Da un po’ di tempo aggirandomi tra gli scaffali delle librerie noto che le case editrici immettono sul mercato libri in quando industriale! Per la maggior parte dei casi il genere in questione è il romanzo, molto più raramente si trovano raccolte di racconti, forse questo è dovuto al fatto che i lettori su larga scala si avvicinano di rado alle short stories. Attenzione, ci sono gli appassionati dei racconti in forma breve, ma rimangono una nicchia di pochi. Il perché questo genere sia spesso così poco considerato non ha comunque fermato la volontà di divulgazione della casa editrice Hacca, che recentemente ha pubblicato la raccolta Racconti del giorno e della notte di Giuseppe Bonura, con prefazione di Alessandro Zaccuri e lavoro di curatela del giovane Giulio Passerini. Bonura – originario di Fano, giornalista e critico letterario per oltre vent’anni per l’«Avvenire» – ha creato in queste brevi schegge narrative il ritratto di una umanità grottesca e tragicomica sempre alla ricerca del miglioramento del proprio vivere. I racconti raccolti in quattro sezioni – mattino, pomeriggio, sera e notte – hanno per attori principali essere umani appartenenti al ceto medio borghese, contraddistinti da tic comportamentali, da ossessioni mentali e paure che influenzano ogni loro mossa e pensiero. I racconti sono sì riuniti in un raccolta, ma il fatto che ogni personaggio protagonista si un “a sé” e che non abbia nessun contatto con coloro che si muovono nelle altre storie, rende questi episodi narrativi vicende autonome che possono essere lette separatamente e in momenti temporali diversi. Non sembra esserci un filo conduttore narrativo tra un racconto e l’altro, ma addentrandosi dentro la narrazione ci si accorge che una sottile fibra che lega tutte le storie è presente, ed è incarnata dal profondo senso di solitudine, dal bisogno di migliorare il proprio vissuto e dall’ incapacità di accettare la realtà per quella che è. I protagonisti sono la rappresentazione di una umanità che arranca e tenta la scalata sociale per diventare quello che non potrò mai essere, e nonostante una piccola consapevolezza del non poter trasformare il proprio stato, ogni personaggio persevera nel proprio agire continuando ad incassare sconfitte, senza riuscire a cambiare in meglio il proprio vissuto. Da subito si capisce che i racconti sono sinceri, allo stesso tempo ironici e comici come i protagonisti, un po’ fantozziani, che incontriamo durante la lettura. Un esempio è il personaggio maschile del primo racconto (Memorie di un esorcista laico) che è talmente convinto e certo delle proprie abilità da non comprendere tutte le conseguenze derivanti dai sui gesti sconsiderati. Per non scordarsi poi di quei racconti che hanno come tema centrale lo sdoppiamento della personalità (in L’uomo che scriveva a se stesso il protagonista si auto invia delle missive che lo indurranno a dubitare della fedeltà della moglie) o la perdita completa di essa (in Tragedia di un imitatore, l’io personaggio principale passa la vita ad imitare gli altri, rendendosi amaramente conto di non avere la minima coscienza della propria identità). Esemplare è anche il racconto intitolato Il provinciale, dove in breve si ripercorre tutta la vita di un uomo, dalla sua infanzia alla maturità, dimostrando che nonostante tutte le esperienze vissute il protagonista è e rimarrà sempre una persona dalla mente ottusa e bigotta, convinta di aver fatto grandi cose nella propria vita, ma talmente cieca da non accorgersi di essere rimasto sempre uguale a se stesso. Questa bizzarra specie umana è calata in una società di massa industriale all’interno della quale tutti sono alla ricerca della felicità assoluta, che non troveranno mai, ma continuano ostinatamente a ricercarla ovunque e attraverso esperienze al limite. Esemplare da questo punto di vista è òa donna che trova appagamento ai suoi impulsi passionali con una persona fisicamente imperfetta (Il gobbo). Non mancano da parte di Bonura incursioni anche nella dimensione fantastica (vedi Leggenda notturna, nella quale il protagonista tornato al paesello d’origine incontra la sua fidanzatina di un tempo scoprendo che non è invecchiata ) o più cupa dove la tensione si annida nelle parole e nei gesti dei personaggi (Il giustiziere o La firma delle vittime). Finita la lettura de Racconti del giorno e della notte si sorride ripensando all’umanità protagonista che richiama un po’ pasoliniana – per certe situazioni di degrado morale – e più da vicino Gadda. L’intero microcosmo umano della raccolta di Giuseppe Bonura ci fa sorridere per l’agire sgangherato e tragicomico che lo caratterizza, ma allo stesso tempo ci spinge a riflettere su noi stessi e sul mondo nel quale viviamo, per renderci conto che noi – uomini e donne della realtà concreta – non siamo proprio così diversi, come crediamo, dai personaggi di questa finzione letteraria.
Archive for the ‘Uncategorized’ Category
:: Recensione di Racconti del giorno e della notte di Giuseppe Bonura (Hacca, 2012) a cura di Viviana Filippini
25 aprile 2012:: Recensione di Il sigillo dei Borgia di Mauro Marcialis (Rizzoli, 2012)
25 aprile 2012
Fingono tutti, nei palazzi vaticani, e indossano maschere come fossero abiti di fattura pregiata: i volti maliziosi delle cortigiane, quelli ammiccanti dei paggi e dei cerimonieri, quelli sottilmente accondiscendenti dei nobili, quelli fiduciosi dei giudei, quelli appagati delle principesse. Le facce degli uomini e delle donne di Roma sono tutte maschere. Ogni giorno è un carnevale, una farsa esistenziale tra chi vuole ostentare, chi vuole arricchirsi e chi vuole solo sopravvivere.
