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:: Intervista con Matteo Strukul

6 settembre 2011

milaBenvenuto Matteo su Liberidiscrivere e grazie per aver accettato la mia intervista. Frase di rito anche se sei di casa su Liberidiscrivere. Potrei iniziare con  un’ intervista tradizionale, chiedendoti, chi sei, cosa fai, che studi hai fatto, dove sei nato e invece per spiazzarti un po’, a patto che tu sia “spiazzabile” ti chiedo: ma ne è valsa la pena?

Ciao Giulietta, grazie a Liberidiscrivere per lo spazio, e´un bell’onore considerato quanto popolare e’ il tuo blog fra gli aficionados di noir e crime in genere. Per rispondere alla tua domanda: certo che si’. E’ valsa la pena ordinare ieri il gulasch con la paprika e l’insalata di patate esatto, del resto qui a Friedrichshain nel quartiere beatnik di Berlino lo fanno veramente da Dio il gulasch eh eh. A parte gli scherzi, direi di si’, se ti riferisci al romanzo. Direi che e’ valsa la pena cominciare la saga di Mila, un personaggio che mi prendeva a calci la testa per venir fuori. E non ci fermeremo qui.

Diviso tra Padova e Berlino. Un cittadino del mondo si direbbe. Parlami di queste due città con la passione di un innamorato.

Be’ Padova e’ la citta’ in cui sono nato. Amo la Cappella degli Scrovegni, Giotto, il Palazzo della Ragione, il Prato della Valle, una citta’ cosi’ piena di tesori artistici che non puoi non adorarla.
Pero’ e’ anche una citta’ spaccata a meta’ fra destra e sinistra, fra ricchi e nuovi poveri, e’ una citta’ piena di contrasti e contraddizioni forti, che nel bene e nel male la rendono viva.
Berlino e’ oggi la capitale culturale d’ Europa. Oltre 800 gallerie d’ arte, cinema, teatri, studi di pittori, scultori, fotografi. Locali di ogni tipo e poi tutto il cinema tedesco, e non solo, vive qui. Buddy Giovinazzo, per dire, autore crime americano di successo e regista, vive a un paio di fermate di metro da casa mia. Christoph Waltz – l’ufficiale nazi di Unglorious Bastards – sta a Charlottenburg dove vive anche Francesco Ferracin che ha pubblicato per Fanucci “Una vasca di troppo” ed è produttore cinematografico. Come fai a non edivertirti? E poi c’e’ la Porta di Brandeburgo, l’Unter den Linden, i Berliner Philarmoniker, e viverci non costa nulla. Eta’ media 28 anni, io qui, che ne ho 37, sono un Matusa e se sei un avvocato sei il vero alternativo visto che c’ e’ una concentrazione d’ artisti impressionante. Ci sono tutte le cucine etniche del mondo e una marea di locali per tutti i gusti. Insomma io qui sto come un bambino in un negozio di caramelle.

Critico musicale per diversi quotidiani e svariate riviste musicali, non che autore di due saggi musicali entrambi editi da Meridiano Zero, Il cavaliere elettrico. Viaggio romantico nella musica di Massimo Bubola e Nessuna resa mai. La strada, il rock e la poesia di Massimo Priviero. Parlando di musica, cosa deve scattare, che scintilla deve accendersi per entrare in sintonia con un pezzo musicale? E’ già successo che musica e parole entrassero in simbiosi perfetta?

Mah, alla fin fine qualcuno ha detto che scrivere di musica è come danzare di architettura. Sono in parte d’accordo. La critica musicale serve nella misura in cui riesce a far luce su autori magari meno mainstream, ingiustamente lasciati da parte o magari è utile se può aiutarti a comprendere un genere, una scena musicale, un artista facendone emergere lati nascosti della personalità. Per questo credo nella lezione della critica americana e di Massimo Cotto. Se fai libri su autori fa in modo che siano libri-intervista o che siano comunque basati su lunghe interviste. Solo così quello che dirai sarà credibile e sincero. Perchè quella che ne uscirà sarà la voce del vero protagonista che è l’artista, non già il critico. In Italia troppo spesso è avvenuto il contrario. Per quel che riguarda la scintilla credo che sia diversa per ciascuno di noi: per quanto mi riguarda le canzoni che più amo e per le quali trovo esista splendida armonia – fra musica, parole, suono – sono quelle di Willy De Ville, un grandissimo artista drammaticamente scomparso nel 2009 a nemmeno sessant’anni. “Demasiado Corazon” e “Spanish Stroll” sono due capolavori, ma tutta la sua produzione è straordinaria. Anzi, consiglio di ascoltarlo a tutte le lettrici e i lettori di Liberidiscrivere. Soul, blues, rock, latin e tutto in una stessa miscela musicale. Grande Willy.

A proposito di Meridiano Zero un uccellino mi ha detto che a gennaio lascerai il ponte di comando dell’Ufficio Stampa di Meridiano e curerai le relazioni pubbliche per un altro editore piccolo ma molto aggressivo. Che fai confermi, smentisci? Ti trinceri dietro un diplomatico no comment? Bada bene che siamo molto curiosi.

Nessun problema, ne parlo volentieri. Il nuovo editore con cui lavorerò è una delle case editrici più importanti a livello italiano per il fumetto, parlo di BD. I ragazzi hanno pubblicato opere di Joe Lansdale, Warren Ellis, Alan Moore fra gli altri. Hanno un catalogo da paura. A Meridiano Zero dopo quattro anni sentivo di voler cambiare. Così quando con Marco Schiavone ci siamo incontrati per parlare di un progetto che avviasse sotto la galassia BD (che ha anche i Manga di Jpop) un nuovo marchio editoriale interamente dedicato al crime novel l’entusiasmo mi ha avvolto come miele. E poi Marco ha gusti molto vicini ai miei e mi ha fatto una proposta che non potevo rifiutare. Perciò da gennaio partiamo con un progetto che metterà sul mercato alcuni dei migliori romanzi pop in circolazione. L’idea è di partire dal noir come tavolozza per mescolare il nero con altri colori: quelli del pulp, dell’horror, del gore, insomma vogliamo qualcosa di vivace e scintillante, in grado di portare un po’ di rock’n’roll nel mercato editoriale italiano. Io sono un inguaribile hippy prestato al mainstream: voglio vernice e dondolii lisergici baby!

A Meridiano Zero vi occupavate dei maggiori scrittori noir in circolazione. Fammi un elenco delle opere di culto che non dovrebbero mancare nella libreria di un appassionato di noir e per ogni libro associaci un pezzo musicale.

OK parto da quello che secondo me è il più grande talento pulp noir degli ultimi anni. Dico Victor Gischler (La gabbia delle scimmie) e ci abbino Paradise City dei Guns. Poi Don Winslow – Il potere del cane (Whola lotta love degli Zep). Massimo Carlotto – Arrivederci amore ciao (Rimini di Bubola-De Andrè). Bad City Blues di Tim Willocks (Light my Fire dei Doors). Joe R. Lansdale – Il lato oscuro dell’anima (Simpathy for the Devil – Rolling Stones). David Peace – 1974 (Paranoid – Black Sabbath). Allan Guthrie – La spaccatura (Aqualung – Jethro Tull). Mi fermo qui ma potrei continuare per giorni.

Con Matteo Righetto sei ideatore e fondatore di Sugarpulp, quel ritrovo per barbabietole tossiche metà movimento letterario metà ritrovo per una ciurmaglia di brutti, sporchi e cattivi che prediligono il pulp alla Joe Lansdale e Victor Gischler per intenderci. E se non erro c’è pure un Festival Sugarpulp di cui sei direttore artistico. Ma la terra veneta è davvero pulp?

Moltissimo. In modo inconsapevole e involontario. I veneti sono gente straordinaria, lavoratori incredibili, grande umiltà e ingegno da vendere, basta pensare all’inifinito numero di piccole imprese leader mondiali in qualcosa. Dalle scarpe agli occhiali facciamo davvero impressione. Però è vero anche che collezioniamo spesso cose di pessimo gusto e poi se pensi alle zanzare, alla Bassa, agli ippodromi, alle Crocks fluorescenti, alla grappa e alle sagre del bigolo, a un certo modo quasi retrivo e bestiale di voler rimanere attaccati al proprio microcosmo e a un mondo provinciale be’ questo è dannatamente pulp.

