cosa hanno dentro da raccontare, quasi come una detective. Stavolta a Vani viene affidato il compito di scrivere le memorie tra piatti e vita vissuta di un’anziana cuoca, in servizio da anni presso una famiglia di imprenditori torinesi, visto che i libri di cucina vanno per la maggiore oggi.
Peccato che Vani sia negata per l’arte di fare da mangiare e si trovi affiancata per questo da una food blogger a dir poco insopportabile: per fortuna in suo aiuto corre il commissario Berganza, che l’ha eletta collaboratrice della polizia, ama la letteratura come lei, ma nel frattempo l’ha costretta a seguire un corso di arti marziali che Vani detesta quasi quanto la cucina.
A questo va aggiunto il ritorno in scena di Riccardo, ex di Vani, ma soprattutto la sconvolgente rivelazione della cuoca, che tra una ricetta e l’altra, si accusa di un delitto avvenuto prima nella famiglia. Per Vani è di nuovo tempo di indagare, scoprendo altarini e segreti, oltre che la verità su un fatto commesso anni prima, e rischiando anche non poco.
Tra giallo e commedia, si leggono con piacere queste nuove avventure di una ghostwriter acuta, a tratti pasticciona ma capace di sondare animi e sentimenti, in una Torino tra vie e collina abbastanza inedita sia per chi ci abita sia per chi l’ha scoperta come città turistica ma anche per chi, non torinese, ne è rimasto conquistato e ci è venuto a vivere, come l’autrice.
Alice Basso mescola bene gli elementi gialli con quelli di costume, raccontando tanto dell’Italia di oggi, tra mode culinarie e personaggi famosi usciti dal nulla e senza arte né parte, a differenza di Vani, che ha molto talento ma che è costretta a nascondere. Senz’altro le sue avventure non sono finite, anche perché il lavoro di ghostwriter offre possibilità infinite di incontri e di analisi. Una storia che si legge d’un fiato, in cui si ritrova molto dell’oggi e anche dell’ieri, con il richiamo alle dinastie di ricchi torinesi che forse qualche segreto che una cuoca potrebbe svelare ce l’hanno.

Alice Basso è nata nel 1979 a Milano e ora vive in un ridente borgo medievale fuori Torino. Lavora in una casa editrice. Nel tempo libero finge di avere ancora vent’anni e canta in una band di rock acustico per cui scrive anche i testi delle canzoni. Suona il sassofono, ama disegnare, cucina male, guida ancora peggio e di sport nemmeno a parlarne.

Source: libro inviato dall’ editore al recensore, ringraziamo Francesca dell’Ufficio Stampa Garzanti.

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:: Quando finiscono le ombre, Cristina Rava (Garzanti, 2016) a cura di Elena Romanello