Alessandro VI è diverso: usa travestimenti di ogni genere per le sue lotte politiche e diplomatiche, ma non ha maschere. Pensa di non averne bisogno, crede di trovarsi accanto a Dio, di passeggiargli mano nella mano.
Roma, 11 agosto 1492. Piazza San Pietro è gremita, l’attesa della folla per conoscere l’identità del nuovo papa è al culmine. “Habemus Papam!” grida infine al mondo intero il cardinale Sanseverino e proclama: ”Il suo nome è Alessandro VI”. Un uomo immenso “nella stazza, nella tempra, e nell’ambizione” si affaccia sul balcone del palazzo apostolico. Il vicario di Cristo in terra è l’uomo del Rinascimento. Papa Alessandro VI è Rodrigo Borgia. Così inizia Il sigillo dei Borgia di Mauro Marcialis, interessante e sfarzoso romanzo storico edito da Rizzoli nella collana Rizzoli best. Diviso in tre parti ogni capitolo, seppure non numerato, è costruito con lo stesso schema: una parte introduttiva in corsivo, dettagliata, storicamente accurata che descrive il periodo, seguita dalla parte romanzata con al centro tre personaggi che si alternano fino al termine del romanzo: Miguel Corella, spia e assassino al servizio dei Borgia, Rodrigo Borgia stesso e Drusilla Martelli da Lucca giovane cortigiana amante di Cesare Borgia poi noto come Il Valentino. Gli undici anni del papato di Alessandro VI, che morirà avvelenato il 18 agosto 1503, fanno da sfondo ad un romanzo che oltre ad analizzare le vicende della più scellerata e nera dinastia rinascimentale delinea le vite di coloro che anche incidentalmente si trovarono ad avere a che fare con loro, dai complici, ai nemici senza tralasciare coloro che commisero l’errore di amarli ed essergli fedeli. Rodrigo Borgia e i suoi figli illegittimi Cesare, Juan, Lucrezia e Jofrè sono al centro infatti di una fitta storia di intrighi, corruzioni, cospirazioni, tradimenti, alleanze tramite matrimoni con le famiglie più potenti del periodo, perché il soglio di Pietro non fu per Rodrigo altro che un mezzo per conquistare più che un mero potere spirituale e trascendente un più allettante potere materiale e politico. Machiavellicamente Rodrigo Borgia non si fermò di fronte a nulla nel tentativo di impadronirsi del Vaticano, dell’Italia, dell’Europa e fin anche delle terre appena scoperte al di la dell’Oceano da Colombo le cui mappe campeggiano nella sua sala privata dove segna con l’emblema dei Borgia, un toro rosso, le conquiste raggiunte. Il mondo intero è la misura esatta della sua ambizione e della sua sfrenata sete di piacere e di supremazia. Omicidi, torture, violenze e crudeltà di ogni genere si aggiungono ad una lussuriosa smania di possesso e sensualità creando la fama nera che circonda il suo nome, forse solo un po’ accresciuta dai pettegolezzi atti a screditarlo dei suoi potenti nemici, tra cui il più acerrimo il cardinale Giuliano della Rovere futuro papa Giulio II. Molti libri sono stati scritti con al centro questa inquietante famiglia, biografie, saggi storici, romanzi, finanche opere a fumetti, ed è indubbio che il nome stesso dei Borgia sia sinonimo di sfarzo e dissolutezza un contrasto stridente che affascina e disgusta, che attrae e nello stesso rende critici sui mali che sembrano anche oggi così moderni. Cosa caratterizza e differenzia il romanzo di Marcialis dalle opere già uscite? Innanzi tutto una luce diversa data al personaggio di Lucrezia, non la scellerata maestra di veleni che la leggenda ci ha tramandato, ma una ragazzina allegra e sorridente vittima delle complicate macchinazioni matrimoniali di suo padre e poi una donna forte, attenta amministratrice e governatrice di Spoleto, madre devota e moglie innamorata di Alfonso d’Aragona, un personaggio davvero complesso e variegato almeno quanto il padre. Cesare Borgia emerge come un uomo mentalmente disturbato che alterna lampi improvvisi di violenza ad altri di generosità e autentico affetto per la sorella, con la quale vivrà una passione incestuosa, o di amicizia verso Miguel suo compagno di studi e ora spia e assassino personale dei Borgia. Ampio spazio è dato alle storie sentimentali o puramente sessuali dei personaggi, alla relazione tra Rodrigo e Giulia Farnese, a quella tra Miguel e Pantasilea, o tra Drusilla e Cesare Borgia, e sullo sfondo Roma, la Roma dei palazzi ornati di statue di marmo, tappeti orientali, quadri del Pinturicchio, e le malfamate strade popolate di prostitute, mendicanti, giocatori d’azzardo, assassini. Il contrasto stridente tra ricchezza e disperazione, corruzione e lealtà fa da scenario ad un romanzo di intrattenimento ma sorretto da un’attenta ricostruzione storica. Per i cultori del Rinascimento e gli appassionati di romanzi storici con spruzzate di erotismo.
