:: Recensione di Il cameriere di Borges di Fabio Bussotti

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“ Siempre es conmovedor el ocaso…”.
“Conosco anche questa: è
Afterglow”:
“Bravo Evaristo. Hai indovinato. Hai cominciato a risolvere l’enigma del tramonto. Ma stai attento, non tutti i tramonti sono uguali. Alcuni sono silenziosi come lanterne magiche, altri raccontano storie, altri ancora sono canzoni…”.
Non finì la frase. Sorrise. Evaristo Torriani non ci aveva capito niente. Ma era impossibile capirci qualcosa. Era un mistero troppo indecifrabile, e poi, lui adesso, non era proprio in condizioni di riflettere. Si alzò dal divano verde per andare a guardare fuori dalla finestra i rami più alti del palos borrachos di piazza San Martin. Borges, sempre seduto nella sua poltrona, si passò una mano sul volto scolpito dagli anni e dai pensieri. Il tramonto lasciava la scena alla notte e le ombre che si arrampicavano fino al sesto piano dell’appartamento al 994 di Calle Maipù, venivano a spiare la scena finale di una amicizia.

Il cameriere di Borges opera seconda di Fabio Bussotti (Perdisa Pop 2012) edito nella collana I corsari diretta da Antonio Paolacci e dedicata al commissario romano d’adozione ma molisano nel cuore Flavio Bertone dopo L’invidia di Velazquez (Sironi 2008) è un romanzo particolare che alterna pagine eleganti e letterarie, non posso non citare quelle dedicate al Gran Cafè Tortoni di Buenos Aires: Nell’ aria ristagnava un odore di caffè e di toast bruciacchiati. Tutto sembrava polveroso, stantio. Flavio e Mafalda capirono che Baldomero Fernandez Moreno aveva ragione perché quello che stavano ammirando era proprio il tempio della malinconia. Era quasi mezzogiorno. Nel locale c’erano solo quattro avventori seduti ai quattro angoli. Non si capiva bene se fossero statue di cera, persone reali o figure mitologiche. Dietro al bancone stazionavano due camerieri in camicia bianca e gilet nero con lo stemma del Tortoni ricamato sul petto. Uno dei due era giovanissimo e se ne stava con gli occhi socchiusi appoggiato a una colonna. L’altro poteva avere tra i cinquanta e i sessant’anni. Era calvo, viso rotondo, occhi vispi e barbetta brizzolata. A Flavio pareva somigliasse a Osvaldo Soriano, uno dei suoi scrittori preferiti, morto troppo presto e troppo giovane, a causa di un male incurabile, il 29 gennaio 1997. E ancora: “Guarda questo viso, Mafalda. Ti somiglia in modo impressionante”. Non vedi che è molto più bella di me?” “Beh, non mi pare… Chi è?”. “E’ Alfonsina Storni, la grande poetessa femminista morta troppo presto e troppo giovane”. “Di Malattia o s’è uccisa?” “Tutte e due le cose. Quando ha saputo di non avere più speranze, si è suicidata gettandosi in mare, nel’38, credo”. Il Tortoni aveva voluto rendere omaggio alla poetessa dedicandole una sala, anzi un salon, con una grande vetrata colorata sullo sfondo, i tavolini col ripiano in marmo, le sedie con lo schienale in pelle rossa e addossati alle pareti, i busti dei grandi artisti argentini scomparsi. Non c’era anima viva in quella sala, ma le anime dei morti c’erano tutte. Ad altre più ingenue, dimesse  e dal sapore quotidiano specialmente quando descrive la vita sentimentale del protagonista ironicamente e senza tanta simpatia chiamato Ingravallo dal questore Alvarino Mostocotto come il protagonista di Quer pasticciaccio brutto de via Merulana di Carlo Emilio Gadda. Omaggio a Borges, già dal titolo, l’opera di Bussotti è una curiosa fusione di generi che vanno dal romanzo sentimentale alla Scerbanenco, alla spy story internazionale con diramazioni forti nella storia più recente argentina, al poliziesco di indagine che sfuma nel giallo a incastro più classico con enigma nascosto in un rompicapo letterario. La trama ruota intorno ad un enigmatico e misterioso personaggio Evaristo Torriani, spia, amico di Che Guevara, collaboratore della dittatura di Videla, ladro internazionale inseguito dalle polizie segrete di mezzo mondo, creduto morto, forse ancora vivo, mille facce di un uomo indecifrabile e sfuggente che forse si nasconde a Roma con l’identità del mite Vincenzo Binetti, vicino di casa del nostro commissario Bertone. Cercherò di dire poco della trama perché molta parte della bellezza del libro è racchiusa nei frequenti piccoli colpi di scena, nelle repentine spiegazioni che si susseguono con vivacità e garbo. E’ un romanzo elegante, la scrittura e sobria e ricercata, fatta di sfumature, delicati chiaroscuri, cambi di tono che si alternano in modo omogeneo, il mistero legato all’inedito di Borges e alla lista con i nomi degli orfani del regime di Videla ora figli adottivi degli stessi militari che uccisero i loro genitori è una parte centrale del romanzo, atto di denuncia, forse più che altro atto di amore per un paese come l’Argentina che fu capace di dare i natali anche uno scrittore come Borges. Marco Bechis, di cui ho visto Garage Olimpo, ne farebbe un ottimo film e sembra infatti che dei progetti cinematografici ci siano. Sarà interessante seguire gli sviluppi.

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