:: Recensione di Babooshka di Luigi Bernardi (Perdisa – EPop, 2012) a cura di Giulietta Iannone

1 dicembre 2012 by

babooIn uno scenario apocalittico, a seguito di una crisi non precisata,  la rendicontazione dei disastri non lascia spazio alla speranza. Il mondo è in preda all’isteria. Scoppiano nuove guerre, gli attacchi terroristici sono sempre più mirati, tecnicamente perfetti. La violenza dilaga, come direbbe un cronista a corto di parole, un uomo, una donna e un cane vivono isolati in una casa sul mare. L’isolamento, la solitudine sembrano le uniche cose a garantire la sopravvivenza in un mondo incrudelito in cui spadroneggiano bande armate. Il pianeta è ormai punteggiato di enclavi nelle quali insiemi vagamente omogenei inseguono la permanenza in vita. Ogni gruppo prova a isolarsi dal resto del mondo, costituisce la propria comunità in luoghi il più possibile appartati.
La civiltà è al collasso, la società civile un ricordo vago e confuso. Si stampano ormai pochi giornali e ancora meno riviste. Poche pagine, molte fotografie, la pubblicità ormai assente, così come la politica nazionale, dissolta in un pateracchio improbabile che cerca altrettanto improbabilmente di salvare il salvabile.
Dell’uomo, testimone di questa rovina e voce narrante del racconto, in cui non è difficile vedere riflesso l’autore, sappiamo poco della sua vita precedente quando c’era l’elettricità, i computer e il mondo come lo conosciamo noi, intravediamo solo qualcosa della sua personalità: ha una mente lucida e analitica, calcola i pro e i contro con razionale concretezza, lasciando quasi nulla al caso anche se poi una imprudenza segnerà un evento fondamentale della narrazione, è dotato di un feroce realismo con cui giudica non lasciando prevalere il pessimismo, e grazie ad una amara ironia stempera l’accettazione della sua fragilità e debolezza, non accettata passivamente. Della donna, amata con tenerezza dal personaggio principale, sappiamo il nome, Maddalena, e avvertiamo la sua forza, la sua bellezza e sensualità, la sua vitalità, la sua concreta ragionevolezza e praticità. E’ un personaggio femminile concreto, delicato e allo stesso tempo solido che trasmette coraggio e risolutezza, positività e determinazione. Poi in ultimo, ma non meno importante degli umani, c’è Babooshka, una femmina di pastore maremmano, il pelo lungo, bianco, gli occhi scuri e la stazza imponente  che sceglie e adotta i protagonisti e decide di prendersene cura, di difenderli, di concedergli la sua fedeltà, il suo amore. Poi un evento destabilizzante, un vulcano, il Vesuvio mai nominato, esplode e porta con se morte e annientamento. Per rendersene conto, per accettare quell’evento, quasi attratto in maniera violenta, il protagonista decide di recarsi sul luogo della distruzione. Porta con sé Maddalena e Babooshka e inizia il viaggio, avventuroso, imprevedibile, pericoloso e necessario.
Babooshka di Luigi Bernardi, in uscita il 6 dicembre, quarto titolo della collana ePop, racconti proposti esclusivamente in formato digitale e impreziositi dalle copertine di Ivana Stoyanova, ispirate ai test di Rorschach, è un racconto che rivisita e destrutturalizza un genere, la letteratura apocalittica, passato dalla fantascienza alla narrativa letteraria non di genere, grazie anche autori come Cormac McCarthy che ne La strada ha svincolato il genere dalle precedenti caratterizzazioni sensazionalistiche, facendone un manifesto della crisi del mondo contemporaneo e della conseguente degenerazione che porterà il nostro mondo all’inevitabile estinzione. Filosoficamente ed eticamente complesse sono le riflessioni che sgorgano intorno alla fine del mondo o meglio della società come ora la consociamo. Si dissolveranno i rapporti esistenti, gli equilibri, il concetto stesso di umanità e la crisi globale che il mondo ormai attraversa rende non tanto fantascientifiche né le premesse, né le conseguenze, ma forse il mondo continuerà ad esistere, con scampoli di umanità sopravvissuta e temprata dalla dura legge della sopravvivenza. Bernardi mi invita a non cercare di capire tutto, a lasciare libera l’immaginazione e questo è il consiglio migliore da dare a chi si avvicina alla lettura di questo racconto. Babooshka è un racconto breve e fatto di suggestioni, di archetipi rivisitati e resi essenziali. C’è l’evento terrificante, cataclismatico, e atteso come potrebbe essere il Big One in California a cui non si pensa ma si sa che il suo possibile verificarsi non è pura immaginazione. La paura dell’ignoto, dell’imponderabile, e il fascino che gli eventi lontani da ogni controllo umano, suscitano sgomento. C’è un mondo al di là della legge e l’ordine, un mondo in dissoluzione. C’è un rapporto tra un uomo e una donna, solidali, uniti, stretti contro il disastro. C’è un cane, che in un mondo di rapporti sociali frantumati, mantiene l’etica del branco, affida la sua vita ai suoi amici-genitori umani.

Luigi Bernardi è narratore, sceneggiatore e drammaturgo. Ha scritto alcuni libri sui rapporti fra crimine e contemporaneità, fra i quali: “A sangue caldo” (DeriveApprodi, 2001), “Pallottole vaganti” (DeriveApprodi, 2002), “Il male stanco” (Zona, 2003). Come narratore ha pubblicato un libro per ragazzi, i romanzi “Tutta quell’acqua” (Dario Flaccovio, 2004), “Atlante freddo” (Zona, 2006), “Senza luce” (Perdisa Pop, 2008), “Niente da capire” (Perdisa Pop, 2011) e quattro raccolte di racconti, la più recente delle quali è “Maddalena e le apocalissi” (Senzapatria, 2011). Per il teatro ha scritto: “Colpevole” (2003), “La conta” (2005, nuova edizione 2008), “Gaijin!” (2006, ripreso anche in un libro illustrato da Onofrio Catacchio e pubblicato da Black Velvet) e “I tempi stanno per cambiare” (2007), quest’ultimo insieme a Rosario Palazzolo. Per il fumetto ha sceneggiato “Fantomax/Non temerai altro male”, disegni di Onofrio Catacchio (Coconino Fandango, 2011) e “Carriera criminale di Clelia C.”, disegni di Grazia Lobaccaro (Black Velvet, 2011). Vive e lavora a Bologna, di cui ha raccontato storie e memoria in: “Macchie di rosso” (Zona, 2002). Il suo sito internet è www.luigibernardi.com.

:: Segnalazione di La borsa e la vita di Anders Bodelsen (Iperborea, 2012)

30 novembre 2012 by

17_piatto_altaDal 30 novembre in libreria

Traduzione dal danese di Karen Tagliaferri

Titolo originale: Pengene og livet (1976)
pp. 216 – € 15,50

Collana Ombre – N. 17

Torna il cassiere di banca Flemming Borck alle prese con nuove, rocambolesche avventure criminali. Dopo Pensa un numero, La borsa e la vita, uscito nel 1976, continua a raccontarci le appassionanti vicende dell’irresistibile antieroe di Anders Bodelsen.