:: Segnalazione di Muri di carta di John Ajvide Lindqvist (Marsilio, 2012)
24 aprile 2012
John Ajvide Lindqvist
Muri di carta
Marsilio Editori
In libreria dal 2 maggio
John Ajvide Lindqvist torna a sedurci e farci rabbrividire con una raccolta di splendidi racconti, in uno dei quali tornano i protagonisti di Lasciami entrare, il romanzo cult da cui sono stati tratti due film, la pluripremiata versione svedese di Tomas Alfredson e il remake hollywoodiano di Matt Reeves
Storie che ho scritto sui miei muri di carta, quelle pareti sottili che ci separano da tutto quello che non sappiamo spiegare, l’altro. Sono racconti d’amore e di morte. Parlano di come reagiamo quando amore e morte entrano in collisione e i mostri emergono dai loro nascondigli. Buona lettura! John Ajvide Lindqvist
Che si tratti di un edificio in un sobborgo di Stoccolma che comincia a muoversi minaccioso, di una donna con uno straordinario sesto senso che si trova più a suo agio tra gli alberi della foresta che tra le persone, o di un’anziana pensionata che si lascia coinvolgere in uno strano giro di furti ai grandi magazzini, queste storie inquietanti e magiche nascono tutte da un quotidiano spesso così desolato e spaventoso che solo il sovrannaturale può promettere un riscatto.
Dall’ultimo capitolo di Lasciami entrare, in cui scopriamo cosa ne è stato di Oskar ed Eli dopo la loro fuga da Blackeberg, a La soluzione finale, grandiosa scena che conclude le vicende di Flora e Elvy alle prese con i morti viventi, Lindqvist avvolge le sue storie in un’atmosfera sospesa e spietata, riuscendo a raccontare quanto sia impalpabile il confine tra la realtà e l’incomprensibile.
Il merito di Lindqvist non è soltanto quello di aver portato agli onori delle classifiche l’horror svedese. Soprattutto, Lindqvist ha restituito dignità, valore simbolico e potenza mitica alla figura stessa del vampiro» Loredana Lipperini, La Repubblica
Come Stephen King, Lindqvist sviluppa le sue storie dal quotidiano, che è spesso così desolato e spaventoso, che solo il sovrannaturale promette un riscatto» Der Spiegel
I lettori conoscono ormai bene il poliziesco svedese, ma John Ajvide Lindqvist aggiunge al lato oscuro del suo paese uno sguardo gotico. È ormai una figura di culto» The Age
John Ajvide Lindqvist è nato in Svezia nel 1968 ed è cresciuto a Blackeberg, sobborgo di Stoccolma. Ha fatto per anni il prestigiatore, è autore televisivo, di sceneggiature e testi teatrali. Di Lindqvist, Marsilio ha pubblicato anche Lasciami entrare, L’estate dei morti viventi e Il porto degli spiriti.
:: Recensione di Romanzieri ingenui e sentimentali di Orhan Pamuk (Einaudi, 2012) a cura di Michela Bortoletto
24 aprile 2012
Nella vita di una grande scrittore arriva sempre un momento in cui fare i conti con se stesso, in cui guardarsi indietro, analizzare ciò che si è scritto e ciò che si avrebbe voluto scrivere. Ma non solo. È un momento nel quale ci si interroga anche sul proprio metodo creativo e lo si confronta con quello di altri esimi colleghi.
Questo momento è arrivato anche per il premio Nobel del duemilasei Orhan Pamuk che con il suo Romanzieri ingenui e sentimentali ci trascina nel suo mondo fatto di letture e scrittura.
Creato in occasione delle prestigiose Norton Lectures all’Università di Harvard, questo breve libricino ha il merito di far capire al lettore quali sono gli spunti da cui Pamuk trae l’ispirazione, quali letture hanno influenzato la sua vita e cosa significa per lui leggere un romanzo: “Leggere un romanzo significa guardare il mondo con gli occhi, la mente e l’anima dei suoi personaggi.” Dei personaggi e non dell’autore! Pamuk infatti ci tiene a distinguere nettamente la sua vita, la sua biografia da quella dei suoi personaggi, nonostante molti suoi lettori finiscano col confondere le due storie.
Romanzieri ingenui e sentimentali è un’opera breve ma intensa, in cui Pamuk parla di tecnica della creazione, di rapporti personaggi-autore in maniera molto scorrevole e piacevole portando ogni volta a sostegno delle proprie tesi esempi tratti dai più grandi romanzi della letteratura mondiale come Anna Karenina e Il rosso e il nero.
Romanzieri ingenui e sentimentali è allo stesso tempo tecnico e narrativo. È sicuramente un’opera adatta agli studenti di letteratura, agli aspiranti scrittori e ai lettori appassionati di Pamuk. Non è un romanzo, non è una storiella, è il mondo di Pamuk. E solo chi ha letto i suoi romanzi può apprezzarlo pienamente.
:: Intervista a Lorenza Ghinelli
23 aprile 2012
Grazie Lorenza per aver accettato la mia intervista e benvenuta su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Sei nata a Cesena nel 1981, vivi a Roma, lavori come editor e sceneggiatrice. Punti di forza e di debolezza come scrittrice e non solo.
Tanto per cominciare vivo a Santarcangelo di Romagna, ho vissuto per due anni a Roma ma la grande città non fa decisamente per me. Preferisco una vita bucolica, appartata, in cui riesco a fermarmi, pensare, e quindi scrivere. Continuo a collaborare con la Taodue, stiamo scrivendo la seconda stagione del Tredicesimo Apostolo, praticamente ho sempre la valigia in mano. Un mio punto di forza è certamente quello di sapere cosa mi ferisce, e qundi, spesso, riesco a proteggermi. L’ho imparato col tempo e anche sul lavoro è utilissimo, mi aiuta a capire quali compromessi sono accettabili e quali evitare categoricamente. La mia vena, la mia creatività, il mio essere, vengono prima di qualsiasi logica di mercato. Questo può portarmi a volte a essere troppo rigida sulle mie posizioni. Quando sento addosso troppe pressioni rischio di diventare aggressiva.