Parliamo subito del tuo debutto letterario La ballata di Mila, un pulp noir guarda caso ambientato in Veneto da barbabietola tossica doc, con protagonista una bounty hunter tostissima che non so perché mi ha fatto pensare alla protagonista dell’Impero dei lupi di Jean Christophe Grangè. Cosa rende il personaggio di Mila speciale?

Mmm… Jean Christophe Grangé… non c’avevo pensato, be’ volendo ci sta tutto. Aggiungo “La Sposa” di Kill Bill e Nikita di Luc Besson. Il personaggio di Mila è destabilizzante, questo per me lo rende speciale. Lei non è solo una killer sexy, senza spessore ma è una donna ferita e maledettamente arrabbiata. Per questo è sanguinaria e spietata. Però è anche piena di contraddizioni, è dolce anche, fragile, ma ha dovuto tirare giù le stelle dal suo cielo per poter superare quello che le è successo. Volevo un personaggio femminile che fosse davvero il PROTAGONISTA del romanzo. Basta vamp e concubine o al massimo anatomo-patologhe. Mi serviva una donna che avesse il fegato di rovesciare le regole. Nel noir-giallo-thriller-pulp italiano, opinione mia ovviamente, le donne sono troppo spesso comprimarie, le Rosencrantz e Guilderstern della situazione. Oppure se sono le attrici principali allora per loro ci sono ruoli comunque rassicuranti: poliziotte, pm, medici legali. Ecco io non volevo questo: volevo una donna che avesse il coraggio di dire “fanculo”, di andare oltre il limite, al di là della legge, volevo rompere un tabù, volevo una donna di cui gli uomini avessero davvero paura. Credo che Mila possa fare qualsiasi cosa e questo spaventa il maschio eh eh.

Raccontami in breve la trama giusto per stuzzicare la curiosità nei nostri lettori, ricordo che il libro sarà nelle librerie a partire dal 24 Agosto.

Be’ la storia è ambientata in Veneto. C’è una guerra fra una gang locale e una cellula affiliata della Triade cinese 14 K. In mezzo c’è una donna guerriera dal passato tragico, straziante. La vendetta è il tema chiave del romanzo, insieme a una ricostruzione dei meccanismi sviluppati dalle cosche cinesi per sbranare il territorio occupato. Insomma l’idea è quella di sviluppare anche l’analisi delle moderne realtà criminali attraverso la forma del romanzo e il genere pulp. In piena linea con il senso della collezione Sabot/Age che sabota il silenzio interessato, pericoloso, assordante. Ci tengo a sottolineare il fatto della Collezione perchè ogni romanzo è numerato. Non può esistere l’uno senza l’altro. Il mio romanzo non avrebbe senso senza quello di Carlo Mazza “Lupi di fronte al mare” fra l’altro bellissimo e che consiglio assolutamente di leggere a tutti gli estimatori di Liberidiscrivere.

Massimo Carlotto e Tim Willocks dicono un gran bene di te  e del libro. Ora dimmi qualcosa tu di loro.

Sono due maestri assoluti, due spiriti guida. Massimo non solo ha dato un contributo essenziale affinchè il libro trovasse la via della pubblicazione ma – a tutt’oggi – mi dà stimoli continui, suggerimenti, idee. Credo che sia una delle persone più generose e di talento che abbia mai incontrato. Il suo recente “Alla fine di un giorno noioso” è la quintessenza del noir. Parlare con lui, confrontarmi, provare a mettere in pratica i suoi consigli, tutto questo rappresenta la miglior palestra che un aspirante scrittore, come me, possa desiderare. Tim Willocks è un’altra forza della natura. In lui trovo il romanziere classico, il perfezionista, l’artista che non si accontenta di convincere ma vuole ghermirti il cuore mentre leggi. Il bello è che ci riesce. I nostri colloqui – via telefono, mail, quando ci vediamo – sono stati fondamentali per approfondire e costruire i personaggi del romanzo.

Domandina tecnica che interesserà sicuramente agli aspiranti scrittori che ci leggono. Che metodo di scrittura hai utilizzato nella stesura di La ballata di Mila. Quale è l’ora del giorno in cui ti senti più creativo? E’ più difficile per te creare i personaggi o ideare la trama?

Non ho un’ora o un giorno. Quando sono nel trip della storia ogni momento libero è buono. Credo convenga ricavarsi ogni giorno del tempo. Non dividerei trama e personaggi, mi spiego: tendenzialmente ho un’idea che ossessivamente mi rotola in testa. Se continua  a rimanerci è probabile che un po’ alla volta divenga lo scheletro di una storia e l’ambiente perfetto per dei personaggi. Quando comincio a scrivere non ho idea di cosa succederà. A volte penso di avere il protagonista e poi magari progredendo con la scrittura mi rendo conto che quel personaggio era solo un comprimario e quelli da tenere d’occhio sono altri. Non faccio nessuno schema o bozza della storia.
Procedo alla giornata o quasi. Ho delle scene davanti, come al cinema, e le batto al computer aspettando che i personaggi mi dicano cosa intendono fare. In questo modo, credo e spero, la storia dovrebbe poter essere un po’ più imprevedibile. Amo documentarmi, com’è avvenuto per la mafia cinese, e come è accaduto per il nuovo manoscritto che ho appena ultimato. Per il sequel di Mila, che sto cominciando in questi giorni, ad esempio, ho una serie di idee e sto sviluppando ricerche per un’ambientazione a Berlino. Staremo a vedere. Comunque, credo nel mescolare le esperienze, i luoghi, i film, i libri, i fumetti e i videogame. Sono una specie di shaker psicolabile che si bombarda di immagini e suggestioni e poi prova a buttare fuori sistemando i mix in una storia plausibile.

Puta caso che ad un pezzo grosso di Hollywood venisse in mente di trasformare La ballata di Mila in un film, a brucia pelo dimmi il regista, la protagonista principale, lo sceneggiatore, il creatore delle musiche. Hai carta bianca. Nessuna limitazione.

Regista: Robert Rodriguez tutta la vita. Sceneggiatore: Buddy Giovinazzo (quello del nuovo film di Tony Scott “Potsdamer Platz” con Mickey Rourke, Javier Bardem e Christhopher Walken). Musiche: Calibro 35. Protagonista: Antje Traue (la guerriera di Pandorum).

Curiosità personale. La ballata di Mila diventerà mai un fumetto?

Lo diventerà eccome e te ne accorgerai presto non appena cominceranno a girare le pin up firmate da Alessandro Vitti, artista per MARVEL e BONELLI. La serie di Secret Warriors, che ha disegnato sui testi di Jonathan Hickman per la MARVEL, è una delle cose che mi ha più sconvolto nell’ultimo periodo. Ale è un genio, una star, uno dei disegnatori più straordinari della sua generazione. Mi ha fatto il grande onore di lavorare con me al progetto. Sceneggerò una storia con Mila protagonista ma che non c’entra con quella del romanzo. Sarà più gore, dark, direi horror. Una cosa alla Rob Zombie. Ma se sarà una figata, come spero, sarà tutto merito suo, poco ma sicuro.

Da esperto di promozione e campagne stampa quanto incide un buon titolo sul successo di un libro?

Abbastanza ma anche la copertina non scherza. Poi serve una gran bella campagna stampa, una distribuzione forte, una promozione d’assalto e – cosa importante – che l’autore si spenda come un pazzo in prima persona per condividere con i lettori la sua storia e i suoi personaggi. Tutto questo deve girare a mille. Ogni parte è necessaria ma non sufficiente per il successo di un libro. Serve ovviamente che il libro abbia qualità ma tutte le parti che ho elencato sono meccanismi essenziali per far funzionare la macchina. Senza quelli non vai da nessuna parte.

Tra gli esordienti in circolazione, quali hanno maggiormente attirato la tua attenzione? A ognuno di loro dispensa un consiglio a seconda dei casi.

Thomas Tono – Il profumo di Emma (Zona editore). Thomas ha una scrittura fantastica, di grande fascino e impatto, ha enormi margini di miglioramento e se saprà ascoltare tirerà fuori un romanzo da urlo. Io ne sono convinto, secondo me fra poco sfornerà qualcosa di meraviglioso.

Senza fare nomi, se non vuoi non voglio certo metterti in imbarazzo, ma raccontami l’episodio più divertente accaduto dietro le quinte, in redazione, al ristorante, ad una presentazione.

