Posts Tagged ‘Elena Romanello’

:: La famiglia Pickard, Michele Arigano, (Bonfirraro, 2014), a cura di Elena Romanello

4 febbraio 2017
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Il regista John Pickard ha avuto un breve e intenso momento di successo, nello spietato star system a stelle e strisce, ma ora si trova in un momento di grave crisi creativa e economica. Per ritrovare se stesso, decide di fare un viaggio lontano dalle grandi città, in quella profonda provincia che nei decenni ha ispirato artisti di tutti i tipi. Il suo errare lo porta a Woodcutterhill, un villaggio dove il tempo sembra essersi fermato, con le case fatiscenti, le strade piene di fango e erbacce, simile ai villaggi fantasma vicini, uno dei tanti lasciti della conquista dell’Ovest americano, ma abitato da una comunità che ignora il resto del mondo così come il resto del mondo ignora Woodcutterhill.
In ogni caso, John Pickard rimane colpito dal luogo, così diverso da quelli a cui è abituato, senza tecnologia e con ritmi che all’apparenza sembrano meno frenetici, e lì scrive un nuovo film, coinvolgendo anche l’amico sceneggiatore Mark Thomas, con cui torna poi per girare il suo nuovo lavoro. Ma a questo punto le cose si complicano, perché i due scoprono cosa c’è dietro Woodcutterhill, un’antica maledizione che porta le persone ad arrivare lì e a non riuscire più ad andare via, oltre che storie cupe e torbide di abusi e morti. Con loro ci saranno sette ragazzi, giunti lì in un momento di difficoltà, che accetteranno di collaborare alla lavorazione del film, con esiti però via via sempre più terrificanti, perché Woodcutterhill ha dentro di sì qualcosa di diabolico che rende schiavi, e il beneficio che John Pickard ha avuto in partenza si trasformerà in una trappola terribile.
L’italianissimo Michele Arigano si confronta in questo romanzo con archetipi della cultura popolare e non solo americana (tra le righe non c’è solo Stephen King ma anche Faulkner e Steinbeck) in uno dei generi più emblematici e inquietanti della contemporaneità come l’horror. Le pagine del libro ripercorrono i percorsi di un genere, da Lovecraft in poi, con l’arrivo dello straniero nel luogo che non conosce, spinto da un desiderio impellente del momento, l’incontro scontro con la realtà esistente e il risultato del conflitto, creando un crescendo di suspense dove Woodcutterhill diventa un emblema di circolo chiuso e spaventoso, un microcosmo che tutto ingoia, inquietante come i luoghi di Stephen King, luogo antico e pericoloso, rassicurante solo all’inizio.
Il risultato è un romanzo avvincente, interessante, agile come dimensioni, in cui gli appassionati di horror potranno assistere ad una nuova discesa agli inferi dell’animo umano secondo uno schema che a prima vista può apparire appunto come già sentito ma che funziona sempre. La famiglia Pickard, un titolo che anticipa un finale agghiacciante (ma se non si legge il libro non si capisce) è interessante comunque anche per i non patiti del genere, in un momento in cui da oltreoceano, luogo da sempre di frontiera e di incontro tra diversità, giungono notizie non certo rassicuranti.

Michele Arigano è nato nel 1979 ad Halle, in Belgio, ma si è trasferito a cinque anni a Enna, in Sicilia, dove risiede tuttora. La famiglia Pickard è il suo primo romanzo.

Source: inviato al recensore dall’ufficio stampa, si ringrazia Bonfirraro Press.

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:: Il gatto che insegnava a essere felici, Rachel Wells (Garzanti, 2016) a cura di Elena Romanello

3 febbraio 2017
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Torna Alfie, il gatto protagonista de Il gatto che aggiustava i cuori, per un nuovo capitolo della sua epopea di gatto condiviso dagli abitanti di Edgar Road, dove ha trovato la sua casa, anzi le sue case, dove varie peripezie in seguito alla morte della sua anziana compagna umana.
Alfie racconta queste sue nuove avventure in prima persona, mentre vive i problemi dei suoi compagni umani, tra Claire, che vorrebbe tanto avere un bambino che non arriva e Alesky, che ha problemi di bullismo a scuola. Un giorno arriva nella via una nuova famiglia, misteriosa e schiva, che non vuole avere rapporti con il vicinato, e che riempie di sospetto tutti. Con queste nuove persone vive un qualcuno che colpisce subito Alfie, la bellissima gatta Snowball, che però è decisamente scostante e poco propensa a dare confidenza agli altri felini, con inevitabili invidie e dubbi da parte degli amici a quattro zampe di Alfie. Ma Alfie non si arrende e cerca di fare breccia nei suoi nuovi vicini umani, cercando di capire cosa c’è che li angustia tanto, anche perché si è preso una bella cotta per Snowball, anche se lei non lo tratta proprio bene.
Alla lunga, Alfie riuscirà a fare in modo che la nuova famiglia e i suoi vecchi amici riescano ad interagire, e a far emergere la verità su certi comportamenti, non certo da criminali come pensava qualcuno, ma legati ad un fatto triste e non ancora superato del loro passato recente.
Le storie con animali protagonisti hanno una lunga tradizione nei Paesi anglosassoni, basti pensare a titoli come La fattoria degli animali di George Orwell o La collina dei conigli di Richard Adams. Qui l’autrice sceglie un approccio diverso, quello di un universo parallelo di animali che sono visti dagli esseri umani come tali, ma che hanno capacità di relazionarsi e cambiare gli eventi.
Fiaba per tutte le età, la saga di Alfie si legge con simpatia, raccontando microcosmi umani alla fine molto realistici, dove la presenza di un animale domestico è riconosciuta come fondamentale. Un libro essenziale per i gattofili, anche se i puristi potranno notare che lo splendido gattino rosso di copertina non rispecchia il vero aspetto di Alfie, classico grigio tabby. Ma sono dettagli su cui si può sorvolare, con una storia positiva ma non buonista, che mette in pace con il mondo, anche solo per il tempo in cui la si legge.