Raccontaci qualcosa del tuo background , dei tuoi studi, della tua infanzia.
Con la scuola ho avuto rapporti che dire conflittuali è poco. Mi sono ritirata dal liceo classico dopo i primi tre mesi, perdendo l’anno. Ho fatto gavetta da un grafico pubblicitario e a settembre iniziai a frequentare l’istituto statale d’arte, pensai di lasciarlo al terzo anno, poi un mio insegnante illuminato trovò le parole giuste per farmi continuare. Frequentavo pochissimo, ero quasi sempre a fare laboratori teatrali, andavo ovunque sentissi profumo, tranne che a scuola. La realtà è che mi annoiavo, la vita vera, quella che volevo conoscere, vivere, sperimentare, era fuori dalle pareti scolastiche, non dentro i libri di testo. A diciannove anni me ne andai a Torino, frequentai la Holden, ma continuai a sentirmi slegata dalla scuola, poi studiai montaggio e web design. Lavoravo come grafica. Ma la voglia di studiare davvero mi è venuta dopo, quando a ventitré anni decisi di iniziare l’università. Ho studiato con passione e con risultati splendidi solo perché fu una mia scelta, non un’imposizione. Non sono mai stata affascinata dal concetto di coerenza, cerco di vivere, e questo è tutto.
Come è nato il tuo amore per i libri e per la scrittura?
E’ l’unica passione a cui sono sempre stata fedele. È un porto sicuro a cui tornare. Leggo fin da bambina in modo vorace. Ho sempre trovato nei libri le parole che mi mancavano, e a forza di leggere ho educato il mio linguaggio e il mio pensiero, fino a che ho scoperto di possedere una mia voce. Da quel momento ho iniziato a scrivere.
Gordiano Lupi ti ha in un certo senso scoperta e permesso di iniziare una carriera molto difficile anche se affascinante. Come è andata?
Gordiano è stato il primo editore a credere nel mio primo romanzo e a pubblicarlo, e di questo gliene sono sinceramente grata. Ho capito però che se volevo portare le mie storie in un circuito più grande era necessario cambiare. È stata una scelta mia trovare quindi degli agenti e continuare a cercare. E così sono approdata alla Newton Compton.
Parlando di esordienti quali consigli daresti e quali sono gli errori da non commettere mai?
Mai pubblicare con editori a pagamento. Se credete in quello che avete scritto non abbiate fretta, guardatevi intorno, informatevi e scegliete con coraggio.
Con Simone Sarasso e Daniele Rudoni hai pubblicato nel 2010 per Marsilio JUST Vuoi spiegare in cosa consiste quel progetto innovativo? Pensi di ripetere un’ esperienza del genere?
La ripeterei con piacere, Simone e Daniele sono persone splendide. L’idea partì da Simone, voleva scrivere una fiction, ma in forma di romanzo. Volevamo scrivere una spy story che avesse al centro un argomento davvero scomodo. In quegli anni stavo studiando le teorie non ortodosse sull’AIDS, ne rimasi affascinata. Il fatto che mancasse un nesso causale tra HIV e AIDS mi sconvolse, decidemmo di indagare a fondo questo argomento creandovi attorno una storia di spionaggio internazionale. Così, e con lo sforzo creativo di tutti e tre, nacque J.A.S.T (acronimo di Just Another Spy Tale).
Hai esordito con Il Divoratore un romanzo thriller con venature horror molto particolare. Ce ne vuoi parlare? Come è stato accolto? Facendo un bilancio sei soddisfatta?
E come potrei non esserlo? Scrissi Il Divoratore tra il 2006 e il 2007, l’unica cosa che mi importava era mettere su carta la storia che mi abitava, volevo liberarmene. Non pensavo al mercato, non pensavo a niente che non fosse scrivere. Non avrei mai pensato che Il Divoratore avrebbe conquistato le classifiche e avrebbe venduto persino all’estero.
Quest’anno è tornato in classifica come tascabile.
È anche vero però che io sono perennemente inquieta, ora è tempo di mettere tutto da parte e riprendere a scrivere, ho altre storie da raccontare.
Quali scrittori hanno maggiormente influenzato il tuo stile narrativo, il tuo modo di costruire una storia?
Troppi. Come dicevo, leggo fin da bambina. Elencarli sarebbe riduttivo. Certamente Cesare Pavese e Pasolini mi hanno trasmesso, molto presto, un amore bruciante per la poesia, una poesia carnale la loro, terrestre, irrinunciabile.
Quest’anno è uscito La colpa sempre per Newton Compton un romanzo più introspettivo se vogliamo che sonda gli abissi, molte volte inesplorati e oscuri, della psiche di una vittima. I colpevoli sono davvero più forti delle vittime, o è vero il contrario?
Io credo che spetti a ognuno di noi decidere se restare vittime o se liberarci anche di questo peso. I traumi accadono, e spesso settano la differenza tra vittima e carnefice. Ma poi bisogna decidere come si vuole vivere, io credo che possiamo reinventare il nostro destino. A volte la vita ci devia, ma ritrovare la strada, o esplorarne una nuova, resta una scelta. Se non credessi in questo non troverei nessun senso nello svegliarmi la mattina.
Sei tra i dodici finalisti del premio Strega con “La colpa” (Newton Compton). Due sole donne te e Gaia Manzini. Una considerazione: quante donne hanno vinto lo Strega? Credi che il sesso di uno scrittore sia un fattore di valutazione?