9 settembre 2016
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Torna, nella sua terza avventura, godibile anche se non si sono lette quelle precedenti, il medico legale dell’entroterra ligure Ardelia Spinola, donna non più giovanissima, alle prese con un nuovo amore per l’apicultore Arturo, con i suoi gatti e con i casi che incrocia nel suo lavoro.
Stavolta si occupa della morte di Spartaco Guidi, anziano conosciuto in paese come una persona tranquilla e un po’ solitaria, che un giorno scompare per essere ritrovato morto alcuni mesi dopo in un campo. Ardelia inizia ad indagare, scoprendo il passato non limpido di Spartaco, tornato da poco ad Albenga, suo luogo di origine, dopo anni passati in un ospedale psichiatrico per aver ucciso un suo amico quando era giovane. Il tutto viene complicato dal fatto che la casa di Guidi, non certo una persona ricca, viene messa sottosopra da qualcuno, che forse non aveva gradito il suo ritorno in città e che può essere dietro a quello che è successo.
Ardelia dovrebbe limitarsi a capire le circostanze della morte e da quanto questa è avvenuta, ma il suo intuito da investigatrice la porta ad indagare, tenendo conto che comunque si è trattato di una fine violenta, in contrasto con una vita tranquilla ma con un richiamo a cosa era successo anni prima. Per scoprire cosa è accaduto Ardelia dovrà scavare nel passato ma anche scoprire cosa è successo nel presente, anche perché il suo interesse per il caso può diventare molto pericoloso.
Una storia avvincente, con al centro un’eroina moderna, una professionista reale e non una specie di wonderwoman che scopre subito tutta la verità, interessata a capire il come e il perché di un fatto che l’ha coinvolta personalmente, tra passato e presente, perché per lei i morti che arrivano sul suo tavolo per l’autopsia non sono semplici cadaveri inanimati, ma hanno tutti una storia da raccontare, verità da svelare e forse anche una giustizia da essere portata a termine.
Ardelia è una delle due protagoniste del romanzo, con la sua dedizione e il suo carattere un po’ fuori dalle righe, tra lavoro e ricerca di una dimensione personale. L’altra protagonista è la Liguria, fuori stagione rispetto alle estati da cartolina che in tanti ricordano, magari per esserci stati da bambini, ma non per questo meno affascinante. Tra luoghi di mare come Albenga e l’entroterra scosceso e molto contadino, da cui provengono varie eccellenze gastronomiche famose in tutto il mondo, si scoprono lati poco noti di una regione che si divide tra mare e montagna, tra marinai e contadini, e che risulta perfetta come sfondo anche per un giallo, dove è il presente, che non riesce a fare a meno e a superare il passato, a fare più paura.

Cristina Rava, classe 1958, è nata e vive ad Albenga, sulla Riviera di Ponente, dove sono ambientati i suoi libri. Dopo aver iniziato gli studi in medicina ha fatto tutt’altro, lavorando nel settore dell’abbigliamento e successivamente in campagna, ma sempre con la scrittura come efficace salvagente per galleggiare nella vita. Già autrice di due raccolte di racconti e di una memoria storica, tutte legate al territorio ligure, dal 2007 ha intrapreso la via del noir con cinque romanzi. Con Garzanti ha già pubblicato Un mare di silenzio con protagonista il medico legale «molto speciale» Ardelia Spinola.

Source: libro inviato dall’ editore al recensore, ringraziamo Francesca dell’Ufficio Stampa Garzanti.

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:: Avevamo ragione noi – Storie di ragazzi a Genova 2001, Domenico Mungo (Eris, 2016) a cura di Elena Romanello

8 settembre 2016
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Sono passati quindici anni dal G8 di Genova: per molti è uno dei tanti ricordi sbiaditi dei telegiornali, poco prima che le Torri Gemelle crollassero, altri erano troppo giovani all’epoca per ricordarselo se non attraverso forse qualche discorso dei grandi, altri ancora ricordano quei giorni come uno spartiacque tragico e il prologo di una società in cui gli esseri umani hanno contato sempre meno di fronte agli interessi e ai profitti delle multinazionali.
Per ricordare quei giorni, Eris edizioni,che già si è fatta conoscere per le sue graphic novel di qualità, propone questo libro sottile come pagine ma forte nei contenuti, con storie raccolte da Domenico Mungo e le illustrazioni di Paolo Castaldi, che racconta quei giorni concitati a ritroso, dalla macelleria della scuola Diaz al corteo festoso e ignaro del primo giorno.
Nelle pagine del libro rivivono le voci di tante persone, di un ragazzo che sta riprendendo gli scontri con la telecamera per documentare e che viene preso a manganellate dalle forze dell’ordine, di un altro giovane che urla lanciando pietre contro un blindato sotto i lacrimogeni, di un’infermiera che assiste impotente alla mattanza nelle celle di Bolzaneto, dopo che era andata a Genova per quello che per lei era un semplice lavoro di assistenza di routine, un manifestante giapponese che viene attaccato, un reporter inglese imprigionato e picchiato con tanto di strascichi giudiziari.
Sono storie vere, raccontate come un romanzo ma con la veridicità dei fatti, in un libro che riprende il genere, poco praticato ultimamente almeno in Italia, del giornalismo di inchiesta, per raccontare quella che è stata e resta una vergogna da non dimenticare, iniziata come una manifestazione alternativa ad un modello che si voleva contestare e finita con quella che è stata definita la più grave sospensione dei diritti civili in un Paese occidentale dopo la Seconda guerra mondiale.
Un libro da leggere indubbiamente per chi ricorda quei giorni con precisione, magari perché era a Genova o perché aveva lì cari amici e parenti, come alcuni genitori che seguirono in diretta cosa stava accadendo ai propri figli. Ma un libro anche da leggere per chi era troppo giovane all’epoca dei fatti, nell’ottica di una preservazione della memoria che ormai deve comprendere tutto, non solo i fatti della Seconda guerra mondiale, ma anche quello che è successo dopo, fino ad oggi, tra terrorismo, mafia e attacchi ai diritti. E soprattutto un libro da leggere per chi c’era e se ne è dimenticato, magari perché troppo preso da altre cose o perché ha sottovalutato quello che stava accadendo come l’ennesimo casino provocato da quei tizi dei centri sociali che già bloccano le città e non mi fanno trovare parcheggio con i loro cortei. Perché purtroppo problemi come la precarietà lavorativa e la distruzione del welfare sono cominciati proprio lì, e solo capendo e ragionando si può pensare a come reagire.