Il libro – È il 1968, un’onda di sogni e contestazioni sta travolgendo la società, ma Flemming Borck la sua rivoluzione l’ha già fatta, quando per fuggire dalla mediocrità della sua vita di cassiere di banca ha ceduto alla tentazione di fregare un rapinatore e intascarsi il bottino. Mantenuta l’immagine di impiegato al di sopra di ogni sospetto, da allora la sua seconda vita è una spirale di ricatti, doppi giochi e maldestri inseguimenti, che lo ha portato dai gelidi inverni danesi alle torride spiagge della Tunisia, e lo ha trasformato, un po’ per errore un po’ per necessità, in un assassino. Perché Borck è tenuto in scacco dal folle Sorgenfrey, il bandito visionario che ha lasciato a bocca asciutta, e dalla sua compagna Alice, gelida truffatrice giramondo. E in un’inevitabile resa dei conti con il crimine e i propri rimorsi, si troverà a dover salvare non solo la propria pelle ma anche quella di un innocente bambino, emblema della rifiutata “normalità” che è ora il suo sogno di liberazione. Sullo sfondo di un’avventura all’ultimo respiro che ha la patina originale del poliziesco anni Sessanta, l’ironia sottile di Anders Bodelsen indaga l’eterno interrogativo dell’individuo di fronte alla sua coscienza e alla società: cosa saremmo disposti a fare per cambiare la nostra vita?

L’autore – Anders Bodelsen  prolifico autore danese nato nel 1937, è uno dei maggiori rappresentanti della corrente neorealista degli anni Sessanta. I suoi thriller esplorano le ripercussioni sociali del materialismo, le contraddizioni della classe media, e spesso colgono persone comuni spinte a varcare i confini della moralità. Pensa un numero (Iperborea, 2011), uscito per la prima volta nel 1968 è il suo romanzo più famoso, tradotto in un film con Bibi Andersson e poi nel remake americano L’amico sconosciuto (1978) con Elliot Gould. La borsa e la vita è un classico della letteratura danese del 1976, pubblicato in Italia due anni più tardi.

:: Segnalazione di Una notte di Natale a New York di Henry Kane (Polillo – IMastini, 2012)

30 novembre 2012 by

una notteUna notte di Natale a New York  di  Henry Kane 

Prezzo, € 14,90. Dati, 224 p.

Editore, Polillo. Collana, I mastini.

(in uscita il 6 dicembre)

Peter Chambers, l’investigatore privato con un debole (ricambiato) per le belle donne già conosciuto in Una rossa e quattro dentisti morti (I Mastini n. 7) non può resistere alla richiesta della sua affascinante collega Gene Tiny di occuparsi di una piccola faccenda per lei. La detective era stata assunta dal gangster Barney Bernandino perché gli procurasse un misterioso incontro “d’affari” con Sheldon Talbot, uno scienziato che si supponeva fosse morto tempo prima in un incidente e che invece vive sotto falso nome. Ma la vigilia di Natale, subito prima di quell’appuntamento, Gene Tiny è stata arrestata per guida in stato d’ebbrezza e ora si è rivolta a Chambers affinché mantenga i contatti con i due uomini fino all’udienza per il suo rilascio. In fondo si tratta di un incarico poco impegnativo, ben remunerato e da sbrigare in poche ore, se non che… Non appena l’investigatore mette piede nell’appartamento dello scienziato e scopre che il finto morto stavolta è morto per davvero, si trova implicato in una vicenda che ruota intorno ad antichi gioielli rubati e vede coinvolti alcuni gangster e un manipolo di bellezze attratte – chi più chi meno – dal nostro eroe. Un divertente e movimentato Natale a New York in un hardboiled del 1951.

Recensione

Henry Kane (1908-1988), nato a New York, svolse per alcuni anni la professione di avvocato prima di dedicarsi a tempo pieno alla scrittura. L’esordio avvenne nel 1947 con A Halo for Nobody (intitolato anche Martinis and Murder) nel quale fece la sua prima apparizione il suo personaggio per eccellenza, l’investigatore privato Peter Chambers che sarebbe comparso in ventotto romanzi e in alcuni racconti. La produzione di Kane fu molto copiosa, una sessantina di opere, alcune delle quali firmate con diversi pseudonimi (Anthony McCall, Kenneth R. McKay, Mario J. Sigola e Katharine Stapleton), e numerosissimi racconti pubblicati su vari periodici tra i quali Esquire, Redbook, Saturday Evening Post, Cosmopolitan. Grande appassionato ed esperto di jazz, nel 1962 diede alle stampe How to Write a Song, un volume di interviste a celebri protagonisti del mondo musicale come Duke Ellington, Hoagy Carmichael, Johnny Mercer, Dorothy Fields, Noël Coward. Per la televisione Kane scrisse la sceneggiatura di alcuni episodi di The Alfred Hitchcock Hour, mentre per il grande schermo curò la riduzione di due romanzi della serie dell’87° Distretto di Ed McBain. Una notte di Natale a New York (A Corpse for Christmas) fu pubblicato originariamente nel 1951.

:: Un’ intervista con Anna Bulgaris a cura di Elena Romanello

29 novembre 2012 by

Il catalogo di letteratura al femminile della Leggereditore si è arricchito di una nuova voce italiana, quella di Anna Bulgaris, che ne La notte del vento e delle rose racconta una storia d’amore, passione, rimpianto sullo sfondo della repressione dei moti rivoluzionari fatta dai Borboni e dagli inglesi tra Napoli e Palermo nel 1799. Un romance storico ma non solo.

Come sei arrivata a scrivere e pubblicare La notte del vento e delle rose?

È partito tutto da una considerazione sulla vita: l’amore spesso non basta. Così un giorno pensandoci un po’sopra sono cominciati a radunarsi un sacco di: e se lei fosse così? E se lui non la capisse ma non potesse fare a meno di lei? Una domanda dopo l’altra, e il primo abbozzo di trama si è delineato e ha preso vita. C’è voluto del tempo prima che tutto combaciasse, ambientazione, avvenimenti storici, personaggi. Una volta chiara la trama ho cominciato la stesura definitiva. Pubblicare è stato un po’ più complicato. Ho inviato il romanzo alle case editrici che si occupavano di romance, e a quanto pare ho trovato il momento giusto.

Il tuo libro parla di una pagina poco nota del pre Risorgimento italiano: come mai questa scelta?

La storia mi ha sempre affascinato, e quella italiana offre una miriade di possibilità. Intrighi, misteri, avventure, insomma l’ambientazione ottimale per il romanzo che avevo in mente. Quando poi la storia si unisce a quella di altri paesi, gli orizzonti si allargano e così si ha una visione più ampia di alcune dinamiche che spesso restano nascoste. Gli inglesi nel regno di Napoli… come conciliare due mentalità fondamentalmente diverse? Sono partita da lì, e poi non sono riuscita a fermarmi.

