Benvenuta Francesca su Liberi di scrivere. Il prossimo maggio debutterà per Edizioni della Sera una nuova collana dedicata alla letteratura per ragazzi, Edizioni della Sera Junior. A te il compito di dirigerla. Puoi raccontarci come è nata questa collana?
Da sempre ho coltivato una vera e propria passione per i libri per bambini e ragazzi. Poi come spesso accade questo amore l’ho trasformato in lavoro. Ho incontrato Stefano Giovinazzo, l’editore di Edizioni della Sera. Si è dimostrato da subito interessato a questo mondo e se ne è innamorato tanto da decidere di inaugurare una collana di narrativa: “Edizioni della Sera Junior”. Il progetto editoriale prevede la pubblicazione di classici del Novecento dimenticati o poco conosciuti accanto alla pubblicazione di opere di autori contemporanei per un pubblico di riferimento compreso tra i dieci e i tredici anni.
Oltre al lavoro di editor, svolgerai un vero e proprio lavoro di scouting editoriale, alla ricerca di testi adatti a un pubblico di lettori tra gli 11 e i 13 anni di età. Nell’era degli smarthphone, dei video giochi, dei computer, come pensi siano cambiati i gusti dei lettori di questa fascia di età, rispetto anche solo a vent’anni fa?
Le cose nel panorama editoriale sono molto cambiate, ma io non parlerei di gusti diversi perché ai ragazzi l’avventura, il mistero, il fantasy piacciono ancora molto. Quello che è cambiato però è il loro approccio alla lettura. Le nuove generazioni sono abituate a “vedere” le cose, molto meno a leggerle. Quindi è stato e rimane compito degli autori e degli editori offrire ai ragazzi delle letture che abbiano un linguaggio per loro comprensibile, immediato vicino alla loro realtà.
I ragazzi comprano prevalentemente in libreria, nelle bancarelle o preferiscono gli store on line? Comprano libri autonomamente o si affiancano ancora ai genitori? Avete linee guida in merito?
Per quanto riguarda le abitudini di acquisto, i negozi on-line sono sempre più forti, costituendo un vero e proprio pericolo per tutte le nostre belle librerie. Per quanto riguarda i piccoli lettori nello specifico loro seguono quello che fanno i genitori. Dipende dalle abitudini di acquisto della mamma e del papà. L’affiancamento dei genitori è ancora fondamentale, ma molto importante è anche il ruolo degli insegnanti.
Quanta importanza ha la scuola nell’educazione alla lettura? Pensi che attualmente si stia facendo abbastanza rispetto all’estero, che suggerimenti avresti da dare a insegnanti, genitori, operatori culturali, anche a politici?
La diffusione dell’amore per la lettura nelle scuole è nella maggior parte dei casi nelle mani di insegnanti capaci e volenterose. Portare i ragazzi in libreria, come se fosse una gita, potrebbe essere un modo carino per avvicinare tutti gli studenti ai libri. Incontrare un autore in classe e farsi raccontare come nasce l’idea di scrivere un libro può rappresentare una esperienza unica.
Per quanto riguarda lo scouting come ti orienterai, hai già un piano di azione? Hai già lettori, scout, persone di riferimento?
La nostra casa editrice è una piccola realtà, io leggo tutti i manoscritti che arrivano e li valuto tutti con estrema attenzione. L’importante è che la storia sia avvincente, con una buona struttura e che segua un preciso arco narrativo.
Sceglierai solo classici da riscoprire, so che il primo volume sarà “I Corsari delle Bermude” di Emilio Salgari, o anche opere di autori contemporanei?
Stiamo valutando anche opere di autori contemporanei.
Prima pubblicazione dunque “I Corsari delle Bermude” di Salgari. Ce ne vuoi parlare?
Salgari è un autore eccezionale, intramontabile. I suoi romanzi hanno appassionato intere generazioni. La sua produzione letteraria poi è molto vasta. Abbiamo pensato di scegliere “I Corsari delle Bermude”, primo romanzo del ciclo omonimo, perché è proprio uno di quei titoli di Salgari poco conosciuti.
Nel primo volume del ciclo dei “Corsari delle Bermude” il protagonista è il Corsaro Sir William, impavido pirata che deve affrontare battaglie per mare e per terra per riuscire nel suo intento di liberare la sua bella dalle grinfie del perfido fratellastro. Questo titolo appartiene all’ultima fase della produzione di Salgari, e proprio qui, in questo ultimo periodo l’autore ritrova la sua vena avventurosa dei primi periodi, e ci regala un romanzo non solo pieno di avventura e di coraggio, ma anche ricco di ironia e comicità. Alcuni suoi personaggi sono veramente molto spassosi.