Domenico Mungo, nato nel 1971, è ricercatore di Storia contemporanea all’Università di Torino, giornalista e scrittore. Nei suoi scritti ha parlato di controculture, fatti scomodi, movimenti alternativi. Era a Genova a manifestare e il libro parte anche dalla sua esperienza personale e da quella dei suoi amici.

Source: libro inviato dall’ editore al recensore, ringraziamo Gabriele dell’Ufficio Stampa Eris.

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:: Il piccolo albergo della felicità, Lucy Dillon (Garzanti, 2016), a cura di Elena Romanello

8 settembre 2016
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Dopo una serie di problemi lavorativi che li hanno costretti a ridimensionare tenore di vita e aspettative, Libby e suo marito si sono trasferiti a Longhampton, nella campagna inglese, per gestire e rinnovare il piccolo albergo ricoperto di edera della suocera, che a questo punto può essere una chanche, forse l’unica, per ricostruirsi un futuro.
I problemi non sono pochi, a cominciare dal dover adeguare e ristrutturare l’albergo per le esigenze del pubblico del XXI secolo, peccato che manchino i soldi e quindi occorre fare i salti mortali per ristrutturare e vivere. Libby non è contenta della sua nuova sistemazione, dove c’è anche Bob, il cane della suocera, sempre tra i piedi: all’inizio la protagonista, non molto avvezza agli animali, ha poca simpatia per lui, ma poi scopre che l’animale ha la dote di far ritrovare il sorriso alle persone, e infatti è impegnato nella pet therapy nell’ospedale locale. Pian piano Libby si affeziona a questo buffo e tenero ospite, ma poi accade qualcosa.
Un giorno, davanti all’albergo, una giovane donna viene investita da un’auto e perde la memoria: non ha con sé documenti, solo un foglio con l’indirizzo del posto, e Libby si sente responsabile, accogliendola come ospite tra ristrutturazioni e squadre di operai che vanno e vengono a seconda dei fondi. Bob corre in soccorso anche della nuova ospite, che pian piano riacquista la memoria, anche se rimangono dei buchi. Un giorno arriva un uomo che si presenta come il fidanzato dell’ospite di Libby, ma a Bob non piace a naso e Libby decide di fidarsi di lui.
Lucy Dillon riprende in mano i suoi cavalli di battaglia, le storie al femminile nella campagna inglese e l’amore per i cani, raccontando una storia in cui non manca un mistero da risolvere (in Inghilterra tra l’altro non è obbligatorio andare in giro con i documenti, per cui cose come queste possono capitare) ma dove si parla soprattutto di nuovi inizi e di nuove cose da scoprire, argomenti che piacciono sempre, oggi più che mai. Un libro lieve ma che parla anche di cose importanti, come i maltrattamenti in famiglia e la crisi economica, dove gli umani sono importanti, ma dove il grande mattatore resta Bob, musetto canino capace di dispensare affetto e gioia e di saper indicare nuovi orizzonti e prospettive di vita.