Rachel Wells vive nel Devon con la sua famiglia, ha sempre desiderato scrivere e ha sempre amato i gatti come animali domestici. Ha combinato queste due passioni nei suoi amatissimi romanzi sulle avventure di Alfie: Il gatto che aggiustava i cuori (Garzanti, 2015) e il suo seguito, Il gatto che insegnava a essere felici.

Source: inviato al recensore dall’ufficio stampa Garzanti, che ringraziamo.

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:: La lettrice, Tracy Chee (Newton Compton, 2016) a cura di Elena Romanello

1 febbraio 2017
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Nel mondo di Sefia leggere un libro è un atto proibito, i libri sono oggetti messi al bando e la cultura è trasmessa solo per via orale, come forma di controllo anche sulle classi subalterne. Anche se ha solo sedici anni, Sefia ha visto il padre morire assassinato in maniera brutale, è dovuta fuggire con la zia Nin che ha insegnato a cacciare, seguire le impronte e rubare tra mercati e boschi.
Ma un giorno anche Nin viene rapita da qualcuno di potente, che vuole scoprire i segreti che nasconde, e Sefia rimane sola, con un unico aiuto, un oggetto che il padre ha custodito fino alla morte, un manufatto rettangolare che nasconde un potere incredibile e pericoloso, visto che è uno di quei libri vietati in quel mondo.
Con l’aiuto del libro e di un ragazzo che incontra e che nasconde oscuri segreti, Sefia partirà alla ricerca della zia e dei misteri che nasconde la sua vita, in un mondo dove trovano spazio pirati e briganti, giochi di potere e magie, potenti quando partono dalla pagina scritta.
Il fantasy è e continua ad essere un genere amatissimo, non sempre è facile trovare però storie interessanti, soprattutto nei libri che nascono rivolti ad un pubblico di adolescenti, ma non è il caso di questa opera di esordio, ricca di spunti curiosi, a cominciare dal tema di fondo, la proibizione della lettura, che riecheggia un classico della distopia come Fahrenheit 451 di Ray Bradbury. Là eravamo in un mondo di un futuro prossimo, con un’evidente critica della realtà del Novecento attualissima ancora oggi, qui siamo in un universo alternativo, dove i libri hanno un potere magico in più e per questo sono temuti, una sorta di merce pericolosa che viene temuta e che gira sottobanco.
Il mondo in cui Tracy Chee porta i suoi lettori è composito e ricco di suggestioni, con echi più di Dumas che di Tolkien, tra avventure di vario tipo e una rilettura fresca dell’archetipo del viaggio che accompagna la narrativa di genere fantastico dalle origini, dall’Odissea in poi. Tra l’altro, La lettrice è il primo capitolo di una nuova saga, come è ormai consuetudine del fantasy, e quindi resta alla fine del libro la voglia di capire come andrà avanti un’epopea in cui spicca un bel personaggio femminile, Sefia, ragazza in cerca di sé e della verità sulle sue origini, ma anche pronta a difendere il potere che le danno i libri.
La lettrice è senz’altro una storia avvincente per i ragazzi, soprattutto per chi è stanco di storielle melense con vampiri e lupi mannari, ma è piacevole e intrigante anche per chi ha un’altra età e magari viene da lunghi anni di letture del genere, che permettono di apprezzare questo nuovo universo parallelo in cui si viene catapultati.

Tracy Chee ha studiato letteratura e scrittura creativa all’Università della California di Santa Cruz e ha conseguito un Master of Arts alla San Francisco State University. Traci è cresciuta in una piccola città con più mucche che esseri umani, e ora si sente a casa in montagna, in mezzo alla natura e alle sue meraviglie. Vive in California con il suo cane. La lettrice è il suo romanzo d’esordio.

Provenienza: acquisto del recensore.

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:: Everlasting Il nuovo mondo, di Anita Book (Golem, 2016) a cura di Elena Romanello