Io credo che un’opera per rendersi universale debba trascendere il genere e parlare alla gente, a tutta la gente, senza distinzioni. Non penso che l’essere donna mi avantaggi, come non penso che mi svantaggi. Credo nel romanzo che ho scritto, questo mi basta.
L’anoressia, la violenza sulle donne, la disoccupazione, la crisi economica che viviamo, sono temi che hai preso in considerazione per i tuoi libri?
Prendo tutto in considerazione, ma non tutto prende me in considerazione per essere raccontato. Gli argomenti che tratto scrivendo non sono frutto di una scelta razionale e calcolata.
Citami i versi della tua poesia preferita.
Questa è decisamente la domanda più privata che mi sia stata fatta, taccio per pudore ☺
L’intervista è finita, nel ringraziarti per la tua disponibilità mi piacerebbe sapere se attualmente stai scrivendo un nuovo romanzo se puoi anticiparci qualcosa?
Sto scrivendo un nuovo romanzo, ancora più intimista della Colpa, credo. Ma è ancora presto per parlarne, ora è tempo di scrivere.
:: Segnalazione di Il cavaliere di Islanda di Claudia Salvatori (Mondadori, 2012)
21 aprile 2012Il libro: Islanda, fine XII secolo. Kveld Ulfr, figlio di un prete cattolico, discendente da Egill Skallagrimsson, stregone, guaritore, guerriero e assassino sanguinario, lascia la sua isola di ghiaccio e di fuoco per raggiungere l’Inghilterra dove, durante un torneo, si distingue per la sua straordinaria abilità con l’ascia la leggendaria arma di Egill – e viene notato da re Riccardo Cuor di Leone, che lo addestra e lo arruola nell’esercito della Quarta crociata. Le atrocità a cui viene sottoposto Kveld tormentano ulteriormente la sua anima, sconvolta dopo il saccheggio di Costantinopoli, dove cristiani muoiono per mano di altri cristiani. Disertore e ramingo, si reca nella città di Albi, dove la fede catara lo illumina. Quando Innocenzo III emana la bolla in cui mette al bando tutte le eresie, i catari incaricano Kveld di una missione importantissima: raggiungere e condurre al sicuro il mitico papa cataro, l’uomo misterioso e potente di cui si favoleggia ma che nessuno ha mai conosciuto…
L’autore: Claudia Salvatori (Genova, 27 luglio 1954) è una scrittrice e sceneggiatrice italiana. È una scrittrice di romanzi che spaziano dal thriller al giallo al noir. I suoi titoli sono stati pubblicati da collane specializzate come Il Giallo Mondadori o Segretissimo (Mondadori).
Tra le sue opere più recenti: Il sole invincibile (Mondadori,2011) Il mago e l’imperatrice: Il volto nacosto di Messalina (Mondadori,2010).
:: Segnalazione di La Corsa Selvatica di Riccardo Coltri (Edizioni XII)
21 aprile 2012
Edizioni XII propone la versione digitale integrale de La Corsa Selvatica di Riccardo Coltri.
Dopo il successo ottenuto dall’edizione cartacea, la casa editrice lecchese pubblica in formato epub e mobipocket La corsa selvatica di Riccardo Coltri. Completa l’opera un’appendice di Dario Spada, tra i più noti saggisti su miti e folclore.
Il romanzo è disponibile sull’eshop di Edizioni XII, Amazon.it, Simplicissimus Book Farm e tutti i portali della piattaforma Stealth a 3,90 euro. Disponibile anche la versione demo gratuita di 50 pagine, in formato pdf.
Il libro: Primi anni del Regno d’Italia, al confine con il Tirolo. Una strana ricerca coinvolge un gruppo di agenti segreti dell’Esercito Regio, formato da soldati, stregoni e medium.
Tra armi da fuoco, amuleti e Stregheria, contrabbandieri e banditi, le diverse avventure convergeranno nella scoperta di luoghi proibiti, di fatti maledetti accaduti in passato, e di ciò che di sanguinario e misterioso è sorto da tutto questo: la corsa selvatica.
L’autore: Riccardo Coltri è interprete di un genere a cavallo tra fantastico e horror, che attinge nelle leggende alpine e mediterranee, portandoci con la sua scrittura elegante verso una realtà che potrebbe esistere (e forse è esistita) appena fuori dalla porta di casa nostra.
Oltre a molti racconti su diverse riviste e antologie, suoi sono il romanzo horror Non c’è mondo (2001, basato sulla leggenda di Giulietta e Romeo) e Zeferina (2007, fantasy ambientato nel Regno d’Italia, riedito in versione ampliata nel 2009).
:: Recensione di Il gioco della mantide di Mauro Saracino (Nulla Die, 2011)
19 aprile 2012
Il piccolo rettile stava prendendo il sole, reggendosi con i minuscoli artigli al bordo di una crepa nel muro. La vide mentre voltava il capo in direzione della macchina che stava facendo qualcosa di diverso rispetto a tutte le altre. Era convinto che la lucertola fosse abituata al suono delle automobili e in qualche modo avesse imparato ad abituarsi ad esse. L’abitudine non era una buona cosa, anche lei avrebbe dovuto saperlo. Si accorse troppo tardi dell’automobilista sconvolto che stava per scontrarsi contro il muro assolato. Sennis la vide cercare rifugioall’interno della crepa senza fare in tempo. La vide volare verso il centro della strada, mentre lui si abbatteva sulla parete. Il suo ultimo pensiero fu per quella creaturina che non avrebbe mai potuto sopravvivere, storidita dopo un volo simile in mezzo alla carreggiata.