Lucy Dillon, inglese, divide la sua vita fra Londra e la Wye Valley, dove ama passeggiare con i suoi basset hound Violet e Bonham. Con Garzanti ha pubblicato con successo anche Lezioni di ballo, Il rifugio dei cuori solitari, La libreria degli amori inattesi, Quando nascono i desideri, Piccoli passi di felicità.

Source: libro inviato dall’ editore al recensore, ringraziamo Francesca dell’Ufficio Stampa Garzanti.

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:: Qui giaccio, Luigi Schettini, (Golem, 2016) a cura di Elena Romanello

29 luglio 2016
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Il medico legale Tom Sermon si trova a Roma in vacanza con la famiglia quando viene coinvolto in un omicidio inquietante: al Verano, nella tomba dove riposa una parlamentare morta da poco tempo, sorella di un vescovo assassinato anni prima, viene trovato il cadavere di una donna imbalsamata viva, con in bocca l’inizio del Canto del capraio di Nietzsche, poesia molto originale nella produzione del discusso filosofo, che inizia proprio con Qui giaccio.
Nei giorni successivi avvengono altri omicidi, tutti con la stessa tattica, che rimandano ad un fatto oscuro, accaduto anni prima, durante l’elezione di un nuovo Papa, in una realtà parallela ma non simile a quella attuale, visto che si parla del 1991, finché non si arriva ad un finale a sorpresa, che ricompone una vicenda originale, che riecheggia i thriller d’oltre oceano, Harris, Deaver e Patterson in testa, tutta in salsa italiana intorno ad un luogo molto suggestivo e meno noto di altri suoi omologhi stranieri, il cimitero del Verano di Roma.
Non è il primo romanzo che Luigi Schettini ha dedicato a Tom Sermon, eroe ricalcato sui protagonisti dei telefilm stile CSI, ma è godibilissimo anche senza conoscere le sue avventure precedenti, sul modello della vecchia tradizione dei gialli, in cui c’era un eroe per tante avventure non legate strettamente.
Qui giaccio è un libro per gli amanti dei thriller sotto tutte le latitudini, con dentro la figura antica e sinistra dell’imbalsamatore, visto come punto di incontro tra vita e morte e come sorta di mago nero di potenze incontrollabili. A questo si aggiunge una strizzata d’occhio al genere alla Dan Brown, ma senza troppi eccessi, e all’attualità di certi giochi sporchi e nascosti protagonista anche della cronaca nera. Quello che però attrae del libro, prima di immergersi in pagine avvincenti e che filano lisce come l’olio, è la copertina, una rielaborazione grafica di un angolo del Verano, ma che riassume anche il tema del libro, il desiderio di vendetta contro un torto e la voglia di fare giustizia.

Luigi Schettini nasce a Roma nel 1989. Oltre ad essere un valente giallista, nella vita è insegnante/coreografo hip-hop e attore. Grande cultore del cinema di Dario Argento e della letteratura horror e legal thriller di Stephen King e Patricia Cornwell, scrive storie da sempre e all’età di 17 anni da vita al suo primo romanzo. Pubblica I delitti del faro nel 2008 e Giallo Zafferano nel 2011. Nel 2015 l’editore GOLEM pubblica il suo nuovo inquietante thriller, Qui Giaccio, lo stesso romanzo che ha superato le selezioni per il programma Rai “Masterpiece”, dal quale è stato poi escluso poiché si richiedeva che l’autore fosse inedito.

Source: libro inviato dall’Editore al recensore, ringraziamo Francesca dell’ Ufficio stampa Golem.

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