Archive for the ‘Uncategorized’ Category

:: Segnalazione di Il cammino del penitente di Susana Fortes (Nord, 2012)

4 Maggio 2012

Susana Fortes

IL CAMMINO DEL PENITENTE

titolo originale: La Huella del Hereje

pagine: 288 – prezzo: 16,50 euro

In libreria: 10 Maggio 2012

Una città, un libro, un destino:
Santiago de Compostela e Barcellona nel thriller e nel romanzo storico

Lois Castro è sconcertato. Lavora in polizia da molti, troppi anni, eppure non si è mai trovato di fronte a una scena simile: una ragazza giovanissima, nemmeno ventenne, barbaramente uccisa nella cattedrale di Santiago de Compostela. La vittima viene subito identificata come Patricia Palmer, studentessa di archeologia nonché appassionata attivista per la difesa dell’ambiente. In particolare, Patricia aveva partecipato a una manifestazione contro una grossa fabbrica della zona e la cosa le aveva procurato non pochi nemici. Ma perché assassinarla? E perché farlo in uno dei luoghi più sacri del mondo?
Laura Márquez è al colmo della gioia. Il direttore del giornale per cui collabora l’ha finalmente incaricata di occuparsi di un caso vero: la sparizione di un manoscritto dalla biblioteca dell’università di Santiago. Messi da parte i bollettini del traffico e i necrologi, Laura si getta a capofitto nel suo primo lavoro sul campo, anche perché ha la netta sensazione che, dietro quel furto, si nasconda una storia ben più interessante: quella stessa mattina, infatti, l’arcivescovo ha diramato un appello per esortare il ladro a restituire l’antichissimo testo. E, poco dopo, i sospetti di Laura trovano una drammatica conferma: l’ultima persona ad aver consultato quelle carte è stata Patricia Palmer, la ragazza uccisa nella cattedrale…

Susana Fortes è nata a Pontevedra. Si è laureata in Storia e Geografia presso l’università di Santiago de Compostela e in Storia americana all’università di Barcellona. Tiene conferenze in Spagna e negli Stati Uniti e collabora con riviste e quotidiani, tra i quali La Voz de Galicia ed El País. Si è affermata sulla scena internazionale con Quattrocento (Nord, 2008) e le sue opere hanno vinto numerosi premi letterari, in Spagna e all’estero, tra cui il Premio de Novela Fernando Lara. Attualmente vive a Valencia.

:: Recensione di Un segreto non è per sempre di Alessia Gazzola (Longanesi, 2012)

4 Maggio 2012

Seguito de L’Allieva, romanzo d’esordio di Alessia Gazzola pubblicato con notevole successo da Longanesi nel 2011, Un segreto non è per sempre segna il ritorno di Alice Allevi, un curioso miscuglio tra Temperance Brennan, più la Bones televisiva che il personaggio originale della Reichs e la svampita, bislacca e sentimentalmente disastrata Bridget Jones. Innanzitutto è bene precisare che non si tratta di un medical-thriller e tanto meno di un noir, fraintendimento forse anche indotto dal battage pubblicitario del precedente romanzo. Il mondo di Alice Allevi è un universo solare e luminoso in cui si respira un’ atmosfera naif molto più simile a quella che si respira ne Il favoloso mondo di Amélie che in quelle di un giallo tradizionale. I toni sono quelli della commedia brillante, l’umorismo è lieve e delicato mai volgare, lo stile è leggero, frizzante, brioso. La comicità disarmante della protagonista, frivola, goffa, teneramente innamorata cattura la simpatia del lettore nella misura in cui si è disposti a giocare e a passare ore di lettura spensierate. Niente forti emozioni, niente sesso, sangue e violenza per intenderci, se cercate un thriller medico è meglio che vi orientate su autori più ortodossi come Kathy Reich, Tess Gerritsen, o Patricia Cornwell, la Gazzola ha scritto un libro con il chiaro intento di divertire non di spaventare o shockare, la patina gialla, l’indagine, il delitto, perché qualcuno che muore in circostanze misteriose c’è, hanno una funzione marginale, accessoria. La vita sentimentale della protagonista ha un ruolo importante e non trascurabile anche credibile nella caratterizzazione di una ragazza della sua età insicura, romantica e idealista. La parte investigativa è sicuramente originale, scoprire indizi preziosi raccogliendoli dai libri immaginari di Konrad Azais farà la gioia degli appassionati di pseudobiblia. La parte tecnica- medica è accurata e il fatto che la Gazzola sia un medico dà sicuramente autorevolezza ad ogni riferimento. La continua elencazione di marche di profumi, Claudio usa solo Déclaration di Cartier, borse, accessori, prodotti alimentari dal pollo Amadori alla gomma da masticare Brooklyn, titoli di programmi televisivi, personaggi famosi, ha un chiaro intento comico anche se devo ammettere che un uso più moderato dell’espediente sarebbe stato più efficace. Non lessi L’Allieva scoraggiata da alcune recensioni che mi avevano presentato il romanzo troppo rosa per i miei gusti, poi la curiosità e la simpatia dell’autrice mi hanno convinto a leggere questo suo nuovo romanzo e devo dire che mi sono divertita, ho sorriso spesso, con leggerezza, semplicità. Il candore di Alice, il suo mondo pulito, mi hanno fatto tenerezza. Il finale, pur conclusivo, apre la strada ad una continuazione e sarà interessante vedere come evolverà il personaggio, e se l’autrice deciderà di mantenere il registro umoristico o lo lascerà in favore di componenti più decisamente drammatiche e gialle. Un medical thriller con ambientazione italiana, e una punta di cattiveria in più, scritto al femminile non mi dispiacerebbe. 

:: Recensione di Wunderkind di G.L. D’Andrea (Mondadori, 2009) a cura di Gianrico Gambino