Il gioco della mantide edito da Nulla Die, secondo romanzo dello scrittore romano Mauro Saracino dopo l’horror La casa del demone edito con Asengard Edizioni, è un thriller, o meglio un romanzo di suspense con sfumature noir, piuttosto insolito che merita un’ attenta lettura alla luce del fatto che è il primo thriller dell’autore ed è ambientato in Italia evitando l’escamotage di molti autori esordienti che ambientano le loro storie in paesi che non hanno mai visto ne conosciuto a scapito della credibilità della vicenda, errore grossolano che ho commesso anche io nei miei primi tentativi di scrittura. Grottesco, surreale, in alcuni tratti anche troppo macchinoso, Il gioco della mantide è un romanzo in cui il protagonista non fa niente o quasi per attirarsi le simpatie del lettore. Daniele Sennis è un giovane arrampicatore, egoista e calcolatore che decide di sposare una donna che non ama per soldi. Se avesse scelto una timida ereditiera influenzabile e impacciata forse gli sarebbe andata bene ma Daniele commette l’errore di puntare su Elisabetta Rumeo, una donna ricca sì ma dura, manipolatrice, anche crudele, decisa a compare la sua vita se e solo se l’acquisto è vantaggioso. Per determinare questa eventualità decide di sottoporre il suo promesso, almeno è quello che gli dice durante un pranzo in un ristorante di lusso da vera mantide pronta a catturare la sua preda, ad una singolare prova: dovrà per un giorno farsi monitorare con telecamere e microfoni come una cavia da laboratorio. Daniele pensando di essere più scaltro e furbo accetta e sarà l’inizio di un giorno da incubo. Naturalmente niente è ciò che sembra, e il finale si rivelerà ancora più perverso e sadico di quanto possa apparire in un primo tempo ma quello che mi preme sottolineare oltre all’ originalità della trama e un certo coraggio nel presentare personaggi così sgradevoli ed esagerati, è una certa critica sociale, anche se velata e non troppo approfondita, che ha per oggetto il divario che esiste tra la gente comune e i ricchi e i potenti. Che quest’ultimi ragionino davvero come i personaggi di questo libro, pur con tutte le esagerazioni concesse all’autore, non è un ipotesi tanto inverosimile. La noia, il sentirsi al di la della legge e della morale, la convinzione di farla sempre franca, sono mali decisamente comuni nella nostra società. Questo merita almeno una riflessione.
:: Recensione di Il pontile sul lago di Marco Polillo (Rizzoli, 2011) a cura di Elisa Giovanelli
19 aprile 2012
Orta San Giulio, Caffè del Lago. Mario, Tancredi e Stefano si trovano per il solito aperitivo delle sette. E Gennaro dov’è? Come mai non è ancora arrivato? L’attesa del quarto amico è vana: Gennaro Vattuone, ex professore di latino e greco, è stato assassinato. Il suo cadavere giace sul pontile della sua villa: qualcuno gli ha sparato alle spalle. Il notaio Fabio Massimo Vattuone, figlio della vittima, chiama in aiuto il suo amico Enea “Baffo” Zottìa, vicecommissario della Questura di Milano. Zottìa lascia per qualche giorno il suo ufficio in via Fatebenefratelli, il suo matrimonio infelice con Enza e soprattutto il suo amato gatto per occuparsi di questo tragico evento che ha turbato la realtà apparentemente tranquilla e immutabile del piccolo paese sul lago. Gennaro Vattuone non era una brava persona: dispotico e tiranno anche col figlio, era stato soprannominato “Vaff’uone” dai suoi alunni. Rimasto vedovo, amava esercitare il suo fascino sulle donne, preferibilmente più giovani di lui, senza preoccuparsi del fatto che fossero impegnate con altri. Il suo omicidio sembra un’esecuzione. La porta di casa era chiusa: l’assassino è arrivato dalla villa accanto o si è fatto aprire dal professore? Perché una delle quattro statue in giardino, la Primavera, è stata girata in modo da dare le spalle al lago?
L’atmosfera d’altri tempi di Orta San Giulio ha come un effetto ipnotico che rende difficile far venire alla luce la verità. Il vicecommissario Zottìa, poi, è distratto: i suoi pensieri sono concentrati su Serena, il suo grande amore, che ha ritrovato nella sua recente vacanza a Positano e che ha pensato bene di fargli visita. Questa distrazione del vicecommissario rischia di far aumentare il numero degli omicidi, ma gli permette anche di comprendere meglio le motivazioni dell’assassino. L’amore infatti è il vero protagonista del romanzo, descritto in tutte le sue sfaccettature: da quello filiale a quello passionale, da quello appena sbocciato a quello ormai irrimediabilmente finito.
Timido e impacciato nella vita, ma deciso e risoluto nel suo lavoro, Zottìa riesce a districarsi tra i vari moventi e i diversi sospettati, facendo emergere la rete di tresche, segreti e menzogne che caratterizza quella piccola comunità.
Il pontile sul lago è un giallo classico, fatto di indizi e riflessioni, coerente con la piccola e provinciale realtà di Orta San Giulio. Il lettore segue il vicecommissario Enea Zottìa (qui alla sua terza avventura dopo Testimone invisibile e Corpo morto, entrambi editi per Piemme) nelle indagini e nelle sue vicende private senza frenesia e ansia, ma con i giusti tempi per conoscere la psicologia dei personaggi, prestare attenzione agli elementi relativi al caso e concedersi anche di ammirare il paesaggio.
