Dopo il primo capitolo, La grande marcia, continua con il secondo volume la saga che Sabina Colloredo ha deciso di dedicare ai Longobardi, il popolo barbaro o cosiddetto tale che segnò poi di più la vita e la società da dopo la caduta dell’Impero romano in Italia, dando il suo nome ad una delle Regioni italiane e mescolandosi con la cultura dei Romani in decadenza ma non certo desiderosi di cedere terreno.
Il Re Solo è uscito per Fanucci e ricostruisce il momento in cui, nel 568 d. C. i Longobardi si affacciano alla penisola italiana, provenienti dalle steppe dell’attuale Kazakistan, sulla mitica via della seta, nota fin dall’antichità, mentre a Bisanzio si vivono gli splendori dell’Impero romano, che dureranno ancora per quasi un millennio e intanto si affacciano anche dall’Asia gli Avari, tribù crudele e discriminatoria verso le donne, in arrivo dall’Afghanistan, da sempre terra di confine, contesa tra le varie potenze, fino al tragico presente che sta vivendo.
Ed è alle donne che l’autrice sceglie di far raccontare la storia, la sacerdotessa Rodelinda, seguace degli antichi riti messi in pericolo da nuove credenze religiose, la regina Rosmunda, infelice sposa di Alboino passata poi alla leggenda più nera, la romana Valeria Prima, ostaggio dei barbari, la giovanissima Mama, principessa prigioniera degli Avari, che grazie ai nemici longobardi forse conoscerà per la prima volta la libertà.
La storia della caduta dell’Impero romano è sempre stata vista, dalla storiografia posteriore, come un momento cupo e di immensa barbarie, anche se fu invece un processo graduale, e per decenni se non per secoli i Romani credettero ancora di far parte di un Impero: Sabina Colloredo restituisce una pagina spessa raccontata nei libri di Storia come un momento oscuro e confuso in maniera fedele ed appassionante, raccontando storie di persone, uomini e donne, che si confrontano, incontrano, scontrano, a volte si uccidono, a volte si amano o scoprono comunque di avere affinità e di sognare le stesse cose.
Il rigore è quello dello storico, ma la passione e la narrazione è quella del romanziere, che ricostruisce quel tempo lontano come qualcosa di vero e vicino, raccontando la voce di chi non aveva voce, le donne in testa, o meglio di chi a cui per secoli è stata negata la voce, anche se allora ce l’aveva eccome, in questo universo in cui un mondo finiva e nuovi mondi venivano fuori, religiosi, culturali, di abitudini, influenzati da nuovi equilibri ed incontri, in una penisola che per secoli fece poi gola a tanti, forse anche in ricordo di quel mondo perduto legato all’antica Roma.
Sabina Colloredo si mette con questo suo romanzo nel solco di altri autori, che hanno raccontato il passato remoto della nostra Storia mescolando verità e fantasia, a cominciare da Marion Zimmer Bradley con la quale condivide lo stesso approccio al femminile e femminista verso quella pagina del passato.
Gli intrighi, le battaglie, le passioni e gli eventi di quei giorni di un millennio e mezzo fa diventano una storia appassionante e appassionata, nella tradizione del romanzo storico e del fantasy ligio alla storia, costruendo un universo di famiglie in lotta che non mancherà di appassionare chi si strugge da anni per esempio sulla saga del Ghiaccio e del Fuoco di George R. Martin. Con la differenza che qui è tutto vero, tutto realmente accaduto, o quasi, in quel mondo remoto ma dove si sono messi i semi per l’Italia, e anche per l’Europa dei secoli successivi.
La storia non è comunque finita: Sabina Colloredo sta scrivendo il terzo libro della trilogia.
Archive for the ‘Uncategorized’ Category
:: Recensione di Il re solo di Sabina Colloredo (Fanucci, 2012) a cura di Elena Romanello
28 Maggio 2012:: Recensione di Chiunque io sia di Biagio Proietti e Diana Crispo (Hobby & Work, 2012) a cura di Stefano di Marino
27 Maggio 2012
Biagio Proietti firma con Diana Crispo (compagna di vita e di lavoro) ben più che un giallo ispirato a uno sceneggiato (La mia vita con Daniela) che negli anni ’70 riscosse un lusinghiero successo televisivo. Un romanzo tutto nuovo ambientato in un’Europa (perché l’azione si svolge tra Roma il Belgio e la Francia) senza tempo e questo, per cominciare, è un punto di forza di una narrazione che si basa su regole semplici ma che vanno conosciute: quella della pura suspense psicologica. In un’epoca dove l’elettronica diventa invadente nelle storie, in cui la fiction anche televisiva ci ha abituato a un’esagerazione nella rappresentazione dei sentimenti, Chiunque io sia brilla per linearità ed efficacia. L’avvocato Guido Morelli, uomo disperato per l’improvviso abbandono della moglie, si ritrova un giorno di fronte al più classico dei misteri. La giovane venuta a presentarsi al suo studio per un’assunzione è, in tutto e per tutto, la moglie amata. Ma il nome è diverso, la donna afferma di non conoscere Guido e di essere arrivata per caso al suo ufficio, indirizzata da una fantomatica agenzia. E c’è pure un altro uomo che la segue e finisce per insidiarla. Il ‘presunto’ amante, perché anche di lui Bianca(o Daniela?) non ricorda o finge di non ricordare nulla. Il dubbio diventa padrone del campo. La giovane donna è Daniela, la moglie trascurata che fuggì senza una spiegazione, o Bianca che, a poco a poco prende forma ma con un’inquietante psicologia, una vicenda alle spalle che, oltre a non coincidere anagraficamente con Daniela, rivela lati oscuri. Eppure malgrado