3 Maggio 2012

Quando tre anni fa venne presentata la trilogia del Wunderkind ero scettico. Non so nemmeno bene io dire oggi per quale motivo. Non mi attirava: scrittore ignoto, titolo “tetesko”, insomma per leggere un libro deve crearsi un’alchimia qualcosa nel volume che stuzzichi la curiosità del potenziale lettore. C’è poco da fare. Ci sono libri che amo che ho atteso anni prima di leggere. Con Wunderkind, per gli amici W, non andò così.
Non attesi troppo.Tuttavia da subito questa trilogia dovette scontrarsi con inattesi contrattempi. Conobbi l’autore attraverso una comune amica, una tizia che scrive di ragazze drago e cosaccie del genere, lo conobbi su Facebook, ad oggi non ci siamo mai visti di persona sebbene si chiacchieri spesso del più e del meno, spesso arrabbiandoci. Dicevo dei primi problemi. Mi ricordo ancora quando andai a cercare alla Feltrinellona di Torino come la si chiama di solito il primo dei tre volumi. Sapevo che era un fantasy e così mi misi a cercarlo tra i volumi del settore in questione senza esito. Mi dissi allora: “Siccome è un po’ forte lo troverò tra gli horror”, buco nell’acqua. Dopo un venti minuti nuovi di vana ricerca chiedo alla commessa che con mia somma sorpresa mi indirizza tra i libri per bambini. Insomma trovo W tra i testi per dodicenni. Mio figlio HA dodici anni e MAI gli farei leggere adesso un libro di questo genere. I motivi sono molti: in primis non ha l’età per comprenderlo, secondariamente non è un libro per bambini scene decisamente non adatte a loro. Chiedo all’autore che messo da molta gente in più città a conoscenza di questa situazione mi rivela la sua frustrazione di fronte a questa categorizzazione assurda e assolutamente sbagliata fatta dall’editore.
La trilogia, un breve riassunto, mi perdoni G.L.
Tralasciamo per un attimo questo primo disguido. G.L. D’Andrea è persona chiara, netta, a volte persino fastidiosa per quanto sa essere diretto. Lo stimo per questo. Nella sua chiarezza disse che questa sarebbe stata la prima e l’ultima trilogia di cui si sarebbe occupato. Ciononostante trilogia era e ce la dovevamo sorbire come tale con i relativi lunghi tempi di attesa tra un volume e l’altro e la conseguente perdita di tutta una serie di dettagli. Ecco perché i libri a puntate secondo me sono deleteri.
Di chi e di cosa parla il Wunderkind. Banalmente, se questo termine può essere usato con tanta leggerezza, parla del destino del mondo, parla dell’aspetto magico della vita e del prezzo che impone agli uomini. La magia ha un prezzo. C’è un quartiere a Parigi che non si vede (in questo dissi a G.L. che era stato potteriano, come potteriana, ma solo nel primo libro è la figura di Caius Strauss il protagonista), i tratta del Dent de Nuit, qui vivono i cambiavalute e tutto un popolo decisamente strano. Ci sono mostri i cagoulard (nella mia mente li ho assimilati a una sorta di orco, sebbene credo l’autore li abbia pensati diversi). Ci sono creature incredibili come le Rarefatte. C’è la magia dicevo e i cambiavalute sono i maghi, ma ogniqualvolta il mago esegue una magia deve pagare un prezzo: un ricordo lo abbandona per sempre.
Qui vive Caius che viene avvicinato da un losco figuro Herr Spiegelmann del quale ci verrà narrata la storia nel secondo libro in uno dei capitoli più incredibili che io abbia mai letto in cui si viene proiettati all’inferno senza scomodare per questo i danteschi cerbero e soci. È evidente da subito che la vita di Caius sta per essere ribaltata e infatti nel breve volgere di alcuni capitoli il ragazzo viene a trovarsi avvolto da un turbine di eventi violenti magici inspiegabili e terrorizzanti, vede morire la madre e viene salvato da un gruppo di persone che per lui si battono per salvarlo da Spiegelman.
Cosa vuole costui? Dovrete arrivare alla fine, io posso solo dirvi che siete davanti ad uno dei cattivi più pervicaci e insistenti che io abbia mai trovato in giro. Certo, come tutti i cattivi ha dei limiti che lo portano oltre il limite dell’umano, della carne. Parola cruciale. Carne, specie nel terzo volume.
Il gruppo che salva Caius è guidato dal Barbuto un Apriporta. Come? Che porta? EH, ma se racconto tutto… va beh. Porte su altri mondi, porte sul Mare d’Hidirac al di là del quale vi è la terra in cui vivono i ricordi perduti dai cambiavalute e non altre, molte altre terre, con esseri di ogni genere.
Vi è tra i personaggi più importanti che Caius incontra un cagoulard schiavo di Spiegelmann, cui lui ridà il nome e con esso la libertà. Sì, Spiegelmann toglie i nomi ai suoi schiavi e senza di essi costoro possono solo dimenticare chi siano e diventare servi. L’amicizia tra i due fa capire chiaramente che molti limiti possono essere eliminati, che molte barriere si abbattono con una semplicità che a volte sembra impensabile e Bellis restituirà questa libertà conquistata cercando in tutti i modi di aiutare il suo amico.
La figura del cattivo va affinandosi molto nello sviluppo della storia, dapprima appare come il classico cattivo, quello che è tutto crudeltà, malvagità e bramosia di potere. In realtà egli ha un piano ben preciso, usare Caius, il Wunderkind. Un bambino che non dovrebbe essere, ma che invece è stato lasciato in vita. Nel secondo libro il protagonista scopre quanto sia complesso il mondo, si scontra con realtà che non credeva possibili e proprio in una di queste scopre al contempo l’amore e la morte. Ed è a quel punto che sparisce nel Mare.
Il Regno che verrà
È lo scontro finale in cui tutti i protagonisti e i comprimari debbono affrontare il nodo cruciale della vicenda che per ognuno di loro ha risvolti e implicazioni diverse, c’è chi muore chi prende il suo posto, chi perde e chi vince.
Ma principalmente viene mostrata la cosmologia del W. Vediamo com’è fatto l’universo, L’Albero con al suo centro il Dent de Nuit e sulle radici i Ceterastradivari, suoi custodi, il cui esprimersi orrendo per i più è compreso e può essere guidato solo da un essere. Wunderkind. E i Ceterastradivari mangiano ricordi rendendo così possibile la Permuta e al contempo mantenendo sano e in vita l’Albero. Ma questo sta morendo. Qualcosa in questo meccanismo che rende ciò che esiste stabile s’è rotto. C’è necessità di una nuova Permuta.
Si scoprono parecchie interessanti vicende che precedettero l’avvento di Caius, cioè che prima di lui il Rana era un Wunderkind o qualcosa di simile e che aveva modificato lui stesso la prima Permuta che invece che ricordi richiedeva sangue. Adesso Spiegelman vuole cambiare ancora la Permuta e ha perfettamente in mente la soluzione perfetta. Si debbono usare le Speranze.
Non rivelerò il finale sebbene debbo dire che in questo G.L. è stato un realista, mettendo in luce le debolezze di chi è chiamato a svolgere un ruolo forse troppo elevato per la sua scarsa esperienza, e la pervicacia, quasi il furore famelico, con il quale il suo antagonista persegue il suo obiettivo sfidando la morte stessa, parlando con i Ceterastradivari.
Come ho vissuto questi libri
Non vi è un modo letterario per dirlo, ma la sola immagine che possa spiegare è quella di un trittico pittorico. L’enorme merito di G.L. d’Andrea a mio parere è proprio quello di fare immergere il lettore in immagini talmente forti da lasciare spesso senza fiato. Ho spesso visto tinte rosso fuoco, arancioni caldi misti a nero. Ho letto questo quadro. Ne ho sentito la musica a volte speranzosa a volte tragica, a volte suadente (Ceterastradivari a me ricorda gli archi, non so a voi).
La visione dell’autore è una visione allargata del concetto stesso di scrittura, in essa si fondono oltre alle parole, le immagini e i suoni o i silenzi.
Siamo davanti a un affresco. A una serie di flash visivi. Il risultato generale è davvero potente. Scrissero questo aggettivo mi pare sulla quarta di cover del primo volume suscitando nei soliti noti alcune ire in quanto tale potenza non venne ravvisata. Ognuno è libero di vederla a modo suo per carità, ma se vi immergete in questo romanzo vi accorgerete della sua forza.
Alcune note sulla storia editoriale del W
Alle grandi attese del primo volume sono seguite una serie di traversie ben più gravi e ingiustificabili che hanno creato non pochi problemi. Faccio qui una breve premessa perché è la prima volta che scrivo qui una recensione. Per lavoro mi occupo di informatica, più specificamente mi occupo di editoria digitale nelle sue più svariate forme e sviluppi. Essendo il classico fanatico ho vari lettori di libri digitali, dal Kindle all’iPad. Da quando liuto per me il libro di carta viene preso in considerazione solo nel caso in cui non ne esista la versione digitale.
Non mi sono pertanto stracciato le vesti quando ho saputo che il W3 sarebbe uscito solo in versione e pub, cioè digitale, tuttavia mi sono posto la domanda, perché? Ufficialmente la versione di Mondadori è che i due precedenti avevano venduto troppo poco per giustificare l’uscita del terzo volume in cartaceo. Così con l’astuzia che contraddistingue certa editoria italica, hanno deciso che era meglio uscire col solo digitale (quindi destinato allo 0,2% dei consumatori). Geniali.
Molto probabilmente dietro la vicenda vi è stata una pressione editoriale per far sì che il volume arrivasse a un mercato cui non era stato destinato. Un autore scrive un libro perché è una necessità per lui identica alla respirazione. Che un editore forzi un libro volendolo correggere per arrivare a prendere un mercato cui quel libro non è rivolto, è un fatto che lascia sbigottiti. Probabilmente fa parte del novero delle cose reali, ma non per questo sono giuste. In più se un autore usa il suo cervello anche davanti a mostri sacri come Mondadori, scatta immediata una sorta di ostracismo.
In tale visione il digitale è visto come una sorta di camera di punizione, invece che una enorme opportunità, fatto che denota l’assoluta mancanza di preparazione degli editori su un tema che ormai non è più eludibile e che sta erodendo a poco a poco ma inesorabilmente lo spazio della carta stampata.
Su questa vicenda vi rimando al solito bell’articolo di Lara Manni altra notevole scrittrice dotata di una sagacia che in pochi ho visto.

