Archive for the ‘Uncategorized’ Category

:: Intervento in diretta streaming di Clara Sánchez a Libri come

10 marzo 2012

Oggi sabato 10 marzo, ore 18 – Intervento in diretta streaming a Libri come di Clara Sánchez, autrice di Il profumo delle foglie di limone e del nuovo La voce invisibile del vento “Come scrivo i miei libri”  Brunella Schisa conversa con lei.
L’intervento dell’autrice ripreso dal sito di Telecom Italia e possibile vederlo grazie a Garzanti sul nostro blog. Libri come, la Festa del Libro e della Lettura promossa e organizzata dalla Fondazione Musica per Roma che si svolge da giovedì 8 a domenica 11 marzo 2012 all’Auditorium Parco della Musica di Roma è arrivata alla terza edizione.

http://librinellarete.telecomitalia.com/garzanti/player.html

:: Segnalazione di Se non ora quando? di Eve Ensler

8 marzo 2012

Titolo originale: A Memory, a Monologue, a Rant, and a Prayer
Pagine: 224 Prezzo: 15,00 euro Piemme

“Il mondo comincia a cambiare quando uno dice: si può fare.”

Eve Ensler

“La Ensler si è fatta la reputazione di ‘una che rompe i tabù’ con i Monologhi della vagina: qui continua con quello spirito, chiamando la violenza sulle donne “una questione che sopravvive sfacciatamente in tutto il mondo ma di cui non si parla, non si vede, non le si dà peso ne’ significato”.

Publishers Weekly

Non si stanca mai Eve Ensler. Non si ferma mai. Da quando nel 1996 I monologhi della vagina (Obie Award 1997) furono messi in scena per la prima volta al Cornelia Street Cafè nel Greenwich Village di New York, diventando quello che sono diventati per tutti noi – tradotti in 48 lingue e “gridati dal palco” in ben 120 paesi dalle voci di donne a attrici “giganti” come Susan Sarandon, Melanie Griffith, Cate Blanchett, e in Italia da Lella Costa, Athina Cenci e tante altre -, la Ensler non si è più fermata.
Autrice cult, drammaturga leggendaria, poetessa, regista, veterana paladina dei diritti delle donne, ha fondato nel 1998 il V-day, un movimento internazionale per fermare la violenza contro le donne annoverato nel 2001 dal Worth Magazine fra i migliori cento “best charities”. Nel giugno del 2006, a New York, come emanazione del V-day, la Ensler mise in piedi la prima edizione di Until the Violence Stop Festival, una due settimane di manifestazioni e performance artistiche in giro per la città, in occasione della quale la “vagina warrior”, come è anche chiamata, commissionò una serie di monologhi e scritti d’avanguardia a significative voci di autori e autrici, drammaturghi e drammaturghe, celebrities e femministe di tutto il mondo. Il risultato fu A memory, a monologue a rant and a prayer: due performance teatrali, due serata di reading a New York City che videro calcare la scena a Jane Fonda, Brittany Murphy, Isabella Rossellini. Un anno dopo quell’esperienza diventò un libro curato dalla Ensler insieme con Mollie Doyle, edito da Villard Books (4 stelle su GoodReads, recensione del Publishers Weekly), e oggi pubblicato da Piemme con il titolo Se non ora quando? Contro la violenza e per la dignità delle donne (riprendendo nell’omonimia della domanda “Se non ora, quando?”, il nome di un movimento “per le donne” nato nel nostro paese nell’ultimo anno e che ha visto scendere in piazza nomi noti dell’arte, della cultura, dello spettacolo). Un coro di voci autorevoli colme di sdegno, un grido per la dignità e la libertà di ogni donna “il cui potere”, scrive Publishers Weekly, “sta nell’effetto combinato dei racconti, che, uno dopo l’altro, tirano fuori tutti i modi sottili e spaventosi in cui la violenza è stata ed è ancora oggi perpetrata contro le donne”. Un libro che arriva al cuore del dibattito sociale e civile sulla questione, in ogni sua forma, in ogni luogo. Da quel giugno newyorchese, nell’ambito del V-day, Se non ora quando? è stato portato sulla scena a scopo benefico centinaia di volte, dalle università ai piccoli centri (e, se interessati, il libro spiega come fare). In esso risuona un messaggio di denuncia inequivocabile e una “chiamata alle armi” per la nostra coscienza: la violenza sulle donne è ovunque. In alcuni paesi del mondo è plateale e brutale. Così quotidiana da sembrare ineluttabile. In altri, in quella “progredita” realtà occidentale che ben conosciamo e in cui le donne hanno conquistato almeno formalmente ogni diritto sociale, civile, politico, essa invece è insidiosa, strisciante, nascosta. Perfino glamour, talvolta. Nomi importanti di scrittori come Dave Eggers e Edwige Danticat, femministe storiche come Alice Walker e Carol Gilligan, e celebrità come Jane Fonda e Kathy Najimy, si uniscono all’energia della Ensler per strappare i lettori alla loro passività. Michael Cunnigham ci parla di automutilazione; Eggers di rapimento in Sudan; la Gilligan racconta di una figlia testimone di continue violenze sulla madre; Susan Miller di donne sole nel crescere i figli; Patricia Bosworth testimonia intimamente dello stupro subito. Tanti altri sono gli scritti: di Hanan al-Shaykh, di Tariq Ali. E tutti, in fondo, rilevano un’unica, bestiale realtà: la violenza femminile è tentacolare e multiforme. Se andiamo in Congo, in Ruanda, in Darfur, le donne, lo sappiamo, sono vittime di stupri etnici e politici, rapite, picchiate e violate perché pedine fragili sullo scacchiere dei conflitti tribali. Se restiamo qui, in Italia, in America, sono tante le compagne, le mogli che quotidianamente vengono picchiate tra le mura di casa. E le figlie costrette a esserne testimoni impotenti. Non basta lavorare, fare politica, avere ottenuto per legge pari libertà e pari diritti degli uomini. Ad uno sguardo più consapevole e attento, le sorelle africane non sono lontane da noi. Questi racconti, toccanti, tragici, arrabbiati, ispirati, emozionanti e a tratti leggeri e poetici sono qui per ricordarcelo. Per non farci abbassare la guardia, mai, sulla dignità della donna. Un bene che va difeso per un mondo migliore.

Eve Ensler è scrittrice, drammaturga, poetessa, sceneggiatrice e regista. Ha alle spalle una lunga militanza come attivista per i diritti delle donne. Vive a New York, dove insegna drammaturgia all’università. La sua opera più importante, I monologhi della vagina (insigniti nel 1997 del prestigioso Obie Award) è stata tradotta in 48 lingue e portata in scena con grande successo in 120 paesi: a Broadway (da star come Susan Sarandon, Glenn Close, Melanie Griffith e Winona Ryder), a Londra (da Kate Winslet e Cate Blanchett), in Italia (da Lella Costa, Lucia Vasini, Lucrezia Lante della Rovere, Athina Cenci). Da questa pièce è nato il V-Day, contro la violenza sulle donne. Per Piemme ha pubblicato Io sono emozione.