tutto Guido e Daniela/Bianca si riavvicinano. Duellano a parole, diffidano, ma sono attirati uno dall’altra. Nella ricerca della verità diventano persino… persone differenti e finiscono per concedersi reciprocamente una nuova possibilità d’intesa. Ora, chi mi conosce sa che, pur praticando forme narrative differenti, sono un cultore del thriller anni ’70 proprio per le sue qualità di intreccio, di tensione psicologica ricavata senza artifizi e che i lavori di Biagio da sempre sono per me modelli, almeno nella produzione più’ gialla’. Questo è il vero noir italiano, senza crudeltà esplicite ma con una grandissima capacità di coinvolgimento. I motivi sono molteplici. Prima di tutto, lo ripeto, la circostanza che la storia sia esentata da ogni vincolo con l’attualità. Potrebbe svolgersi oggi, trent’anni fa o forse tra venti. Il gioco delle personalità è al centro della trama e non ha bisogno di altri espedienti. Persino il contorno fisico della storia è accennato, tratteggiato con poche frasi eppure s’indovina s’intuisce. Ciò che conta è la tensione che cresce e va in continuo crescendo. In breve il lettore sente la necessità di svelare l’identità di Bianca/Daniela quasi con lo struggimento che prova lei stessa. E anche Guido. Chi non si sentirebbe catturato dal mistero nascosto dietro le sembianze di una donna amata e sfuggente? Hitchcokiano certo, ma anche profondamente italiano nella conduzione della vicenda. E tutto realizzato senza scenate, senza quell’esasperazione che mi pare pervadere la fiction italiana oggi. Continuo a parlare in termini televisivi e visuali perché la storia me la vedo lì, già pronta a essere filmata. Il merito è sicuramente dello stile narrativo che è limpido, secco ma non piatto. Non una parola, non un aggettivo di più. Le battute non hanno necessità di spiegazioni, rivelano sentimenti , dubbi, angosce con il solo fatto di scorrere davanti agli occhi di chi legge. Pulizia linguistica e linearità in perfetto equilibrio per un racconto efficace. Consigliato ad aspiranti scrittori giovani e meno giovani come libro-guida. Per chi invece vuol solo assaporare il gusto di un ‘giallo dell’anima’è un regalo. Per di più scandito in tempi che permettono una lettura rapida, perché anche la tensione ha i suoi tempi e non deve essere né troppo breve né dilatata.
:: Segnalazione di Alter Ego di Alexia Bianchini / e-book Edizioni Diversa Sintonia 2012.
26 Maggio 2012
Storie brevi, collocate in un futuro nel quale l’essere artificiale si confonde facilmente con una natura umana che perde la sua prerogativa come tale. Questa raccolta vede come protagoniste delle creature femminili legate tra loro da una condizione che, di fatto, le pone di fronte alla scelta di uno status diverso da quello per il quale sono state generate, spingendole a difendere il proprio diritto alla vita. Di indole a tratti amabile e guerriera, tutte mostrano una propria individualità, umana o artificiale che sia, volta comunque a modificare l’ordine sociale vigente. L’autrice offre un interessante esempio di scrittura di fantascienza in perfetto stile cyberpunk, intensa, coinvolgente, mostrando attraverso i suoi personaggi l’idea di una possibile mutazione del valore dell’esistenza, slegata da retorici condizionamenti di umana, e forse superata, derivazione. Incantevoli le illustrazioni per mano dell’artista Max Rambaldi.
L’autrice Alexia Bianchini, classe 1973 è scrittrice, editor e curatore di antologie per CIESSE Edizioni. Direttore del web-magazine Fantasy Planet.
:: Recensione di Una giustizia più sopportabile di Salvo Barone (Todaro, 2012) a cura di Viviana Filippini
25 Maggio 2012
Nuova avventura per il commissario Efisio Sorigu protagonista de Una giustizia più sopportabile, il secondo giallo di Salvo Barone che ha per protagonista l’ispettore di polizia d’origine sarda. Questo libro racconta il lavoro di Sorigu a Como, prima del suo trasferimento a Milano (ne Le regole del Formicaio editato da Todaro due anni fa troviamo lo stesso protagonista nel capoluogo lombardo). In pieno agosto, quando le città si svuotano perché tutti vanno in vacanza e la quiete si diffonde ovunque, c’è qualcuno – il bancario Stefano La Duca – che non si è ancora deciso a partire per le vacanze, in quanto assorbito nelle ultime faccende lavorative. Finalmente pronto a raggiungere la moglie in Sardegna, La Duca rimanderà di qualche giorno la partenza a causa di un furto con scasso subito nel suo appartamento. Il ladro non lo ha depredato di molto, gli ha portato via una catenina, due orologi dal valore modesto e una camicia color pervinca. La situazione si complica quando nelle stessa palazzina dove vive La Duca, viene ritrovato il cadavere di una donna anziana – la signora Minghetti – sgozzata senza pietà. Per Sorigu scattano subito le indagini, la raccolta delle prove e la formazione della cerchia dei sospettati inoltre, secondo il commissario, l’omicidio e il furto con scasso nell’appartamento dell’amico sarebbero strettamente correlati tra di loro. L’inchiesta porta l’ispettore di polizia ad identificare il presunto colpevole in Nazim Decan, un kosovaro fuggito dal suo paese per trovare la salvezza in Italia, che lavora come giardiniere nel condominio dove la donna è stata assassinata. Il caso sembra del tutto chiuso, ma le carte in tavola verranno rimescolate nel momento in cui il vero reo – un amico del principale indiziato – si costituirà, scagionando Decan. Facendo