:: Recensione di Una casa di petali rossi di Kamala Nair (Nord, 2012) a cura di Viviana Filippini

3 Maggio 2012

Una casa di petali rossi (edito dalla Nord in Italia) è il romanzo d’esordio della giovane Kamala Nair, nata a Londra da genitori indiani e vissuta tra Inghilterra e Stati Uniti d’America, senza mai perdere il profondo legame con la propria cultura di origine. Un legame viscerale che ha influenzato la stesura di questo primo lavoro caratterizzato da un linguaggio di piacevole ed elegante lettura e un richiamo a modelli letterari storici, tra i quali la piccola Mary Lennox protagonista del romanzo Il giardino segreto di Frances Hodgson Burnett, pubblicato nel 1909.
Protagonista del romanzo della Nair è la giovane donna Rakhee Singh alle prese con un imminente cambiamento della propria vita: il fidanzato le ha regalato un anello e le ha chiesto di sposarlo. Prima che tutto questo accada, Rakhee si imbarcherà su un aereo diretta in India, non – come molti lettori potrebbero magari pensare – per sfuggire al legame d’amore con l’amato fidanzato,  ma per sistemare definitivamente i conti con il proprio passato. Ed ecco un lungo flashback in India, proprio durante quella vacanza estiva che ha cambiato per sempre la vita di Rakhee, di sua madre Amma e di tutti i parenti: la famiglia dei  Varma. Sì perché la vacanza indiana al seguito della madre fatta dalla protagonista bambina non è stato per lei una semplice divertimento, ma si è mutata nella scoperta di un mondo nuovo e di uno scottante segreto che la sua parentela ha custodito gelosamente per tantissimo tempo. Nel Kerala, Rakhee arriva ad Ashoka, la casa con la scalinata d’ingresso coperta da petali rossi  (quelli dell’omonima pianta)  chiamata così da suo nonno e il cui nome in  sanscrito significa “senza dolore”.  Per la piccola protagonista con grossi occhiali da vista sarà il contatto con un mondo sconosciuto, tutto da scoprire e capire, che la spingerà a crescere con rapidità, assumendo in sé la consapevolezza di una donna adulta. I giorni passeranno tra  giochi con le cugine, con la degustazione  di cibi tipici, con l’approccio ad usi, costumi e storie della tradizione molto diverse da quelli che lei ha conosciuto vivendo in America. A rendere ancora più intrigante e coinvolgente questo romanzo di formazione ci sono le  lunghe passeggiate di Rakhee immersa nella folta e selvaggia vegetazione e indiana, che la porteranno a scoprire nel bosco un misterioso giardino circondato da un muro. La curiosità sarà tanta e  Rakhee non crede che dietro a quel muro si nasconda uno spirito maligno come le hanno confessato le cugine. Non a caso spinta dal bisogno di conoscere  e, aggiungerei, di trasgredire le regole, la ragazzina valicherà quell’alta cinta scoprendo una verità sconvolgente che gli adulti della famiglia Varma  hanno salvaguardato per tutti quegli anni. Dietro quel muro non ci sono mostri o creature malefiche,  ma c’è un persona in carne  ed ossa che con il passare dei giorni assumerà una identità precisa, facendo intuire alla piccola Rakhee che forse non è così sola come ha sempre creduto di essere. Tale presa di coscienza trasformerà per sempre Rakhee e tutte le relazioni del suo mondo di affetti e persone, sconvolgendola a livello emotivo e facendole capire che la bellezza delle persone, non corrisponde al loro aspetto esteriore, ma è ciò che si cela nell’animo di ognuno di noi.
Finita la lettura di  Una casa di petali rossi  ci si accorge dei molteplici aspetti riguardanti i sentimenti umani e la famiglia presentati della Nair. In primo luogo c’è una particolare attenzione da parte dell’autrice al mantenimento del  legame con le proprie origini,  grazie alla trasposizione nella  storia narrata di un insieme di tradizioni, di credenze popolari e di saperi della cultura indiana. In secondo luogo ciò che emerge  da Una casa di petali rossi è l’importanza del rispetto dei valori tradizionali della famiglia (rituali di comportamento, i matrimoni combinati, la suddivisione tra le caste) e l’incapacità di accettare il fatto che essi possano essere violati per ragioni di cuore. Il terzo punto, ma non per questo posizionamento  meno importante dei precedenti , è il rapporto tra Rakhee e la madre Amma. Le due sono legate da un profondo legame affettivo, che in certi momenti, a causa della depressione di Amma  potrebbe sembrare sull’orlo del tracollo definitivo, ma esso rimane costante e presente in ogni momento della storia e della vita di Rakhee. Rakhee è  piccola,  non conosce tutto il passato della madre e quando lo scoprirà  questa nuova consapevolezza di essere figlia di una donna che per amore ha compiuto gesti inconcepibili per la sua famiglia – non ha rinunciato al dono del suoi primo grande amore Prem; ha rifiutato il matrimonio combinato fuggendo in America; finita la vacanza in India , la protagonista tornerà sola negli U.S.A. –  la allontaneranno  dalla madre per molto tempo. Un distanza fisica, ma soprattutto emotiva, che la Rakhee  adulta, ormai prossima al matrimonio deciderà di superare – come il muro del giardino segreto – per  rinvigorire l’amore filiale e materno mai del tutto sopito.

:: Segnalazione di Il ritmo del silenzio di Otello Marcacci

3 Maggio 2012

Otello Marcacci
Il ritmo del silenzio
Collana: Narrativa – Emozioni di carta
Edizioni della Sera
ISBN: 978-88-97139-14-0
Prezzo: 14 euro
Formato: 14×21
Uscita: 10 aprile 2012

Otello Marcacci è pazzo, ma è uno di quegli
autori che vorresti avere a disposizione
appena terminata la lettura del suo romanzo.
Satisfiction

A Huntsville, Texas, un uomo sta per essere giustiziato. A Roma Marco Rossi ha una vita allo sfascio, sospeso in un’esistenza insoddisfatta sempre più precaria non ha idea di chi sia quest’uomo né del perché sia stato chiamato ad assisterlo negli ultimi giorni prima dell’esecuzione. La storia ci porta così avanti e indietro nel tempo, ricostruendo 30 anni di vita perduta. Fino al momento in cui Marco capisce che deve correre in Texas il prima possibile. “Il Ritmo del silenzio” ci porta dalla Siena anni ’80 al caldo torrido del Texas meridionale. Il come è tutto da scoprire nel mezzo della storia, perché questo è un romanzo di formazione e di riscatto, e insieme un thriller dei migliori. Un romanzo che non tradisce nessuno dei suoi generi e che si fa mangiare pagina per pagina.

Otello Marcacci è un maremmano nato sotto il segno dei pesci. Crede nella immortalità delle biblioteche e, segretamente, ha sempre ambito provare a viaggiare nelle vite degli altri. Non sopporta gli intolleranti e, nonostante si sia laureato in economia con il massimo dei voti, a volte, riesce persino a ricordarsi i nomi di tutti i sette nani. Ha un debole per la letteratura russa ma va a letto tutte le sere con i libri di Joe Lansdale per cui ha un amore viscerale. Ovviamente non ricambiato. E quindi lo tradisce di tanto in tanto con Kurt Vonnegut e qualche altro genio simile, così, tanto per gradire. Ha pubblicato “Gobbi come i Pirenei” con NEO Edizioni nel 2011. “Il Ritmo del Silenzio” è il suo secondo romanzo.

:: Segnalazione di Sacré Bleu di Christopher Moore

3 Maggio 2012

Christopher Moore

SACRÉ BLEU

COLLANA SCATTI

pp.320- Euro 18,50

Lo spirito della Parigi fin de siècle e dell’Impressionismo in una storia di intrighi, passione, arte, ragazze can-can e assenzio nel nuovo romanzo di Christopher Moore.

Il titolo del romanzo si ispira al preziosissimo color azzurro, ricavato dai lapislazzuli d’Oriente e utilizzato nell’arte sacra per ornare gli abiti della Madonna. Ambientato a Parigi nel 1880, ne è protagonista Lucien, fornaio e figlio di fornai, ma deciso ad abbandonare farine e impasti per diventare pittore – il sogno di suo padre, amico e protettore di artisti poveri e affamati di nome Renoir, Monet, Pissarro, Cézanne… Anche Lucien dipinge – e ha come “spalla” d’eccezione nel romanzo niente meno che un certo Toulouse-Lautrec – e la sua musa è la bella Juliette dagli occhi color del cielo, che lo pianta in asso salvo ricomparire dopo due anni e mezzo di misteriosa assenza dalla sua vita. Al fianco della ragazza, un venditore di colori, dietro la cui misteriosa apparizione si celano enigmi e retroscena sconvolgenti: la sparizione dell’azzurro da certi capolavori rinascimentali, o il misterioso suicidio – o forse omicidio? – di Vincent Van Gogh…  Dopo il Vangelo e Re Lear, Christopher Moore ci regala la sua rilettura di un momento fondamentale della storia dell’arte e della modernità nel suo complesso, frutto di tre anni di ricerche che lo hanno portato in Francia e in Italia, in un capolavoro di umorismo e riflessioni su quanto di più profondo muove gli esseri umani: la passione, sotto qualsiasi forma essa si manifesti.  