La sfida con Victor Gischler all’ultima grappa ormai leggendaria. Io sono crollato a cinque. Lui è andato avanti fino a otto, come se niente fosse. A quel punto l’ho guardato e gli ho detto che andavo a dormire. Lui mi sorride e mi dice “Birra alla spina”. In italiano. Victor è un pazzo, un grande, penso l’amico con cui mi sono divertito di più negli ultimi cinque anni. Oppure quando mi ha chiesto di accompagnarlo al supermarket del giocattolo e ha svaligiato una corsia di Winx perchè doveva portarle alle sue nipoti. Uno scrittore incredibile e una delle persone più divertenti e sincere che conosca. Secondo me il successo che sta avendo da noi se lo stramerita e spero cresca il più possibile.

Se La Ballata di Mila diventasse un successo stratosferico, e te lo auguro,  da scrittore a tempo pieno come gestiresti il tuo tempo? Saresti di quelli che si comprano un’ isola deserta e non mettono più il naso fuori di casa o continueresti la vita di sempre?

Sono tendenzialmente  uno che ha bisogno di fare mille cose. La mia vita è il caos assoluto, non c’è niente e dico niente che vada mai come penso debba andare. Questa cosa mi fa sclerare ma alla fine ho capito che è la mia dimensione. Una specie di frullato costante da cui ogni tanto pesco qualcosa di buono. Credo che questo sia l’unico modo che conosco per andare avanti, voglio dire non credo di avere una scelta, sono condannato ad essere perennemente disorganizzato. No, isola deserto mi suicido dopo due giorni. Piuttosto vivere tutto l’anno a Berlino a fare zizza, questa sarebbe una gran bella prospettiva.

Progetti per il futuro.

Ho appena consegnato il nuovo manoscritto, una commedia nerissima, staremo a vedere se piacerà, mi auguro di sì anche perchè è una cosa molto diversa da La ballata di Mila. Poi sto lavorando al sequel di Mila. Penso cambierò scenario e renderò i toni più cupi e deliranti, magari un horror o un gore. Mi piacerebbe un’atmosfera alla Werner Herzog. Ho in mente una trilogia di quelle supertoste con un personaggio maschile ma aspettiamo a parlarne, devo ancora mettere a fuoco il suo mondo. E poi arriveremo con Ale Vitti al fumetto su cui stiamo lavorando, vorremmo qualcosa di nuovo e dirompente ma sono convinto che ce la faremo a ottenere quello che vogliamo.

:: Recensione di Blue di Kerstin Gier

5 settembre 2011

blueAutrici come l’inglese J.K. Rowling e la statunitense Stephanie Meyers hanno oggettivamente rivoluzionato la letteratura per ragazzi. Analizzando il fenomeno legato alla Saga di Twilight e alle mirabolanti avventure del maghetto Harry Potter si avverte chiaramente che il genere fantasy ha subito una mutazione e la cosa bizzarra è che non richiama unicamente più un pubblico di lettori young adult. Conosco lettori adulti appassionati di Harry Potter che con la scusa di comprare i libri per i loro figli, si recano in libreria ad acquistarli e passano poi la notte immersi nella lettura. Alle sopraccitate Rowling e Meyers credo presto andrà ad aggiungersi la tedesca Kerstin Gier, un nome non ancora famosissimo ma se osserviamo i dati di vendita non possiamo ignorare quanto la Gier si avvicini alle più celebri colleghe soprattutto grazie alla Trilogia delle gemme, una saga davvero originale e personale composta da tre volumi, Red, Blue di cui vi parlerò in questa recensione e l’ancora inedito in Italia Green che prossimamente la Corbaccio darà alle stampe e in cui potremo conoscere lo svelamento di tutti i misteri che si sono susseguiti ad un ritmo a dir poco vertiginoso durante la narrazione. In questa trilogia il lato avventuroso e il rischio e il pericolo hanno un ruolo vincente, portando i viaggi nel tempo al centro di un intricata ridda di misteri e sconcertanti rivelazioni. Protagonista è la sedicenne Gwen Shepherd della antica famiglia londinese dei Montrose, una ragazza fresca e sbarazzina, con una vita apparentemente normale, una migliore amica pronta ad aiutarla in ogni frangente e pronta a credere alle sue mirabolanti avventure, che vede i fantasmi tra cui un buffissimo e impertinente demone-doccione con le corna e il muso di gatto e che ha una relazione complicata con Gideon De Villiers suo compagno di viaggio, per il quale proverà ben più di una tenera amicizia sebbene qualcosa nel suo comportamento la sconcerti e la spiazzi. Il segreto principale da scoprire è il vero utilizzo di due cronografi a cui sono legate le sorti stesse dell’intera umanità e per farlo i protagonisti non potranno rinunciare a svelare le trame occulte del misterioso conte di Saint Germain avventuriero e alchimista davvero esistito e forse per questo ancora più inquietante.  Fermo restando che è una lettura per adolescenti e molte parti leggermente infantili potranno scoraggiare i cultori di fantascienza e di viaggi nel tempo, a cui magari consiglierei il recente La mappa del Tempo di Felix J Palma Castelvecchi, comunque Blue è un libro ben scritto, di veloce lettura, pieno di personaggi ben caratterizzati e soprattutto simpatici. E’ una piacevole lettura, che ha suscitato commenti a volte davvero entusiasti da parte dei lettori di mezz’Europa e un passaparola sempre più fitto che ha creato attesa e aspettativa e mi ha notevolmente incuriosito anche prima di avvicinarmi al libro. Blue è senz’altro un libro diverso dal solito, interessante se vogliamo, utile per molti versi se si vuol comprendere il mondo fantastico che appassiona giovani e ragazzi. Non ci sono vampiri, cosa che dal mio punto di vista può anche essere considerato un pregio, e il dato più ostico da credere è che la capacità di essere catapultati nel passato dipenda da una modificazione genetica, fatto che farà sorridere i più smaliziati. La bellezza del romanzo sta nello spirito che lo anima, nell’umorismo e nella vivacità che l’autrice sa infondere alla narrazione. Il lato romance è particolarmente messo in risalto, l’autrice ci tiene a dare una luce particolarmente romantica alla storia, l’amore adolescenziale tra i due protagonisti, fatto di turbamenti, emozioni contrastanti, e batticuore occupa buona parte delle pagine, ma non disturba, anzi arricchisce la trama e accentua la profondità psicologica dei personaggi.       

:: Segnalazione di I poeti morti non scrivono gialli di Björn Larsson

2 settembre 2011

poetiDal 5 settembre in tutte le librerie il nuovo romanzo di Björn Larsson, I poeti morti non scrivono gialli, Iperborea. L'autore sarà al Festivaletteratura di Mantova dal 7 al 9 settembre.

“Appassionante, piacevolmente leggero, letterariamente sofisticato.” – Sydsvenskan

“Con I poeti morti non scrivono gialli Larsson ha scritto non solo il miglior romanzo dell’anno, ma anche uno dei più piacevoli gialli del 2010.”  –  Skånska Dagbladet

“Björn Larsson è un corsaro della letteratura, uno spirito libero abituato a solcare i mari dell’invenzione.” – La Repubblica

IL LIBRO – Un’opaca sera di febbraio, l’editore Karl Petersén raggiunge impaziente il porto di Helsingborg. Nella ventiquattrore una bottiglia di champagne e un contratto per il famoso poeta Jan Y. Nilsson, a cui ha chiesto di scrivere un giallo, sicuro bestseller già venduto ai più prestigiosi editori d’Europa. Ma il poeta accetterà di firmare? Si piegherà alle basse leggi di quel mercato che, con la sua ricerca di una poesia alta ed essenziale, ha sempre snobbato? Vorrà risollevare il genere dalla mediocrità in cui è caduto? La risposta è definitiva: Petersén trova Jan Y. impiccato a bordo del peschereccio in cui viveva. Si è suicidato? Oppure chi è stato, e soprattutto, perché? Il commissario Barck non ha dubbi: i poeti si uccidono, non vengono uccisi. Eppure i motivi per farlo fuori non mancano, a cominciare dal lauto compenso che Jan Y. avrebbe presto incassato e dal materiale scottante sull’alta finanza che il suo romanzo era pronto a denunciare. Le indagini del commissario, poliziotto sui generis con velleità letterarie, coinvolgono Tina Sandell, musa e forse amante di Nilsson, e il suo amico intimo e noto giallista Anders Bergsten, incaricato di Petersén di finire il manoscritto. Ma qualcuno ha deciso che il romanzo non deve uscire… Nell’età dell’oro dei thriller, Björn Larsson scrive “una specie di giallo” che è un gioco letterario di raffinata ironia e autoironia, per indagare l’essenza stessa della scrittura e della vocazione artistica. In una sferzante satira di un mondo editoriale all’isterica ricerca del prossimo successo, solo un “poliziotto-poeta” è in grado di scoprire le associazioni nascoste, di rivelare l’inatteso, di afferrare le verità che si celano dietro le apparenze.