14 gennaio 2017
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La Golem edizioni propone un nuovo titolo per la sua collana dedicata alla narrativa fantastica con Everlasting Il nuovo mondo, di Anita Book, nome già noto come blogger letteraria e autrice di altri romanzi del genere.
Nelle pagine di Everlasting Anita Book ci porta in una Norvegia fredda e magica, dove vive il giovane Henrik Pedersen, costretto a crescere di colpo per occuparsi della sorellina e della mamma in preda alla depressione dopo la morte del padre. La vita di Henrik prosegue in maniera non esaltante nella cittadina di Trondheim, finché non cominciano ad emergere misteri dal fitto di un bosco eterno, esseri selvaggi che girano in quelle notti lunghissime e qualcuno gli offre una cura per far stare meglio sua madre, ad un prezzo altissimo.
Henrik dovrà lasciare la sua casa e andare nel mondo di Everlasting, abitato da creature fantastiche e non sempre benevole, per cercare di salvarlo: sulla sua strada incontrerà la bella principessa Frida, con segreti nascosti, a cui non resterà indifferente mentre la sua situazione in un mondo non suo diventerà sempre più critica e si chiederà anche perché è stato scelto.
Il fascino delle leggende del nord Europa, componente dell’immaginario che ha valicato i confini, affascinando gli autori Marvel e un’autrice come Joanne Harris, rivive nelle pagine di un libro che è un romanzo fantasy ma anche una storia di formazione, una ricerca di sé, una rielaborazione di un lutto, una riflessione sulle difficoltà di crescere e trovare un posto nuovo nel proprio mondo.
Everlasting Il nuovo mondo apre una nuova saga tra mondo reale e mondo alternativo, archetipi antichi e problemi moderni, presentando di nuovo ma in maniera non scontata il tema dell’eroe per caso che si confronta con peripezie al di sopra di sé, per salvare il suo mondo e un altro e trovare un nuovo scopo nella vita. Un libro divertente e non banale, di cui si aspetta il seguito.

Anita Book è una bookblogger/booktuber di ventotto anni. Il suo blog, L’Ora del Libro, racconta di lettura ai piccoli e grandi lettori innamorati. Adora le cupcakes e l’inglese; è segretamente innamorata di Stephen King e la sua musa ispiratrice è J.K. Rowling. Crede nell’esistenza di draghi, fate, sirene e altre creature fantastiche e ha un debole per le velette e l’oggettistica fandom. Suzie Moore e il nuovo viaggio al centro della Terra è il suo romanzo d’esordio, pubblicato da Dunwich Edizioni nel 2015. Ad oggi scrive articoli come giornalista freelance per la rivista letteraria Leggere:Tutti. Everlasting. Il nuovo mondo è il primo capitolo di una nuova saga fantasy. Il suo blog ufficiale è loradellibro.blogspot.com/

Source: dono della casa editrice, si ringrazia Francesca Mogavero dell’ufficio stampa.

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:: Il sogno di Keribe, Ilaria De Togni (Gargoyle, 2016) a cura di Elena Romanello

12 gennaio 2017
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La casa editrice Gargoyle, specializzata in narrativa di genere fantastico, è tornata nelle librerie, proponendo come primo titolo di questa sua rinascita Il sogno di Keribe, romanzo di un’autrice italiana suggestivo e pronto a dare una nuova visione di un genere amato ma a tratti forse inflazionato come il fantasy.
In un mondo alternativo insolito dove ci sono varie forze in gioco, esiste una dimensione oltre questo mondo, Keribe, un luogo onirico dove le coscienze ritrovano corporeità dopo la Prima Morte. Questo mondo è celato allo sguardo normale da quattro confini invalicabili: da uno di essi, Orlo, oscuro mare innavigabile, emerge Erinke, una ridestata, appartenente ad una stirpe sterminata secoli prima per i loro poteri. Tutti temono ancora le persone come lei, e il suo arrivo non passa inosservato, così come il fatto che è e resta profondamente umana come emozioni e sogni. I Guardiani dei Confini e la Resistenza, due forze in aperto contrasto, la cercano e Erinke sceglie di affidarsi a Nimpha, l’unica istituzione in grado di proteggerla.
Ruben la deve catturare per la Resistenza, ma il loro incontro sconvolgerà le vite di entrambi, scoprendo di essere uniti in ideali che porteranno Keribe sull’orlo di una guerra tra i mondi.
Una storia tra leggenda e interiorità, con un nuovo personaggio femminile interessante e insolito e una riflessione non da poco sulla paura per il diverso e l’insolito, che ha creato nella realtà e nella fantasia non pochi problemi e tragedie. Il mondo ideato da Ilaria De Togni è dominato da forze naturali che sono giudici insindacabili dei conflitti interiori e esteriori, con al centro di tutto chi combatte per sopravvivere e chi combatte per costruire un mondo per cui valga la pena sacrificare se stessi.
Più onirico di altri titoli ma non privo di azione e di suggestioni, Il sogno di Keribe svela una nuova voce del fantastico italiano, capace di creare un mondo che resta dentro: la storia può sembrare autoconclusiva, solo il tempo ci dirà se ritroveremo questo universo o altri della stessa autrice, mentre si attendono altri titoli in tema Gargoyle.

Ilaria De Togni è nata all’ombra delle mura medievali di Montagnana (Padova). Creativa per vocazione, fin da giovane si interessa di arte e simbologia, mito e psicologia. Si forma sulla letteratura pulp degli anni ’90 e 2000, incontra sulla sua strada le visioni oniriche di Alejandro Jodorowsky. Suona e canta in alcune band gothic metal locali, quindi si forma in comunicazione pubblicitaria e graphic design e diventa art director di un’importante azienda organizzatrice di eventi live. Il Sogno di Keribe è il suo romanzo d’esordio.

Source: dono della casa editrice, si ringrazia Sergio Vivaldi dell’ufficio stampa.