:: Incipit de Le descrizioni di Monica Dall Olio (Perdisa Pop)

7 marzo 2012

Dal 28 marzo in libreria

Perché lo scorso inverno mi sentii soffocare. Persi il respiro, dalla pancia mi salì su un vuoto. Adesso mi squarcio in un buco cosmico, pensavo, che tutto il corpo mi divora. «È giunta l’epoca del lavapentole inoxigenico», diceva la voce di Carosello dal tinello. E a poco a poco, il buco si espandeva, penetrava nella gola. Si condensava in una poltiglia di catarro, e cominciavo a tossire. «Oplà! E Cincincontriamo! Io con te, tu con lui». Buttavo per terra la coperta, poi la bambola di pezza Filomena; mi era venuto caldissimo, sfilavo la maglia del pigiama. Mi precipitavo giù dal letto, correvo in bagno. Sputavo. Una schiuma giallo fosforescente, come la bava delle lumache, mi riempiva la bocca. La guardavo scivolar giù dalla vasca, attaccarsi viscida alle pareti. «Vivo e fresco, appunto Cin», diceva Carosello. Poi arrivava mia madre, col grembiule e il mestolo sporco di brodo ancora in mano. «Sputa», diceva, «sputa», ripeteva, tenendomi premuta per il collo. «Io con te, tu con lui, tutti insieme». Espellevo saliva. «Sputa», diceva mia madre. Non ne posso più di sputare. «Io non ne posso più di sputare!» urlavo. Poi sentivo il pavimento gelido sotto i talloni nudi. Mi toglievo i pantaloni del
pigiama e ci montavo sopra. Mia madre usciva dal bagno. «A modo nostro, vivo e fresco», diceva Carosello, «vivo e fresco, appunto Cin». Tornava con la scatola dell’aerosol e uno sgabello. Lo metteva davanti al lavandino. Ci montavo sopra e lei m’infilava la mascherina sul naso facendo girare l’elastico dietro le orecchie. Collegava la spina al muro. «Vivo e fresco, appunto Cin». «Respira», diceva mia madre, «se respiri, guarisci ». Dalla scatola usciva un vapore di nebbia molto fitto e concentrato che incanalato su per il naso, mi faceva sentire come catapultata all’improvviso in cima a una montagna, dove tutta l’aria del mondo era finalmente solo per me. «Respira », diceva mia madre tenendomi per le spalle. «Cincincontriamo a fare Cin», diceva Carosello.
Una mattina di febbraio, non andai all’asilo. Mangiai le fette biscottate col salame, bevvi il caffelatte che era ancora buio fuori, poi mia madre mi rimise a letto. Mi cambiò il pigiama con uno più elegante, che aveva scelto Sara, decorato di bolle gialle rosse e blu e un orsetto lavatore, e sopra m’infilò un pullover, perché non dovevo prender freddo, dato che
nevicava.
Dopo arrivò il pediatra, che mi fece scoprire la schiena e ci appoggiò sopra una piastra gelida, collegata a dei tubi di gomma che si infilò nelle orecchie, e così poteva sentire il mio respiro. Poi mi batté le dita in vari punti, come quando si bussa a una porta.
«Questa bronchite si cura con lo iodio sprigionato dal mare», disse.
Mia madre mi rivestì; lo invitò in salotto.
Appena furono usciti dalla camera, scesi dal letto e andai ad ascoltare attraverso la porta, nel corridoio, che cosa si dicevano sulla mia persona, sul respiro che a volte mi mancava.
«Il sale», spiegò il pediatra, «è un vero toccasana per i bronchi infiammati».
«L’aerosol non fa abbastanza?» disse mia madre.
«Il mio consiglio è quello di portare la bambina in una
bella località marittima della Riviera. E farcela restare per parecchi mesi».
«Le sarebbe di giovamento?».
«Vedrà che rinascita!».
«Eh sì, è così bello il nostro mare…» disse mia madre.
«Bello e salutare», la corresse il pediatra.
Bevve un bicchierino di amaro a piccoli sorsi, con le narici dilatate, come se i cavalloni marini fossero davanti a noi.
Perciò quell’anno, dopo le vacanze d’agosto, non tornai a casa.
Mia madre telefonò alla pensione, dove ero rimasta sola con Sara, perché lei era dovuta tornare in città ad aiutare mio padre a mettere ordine nel magazzino della ferramenta. La signora Emma mi chiamò alla cabina del telefono, mi passò la cornetta: «Tieni, carina».
«Resti con Sara a Camogli», disse mia madre. «Sei contenta? ».
In fondo al corridoio, facendo scivolare sul muro il modellino della Spider, Gigi mi sbirciò di traverso.
«Perché?» chiesi.
«Così guarisci».
«Questa non è la mia casa e non ci sono i giochi…».
«Giochi con Sara», disse mia madre. «Vi divertirete, vedrai».
La sorella mi strappò di mano la cornetta.
«Cosa ci faccio al mare in novembre?» protestò. Non se
l’aspettava; era furiosa.

:: Carolina Crescentini & Banana Yoshimoto: Kitchen in audiobook

6 marzo 2012
Da domani in libreria

Carolina Crescentini legge KITCHEN di Banana Yoshimoto

1 CD MP3, versione integrale, euro 12,90

Emons:Feltrinelli

“Non c’è posto al mondo che io ami più della cucina…”. Così comincia il romanzo-cult di Banana Yoshimoto, Kitchen. Le cucine, nuovissime e luccicanti o vecchie e vissute che siano, infatti, riempiono i sogni di Mikage, la protagonista di questo primo libro della Yoshimoto, tradotto per la prima volta nel 1991 proprio in italiano. Mikage, rimasta sola al mondo dopo la morte della nonna, vede nelle cucine il calore di quella famiglia che ha sempre desiderato. Ma la famiglie si possono non solo scegliere, anche inventare. Che male c’è? Così il padre del giovane amico Yuichi può diventare o rivelarsi madre e Mikage può eleggerli come propria famiglia, in un crescendo tragicomico di ambiguità che la voce flessibile di Carolina Crescentini calza a pennello.

Con questo romanzo di successo immediato e il breve racconto che lo chiude, Banana Yoshimoto si è imposta all’attenzione del pubblico italiano mostrando un’immagine insolita del Giappone , con un linguaggio fresco e originale, quasi una rielaborazione letteraria dello stile dei fumetti manga.

Banana Yoshimoto è nata a Tokyo il 24 luglio 1964. Il desiderio di scrivere e l’ambiente in cui è cresciuta – è figlia di Takaaki Yoshimoto, uno dei più noti filosofi e critici giapponesi degli anni ’60 – hanno presto fatto emergere il grande talento della giovane Banana che a soli ventiquattro anni era già famosissima grazie al suo primo libro, Kitchen, tradotto per la prima volta proprio in italiano. Il suo stile caratterizzato da un linguaggio intimo e semplice è particolarmente apprezzato dai giovani che bene sanno cogliere la solitudine e il dolore del crescere tra i temi affrontati nei suoi testi.

Occhi azzurri da cerbiatta e un bel pizzico di sensualità, Carolina Crescentini ha bruciato le tappe, passando dalla Notte prima degli esami di Brizzi a Parlami d’amore di Silvio Muccino, a Venti sigarette di Amadei,  a Boris, il film, per cui ha vinto il Nastro d’Argento e il Ciak d’Oro come miglior attrice non protagonista. Il 2012 la vede al fianco di Pierfrancesco Favino ne L’industriale di Montaldo.