L'AUTORE – Björn Larsson è docente di letteratura francese all'Università di Lund, filologo e appassionato velista, uno degli autori svedesi più noti e apprezzati all'estero. Dopo il successo di La vera storia del pirata Long John Silver (120mila copie), Iperborea ha pubblicato altri otto titoli. 

:: Primo Sugarpulp Festival

1 settembre 2011

sugarpulp logoSettembre è finalmente arrivato e un appuntamento si profila all'orizzonte, di quelli da non perdere, di quelli che ti spingono a prendere l'agenda e scarabocchiare a pennarello rosso ed evidenziatore la data. Padova sta per trasformarsi in un ritrovo per le penne più acuminate in circolazione. E non è un modo di dire. Tanti ospiti da tutto il mondo stanno facendo le valige e si stanno preparando a sbarcare nel cuore della Bassa. Faccio qualche nome per farvi capire il livello, Joe Lansdale, e chi non conosce Champion Joe, poi  Massimo Carlotto, Jeffery Deaver, Victor Gischler, Tim Willocks, Jan Wallentin, Tiziano Angri, Luigi Bernardi, Federica Bertuzzi, Giacomo Brunoro,
Paolo Cochi, Luca Conti, Roberto Costantini, Alberto Custerlina, Adamo Dagradi, Omar Di Monopoli, Francesco Ferracin, Alessandro Lise, Officina Infernale, Marilù Oliva, Jacopo Pezzan, Pierluigi Porazzi,
Matteo Righetto, Matteo Strukul, Alberto Talami, Thomas Tono, Paolo Zardi.
Anteprima il 19 settembre. Inaugurazione giovedì 29 settembre, presentano l'evento Matteo Righetto e Matteo Strukul direttori artistici del Festival e Giacomo Brunoro. E alle 19 l'esclusivissimo party inaugurale del Festival per la stampa e gli addetti ai lavori. Da giovedì 29 settembre a domenica 2 ottobre Padova Non è un paese per vecchi. Accetto scommesse! Per saperne di più il sito del Festival:
http://festival.sugarpulp.it/

:: Recensione di Malapunta di Morgan Perdinka a cura di Danilo Arona

1 settembre 2011

I sogni… Malapunta trasmetteva forse identici sogni, frammenti del suo passato, a tutti coloro che ne calcavano il suolo? Non esisteva altra spiegazione per quanto inverosimile.

Ma-la-pun-ta, direbbe Nabokov creatore di Lolita scandendo quelle sillabe misteriose che fanno schioccare la lingua sul palato, anche se in questo caso non è il nome amato-odiato di una ninfetta preadolescente ma quello di un’ isola maledetta, persa nel blu intenso del Mediterraneo, un’ isola dove si sogna, dove tra incantesimi di sciamani druidici si aspetta la fine del mondo.
Arona lo definisce un’opera ibrida di generi e di stili e infatti anche se magari in libreria lo troverete messo nello scaffale dei libri horror, è molto più che un horror, è fantascienza in bilico tra L’isola del dottor Moreau di Herbert George Wells e le suggestioni di Solaris anche se qui non siamo nello spazio, è un thriller adrenalinico e spiazzante, è un noir crepuscolare e malsano, è una gothic novel oscuramente romantica in cui i temi classici del genere come l’amore perduto e il soprannaturale si alternano ad invenzioni narrative del tutto originali e autonome. Raccontarvi la trama sarebbe una beffa crudele e pressoché inutile per cui vi basti sapere che c’è un protagonista Nico Marcalli, un uomo divorato dai rimorsi, un uomo che si sente responsabile per la morte dell’amata Gabry. L’isola l’attende pur tuttavia lo respinge come se un brusio di sottofondo si alzasse di colpo al suo passaggio. Poi iniziano i sogni, spaventosi incubi, che rendono le veglie, una terra di passaggio verso altri altrove. Sogno, realtà, il confine si sfibra, si sfilaccia e intanto il respiro dell’isola, vivo come un cuore cha batte, stravolge certezze e verità. Ma esiste davvero la verità? A questa domanda non si può che rispondere con un’ altra domanda: cos’è la verità? L’autore farà di tutto per spezzare gli schemi consueti di pensiero, per abbandonarvi su un’ isola apparentemente deserta, ma in realtà popolata di infestanti creature.
Arona scavalcando i generi, crea ibridi, mutazioni, con una potenza visionaria da iniziato. Lo spirito di Lovecraft aleggia, come un altro spirito presente sull’isola, mai così affollata, mai così oscura. Delitti sanguinosi, clandestini che ci sono o non ci sono, sirene dai denti acuminati, orridi demoni marini dai capelli sempre più lunghi. L’atmosfera malsana di quest’isola è resa in maniera splendida dal gioco di rimandi dell’inconscio onirico. Perché l’inconscio è un pozzo, pieno di immagini ed emozioni legate tra loro da fili invisibili. Un senso di minaccia pervade le pagine, e accresce il fascino sinistro di quest’isola che entrerà nell’immaginazione del lettore con una forza inconsueta.
Chi è l’autore di Malapunta? Bella domanda. Quando ho scoperto che Morgan Perdinka non è altro che una creatura alter ego di Danilo Arona, ho provato un brivido sulla schiena. Durante tutta la lettura del libro ho creduto che esistesse veramente, che fosse di carne e sangue, senza sospettare mai e dico mai nemmeno per un istante che fosse un gioco, uno spettro proveniente da una dimensione parallela e asincrona, che fosse nato nel mondo interiore di uno scrittore prolifico e geniale come Arona. Forse qualche indizio, qualche traccia, avrebbe dovuto portarmi alla verità, un raffronto tra stili, un respiro lungo, un inquietudine sottile, e invece niente. Perdinka me lo immaginavo bruno, con i capelli troppo lunghi e la frangia sugli occhi, una sigaretta sempre tra le dita ingiallite dalla nicotina, l’immancabile camicia bianca con le maniche arrotolate sul gomito, l’espressione da pirata. Per me è reale quanto il suo creatore, mi alita sul collo, respira, aggrotta la fronte piena di rughe come chi pensa tanto. Suicida come Luigi Tenco, anche lui non troppo distante da Alessandria,  oscilla e ancora non son persuasa del tutto che sia solo un’ ombra. Un dubbio, un’ inquietudine vischiosa, proietta  quell’incertezza sulla percezione del mondo reale che è la spinta, l’anima nera del libro. Dunque a presto Perdinka, altri tuoi libri inediti e nascosti riemergeranno dalle ombre del tempo, per farci paura, per farci interrogare sulla realtà e su noi stessi. Non è un addio, ma solo un arrivederci. A presto Perdinka. 

:: Segnalazione di Zero² di AA. VV. a cura di Giulietto Chiesa Piemme

29 agosto 2011

image002AA. VV. a cura di Giulietto Chiesa Zero²

Le pistole fumanti che dimostrano che la versione ufficiale sull’11/9 è un falso
 
Pagine: 448 Prezzo: 18,50 €
 
Sarà in libreria dal 2 settembre Zero², l’antologia curata da Giulietto Chiesa che offre uno sguardo documentato sull’attentato alle Torri Gemelle, di cui quest’anno ricorre il decennale. Il libro, corredato da un’ inedita, ampia introduzione di Chiesa, si avvale dell’acquisizione di recenti prove, vere e proprie “pistole fumanti”, che ci conducono a scoprire più che probabili falsificazioni dei documenti, menzogne sparse lungo tutto il cammino di indagini mai concluse, e che smentiscono definitivamente la versione ufficiale del 9/11 Report.