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:: Addio a Richard Adams, l’autore de La Collina dei Conigli, a cura di Elena Romanello

11 gennaio 2017

image_book-phpTra gli scomparsi di quest’ultimo periodo si segnala anche Richard Adams, morto a 96 anni, autore oggi un po’ dimenticato, almeno qui in Italia, ma protagonista di un’intensa stagione di successo tra anni Settanta e Ottanta.

Classe 1920, laureato in Storia ad Oxford, soldato durante la seconda guerra mondiale in Palestina, Europa e Estremo Oriente, membro del servizio civile britannico nel dopoguerra, attivista ambientalista, cominciò a raccontare alle figlie le storie sugli animali che poi diventarono oggetto dei suoi libri.

Il suo primo grande successo nonché il suo libro più famoso fu La collina dei conigli (Watership Down del 1972), trasposto anche in un film d’animazione e epica storia di un gruppo di conigli che cercano una nuova casa. Tra gli altri suoi libri di successo sono da citare il fantasy La valle dell’orso (Shardik, 1974), I cani della peste (The plague dogs, 1977), La ragazza sull’altalena (The girl in a swing, 1980) e La collina dei ricordi. Nuove storie dalla collina dei conigli (Tales from Watership Down, 1996).

Nei suoi libri si parla di animali e ambiente, ma anche d’amore e di mondi alternativi: a torto viene considerato un autore per ragazzi, quando in realtà ha aderito alla tradizione di storie fantastiche con protagonisti gli animali, che nei decenni hanno dato vita a capolavori come Il vento tra i salici e La fattoria degli animali.

Per il resto, Richard Adams ha vissuto per la maggior parte della sua vita nell’Hampshire, Inghilterra rurale, tenendo anche corso di letteratura in alcune città statunitensi. Vincitore di numerosi premi letterari, è rimasto in contatto con i suoi lettori fino a tempi recenti: in Italia le sue opere sono state pubblicate da Rizzoli e purtroppo non sono più disponibili nelle librerie, occorre affidarsi all’usato o alle biblioteche, e non sarebbe male poterlo riscoprire come autore di storie che possono essere ancora molto interessanti, oltre ad essere ormai diventate dei classici, soprattutto per quello che riguarda La collina dei conigli.

:: Un’ intervista con Roberto Gerilli, a cura di Elena Romanello

2 gennaio 2017

117_bigLiberi di scrivere ha recensito qualche tempo fa il divertentissimo Questo non è un romanzo fantasy, tra il nerd e il fantasy, ambientato a Lucca Comics and Games. Ora abbiamo incontrato Roberto Gerilli, l’autore, per farci raccontare qualcosa di più sul come e perché di questo libro.

Come e perché è nata l’idea di Questo non è un romanzo fantasy?

L’idea è nata durante la mia prima visita al Lucca Comics and Games, nel 2011. Avevo sempre sentito parlare della manifestazione ma con i miei amici non eravamo mai riusciti a organizzarci. Quell’anno andammo (per soli due giorni, partenza alle 5 di mattina, albergo a Montecatini, massacrante) e fu una folgorazione. La svolta però c’è stata quando grazie ad alcune amiche sono entrato in contatto con le comunità dei cosplayer e delle fangirl: sono una miniera inesauribile di fantasia.

Come sei entrato in contatto con il mondo nerd?

Sono sempre stato un nerd anche se non lo sapevo. Per anni ho pensato che i nerd fossero quelli in stile “uomo dei fumetti” dei Simpson (ne avevo conosciuti alcuni di quel tipo) per cui pensavo di avere molte passioni in comune con i nerd ma di non esserlo io stesso. Poi ho capito che (per fortuna) la comunità nerd è molto più sfaccettata e varia di quello che credevo, e io ne avevo fatto sempre parte.

Racconti Lucca Comics and Games: cosa è per te questa fiera?

Il Lucca Comics and Games è come il Paese delle meraviglie o L’isola che non c’è: un luogo in cui non sei costretto a crescere o in cui puoi tornare bambino. L’atmosfera che si respira in quei giorni… mi mette di buon umore anche solo a pensarci. ahahah

Qual è l’aspetto del mondo nerd che ti piace di più? E quello meno?

Ti rispondo indicandoti due personaggi di Questo non è un romanzo fantasy: Alessandra e Paolo Ziti. La prima è una cosplayer, una fangirl, una whovian, una ragazza che non si vergogna di credere nei suoi sogni. Incarna tutta la fantasia, la spensieratezza e l’allegria del “lato chiaro della Forza”. Sono gli aspetti che più amo del mondo nerd. Nel polo opposto c’è Paolo Ziti, un blogger che adora stroncare i romanzi, umiliare gli “indegni”, e che giudica la nerditudine delle persone solo in base al loro livello di conoscenza. È la personificazione dell’Uomo dei fumetti di cui parlavo sopra, il nerd che si prende troppo sul serio, il lato oscuro di questo mondo. Per fare capire la mia posizione a riguardo, faccio sempre l’esempio delle spade laser di Star Wars: c’è chi non dorme la notte per fare ricerche e scoprire se sono fisicamente possibili o meno, e chi le adora perché sono colorate e fanno swoosh. Io appartengo (con grande fierezza) al secondo gruppo.

Prossimi progetti?