:: Un’ intervista con Tom Piccirilli

4 marzo 2012

Ciao Tom. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Tom Piccirilli? Punti di forza e di debolezza.

Se avessi una qualsiasi idea di chi io sia, o di quali siano i miei punti di forza e di debolezza, probabilmente non sarei uno scrittore. E’ attraverso la mia narrativa che imparo qualcosa su di me e cerco di trovare una risposta su chi sono e su come mi muovo nel mondo.

Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi  studi, della tua infanzia.

E’ tutto nella media, e piuttosto noioso, come si può intuire.

Che lavori hai svolto in passato, prima di diventare uno scrittore a tempo pieno? Cosa puoi dirci di queste esperienze?

Non ho avuto posti di lavoro significativi prima di scrivere. L’estate che mi sono laureato all’università hanno accettato il mio primo romanzo e ho battuto la tastiera da allora.

Quando hai capito che avresti voluto essere uno scrittore? Qual è il momento in cui hai capito che la passione della scrittura si stava trasformando in un vero lavoro?

Ho iniziato a scrivere quando ero un bambino, ma la passione è cresciuta sul serio durante il mio ultimo anno di liceo. Ho iniziato a presentare le mie storie circa in quel periodo e ho potuto affinare la mia voce e la mia tecnica e sviluppare il mio stile nel corso degli anni successivi.

Raccontaci qualcosa del tuo debutto. La tua strada verso la pubblicazione. Hai ricevuto molti rifiuti?

All’inizio, certo. Ci sono voluti anni per me per affinare la mia voce abbastanza per iniziare a vendere la mia fiction, e poi c’ è ancora voluto qualche anno prima di sentirmi completamente a mio agio con la mia voce narrante.

Tu sei un autore versatile. Cosa ti ha fatto decidere di iniziare a scrivere narrativa dell’orrore?

Sono sempre stato attratto dalla dark fiction, ma l’ horror mi piace sempre meno, man mano che invecchio. Non riesco ad accettare alcuni elementi fantastici usati unicamente per spingere le trame. Preferisco la complessità, e un sacco di offerte horror recenti non sono così. Solo non posso accettarlo, non posso permettere alla mia immaginazione di adeguarsi. Forse la ruota girerà di nuovo, un giorno.

Perché uno scrittore con un talento evidente come il tuo non è più conosciuto in Italia? Danilo Arona ha detto: ” E un po’ perché da parte del grosso pubblico l’autore dal cognome italiano è giudicato privo di appeal e di credibilità.  Un pregiudizio vecchio e stantio che ci ributta in quel Medio Evo in cui Sergio Leone doveva firmarsi Bob Robertson, purtroppo equamente condiviso fra lettori, librai e distributori (non tutti, ovvio, ma la maggioranza sì…). Persino un autore americanissimo com Tom Piccirilli non trova quote nel nostro mercato a causa del suo cognome…” Cosa diavolo non funziona nel mercato editoriale?

Colpito! Se mai lo scopri, per favore fammelo sapere.

Il tuo stile è molto particolare. Nasce spontaneo o è il frutto di un costante lavoro di riscrittura ?

Non importa a quale forma o genere stia lavorando, il prodotto finale è di solito la combinazione di una narrativa oscura, e piena di atmosfera caratterizzata da una buona dose di umorismo sardonico non convenzionale. Le risate lungo la strada sottolineano gli aspetti più oscuri delle vicende, e viceversa. E il mio modo di trasferire temi e format da un genere ad un altro: i segreti del passato, la ricerca di redenzione, la paura di fallire, le delusioni della mezza età, la vita familiare disfunzionale. Non so per quale  motivo ma tutto ciò sembra avere un grande significato per me, e così io continuo a scendere nel pozzo.

Leggi le recensioni dei tuoi libri?

Certo, ma se sono negative, cerco di non lasciare che mi deprimano.

Il tuo primo romanzo Dark Father, uscito in età molto giovane, è stato un grande successo. Puoi dirci qualcosa sul processo di scrittura del libro?

Padre delle tenebre è stato acquistato dal noto editor Giovanni Arduino per la Sperling & Kupfer. Mentre il romanzo fece a malapena un guizzo prima di affondare nell’oblio qui negli Stati Uniti, sembra abbia fatto meglio in Italia e Germania, dove è stato pubblicato in hardcover e paperback per varie ristampe. Comunque era il mio primo romanzo, e ammetto che era pieno di stravaganze letterarie e le ambientazioni erano spesso poco realistiche, ma ero molto giovane quando l’ho scritto.

Headstone City è un altro tuo grande successo. Cosa ti ha ispirato a scrivere questo libro? Qual è stato il punto di partenza nel processo di scrittura?

Non so dove prendo gli elementi centrali delle mie idee. Non riesco a pensare ad un singolo episodio o un evento e dire che è quello che mi ha messo sulla strada per scrivere un libro o un altro. E’ tutto uno spezzatino e la ricetta è sempre diversa. Volevo scrivere un romanzo che fondesse elementi crime con elementi horror ed è nato Headstone City.

Qual è stata la parte più faticosa durante la scrittura?

Per quanto riguarda le sfide: gli scrittori di dark fiction sono soliti indulgere sempre nelle loro fantasie e nelle loro paure più profonde. Sono attratti dalle cose terribili. Ecco dove trovano il loro dramma. Ecco dove trovano il loro amore. Cercano di strappare le loro proprie cicatrici per farle sanguinare di nuovo. Ed è da quel sangue che facciamo sgorgare la nostra arte. Se arte è, alla fine. Ma qualunque cosa sia, la creiamo evocando l’angoscia e i conflitti e le scene di sangue e  le macerie.

Qual parte preferisci del processo di scrittura?

L’aspetto più gratificante è quando qualcuno reagisce ai miei lavori nel modo in cui speravo facesse. Quando sono commossi e sconvolti e hanno imparato ad amare i personaggi come li amo io, e la scrittura ha un vero significato per loro.

Ti piace fare tour promozionali? Racconta ai tuoi lettori italiani qualcosa di divertente successo durante questi incontri.

Non ho mai fatto una visita ufficiale, ma ho conosciuto molti dei miei lettori a convegni o  durante la firma dei libri. Non ho aneddoti pittoreschi o intelligenti da condividere con nessuno. Mi diverto ad incontrare i miei fan e sembra che anche loro si divertano con me. Oltre a questo, apprezzo chi dimostra interesse per mio lavoro.

Hai citato questi autori: Albert Camus, Kurt Vonnegut, John Steinbeck, John Irving affermando che ti hanno influenzato. I tuoi romanzi evocano una grande tradizione letteraria. Era nelle tue intenzioni?