“L’11 settembre è stato trasformato in un tabù impenetrabile, una pagina chiusa e da non riaprire, una tomba collettiva in cui deve rimanere sepolta per sempre ogni possibile interpretazione diversa del complotto che l’Amministrazione americana di Bush e Cheney ha imposto al mondo intero. (…) Ma la caccia alle prove comincia a dare i suoi risultati”.
Giulietto Chiesa

Con Zero2 dieci anni dopo gli attentati alle due torri e quattro anni dopo il primo lavoro, Zero (Piemme 2007), Chiesa torna con un gran numero di specialisti – Gore Vidal, Franco Cardini & Marina Montesano, Lidia Ravera, Andreas von Bülow, Steven E. Jones, Claudio Fracassi, Jürgen Elsässer, Webster Griffin Tarpley, Thierry Meyssan, Enzo Modugno, David Ray Griffin, Barrie Zwicker, Michel Chossudovsky – e con una poderosa mole di dati, fatti e analisi.
Torna con molte più risposte rispetto alle domande di allora. Torna con una versione  controcorrente rispetto al mainstream dell’informazione mondiale per dirci come, su quell’11 settembre, al mondo sia stato fatto credere il verosimile, ma non la verità, e come, addirittura, proseguendo su questa linea di falsa consapevolezza, potremmo arrivare a credere l’inverosimile, di cui la morte posticcia di Osama Bin Laden è solo il primo passo.
 
Le nuove prove – L’aereo che si sarebbe schiantato sul Pentagono non è quello indicato dell’American Airlines. La scatola nera “trovata” riporta una rotta diversa. Nuovi video del crollo dell’edificio 7 del World Trade Center (non colpito da nessun aereo) mostrano una distruzione repentina, incompatibile con le spiegazioni ufficiali. L’esercitazione militare Vigilant Guardian oscurò proprio in quel giorno gli schermi della difesa aerea degli Stati Uniti d’America per quasi tre ore. Rivelazioni di Wikileaks evocano inquietanti scenari da golpe. “Testimoni oculari” ammettono la non veridicità delle loro dichiarazioni iniziali.
Sono solo alcune delle nuove prove che il gruppo indipendente che ha a lungo indagato sull’attentato dell’11 settembre mostra oggi come autentiche “pistole fumanti”.
 
Giulietto Chiesa
È uno dei più noti giornalisti italiani. Esperto di politica internazionale, fondatore dell’associazione Megachip Democrazia nella comunicazione (http://www.megachip.info/) e parlamentare europeo, ha pubblicato tra l’altro La guerra infinita, La guerra come menzogna e Le carceri segrete della Cia in Europa.

:: Recensione di Permanenze lontane di Maurizio Landini

29 agosto 2011

Ecco che ci ricasco. Giusto qualche recensione fa dicevo quanto è difficile recensire un testo poetico o almeno quanto lo sia per me. Davanti alla poesia mi sento come l’albatros si Baudelaire, goffa e impacciata, con le ali pesanti di razionalità e logica. La cosa più onesta da fare in questi casi è invece lasciare parlare le sensazioni, l’inconscio, l’irrazionale che alberga in ciascuno di noi, e così io farò. Leggendo Permanenze lontane, la prima raccolta poetica dell’esordiente Maurizio Landini edita da Edizioni della Sera, ho provato una sensazione molto particolare, quella di trovarmi di fronte ad un uomo che guarda in faccia l’abisso e si chiede quanto la quotidianità, e la percezione del reale siano consolanti prima di diventare “cenere”. La parola cenere, infatti ripetuta, riporta simbolicamente al mistero di annullamento e consunzione che la morte porta con sé. L’autore per parlare di questi temi ha scelto un linguaggio molto vicino all’inconscio, perché la poesia, risana, guarisce le ferite dell’anima, porta serenità e prolunga in un linguaggio di comunione anche i rapporti drammaticamente spezzati, e la morte è la più inguaribile fonte di separazione e assenza. La morte che “come il fango arresta il cammino” si smaterializza e porta a percepire la realtà con occhi diversi, trasognati. Non c’è rabbia, collera, rancore, Landini si pone di fronte alla realtà delle cose con matura consapevolezza e compiuta saggezza. La morte è “fango” ma il dolore cambia come “Cambieranno/ i rami/ fuori dalla mia stanza”. La morte è “fango” ma non arresta il flusso di ricordi nei vivi, è ancora possibile uno squarcio di luce, ricordare le “t-shirt stupende, le ragazze bionde e le poltrone rosse del cinema”, il passato è vivo, presente, finchè la mente può tornare a raccoglierlo, a impreziosirlo di personalissimi momenti.

:: Recensione di La ballata di Mila di Matteo Strukul

25 agosto 2011

milaL’estate sta finendo e le case editrici iniziano a proporre le novità dell’autunno, così fa Edizioni e/o inaugurando addirittura una collana Sabot/age, diretta da Colomba Rossi e curata da Massimo Carlotto, che propone un perfetto debuttante Matteo Strukul, che fino adesso era noto tra gli addetti ai lavori al di là della barricata, autore di La ballata di Mila un pulp noir triste, bellissimo e violento, ambientato nel Nordest prospero e opulento inquinato da fenomeni criminosi feroci come l’emergente mafia cinese che pian piano spiazza e disancora la criminalità locale insinuandosi nel territorio con le sue spire mefitiche. Innanzitutto è la storia di una vendetta e qui è indubbia l’influenza di molto cinema western epico, non solo per il titolo che mi ha subito richiamato alla mente La Ballata di Cable Hogue di Sam Peckinpah, sebbene i temi trattati siano differenti, ma penso al più recente Il Grinta dei geniali fratelli Coen dove una ragazzina assolda un killer per vendicare l’assassinio del padre, rifacimento del più stopposo, sebbene valse un Oscar a John Wayne, Il Grinta di John Hathaway, e non dimentichiamo il libro da cui fu tratto di Charles Portis, che la Giano ha pubblicato ultimamente, e i cui dialoghi da soli danno una lezione di letteratura difficilmente trascurabile. In La ballata di Mila il killer è la stessa Mila che non ha bisogno di maschi rassicuranti e protettivi per maturare la sua vendetta, ma agisce in prima persona, mette i suoi nemici uno contro l’altro e si gode il suo trionfo finale con insolente e crudele senso della giustizia. Strukul è una sorpresa, devo essere sincera, iniziandolo mi aspettavo un pulp tradizionale, certamente ambientato in Veneto, come il movimento Sugarpulp insegna, ma sebbene il respiro sia molto classico, parlo del modo di scrivere semplice, corretto, ben calibrato, i temi sono piuttosto spiazzanti. Innanzitutto la protagonista, è una donna, una ragazza, dai lunghi dreadlocks rossi, per chi non lo sapesse faccia riferimento alla capigliatura di Bob Marley, e non è frequente in questo genere di letteratura. Una donna con le palle, dura come l’acciaio, sfrontata, coraggiosa, che tratta con i delinquenti alla pari, reggendo il loro sguardo, facendosi rispettare, una tipa tosta insomma un po’ Lisbeth Salander ma con molta più rabbia in corpo. Una killer spietata, che taglia le teste alla gente  e le raccoglie in un sacco di juta come avvertimento. Più furba e abile dei suoi avversari, maliziosa, con un suo senso dell’onore e della giustizia tutto suo. Poi Strukul predilige un punto di vista interno alla criminalità, ne descrive vizi, debolezze, dinamiche di dominio e di lotte di potere. Specialmente il personaggio di Rossano Pagnan è molto vitale, intergrato nel territorio, violento e rivoltante finchè si voglia ma capace di scampoli di umanità quando gli massacrano la famiglia per poi cedere impietosamente a rigurgiti di codardia quando si trova ad essere ad un passo dalla morte. Il talentuoso Strukul è capace di una piacevole freschezza, e ci regala un romanzo efficace e tragico, un ritratto del marcio e della violenza che regge i delicati equilibri su cui si basa la struttura criminale che sempre più cerca di soppiantare il tessuto sano della società. La mafia cinese stessa a mio avviso, fatta di triadi e vecchi codici d’onore, di efferatezze senza limiti, emerge come la vera protagonista del romanzo, fatto salvo il ruolo centrale di Mila, cardine della narrazione. Lo stile è crudo, diretto, lucidamente perfido, la struttura classica, l’autore poi approfondisce la psicologia dei personaggi senza appesantire la narrazione ma dando alle scene d’azione ampia predominanza. In un certo senso ha una scrittura molto visiva, del cinema di Tarantino ricorda le atmosfere di Kill Bill con la killer O-Ren Ishii, decisa a consumere la sua vendetta, tema ricorrente anche in molto cinema asiatico pensiamo alla Trilogia della Vendetta di Chan-Wook Park. Tornando al western non si può non citare il capolavoro di Sergio Leone Per un pugno di dollari di cui Mila è una versione femminile del Joe di Clint Eastwood intento ad orchestrare un subdolo doppio gioco fingendo di vendersi ad entrambe le famiglie dominanti la città di San Miguel. Dosi di violenza iperrealistica, esagerata, contratta, con rari cedimenti nello splatter, poi ci portano alla lezione del nuovo pulp-noir americano, tra tutti forse Gischler ha inciso maggiormente sia sullo stile che sul linguaggio del giovane autore padovano. Con alterni risultati devo dire che Gischler ormai passato da promettente a consolidato, è preso a modello sempre da un maggior numero di giovani autori non solo americani, ed è bizzarro vedere quanto si presti a  queste contaminazioni. Indiscutibilmente un buon libro, che rientra nella nuova onda del pulp “italiano”, e che non mi farà più dannare quando mi chiedono quali sono i miei autori italiani preferiti. Ha ragione Carlotto ne sentiremo parlare.