Quali sono i tuoi maestri e ispiratori tra scrittori e scrittrici?

Leggo ininterrottamente da quando avevo sei anni, non c’è mai stato un momento della mia vita nel quale non abbia avuto un libro in mano, dai classici, alla letteratura di genere. Quando ho cominciato a scrivere avevo alle spalle anni di romance, dalla Woodiwiis, alla più recente Kleypas e Chase, comprese le autrici italiane. Ma nonostante tutto non ho mail letto solo letteratura sentimentale. Smith, Ludlum, Brown, Follett sono autori che leggo sempre con piacere. Ognuno di loro mi ha ispirato qualcosa, di certo me l’ha insegnata.

Il romanzo storico è un genere abbastanza sempreverde: come mai? Come lo vedi messo in Italia?

Discretamente direi. L’Italia è un paese ricco di storia, ce l’ha sotto gli occhi, la respira, la vive. È quasi naturale dunque ricercarla nei romanzi che in fondo sono una proiezione di ciò che amiamo di più.

Cosa consiglieresti ad un autore che vuole cimentarsi con un romanzo storico?

Non credo di poter dare consigli, però posso dire ciò che ho fatto prima e durante la stesura de La notte del vento e delle rose. Ho letto molto, dai trattati di storia, alle usanze, moda, vestiario, curiosità. Ho guardato tutti i film sull’epoca, ho cercato diari di vita vissuta. La credibilità storica in un romanzo di questo genere è fondamentale, eppure non deve quasi sentirsi. Resta al limitare della scena e accompagna la trama in modo gentile.

Quali sono i tuoi prossimi progetti?

Mi piace sperimentare, la scrittura per me è un percorso di vita. Al momento sto conducendo le ricerche per un nuovo romanzo storico.

Anna Bulgaris vive su un’ isola crocevia di diverse culture con il marito e un gatto persiano. Adora la pizza, il gelato, le storie romantiche e strappalacrime, gli eroi incompresi e cattivissimi. È convinta che anche le cose più scontate e banali possano diventare assolutamente magiche nelle mani giuste. Grazie alla sua passione ha pubblicato due ebook con la Lite Editions: Gioco pericoloso e Lila dei lupi d’argento.

:: Recensione di L’uomo dei sogni di Jean Christophe Rufin (E/O, 2012) a cura di Elena Romanello

28 novembre 2012 by

Il romanzo storico è un genere che risulta tra quelli più ever green, quello che cambia nel corso degli anni è l’interesse per le singole epoche: dai tempi de I pilastri della terra di Ken Follett è aumentato in maniera esponenziale l’interesse per il Medio Evo, epoca per decenni snobbata come simbolo di oscurantismo e repressione, in realtà molto variegata e coinvolgente.
Ne è una prova L’uomo dei sogni novità E/O di Jean Christophe Rufin, noto per essere uno dei fondatori di Medici Senza frontiere, ma capace di esprimere i suoi talenti anche in campo letterario, come in queste pagine, dove racconta la vicenda di un personaggio realmente esistito, Jacques Coeur, che nella Francia degli ultimi decenni del Quattrocento decide di fare qualcosa per migliorare il mondo intorno a lui. Da semplice figlio di artigiani, Jacques sale la scala sociale, diventando banchiere al servizio dei Re di Francia, favorendo mercanti e borghesi, per creare una classe media tra l’aristocrazia chiusa nei suoi privilegi e i poveracci in grado di far recuperare al suo Paese e al mondo allora conosciuto, sconvolto dalla Guerra dei Cent’anni prosperità, benessere, voglia di vivere. Tutto questo porta a Jacques grandi onori e gloria, finché non si innamora, ricambiato, della bellissima Agnés Sorel, favorita di Carlo VIII, la dama ritratta sulla copertina del libro, e per questo è costretto a fuggire tra Italia e Grecia, per tutti gli anni che gli restano da vivere.
Una storia vera, raccontata con la passione del romanzesco ma senza mai perdere di vista l’erudizione storica, capace di trasportare in un mondo ormai lontano, ma dove sono nati tutti gli elementi della modernità, tra lavoro e psicologia di chi non voleva più sottostare a privilegi e imposizioni. L’uomo dei sogni racconta tra l’altro una pagina poco nota della Storia europea al di fuori della Francia (e poi ancora, visto che oltralpe si preferiscono celebrare altri momenti storici), quella di un Medio Evo che diventava Rinascimento e che guardava al mondo intorno non più con avversione ma con curiosità.
Nelle pagine del libro rivive la vita di Jacques Coeur, storicamente documentata ma appassionante come una storia romanzesca, coinvolgente come le storie di tutti gli esseri umani che, in qualche momento della Storia, hanno provato a guardare avanti, a guardare oltre gli steccati del mondo in cui erano nati e cresciuti, inventandosi nuove prospettive, creando nuove possibilità intorno a loro. Affascinante e soprattutto su cui riflettere in un mondo in crisi come quello attuale.

:: Recensione di L’inverno del mondo di Ken Follett (Mondadori, 2012)