Lo scorso 10 ottobre è uscito il mio nuovo romanzo Vietato leggere all’inferno. L’ho pubblicato all’interno del progetto Speechless Books ed è scaricabile gratuitamente in tutti gli store online. È un thriller/pulp ambientato in un mondo in cui la letteratura è considerata una sostanza stupefacente, un mondo molto più simile al nostro di quello che si potrebbe pensare (e sperare). È una storia a cui tengo molto ed è una storia nerd, ovviamente. Consiglio a tutti di leggerla, soprattutto perché è gratis! http://www.vietatoleggere.com

:: Un’ intervista con Franco Pezzini, a cura di Elena Romanello

31 dicembre 2016

97Qualche giorno fa abbiamo parlato su Liberi di scrivere di Victoriana, ultima fatica di Franco Pezzini uscita per Odoya in cui racconta una fascinazione per un’epoca e una cultura nata in quel periodo. Ora abbiamo chiesto all’autore qualche informazione in più sul suo libro.

Come nasce l’idea di ‘Victoriana’?

A monte del volume ci sono varie cose, a partire dalla mia passione per il mondo vittoriano. Il titolo è quello di una serie di pezzi che ho iniziato a pubblicare sulla webzine Carmilla online quando ancora non facevo parte della redazione. L’editore li ha notati, e la proposta è stata di fare un volume complessivo sul tema. Odoya sta varando da anni una serie di eccellenti Guide su generi letterari e cinematografici, però in questo caso si trattava di qualcosa di diverso, uno specchio d’epoca, e non volevo dare l’impressione di un clone di Wikipedia con voci di letteratura, storia, antropologia… Tanto più che mi pareva importante mantenere una certa “freschezza” legata a eventi che via via avevano ispirato quei testi (uscite di libri ma anche di film in sala o invece di dvd di culto, o magari mostre d’arte) e anche all’originalità di chi li aveva promossi: insomma la scelta è stata di mantenerne lo spirito “contingente”. Una parte di questi articoli di ‘Carmilla’ (non tutti, per vari motivi) è così entrata in versione riveduta, corretta e naturalmente aggiornata nel volume, ma insieme a materiali altri: contributi – anche questi più o meno modificati – che avevo scritto per ‘L’indice’ o per ‘LN_LibriNuovi’, o invece pagine nuovissime su ulteriori temi che pareva importante inserire. Una formula forse un po’ anarchica per cui mi piace l’immagine della lanterna magica, tanto più come evocata da Le Fanu in Carmilla (stavolta il romanzo): “vivid as the isolated pictures of the phantasmagoria surrounded by darkness”.

Perché oggi c’è ancora tutto questo interesse per l’universo vittoriano?

Per parecchi motivi, ma mi limito qui a citarne alcuni fondamentali.
Pensiamo agli eroi e antieroi della narrativa popolare vittoriana (Alice, Holmes, Dracula eccetera), poi non solo continuamente riproposti in libreria, ma traghettati in una quantità di film e telefilm di successo, fumetti, giochi di ruolo e derivati vari, indefinitamente incrociati in pastiche, oggetto di infiniti apocrifi e gruppi Facebook. Il loro valore è realmente quello di eroi del mito, sia pure su un palcoscenico diverso da quello dei miti antichi.
Ancora, pensiamo al peso di quella narrativa e di quell’arte sorti in un mondo (in qualche modo) globalizzato tramite l’impero britannico, e che hanno influito sull’immaginario a livello planetario: un autore come Dickens, per esempio, o i pittori preraffaelliti rappresentano espressioni culturali note praticamente a chiunque, in tutto il mondo, almeno come paradigmi.
Pensiamo poi al rapporto tra la pressione moralizzatrice di quell’epoca e tutto ciò che vi resta “sotto”, alluso, compresso: la sessualità, l’eros… dove proprio la compressione evoca qualcosa di infinitamente più forte e provocatorio di tanta sguaiata sessualizzazione da pubblicità di yogurt o di automobili che ci troviamo davanti oggi.
E pensiamo allo stesso rapporto tra l’impero retto da una donna come la regina Vittoria – a suo modo eccezionale e normalissima, in grandezze e limiti – e una serie di battaglie sociali, politiche e sessuali che in quegli anni anticipano da lontano quelle del nostro mondo.
Se poi si aggiunge la fascinazione estetica per un certo tipo di oggetti, abiti (il look neovittoriano oggi tornato di moda) eccetera, si comprende che il nostro orizzonte immaginale è per forza condizionato da quel teatro d’epoca – sia pure ampiamente reinventato al filtro di derivati cinematografici, fumettistici eccetera – sulla base delle nostre categorie.

Quali sono le tue icone personali legate a quel periodo?

Qualcosa è già emerso… Comunque Holmes, i personaggi del Dracula, Carmilla, Alice, i maghi della Golden Dawn, però anche tante altre figure, immaginarie o storiche, frequentate in anni e anni di letture, visioni di film (come gli Hammer, tanto intensamente “vittoriani”) e in fondo di sogni.
Ma aggiungerei anche icone di luoghi: da appassionato frequentatore di panorami britannici – qualcosa emerge anche nel libro – non posso dimenticare questa dimensione geografica. Rileggere The Hound of the Baskervilles in pieno Dartmoor, come ho avuto modo di fare qualche anno fa (e al mattino trovavo la copertina completamente incurvata dall’umidità sul comodino del B&B) è un’esperienza che può aggiungere qualcosa alla comprensione del libro.