Beh, la voce di uno scrittore, come lo scrittore stesso, è sempre mutevole in una certa misura. Stiamo vivendo, respirando e la nostra voce narrante è organica a questo. La mia visione del mondo è mutata, i motivi e temi che mi interessano ora all’età di 46 sono leggermente diversi da quelli che mi interessavano quando ne avevo 25. Ora mi preoccupo di cose che allora non capivo. Un grande scrittore fantasy,  Jack Cady, una volta mi disse di non gettare mai via i lavori incompiuti, perché ad un certo punto nella vita avrei forse avuto l’abilità e il controllo di scrivere certe cose che non ero capace di scrivere in quel momento, e d’altro canto non avere più il fuoco e la crudezza che avevo allora. E aveva ragione. Ho sempre pensato che fosse importante trovare la bellezza innata del linguaggio, mentre scrivevo. Non ho mai voluto essere uno scrittore semplice, ma allo stesso tempo bisogna sempre stare attenti a non scrivere ogni frase come se  si volesse essere lodati, che era probabilmente l’errore principale che commettevo agli inizi della mia carriera. Questo aspetto “fantasmagorico” è importante per far sentire al lettore qualcosa di profondo. Come un fantasma, voglio che la storia si libri e volteggi nella mente del lettore. Non voglio semplicemente divertire i miei lettori, voglio smuoverli.

Qual è il tuo rapporto con i lettori? Come possono entrare in contatto con te?

Possono venire a trovarmi su Facebook, o seguirmi su Twitter, o semplicemente mandarmi una mail all’indirizzo PicSelf1@aol.com.

Cosa stai leggendo in questo momento?

Ho appena finito una copia preliminare di un romanzo di Max Allan Collins & Mickey Spillane Lady, Go Die.

Infine, per concludere l’ultima domanda. Stai attualmente lavorando ad un nuovo romanzo? Eventuali altri progetti?

Il mio prossimo romanzo è un crime novel intitolato The Last Kind Words. E’ la storia di un giovane ladro che si chiama Terrier Rand, che torna in seno alla sua famiglia di criminali alla vigilia dell’esecuzione di suo fratello Collie. Collie, quasi impazzito senza apparentemente nessuna ragione, commise una strage uccidendo otto persone. Ora, cinque anni più tardi, Collie giura che ne ha uccise solo sette e che l’ottava è stata il lavoro di qualcun altro. Terry non ha solo a che fare con un ex-migliore amico, una vecchia fiamma, alcuni ragazzi della mafia, e altri delinquenti assortiti, ma è anche costretto a indagare su quella notte  in cui suo fratello impazzì e deve scoprire se Collie stia dicendo la verità. Ma più di tutto, ha tanta voglia di conoscere la ragione per cui suo fratello abbia fatto quella carneficina, nella speranza di non essere mai spinto a fare lo stesso. Di recente sto lavorando al seguito intitolato The Last Whisper in the Dark.

:: Un’ intervista con Fabio Bussotti

3 marzo 2012

Grazie Fabio per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Fabio Bussotti? Attore, regista, appassionato di Borges.

Sono principalmente un attore, da quasi trent’anni. Allievo di Vittorio Gassman, ho attraversato tutti i generi. Ho preso parte a una trentina di film e ho vinto il Nastro d’Argento nell’89 per l’interpretazione di frate Leone nel Francesco di Liliana Cavani. Borges lo leggo spesso, soprattutto quando ho bisogno di trovare uno spunto.

Hai esordito con L’invidia di Velazquez e ora proponi Il cameriere di Borges. Parlaci del tuo libro. Come è nata l’idea di scriverlo? Quale è stato il punto di partenza del processo di scrittura?

Anche il mio secondo libro, e cioè Il Cameriere di Borges, è nato come soggetto cinematografico. Pensavo a una storia  tra Roma a Buenos Aires in cui un vecchio padre andasse alla ricerca di una figlia abbandonata trent’anni prima. Spero ancora di poter convincere un produttore a realizzare questo film. Ci spero, ma è dura.

Già dal titolo è un omaggio a Borges di cui riprendi molti dei suoi temi più amati: il doppio, il viaggio, il libro come strumento quasi magico, il rapporto tra realtà e memoria, tra menzogna e verità, tra sortilegio e inganno. In cosa pensi il grande maestro argentino ti abbia ispirato maggiormente?

Il tema del doppio è quello che ricorre più spesso ed è, per motivi teatrali, quello che mi ispira di più. Il personaggio di Evaristo Torriani porta a estreme conseguenze questo tema comparendo contemporaneamente in varie parti del mondo: in realtà, è il suo metodo per scomparire, per rendersi invisibile.

Il tuo libro è pieno di citazione letterarie: riferimenti a Gadda, un personaggio chiama Bertone Ingravallo,  Osvaldo Soriano, Alfonsina Storni, Baldomero Fernández Moreno, una divertita autocitazione. Se nel tuo libro precedente tema ispiratore era la pittura, in Il cameriere di Borges tema ispiratore è la letteratura?

Sì , è così. Ma io ci gioco sopra, con divertimento.

Puoi riassumerci brevemente la trama, per i lettori che non l’avessero ancora letto?

E’ la storia di un vecchietto che scompare e del commissario Bertone che si mette a cercarlo. Ben presto si viene a sapere che il vecchietto non era ciò che diceva di essere; nel suo passato ci sono personaggi come Che Guevara, Allende, Borges e una figlia abbandonata a Buenos Aires  nel ’79.  Per venire a capo di questi enigmi, il commissario dovrà volare in Argentina e fare i conti con tante vite diverse che il tempo e la Storia hanno contribuito a separare.

Come nasce il personaggio di Flavio Bertone? E’ il frutto di tante contaminazioni, di tanti ispettori e commissari che hanno popolato la letteratura poliziesca? A chi si ispira di più?

Credo che l’aspetto romantico sia dominante. Nel primo romanzo era più burbero. Adesso è un cinquantenne in cerca di sentimenti e con la nostalgia di un figlio che non ha mai avuto. Bertone si ispira a tanti modelli, naturalmente (da Maigret a Marlowe), ma adesso vive di vita propria. E’ indipendente e se ne frega dell’autore.

Flavio Bertone e le donne: una ex moglie ancora innamorata, una fidanzata madrilena di forme abbondanti con la quale sogna di fare un figlio. Non è esattamente uno scipafemmine ma sa farsi amare. Quale è il suo segreto?

E’ sincero e non nasconde le sue fragilità. Non si risparmia mai. E’ generoso. Fin troppo. Le donne lo amano, ma alla fine lo mollano.

Parte del libro è ambientata in Italia, parte in Argentina paese che sembri conoscere per esperienza diretta. Che legami pensi ci siano tra questi due paesi, storici, politici, letterari? In cosa pensi si differenzino?

Questa domanda è molto impegnativa,  dovrei rispondere con un saggio e, temo, non breve. Gli italiani d’Argentina sono tanti e hanno contribuito e ancora contribuiscono alle fortune e alle disgrazie di quel grande Paese che per noi è geograficamente lontano, ma vicino nel cuore.

Il personaggio di Evaristo Torriani alias Vincenzo Binetti è un personaggio affascinante, misterioso, sfuggente: una spia, un guerrigliero nella foresta boliviana accanto a Che Guevara, collaboratore di regime, ladro internazionale, cameriere personale di  Borges, ora vecchio morente che come ultimo desiderio vuole rivedere sua figlia. Come hai costruito il suo personaggio?