28 novembre 2012 by

Premetto di aver da sempre apprezzato molto l’opera di Ken Follett arrivando a giudicare La cruna dell’ago uno dei più bei romanzi di spionaggio mai scritti. Lo stile semplice e diretto, che scorre sulla pagina con una naturalezza che sembra prodotta senza sforzo, il pizzico di erotismo, il gusto anarchico e il senso dell’umorismo tutto gallese, la ricerca storica quasi ossessiva che risulta evidente nella miriade di dettagli, anche apparentemente insignificanti, con cui ricrea le ambientazioni sono state sempre caratteristiche che mi hanno reso questo autore letterariamente simpatico, ancor di più quando si occupa di spy story.
Detto questo, che mi sembrava doveroso, veniamo alla The Century Trilogy ambizioso e quasi inumano progetto con cui Follett vuole condensare la storia del Novecento, romanzandola attraverso le vicissitudini di alcune famiglie le cui vicende si intrecciano indissolubilmente passando da generazione in generazione. Se nel primo capitolo La caduta dei Giganti l’autore narrava gli avvenimenti della Prima Guerra Mondiale e della Rivoluzione Russa, ne L’inverno del mondo, secondo capitolo della Trilogia, è il turno della Seconda Guerra Mondiale. Anticipo che il terzo e ultimo capitolo della trilogia uscirà nel 2014 con il titolo provvisorio di Edge of Eternity e tratterà il periodo della Guerra Fredda e non stento a pronosticare che sarà il più interessante dei tre, vuoi perché è più vicino a noi e le fonti da cui attingere sono più recenti e molte volte ancora sconosciute, vuoi perché Follett come dicevo è un maestro nella guerra di spie.
Ma torniamo a L’inverno del mondo edito da Mondadori, la cui traduzione in italiano è stata affidata ad una squadra di traduttrici: Roberta Scarabelli, Paola Frezza Pavese, Adriana Colombo, Nicoletta Lamberti alle quali va il merito di essere riuscite a rendere fluida e fruibile un’ opera decisamente impegnativa. In 950 pagine verrete ad avere a che fare con decine e decine di personaggi, tra storici e inventati, e probabilmente vi affezionerete ad alcuni e un po’ meno ad altri, ma pur tuttavia dovrete avere la pazienza di ricordare le loro azioni precedenti e come si concatenano con la narrazione. Se non ve la sentite di fare questo sforzo cimentatevi in una lettura più agevole.
Come ogni opera ha pregi e difetti e anche in questo molto incide il gusto personale. Dal punto di vista storico molte semplificazioni sono state fatte per cui non aspettatevi un saggio storico cosa che naturalmente, essendo un romanzo, non è. Opinabile anche la scelta di dare maggiore risalto ad alcuni avvenimenti, trascurandone altri di pari o maggiore importanza, ma probabilmente sono state fatte delle scelte precise, anche scomode come narrare l’appoggio dato ad Hitler da alcuni industriali americani o le tracce di fascismo presenti nella società inglese, a discapito di altre. Avrei apprezzato un punto di vista italiano e giapponese e una maggiore rilevanza data all’Olocausto ebraico e ai Gulag di Stalin.
La narrazione si snoda in un arco temporale che va dal 1933 al 1949, dall’ascesa di Hitler e del nazismo in Germania all’esplosione della prima atomica sovietica, inizio della Guerra Fredda. Uno schema iniziale fa luce sui principali personaggi coinvolti divisi per nazionalità. Gli americani: i Dewar, i Peskov e Rouzrokh. Gli inglesi: i Fitsherbert e i Leckwith- Williams. I tedeschi e austriaci: i von Ulrich, i Franck, i Rothmann e i von Kessel. I russi composti da membri della famiglia Peskov. I gallesi: Williams e Griffiths. Due le storie d’amore principali: quella tra Carla von Ulrich e Werner Franck e quella tra Lloyd Williams e Daisy Peskov, cugina di Volodja Peskov che ha un ruolo fondamentale nel presente romanzo e che vedremo sicuramente con un ruolo cardine anche nel terzo episodio della saga.
L’inverno del mondo vede le storie personali dei personaggi, grande  risalto è dato al lato sentimentale, intrecciarsi agli avvenimenti fondamentali della Storia e vede appunto l’amore, il coraggio, la lealtà combattere con la crudeltà, l’oppressione e la barbarie. I personaggi positivi forse sono troppo senza macchia e senza ombre ma è evidente che Follett schiera il bene da una parte e il male dall’altra in modo quasi manicheo. Forse è un po’ irrealistico ma l’impatto sulla carta è di grande effetto. Sicuramente a mio avviso il personaggio più bello e drammatico è quello di Carla von Ulrich, con il suo sogno di diventare medico, infranto dalla mentalità maschilista dell’epoca che al massimo vedeva una donna nel ruolo di infermiera e il suo amore struggente e appassionato per Werner Franck, figlio di un ricco industriale nazista, e anch’egli coraggioso almeno quanto Carla.
Scopo principale di Follett è quello di far vivere il lettore in un mondo che non c’è più, portandolo con sè in una particolare macchina del tempo, e la sua capacità evocativa è indubbia. Attendo quindi Edge of Eternity e vi confesso che la curiosità e le aspettative sono alte.

Ken Follett è nato a Cardiff, nel Galles, nel 1949. Laureato in filosofia, poi cronista in un quotidiano, è diventato uno dei più popolari autori di best-seller con La cruna dell’ago (Eye of the needle, 1978). I suoi romanzi, che hanno trame ben congegnate e ricche di suspense, combinano avventura, ricostruzione storica, spionaggio e thriller: fra i molti, spesso portati con successo sullo schermo, si ricordano Il codice Rebecca (The key to Rebecca, 1980); L’uomo di Pietroburgo (The man from St. Petersburg, 1982); Sulle ali delle aquile (On wings of eagles, 1983); I pilastri della terra (The pillars of the earth, 1989); Una fortuna pericolosa (A dangerous fortune, 1993); Il terzo gemello (The third twin, 1996); Il martello dell’Eden (The hammer of Eden, 1998, premio Bancarella); Codice a zero (Code to zero, 2000); Il volo del calabrone (Hornet flight, 2002).

da: Enciclopedia della letteratura, Garzanti 2007

Un anno su WordPress!

27 novembre 2012 by

Dunque oggi è il nostro compleanno. Un anno sulla piattaforma WordPress. Se non fosse stato per il messaggino che mi è arrivato non me ne sarei accorta. Comunque è bello festeggiare ringraziando i collaboratori, gli scrittori e tutti voi che ci  leggete. Un anno è tanto tempo, ma infondo è volato. Grazie!

:. Recensione di “Anime Impure” – La Rivelazione e l’Asilo delle ombre di Cristiano Signorino a cura di Barbara de Carolis

27 novembre 2012 by

La Rivelazione e L’Asilo delle ombre sono due volumi appartenenti alla saga Anime Impure firmata dall’autore Cristiano Signorino. I romanzi narrano le vicende di Gabriel, giovane problematico, la cui vita scorre tra inerzie, una dipendenza chimica alla quale il suo miserabile lato umano cede e un lavoro che non gli appartiene affatto. Il passato, segnato da un tragico episodio, ritorna senza sosta tormentando incessantemente un animo malato. Una ragazza rappresenta l’unica luce in una dimensione immersa in un oblio senza fine, ma qualcosa sta mutando e brutalmente la verità si rivelerà agli occhi del ragazzo. Gabriel, stanco di vivere e prigioniero della sua stessa inquietudine, attraverserà una fase di profondo mutamento fino ad abbandonarsi all’accettazione del vero e oscuro “io”.
Strane percezioni, sussurri sinistri, figure inquietanti si alternano al suo cospetto. La trasformazione diverrà inarrestabile e il destino al quale è impossibile sottrarsi si paleserà nelle vesti di una creatura femminile; sarà proprio lei a condurre Gabriel in un nuovo mondo nel quale la fratellanza e l’appartenenza al gruppo segneranno il definitivo allontanamento dalla sua esistenza terrena.
La storia tarda un po’ a decollare e alcuni passaggi appaiono più come virtuosismi stilistici piuttosto che un concreto tentativo di raccontare una storia al di là del reale. La scelta del contesto andava “diluita” forse con una narrazione più fluida che in questo caso procede, comunque, evidenziando una buona dialettica e una sensibile capacità all’introspezione. Il carattere del protagonista è complesso e il conflitto interiore che lo affligge continua ad evolversi lasciando al lettore la sensazione che questo personaggio muterà ancora il suo cammino. La prova narrativa dell’autore ne ha mostrato la propensione verso il genere fantastico, difficile, tuttavia, da gestire quando un’eccessiva volontà descrittiva appesantisce la storia stessa. Le ambientazioni sospese tra reale e immaginario costituiscono un terreno arduo da attraversare, un terreno facilmente deteriorabile che necessità del suo equilibrio, da stabilire tra la vicenda e il modo di raccontarla. Per le storie che dovranno ancora essere immaginate, confidiamo in uno stile più armonioso, suggerimento che va inteso come un modesto e rispettoso augurio a questo giovane e fantasioso scrittore.