CHRISTOPHER MOORE Nato a Toledo in Ohio, vive a San Francisco. È autore di dodici romanzi, molti dei quali sono best seller negli Stati Uniti, in Inghilterra, Francia, Germania e Giappone. In Italia sono usciti Un lavoro sporco, Il Vangelo secondo Biff, Suck!, Fool, Sesso e lucertole a Melancholy Cove e Demoni. Istruzioni per l’uso, tutti pubblicati da Elliot Edizioni. Ha vinto numerosi premi tra cui il prestigioso Quill Award per due volte consecutive. Il suo sito internet è chrismoore.com.

:: Recensione di Il profanatore di biblioteche proibite di Davide Mosca (Newton Compton, 2012) a cura di Viviana Filippini

1 Maggio 2012

Non vi è mai  capitato di voler rompere ogni legame con il vostro passato, cominciando una nuova fase della vostra vita e proprio sul più bello tutto ciò che credevate di esservi lasciati alle spalle ritorna e si impone su di voi costringendovi a fare un passo indietro?  E’ esattamente quello che capita a Lazzari, o meglio al professor Lazzari, protagonista del romanzo Il profanatore di  biblioteche proibite, pubblicato dalla Newton & Compton. Nell’intreccio creato da Davide Mosca, Lazzari è uno tra i maggiori studiosi ed esperti riguardo alle origini di Roma, ma dopo anni e anni di ricerche e di studi, l’uomo decide di cambiare vita aprendo una piccola enoteca, peccato che questo suo tentativo di reinventarsi l’esistenza venga  subito messo in crisi da un losco figuro che si fa chiamare Colonnello e che lavora per una misteriosa Fondazione. Il professore fa di tutto pur di evitare la proposta del Colonnello, ma una serie di eventi lo obbligheranno ad accettare, volente o  nolente,  l’incarico affidatogli: recuperare il Lituo, ossia il bastone sacro con cui Romolo fondò Roma. Lazzari partirà alla ricerca dell’antico bastone, ma allo stesso tempo si risveglierà in lui, una passione, anzi direi una ossessione mai del tutto sopita, che lo indurrà a ricercare il vero nome di Roma, perché lui come altri ricercatori è ben consapevole che Roma non è il vero nome della città eterna. Da Nord a Sud, da Est a Ovest, Lazzari percorrerà l’intera Italia per assecondare sì le richieste del committente, ma anche per  soddisfare la sua voglia di conoscere una verità che molte persone vorrebbero sapere, ma che in realtà pochi conoscono e custodiscono con ferma gelosia.  A fianco dell’aitante professore  arrivano la bella e misteriosa Artemisia e il corpulento, anzi un po’ “orso” direi, Dino entrambi dipendenti della Fondazione segreta per la quale il prof. è stato assoldato. Il trio si muoverà lesto e rapido sul territorio italiano, facendo scoprire al lettore una realtà del tutto nuova caratterizzata dal contatto con studiosi molto eruditi, con scaltri tombaroli, con antichi reperti archeologici che ogni collezionista vorrebbe possedere, con frammenti di libri perduti e arcani enigmi da risolvere per raggiungere l’ambita verità. Lazzari e Co. non sono però gli unici interessanti al vero nome di Roma e al Lituo, infatti sulla loro strada troveranno strani agenti pronti a tutto pur di fermarli e si imbatteranno in misteriosi omicidi eseguiti secondo modalità specifiche, che richiamano le terribili punizioni riservate ai profanatori del segreto riguardante il nome dell’Urbe.

A parte il titolo scelto che man mano si procede nella lettura si scopre essere un po’ troppo fuorviante rispetto al contenuto, visto che di biblioteche proibite non ce n’è l’ombra, il nuovo romanzo di Davide Mosca è un affascinante viaggio nel passato alla scoperta dell’antica storia di Roma e delle sue origini. Nelle pagine il ritmo è incalzante e c’è la giusta suspense che tiene il lettore con il fiato sospeso dalla prima all’ultima pagina. Inoltre, nella trama si mescolano in perfetto equilibrio il passato e il presente, la  mitologia, gli usi e costumi degli antichi, i dati storici e le tante somiglianze esistenti tra cultura pagana e cristiana – per esempio si scopre che  la fondazione di Roma (21 aprile del 753 a.c.) cade nella festa latina analoga della Pasqua, o ancora  la vicenda di Remo e Romolo termina in un luogo della città definito Tescum, ossia Golgota, proprio come il monte dove venne crocifisso Gesù – scatenando in chi legge la curiosità.  Una volta arrivati alla fine oltre a scoprire la risoluzione dell’avventura del nostrano Indiana Jones, si rimane affascinato a tal punto dalla storia antica di Roma, da volerla approfondire con altre letture. Il profanatore di biblioteche proibite è un romanzo storico ben scritto, nel quale l’autore ha messo tutta la sua profonda conoscenza della storia di Roma – non a caso Moscaè laureato in storia antica con una tesi sulla fondazione di Roma – creando una vicenda coinvolgente che indaga il vero nome dell’Urbe, tanto per capirci l’appellativo segreto corrispondente  alla denominazione nascosta del Nume protettore che i Pontifex romani invocavano senza pronunciare.  Non so se capiterà anche ad altri lettori, ma terminata la lettura si la sensazione che l’identità di superficie delle persone e delle cose non sia mai quello che sembra, a dimostrazione del fatto che in tutto c’è sempre qualcosa di nascosto.

:: Un’ intervista a Sabine Thiesler

28 aprile 2012

Ciao Sabine. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuta su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Sabine Thiesler? Punti di forza e di debolezza.

Scrivere è la mia passione, una vera e propria mania che mi dà grande soddisfazione, quando posso dedicarmici in pace. Se per qualche giorno non riesco a lavorare, divento intrattabile e nervosa. Per il resto mi piace vivere in solitudine, amo gli animali più di ogni altra cosa, mi piace il vino e il clima mite, il mare, le nuvole e i panorami aperti. Non sopporto la stupidità e la superficialità e i dilettanti mi danno sui nervi.

Parlaci della tua infanzia, dei tuoi studi, della tua vita prima di diventare scrittrice di narrativa.

Sono nata e cresciuta a Berlino, dopo la maturità ho intrapreso lo studio della recitazione, ho recitato in televisione e a teatro e davanti ai copioni che mi capitavano tra le mani mi dicevo sempre: a me verrebbero in mente molte più idee. Così ho cominciato a scrivere sceneggiature e mi sono trasferita in campagna con la famiglia, sul mare del Nord. Con la scrittura avevo trovato la mia vocazione, così abbandonai la carriera di attrice.

Come è nato il tuo amore per la scrittura? Cosa ti affascina di più di questa professione?

Ho percepito molto presto che scrivere significa “libertà” e che è la mia passione. Posso lasciare briglia sciolta alla mia immaginazione, inventare personaggi, infondere loro la vita e dare loro una storia. Posso lavorare quando e dove e per tutto il tempo che voglio e siccome mi piace tanto farlo, non ho mai dovuto forzare la mia innata pigrizia. Vivo in due mondi: il mio e quello dei miei personaggi. È un incredibile arricchimento.

Poi dopo anni di lavoro come sceneggiatrice per la televisione e per il teatro e anche come doppiatrice, sei riuscita a scrivere e far pubblicare il tuo primo romanzo. Parlami del giorno in cui hai firmato il tuo primo contratto. Come hai festeggiato? Cosa hai provato?

Quando ho ricevuto la notizia che il mio romanzo sarebbe stato pubblicato, ero in macchina con mio marito qui in Toscana. Mio marito non fu affatto sorpreso, perché non ne aveva mai dubitato. Io non ho avuto reazioni, non ho detto niente, non ho esultato né gridato, semplicemente perché non riuscivo a credere che d’un tratto il sogno della mia vita si stava per realizzare. Non ho neppure festeggiato, ma per qualche giorno sono stata sulle nuvole, cercando di comprendere che la mia vita era sul punto di cambiare radicalmente.

Quali sono i tuoi scrittori preferiti. Da chi ti senti maggiormente influenzata?

Patricia Highsmith, Gerhard Hauptmann, Stefan Zweig, Susanna Tamaro, Charlotte Link. 

Una scrittrice tedesca innamorata dell’Italia e per la precisione della Toscana regione in cui vivi da parecchi anni e in cui hai ambientato tutti tuoi libri. Ma davvero una terra dolce e luminosa come la Toscana ti ha ispirato romanzi così oscuri e pieni di personaggi tormentati da forze terribili?

Sì. Qui ci sono boschi vastissimi e casolari isolati su enormi appezzamenti di terreno. La mia immaginazione ne è più stimolata che in un oscuro parcheggio sotterraneo. Infatti sono attirata dagli opposti: un paesaggio idilliaco e un crimine efferato sono più interessanti e incredibili di un omicidio in una metropoli. I miei assassini uccidono in maniera sottile, non hanno niente a che fare con la violenza e la brutalità delle grandi città. Il crimine nasce nella testa e non è un evento per una strada buia.