:: Recensione di Le cose di cui sono capace di Alessandro Zannoni

24 agosto 2011

“Ehi, non fate quella faccia amici, questa è l’America! In questo paese del cazzo tutto è possibile, basta avere un avvocato che sappia il fatto suo potreste fare causa anche a Dio, anche se credo che l’abbiano già fatto.”

Nel panorama provinciale e sonnolento di questa estate italiana, che si preannunciava torrida e invece è solo piena di zanzare, dove ce ne stiamo come tanti messicani intenti a fare la siesta sotto il sombrero, iniziare a bere un po’ di tequila con mezcal non sarebbe male, per cui niente di meglio per svegliarci dal torpore che leggere l’ultima fatica di Alessandro Zannoni. Infatti esce oggi 24 agosto “Le cose di cui sono capace” (collana Corsari/PerdisaPop, prezzo euro 14.00, pagine 152) un noir bastardo e scorretto che, vi assicuro, farà cadere dalla seggiola e soffocare con la saliva di traverso parecchia gente. Leggere “Le cose di cui sono capace” è come essere attraversati da un treno in corsa. Non scherzo, libri così di solito non se ne leggono, o li censurano, o gli danno letteralmente fuoco. Già me le immagino le facce arcigne di bigotti e benpensanti, tutti intenti a tuonare come predicatori da Far West e scagliarsi contro il libello incriminato, ma a Nick Corey – sceriffo di BakereedgePass Texas – di thompsoniana memoria, non gliene può fregare di meno. Beve, scoreggia e bestemmia, il nostro Nicola Coretti, italo americano di seconda generazione, sperduto in quel grande nulla che è la provincia americana, e ha le sue armi per disincentivare il crimine, armi che non lo faranno certo apparire nella foto ricordo degli sceriffi dell’anno. Deserto e scorpioni, vacche e rodei, ecco lo scenario. Si alleva bestiame e si coltivano sterminati campi di cotone e peperoncino a BakereedgePass, tra trivelle abbandonate, barbecue di sabato pomeriggio, e soprannomi. Tutti hanno un soprannome da quelle parti, e le donne sono pericolose, fanno letteralmente paura, come Reyna: moglie megera di Rudy, amico per la pelle del nostro imprevedibile sceriffo, per cui, sembra strano a dirsi, l’amicizia è sacra. Nick Corey non molla un amico nei guai quando arrivano come un esercito di locuste e “Guai” è il secondo nome di Rudy, capace di giocarsi a carte il ristorante con gente che ha i suoi metodi per far rispettare i debiti d’onore. Il classico Stetson ben calato sugli occhi, la pistola pronta a fare più rumore che ad ammazzare veramente qualcuno, Nick Corey non ha di meglio da fare che gettarsi nella mischia e saranno cazzi amari per tutti. Ah dimenticavo c’è anche una donna, c’è sempre una donna nella vita di uomini come Nick, una donna appena uscita di galera naturalmente, e qui non ho potuto non pensare alla Celeste di “Dia de los muertos” di Kent Harrington, una donna capace di triturare il cuore di un uomo con i suoi stivali di pitone. Stella Ronstad anche lei è nei guai, anche lei è tornata in città perché non ha altro luogo dove nascondersi, anche lei si rivolge a Nick in cerca di auto, e iniziano ad essere davvero troppe le grane in circolazione, senza contare il rodeo che si avvicina e radunerà i peggiori ceffi dello stato e degli stati confinanti, e non saranno certo i cartelloni sparsi per la città che richiamano alla moderazione e al buon senso a tener calmi gli animi.. Nossignore. Io non vi dico di più, non vi resta che fiondarvi nella prima libreria e comprarlo, o essermi amici – per Natale ho intenzione di farne incetta, regalarli e ficcarli sotto l’albero di parecchia gente. Volete mettere? Un Natale con Nick Corey non ha prezzo.
Zannoni ha talento, cavolo sa scrivere, è indubbio, un altro che si fosse azzardato a provare l’impresa si sarebbe trovato disarcionato da un cavallo imbizzarrito, per restare fedeli alle metafore di frontiera; ma lui no, beffardo e irriverente, se la ride e ci sbatte in faccia un antieroe senza pudori, capace di tutto, come ci avvisa sornionamente il titolo, che mai fu più azzeccato. Autore fuori da ogni classificazione, provocatorio, caustico, innovativo e coraggioso. E quando si parla di coraggio è bene dirne due anche su Antonio Paolacci, direttore della collana PerdisaPop I corsari, degno erede del mitico Luigi Bernardi, che a ben vedere ha accettato la scommessa e non molti l’avrebbero fatto, per lo meno non in Italia. Irriverente e dissacrante omaggio a tanta letteratura americana di genere che abbiamo imparato ad apprezzare ed amare, “Le cose di cui sono capace” si ricollega ai grandi classici e qui ci vorrebbe Luca Conti per parlarne con più competenza di me, e so che forse ne accadrà.. Di certo il fantasma di Jim Thompson aleggia in queste pagine, e non solo per quel nome ingombrante e impegnativo che il nostro sceriffo si trova tra capo e collo; il vecchio Jim me lo vedo sorridere e chiedersi chi cazzo è questo cugino italiano che osa tanto. Gianpaolo Serino l’ ha definito di una bellezza fottuta, e mi dispiace solo che c’è arrivato per primo. Lo stile è semplice e diretto, teso e asciutto, quasi scarno, capace di graffiare con quella dose di cattiveria e di brutalità che separa i principianti dai veri scrittori. Concludo, perché sto andando ben oltre al tot di parole che tributo ad ogni recensione, col dire che Zannoni non si fa intimidire dal mito della frontiera, il suo Nick Corey preferisce pisciarci su.

:: Resoconto della conferenza al Salone del Libro 2011 di Valentina Pattavina a cura di Elena Romanello

22 agosto 2011

ultima ereditàLaureata in archeologia, dopo anni di lavoro nell'ambito dello spettacolo, Valentina Pattavina si è affacciata poi al mondo della letteratura, pubblicando i due gialli La libraia di Orvieto e L'ultima eredità, ambientati nella cittadina umbra e incentrati sul personaggio di Matilde, quarantenne in cerca di una nuova strada come libraia appunto nella cittadina umbra, tra enigmi e delitti.

Non  è un rischio provare a scrivere un seguito ad un libro di successo?

Ho cercato di scrivere L'ultima eredità in modo che fosse possibile capire la vicenda anche a chi non conosceva La libraia di Orvieto. La storia dei miei due romanzi è andata avanti di suo, nel primo la mia protagonista Matilde è in fuga e in cerca di una sistemazione, nel secondo ha già trovato il suo posto nella comunità. Si possono leggere uno di seguito all'altro ma anche separatamente, le due trame sono sganciate.

Nel tuo libro c'è il personaggio di un barista che ad un certo punto, dopo una vita da ateo bestemmiatore, si converte alla religione. Tu che rapporto hai con la fede?

Pessimo, sono atea e ho parecchi problemi con la Chiesa. Io rispetto le persone credenti, ma vorrei che loro rispettassero me, detesto che ci sia chi mi vuole imporre dall'alto determinate cose. Nel corso della mia vita ho visto molto l'aspetto religioso, e mi interessava comunque inserirlo nella mia storia, proprio perché ho voluto creare una vicenda con tante sfaccettature, compresa questa legata a quel personaggio.

Quanto c'è di te in Matilde?

Il personaggio di Matilde non è autobiografico, c'è molto di me in tutti i personaggi, nel bene e nel male. Matilde mi ricorda molto perché entrambe siamo delle solitarie, io adoro stare per conto mio e ritagliarmi i miei spazi.

Nei tuoi libri c'è molto amore per la cultura e molta ironia, a cominciare dal discorso dei titoli falsi dei libri dati ai librai.