Ebook liberamente e gratuitamente scaricabili sul blog dell’autore: http://www.cristianosignorino.it/

:: Recensione di Il caso Rembrandt, Daniel Silva, (Giano, 2012) a cura di Viviana Filippini

26 novembre 2012 by

104 cm X 86 cm. Una misura che ritorna in modo ossessivo dentro al nuovo romanzo dello scrittore Daniel Silva, Il caso Rembrandt, edito dalla Giano. Dimensioni che accompagnano l’oggetto del desiderio di alcuni dei protagonisti, ma sono una vera e propria maledizione per altri. Tutti lo vogliono quel reperto storico. Qualcuno per arricchirsi, altri per venderlo e non vederlo mai più, in quanto fonte di estremo dolore. Cosa è? Il dipinto Ritratto di giovane donna realizzato da Rembrandt nel ‘600. La stessa tela che Christopher Liddell, importante restauratore britannico, stava risanando con amorevole cura poco prima di essere brutalmente assassinato con un colpo di pistola al cuore. Il dipinto ha attraversato i secoli passando di mano in mano e lasciando dietro di sé scie di terrore e quest’ultima morte ne è la conferma. Per la polizia i colpevoli, dopo aver preso il quadro, non hanno avuto altra scelta che ammazzare Liddell, ma per il gallerista d’arte londinese Julian Isherwood – all’anagrafe Julian Isakowitz di origini tedesche, con educazione francese, religione ebraica,  britannico solo per nazionalità e passaporto dal 1942 –, la morte di Liddell nasconderebbe una verità oscura e dolorosa. Per scoprire la verità Julian ricorre all’aiuto del suo protetto Gabirel Allon, anche lui esperto restauratore affiliato come Isherwood all’Agenzia spionistica israeliana guidata da Ari Shamron. Quadri trafugati, conti bancari svizzeri intestati ad ebrei rinchiusi nei campi di concentramento durante la Seconda guerra mondiale, pseudofilantropi che in realtà si destreggiano con abilità in giri economici loschi, circolazione facilitata di materiale nucleare altamente pericoloso sono i fatti che indurranno Allon a lasciarsi coinvolgere in questa nuova missione.  Ad aiutarlo oltre a Shamron, la bella giornalista Zoe, così intrepida da partecipare attivamente all’indagine, mettendo a repentaglio la propria vita pur di aiutare l’agente segreto a smascherare definitivamente i colpevoli. Il nuovo romanzo di Silva si rivela uno giallo avvincente e ricco di suspense, caratterizzato dai tratti narrativi tipici della spy-story – e chi ha letto il precedente libro Le regole di Mosca, ed. Giano, ne sa qualcosa- con al centro il furto di un importante dipinto, fatto che si intreccia alle dolorose vicende umane delle tante vittime dell’Olocausto– in questo caso l’autore fa riferimento al tragico destino degli ebrei olandesi-, il tutto condito da colpi di scena e cambiamenti così inaspettati da lasciare chi legge a bocca aperta. Il lettore viaggerà in un arco temporale di settant’anni a zonzo tra l’Inghilterra, la Francia, la Svizzera e l’Argentina alla scoperta di intrighi politici ed economici che si nascondono dietro una realtà di equilibrata apparenza. Nelle pagine de Il caso Rembrandt si alternano, come in una danza frenetica, i buoni e i cattivi, ma anche superstiti ai campi di sterminio che intravedono sul loro cammino i figli dei loro aguzzini, che pagano per gli errori dei padri e altri che seguono le corrotte orme degli avi per arricchirsi sempre più. Quella de Il caso Rembrandt è un’avventura frenetica nella quale l’autore dona alla sua creatura, Gabriel Allon, la perspicacia e il coraggio per smascherare il colpevole, con l’amara consapevolezza che non sempre le persone sono quello che sembrano.

Daniel Silva è nato in Michigan nel 1960. La sua carriera di giornalista è cominciata nel 1984 United Press International, per poi diventare produttore televisivo della CNN. Tra le sue opere pubblicate in Italia ricordiamo Le regole di Mosca (Giano 2010, Beat 2011) e Il disertore (Giano 2011). Vive con la moglie ei figli a Washington.

:: Un’intervista con Giuseppe Merico a cura di Giulietta Iannone

24 novembre 2012 by

Ciao Giuseppe e bentornato su Liberi di scrivere. Pugliese, classe 1974, scrittore e curatore della rivista Argo. Mancavi sul nostro blog dal 2009, data della nostra ultima intervista. Stilaci un bilancio. Cosa è cambiato da allora? Come si è evoluto il tuo stile di scrittura? Quali sono le conquiste più significative di questi anni?

Ciao e grazie per l’ospitalità. Ho iniziato a scrivere nel 2007 e dopo un approccio divertente e nemmeno tanto impegnativo che ha portato alla luce la raccolta di racconti Dita amputate con fedi nuziali (Giraldi), ho scritto il romanzo Io non sono esterno (Castelvecchi, 2011), durante la stesura di quest’ultimo non mi sono chiesto nulla, ho tirato dritto come un fuso, era ed è una storia molto sentita, scritta di getto in una manciata di mesi e presa in nemmeno dieci giorni dalla casa editrice romana, quest’anno è stato pubblicato Il guardiano dei morti (Perdisa Pop). Questa è una breve illustrazione del mio lavoro che chiarisce un po’ le idee innanzitutto a me in modo da rispondere alla tua domanda. Bilanci, non credo di volerne fare, nel senso che al di là dei lettori conquistati credo che la mia scrittura serva innanzitutto a me per sciogliere dei nodi che mi porto dentro, quindi non è il caso di usare strumenti di peso, al posto di questi preferisco le lenti di ingrandimento, diciamo che ho adottato una lente sempre più precisa che mi ha permesso di vedere meglio e di conoscere ciò che mi muove nelle relazioni e nel comportamento. Per quel che riguarda lo stile invece credo di esser passato da una forma “ingenua”, passami il termine, di narrazione, quella di Dita amputate con fedi nuziali a una forma più decisa, ben visibile in Io non sono esterno, dove le frasi sono brevi e anche i periodi lo sono, il tutto è stato funzionale alla durezza della storia e ancora a un’altra forma leggermente più complessa  dove alterno periodi di ampio respiro a tempi concitati soprattutto nelle scene pulp del Guardiano dei morti.

Sei nato a San Pietro Vernotico in provincia di Brindisi. Ci hai vissuto? Che ricordi hai dei luoghi della tua infanzia?