E’ appena uscito in Italia per Corbaccio il tuo nuovo romanzo Senza perdono che ho potuto leggere in anteprima. Jonathan Jessen, il protagonista, un fotografo di successo sposato con una moglie che ama, padre di una figlia che adora di colpo perde tutto, affetti e sicurezze. Come è nato questo personaggio?

Non saprei, o meglio, non lo so spiegare. A un certo punto e per qualche motivo, nasce una figura e mentre comincio a tratteggiare la storia che mi occupa totalmente ventiquattr’ore al giorno, si forma un personaggio di spessore sempre maggiore. I protagonisti dei miei libri, però, non si basano mai su modelli veri, ossia non mi ispiro mai a un individuo reale.

I tuoi romanzi sembrano nascere dalle tragedie greche. In Senza perdono è la vendetta il motore dell’azione. Tu uccidi mia figlia e io ti porto via la tua. Un’ applicazione della legge del taglione si potrebbe dire. Ti sei ispirata a qualche dramma dell’antichità penso all’Elettra di Sofocle?

No. Se è questa l’impressione che sorge, mi sta bene, ma ispirarsi alla tragedia greca significherebbe rispettare un modello molto severo, cosa che io non farei mai. La vicenda si è sviluppata necessariamente così da sola.

Parlaci della situazione letteraria tedesca contemporanea. C’è qualche nuovo autore da tenere d’occhio? Qualche autore tedesco che consiglieresti di tradurre e pubblicare in Italia?

Scusate, ma al momento non ho indicazioni precise da dare. Non saprei neppure indicare un nuovo talento.

Continuerai a scrivere thriller o tenterai di scrivere e sperimentare nuovi generi? Se sì, quale genere letterario ti tenta maggiormente?

Attualmente sono soddisfatta dei miei thriller italo-tedeschi. Però ho scritto anche storie d’amore per la televisione, commedie per il teatro e libri per bambini. Niente è impossibile e se mi verrà un’idea sensazionale per un libro che non sia un thriller, lo scriverò. Perché no? Chi lo sa?
(In fondo basta che la storia duri abbastanza a lungo, poi tutti moriranno per forza.)

Grazie della tua disponibilità Sabine, come ultima domanda ti chiederei se puoi anticiparci se stai scrivendo un nuovo libro?

Certo! Naturale! Non posso farne a meno! Ho quasi terminato il mio sesto thriller e in Italia ne sono stati pubblicati solo tre. Se volete, vi aspetta molto altro ancora!

:: Intervista con Mauro Marcialis

27 aprile 2012

Grazie Mauro per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Sei nato a Roma nel 1972, vivi a Reggio Emilia dal 1994, sei maresciallo della Guardia di Finanza. Punti di forza e di debolezza.

Grazie a te per l’ospitalità. Di me: orgogliosamente plebeo (odio le ipocrisie e l’ostentazione dei “ruoli”, dei titoli e delle possidenze), scostante, apatico, geneticamente triste, introverso… Sto però (paradossalmente) bene in compagnia e credo di essere ancora il buffone che ero da bambino, (mai) cresciuto nei coloratissimi disagi della periferia romana.

Come è nato il tuo amore per i libri e per la scrittura in particolare?

L’amore per i libri è (ri)esploso una decina di anni fa. In quattro anni, a partire dal 2002, ne ho divorati oltre trecento ammalandomi di plot e di un’insana smania: adesso scrivo la storia che vorrei leggere. Ho scoperto solo dopo che con la scrittura avevo iniziato inconsciamente un percorso rivolto sostanzialmente a me stesso, alle mie insicurezze, ai miei impercettibili traumi, ai miei mille “perché”, che poi sono gli stessi della mia adolescenza.

Parlaci del tuo esordio come scrittore. Cosa hai provato appena hai firmato il tuo primo contratto di edizione?

Con la firma del contratto, nulla di particolare: ricevo via posta un pezzo di carta e leggo qualche riga a caso, il tempo di scovare il burocratese della stesura, le clausole asettiche, le percentuali e i Fori competenti. Firmo dopo un minuto, un po’ deluso. Avevo immaginato uno scenario diverso: l’incontro con la redazione, discussioni su trame e personaggi, un bicchiere di vino. Niente, posta prioritaria e un logo come interlocutore. La vera emozione, la “botta”, l’avevo però avvertita qualche mese prima… Ricevo una mail da Sandrone Dazieri, c’è scritto: “Ho letto il tuo  libro e mi piacerebbe incontrarti per  parlarne”. Chiedo a un mio amico scrittore (Paolo Grugni) di “tradurmi” quella frase. Paolo dice: significa che lo pubblica. Allora afferro un cuscino e inizio a urlarci dentro.

Hai pubblicato già diversi libri: La strada della violenza (Mondadori), Io & Davide (Piemme), Spartaco, il gladiatore (Mondadori), Dove tutto brucia (Piemme). Hai partecipato a due antologie di racconti: La legge dei figli (Meridiano Zero) e Anime nere reloaded (Mondadori). A quale libro sei più legato e perché?

A tutti, anche se per motivi diversi:
La strada della violenza perché è appunto il mio esordio;
Io & Davide perché è il più letterario, malgrado le apparenze “pulp”;
Spartaco, il gladiatore, perché è il più importante (un romanzo attualissimo, “politico”, ma nell’accezione nobile del termine, almeno spero);
Dove tutto brucia, perché in uno dei comparti noir (quello ossessivo, quello con risvolti sociali, quello dove l’intimo delirio dei protagonisti rappresenta per analogia l’intera società) ritengo valga i più nobili titoli italiani dello stesso genere (Romanzo criminale di De Cataldo, Nel nome di Ishmael di Genna, La città perfetta di Petrella), anche se al netto di una dimensione epica che difficilmente può avvertirsi in un romanzo di sola fiction come il mio.
Il migliore, linguisticamente, è invece Il dolore che sarà, pubblicato a settembre del 2011, una novella sulla sofferenza e sul senso di colpa, raccontata da una lavatrice attraverso “voci” particolari (i panni sporchi dei tre personaggi e una di queste appartiene a un bambino di quattro anni, morto annegato). Quando leggo recensioni entusiastiche di romanzi struggenti, emozionanti, disturbanti, avrei voglia di urlare: leggete anche questo, per favore!

E’ appena uscito per Rizzoli il tuo nuovo romanzo storico Il sigillo dei Borgia. Come è nata l’idea di scriverlo? Cosa ti ha ispirato?

In realtà è stata un’idea dell’editore. Io ho aderito in modo entusiastico perché adoro affrontare nuove sfide e immergermi in situazioni scomode. Inoltre, la proposta dei Borgia mi sembrava una predestinazione: dopo aver scritto Spartaco, un’altra saga con la serie TV in onda.

I Borgia rappresentano la leggenda nera del Rinascimento. Hanno scritto su di loro molti libri, girati molti film e sceneggiati anche in tempi recenti. Cosa pensi il tuo libro aggiunga, in cosa si differenzia da tutti gli altri?

Francamente non ne ho idea, per il semplice fatto che, della sterminata bibliografia che riguarda i Borgia, ho letto solo una decina di libri e solo quattro di questi sono romanzi. Non ho voluto approfondire ulteriormente per evitare condizionamenti. Tra l’altro, considerati i tempi a disposizione per la consegna, non ho nemmeno potuto: avevo solo quattro mesi per scriverlo. Per prevenire potenziali impedimenti, ho dovuto spingere fin dall’inizio e, dopo due mesi, ho inviato il testo.

Chi è esattamente Rodrigo Borgia, papa Alessandro VI? Ambizioso, lussurioso, spietato, amorale. Che ritratto personale ti sei fatto di questo personaggio?

La mia idea di Rodrigo corrisponde esattamente alla versione che ho rappresento nel libro. È un personaggio talmente “oltre” la moralità che sembra bidimensionale, fumettistico, insomma un modellino narrativo. Io risponderei: di Rodrigo Borgia ce n’è uno solo, sono tutti gli altri a essere copie, a essere cliché! Un uomo fenomenale, che alle “doti” più discutibili che hai citato, univa una vivacissima intelligenza politica e una stravagante e capacità affabulatoria che è poi la perfetta icona di quel nuovo tempo, il Rinascimento, che lui ha cavalcato fino alla fine (basti pensare, per esempio, alle spettacolari celebrazioni pubbliche che inscenava di continuo, ben sapendo quanto il consenso del “popolino” volubile potesse essere condizionato dallo spargimento delle briciole del fasto).