Questo è il personaggio più borgesiano del romanzo. Sfugge a ogni definizione. Sembra più una creazione letteraria che una persona in carne ed ossa. Anche lui, ormai vecchio, non sa più quale sia la più autentica delle tante vite che ha vissuto.

Un inedito di Borges, e un elenco dei veri genitori degli orfani della dittatura militare di Videla. Il libro come oggetto fisico, depositario di memoria, strumento di denuncia dell’orrore, cosa rappresenta nel tuo romanzo?

Il libro è sempre una menzogna, un artificio, finzione. Ma è grazie ai libri se qualche volta capiamo  la realtà.

Dal punto di vista prettamente stilistico, quali sono gli scrittori che ti hanno maggiormente influenzato, da cui hai più imparato?

Montanelli, Arpino, Buzzati. Mi piacciono. Che ci posso fare?

Il tuo essere attore in che misura ha influenzato il tuo essere scrittore? Che bagaglio di esperienza recitativa, immedesimazione, capacità di analisi, ha arricchito la tua prosa?

Studio i personaggi che scrivo come se li dovessi portare in scena. E’ un metodo mimetico. Non so se funziona, ma io mi diverto.

C’è qualcuno che vorresti ringraziare, che ti ha incoraggiato, aiutato con suggerimenti, consigli, anche critiche?

Giulio Mozzi, che mi ha dato sempre consigli preziosi e mi ha esortato a sviluppare i personaggi.

Afterglow dei Genesis, stesso titolo dato a Borges a una sua poesia, ha un ruolo decisivo nel libro, senza svelarlo ai nostri lettori, come è nata l’idea di utilizzare un brano musicale in modo così diciamo strategico?

Mi piacciono i Genesis. Tutto qui.

Il romanzo ha interessato numerosi registi, ho sentito i nomi di Liliana Cavani e Marco Bechis, presto sarà un film grazie a una coproduzione italo-argentina. Puoi dirci qualcosa di più? Contribuirai alla sceneggiatura?

Allora, per essere chiari, la storia del film non è affatto sicura. E’ vero che il romanzo è piaciuto alla Cavani e a Bechis, ma per adesso la produzione italo-argentina non c’è. Ci stiamo lavorando e se avremo buone nuove, vi faremo sapere. Se tutto andrà bene, contribuirò alla sceneggiatura.

Infine per concludere ringraziandoti della tua disponibilità : a cosa stai lavorando ora?

Presto sarò in teatro con il “Caso Braibanti”, un testo di Massimiliano Palmese per  la regia di Giuseppe Marini. Ogni tanto, però,  lavoro alla terza avventura di Bertone. Ormai, ci ho preso gusto.

:: Segnalazione di Le bianche braccia della signora Sorgedahl di Lars Gustafsson

3 marzo 2012

In tutte le librerie Le bianche braccia della signora Sorgedahl: il nuovo racconto-monologo da uno dei più conosciuti scrittori svedesi che, dopo la trilogia americana, ci accompagna in un amarcord nordico ricolmo di vita, esperienze e melanconie. Lars Gustafsson sarà a Milano dal 22 al 25 marzo per presentare il libro e per incontrare la stampa.

Lars Gustafsson, Le bianche braccia della signora Sorgedahl
Traduzione di Carmen Giorgetti Cima
pp. 240 – 15,50 euro

Il libro – E se non fossi mai esistito? si chiede un ex professore di filosofia a Oxford, che come uno sciamano ha imparato a liberare l’anima dal corpo per viaggiare indietro nel tempo e scoprire il sottile confine tra memoria e sogno. Forse è per questo che tutti i ricordi lo riportano a un anno, il 1954, quando nella nativa Västerås arrivò la più forte grandinata estiva della storia, ma soprattutto arrivò lei, la signora Sorgedahl. Lei che aveva il doppio dei suoi anni e un marito noioso, lunghi capelli rossi, il profumo di un altro mondo, e quelle belle morbide bianche braccia che gli avrebbero “aperto le porte della vita”. E per ricostruire un’esperienza così intima e segreta, da dubitare che sia accaduta davvero, non può che ricomporre l’intero puzzle dell’adolescenza, un paradiso perduto di dispute filosofiche con gli amici nel locale caldaia, di invocazioni a un protettivo cane-demone della leggenda e di incontri proibiti con Ingela, la figlia del Fonditore. Ricordo e fantasia, ironia e rimpianto guidano una proustiana ricerca interiore che diventa un viaggio attraverso l’intero scibile, abbracciando i segreti della pesca al plancton lacustre e i vantaggi morali che offrirebbe un mondo politeista, il legame tra lo Spirito Santo e un organo dell’Ottocento a 50 voci e quello tra il nastro di Möbius e il mistero del tempo. In un funambolico gioco borgesiano intorno a quella babele di domande senza risposta che è l’uomo. Lars Gustafsson, autore della “Trilogia americana” (Storia con cane, Windy racconta e Il Decano), tutti pubblicati da Iperborea, torna in Italia con un romanzo che ha il ritmo e la bellezza di una poesia, che come un’impalpabile reminiscenza rievoca la sua Svezia degli anni Cinquanta e una vita intensa e rimpianta, trascorsa con immagini senza tempo.

L’autore – Studioso di matematica e filosofia, poeta, saggista, drammaturgo, romanziere e filosofo tra i più tradotti all’estero, Lars Gustafsson, nato a Västerås nel 1936, è considerato il più internazionale tra gli scrittori scandinavi contemporanei. Ha insegnato per vent’anni Storia del pensiero europeo a Austin, Texas. Ha esordito giovanissimo riversando nelle poesie come nei romanzi quella vena fantastica, quel gioco dell’erudito che scherza con la propria erudizione, quell’ossessione per il tempo e per l’identità, che l’ha fatto definire il “Borges svedese”. Uno dei più prolifici autori svedesi dai tempi di Strindberg, ha prodotto raccolte di poesie, racconti, romanzi, saggi ed editoriali su diverse testate internazionali. In Italia ha ricevuto il Premio Agrigento nel 1991 e il Premio Grinzane Cavour. Tra i suoi romanzi più noti: Morte di un apicultore (Iperborea 1989), e Il pomeriggio di un piastrellista (Iperborea 1992).

:: Intervista a Catena Fiorello autrice di “Casca il mondo, casca la terra” (Rizzoli) a cura di Cristina Marra

2 marzo 2012

Incontro Catena Fiorello a Messina, alla libreria Ciofalo, alla presentazione di “Casca il mondo, casca la terra” (Rizzoli, pag.318, euro 17,00 ). Disponibile e briosa, Catena mi racconta la sua passione per la scrittura e tra una firma copie e un saluto ai tanti lettori che affollano la libreria, chiacchieriamo sul romanzo che, appena uscito, le ha già fatto vincere l’ambìto “Magna Grecia Award” che ritirerà il 30 marzo a Gioia del Colle.