il rapporto per il magistrato Ariatti- Brown, Efisio Sorigu si rende conto che tutti gli indizi conducono sì al vero colpevole, ma ci sono degli elementi di incoerenza nel movente e nella dinamica di sviluppo del brutale assassino che, sommati alle informazioni passate sottobanco dall’amico derubato, inducono l’ispettore a indagare più a fondo nella vita delle vittima e del suo carnefice. Scava, scava in profondità Efisio Sorigu si imbatterà in agghiaccianti e dolorosi fatti storici riguardanti i traffici umani avvenuti durante la guerra in Albania, eventi nei quali il colpevole e la sua vittima sono inconsciamente collegati. La scoperta di questa dolorosa verità porterà il commissario a rendersi conto che non sempre le persone sono quello che sembrano. Una giustizia più sopportabile di Salvo Barone è un bel giallo ambientato nella provincia comasca, che ha come input di partenza un fatto storico reale – alla fine degli anni ’90, durante la guerra del Kosovo, il governo svizzero stipulò un accordo con quello di Milosevic, che prevedeva un rimpatrio forzato per tutti i profughi fuggiti dal Kosovo e con i documenti non in regola – certificato con nota dell’autore stesso alla fine della vicenda narrativa e una riflessione sulla giustizia che non lasciano indifferente il lettore una volta terminato il libro. Non a caso questo romanzo non è solo l’ardito processo di recupero dei tasselli di un mosaico per incastrare il colpevole, nel libro Barone crea una storia che induce chi legge a pensare e valutare la realtà nella quale si vive. Se ci mettiamo nei panni di Sorigu, non solo riusciamo ad entrare in pieno nella storia, ma ci accorgiamo di quanto sia difficile svolgere il mestiere del commissario e comunicare in modo bilanciato i risultati del proprio operato ai magistrati e allo stesso tempo ai media assetati di scoop e sempre pronti ad aggiungere particolari inesistenti per rendere la notizia più drammatica del reale. Ciò che colpisce di Sorigu è la sua profonda umanità e variegata dimensione emotiva, perché mentre indaga si comporta come rappresentante della legge ma, nel momento in cui scoprirà i drammi della vita del colpevole, il commissario attuerà una completa rivalutazione del proprio modo di pensare e giudicare sia il carnefice – in questo caso vittima di un tremenda ingiustizia -, che la vittima (i lettori scopriranno che la tanto stimata signora Minghetti non era proprio uno stinco di santo). Complimenti – concedetemelo – alla casa editrice Todaro di Lugano per la pubblicazione di romanzi gialli non scontati, nel senso che non si limitano a narrare la ricerca di chi ha commesso il reato, ma raccontano il mondo di oggi con tutte le sue sfaccettature – in queste pagine molto interessante è la tematica della diversità culturale e il fatto che essa scateni il pregiudizio verso l’altro che non è come noi -, stimolando in chi legge la riflessione sull’agire umano e sulla società nella quale viviamo. Arrivati alla fine di Una giustizia più sopportabile ci si rende conto di una realtà dolorosa: è vero sì che “La legge è uguale per tutti”, ma è ancora più vero il fatto che non tutti siamo uguali davanti alla legge e questa sensazione che la giustizia vera non sempre venga compiuta, ci fa capire che spesso al suo posto si cercano soluzioni, o meglio compromessi, che la rendano a tutti più accettabile.
::Recensione di Il destino è un tassista abusivo di Luca Manzi (Rizzoli, 2012) a cura di Elisa Giovanelli
25 Maggio 2012
Giorgio Correnti abita per scelta in un quartiere alla periferia di Roma, tra l’acquedotto e la ferrovia. Romanista convinto e studioso di storia dell’arte, si divide tra supplenze in un istituto tecnico e prestigiose, quanto inconsistenti, collaborazioni universitarie a Milano. La sua vita trascorre precariamente nella perenne attesa di un concorso da ricercatore e dell’arrivo della donna della sua vita. A vivacizzare la sua esistenza pensano i suoi bizzarri amici: Davide, il suo vicino di casa, un matematico stralunato che elabora algoritmi per una società di telefoni, che ha un bidet scollegato dai tubi in salotto e una nobile fidanzata che potrebbe anche non esistere; Franco, pittoresco esponente della romanità più verace, nonché massimo esperto di biscotti per il latte, che fa affari coi videopoker; Mario, il fratello minore di Davide, attento alla moda e impegnato nella redazione delle regole fondamentali del rapporto uomo-donna e infine Corrado, autore televisivo omosessuale dall’eleganza innata.
In breve tempo la tranquilla e monotona esistenza di Giorgio è completamente stravolta. Il mutuo da pagare lo obbliga ad accettare la proposta di lavoro di Franco: diventare decoratore di videopoker. Il suo ruspante amico, in crisi con la moglie, si trasferisce temporaneamente a casa sua, coinvolgendolo in memorabili imprese, come il furto delle fave sulla Sacrofanese. Intanto da Milano arriva la convocazione del gioviale professor Abernati, filosofo sgamato che procede imperturbabile tra le contraddizioni della vita. Giorgio deve aiutarlo a fare i colloqui per il master in Eventi multimediali, preparare le lezioni e partecipare a eventi del calibro di Pitcha te stesso, vetrina sul mondo del lavoro. Contemporaneamente ottiene udienza da Zanbesi, luminare di storia dell’arte medievale, appassionato di biciclette, che gli offre di pubblicare una monografia su Giotto, dandogli finalmente qualche speranza per il futuro.