Tra le iniziative contemporanee, film, mostre e simili, quali sono state secondo te quelle più valide verso questo mondo?

Limitandomi a quelle davvero contemporanee, di primo acchito mi vengono da citare gli Sherlock Holmes con Robert Downey Jr. (deliziosi, fantasiosissimi) e la geniale serie televisiva Penny Dreadful, che riesce a rileggere la forma delle candide e folli macedonie all monsters degli anni Quaranta in chiave brillante e davvero inquietante. Poi, ovvio, c’è un vittorianesimo riflesso anche in serie intelligenti come lo Sherlock (post)moderno con Benedict Cumberbatch – mi ci trovo di meno, ecco tutto.

Prossimi progetti?

Tanti… e mi limito qui a quelli editoriali più vicini e già in corso di definizione. A partire da due nuovi testi per Odoya in uscita nel prossimo anno, rispettivamente sull’Asino d’oro di Apuleio e sul Satyricon di Petronio, sorta di inviti alla lettura un po’ in stile Victoriana, e derivati dei miei corsi torinesi alla Libera Università dell’Immaginario. L’idea e l’invito è di tornare a riappropriarci di una serie di classici: non per sostituirmi con la mia perifrasi ai narratori, ma anzi per rinviare con un approccio un po’ pop a pagine che vanno assolutamente riprese in mano anche da un pubblico non specialista. Teniamo presente per inciso cosa ha significato l’‘Asino d’oro’ per il fantastico moderno. E del resto un lettore un po’ particolare come l’occultista Aleister Crowley, in un’appendice della sua summa ‘Magick’, consiglia sia ‘Asino d’oro’ che ‘Satyricon’ come “preziosi per coloro che hanno lo spirito per capirli”… Insomma, una bella sfida.
Poi nel 2017 uscirà finalmente dopo una gestazione di anni una raccolta di saggi di parecchi amici scrittori – tutti straordinari – curata con Fabrizio Foni per Cut-up, ‘Jolanda & Co. Le donne pericolose’, dove a partire da una provocazione salgariana ci concederemo scampagnate su vari fronti dell’immaginario: lì io mi occupo di donne pirata.

Grazie per lo spazio che mi è stato concesso.

:: Zitelle, Kate Bolick (Sonzogno, 2016) a cura di Elena Romanello

30 dicembre 2016
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Il femminismo ha sdoganato molti comportamenti e modi di vivere per le donne, soprattutto qui in Occidente, ma non mancano i ritorni indietro e soprattutto resta ancora un po’ tabù il fatto che ci siano ragazze di tutte le età che non ci tengono a sposarsi e non vogliono essere bollate come infelici e incompleto.
Kate Bolick, giornalista e autrice, parte da un suo articolo di qualche anno fa in tema per costruire Zitelle, saggio gustoso che difende la scelta sua e di tante altre donne di non sposarsi, ricordando in partenza una frase che purtroppo si è ancora in molte a sentirsi dire: Chi sposerò? E quando?
Il libro è a metà strada tra un memoir personale sul come e perché l’autrice non si è sposata e un trattato sulla vita delle donne libere fuori e dentro negli Stati Uniti a partire dall’Ottocento, per arrivare a quella che oggi è una scelta condivisa da una maggioranza crescente di donne americane.
Per arrivare a questo c’è stata un’evoluzione e Kate Bolick parla dei suoi modelli, citando alcune icone protofemministe come la poetessa Edna St. Vincent Millay, di cui non ricorda purtroppo il suo impegno per far scagionare Sacco e Vanzetti, la scrittrice Edith Wharton, che nei suoi libri, a cominciare da La casa della gioia denunciò anche come fosse difficile per una donna non sposarsi, l’eclettica Maeve Brennan, che ispirò il personaggio di Holy Golightly in Colazione da Tiffany di Truman Capote, distrutto nell’adattamento filmico da un irritante lieto fine tradizionale.
Queste donne, in anticipo sui loro tempi, hanno ispirato l’autrice e possono ispirare anche chi legge il libro, molto americano negli intenti sociali e storici, ma in ogni caso divertente e godibile, per raccontare storie di tenacia, di affermazione, di avventure di vita. Un libro quindi per riflettere su come le idee e le azioni di donne che hanno precorso i tempi, ma anche per guardarsi dentro, per scoprire il modo di costruirsi una vita gratificante, assaporando la giovinezza o godendosi la mezza età e il poter finalmente farsi gli affari propri.
Ma Kate Bolick lancia anche un chiaro messaggio non solo per le single ma per tutte le donne: si può essere “zitelle” dentro. Perché vivere da sole non è una condizione imbarazzante a cui sfuggire, ma può essere una forma, esigente e appagante, di libertà.
Un libro per tutte le donne, quindi.

Kate Bolick vive a Brooklyn, insegna alla New York University e collabora con le maggiori testate americane, tra cui l’«Atlantic», il «New York Times», «Elle» e «Vogue». Qualche anno fa pubblicò un articolo memorabile in cui dichiarava di preferire una vita da single a un matrimonio mediocre. Il testo fece il giro del mondo e ispirò questo speciale memoir, diventato subito un caso editoriale. Zitelle è già stato tradotto in diverse lingue; il «New York Times» l’ha riconosciuto come uno tra i migliori libri del 2015.