Dal dolore di una donna per un tradimento del marito, il romanzo di Catena Fiorello si estende pagina dopo pagina ad un dolore più grande e affronta il tema dei rapporti familiari più intimi. Due famiglie a confronto, due donne rivali, due luoghi in cui si svolge la vicenda, due madri diverse eppure tanto simili: sono questi gli ingredienti di un plot abilmente costruito dalla scrittrice in cui ogni episodio si inserisce con delicatezza, con una scrittura fluida ma intensa. “Il sole fiacco scaldava ancora la città”, è un pomeriggio di fine ottobre e in via dei Condotti, Vittoria, la protagonista, comincerà a ricordare, a metabolizzare un dolore confrontandosi con un’altra donna, Laura, che le aveva rovinato la vita, “andata in frantumi, giù per terra e anche quella della sua famiglia”. Un sole, “quel sole che l’aveva accompagnata sempre” che diventerà, nello svolgersi della narrazione il sole della rinascita, della scoperta, della libertà, “sole, perchè la luce illuminasse quello che la penombra aveva ridimensionato, confondendo la vergogna e i peccati di una pusillanime mendicante”. Ma quante colpe ha veramente Laura? E quante invece scoprirà di averne avute Vittoria? Ed ecco che i luoghi diventano personaggi:  Roma, la città “generosa, senza censure o pregiudizi provinciali” che rispecchia lo stile di vita desiderata e raggiunta da Vittoria e il suo opposto, il piccolo paese di Squinzano, dove vive Mimina Politi “una donna piccola, smunta, magra come una fanciulla cresciuta nei campi di concentramento”, la madre di Vittoria. Catena Fiorello racconta una storia che attinge situazioni e atmosfere dal Sud. Racconta esigenze, aspettative, privazioni, abusi, ma anche gioie, sogni, progetti che accomunano molti giovani che vorrebbero fuggire da una terra che offre poco e alla quale invece si resta legati fortemente, perchè la propria terra è madre.

Sei stata autrice televisiva, quando hai deciso di smettere e di dedicarti soltanto ai romanzi?

Ho smesso di fare l’autrice per la televisione perchè il mio ex editore, Cristina Dalai di Baldini & Castoldi, una persona che mi ha insegnato molto, mi disse che se volevo essere presa sul serio e intraprendere il mestiere di scrittrice seriamente dovevo soltanto concentrarmi su una cosa. Mi sono chiesta cosa volevo fare veramente e ho capito che quello che mi viene più naturale è scrivere, poi non so se mi riesce bene. Così ho scelto la mia strada.

Il tuo romanzo racconta la storia di una caduta. Ma poi la tua protagonista si rialza?

Sì, in verità siamo cadute insieme, Vittoria, la mia protagonista ed io siamo finite giù per terra insieme. Ho scritto il romanzo di notte, dopo la fine di una relazione. Io curavo il mio spasimo scrivendo e la mia protagonista fa altro. Ho scritto in cattività, però non c’è nulla di autobiografico. Forse l’unica nota  autobiografia c’è nel mio precedente romanzo ed è la figura della nonna perchè assomiglia a mia nonna Catena. Ma io fortunatamente ho avuto un’infanzia diversa. No, in questo non c’è nulla se non forse un carattere simile a Vittoria nella tenacia e nell’intelligenza di saper ammettere i momenti dolorosi della vita.

Nel tuo romanzo molti personaggi hanno colpe, sbagliano. Per questo lo apri con un versetto di Luca?

Apro il romanzo con un versetto di Luca perchè credo che ci siano persone che peccano e che abbiano gravi colpe che però altri umani fanno fatica a giudicare perchè la visione del nostro giudizio è sempre limitata a qualcosa, appunto, di umano. Tutti sbagliamo e secondo me dietro la perfezione c’è qualcosa di brutto. Una persona troppo perfetta può essere un potenziale serial killer, non credi?”

Il fil rouge del tuo romanzo è la famiglia?

Sì, assolutamente. Si è detto e anche scritto che il mio è un romanzo sul tradimento, ma non è esattamente e solo questo. Certo, si apre con un tradimento e parla dell’ossessione di una donna, una moglie, per un tradimento ma nel libro si parla di una famiglia con le tragedie di una famiglia con i rapporti madri figli, mariti mogli. La mia relatrice a Roma, la professoressa Laura Faranda che è un’antropologa e studia le dinamiche dei corpi nella società ha notato che i miei personaggi sono corpi che manifestano tante cose, i  sorrisi imbalzamati, i corpi rifatti e la tossicità delle persone.

Il romanzo si apre con due donne riflesse sul vetro di una vetrina. Sono messe allo specchio?O sono due volti della stessa donna?

Entrambe le cose. All’inizio Vittoria pensa che Laura incarna tutto ciò che lei non vorrebbe essere, ma ciò accade solo all’inizio, invece poi la trova più simile di quanto non pensi.

Ambientato a Roma ma c’è il mare e i luoghi del Salento povero. Stavolta niente Sicilia?

I luoghi sono importanti. Ho scelto il Salento perchè è simile alla Sicilia. Io lo conosco benissimo. Credo che si voglia fuggire da un posto che è geograficamente messo male e che ti offre poche possibilità e gratificazioni. Per la mia protagonista il posto in cui è nata , un paesino del Salento, è un luogo brutto da cui vuole fuggire. Ma nessun posto è brutto secondo me, dipende da come lo guardi e Vittoria è una donna piena di rabbia, ha un’infanzia infelice e quindi, se si guarda un luogo con gli occhi incattiviti dal dolore che hai provato lo vedi bruttissimo. Se invece lo guardi con affetto anche la bruttezza non esiste. Io dico sempre che sono siciliana ma abito a Roma. Pure se la Sicilia fosse il posto più brutto del mondo mi sentirei siciliana lo stesso.

:: Recensione di Il cameriere di Borges di Fabio Bussotti

29 febbraio 2012

“ Siempre es conmovedor el ocaso…”.
“Conosco anche questa: è
Afterglow”:
“Bravo Evaristo. Hai indovinato. Hai cominciato a risolvere l’enigma del tramonto. Ma stai attento, non tutti i tramonti sono uguali. Alcuni sono silenziosi come lanterne magiche, altri raccontano storie, altri ancora sono canzoni…”.
Non finì la frase. Sorrise. Evaristo Torriani non ci aveva capito niente. Ma era impossibile capirci qualcosa. Era un mistero troppo indecifrabile, e poi, lui adesso, non era proprio in condizioni di riflettere. Si alzò dal divano verde per andare a guardare fuori dalla finestra i rami più alti del palos borrachos di piazza San Martin. Borges, sempre seduto nella sua poltrona, si passò una mano sul volto scolpito dagli anni e dai pensieri. Il tramonto lasciava la scena alla notte e le ombre che si arrampicavano fino al sesto piano dell’appartamento al 994 di Calle Maipù, venivano a spiare la scena finale di una amicizia.