Puoi anticiparci alcuni titoli che avete già selezionato per la pubblicazione?
Perchè rovinare la sorpresa?
Dirigere una collana editoriale è sicuramente un posto di responsabilità, ancor più quando ci si rivolge a ragazzi così giovani. Come donna, come pensi di gestire questo ruolo? Scegliere i collaboratori è altresì importante per la riuscita di un progetto. Nel tuo team siete sia uomini che donne?
Come ho già detto la nostra realtà editoriale è molto piccola, siamo pochi ma con tanta passione. Spesso il tempo non basta mai ma ce la mettiamo davvero tutta.
Ringraziandoti della disponibilità, noi di Liberi ti facciamo un grande imbocca al lupo per il tuo progetto e diamo appuntamento ai lettori a maggio in libreria.
Traduzione Franco Filice
Benvenuta Stefania, è un piacere ospitarti su Liberi di scrivere e grazie di aver accettato questa intervista. Inizierei col chiederti di parlarci di te, del tuo lavoro di giornalista e poi di scrittrice. Racconta ai nostri lettori qualcosa che ti piace condividere.
Questa traduzione delle Quartine (Rubayyat) di Umar Khayyam fu la prima traduzione in lingua italiana condotta direttamente dal testo originale in lingua persiana. Ne è autore, Francesco Gabrieli, uno dei massimi studiosi italiani e del mondo della civiltà araba e del mondo mediorientale.
Raffaella Regoli, giornalista di cronaca nera, era a caccia di notizie su Pietro Maso, il quale dopo aver scontato ventidue anni di carcere per l’omicidio dei suoi genitori, ritorna in libertà, il 15 aprile del 2013. Uno sguardo, una coincidenza, una sincronicità le fanno deporre le armi, abbassa la telecamera, spegne il microfono, è così che nasce questo libro e, più in profondità, la storia di un’amicizia. Nel “Il male ero io”, edito da Mondadori, Pietro Maso, in prima persona, racconta con lucidità e consapevolezza, quanto accaduto quel diciassette aprile del ’91. Scava tra le piaghe del suo dolore, una fitta lancinante con vesti di onnipotenza che quotidianamente lo restituisce alla sua condanna morale. Non nascondo di essere stata male, per precauzione di chi volesse accingersi a leggerlo. La narrazione è cruda come la verità che queste pagine consegnano senza veli e orpelli e non può che mordere lo stomaco fino a farti provare angoscia. Pietro Maso racconta il tortuoso cammino che lo ha condotto ad essere un uomo che non ha paura di mostrare le sue fragilità. Ma “Il male ero io” non è solo questo. È uno spaccato di storia personale e sociale. L’adolescenza di Pietro Maso è uno scorcio sulla sua piccola realtà di paese e quel microcosmo famigliare, agricolo, in cui non c’è spazio per il riposo e la serenità; una lente che ci permette di osservare più da vicino le problematiche psico-sociali tra genitori e figli nonché le dinamiche che possono instaurarsi nel gruppo dei pari. E scavando, ma neppure tanto, “Il male ero io” ci addentra nello squallore in cui versano le carceri italiane, realtà che invece di restituire al mondo un uomo migliore, insegna ad essere, prima di tutto, bestia in cui il territorio è delimitato da piscio e muffa e il suicidio di qualche detenuto è, spesso, l’unico protagonista delle giornate in cella. Una voce gli sussurrerà che Pietro Maso dovrà morire per poi rinascere e, grazie all’aiuto di Don Guido, Pietro muore e rinasce; forse nel giorno in cui chiede perdono ai genitori nel cimitero di Montecchia di Crosara, o forse ogni giorno che, con perseveranza e pazienza, cerca di essere, oggi, ogni giorno, migliore di ieri.
Lise e Adelmo sono gli improbabili protagonisti di questo breve romanzo (quattro capitoli e un epilogo) di Massimo Carlotto, dal titolo Il mondo non mi deve nulla, edizioni e/o. Definirlo romanzo forse è inesatto, sarebbe meglio definirlo racconto lungo, o ancora meglio canovaccio teatrale, perché appunto contiene in sé la struttura e le caratteristiche del soggetto di una breve piece: dialoghi predominanti, tempi cadenzati, scene al chiuso, prevalentmente nel salone di una ricca ed elegante casa di vacanze di Rimini, città quanto mai sullo sfondo, sappiamo solo che la stagione non è ancora iniziata e non c’è ancora la ressa dei turisti.