Il mio paese non è solo il luogo dell’infanzia ma anche il posto dove trascorro quasi tutte le estati e ci torno spesso anche durante l’inverno, una parte della mia famiglia d’origine è ancora lì, dunque non rappresenta un ricordo ma una cosa viva che vedo mutare negli anni, è il posto delle radici ed è il posto che amo di più, nonostante le sue brutture ben identificabili nel Guardiano dei morti. I luoghi della mia giovinezza sono strade piene di polvere e vento o con l’asfalto che si scioglie sotto un sole fortissimo, pomeriggi sospesi a dormire anche quando non ne avevo voglia, spremute d’arancia alle sei del pomeriggio, odore di miscela del Mini Chic di mio padre, panni stesi su terrazze piatte, campi incolti e cani randagi, lo schianto del pallone Tango contro i garages usati come porte durante le partite di pallone, pistole o proiettili trovati per caso durante i giochi nei pressi della ferrovia e ancora chiodi messi sui binari ad aspettare che passassero i treni e ne ricavassimo poi delle piccole lance, quegli stessi treni sui quali ho viaggiato centinaia di volte e che mi hanno portato via dal mio sud per una scelta radicata fin da subito nella mia testa e poi quel mare e quel cielo che riconosco come miei. Quindi se dico di amare tanto la mia terra, perché ho deciso di lasciarla? Mi chiedo e credo che questa domanda nasca spontaneamente a chi legge quest’intervista. Una specie di disagio, come se sapessi che per realizzarmi in qualche modo sarei dovuto andar via, un posto più grande dove poter scomparire e riaffiorare a piacimento, la città dunque, Bologna, il posto in cui vivo da più di quindici anni.

Se ti va mi piacerebbe parlare con te del tuo ultimo romanzo appena edito da Perdisa, Il guardiano dei morti. Inizierei col chiederti come è nato. Quale è stato il punto di partenza del tuo processo creativo?

Il Guardiano è nato subito dopo aver saputo che Castelvecchi mi avrebbe pubblicato Io non sono esterno. Covavo dentro ancora molta rabbia e amarezza per come la vita finiva, uscivo da una situazione normalissima eppure drammatica, ovvero la malattia di mio padre e la sua conseguente morte. Decisi quindi di afferrare questa spinta intessuta di disagio e angoscia e mi chiesi come buttare tutto fuori. C’era un modo, violentare la morte, ucciderla. Così è nato il personaggio di Mimino che rappresenta una parte nera di me e del mio vissuto. Era lui che si sarebbe ribellato alla morte, che l’avrebbe sfidata, che si sarebbe ammalato per colpa di lei, che avrebbe giocato con lei  la sua partita a scacchi nel mio personalissimo e non tanto più privato Settimo Sigillo.

Quanto tempo hai impiegato per creare e ideare la trama, trasferirla sua carta, limare i dialoghi, correggere le imperfezioni? E’ stato nelle mani  di un editor?

Il romanzo pur essendo corposo, 380 pagine, è filato via bene, sapevo cosa stavo scrivendo e non ho tentennato mai, nel giro di quattro o cinque mesi l’ho terminato e sì, alla fine, prima della pubblicazione come tutti i libri è stato nelle mani del mio editor che si è limitato ad aggiungere qualche virgola e non perché non sappia fare il suo lavoro, anzi, ma proprio perché andava già bene così. Devo dire che in entrambi i romanzi, sia la Castelvecchi che la Perdisa Pop non hanno ritoccato il mio lavoro, né mi hanno chiesto di farlo.

Il guardiano dei morti ha per protagonista Mimino, Mimì, un giovane che lavora in un cimitero. Spoglia i cadaveri ed è l’ultimo a vederli prima che la bara sia chiusa. Vive ancora con la madre e il padre è appena morto lasciandolo ad affrontare questa assenza, questa privazione affettiva, che lui somatizza compiendo gesti estremi e ripugnanti. I suoi comportamenti sono una forma di ribellione contro la morte? Quale è l’interpretazione più autentica di questi atti?

Credo di averti risposto prima. Assolutamente sì, una forma di ribellione.

Mimino cerca nella famiglia e negli affetti l’unica via di salvezza. E’ dotato di grande umanità, è un uomo fondamentalmente buono anche se danneggiato. Ama Carmela, che non giudica e rispetta, vuole bene a Mirko non ostante sospetti (e poi ne ha la conferma dal prete) che abbia compiuto una cosa terribile, cura e accudisce la madre malata. La sua idea di famiglia non è proprio convenzionale, comunque. In che misura questa necessità, questa fame di sentimenti caratterizza il personaggio?

Direi che ne è intriso, Mimino è corda vibrante, tutti i suoi movimenti sono dettati da una grande emotività e fragilità e fame di affetto, è un perdente per nascita ed educazione ma cerca in tutti i modi di ribellarsi a questa sua condizione. Cerca il contatto con la madre, lo ha cercato con il padre e la negazione di questo senso di unione, proprio fisica col genitore ha creato in lui un vuoto, un pozzo dal quale a fatica cerca di emergere, lotta in tutti i modi per far capire alla madre che lui ce la può fare, è in grado, ha la capacità di dar vita a qualcosa di buono e vuole trasmettere questo messaggio anche al padre, figura dalla quale riesce a staccarsi con fatica tanto che in una parte del romanzo sente la voce del genitore che gli parla nella testa dal mondo dei morti, da qui la sua idea di costruzione di un tessuto familiare che lo liberi da quello malato nel quale è cresciuto e dal quale vuole scappare.

Carmela, la donna amata da Mimino, è una creatura ferita e vittima di abusi nell’infanzia; fa la prostituta ma in un certo senso ricorda quei personaggi felliniani, sognanti, ingenui e inconsapevolmente diventa lo strumento con cui Salvatore, un mafioso del luogo vuole dare una lezione a Mimino, per uno sgarbo, per una ragione non chiaramente identificabile. Parlami del personaggio di Carmela, delle sue luci, delle sue ombre.

Ci tengo a precisare che il signor Salvatore è innamorato di Carmela, per quanto il suo amore sia più un insieme di movimenti che lo portano a non renderle la vita facile, soprattutto dettati da una forma di brama, di sete di possesso, è un uomo abituato a prendersi ciò che vuole, non parlerei di ragione non chiaramente identificabile come suggerisci tu. Di lei posso dire che è una donna sostanzialmente forte e bella e che quando cede chiede aiuto a Mimino, riconosce in lui un’onestà che non riesce a trovare e che forse nemmeno cerca negli altri uomini. Serba dentro di sé il desiderio di trovare una via d’uscita dalla vita che conduce e Mimino questo sembra saperlo. Nel romanzo una scena chiave che indica la completa realizzazione di Carmela come donna è quando viene accettata dalla madre di Mimino che dapprima la rifiuta, ha la benedizione di questa donna e l’amore di Mimino e del piccolo Mirko.

Ambienti la storia in un piccolo paesino del Salento. Un luogo arretrato e degradato, in cui il tempo è cadenzato dalla festa del patrono, dal mercato coperto, dai morti per mafia che richiamano due poliziotti da Roma. Uno di essi ti permette di avere uno sguardo esterno. Cosa vede?

