Anche se mentre mi vestivo per andarmene ho avuto l’impressione che Margherita fosse sveglia e facesse finta di dormire, come se sperasse che me ne andassi senza svegliarla, senza dire nulla, senza spiegazioni di sorta.
Poi magari lei dormiva veramente e quindi adesso ho un motivo in più per odiarmi, o anche solo per disprezzarmi.
Non lo so, ma veramente mi interessa di saperlo?
Veramente mi interessa quello che pensa Margherita?
Veramente mi interessa cosa pensa chiunque nei miei confronti?
Vi propongo un gioco. Una piccola licenza creativa da critico dilettante, postmoderna, ebbene sì il gioco, il divertissement è terribilmente postmoderno, come le citazioni colte, i rimandi, gli scambi di persona, i doppi, le assenze, le sparizioni. Discutevo di postmodernismo con un amico, che in modo acuto, e neanche troppo esagerando, definiva la nostra epoca, con crisi e disperazione generalizzata, un’ epoca da tragedia, non da dotti equilibrismi intellettuali. Ma in fondo si può parlare di cose serie scherzando, e mascherare (cos’altro un autore fa se non questo) la realtà, a volte squallida, desolata, gretta, con la calda luce dell’intelligenza.
Il gioco che vi proponevo di fare poc’anzi è di continuare a considerare anonimo l’autore di questo libro, Il caso editoriale dell’anno, (anche se il mistero è stato svelato, sebbene in che modo non so, forse anche questo meriterebbe una storia a sé) e perciò non ne farò il nome, anche se è un testo così personale, così ricco di impronte narrative, che per chi conosce questo autore, avendo praticato da lettore il suo mondo, anche senza disvelamenti, o coups de théâtre, l’identità è certa.
Quindi mi riferirò all’autore come all’Anonimo[1], in un gioco di identità fittizie, presunte, di immedesimazioni, non troppo vertiginose, di scambi di persona, perché non fatevi abbagliare dalla patinata apparenza, questo libro, a dire il vero assai sottile, scritto con tono spumeggiante e marcatamente autoironico, è più profondo e serio di quanto volutamente voglia apparire. Si parla di identità, fittizie o reali, si parla dei concreti dubbi, paure, speranze, insicurezze che affliggono uno scrittore, che sia mediocre o geniale poco importa.
Sì, certo è una satira del mondo editoriale italiano, (e il passatempo vagamente sadico di chi sarà chi, chi avrà ispirato quale personaggio, può cadere in derive che credo l’autore non desidererebbe), un pamphlet metafisico, travestito da romanzo, con personaggi, dialoghi, scenari riconoscibilissimi e volutamente ricercati. Lo stile è elegante, raffinato e lievemente eccentrico, come sono i gusti di uno scrittore che veste sempre di nero, che ama autori come Nooteboom su tutti, o Amis, Houellebecq, DeLillo, McInerney, o ascolta musica volutamente poco commerciale ma dal fascino indefinito.
Stranamente fino adesso ho parlato poco del libro e molto dell’autore, rimedierò dicendo che è scritto in prima persona, al presente. Narra il successo improvviso e immeritato(forse) di uno scrittore abituato fino ad un istante prima a porte in faccia e a bazzicare il purgatorio (economico) della piccola editoria. Poi il colpo di genio: cercarsi un agente, mediamente onesto, brillante, conoscitore delle regole del gioco, e da quel momento si aprono per lui le porte dorate della grande editoria, delle fiere letterarie, dei premi, delle presentazioni in università prestigiose o in grandi librerie.
Traduzioni in tutte le lingue del mondo, soldi a palate, donne pronte a tutto per compiacere il grande autore, il miraggio del Nobel, ma come nel Faust c’è un prezzo da pagare quando si avverano i sogni più spinti di un uomo (uno scrittore) e in un certo senso si vende l’anima alle regole del business. Il prezzo che il nostro paga è prima l’insicurezza e poi il prosciugamento della sua vena creativa, l’incapacità di scrivere anche solo una pagina decente. (L’esempio di scrittura dello scrittore superfamoso, è faticosa, davvero, spezzata per stile e contenuti, dal resto del romanzo. Della serie so anche scrivere in modo noioso. Attenti.) Un contrappasso ben crudele, più doloroso del cinismo e del sarcasmo di un romantico che guarda un mondo che vorrebbe migliore, con debolezze e mancanze.
In un cameo, Luigi Bernardi, colto nel suo volto più schivo e refrattario al presenzialismo tout court (e non ostante questo credo sarebbe stato felice di comparire in questo romanzo.)
Trad. di Adriana Bottini, Ester Dornetti e Marco Papi
DENTRO LE MIE CREPE
Traduzione di Pietro Zveteremich
Traduzione di Susanna Basso
Traduzione di Massimo Rizzante
Clare Moorehouse è una donna altoborghese di mezza età, che vive a Parigi con il marito aiuto ambasciatore, con due figli adolescenti a scuola in Gran Bretagna. Deve preparare una cena molto importante per la carriera del coniuge, che dopo aver girato per il mondo sarà destinato ad un’altra sede, molto probabilmente Dublino.