Il destino però, come recita il titolo, quasi sempre si presenta come un tassista abusivo alla stazione: mimetizzato con l’ambiente circostante. E tu non ti accorgi, non sospetti mentre ti punta e ti avvicina. Dal tassista poi ti puoi svincolare, magari con imbarazzo, ma puoi. Al destino invece non gli puoi dire “no grazie, guardi prendo la metropolitana”, quello ti prende e ti porta via. Tra le studentesse del master c’è Agnese, una ragazza che attrae Giorgio fin dal primo sguardo. Un colpo di fulmine, un amore dalla portata lacerante che sconvolge tutte le sue piccole e fragili certezze. Agnese, infatti, non corrisponde affatto al modello di donna ideale di Giorgio, è una Madonna del Botticelli vestita da Barbie estetista. Giorgio si sente inadeguato e impreparato, oltre che angosciato: la compagna della sua vita, la donna che desiderava così tanto forse è arrivata, ma non è quella che sognava, come fare una fila di sei ore per entrare al derby e una volta seduto scoprire che per incanto c’è il campionato interregionale di tresette col morto. La via più semplice sembra la fuga. Tra cornetti che sanno di cartone, degustazioni di biscotti, raid notturni nelle serre, piccanti aneddoti sui massimi esponenti della storia dell’arte, musica barocca, scivoli a forma di brontosauro, viaggi in Calabria, gite in barca e principeschi ricevimenti Giorgio tenta di trovare qualche risposta, qualcosa che gli indichi la tanto agognata strada giusta da seguire.
Il destino è un tassista abusivo è prima di tutto un romanzo molto divertente, pieno di scene comiche esilaranti. Il mondo descritto è popolato da personaggi paradossali e situazioni surreali al limite del grottesco, ma la storia narrata e i sentimenti in gioco sono molto reali. Al di là dello scenario da commedia all’italiana l’autore affronta i temi dell’amore, dell’amicizia e del lavoro in maniera delicata e profonda allo stesso tempo. Luca Manzi, brillante sceneggiatore e ideatore della serie di culto Boris, delinea un efficace ritratto della società contemporanea e delle sue contraddizioni. Attraverso una scrittura icastica, che alterna stile colloquiale e prosa ricercata, il romanzo si sviluppa come un dipinto pieno di sfumature diverse, rivelando un grande talento nel descrivere e rendere significativa la realtà delle piccole cose. Una riflessione sull’esistenza capace di commuovere e far ridere fino alle lacrime: da non perdere!
:: Recensione di La simmetria dei desideri di Eshkol Nevo (Neri Pozza, 2010) a cura di Michela Bortoletto
25 Maggio 2012
“Eravamo quattro amici al bar, che volevano cambiare il mondo..” Comincia così una celebre canzone che ormai fa parte della storia della nostra musica. Ma questo potrebbe anche essere l’inizio e la sintesi del libro di Eshkol Nevo. Un libro che parla soprattutto di amicizia, ma anche di incertezze, di imprevisti della vita, di dolore e di speranza per un futuro migliore.
I protagonisti sono loro: Amichai, Churchill, Ofir e Fried. Loro però non vogliono cambiare il mondo come gli amici di Paoli. Si accontentano di cambiare loro stessi.
La loro non è un’amicizia come tante altre. È quel tipo particolare di amicizia nata sui banchi di scuola che ha saputo affrontare crescita, scelte e separazioni. È quella forte, che ha saputo creare un legame indissolubile nonostante tutto, nonostante l’università, gli anni di militare, i matrimoni e persino i tradimenti. È l’amicizia vera, raccontata attraverso gli occhi di Fried.
Come tutte le volte, i quattro amici si ritrovano a casa di Amichai a vedere le partite dei mondiali di calcio. È il 1998 e i quattro decidono di mettere nero su bianco dove pensano o sperano di ritrovarsi ai successivi mondiali. C’è chi spera di cambiare lavoro e scrivere un libro (attenzione però! Nulla è come sembra!), chi vuole occuparsi di una causa importante, chi di rimanere sempre con la ragazza appena conosciuta, chi sogna di aprire una clinica per le terapie alternative.
Passano i giorni, i mesi e gli anni. Ci si ritrova in un attimo nel 2002 alla vigilia dei mondiali. È arrivato il momento della resa dei conti. Chi di loro sarà riuscito a realizzare i propri desideri? Chi avrà fallito? Fried si ritrova così a fare un bilancio della propria vita, inevitabilmente intrecciata a quella di Amichai, Ofir e Churchill. Si rende così conto che tutto è cambiato, ma non per lui.
Amichai, Ofir e Churchill sono cresciuti ulteriormente, sono andati avanti, hanno trovato la loro strada.