E’ straordinario pensare di poter spiegare verità tanto solide come quella di Cartesio, Penso dunque sono, in modi diversi, attraverso parole nuove che oltre a sposarne il significato originario lo ampliano o addirittura ne creano di altri. E così, Elisabetta Bucciarelli, “prende in prestito” l’assioma del noto filosofo francese per raccontare, con passione, quanto la sua esistenza sia connaturata all’atto dello scrivere, momento che non può prescindere dall’atto del pensare. Lontano dall’essere un romanzo, “Scrivo dunque sono”, edito da Ponte alle Grazie, è un interessantissimo manuale in cui sono delineati i passaggi fondamentali per avvicinarsi alla parola come strumento fondamentale di espressione; una sorta di iniziazione al processo di scrittura e/o di lettura che conduce il lettore-apprendista ad un approccio più analitico e critico. In Scrivo dunque sono, la “nostra” autrice raccoglie e compone, come tessere di un puzzle, le sue esperienze di vita personale e professionale, per restituirci domande, spunti di riflessione, metodo, testimonianze (filmiche, letterarie e teatrali), esempi, esercizi e tanto altro ancora da poter sperimentare e riproporre a scuola o, adeguatamente, in qualsiasi ambiente che promuove la scrittura come forma di libertà e conoscenza di sé e del mondo circostante. Ognuno, nell’officina del proprio cuore, può forgiare parole e costruire, attraverso l’esercizio continuo e la conoscenza di sé, storie nuove, che parlino o meno di noi poco importa, l’importante è che ci aiutino a stare al mondo e ci permettano di trovare la chiave per non rimanere ingabbiati dentro un sé in cui non ci riconosciamo.
Viviana Filippini:
Sheyda è solo all’inizio di un lungo esilio. Non era pronta per vivere in Francia. Deve imparare tutto, la lingua – che un po’ conosceva già – ma anche il tartufo, che deve imparare ad apprezzare, così come il vino di Saint- Emilion, il roquefort, il discorso di de Gaulle alla liberazione di Parigi, Arletty, Gabin e le sue battute famose: “ Atmosfera, atmosfera!” e “I suoi occhi non sono niente male, sai”, il Tour de France, il maggio del Sessantotto, la Nouvelle Vague e una sfilza di nomi, mamma mia nomi di attori, cineasti, scrittori, (Proust, mai dimenticare Proust, mi raccomando) sportivi (da Anquetil a Yannick Noah), ristoranti, hotel, città, scadenze elettorali, (le cantonali, le regionali) festività, (Assunzione, o Ascensione? Lunedì di Pentecoste?) Ah, quanto lavoro per te, che non hai neppure idea di chi diavolo sia Dominique Strauss-Khan! […] Tra noi decenni di Repubblica islamica e lo stesso dolore. Lo stesso esilio, o quasi.
La poesia è un genere letterario sicuramente complesso che merita all’interno della critica letteraria un discorso a parte. Io in questa sede mi limiterò a porre l’attenzione sul ruolo della lingua, ruolo fondamentale, tanto che molto spesso al testo tradotto viene posto accanto quello originale, per l’ovvia ragione che per quanto la traduzione sia fedele al testo, ritmo, rime e giochi di parole vengono inevitabilmente perduti o più che altro interpretati e ricreati. Tenendo presente questa premessa analizzerò un testo tradotto dal russo da Evelina Pascucci di uno dei poeti, ancora viventi, più significativi del Novecento, e cercherò di delineare gli elementi creativi che lo animano, affidandomi alla mia personale sensibilità e interpretazione.
Benvenuto Patrick, e grazie di averci concesso questa intervista. Parleremo del tuo ultimo libro, appena edito da Piemme, Dovrei essere fumo. Sarà un’intervista difficile, perché ti farò domande difficili, innanzitutto perché la natura umana molto spesso è crudele. Non si pensi che gli uomini che portarono avanti il sistematico sterminio di milioni di ebrei civili, durante la Seconda Guerra Mondiale fossero un’ anomalia, erano uomini, uomini comuni, forse plagiati da un’ideologia, ma sempre mossi da interessi personali, egoismi, gretti calcoli in cui la vita umana non aveva alcun valore. E ancora oggi ci sono persone così, sparse nel mondo. Forse solo in molti casi non si presenta loro l’occasione, gli strumenti di portare avanti un piano così sistematico, l’opportunità di farla franca. Il tuo libro parla di perdono e vendetta. In che misura la giustizia si colloca tra questi due estremi?
Il prossimo 27 marzo uscirà per Edizioni Anordest il nuovo legal thriller di Gianluca Arrighi: L’inganno della memoria, ancora una volta ambientato a Roma, città dove l’autore vive e lavora, svolgendo la professione di avvocato penalista. Lo abbiamo intervistato cercando di scoprire qualcosa di più sul nuovo libro, sulla sua vita come scrittore ma anche su quella privata.
























