Grazie Fabio per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Fabio Bussotti? Attore, regista, appassionato di Borges.
Sono principalmente un attore, da quasi trent’anni. Allievo di Vittorio Gassman, ho attraversato tutti i generi. Ho preso parte a una trentina di film e ho vinto il Nastro d’Argento nell’89 per l’interpretazione di frate Leone nel Francesco di Liliana Cavani. Borges lo leggo spesso, soprattutto quando ho bisogno di trovare uno spunto.
Hai esordito con L’invidia di Velazquez e ora proponi Il cameriere di Borges. Parlaci del tuo libro. Come è nata l’idea di scriverlo? Quale è stato il punto di partenza del processo di scrittura?
Anche il mio secondo libro, e cioè Il Cameriere di Borges, è nato come soggetto cinematografico. Pensavo a una storia tra Roma a Buenos Aires in cui un vecchio padre andasse alla ricerca di una figlia abbandonata trent’anni prima. Spero ancora di poter convincere un produttore a realizzare questo film. Ci spero, ma è dura.
Già dal titolo è un omaggio a Borges di cui riprendi molti dei suoi temi più amati: il doppio, il viaggio, il libro come strumento quasi magico, il rapporto tra realtà e memoria, tra menzogna e verità, tra sortilegio e inganno. In cosa pensi il grande maestro argentino ti abbia ispirato maggiormente?
Il tema del doppio è quello che ricorre più spesso ed è, per motivi teatrali, quello che mi ispira di più. Il personaggio di Evaristo Torriani porta a estreme conseguenze questo tema comparendo contemporaneamente in varie parti del mondo: in realtà, è il suo metodo per scomparire, per rendersi invisibile.
Il tuo libro è pieno di citazione letterarie: riferimenti a Gadda, un personaggio chiama Bertone Ingravallo, Osvaldo Soriano, Alfonsina Storni, Baldomero Fernández Moreno, una divertita autocitazione. Se nel tuo libro precedente tema ispiratore era la pittura, in Il cameriere di Borges tema ispiratore è la letteratura?
Sì , è così. Ma io ci gioco sopra, con divertimento.
Puoi riassumerci brevemente la trama, per i lettori che non l’avessero ancora letto?
E’ la storia di un vecchietto che scompare e del commissario Bertone che si mette a cercarlo. Ben presto si viene a sapere che il vecchietto non era ciò che diceva di essere; nel suo passato ci sono personaggi come Che Guevara, Allende, Borges e una figlia abbandonata a Buenos Aires nel ’79. Per venire a capo di questi enigmi, il commissario dovrà volare in Argentina e fare i conti con tante vite diverse che il tempo e la Storia hanno contribuito a separare.
Come nasce il personaggio di Flavio Bertone? E’ il frutto di tante contaminazioni, di tanti ispettori e commissari che hanno popolato la letteratura poliziesca? A chi si ispira di più?
Credo che l’aspetto romantico sia dominante. Nel primo romanzo era più burbero. Adesso è un cinquantenne in cerca di sentimenti e con la nostalgia di un figlio che non ha mai avuto. Bertone si ispira a tanti modelli, naturalmente (da Maigret a Marlowe), ma adesso vive di vita propria. E’ indipendente e se ne frega dell’autore.
Flavio Bertone e le donne: una ex moglie ancora innamorata, una fidanzata madrilena di forme abbondanti con la quale sogna di fare un figlio. Non è esattamente uno scipafemmine ma sa farsi amare. Quale è il suo segreto?
E’ sincero e non nasconde le sue fragilità. Non si risparmia mai. E’ generoso. Fin troppo. Le donne lo amano, ma alla fine lo mollano.
Parte del libro è ambientata in Italia, parte in Argentina paese che sembri conoscere per esperienza diretta. Che legami pensi ci siano tra questi due paesi, storici, politici, letterari? In cosa pensi si differenzino?
Questa domanda è molto impegnativa, dovrei rispondere con un saggio e, temo, non breve. Gli italiani d’Argentina sono tanti e hanno contribuito e ancora contribuiscono alle fortune e alle disgrazie di quel grande Paese che per noi è geograficamente lontano, ma vicino nel cuore.
Il personaggio di Evaristo Torriani alias Vincenzo Binetti è un personaggio affascinante, misterioso, sfuggente: una spia, un guerrigliero nella foresta boliviana accanto a Che Guevara, collaboratore di regime, ladro internazionale, cameriere personale di Borges, ora vecchio morente che come ultimo desiderio vuole rivedere sua figlia. Come hai costruito il suo personaggio?
Questo è il personaggio più borgesiano del romanzo. Sfugge a ogni definizione. Sembra più una creazione letteraria che una persona in carne ed ossa. Anche lui, ormai vecchio, non sa più quale sia la più autentica delle tante vite che ha vissuto.
Un inedito di Borges, e un elenco dei veri genitori degli orfani della dittatura militare di Videla. Il libro come oggetto fisico, depositario di memoria, strumento di denuncia dell’orrore, cosa rappresenta nel tuo romanzo?
Il libro è sempre una menzogna, un artificio, finzione. Ma è grazie ai libri se qualche volta capiamo la realtà.
Dal punto di vista prettamente stilistico, quali sono gli scrittori che ti hanno maggiormente influenzato, da cui hai più imparato?
Montanelli, Arpino, Buzzati. Mi piacciono. Che ci posso fare?
Il tuo essere attore in che misura ha influenzato il tuo essere scrittore? Che bagaglio di esperienza recitativa, immedesimazione, capacità di analisi, ha arricchito la tua prosa?
Studio i personaggi che scrivo come se li dovessi portare in scena. E’ un metodo mimetico. Non so se funziona, ma io mi diverto.
C’è qualcuno che vorresti ringraziare, che ti ha incoraggiato, aiutato con suggerimenti, consigli, anche critiche?
Giulio Mozzi, che mi ha dato sempre consigli preziosi e mi ha esortato a sviluppare i personaggi.
Afterglow dei Genesis, stesso titolo dato a Borges a una sua poesia, ha un ruolo decisivo nel libro, senza svelarlo ai nostri lettori, come è nata l’idea di utilizzare un brano musicale in modo così diciamo strategico?
Mi piacciono i Genesis. Tutto qui.
Il romanzo ha interessato numerosi registi, ho sentito i nomi di Liliana Cavani e Marco Bechis, presto sarà un film grazie a una coproduzione italo-argentina. Puoi dirci qualcosa di più? Contribuirai alla sceneggiatura?
Allora, per essere chiari, la storia del film non è affatto sicura. E’ vero che il romanzo è piaciuto alla Cavani e a Bechis, ma per adesso la produzione italo-argentina non c’è. Ci stiamo lavorando e se avremo buone nuove, vi faremo sapere. Se tutto andrà bene, contribuirò alla sceneggiatura.
Infine per concludere ringraziandoti della tua disponibilità : a cosa stai lavorando ora?
Presto sarò in teatro con il “Caso Braibanti”, un testo di Massimiliano Palmese per la regia di Giuseppe Marini. Ogni tanto, però, lavoro alla terza avventura di Bertone. Ormai, ci ho preso gusto.