Solo Fried sembra ancorato al passato, rimpiangendo ciò che ha perso senza saper trovare il modo di andare avanti. Tutto intorno si muove mentre lui è immobile. Lui non guarda davanti a sé perché troppo impegnato a volgersi indietro verso il suo passato. E quando lo capirà comincerà davvero a cercare di voltare pagina e cambiare. Ma forse per lui ormai sarà troppo tardi…
:: Recensione di La collezionista di ricette segrete di Allegra Goodman a cura di Viviana Filippini
23 Maggio 2012
Il modo è bello perché è vario. Affermazione perfetta che si addice alle due sorelle protagoniste del nuovo romanzo di Allegra Goodman – La collezionista di ricette segrete- pubblicato dalla Newton & Compton. Emily e Jessamine -Jess per gli amici – Bach sono due sorelle e la loro diversità è la manifestazione concreta della ragione e del sentimento che caratterizzano l’agire umano. Emily ha ventotto anni, è fidanzata ed è già a capo della Verithec, un’azienda informatica abbastanza importante nel mercato finanziario americano. Jess è l’opposto: si è appena laureata in filosofia, è un’ambientalista del gruppo “Save the trees”, lavora part-time in una piccola libreria indipendente ed è un perfetta sognatrice. La storia ha le sue radici negli States tra il 1998 e il 2001, periodo durante il quale noi lettori assistiamo allo sviluppo delle vicende esistenziali delle due sorelle, ma anche dei tanti personaggi che attorno a loro gravitano a dimostrazione della volontà esplicita dell’autrice di raccontare sì la vita di due persone, ma allo stesso tempo di documentare il mondo di persone che le circonda. In questo lasso temporale Emily prende sempre maggiore consapevolezza dell’importanza del settore informatico nell’economia mondiale e vede indebolirsi, a causa delle distanza, la sua relazione con Jonathan, anche a lui a capo di un’azienda (la Isis) che si occupa di programmi informatici. Jess ha una vita emotivamente instabile, la sua relazione con Leon è un continuo tira e molla che non lascia presagire nulla di stabile per il futuro, poi comincia a frequentare la comunità ebraica locale e il lavoro presso la libreria di libri antichi gestita da George – geloso degli strambi spasimanti della sua commessa- si intensifica sempre più, grazie all’incontro con Sandra che cede loro l’intera collezione di vecchi libri di cucina lasciati a lei in eredità da un zio defunto. Per ognuno dei personaggi presenti nella narrazione l’arrivo dell’11 settembre 2001 segnerà la vita di tutti, tanto che la rigida razionalità di Emily comincerà a vacillare dimostrandole che è impossibile tenere sotto controllo ogni secondo della propria vita, mentre la sognatrice Jess scoprirà il vero amore e la sua importante funzione guida nel microcosmo dove vive. La collezionista di ricette segrete ha come protagoniste principali le due sorelle Bach, ma in realtà può essere definito un romanzo corale, a più voci, vista la presenza di diversi punti di vista che raccontano in modo progressivo la storia di una famiglia, che si trasforma in comunità, per divenire una città e una nazione unita. Accanto alla sorelle ecco comparire Richard Bach, il padre di Emily e Jess, che rimasto vedovo si è risposato e ha avuto altri figli. Troviamo Orion e Molly, Sorel, Dave, Aldwyn tutti alla ricerca della vera felicità del vivere. Da non dimenticare George, il datore di lavoro di Jess, un uomo ombroso e freddo che dimostrerà di avere un cuore tenero. E come dimenticarsi di Sandra, una donna pronta a tutto pur di racimolare i soldi necessari per aiutare la figlia a pagarsi l’avvocato e ottenere l’affidamento dei figli e ancora rabbini divisi tra fede e questioni familiari, uniti alle due protagoniste da legami di sangue a loro sconosciuti. Attenzione, il nuovo libro della Goodman non ha personaggi con super poteri o che investigano alla ricerca di chissà quale tesoro, nelle pagine di questo libro si trova la vita quotidiana di ogni giorno con tutti i suoi problemi, gioie e dolori, che non fanno altro che rendere ogni singola personalità umana e reale, nella quale ogni lettore può trovare le sue stesse paure, le ansie, le ossessioni e magari anche i tic comportamentali provocati da una vita troppo stressante. Sono certa che qualche lettore abituato alla suspense o ai thriller mozzafiato storcerà sicuramente il naso leggendo questo libro, magari affermando: «Va beh, ma non accade nulla di sensazionale!» Ok, è vero non ci sono omicidi da risolvere, mappe da interpretare o altro, ma ciò che è eccezionale in La collezionista di ricette segrete – e dal mio punto di vista sta qui la magistrale abilità delle Goodman- è stata la capacità della scrittrice di rendere spettacolare la vita di ogni giorno, richiamando alla memoria opere di Jane Austen come Ragione e sentimento, di Tolstoj come Guerra e pace o Anna Karenina e perché no, anche Stoner di John Williams.
Un ultima considerazione riguardo al titolo: è vero le ricette segrete dell’intestazione non sono forse quelle composte da deliziosi ingredienti culinari per suggerirci squisiti piatti da gustare in compagnia – non a caso nelle pagine ne troviamo solo qualche presenza sporadica e questo potrebbe indurre i lettori a rimanere delusi – ma penso che le ricette segrete a cui la Goodman fa riferimento, corrispondano ai segni lasciati dalle esperienze di vita negli animi delle sorelle protagoniste – in particolar modo di Jess-, i quali formano le sostanze dei loro caratteri e le aiuteranno a vivere la vita dell’oggi e del domani.
:: Recensione di Il torto del soldato di Erri De Luca a cura di Michela Bortoletto
23 Maggio 2012
Una locanda di montagna. Uno scrittore-scalatore conoscitore della lingua yiddish con una pila di fogli sparsi sul tavolo. Una donna che aspetta la sua consumazione al tavolo di fianco e viene raggiunta da un uomo più vecchio di lei. Èmet, verità: una parola soffiata inavvertitamente fuori dalla bocca dello scrittore che darà l’avvio a tragiche conseguenze per il misterioso uomo seduto lì accanto.
Da queste premesse si delinea il breve ma inteso racconto della figlia di un criminale di guerra. Non di una guerra qualunque, ma di quella immensa e orribile che ha squarciato il Novecento. Lui, il padre è un uomo che si sente perennemente braccato, seguito e spiato. Non ha sensi di colpa. Lui ha obbedito agli ordini. Il suo reato? Essere un soldato vinto. Il torto del soldato è la sconfitta. La vittoria giustifica tutto. Dice lui.