Cari amici, siamo giunti alla quarta edizione del Liberidiscrivere Award, premio che permette di votare il migliore libro edito nel 2013, italiano o straniero, senza preclusione di generi.
Lui si chiama Daniel, ha vissuto una vita per lo più da vagabondo a Londra, con un solo grande amore con una donna sposata, morta troppo presto, da cui ha avuto una figlia, che non ha mai conosciuto, alla quale manda ogni anno il giorno del suo compleanno presunto una lettera di auguri senza indirizzo.
Inizierei questa recensione con una piccola premessa: non tutti credono agli astrologi, ai leggitori di tarocchi, ai maghi, ai sensitivi, e io da buona illuminista sono tra questi. In questo romanzo si parla di astrologia, mappe astrali, stelle e pianeti che in un certo senso aiuteranno un personaggio a fornire il profilo psicologico dell’ “assassino”. Se questa premessa vi turba, potete benissimo interrompere la lettura, anche solo di questa recensione, se l’astrologia vi affascina anche solo come strumento di analisi dei caratteri e delle personalità, troverete pane per i vostri denti.
In La ballerina dello Zar la protagonista, Mathilde Kschessinska, è giunta quasi al secolo di età e decide di raccontare in un lungo flashback quella che è stata la sua esistenza tra pubblico e privato alla corte dei Romanov. Figlia di Felix Kschessinsky, famoso ballerino di origini polacche che per più di quaranta anni lavorò per i potenti zar, Mathilde ci porta dentro il suo mondo partendo da quel lontano 23 marzo del 1890 quando nel teatro Marijnskij svolse il saggio finale delle allieve del corpo di ballo. Tra le future étoiles c’era anche lei che a fine esibizione ebbe l’onere di sedere al tavolo dello zar Alessandro III, accanto al giovane e affascinante zarevič Nicola. Nonostante la timidezza, tra i due scattò immediata la scintilla e con il passare del tempo quel fuocherello divenne un vero e proprio falò amoroso, che ancora una volta riuscì a mantenere viva una tradizione in voga nella famiglia degli zar, quella che vedeva da tempo imperatori, granduchi, conti e ufficiali scegliere le proprie amanti tra le ballerine dei teatri. La ballerina dello Zar, edito dalla BEAT, è la narrazione di una storia d’amore nella quale non mancano ripicche tra amanti, amicizie pericolose, scambi di persone necessari a mantenere il quieto vivere a corte, giudizi affrettati e pregiudizi. Il tutto mescolato e mixato con sapienza dalla Sharp che fa di questo romanzo biografico, il racconto di una vita di una donna che è stata sì una grande ballerina di fama nazionale per la Russia, ma allo stesso tempo ha vissuto una lunga e travagliata relazione amorosa con lo zar Nicola II. Il romanzo della scrittrice americana non è solo la cronaca di una relazione di coppia, perché il libro porta noi lettori all’interno della società russa tra la fine dell’Ottocento e i primi anni del ‘900, fino alla grande rivoluzione del 1917. Un evento drammatico che cambiò per sempre la Storia e le vite di coloro che sono i protagonisti di questa vicenda. L’autrice crea un perfetto equilibrio tra realtà e finizione mostrandoci le difficoltà di Mathilde e Nicola nel vivere la loro relazione, un rapporto intenso messo a dura prova dalle norme comportamentali della società dell’epoca e dal fatto che la ballerina era riconosciuta come amante, ma non aveva lo stesso potere d’azione della moglie dello Zar. Tra le pagine si alternano i palazzi di lusso pieni di sfarzo e oggetti preziosi, i ricevimenti, gli spettacoli teatrali, i potenti uomini alla prese più con tresche amorose che politiche e donne sempre pronte a mettere in mostra la propria bellezza per conquistare il partner. Non solo. Ne La ballerina dello Zar troviamo riferimenti precisi alla famiglia di Nicola II, alle figlie e alle preoccupazione per l’emofilia che tormentava e rendeva difficile la vita al piccolo Aleksej, erede alla corona. Questi sono i luoghi, le persone e gli eventi protagonisti de La ballerina dello Zar, accanto ai quali avanza come un fiume in piena una Pietroburgo sull’orlo della rivoluzione sociale accompagnata al profondo scontento, sempre più evidente, del popolo contadino povero e affamato. Un malcontento sociale che intaccherà ogni singolo atomo della Russia e dell’amore tra Mathilde e lo Zar Nicola II costretto per questo ad abdicare, alla prigionia e ad uno sfortunato tentativo di fuga che non riuscì ad impedire alla Storia di svolgere il suo drammatico corso.
