Scelleratezze, assassinii, torture, corruzioni, incesti, adulteri, sembra che i Borgia siano davvero l’incarnazione del male. Anche contestualizzandoli nel periodo storico in cui vissero, erano davvero i più pericolosi e terribili o tutte le dinastie papaline del Rinascimento in un certo senso si somigliavano?

Diciamo che dinamiche e presupposti (assenza di scrupoli e compimento di azioni idonee all’accrescimento del proprio potere e della propria ricchezza) erano pressoché i medesimi tra le diverse “bande”, ma la differenza in quel preciso contesto e momento storico è stata determinata proprio dalla feroce determinazione di Rodrigo.

Ci sono lati oscuri che ti sarebbe piaciuto approfondire?

Uno in particolare: mi sarebbe piaciuto tracciare un parallelo tra Rodrigo Borgia e un altro, grandioso, personaggio: Girolamo Savonarola. Nel romanzo viene “evocato” più volte da Rodrigo, che è affascinato dal suo carisma e dalla sua oratoria muscolare. Il Papa è un combattente: le sfide lo stimolano, lo eccitano, lo scatenano, lo nutrono. Quella con Savonarola è una sfida all’ultima “parola”, che potrebbe essere proprio quella di Dio. Per lui Savonarola è un “nemico”, e con questo termine lui non ne attesta solo lo status, ma il valore, la forza, la dignità. Credo che la firma apposta sulla bolla di scomunica (che determinerà la condanna a morte di Savonarola) sia stata per Rodrigo una sorta di sconfitta, una resa dialettica.

Il personaggio più tragico e disperato è senz’altro quello di Cesare Borgia, obbligato in un primo tempo a seguire la carriera ecclesiastica, sovrastato da un padre accentratore e dispotico, innamorato della sorella, mandante dell’assassinio di suo fratello, violento, immorale, crudele e più il tempo passa e più sembra peggiorare. Hai notato anche tratti positivi in questo personaggio?

Cesare è un personaggio molto complesso, affascinante, il vero “motore” del romanzo. È la prima vittima delle sue stesse, violentissime, passioni. È in perenne lotta con la propria parte benevola, quella più generosa, quella che per intenderci è visceralmente innamorata di Lucrezia e che inevitabilmente è destinata a soccombere. Tale morte, allegorica, avviene in un preciso momento: quando Cesare contrae il “mal francese”, che gli divora il volto. Difficile individuare tratti positivi, da questo momento, ma bisogna considerare che certi “mali” sono intriseci di certe posizioni che si rivestono, dei ruoli che si stanno interpretando, dei contesti in cui si vive, e Cesare, anche se per un breve periodo, è stato il “principe” di un’Italia impregnata di conflitti (ed è proprio lui, infatti, il Principe di Machiavelli). Possiamo pertanto concedergli qualche attenuante, senza dimenticare altri sventure: un padre così ingombrante e autoritario, una carriera ecclesiastica che non aveva mai accettato, con quegli abiti da cardinale che stringevano le sue ambizioni da guerriero, lo scherno di suo fratello Juan, l’amore impossibile per sua sorella…

Poi c’è Lucrezia Borgia, una creatura quasi eterea, sorridente, allegra, amante delle arti, della poesia, della conversazione colta, molto diversa dalla maestra di veleni che la tradizione ci ha tramandato. L’odio dei nemici dei Borgia, considerati stranieri e usurpatori ha anche influito a dare vita a questa leggenda? Sembra che provi simpatia per questo personaggio, è vero o è solo una mia impressione?

Certo, le maldicenze dei nemici hanno influito parecchio sul “curriculum” di Lucrezia. Nel corso degli anni, alcune leggende sono state giustamente ridimensionate. Lucrezia non è innocente, questo no, ma il mio sguardo nei suoi confronti è stato caritatevole, sostanzialmente per due motivi: tendo a concedere onore e purezza a personaggi femminili e poi, molto pragmaticamente, mi sono posto una semplice domanda: quanta incosciente forza, e quanto coraggio, ci sarebbero voluti per contraddire suo padre e i suoi fratelli, per contrastare il loro volere? Insomma, era un’impresa quasi impossibile. Direi che Lucrezia è proprio figlia di quei tempi e, a un certo punto, prende semplicemente atto dell’inevitabilità del proprio destino, rassegnandosi “cristianamente”. Maria Bellonci ne fa una sintesi raffinatissima: la sua disgrazia non è da ricercare nella sua debolezza ma nell’intima fatalità dei suoi assensi. Una delle parti in corsivo è dedicata proprio a Lucrezia; le voci dell’Europa intera di rincorrono, antitetiche e confusionarie, per assolverla o condannarla, per giustificarla o insultarla. Ed è proprio con questa ambiguità, con questo velo di mistero, seppur tollerante e compassionevole, che ho voluto lasciarla.

E’ un romanzo storico che unisce verità storica e invenzione letteraria. I personaggi di Miguel e Drusilla si basano su persone realmente esistite o sono solo frutto della tua fantasia?

Sì, anche loro sono “reali”, anche se le biografie che li riguardano sono, soprattutto nel caso di Drusilla, ridottissime. Per quanto riguarda le “verità” storiche, perfino quelle riconosciute come inequivocabili potrebbero essere frutto di una precisa costruzione, artefatta per fini ovviamente politici. Rimangono attualissimi parecchi misteri: la prima gravidanza di Lucrezia, la morte di Juan (chi è stato e perché? C’erano centinaia di potenziali assassini; l’interpretazione romanzata è volutamente eccentrica per rappresentare questa abbondanza di moventi), la morte di Rodrigo, il diario del cerimoniere Burcardo, le diverse paternità di Cesare, il ruolo di Jofré e di Vannozza, la scomparsa di Giulia Farnese…

Parlaci della ricostruzione storica che fai di questo periodo storico e culturale. Come ti sei documentato? Da che fonti hai attinto le tue informazioni? Come Maria Bellonci anche tu hai osservato quadri, sculture (citi La pietà di Michelangelo), palazzi antichi, opere d’arte rinascimentali?

Molto, molto meno della Bellonci e di altri “borgiamaniaci”, per i motivi che ti dicevo prima… ma la Pietà di Michelangelo: che emozione! È di una tale bellezza che era impossibile trascurarla e non tentare un “aggancio” con le trame del romanzo. Ho pensato di contrapporla alle certezze di Rodrigo e ho immaginato che il Papa potesse, ammirandola, rimanerne sconcertato. In una scena, i significati che l’opera suggerisce, quella profonda purezza, quello stesso nome evocativo (pietà), piegano le resistenze di Rodrigo, che davanti a un incanto così “alto”, è quasi costretto a fuggire.

Il sigillo dei Borgia è a tutti gli effetti un romanzo storico, ma c’è anche qualcosa del noir. E’ stata una scelta consapevole?

Credo abbia a che fare con il mio sguardo “deviato”, il mio desiderio di scovare tracce di malessere e disperazione e di scavarvi dentro. Occorre premettere però che molte vicende che riguardano i Borgia sono “naturalmente” oscure, quindi era quasi un obbligo narrativo approfondirne alcune. Linguaggio e stile, però, non ricalcano l’andatura sporca e sincopata dei miei noir, sono molto più morbidi, più funzionali al genere storico.

Il romanzo finisce con la morte di Alessandro VI, molti personaggi si apprestano a fuggire penso a Miguel e a Drusilla. La loro storia finisce così o ci sarà un seguito, magari incentrato sul personaggio di Lucrezia?

Il finale è deliberatamente scritto per suggerire la possibilità di un seguito.
Lucrezia e Cesare faranno “Storia” per molti altri anni, ma sono proprio Miguel e Drusilla quelli che mi piacerebbe rincorrere. In questo caso, però, un eventuale seguito dipenderà anche e soprattutto dalle intenzioni dell’editore.

L’intervista è finita, nel ringraziarti per la tua disponibilità mi piacerebbe sapere se attualmente stai scrivendo un nuovo romanzo e se puoi anticiparci qualcosa?