Source: inviato dall’editore al recensore, si ringrazia l’Ufficio stampa Sonzogno.

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:: La solitudine delle stelle lontane, Kate Ling (HotSpot, 2016), a cura di Elena Romanello

21 dicembre 2016
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Anno 84 della Missione, la nave spaziale Ventura è in viaggio infatti da ottantaquattro anni verso il sistema stellare Epsilon, da cui è arrivata una remota richiesta di contatto: ci arriverà tra duecentosessanta anni, con i discendenti dell’equipaggio di oggi, che non conosceranno mai cosa vuol dire vivere su un pianeta abitabile, sulla terraferma, ma solo il buio dello spazio.
In questa microsocietà strutturata e basata su rigide regole, dalla scuola alle unioni che bisogna fare per garantire una discendenza che un giorno arriverà forse a colonizzare un nuovo pianeta, la giovane Seren ha appena visto morire la nonna, l’ultimo essere sulla nave che ricordava ancora la Terra. Alla fine della scuola scopre che dovrà unirsi con Ezra Lomax, ragazzo che non sopporta, ma incontra Domingo Suàrez, un ragazzo con delle ombre nel suo passato per aver trasgredito alle regole di Ventura. Tra i due nasce l’amore, contro tutto e tutti, proprio mentre l’astronave arriva nelle vicinanze di un possibile pianeta abitabile, che potrebbe essere una soluzione di fronte ad un peregrinare senza fine e senza prospettive.
Sarebbe facile liquidare questo romanzo come l’ennesima storia young adult, che usa il fantastico come filtro per raccontare un triangolo: in realtà, per fortuna, nelle pagine de La solitudine delle stelle lontane c’è molto di più, e non solo una storia di formazione e di ricerca di una propria identità, ma anche una variante interessante su un genere che risorge sempre dalle proprie ceneri come la fantascienza.
I viaggi nello spazio sono, grazie a serie tv popolari come il sempre verde Star Trek, un tema principe del genere fantascientifico: in realtà, ipotizzare un viaggio nello spazio ha alcuni ostacoli insormontabili, a cominciare da quello, non risolto nemmeno nel futuro ipotizzato da Kate Ling, di non riuscire a superare la velocità della luce, e quindi dal dover pensare a astronavi generazionali di persone che dovranno per secoli vivere e riprodursi nello spazio in attesa che i discendenti di chi partì un giorno dalla Terra trovino un nuovo pianeta dove vivere.
Una prospettiva affascinante e angosciante, alla base di una distopia sull’astronave dove non si è costruita una società ideale come quella ipotizzata sull’astronave Enterprise, ma un mondo chiuso, basato su regole che alla lunga vanno strette e che forse bisogna pensare ad infrangere. La storia di una ribellione, certo, ma anche un modo per scampare a un destino ipotizzato da altri come scenario di un futuro possibile, in cerca di un mondo ideale talmente remoto da risultare impossibile.
La solitudine delle stelle lontane si rivolge ad un pubblico di adolescenti, ma non solo come del resto i libri della collana Hot spot di Castoro: gli appassionati di fantascienza più attempati troveranno tematiche e visioni che magari li hanno già affascinati decenni fa, nell’eterna ricerca di una casa e di una felicità fuori nel cosmo e nell’impossibilità oggi di realizzare in pieno questa utopia.

Kate Ling è nata e cresciuta a Londra, dove ha conseguito un master di scrittura creativa. Negli ultimi dieci anni ha lavorato come bibliotecaria nelle scuole di tre diversi continenti e come coordinatrice dei programmi di letteratura nelle scuole. Appassionata di fantascienza e viaggi, debutta con La solitudine delle stelle lontane. Il suo sito ufficiale è http://www.kateling.co.uk

Provenienza: libro inviato dall’editore, si ringrazia l’ufficio stampa Castoro.

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:: I dodici bambini di Parigi, Tim Willocks, (Multiplayer Edizioni, 2014) a cura di Elena Romanello

20 dicembre 2016
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Nella Parigi in festa per il matrimonio nel 1572 tra Enrico di Navarra e Margherita di Valois, ma dove scoppierà l’eccidio ai danni dei protestanti destinato a passare alla storia come il massacro di San Bartolomeo, giunge Mattias Tannhauser, uomo che ha alle spalle una storia tormentata, di combattente tra Oriente e Occidente. Vuole ricongiungersi alla moglie Carla, incinta e quasi al termine della sua gravidanza, che è stata invitata ai festeggiamenti per le nozze, ma che sparisce nelle ore concitate successive al massacro, rapita dalla banda di pitocchi di Grymonde, mentre Mattias si trova imprigionato al Louvre, al centro di una cospirazione che vuole la sua morte, per questioni del suo passato e presente che danno non poco fastidio a vari potenti.
Mattias e Carla erano già protagonisti di un libro uscito qualche anno fa per Cairo editore, Religion, che raccontava il loro incontro sullo sfondo dell’assedio di Malta ad opera degli ottomani una decina d’anni prima dei fatti narrati qui. I dodici bambini di Parigi è godibilissimo anche senza aver letto il primo capitolo, che però aggiunge dettagli di comprensione importanti.
Tim Willocks, considerato da alcuni come l’erede di Alessandro Dumas padre e insignito a Verona del premio Salgari come migliore romanziere contemporaneo di avventura, porta in un mondo crudo e spietato, in uno dei momenti peggiori della Storia europea, durante uno dei fatti più vergognosi e intolleranti, oggi forse dimenticato ma che non è male da ricordare per non dimenticare nessuna discriminazione e nessuna vittima del fanatismo che trascinò nella follia parigini e non di tutte le classi sociali. L’autore costruisce un intreccio avventuroso e appassionante, ma realistico e non idealizzante, per raccontare quei giorni là, in una città che crollò sotto i colpi dell’integralismo religioso, non alieno a nessuna cultura. Un libro d’avventura ma anche una storia per non dimenticare, per appassionarsi tra corti corrotte e bassifondi restituiti con realismo e senza melensaggi purtroppo presenti per tanto tempo in tanti romanzi storici. Mattias e Carla sono personaggi a cui è facile affezionarsi, ma restano nel cuore anche i 12 bambini del titolo, simbolo di ogni vinto di tutte le epoche, da quella Parigi là alla Siria e ai barconi di oggi.