Il criminale è tranquillo, non rinnega il suo passato, non lo vive in tutto il suo orrore. Ha eseguito gli ordini. Punto. Non così la pensa la figlia. Una figlia per la quale la colpa del padre è certa e senza appello. Un rapporto complicato, il loro, che sembra prendere un’ulteriore piega quando il padre scopre la kabbalà ebraica dove lettere e numeri si scambiano le parti e alludono a pronostici. Da quel momento il valore numerico delle lettere, le corrispondenze tra le varie parole diventano quasi un ossessione per il vecchio soldato che andrà convincendosi che tutto è già scritto in anticipo. La nascita dello stato d’Israele, la distruzione degli ebrei, la sconfitta nazista. Tutto è il risultato di parole e numeri. Comincia così un’assidua ricerca di corrispondenze tra fatti, numeri e parole finché non scoprirà che la parola fine ha lo stesso valore di vendetta e quando un apparente sconosciuto mormorerà la parola verità sentirà che il suo momento è giunto e che il suo tragico destino si starà per compiere. Destino, tragica fatalità oppure il peso delle colpe che giungono inaspettatamente a presentare il conto?A ogni lettore la propria risposta.
:: Un’ intervista con Alessia Gazzola – Un segreto non è per sempre
23 Maggio 2012
Grazie Alessia per aver accettato la mia intervista e benvenuta su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Punti di forza e di debolezza come scrittrice e come medico.
Grazie a voi per l’invito. Identifico un punto di forza e uno di debolezza in particolare. Quello di forza è la capacità di mantenere il distacco e di non prendermi troppo sul serio. Quello di debolezza è, senza dubbio, un’insicurezza pervasiva che mi fa credere di non essere mai all’altezza della situazione.
Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.
Figlia unica, studi classici, una vita tranquilla in una città provinciale.
Come è nato il tuo amore per i libri e per la scrittura?
E’ stata mia madre a iniziarmi alla lettura, da bambina mi raccontava i miti greci o i grandi classici della letteratura anziché le favole. Non appena ho avuto l’età per capire mi ha messo in mano un libro. Quanto alla scrittura, è cresciuta con me, ho sempre inventato storie. Era ed è il mio “hobby”.
Quanto è importante per una giovane scrittrice essere anche una lettrice?
Fondamentale: leggere è la prima vera scuola di scrittura. Impari dagli altri autori come si costruisce un plot, come si sfumano i personaggi. Per non parlare del fatto che attraverso la lettura identifichi il genere che prediligi ed entro il quale vuoi muoverti.
Come nascono i tuoi romanzi? Parlaci del passaggio tra l’idea e la stesura del testo. Scrivi una scaletta, immagini le scene come parti di una sceneggiatura visualizzandole mentalmente, lasci molto all’ improvvisazione non sapendo dove i personaggi porteranno la narrazione?
E’ un mix di tutto: ho l’idea vaga di cosa raccontare, da dove cominciare e dove approdare. Tutto quello che accade nel mezzo è improvvisazione, e in generale, trascrivo quello che immagino.
Hai esordito con L’allieva un romanzo decisamente insolito che unisce ad una trama gialla i toni frizzanti e spiritosi di una commedia romantica. Che ricordi hai del tuo debutto: quanto è stato difficile trovare un editore, cosa hai provato quando hai firmato il tuo primo contratto, quando sei stata alla prima presentazione?
Esordire è difficile: l’impegno psicologico può essere devastante. Trovare un editore non è stato difficile, perché mi sono rivolta a un’agenzia letteraria e lei si è occupata di trovare il contatto giusto. Tutto quello che ha accompagnato l’esordio è stato molto emozionante, mi sembrava di vivere una realtà parallela. Ma non è tutto rose e fiori: sono contenta di aver maturato un anno e mezzo di esperienza, che sembra poco ma è già un grande passo nella comprensione del mondo dell’editoria e dei suoi meccanismi.
E’ appena uscito Un segreto non è per sempre, sempre per Longanesi e sempre con Alessia Allevi protagonista. Come è nata l’idea di scriverlo? Cosa ti ha ispirato?
Prima ancora che l’Allieva fosse pubblicato avevo già iniziato a scrivere Un segreto. Volevo esplorare l’aspetto oscuro della scrittura, la smania acritica, l’ambizione sfrenata di pubblicare, a qualunque costo.
Perché hai scelto come titolo Un segreto non è per sempre? Ci sono segreti nella tua vita?
Il titolo lo ha scelto l’editore, come pure L’allieva. Io li ho presentati entrambi senza titolo, non sono capace di trovarne uno adeguato.
Raccontaci i personaggi principali del libro.
Oltre ad Alice, la specializzanda maldestra e incauta che era protagonista dell’Allieva e oltre ai personaggi principali che popolano la sua vita, in questo romanzo c’è un fiorire di scrittori complicati e su tutti Konrad Azais, un vecchio, burbero e famoso autore ungherese, attorno alla cui interdizione e morte ruota tutta la storia. Il personaggio che preferisco è quello di Clara, la nipote quindicenne di Azais, una ragazzina un po’ emo, intelligente, acuta, cui sogno di dedicare un libro, un giorno.
Non è un medical thriller non è solo un romanzo sentimentale. Unisce ironia e umorismo ad una trama in cui la protagonista indaga tra libri e sale di autopsia per fare chiarezza su un suicidio molto sospetto. Come definiresti il tuo romanzo, in che genere lo collocheresti?
Commedia giallo-rosa.
Arthur e Claudio movimentano la vita sentimentale della protagonista. Come hai costruito questi personaggi? Quale dei due catturerà il cuore di Alice, le tue lettrici lo scopriranno leggendo il libro, tu personalmente quale personaggio dei due ti sei più divertita a creare?
Arthur è ispirato a un leggendario reporter polacco, Ryszard Kapuscinski, autore di libri che ho divorato anni fa, Ebano su tutti. E’ un ragazzo sradicato, idealista e inquieto. Anche un po’ egoista. Claudio invece è un tipo cinico, ambizioso e rampante. Personalmente mi piace moltissimo scrivere le scene in cui lui è protagonista: lo confesso, come personaggio è di gran lunga più divertente.