I titoli distorti me li hanno passati molti miei amici librai, c'è gente che chiede Il giardino dei fritti porcini  o Sequestro un uomo o ancora I buoi oltre la siepe. Ho voluto nei miei due romanzi fare anche un omaggio ai libri, veri e propri oggetti taumaturgici, e ai librai, eroi, merce rara, capaci di appassionare la gente alla lettura. Un mestiere meraviglioso, oggi fortemente a rischio.

Nel tuo libro si parla anche di cucina, sei anche appassionata di questo?

Non particolarmente, mi serviva un momento in cui riunire i miei personaggi, e a tavola viene fuori il meglio e il peggio di una persona.

Hai lavorato per tanto tempo nello spettacolo, ti sei ispirata a dei film per il tuo libro?

Ci ho messo dentro Ladri di biciclette, e anche Il buono, il brutto e il cattivo. Io amo tutte le forme d'arte e tutti i tipi di storie. Ormai è stato raccontato di tutto, ma può cambiare il modo di narrare.
 
La libraia di Orvieto e L'ultima eredità sono disponibili per Fanucci.
 
Elena Romanello

:: Recensione di Morte in Aprile di José Luis Correa a cura di Riccardo Falcetta

20 agosto 2011

   morI cliché tanto deprecati dai critici sono in realtà un bene ricercato e inseguito da tanti fruitori di fiction per via della loro funzione rassicurante, ordinatrice. Buona parte del pubblico quando sceglie l’intrattenimento preferisce “andare sul sicuro” rivolgendo la propria attenzione verso le storie che paiono affini alle esperienze già acquisite, sperando di trovarvi anche del nuovo, vale a dire nuove risposte ai rompicapi di sempre. Se ben dosati allora, non necessariamente i cliché sono inutili o dannosi.
   In Muerte en abril l’autore, lo spagnolo José Luis Correa, attinge senza remore eppure in modo non banale agli stereotipi e ai tormentoni del giallo-noir, genere esso stesso ormai largamente “formalizzato” e abusato. Il suo detective privato è Ricardo Blanco di Las Palmas, Canarie, torbida e assolata provincia d’Europa, il caldo tropicale, la vita a rilento, le notti di festeggiamenti perenni che tacciono squallori tragici di solitudini e marginalità. Come Mario Bermudez, primo di tre uomini brutalizzati e abbandonati come bizzarri manichini nelle desolazioni dei propri alloggi, in lingerie femminile; e come l’umile studentessa «il cui nome era Raquel, o Sandra o Maria Luisa… Il suo nome era Lola» sospettata di quel primo omicidio, per cui Blanco s’impegna a indagare.
Detective Blanco, quaranta percento Spade/Marlowe, sessanta Pepe Carvalho (tutti citati, non a caso, in fase di promozione) è l’io-narrante romantico e un po’ scanzonato di una quotidianità operosa, fatta di personaggi che sono mix perfetti di banalità e unicità umane, persone vere, insomma. Come l’indolente commissario Alvarez (la moglie Susana «simile a quella del commissario Maigret: sembrava che Simenon avesse pensato a lei per tratteggiare il suo personaggio.[…] Lei sì che sa capire suo marito») e il saggio Colacho Arteaga che puntualmente trasforma le visite di suo nipote in divertenti e istruttive dispute generazionali, e poi le “vecchie fiamme” non estinte: Malena, «Malena triste come l’armonica […] canta il tango con voce d’ombra». Nostalgico d’amore, buona musica e cinema d’annata, il nostro è altresì un segugio ostinato e un fiuto finissimo non tarda a metterlo sulla pista giusta. L’atmosfera da giallo classico inizialmente prevale ma presto cambia, vira al nero: le nebbie si diradano, gli odori si intensificano mentre, complice la stoltezza di giornalisti e politici in cerca di visibilità, le informazioni fuggono, la posta in gioco si alza, e il gioco del cacciatore e della preda rischia a ogni passo di rovesciarsi, fino a al teso epilogo hard-boiled in cui il segugio Blanco dovrà mostrare i denti. Queste le premesse a un narrazione che per dovizia di convenzioni (codici in bella mostra sulla scena del crimine, sequenzialità rituale dei delitti, testi antichi, donne e gatte dal fascino obliquo e incontri ravvicinati con l’assassino) saprebbe a ogni riga di già letto e straletto.Dunque, un compito di genere ben eseguito? Sì, ma non solo questo.
   Correa ha dalla sua la capacità di rendere preziosa la materia del narrare.Ha una voce che senti quandoda sapiente affabulatore infarcisce la vicenda di digressioni meste e di dialoghi che sono soliloqui, il tutto intriso di quella musicalità che è tipica della lingua e di tanta buona letteratura ispanica. Blanco racconta e descrive citando il jazz, i personaggi e le pellicole del cinema classico («arrivai a dire a Charlie Parker giocatore che per anni avevo creduto di essere la metempsicosi di Charlie Parker musicista, perchè ero nato nel cinquantacinque, due giorni dopo la sua morte […] Alla fine ricordammo suo padre e arrivammo a brindare a lui cinque volte […] pura scena bogartiana…»). Attraverso l’autore (docente di cinema all’Univerisità di Las Palmas), il personaggio è testimone diuno spirito e di tutto un immaginario d’antan  che ti accarezza, ti fa sorridere e sognare, e intanto ti racconta una modernità cupa e svilita, «che ha sempre meno tempo per gli altri», che «è triste proprio come sembra ». Una realtà dove «non c’è più tempo per le conquiste» e dove ormai si ricerca «amore alla carta», passioni da consumare fugacemente, senza impegno, con gli incontri su Internet, le chat e le pagine di annunci sui giornali. Sono proprio quelle solitudini sciagurate, quindi, il discorso che questo romanzo reca neanche tanto in filigrana, l’ombra di una contemporaneità che tutto deprezza, confonde e annichilisce e si allunga persino in quegli interstizi di mondo che ancora ci appaiono incontaminati e dove invece la purezza resta come semplice residuo iconico, il mito scomparso e favoleggiato dalle guide turistiche. La purezza e la bellezza, sembra dirci Correa, sono ormai dote esclusiva della buona arte e della sua poesia. Lo sa bene Ricardo Blanco che a un certo punto si rivolge a un sempre più perplesso Colacho Arteaga, dicendogli «non tutti entrano nel giro, guarda me, perché credi che collezioni dischi? È un buon surrogato delle linee erotiche e credo, più economico».
   A che serve urlare contro ai cliché? È un noir oltre il noir questo “Morte in Aprile” (secondo della serie, dopo il fortunato e premiato “Quindici giorni di Novembre”), un bel romanzo, che grazie a una scrittura prodiga di suggestioni latine e non scevra di tensione etica, merita anche l’attenzione dei non avvezzi al genere. E come sempre un plauso ai tipi della Del Vecchio per la scelta e la consueta cura dell’edizione.

Riccardo Falcetta

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:: Un'intervista con Tony Black

18 agosto 2011

Black, TonyCiao Tony. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Raccontaci  qualcosa di te. Chi è Tony Black? Punti di forza e di debolezza.

Iniziamo subito con le domande difficili, vedo!… Beh, sono un po' confuso… l'anno scorso o giù di lì, ho vissuto a Melbourne e Dublino e ora sono tornato ad Edimburgo; così si potrebbe dire che un mio punto debole sia l’ inquietudine, ma un punto di forza potrebbero essere le mie mille miglia!

Parlaci del tuo background, dei tuoi  studi, della tua infanzia.

Sono nato nel New South Wales in Australia – i miei genitori erano di origini scozzesi, anche se da parte di mio padre la famiglia è prevalentemente lituana. Sono andato a scuola in Scozia e in Irlanda (in realtà frequentavo la stessa scuola a Galway come il grande Ken Bruen) e mi muovevo un bel po’ da bambino. Ho studiato letteratura inglese all' Università e devo dire che ero uno studente fantastico – se si definisce 'studente' un ubriacone, che pensa solo ad andare ai party! Quindi, si spiega perché ho lasciato all’ ultimo anno e ancora non ho una laurea.

Quando hai capito che avresti voluto fare lo scrittore? Cosa ti ha fatto decidere di iniziare a scrivere gialli?