Tim Willocks, britannico, classe 1957, è psicologo, attivista sociale nella lotta contro le tossicodipendenze, cintura nera di karate, sceneggiatore e scrittore di thriller e romanzi storici. Ha scritto i romanzi thriller Bad City Blues (1991), Il fine ultimo della creazione (Green River Rising, 1995), Re macchiati di sangue (Bloodstained Kings, 1996) e Doglands (2011) e gli storici Religion (The religion) e I dodici bambini di Parigi (The twelve children of Paris). Da alcuni anni risiede in Irlanda.

Source: libro preso in prestito nelle biblioteche del circuito SBAM.

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:: Leonid, Frédéric Brrémaud e Stefano Turconi (Star Comics, 2016) a cura di Elena Romanello

19 dicembre 2016
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La Star Comics presenta una graphic novel che non mancherà di piacere agli amanti dei gatti, frutto di una collaborazione franco italiana tra Frederic Brrémaud e Stefano Turconi.
Nelle colorate pagine vive l’epopea di Leonid, gatto che abita in un sobborgo residenziale in mezzo al verde, dove è libero di entrare e uscire dalla sua casa e di conoscere altri gatti, sia selvatici che domestici. Il tutto sembra perfetto, tra amicizie che nascono, scorribande, pappe e coccole, finché nella fattoria in fondo alla strada alcuni agnellini vengono massacrati da qualche belva sconosciuta. Il fattore decide di liberare i suoi feroci cani da guardia, per dare la caccia all’assassino, senza tenere conto che questi animali non fanno nessuna differenza tra i gatti e sono un pericolo per tutti.
Leonid e i suoi amici a quattro zampe, felini ma non solo, iniziano a far luce su quello che è successo, scoprendo un’inquietante verità ma anche un passato tragico che torna, di qualcuno che una volta era proprio come loro, un animale coccolato e amato.
Il filone di storie con animali protagonisti, tra l’avventuroso, il fantastico e la denuncia sociale, trova in Leonid un nuovo capitolo interessante, per una storia che comprende al suo interno sia libri che graphic novel, con nomi illustri come Il vento tra i salici, La collina dei conigli e la serie Warrior Cats. Qui gli animali non sono umanizzati come avevano fatto a suo tempo due artisti come Beatrix Potter e Walt Disney, sono animali a tutti gli effetti, con le loro caratteristiche, ma nello stesso tempo sono metaforici della vita umana e dei suoi problemi e questioni.
I temi di fondo sono due: la storia di formazione e la denuncia del dramma dell’abbandono degli animali domestici. Leonid compie un processo di cambiamento, da gatto appena adulto a essere consapevole di se stesso e delle sue azioni, scoprendo realtà nascoste, che possono aver toccato i suoi simili, abbandonati, dimenticati, buttati per strada verso un destino non certo felice.
Leonid è una bella storia per i più giovani, con disegni in tinta pastello che incantano senza rinunciare al raccontare anche situazioni reali anche se restituite in toni romanzeschi, con un incontro tra mondi e modi di vita diversi sempre ricco di interesse. Ma alla fine può piacere e appassionare a tutte le età, in particolare se si amano i gatti, personaggi versatili in tanto immaginario anche fantastico e fumettistico.

Frederic Brrémaud, classe 1973, è uno sceneggiatore francese. Estremamente prolifico e versatile, ha firmato serie di successo quali, per esempio, Love (con Federico Bertolucci), Drakka (con Lorenzo De Felici) e Chats! (con Paola Antista).

Stefano Turconi, classe 1974 è un disegnatore diplomato all’Accademia di Brera e alla Scuola d’Arte del Castello Sforzesco di Milano, in forza poi all’Accademia Disney come allievo di Alessandro Barbucci. Ha collaborato a varie testate come Topolino, PK e W.I.T.C.H., e dal 2001 comincia a collaborare con il gruppo di autori Settemondi Studio. Continua poi la sua collaborazione in casa Disney nsieme alla sceneggiatrice Teresa Radice con cui realizza la graphic novel Il Porto Proibito, uscito per Bao nel 2015 vincitore del premio Gran Guinigi a Lucca Comics 2015 e del Premio Micheluzzi al Napoli Comicon 2016.

Provenienza: acquisto del recensore.

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