Grazie a te! Ho un romanzo pronto da quasi un anno: La notte che incontrai Dio. Nel frattempo ho fatto un’ulteriore incetta di suggestioni che si prestano a questa storia di tormenti e redenzioni, ma non ho intenzione forzare la chiusura e quindi il libro è destinato a un altro periodo di letargo. Nel pc ho inoltre una cartella intestata “varie” con i canovacci di altri dieci romanzi. Nel frattempo, assorbo…

:: Intervista con Giuseppe Chiara a cura di Viviana Filippini

27 aprile 2012

Ciao Giuseppe, benvenuto a Liberidiscrivere e grazie per avermi risposto a questa serie di domande riguardo al tuo primo romanzo, L’apprendista becchino, dove il personaggio principale impegnato a risolvere l’omicidio compiuto a Folà Scriva non è il solito ispettore simil-serie televisiva, ma un giovane becchino alle prime armi assetato di verità. Giuseppe Chiara ha 58 anni e lavora come progettista in un’azienda genovese, è sposato e ha una figlia laureata in filosofia. Abita a Ronco Scrivia in provincia di Genova e odia guidare.

Quando è nata la voglia di scrivere per Giuseppe Chiara?

Come tutti quelli che amano leggere ho sempre avuto il desiderio di passare dall’altra parte della barricata o, per dir meglio, del foglio. La cosa però, non si era mai concretizzata sino a quando non mi sono trovato bloccato in casa per dei mesi, a causa di un gentile motociclista che aveva fatto del suo meglio per spedirmi all’altro mondo. Mentre cercavo di rappezzare le mie ossa disastrate non avevo molte alternative, oltre rendere la vita impossibile a chi mi stava intorno, e così ho provato a scrivere.

Perchè hai scelto di cominciare la scrittura con il genere del “giallo”?

Non sono nemmeno troppo sicuro di aver scritto un “giallo”. Certo, se lo è, non risponde ai canoni classici della detective story. È la storia di una persona normale, anche un po’ banale, che finisce nei guai e cerca di tirarsene fuori come meglio può.

Spesso nei libri e nelle serie televisive chi indaga per la risoluzione del delitto è un detective, un ispettore, un medico, un poliziotto, come mai hai scelto un apprendista becchino?

Non mi piacciono i duri che trasudano testosterone, con la mascella quadrata, i muscoli d’acciaio e il QI superiore a 180. Volevo un anti eroe che messo alle strette desse il meglio di sè. Come recitava la pubblicità di Cane di paglia , un vecchio film di Sam Peckinpah con Dustin Hoffman: Anche un cane di paglia può prendere fuoco.

Per la creazione del protagonista- Silvestro Cacciabue-  è stato influenzato da modelli televisivi, letterari o della realtà giornaliera?

Silvestro ero io, Silvestro erano i miei coetanei, Silvestro erano tutti quelli che negli anni ’70 avevano intorno ai vent’anni. Giovani pieni di meravigliose illusioni.

Silvestro è un giovane con molte ambizioni per il futuro, perché la scelta di coinvolgerlo in eventi che metteranno a dura prova la sua integrità fisica e morale?

Se mi concedi l’auto citazione: Prima o poi la vita ti mette alla prova. Puoi alzarti in piedi e scoprire di che pasta sei fatto o trovarti un angolo buio dove nasconderti. Silvestro non si è nascosto.

Come definiresti il rapporto tra il giovane Silvestro e il compagno di lavoro Anselmo?

Anselmo è un paria, che odia il mondo che lo ripudia e disprezza Silvestro perché in lui rivede se stesso, come era prima che la vita lo spezzasse.

L’attaccamento al tesoro trovato da parte di Anselmo e anche dell’assassinio, mi ha ricordato l’ideale di attaccamento alla “roba” di Mastro don Gesualdo di Verga. Perché gli esseri umani hanno bisogno di possedere beni materiali per sentirsi felici?

Non sono un filosofo e non ho risposte che non siano scontate o banali. Senza scomodare i Vangeli e neppure Carlo Marx azzarderei che più roba abbiamo e più ci convinciamo di essere immortali.

Silvestro, accusato di omicidio, si da’ alla latitanza, il suo vivere nei boschi, in luoghi diroccati e allo stesso tempo la ricerca della verità non richiamano un po’ il vissuto dei partigiani durante la Seconda Guerra mondiale?

Probabilmente sì. L’Appennino è sempre stato il rifugio naturale per i fuggiaschi: contadini che sfuggivano all’esercito di turno che razziava in valle, renitenti alla leva, fuorilegge e disperati.

Perché ambientare il tuo lavoro negli  anni’70?

Perché allora tutto ci sembrava possibile. Poi la vita ci ha preso a schiaffi. Siamo partiti dall’ immaginazione al potere  e siamo finiti a suicidarci la sera davanti alla televisione.

Silvestro, Elvis e Norma sono tre ragazzi dallo sguardo puro e innocente sul mondo, poi scoprono che il mondo e le persone dove vivono sono ambigui. La scoperta di queste falsità cosa rappresenta loro?

Non credo che i 3 ragazzi possedessero uno sguardo puro e innocente. Se alla fine dell’adolescenza conservi un animo puro o sei un santo o sei un idiota.

Quanto è sconvolta la popolazione del piccolo paesello di provincia dagli eventi drammatici che lo colpiscono?

Folà Scrivia è un paese inventato, ma è il prototipo di molti villaggi della Valle Scrivia. Paesi che hanno conosciuto la guerra, i bombardamenti e le fucilazioni non si sconvolgono certo per qualche morto ammazzato. Gli Afterhours direbbero: Terra meravigliosa, brutto paese.

Ines, la nonna di Silvestro è un donna forte a tratti un po’ burbera e severa, poi compie un gesto di sacrificio per il nipote.  Cosa rappresentala sua azione?

Un omaggio a quella che Mao Tze-tung definiva L’altra metà del cielo. Donne normali che quando la situazione lo richiede combattono come e più degli uomini. Nonna Ines e Norma sono due facce della stessa medaglia.

Dopo la risoluzione del’enigma Silvestro, Elvis e Norma cambiano in superficie, ma anche nel loro animo. Questa trasformazione può essere vista come la fine del’adolescenza e l’ingresso nella vita adulta?

Elvis per colpa, o grazie alla Sindrome di Peter Pan in cui si crogiola, non crescerà mai. Norma, come tutte le donne, è adulta un attimo dopo che ha smesso di giocare con la Barbie e le sue terrificanti amiche. L’unico che alla conclusione della storia è diventato un adulto è Silvestro con tutto ciò che ne conseguirà.

L’apprendista becchino è sì un giallo, ma potrebbe anche essere visto come romanzo di formazione?

Una specie di Giovane Holden dei poveri? Non credo. Io volo molto più basso.

Quale è il personaggio della narrazione al quale sei più affezionato e perché?

Ulrike l’autostoppista. Con lei la natura non è stata gentile: è grossa, grassa e goffa. E allora lei ha imparato a servirsi di quello che ha. Tutti pensano che sia stupida e lei si finge ancora più stolida, perché così può ottenere ciò che vuole. Mi piace chi ha poco, ma non si arrende.

Un consiglio a chi volesse cominciare a scrivere?

Io ho un blog, http://apprendistabecchino.blogspot.it/, dove cerco di aiutare chi vuole cimentarsi con la scrittura. Non do consigli su come scrivere, non ne sarei all’altezza, ma su quale software adoperare, come scrivere una sinossi, una lettera di presentazione ecc. Se si scrive solo per se il mio blog non è il posto giusto dove andare, ma se si vuole perseguire la strada della pubblicazione allora credo che lì si possa trovare qualche consiglio utile. Vorrei concludere con le parole di Robert  Mitchum, un grande attore americano: Se ce l’ho fatta io ce la può fare chiunque.

:: Intervista a Davide Mosca autore de Il profanatore di biblioteche proibite, (Newton&Compton, 2012) a cura di Viviana Filippini

26 aprile 2012

Ecco qui a Liberidiscrivere l’intervista a Davide Mosca, autore de Il profanatore di biblioteche proibite, un avventuroso romanzo che indaga il vero nome della città eterna: Roma. Davide Mosca, classe 1979  è nato a Savona, è laureato in storia antica con una tesi sulla fondazione di Roma. Attualmente collabora come editorialista per la rivista «Riza Psicosomatica», scrive libri in collaborazione con Raffaele Morelli e come mi ha detto lui: «Rullo di tamburi… ho da tre settimane un wine-bar a Celle Ligure».

Ciao Davide, come è nata l’idea di questo tuo nuovo romanzo?

È un’idea che cullavo da dieci anni: ho dovuto meditarci a lungo, coltivarla, ma alla fine ce l’ho fatta.

Perché la scelta del titolo Il profanatore di biblioteche proibite?

L’ha scelto l’editore dopo aver letto il romanzo.

Che ruolo hanno avuto i tuoi studi e conoscenze sull’antica Roma nella stesura del libro?

Determinanti. Non amo i thriller storici che mescolano interpretazioni e congetture senza base documentale.

Lazzari, il professore esperto di storia antica romana quanto ti assomiglia?