Parlami di Konrad, il famoso scrittore ungherese, personaggio cardine di tutta la storia, per il quale crei intere pagine di wikipedia. Si ispira ad uno scrittore realmente esistito?
Non a uno in particolare, ma in generale all’abisso, alla genialità e all’inquietudine degli autori slavi come Marai e la Kristoff.
La curiosità e una grande dolcezza e umanità sono le molle che spingono la protagonista ad indagare tra i libri questa volta. La letteratura è piena di libri che non esistono, è un’affascinante terreno di studio. Come è nato questo spunto narrativo?
Non è nulla di nuovo, in fondo: l’idea di scrivere un piano diverso fatto di autori e libri inesistenti era già stata messa in pratica da autori ben più blasonati di me, cito la Byatt con Possessione, tanto per fare un esempio. Era un’idea che mi piaceva molto e ho pensato di attuarla a modo mio.
Che ruolo hanno le tue conoscenze mediche nella stesura del libro?
Fondamentale, perché il meccanismo della morte di Konrad non avrebbe potuto idearlo nessuno se non un medico.
Ritieni che il tuo stile sia cinematografico? Ci sono film in generale o un film in particolare che ha influenzato lo stile o la sostanza del tuo lavoro? Ci sono attualmente in corso progetti di film tratti dai tuoi libri?
Non so se sia cinematografico, forse però è molto visivo. I diritti televisivi sono della Endemol e spero che il progetto vada in porto.
Citami i versi della tua poesia preferita.
Per fare una prateria ci vuole un trifoglio e un’ape
solo un trifoglio e un’ape
e il sogno.
Ma il sogno può bastare,
se le api sono poche.
Emily Dickinson
Hai moltissimi fan. Qual è il tuo rapporto con lettori? Come possono entrare in contatto con te?
Il rapporto è molto stretto e lo considero indispensabile, perché mi da’ la carica e perché è il mio strumento di confronto, di feedback con quello che scrivo. Mi da la percezione della vita dei miei libri. I lettori possono entrare in contatto con me attraverso la mia pagina Facebook o scrivendo alla Casa Editrice Longanesi, o alla mail: alessiagazzola@alice.it
Leggi le recensioni dei tuoi libri? Quale è la recensione o il commento di un tuo lettore che ti ha emozionato di più?
Sì le leggo sempre, sono troppo curiosa. Troppe mi hanno colpita per poterne estrapolare una in particolare. Forse, in generale, mi commuovono quelli che mi scrivono che Alice è come un’amica da incontrare dopo una brutta giornata e che è capace di dare subito il buon umore. E anche chi mi ha scritto che i miei libri danno serenità.
L’intervista è finita, nel ringraziarti per la tua disponibilità mi piacerebbe sapere se attualmente stai scrivendo un nuovo romanzo e se puoi anticiparci qualcosa?
Sì, che le avventure di Alice continuano. Entro l’anno ci sarà una sorpresa in libreria.
:: Recensione di Il bosco della morte di Susannne Staun (Newton&Compton, 2012) a cura di Viviana Filippini
7 Maggio 2012
Se amate il cruento, se vi piace il torbido, se siete curiosi di capire come avviene una autopsia, se volete scoprire cosa si nasconde nella mente del serial killer, se siete patiti di telefilm della serie “C.S.I”, “Dexter2, “Bones” e simili, rullo di tamburi… ecco il libro giusto per voi: Il bosco della morte di Susannne Staun, pubblicato in Italia dalla Newton Compton. Protagonista di questo thriller ambientato nella cittadina di Odense è Maria Krause, un’anatomopatologa di Copenhagen molto meticolosa e precisa nel proprio lavoro, qualità che le hanno fatto guadagnare nel tempo la stima dei colleghi di laboratorio. Da subito la protagonista trascina il lettore nel pieno del suo lavoro, sezionando il corpo Emilie, una giovane ragazza uccisa da un bruto assassino che le ha lasciato strani segni rossi sul collo. Tutto sembra procedere per il meglio, ma Maria tentenna perché in quel corpo straziato vede sua figlia Emilie. La domanda nasce spontanea: quindi anche Maria Krause non è così perfetta come sembra? Non proprio, perché il medico legale ha un carattere molto particolare, infatti è scontrosa, schiva e solitaria e nonostante il matrimonio, il marito è del tutto assente e perso nel mondo dei suoi libri. Come se non bastasse, la protagonista del Il bosco della morte nasconde un passato cupo e doloroso che emerge un po’ alla volta nella narrazione evidenziando la complessità caratteriale della donna. Nei primi anni Novanta la Krause è stata stuprata in un parco, ha scoperto di essere rimasta incinta e ha abortito, ma la sua mente molto provata dal trauma, l’ha portata a concepirsi una realtà immaginaria: una figlia di nome Emilie, che la accompagnerà fino alla traumatica autopsia di un’omonima. Una donna dall’animo composto da sentimenti contrastanti, che la portano ad ammette la sua passione per forme si svago fuori dal comune e ogni tanto Maria, giusto per provare l’ebbrezza dell’estremo, assolda degli stupratori a pagamento. C’è qualcuno che conosce il particolare hobby di Maria? Sì. Testimone di questa verità drammatica è Nkem, l’unica vera amica della protagonista e fidata collega di lavoro – è un chimico forense molto competente – che oltre ad aiutarla nelle indagini, le fa da sostegno fisico e morale. Il suo supporto lavorativo sarà fondamentale per le indagini relative alla morte della diciannovenne Emilie e della scia di sangue che colpirà la comunità danese. Susan Staun, non sarà molto conosciuta da tutti i lettori – io l’ho scoperta leggendo questo libro -, ma in Danimarca, suo Paese d’origine, è una tra le autrici viventi più famose, che ha raggiunto il successo grazie a romanzi polizieschi e si è pure guadagnata con Il bosco della morte il premio del miglior thriller dell’anno, assegnatole dalla Danish Crime Academy. Quello che mi ha colpito di questo libro è l’accurata perfezione della descrizione riguardante le scene autoptiche, raccontate con una tale precisione che ho avuto la sensazione di trovarmi accanto a Maria intenta a svolgere il suo lavoro di medico legale. Il bosco della morte è il primo libro della Staun a essere pubblicato in Italia e da subito si capisce che la protagonista non è imbrigliata nel solito rigido stereotipo del medico legale gelido ed emotivamente tutto d’un pezzo, che si limita a fare il suo lavoro per ricevere il giusto compenso. Maria è umana, è una donna dal passato difficile, minata da un lesione del corpo e dell’animo che l’ha segnata per sempre e che continuerà a tormentarla. Questo profondo dolore non impedirà alla donna svolgere nel migliore dei modi la propria attività lavorativa raggiungendo la verità, e credo che sia proprio questa necessità di portare a galla il vero a conferire a Maria gli stimoli per trovare la giustizia. Allo stesso tempo Maria Krause deve affrontare il pregiudizio dei colleghi, le chiacchiere maligne, le avances dei datori di lavoro, le ripicche di rivali in amore tradite e pure il confronto diretto con l’assassino. Forse a qualcuno dei lettori la protagonista de Il bosco della morte potrà sembrare fuori di testa per come vive la sua vita, ma dal mio punto di vista Maria racchiude nella sua fragilità e, allo stesso tempo, forza vitale le paure, i dolori e le difficoltà di una donna indipendente e perspicace che la società contemporanea sembra non riuscire ad accettare.