Il poliziotto che viene giù da Roma assieme al suo collega che ho chiamato “il malato” e che ho voluto fosse un po’ una spalla tragicomica del primo, mi ha permesso di utilizzare la terza persona che si addice, come suggerisci tu a uno sguardo un po’ più distaccato negli eventi laddove lo sguardo di Mimino è molto più addentro, con lui uso un Io narrante. Mimino e il poliziotto si assomigliano molto, entrambi inquieti e tutt’e due solcati da una sorta di malinconia che è proprio del Salento che ho voluto descrivere. Il poliziotto è anche il tentativo di descrivere l’avvicinamento a un luogo, il Salento appunto che a primo impatto trova ostile e che non capisce ma che impara ad amare e sono proprio i fatti che gli accadono che lo portano a questa scoperta o epifania.

Ritornando all’ambientazione: come hai deciso di ricrearla? Quali sono i particolari ai quali hai voluto dare maggiormente risalto?

Il romanzo è completamente intriso di sud, mentirei se dicessi che ho cercato di focalizzare l’attenzione su un particolare piuttosto che un altro. Quando ho iniziato il Guardiano venivo fuori da un’esperienza narrativa estremamente claustrofobica, il precedente romanzo, Io non sono esterno, nel quale togliendo le descrizioni della spiaggia nella parte finale e del posto desolato nei pressi della ferrovia dove viveva la famiglia del bambino protagonista della storia, mi riportava sempre in un luogo angusto, chiuso e dove c’era poca luce o nessuna luce, la cantina dove era tenuto prigioniero dal padre, avevo quindi bisogno di spazio, molta aria, libertà di descrizione di paesaggi che in qualche modo ho voluto riportare nelle pagine del Guardiano dei morti.

E’ un romanzo pulp, con venature horror, caratterizzato da una scrittura molto emozionale. Quali scrittori pensi abbiano influenzato il tuo stile?

Ti rispondo dicendo che non riesco a discernere, è un po’ come chiedere, quali alimenti tra quelli di cui ti sei nutrito hanno fatto di te quello che sei come persona. Ogni libro che ho letto ha lasciato un po’ di sé nel mio modo di scrivere, ci sono poi elementi che appaiono più evidenti e altri che rimangono “covert”. Da Bret Easton Ellis a Jonathan Coe a Cormac McCarthy a Raymond Carver e  non solo, una fonte di suggestione me la forniscono la musica e il cinema.

Alcune scene sono estreme, veramente disturbanti. Non hai mai avuto il dubbio di aver travalicato qualche limite, di aver infranto qualche tabù?

Guarda, non credo si possa come dici tu “travalicare limiti” nella fiction, ovvero nella narrazione tutto è possibile, non mi sono posto quasi nessun problema nello scrivere le scene di necrofagia o violazione dei corpi dei morti, tranne una che non dico e che ho tolto dalla versione che è stata pubblicata, non tanto perché ho immaginato o mi sono posto il problema di come avrebbero potuto reagire i lettori o la critica, ma proprio perché non mi “suonava” più, era una scena che nella prima stesura reggeva e nelle successive letture non più. Ne ho parlato anche con l’editor riguardo al possibile taglio di alcune scene cruente e entrambi siamo stati d’accordo che il romanzo andava bene così.

Ogni lettore leggendo un libro dà una propria personale interpretazione del narrato. Avendo l’occasione di parlare con lo scrittore del romanzo mi piacerebbe scoprire se le mie conclusioni sono corrette. E’ vero che, non ostante l’apparente sconfitta, Mimino incarna una speranza, una luce, un atto di amore per la vita?

Direi di sì, la tua lettura del personaggio finora è stata la più centrata. Invito quindi i lettori a leggere la recensione apparsa su Liberi di scrivere.

Quale è il personaggio che ti ha creato maggiori problemi nel delinearlo?

Forse Aldo, il poliziotto che entra nel romanzo nella parte finale o superata la metà della storia, dopo la morte del “malato”. Volevo intervenire con un personaggio che sostituisse la sua dipartita così ho pensato a una possibile altra spalla del poliziotto, Aldo rimane un personaggio non ben definito, dapprima sembra un tipo spavaldo che ci sa fare con le donne, si diverte e ci tiene a farlo sapere in giro, un po’ leggero quindi, poi però in lui si scopre un’anima più profonda ed estremamente altruista, infatti quando non lavora fa volontariato in una casa di riposo. Probabilmente con lui ho voluto suggerire al lettore l’ambivalenza caratteriale delle persone, cosa che faccio anche con Mimino, credo si possa essere in un modo ma contemporaneamente in molti altri e vivere in un mondo ma nello stesso tempo in molti altri. Tramite Aldo, il poliziotto entrerà in contatto con gli anziani della casa di riposo e troverà uno scopo inaspettato e che lo spingerà ad andare avanti nella sua permanenza in questo sud profondo.

Passi da un punto di vista esterno a quello interno, alternandoli in maniera funzionale e naturale. Parlaci di questa scelta.

Sì, credo di averti risposto prima quando ti ho parlato del poliziotto e del ruolo che gioca nella struttura del romanzo, attraverso lui e aggiungo anche con l’intervento di Carmela ho potuto diluire la storia, allungarla, volevo allontanarmi dalla prima persona molto presente nel precedente romanzo, dove la terza è stata funzionale soltanto a raccontare i ricordi del ragazzino quando viveva nel mondo di sopra, e volevo spingermi a scrivere molte più pagine delle 120 di Io non sono esterno. Nel Guardiano l’Io narrante di Mimino resta il punto di vista più vicino alla parte biografica e si presta a una lettura psicologica laddove il punto di vista esterno mi è servito per creare una sovrastruttura nella quale mescolo fiction e descrizione del paesaggio.

Grazie della disponibilità. Nel salutarti mi piacerebbe sapere se stai lavorando ad un nuovo romanzo e se puoi anticiparci qualcosa?     

Ho da poco iniziato a scrivere una nuova storia, in questi mesi ne ho provate almeno tre, ma il risultato non mi sembrava soddisfacente non tanto per la qualità della scrittura, rileggendo questi tentativi di storia lunga ho trovato parti buone in tutto quello che ho scritto, le storie tenevano e mi dispiace aver dovuto abbandonare il materiale buttato giù, ma mi son chiesto se ero veramente onesto, se quello a cui stavo lavorando era veramente ciò che volevo dire o che mi portavo dentro o mi tormentava. Ho questa spinta a partire da una base profonda, inconscia quasi, solitamente sono nodi irrisolti nella mia personalità e li uso per dare avvio alla narrazione e così è stato in questo nuovo tentativo di scrittura che ha già un titolo e ci tengo a precisare, provvisorio, che è Maternalia. A grandi linee e per quanto ne posso capire fin dove sono arrivato, tratta della parte nera, oscura del Femminile o delle interpretazioni che può fornire il protagonista, giuste o sbagliate non lo sappiamo, una sorta di nigredo che è costretto ad attraversare per realizzarsi come uomo nella sua interezza. Credo di aver in parte preso l’ispirazione dopo aver letto Madreferro, il bel romanzo che la narratrice e poetessa Laura Liberale ha pubblicato con Perdisa Pop nel 2012, poco prima dell’uscita del Guardiano dei Morti.