Non molto a dire la verità. Però gli ho attaccato qualche malattia…

Quali sono i personaggi  ai quali sei più affezionato?

Ai cattivi, ovvio.

Nel Il  profanatore di biblioteche proibite quanto c’è di vera storia e quanto di leggenda attorno al nome segreto di Roma?

Per quanto concerne il nome, è tutta storia. Roma non si chiamava così, il suo vero nome fu mantenuto segreto per motivi religiosi, magici e politici. Ho cercato di offrire al lettore le ipotesi storiche più accreditate sul nome segreto e originario, affinché ciascuno possa farsi una sua idea.

Nella narrazione Lazzari racconta molti usi e costumi riguardanti l’Urbe ai tempi dei romani ed emergono una serie di parallelismi tra culti pagani e il cristianesimo ( tu fai riferimento alla Pasqua , a Gesù, ma ho pensato anche al 25 dicembre corrispondente alla festa del Sole invictus per i romani e la nascita di Cristo per i cristiani o ancora nel mese di agosto le feste di Augusto  e l’ascensione della Vergine). Secondo te quanto è stretto il rapporto tra paganesimo e cristianesimo?

Molto stretto. È davvero singolare che la fondazione di Roma cada nella festa latina omologa della Pasqua, e che la vicenda di Remo e Romolo termini in un luogo della città definito Tescum, ossia Golgota, proprio come il monte dove venne crocifisso Gesù. E le analogie non terminano qui…

Lazzari non agisce da solo, con lui c’è la bella e misteriosa Artemisia.  Chi ti ha ispirato il suo personaggio e il nome?

Ho sempre ammirato l’intraprendenza e l’energia delle donne… hanno una marcia in più rispetto a noi uomini.

Lazzari e Artemisia vivono un avventura amorosa lampo (una notte di passione). Lui è innamorato, mentre lei si dimostra distante, poi cambia atteggiamento. Questa sua trasformazione cosa rappresenta?

Quando le donne se ne vanno non capisci mai se vogliono che tu le lasci in pace o invece le insegua, è il mistero di ogni rapporto d’amore.

Quali sono i modelli letterari che ti hanno influenzato per la stesura del Il profanatore di biblioteche proibite?

Da un lato tutti quegli scrittori che hanno posto l’accento sulla potenza creatrice della parola, ad esempio i grandi russi, e dall’altro tutti quegli autori di thriller-noir refrattari agli schemi e alle regole del genere: Chandler, Crumley…

Il lituo, il bastone usato per segnare la nascita di Roma esiste veramente o è una leggenda?

È veramente esistito ed era indispensabile nei riti degli antichi auguri romani.

Nella narrazione Lazzari cita il personaggio di Antonio da Alba Docilia, nel quale si nasconde il suo nome. Quale è la vera identità del protagonista: Antonio da Alba Docilia o Antonio Lazzari e il fatto che noi lettori come Artemisia scopriamo solo alla fine questo particolare cosa rappresenta?

Credo che il succo del romanzo stia in ciò: dietro ogni domanda fondamentale che ci facciamo nella vita, dietro ogni scopo che ci prefiggiamo, dietro ogni azione, si nasconde in realtà una domanda su noi stessi e sul nostro destino.

Il tema del doppio aleggia nella storia per quanto riguarda i fatti e i personaggi. Che cosa evidenzia questa doppia natura del reale e umana? E’ come se volessi affermare  che tutte le cose non sono quello che sembrano a prima vista?

Sì, credo che esista una vera natura delle cose, qualcosa che ci caratterizza in profondità.

Lazzari avrà nuove avventure?

Penso di sì, mi pare un tipo a cui ne capitano di ogni colore!

:: Recensione di Racconti del giorno e della notte di Giuseppe Bonura (Hacca, 2012) a cura di Viviana Filippini

25 aprile 2012

Da un po’ di tempo aggirandomi tra gli scaffali delle librerie noto che le case editrici immettono sul mercato libri in quando industriale! Per la maggior parte dei casi il genere in questione è il romanzo, molto più raramente si trovano raccolte di racconti, forse questo è dovuto al fatto che i lettori su larga scala si avvicinano di rado alle short stories. Attenzione, ci sono gli appassionati dei racconti in forma breve, ma rimangono una nicchia di pochi. Il perché questo genere sia spesso così poco considerato non ha comunque fermato la volontà di divulgazione della casa editrice Hacca, che recentemente ha pubblicato la raccolta Racconti del giorno e della notte di Giuseppe Bonura, con prefazione di Alessandro Zaccuri e lavoro di curatela del giovane Giulio Passerini. Bonura – originario di Fano, giornalista e critico letterario per oltre vent’anni per l’«Avvenire» – ha creato in queste brevi schegge narrative il ritratto di una umanità grottesca e tragicomica sempre alla ricerca del miglioramento del proprio vivere. I racconti raccolti in quattro sezioni – mattino, pomeriggio, sera e notte – hanno per attori principali essere umani appartenenti al ceto medio borghese, contraddistinti da tic comportamentali, da ossessioni mentali e paure che influenzano ogni loro mossa e pensiero. I racconti sono sì riuniti in un raccolta, ma il fatto che ogni personaggio protagonista si un “a sé” e che non abbia nessun contatto con coloro che si muovono nelle  altre storie,  rende questi episodi narrativi vicende autonome che possono essere lette separatamente e in momenti temporali diversi. Non sembra esserci un filo conduttore narrativo tra un racconto e l’altro, ma addentrandosi dentro la narrazione ci si accorge che una sottile fibra che lega tutte le storie è presente, ed è incarnata dal profondo senso di solitudine, dal bisogno di migliorare il proprio vissuto e dall’ incapacità di accettare la realtà per quella che è. I protagonisti sono la rappresentazione di una umanità che arranca e tenta la scalata sociale per diventare quello che non potrò mai essere,  e nonostante una piccola consapevolezza del non poter trasformare il proprio stato, ogni personaggio persevera nel proprio agire continuando ad incassare sconfitte, senza riuscire a cambiare in meglio il proprio vissuto. Da subito si capisce che i racconti sono sinceri, allo stesso tempo ironici e comici come i protagonisti, un po’ fantozziani, che incontriamo durante la lettura. Un esempio è il personaggio maschile del primo racconto (Memorie di un esorcista laico) che è talmente convinto e certo delle proprie abilità da non comprendere tutte le conseguenze derivanti dai sui gesti sconsiderati. Per non scordarsi poi di quei racconti che hanno come tema centrale lo sdoppiamento della personalità (in L’uomo che scriveva a se stesso il protagonista si auto invia delle missive che lo indurranno a dubitare della fedeltà della moglie) o la perdita completa di essa (in Tragedia di un imitatore, l’io personaggio principale passa la vita ad imitare gli altri, rendendosi amaramente conto di non avere la minima coscienza della propria identità). Esemplare è anche il racconto intitolato Il provinciale, dove in breve si ripercorre tutta la vita di un uomo, dalla sua infanzia alla maturità, dimostrando che nonostante tutte le esperienze vissute il protagonista è e rimarrà sempre una persona dalla mente ottusa e bigotta, convinta di aver fatto grandi cose nella propria vita, ma talmente cieca da non accorgersi di essere rimasto sempre uguale a se stesso. Questa bizzarra specie umana è calata in una società di massa industriale all’interno della quale tutti sono alla ricerca della felicità assoluta,  che non troveranno mai, ma continuano ostinatamente a ricercarla ovunque e attraverso esperienze al limite.  Esemplare da questo punto di vista è òa donna che trova appagamento ai suoi impulsi passionali con una persona fisicamente imperfetta (Il gobbo). Non mancano da parte di Bonura incursioni anche nella dimensione fantastica  (vedi Leggenda notturna, nella quale il protagonista tornato al paesello d’origine incontra la sua fidanzatina di un tempo scoprendo che non è invecchiata ) o più cupa dove la tensione si annida nelle parole e nei gesti dei personaggi (Il giustiziere o La firma delle vittime). Finita la lettura de Racconti del giorno e della notte si sorride ripensando all’umanità protagonista che richiama un po’ pasoliniana – per certe situazioni di degrado morale – e più da vicino Gadda. L’intero microcosmo umano della raccolta di Giuseppe Bonura ci fa sorridere  per l’agire sgangherato e tragicomico che lo caratterizza, ma allo stesso tempo  ci spinge a riflettere su noi stessi e sul mondo nel quale viviamo,  per renderci conto che noi – uomini e donne della realtà concreta – non siamo proprio così diversi, come crediamo, dai personaggi di questa finzione letteraria.