Penso di aver sempre saputo che volevo essere uno scrittore, mia madre e le mie sorelle raccontano che ho sempre avuto la mania di inventare storie sin da ragazzino e le inducevo a scrivere per me molto prima che potessi effettivamente scrivere. Posso chiaramente ricordare che sin da abbastanza presto a scuola ho trovato la scrittura molto naturale e non mi piaceva fare molto altro. Ho odiato la matematica e la scienza e tutta quella roba, dovevo creare qualcosa di nuovo o qualcosa che non era interessato a nessuno fino allora. Ho iniziato a scrivere romanzi polizieschi dopo quattro romanzi molto diversi che non ero riuscito a vendere. Stavo con lo stesso agente ormai da circa sette anni e dopo l’ennesimo libro che continuava a tornare indietro, l'agente mi ha chiesto qualcosa di diverso e così iniziai a scrivere crime. Il mio primo romanzo crime per cui fui pagato, riuscii a venderlo  nel giro di poche settimane, quindi fu una buona mossa.

Dimmi qualcosa di Edimburgo.

Da dove cominciare? Si tratta di una grande città, ed è anche il luogo nel mondo in cui mi sento più a casa. La gente è bella e c'è sempre qualcosa da fare. Ed è piena zeppa di scrittori forse troppi – si può gettare un bastone in qualsiasi strada e colpire uno scrittore!

Chi sono i tuoi scrittori preferiti? Chi pensi abbia influenzato la tua scrittura?

Ho letto davvero molto, e ho un sacco di favoriti. Mi piace Hemingway, Steinbeck, McCullers, Salinger. Sono anche grande appassionato di  Kafka, Turgenev e Chekov. In genere sono un fan enorme di Jim Thompson e David Goodis, James M. Cain. Mi piacciono un sacco gli scrittori del nuovo revival celtico come Ken Bruen, Irvine Welsh e William McIlvanney. Le influenze sono difficili da rintracciare, so quelli da cui mi piacerebbe essere stato influenzato, ma se lo sono stato o no è un'altra questione. Suppongo che, sul piano stilistico, sono certamente stato influenzato dal gallese Bruen, ma allora chi non lo è stato?

Il tuo romanzo d'esordio, Gutted, inizia con un omicidio raccapricciante. Potresti dire al pubblico cosa succede?

Gutted è in realtà il mio secondo romanzo, ma inizia certamente con un omicidio raccapricciante. Il mio protagonista, Gus Dury, è sulle colline di notte – sta indagando su un caso – quando sente delle urla e corre a vedere cosa stia succedendo. Così trova un gruppo di adolescenti che torturano un cane e lui interviene. La lotta finisce in un boschetto di cespugli e Gus quando cade a terra, si trova ben presto ricoperto di sangue … non è ben sicuro del perché, fino a quando si rende conto che è caduto sui resti di un cadavere in decomposizione.

Puoi dirci un po' del tuo protagonista?

Gus è stato descritto come un 'investigatore riluttante e un alcolizzato entusiasta e credo che questa definizione lo riassuma abbastanza bene. Non è necessariamente qualcuno con cui mi piacerebbe andare al pub assieme, ma sa fare il suo lavoro e la sua vita caotica è interessante da esplorare.

Qual è stato il punto di partenza nel processo di scrittura?

Ho scelto la via dell’investigatore privato perché volevo coprire l'intera società di Edimburgo, è una città molto divisa e esplorare queste divisioni mi affascinava. Un sacco di romanzi si concentrano solo su una determinata classe di persone, ma con Gus Dury sapevo che potevo muovermi tra le classi e fungere da canale e guida per il lettore. Appartiene di nascita alla classe operaia, ma è riuscito a entrare nella classe media a causa della sua occupazione ed è un commentatore sagace delle differenze.

Qual è stata la parte più laboriosa durante la scrittura?

Per me è difficile spezzare il processo di scrittura: la trama, la pianificazione, la costruzione dei personaggi … è un tutt’uno. Quando sto scrivendo un libro succede sempre che praticamente tutto il resto della mia vita si blocchi finché il libro non è finito. E 'difficile trovare il tempo per individuare le parti faticose perché è un inferno di un sacco di lavoro. Trovo il materiale promozionale un po' laborioso, le letture e le presentazioni, e così via. Non avevo mai previsto di dover fare nulla di tutto ciò prima che diventassi uno scrittore (stupido ingenuo che sono), ma è parte del lavoro che svolgo oggi.

Tra Paying for it, Gutted, Loss, Long Time Dead e Truth Lies Bleeding. Qual è il tuo preferito?

È ora possibile aggiungere a questa lista Murder Mile… che sarà pubblicato all'inizio del 2012. Il mio preferito è sempre quello che ho appena finito perché mi da sempre un senso di sollievo averlo finalmente nella borsa!

Leggi sempre le recensioni dei tuoi libri?

Sì, non credo agli scrittori che dicono di no.

Quanto è importante il personaggio centrale di un libro?

E’  fondamentale. Tutto si basa sul protagonista. Quando leggo un libro posso perdonare tutto ad uno scrittore se il protagonista è abbastanza interessante. Come ho detto, sono un grande fan di Ken Bruen e i suoi personaggi sono sempre incredibilmente interessanti e divertenti, è un genio quando si tratta di creare personaggi credibili.

Pensi che i critici abbiano influenzato il tuo lavoro?

Beh, se intendi come critici gli editor e gli agenti in quanto forniscono un feedback critico, certamente sì. Il mio editor Rosie de Courcy di Random House è un editor favoloso e c'è ben poco che viene passato a lei che non migliori, poi non modifica con mano pesante niente, il suo tocco è molto leggero – crede nei suoi autori e permette loro di condurre la via che credono per produrre i migliori risultati. Il mio agente, Sam Copeland, è molto accorto forse troppo… può leggere un testo e raccomandare una modifica che fa sempre la differenza. E' sottile, ma un vero talento.

Scrivi anche racconti o solo romanzi?

Mi piace scrivere racconti brevi! Sono come una pausa dal lungo tour de force di scrittura dei romanzi. Affronto la scrittura dei racconti in un modo completamente diverso – nessuna pianificazione, nessuna trama – Mi immergo nella storia e vedo dove va. Alla fine rimodello il tutto – mi piace la narrativa breve quasi quanto il romanzo. Ho anche appena scritto un racconto per la stampa Pulp nel Regno Unito, che uscirà l'anno prossimo. Si tratta di circa 25.000 parole intitolato RIP Robbie Silva.

Cosa stai leggendo in questo momento?

In realtà ho appena finito di scrivere Murder Mile e non leggo romanzi quando scrivo quindi ho un mucchio di libri in cui tuffarmi. In cima c’è California di Ray Banks che molto gentilmente mi ha dato qualche mese fa e ho voglia di leggerlo da allora.

Quanto è importante un buon titolo?

Estremamente importante. Non mi piacciono assolutamente i titoli di lavoro, trovo che una volta che un libro ha il titolo adatto tutto il resto va al posto giusto. Ho cercato di scrivere Gutted  sotto una miriade di altri titoli, ma è stato un disastro fino a quando non ho trovato questo che era perfetto. Alcuni scrittori costantemente ideano grandi titoli e si tratta di una vera abilità penso … amo Trainspotting di Irvine Welsh, e The not knowing di Cathi Unsworth che è uno dei titoli migliori di crime.

È davvero un romanzo giallo Il grande Gatsby?

Tra le altre cose, credo di sì. Più che altro, però, è un grande romanzo.

Ti piace fare tour promozionali? Racconta ai nostri lettori qualcosa di divertente accaduto durante questi incontri.

Sì e no. Sono uno scrittore e voglio scrivere più di ogni altra cosa … ma mi divertirebbe sicuramente fare un tour in Italia però! Una volta un ubriaco entrò ad una mia presentazione, ma era inverno a Edimburgo e credo che non volesse solo stare fuori al freddo.

Verrai in Italia a presentare tuoi romanzi?

Ci puoi scommettere.

Quando uscirà il tuo prossimo libro in Italia?

Buona domanda. Vado a controllare con il mio agente adesso!

Che rapporto hai con i tuoi lettori? Come possono mettersi in contatto con te?

La maggior parte dei miei lettori da tutto il mondo, entra in contatto con me tramite il mio sito web http://www.tonyblack.net e mi dice cosa pensa del ultimo libro che ho scritto e ci sono alcuni regolari che si ripresentano e che è sempre bello rivedere.

Infine, la domanda inevitabile. Stai attualmente lavorando ad un nuovo romanzo? Altri progetti?

Bene, Murder Mile è stato appena messo a letto così ho intenzione di prendermi un po’ di pausa e poi tornerò al lavoro. Ho un sacco di idee che bollono in pentola.