Il cameriere di Borges opera seconda di Fabio Bussotti (Perdisa Pop 2012) edito nella collana I corsari diretta da Antonio Paolacci e dedicata al commissario romano d’adozione ma molisano nel cuore Flavio Bertone dopo L’invidia di Velazquez (Sironi 2008) è un romanzo particolare che alterna pagine eleganti e letterarie, non posso non citare quelle dedicate al Gran Cafè Tortoni di Buenos Aires: Nell’ aria ristagnava un odore di caffè e di toast bruciacchiati. Tutto sembrava polveroso, stantio. Flavio e Mafalda capirono che Baldomero Fernandez Moreno aveva ragione perché quello che stavano ammirando era proprio il tempio della malinconia. Era quasi mezzogiorno. Nel locale c’erano solo quattro avventori seduti ai quattro angoli. Non si capiva bene se fossero statue di cera, persone reali o figure mitologiche. Dietro al bancone stazionavano due camerieri in camicia bianca e gilet nero con lo stemma del Tortoni ricamato sul petto. Uno dei due era giovanissimo e se ne stava con gli occhi socchiusi appoggiato a una colonna. L’altro poteva avere tra i cinquanta e i sessant’anni. Era calvo, viso rotondo, occhi vispi e barbetta brizzolata. A Flavio pareva somigliasse a Osvaldo Soriano, uno dei suoi scrittori preferiti, morto troppo presto e troppo giovane, a causa di un male incurabile, il 29 gennaio 1997. E ancora: “Guarda questo viso, Mafalda. Ti somiglia in modo impressionante”. Non vedi che è molto più bella di me?” “Beh, non mi pare… Chi è?”. “E’ Alfonsina Storni, la grande poetessa femminista morta troppo presto e troppo giovane”. “Di Malattia o s’è uccisa?” “Tutte e due le cose. Quando ha saputo di non avere più speranze, si è suicidata gettandosi in mare, nel’38, credo”. Il Tortoni aveva voluto rendere omaggio alla poetessa dedicandole una sala, anzi un salon, con una grande vetrata colorata sullo sfondo, i tavolini col ripiano in marmo, le sedie con lo schienale in pelle rossa e addossati alle pareti, i busti dei grandi artisti argentini scomparsi. Non c’era anima viva in quella sala, ma le anime dei morti c’erano tutte. Ad altre più ingenue, dimesse  e dal sapore quotidiano specialmente quando descrive la vita sentimentale del protagonista ironicamente e senza tanta simpatia chiamato Ingravallo dal questore Alvarino Mostocotto come il protagonista di Quer pasticciaccio brutto de via Merulana di Carlo Emilio Gadda. Omaggio a Borges, già dal titolo, l’opera di Bussotti è una curiosa fusione di generi che vanno dal romanzo sentimentale alla Scerbanenco, alla spy story internazionale con diramazioni forti nella storia più recente argentina, al poliziesco di indagine che sfuma nel giallo a incastro più classico con enigma nascosto in un rompicapo letterario. La trama ruota intorno ad un enigmatico e misterioso personaggio Evaristo Torriani, spia, amico di Che Guevara, collaboratore della dittatura di Videla, ladro internazionale inseguito dalle polizie segrete di mezzo mondo, creduto morto, forse ancora vivo, mille facce di un uomo indecifrabile e sfuggente che forse si nasconde a Roma con l’identità del mite Vincenzo Binetti, vicino di casa del nostro commissario Bertone. Cercherò di dire poco della trama perché molta parte della bellezza del libro è racchiusa nei frequenti piccoli colpi di scena, nelle repentine spiegazioni che si susseguono con vivacità e garbo. E’ un romanzo elegante, la scrittura e sobria e ricercata, fatta di sfumature, delicati chiaroscuri, cambi di tono che si alternano in modo omogeneo, il mistero legato all’inedito di Borges e alla lista con i nomi degli orfani del regime di Videla ora figli adottivi degli stessi militari che uccisero i loro genitori è una parte centrale del romanzo, atto di denuncia, forse più che altro atto di amore per un paese come l’Argentina che fu capace di dare i natali anche uno scrittore come Borges. Marco Bechis, di cui ho visto Garage Olimpo, ne farebbe un ottimo film e sembra infatti che dei progetti cinematografici ci siano. Sarà interessante seguire gli sviluppi.

:: Intervista a Franca Rizzi a cura di Elena Romanello

25 febbraio 2012

L’autrice piemontese d’adozione Franca Rizzi si è imposta all’attenzione con il romanzo storico Il suonatore di Balalaika, edito da Pironti, insolito ed interessante per tanti motivi. Le abbiamo fatto qualche domanda.

Come è nata l’idea de Il suonatore di Balalaika?

Dal diario di un mio antenato pittore, Cosroe Dusi, che nella prima metà dell’Ottocento andò da Venezia a Monaco di Baviera e poi a San Pietroburgo in cerca di fortuna e divenne pittore di corte dello zar Nicola I. Lui scrisse quotidianamente le sue vicende per quattro anni, cominciando dal suo avventuroso viaggio in diligenza e continuando con la sua vita e il suo lavoro alle dipendenze della nobiltà tedesca prima e russa poi. Questo diario è stato tramandato di generazione in generazione ed è arrivato fino a me e mi ha suggerito lo spunto per intraprendere un’interessante avventura letteraria sulle orme del mio avo. In parallelo a questa storia che si dipana tra committenze, balli imperiali e vita quotidiana, ho creato un racconto giallo, questa volta inventato completamente, che si svolge a Marostica, nel Vicentino, nei primi anni del Novecento.Ne Il suonatore di balalaika si alternano così le due vicende un capitolo dopo l’altro, catapultando ogni volta il lettore in luoghi ed epoche diverse tra storia reale e inventata, con colpi di scena e passi autentici del diario, fino a che i due filoni si riuniscono in un unico avvincente finale.

Come mai il romanzo storico è un genere che piace sempre?

Il romanzo storico, quando è scritto bene, diventa una specie di macchina del tempo in grado di portare il lettore a vivere in prima persona vicende lontane e ad immedesimarsi in personaggi realmente esistiti. Ci tengo precisare che dietro a questo mio libro c’è un lungo e attento lavoro di ricerca iconografica e di archivio che ha preso in considerazione fatti storici e personaggi di cui parla il Dusi nel suo diario e mi ha permesso di descrivere al meglio eventi veramente accaduti e persone realmente esistite.

Come è riuscita a farsi strada nella giungla dell’editoria?

Con impegno, pazienza e umiltà. Ho cominciato a scrivere questo romanzo storico dapprima impegnandomi a decifrare la calligrafia ottocentesca del diario di Cosroe Dusi e poi per hobby,  costruendo storie e vicende senza pormi un termine. La mia attenzione per la scelta della parola e per la costruzione elaborata dell’intreccio è piaciuta alla responsabile della Casa Editrice Tullio Pironti di Napoli, che mi telefonò per farmi i complimenti; due anni dopo è uscito Il suonatore di balalaika. Nei due anni successivi il mio romanzo ha ricevuto tre premi letterari (il Fiorino d’argento al premio Firenze del 2010, un riconoscimento al Premio letterario di Chiavari del 2011 e si è classificato al secondo posto al Premio Mario Pannunzio sempre nel 2011).

Cosa pensa dell’Ottocento, secolo fondamentale per la Storia italiana e non solo, e teatro del suo romanzo?

L’Ottocento che ho preso in considerazione nel mio romanzo storico non è quello illuminato dagli entusiasmi e dalle battaglie che resero l’Italia unita, si tratta invece di un secolo ancora buio dove il governo dispotico dello zar dominava in modo assoluto, dove spadroneggiava la polizia segreta e la libertà di parola era pura utopia; la nobiltà viveva all’ombra dell’imperatore e godeva di una vita frivola fatta di feste, balli e vacanze in campagna.  In questo ambiente arrivò Cosroe Dusi dall’Italia e così come lui molti altri artisti, cantanti, ballerini e musicisti provenienti da tutta Europa, trovarono a San Pietroburgo un pubblico attento e preparato a cui non era lecito occuparsi di altro.