Grazie a te per queste domande attente che mi hanno permesso di confrontarmi ancora una volta con questa storia.

:: Recensione di Wildwood. I segreti del Bosco proibito, Colin Meloy, (Salani, 2012) a cura di Viviana Filippini

23 novembre 2012 by

Ve bene, lo ammetto questo libro l’ho trovato nello scaffale per i bambini dagli 8 anni in su. Io ne ho qualcuno, anzi, parecchi di più, ma letta la trama non ho resistito e mi son lasciata travolgere da Wildwood. I segreti del bosco di Meloy Colin, il libro per bambini edito dalla Salani. Una storia così coinvolgente che subito ci si affeziona alla piccola Prue Mckeel, una ragazzina curiosa alle prese con il fratellino Mac al quale deve fare da baby-sitter. Tutto sembra andare per il meglio fino a quando Mac viene rapito, così all’improvviso, da uno stormo di corvi che lo portano via lontano, lontano. Prue parte all’inseguimento dei volatili rapitori del fratello per scoprire che essi si sono addentrati in quella che è da tutti conosciuta come la “Landa impenetrabile”: una gigantesca macchia verde alla periferia della città, dentro alla quale nessun uomo ha mai osato entrare. Prue non ha esitazioni e parte all’avventurosa ricerca di Mac, per ritrovarlo e portarlo a casa. In suo aiuto il timido compagno di classe Curtis. I due entreranno in un mondo strano ed affascinante, popolato da postini sempre al lavoro, da animali parlanti, da coyote in divisa e da strambi mistici che vivono nel bosco. Ogni relazione intrecciata dai ragazzini, legata agli eventi nei quali saranno coinvolti creerà in Wildwood una serie di alleanze tra mondo umano, animale, vegetale e una successione di avventure ad alta tensione nelle quali i piccoli protagonisti saranno, assieme a noi lettori, primi attori. Da Bosco Sud, passando a Bosco Nord, facendo un tappa nella Radura degli antichi, passando per l’Accampamento dei selvaggi, fino ad arrivare al temuto Bosco Selvaggio, sfileranno davanti agli occhi della coraggiosa Prue, e ai nostri, una serie di personaggi fantastici in lotta perenne tra loro. Wildwood è un bel romanzo per bambini, ma permettetemi di dire che anche gli adolescenti e gli adulti dovrebbero leggerlo, perché in esso la fantasia, la magia e l’incantesimo hanno un ruolo fondamentale per coinvolgere chi legge attraverso un narrazione scorrevole ed avvincente. Meloy riesce a far convivere in queste 500 pagine e più, il mondo concreto – dal quale arriva Prue- con quello fantastico, rappresentato delle strambe creature che vivono nascoste nella “Landa Impenetrabile”, dove si svolgerà un’epica battaglia per la libertà. Ogni fatto accaduto, gli impensabili colpi di scena che spiazzano il lettore lasciandolo a bocca aperta, sono elementi importanti che porteranno i personaggi – vedi la coraggiosa Prue- a scoprire aspetti del proprio passato del tutto sconosciuti, a risolvere conflitti e a trovare dopo un rocambolesco travaglio – come accade a Curtis- il proprio ruolo nel mondo. Detto in parole povere Colin Meloy non è solo un ottimo autore di canzoni per la sua band dei “The Decembrists”, il cantautore  americano è anche un abile scrittore per bambini, che con Wildwood ha creato un bel romanzo nel quale le ambientazioni tipiche del fantasy convivono con l’avventura, con il valore dell’amicizia e con la scoperta e la comprensione di ciò che è “diverso”. Piccoli principi che ogni lettore, adulto o bambino che sia, dovrebbe provare ad applicare alla vita di ogni giorno.

Colin Meloy , nato a Portland in Oregon nel 1974, una volta scrisse a Ray Bradbury una lettera specificando di essere uno scrittore come lui. Aveva dieci anni. Poi Colin è diventato cantante e autore degli originalissimi testi della folk-band americana “The Decemberists”. La sua passione per la scrittura  lo ha portato a creare Wildwood. I segreti del Bosco proibito, nel quale figurano le tavole disegnate da Carson Ellis, sua moglie e disegnatrice grafica degli album della band musicale. Il seguito di Wildwood, intitolato Under Wildwood, è stato pubblicato in America nel 2012. Se siete curiosi guardate qui www.wildwoodchronicles.com .

:: Segnalazione – Mezzotints Ebook: Queen Anne’s Resurrection – I Demoni del Mare

22 novembre 2012 by

Nasce Mezzotints Ebook, una nuova realtà dedicata alla editoria digitale, nata da un’idea di Alessandro Manzetti (Il Posto Nero, Edizioni XII), in collaborazione con Fabrizio Vercelli (Edizioni XII, La Tela Nera) e Daniele Serra(Il Posto Nero e altri).

Mezzotints Ebook pubblica titoli ebook di narrativa e saggistica di genere, con la presenza di grandi autori nazionali e internazionali e illustrazioni realizzati da grandi talenti dell’artwork.
Cinque le collane editoriali: Buio (narrativa horror, weird e dark fantasy), Ombre (noir, thriller e crime story), Raggi (fantascienza), Riflessi (saggistica) e Luci (arte, poesia e artwork). Si aggiunge Il Posto Nero, collana dedicata alle opere di narrativa e saggistica “free download”.

Mezzotints Ebook è caratterizzata dalla alta qualità e cura delle opere e da una filosofia fortemente web-oriented, in termini di promozione, distribuzione e web marketing. I titoli saranno distribuiti tramite la piattaforma Stealth di Simplicissimus Book Farm, collegata alla principali librerie online.

Il primo titolo – Yesterday Was 2012 – Storie e Colori della fine del Mondo – sarà pubblicato, per la collana Buio, a febbraio 2013, con opere di Danilo Arona, Paolo di Orazio e illustrazioni di Daniele Serra.

Attualmente sono in uscita due titoli ebook free download per la collana Il Posto Nero, Queen Anne’s Resurrection – I demoni del Mare (19 dicembre 2012) e Talking About Horror (23 gennaio 2013). Tutte le informazioni su Mezzotints Ebook sono disponibili sul sito web www.mezzotints.it

“Queen Anne’s Resurrection – I Demoni del Mare“, una raccolta a cura di Alessandro Manzetti, con una prefazione di Edoardo Rosati e la cover di Daniele Serra, contenente racconti horror e dark fantasy fantasy di venti grandi firme nazionali e internazionali: Danilo Arona, Jeff Strand, Claudio Vergnani, John Everson, Cristiana Astori, Michael Laimo, Samuel Marolla, Tim Waggoner, Alberto Custerlina, Daniel Keohane, Alda Teodorani, Benjamin Kane Ethridge, Paolo di Orazio, Scott Nicholson, Lorenza Ghinelli, Lisa Morton, Nicola Lombardi, Allyson Bird, Daniele Bonfanti e Giancarlo Marzano. 

DOWNLOAD – dal 19 dicembre 2012