Marco Polillo riesce con maestria a descrivere le atmosfere del lago. In poche righe tratteggia luoghi e personaggi, facendoli emergere in maniera vivida davanti agli occhi del lettore come una serie di scatti fotografici, proprio come quelle fotografie che saranno determinanti per la risoluzione del caso. Polillo è un fine indagatore dell’animo umano e dà ampio spazio all’approfondimento della psicologia femminile. Nel romanzo ci sono infatti diversi ritratti di donne che, con le loro varie sfaccettature, finiscono per mettere in ombra i personaggi maschili, deboli e meschini a parte poche eccezioni. Il vicecommissario Zottìa è una persona discreta, gentile che risolve i casi con buonsenso e ragionevolezza. Un personaggio malinconico, che pensa che il nostro è un brutto mondo, ma non per questo smette di sognare quando si tratta di Serena, l’amore della sua vita. L’indagine dura cinque giorni, la piacevole e avvincente lettura anche meno.
:: Segnalazione di Il caso Maloney La prima indagine del detective Joe Faraday di Graham Hurley (TimeCrime, 2012)
18 aprile 2012“Uno dei migliori scrittori di crime d’Inghilterra.” The Independent
“Il caso Maloney è un thriller eccellente, dalla trama impeccabile, che consente al lettore di confrontarsi con una società, quella inglese, sull’orlo del baratro.” The Bookseller
“I crime di Hurley sono tra i migliori da quando il genere è stato inventato, circa mezzo secolo fa.”
Literary Review
Con Il caso Maloney, Graham Hurley inaugura una serie che in Gran Bretagna e in Francia ha fatto scalpore: thriller forti di una scrittura scabra e cristallina, e di una capacità di restituire la realtà della scena criminale con tale efficacia da annoverare tra i molti estimatori i più alti gradi della polizia e dell’investigazione del Regno Unito.
Stewart Maloney è scomparso nel nulla: l’ispettore Joe Faraday è convinto che sia stato assassinato. Ma ci si può basare su una semplice intuizione in un luogo come Portsmouth, una delle città più povere e violente d’Inghilterra, dove le uniche leggi sono il traffico di droga e il crimine, e la sola regola è l’omertà? Sprecare energie dietro un presunto caso di omicidio è una perdita di tempo che Joe non può permettersi. Ma Faraday sta lottando anche contro altro: sotto un cielo grigio che incombe, nel quale solo il volo degli uccelli sembra avere ancora una direzione e un senso, i demoni di un passato che lo ossessiona non gli concedono tregua. Perché ritrovare Stewart Maloney vivo o morto è il perno intorno al quale ruota ormai la sua intera esistenza: e fallire significherebbe arrendersi a quei demoni, arrendersi alla follia…
Graham Hurley è nato nel 1946 a Clactonon-Sea, Essex. Dopo una fortunata carriera come documentarista, ha deciso di dedicarsi interamente alla scrittura. Il caso Maloney, primo thriller della serie che ha per protagonista Joe Faraday, consta al momento di dodici volumi e ha conosciuto un ampio consenso di critica e di pubblico; France 2 ha prodotto una fortunata trasposizione televisiva di quattro romanzi della serie. Hurley vive e lavora a Exmouth, nel Devon, con la moglie Lin, i tre figli e un gatto.
«Se siete convinti, come lo sono io, che alcuni settori della nostra società siano al collasso, tenete presente che la prima testimone del degrado al quale si è giunti è la polizia. Perché è la polizia la prima ad avere a che fare con la rottura dei vincoli familiari, con gli orrori di un’educazione sbagliata, con la povertà e le ingiustizie che questa implica. Quello di cui sono testimoni oggi gli agenti di polizia è spesso lo specchio di quello che domani ci riguarderà tutti.» Graham Hurley
:: Segnalazione di Io, Anna di Elsa Lewin (Corbaccio, 2012)
18 aprile 2012Dal 3 maggio in libreria
Il libro: Abbandonata dal marito e relegata in un modesto appartamento newyorkese, Anna Welles, garbata, colta e disperata donna di mezza età, frequenta party per single, scopo “affettuosa amicizia”. Una sera segue George, appena conosciuto, nel suo appartamento. Poche parole, un po’ di jazz e amore senza amore: quando esce dall’edificio, Anna è in una sorta di trance, dietro di sé lascia un cadavere e il suo ombrello giallo. Tornata alla ricerca dell’ombrello, incrocia Bernie, l’ispettore di polizia incaricato di indagare sul brutale omicidio. Fra Anna e Bernie, uomo malinconico, marito e padre infelice, nasce un legame profondo e delicato. Ma intanto l’indagine prosegue a Anna a poco a poco recupera la memoria di quanto è successo quella notte.
L’autore: Elsa Lewin è pischiatra, vive e lavora a New York. Io, Anna è il suo primo romanzo. L’autrice ha anche aiutato a scrivere la sceneggiatura tratta dal romanzo. Serpent’s Tail la casa editrice inglese che ha acquistato i diritti del libro è famosa per la qualità delle proprie pubblicazione e per il prestigio letterario dei propri autori. Oltre a numerosi premi Nobel tra cui Herta Muller pubblica in Gran Bretagna, tra gli altri Derek Raymond e Michel Houellebecq.