Quali sono i suoi prossimi progetti?

Il mio secondo libro è già ultimato ed è in casa editrice in attesa di essere mandato alla stampa, mentre sto lavorando sul terzo.Come il primo anche gli altri due sono orchestrati su più filoni narrativi, in cui il romanzo storico e il giallo si alternano per poi fondersi nel finale. Il primo si ambienta storicamente nel Kenya dell’epoca coloniale inglese intorno agli anni 50 del Novecento, mentre il giallo si svolge in una Monaco pre-hitleriana; il terzo romanzo invece riguarderà avvenimenti e personaggi di Casa Savoia tra Seicento e Settecento (quindi la seconda Madama reale e Vittorio Amedeo), mentre il giallo si svolgerà a Torino ai nostri giorni.

Quali sono i suoi maestri letterari?

Premettendo che la mia curiosità letteraria mi fa spaziare tra generi e autori di ogni epoca e di ogni tipo, dal giallo americano contemporaneo al teatro shakespeariano, da Karen Blixen a Camilleri, per non parlare dei classici che hanno costruito la mia base culturale dal tempo del liceo, mi è molto difficile schematizzare in poche righe le mie predilezioni, però molti anni fa mi imbattei in una frase di Giuseppe Marotta che trovai nell’introduzione di Oreste del Buono al libro A Milano non fa freddo.In una lettera di Marotta a del Buono si legge: “… e io che mi dissanguo per non accostare parole con le stesse consonanti, per evitare assonanze e dissonanze, per alternare gli ausiliari, per sfuggire ai luoghi comuni, … per ridurre tutto all’essenziale, per far sì che nulla s’adagi e dorma.” Queste parole hanno messo radici in me e rimangono come monito quotidiano ogni volta che mi accingo a scrivere.

:: Segnalazione di Lo stravagante mondo di Mr. Fergesson di Philip K. Dick (Fanucci 2012)

24 febbraio 2012

Philip K. Dick

Lo stravagante mondo di Mr. Fergesson

Introduzione di Carlo Pagetti

Traduzione di Maurizio Nati

Pagine 280 – 17 euro

in libreria – 8 marzo 2012

Lo stravagante mondo di Mr Fergesson appartiene a un gruppo di romanzi realistici scritti da Philip K. Dick nella seconda parte degli anni ’50 del Novecento, quando lo scrittore californiano sperava ancora di affermarsi al di fuori del genere fantastico. Pubblicato per la prima volta in Inghilterra nel 1986 e solo più tardi negli Stati Uniti (2007), Lo stravagante mondo è una tragicommedia degli equivoci, ambientata nella baia di San Francisco alla fine degli anni ‘50. I protagonisti, rivenditori di auto usate e agenti immobiliari, in bilico tra penuria e ambizioni di compiere un salto sociale, svelano il genuino interesse di Dick verso i problemi sociali e familiari di personaggi comuni, degli average man, le cui vicende raccontano di un’America spaventata e piena di ansie e disegnano un tessuto realistico che, intaccato, si sfilaccia, lasciando intravedere uno strato sottostante di significati più complicati. Jim Fergesson, l’anziano proprietario di un garage, sta per vendere e andare in pensione; Al Miller è un meccanico un po’ irresponsabile che subaffitta parte del lotto di Jim e vede il suo sostentamento minacciato dalla decisione di vendere, Chris Harman è proprietario di una casa discografica che per anni si è appoggiato a Fergesson per la manutenzione della sua auto. Quando Harman scopre dell’imminente pensionamento di Fergesson, cerca di coinvolgerlo in una proposta commerciale: l’apertura di un nuovo garage nella vicina contea di Marin, insieme ad Al Miller che, però, è convinto che Harman sia un truffatore…

Philip K. Dick nasce a Chicago il 16 dicembre 1928. Nel 1955 esce il suo primo romanzo, Lotteria dello spazio. Durante un’esistenza segnata dalle difficoltà economiche, scrive capolavori come La svastica sul sole, Ma gli androidi sognano pecore elettriche?, da cui è tratto Blade Runner di Ridley Scott, e Ubik. La notorietà di Philip K. Dick deve molto agli adattamenti cinematografici, tra cui Atto di forza (1990), Screamers – Urla dallo spazio (1995), Impostor (2002), Minority Report (2002), Paycheck (2003) e Un oscuro scrutare (2006), Ubik (Michel Gondry ha annunciato che si occuperà dell’adattamento per il grande schermo). Fanucci Editore pubblica in esclusiva tutta la produzione.

:: Segnalazione di Il sorriso di Godot (Edilet 2011) di Stefano Giovinazzo

23 febbraio 2012

Segnalo con molto piacere l’uscita da pochi mesi  del terzo libro di poesie “Il sorriso di Godot” (Edilet) di Stefano Giovinazzo giornalista, editore, poeta. Mi limiterò a fare una segnalazione perchè come sapete sono molto restia a recensire poesia, comunque è un testo che ho letto, che conosco. Personalmente amo le poesie che raccontano una storia, che si sente che sono frutto di un percorso di vita, e non parole sciupate, gettatae a caso magari perchè hanno un bel suono, caratteristica a mio avviso della cattiva poesia. Ho alte aspettative quando si tratta di poesia con la quale ho un rapporto quasi erotico, passionale. La poesia penso debba trasmettere energia, rabbia, desiderio, amore, paura. Lo sciatto stillicidio  di versi amorfi penso corrisponda alla più alta forma di anti poesia, e la noia che ciò irradia penso sia la tomba ingloriosa di ogni falso poeta. La prima impressione è stata felice, se avrete modo di leggere questo breve libretto sono 42 concisi componimenti a schema libero non privi di assonanze, rime sporche e imperfette, allegorie, sinestesie, iperboli ellittiche, vi accorgerete che l’apparente semplicità nasconde un lavoro di sintesi, di limatura, anche di autentica rabbia e sofferenza e la sincerità è in ultima analisi a mio avviso la voce  della vera poesia. E di sincerità qui ne ho sentita.

«L’autore è legato al Godot del teatro dell’assurdo, al mood dell’attesa senza speranza eppure vivida nei suoi colori limbici, sospesi. E, da buon innamorato di questo frangente emotivo, ne esplora tutte le dimensioni amandole, trovando il senso che più gli appartiene, scrutandone le vette e le cadute, le altezze sino al sorriso di coscienza presa che ammette e spezza e reinventa la strada».

( dalla Prefazione di Irene Ester Leo)

«Stefano Giovinazzo è un poeta che ha deciso di crescere e, ciò ch’è più importante, di assumersi le responsabilità di questa crescita. Lo si capisce dal coraggio che ha e che mette in gioco nel rompere la scorza del suo stesso “guscio”, perché ha sete di parole strane, inedite, nuove, capaci di portare a una straordinaria definizione della realtà, a un impatto diverso sul mondo che conosciamo».

(dalla Postfazione di Marco Onofrio)