:: Recensione di L’apprendista becchino di Giuseppe Chiara (Todaro, 2012) a cura di Viviana Filippini
18 aprile 2012
Due becchini, una bara, dodici lingotti d’oro al posto del cadavere, la misteriosa scomparsa del tesoro ritrovato e un nuovo omicidio che porta un giovane apprendista necroforo della Liguria ad essere il primo e unico sospettato del misfatto. Chi arriverà sul luogo del delitto per acciuffare il colpevole? Molti potrebbero pensare al solito commissario, oppure ai detective alla C.S.I, ad impavidi giornalisti o affascinanti psicologi. Ecco dimenticatevi tutte queste tipologie di investigatori, perché il protagonista romanzo d’esordio di Giuseppe Chiara è Silvestro Scannabue di professione:apprendista becchino. Silvestro non è solo l’intrepido investigatore che cercherà di smascherare il vero colpevole, ma è anche il primo sospettato della morte di Anselmo, il becchino brutalmente assassinato nella solitudine della sua casa da single di mezza età. Il tutto è cominciato quando il sindaco del paese ha ordinato ai due becchini di riesumare la salma di un partigiano per l’inaugurazione di un sacrario. Detto fatto, Anselmo e Silvestro si mettono al lavoro, ma durante la traslazione della bara, quest’ultima cade dalle mani dei due dipendenti comunali e rivela un contenuto ben diverso dal corpo del partigiano Saetta. Nel feretro non c’è un corpo decomposto, ma dei luccicanti lingotti d’oro massiccio che prontamente l’anziano Anselmo pensa di tenere e di rivendere donando, in cambio del silenzio assoluto, una piccola parte del guadagno al suo giovane aiutante Silvestro. I fatti vanno diversamente, perché il becchino viene ritrovato cadavere, l’oro è sparito e sul muro scritto con il sangue c’è un nome: Silvestro. L’aiutante becchino, troppo imbranato e simpatico per essere l’ omicida, si dà alla vita da nomade aiutato dall’amico Ricky – una versione molto nostrana di Elvis Presley – e da Norma, la sua adorata fidanzatina, nonché figlia del sindaco di paese, il brusco e cupo Annibale Scannalupi. Al ragazzo non piace la latitanza nascosto nella diroccata Casa dell’Impiccato, anzi le sue giornate trascorrono tra il repentino nascondersi dalle forze dell’ordine e la riflessione continua sugli eventi e sull’ambiguità caratteriale persone di Folà Scrivia, il paesello dell’entroterra ligure dove lui ha sempre vissuto assieme alla la nonna Ines dalla morte dei genitori. Silvestro pensa, ragiona e cerca di unire i vari tasselli per capire prima del maresciallo Losurdo chi ha veramente ucciso Anselmo, quell’uomo dal passato partigiano e affossatore alcolizzato dagli ambigui gusti sessuali nel presente, facendo poi ricadere tutte le colpe su di lui. L’ambientazione del primo romanzo di Giuseppe Chiara – progettista o meglio come definisce : impiegato “terminale” spiaggiato in un finto ufficio con un finto lavoro- è ambientato nell’Italia degli anni ’70 ed è un giallo nostrano ad alta tensione dove la calma vita della provincia ligure è scossa da un omicidio brutale. Silvestro è da tutti ritenuto carnefice, in realtà è vittima prescelta di un intreccio perfettamente architettato da un astuto assassino, la cui identità una volta scoperta sconvolgerà non solo l’apprendista becchino, ma tutti coloro che lo conoscono. Il ritmo di questo thriller è dinamico, ricco di colpi di scena e di situazioni tragicomiche che mi hanno ricordato molti film comici degli anni ’70, in particolare modo quelli con protagonista Fantozzi. Intendiamoci, qui il protagonista non è un ragioniere imbranato sottomesso dai colleghi e con una famiglia da circo! Nel libro di Chiara c’è un adolescente un po’goffo, desideroso di studiare all’Accademia di Brera a Milano, ma gli eventi della vita lo portano a fare l’aiuto becchino nell’attesa di vedere realizzarsi, forse sì o forse no, il suo agognato sogno. Un lavoro che per Silvestro non è molto affascinante, ma la scomparsa del tesoro ritrovato e i fatti seguenti gli daranno il giusto scossone emotivo che lo indurrà a cambiare opinione e a fare i conti con un destino imprevedibile. Imbranato sì, ma allo stesso tempo tenace, innamorato, fedele, onesto e pronto a tutto – compreso il mettere a repentaglio la propria vita – pur di smascherare il colpevole. L’apprendista becchino è un libro piacevole, dove il protagonista sarà coinvolto in fughe rocambolesche in mezzo ai boschi con mezzi di fortuna, sempre animato dal solo desiderio di scoprire e far conoscere al’intera comunità di Folà la verità. Quello che mi ha colpito del mondo creato da Giuseppe Chiara è la presenza di personaggi tipo: il politico corrotto, il militare onesto che ha dovuto cambiare atteggiamento lavorativo dopo il duro impatto con l’evidenza dei fatti, il giovanotto ribelle, la nonna esempio di rigore e saggezza, il partigiano che fatica a reintegrarsi nella società, la coppia di fidanzatini che si promette amore eterno. Tutti stereotipi umani che rispecchiano modelli comportamentali di ieri e ancora oggi molto attuali. Perché dovreste leggere L’apprendista becchino di Giuseppe Chiara? Per divertirvi con un giallo ben scritto, dove gli avvenimenti si susseguono in modo incalzante, narrati attraverso lo sguardo limpido e innocente – in tutti i sensi – di un giovane uomo dall’animo puro e di grandi speranze.
L’apprendista becchino
Autore: Giuseppe Chiara
Ed. Todaro pp. 260 € 15,50




