:: Recensione de Ferro Sette di Francesco Troccoli – Curcio Editore 2012 a cura di Barbara de Carolis
6 Maggio 2012
“Le profondità del pianeta sopprimevano il normale rincorrersi fra il giorno e la notte, e le settimane passarono, travestite da giornate senza inizio né fine.
Il tempo a Ferro Sette prese a essere un concetto astratto e privo di senso, ombra evanescente di un privilegio accessibile ai soli fortunati che vivevano all’esterno.”
Ferro sette è un romanzo di fantascienza.
Ambientato in un futuro lontano, popolato dagli stessi esseri umani che nel tempo hanno appagato la loro sete di spazio attraverso la scoperta e la colonizzazione di nuovi mondi, il romanzo si sviluppa intorno alla figura di Tobruk Ramarren, un uomo nel quale alberga una natura forte, cinica, funzionale a un’esistenza da risoluto cacciatore di taglie.
In una società in cui la logica imperante è quella della produzione, chiunque costituisca un ostacolo in tal senso, deve essere fermato e Tobruk ha una missione: recarsi su Harris IV, un pianeta vulcanico, poco ospitale e stanare un gruppo di minatori ribelli guidati da una sua vecchia conoscenza, un compagno di ventura. Gli anni della milizia sono distanti eppure Tobruk si ritrova al cospetto dell’uomo il cui ricordo fraterno non lo ha mai abbandonato, riconoscendo nei suoi occhi il familiare spirito ardente, custode, ora, di una verità dimenticata e riposta in un angolo scuro della memoria degli uomini. Le rivelazioni sull’idea stessa di umanità e sul suo destino penetrano profondamente nella coscienza del protagonista e la miniera diviene il luogo nel quale intraprendere un viaggio che lo condurrà a diversi livelli di consapevolezza fino a scoprirsi un uomo capace di ospitare un animo complesso, le cui ombre si alternano a continui sprazzi di luce dei quali non si era voluta percepire la presenza.
Il carattere dei personaggi viene svelato a poco a poco, espressione di quelle dinamiche umane a noi vicine e, in fondo, consuete, seppur collocate in un universo sconosciuto, quasi a voler trasmettere quel senso di continuità nel comportamento umano, che anche l’evoluzione e il progresso sembrano voler comunque conservare.
Francesco Troccoli è al suo esordio letterario come romanziere.
La sua narrazione ricca di elementi provenienti da un mondo delle idee ben frequentato dà prova di una naturale propensione al genere fantastico, presentandosi agli occhi del lettore, come un valido interprete di quelle immagini che si muovono incessantemente nella fantasia dei tanti affezionati alla fantascienza, come solo uno scrittore appassionato è in grado di fare.
Difficile non cogliere l’abilità dell’autore nel saper tracciare in punti nevralgici della storia delle linee utili a un ulteriore sviluppo delle vicende di questo personaggio del quale, siamo certi, sentiremo ancora parlare.
L’autore, Francesco Troccoli, romano, traduttore e blogger, dopo aver navigato con successo le acque dei concorsi letterari italiani, si cimenta in questa opera prima, entrando meritatamente a far parte della schiera degli scrittori di fantascienza degni di questa definizione.
:: Recensione de Il metodo del coccodrillo di Maurizio de Giovanni
5 Maggio 2012
«La fortuna non c’entra. È una questione di metodo. Si prepara, semplicemente. Prepara tutto, passo per passo, momento per momento. Il metodo del coccodrillo: si apposta, osserva, aspetta. E quando la preda è a tiro, colpisce. Non può permettersi un errore, si muove solo quando è sicuro.»
Il metodo del coccodrillo, nuovo romanzo di Maurizio de Giovanni, edito da Mondadori, è un’opera che segna una svolta rispetto alla sua produzione precedente, e già questo è un atto di coraggio, piuttosto insolito, in un panorama letterario in cui quando si trova un filone di successo, e de Giovanni con il suo Ricciardi non si può dire che non abbia raccolto consensi sia di critica che di pubblico, lo si prosciuga fino al possibile. Un azzardo simile può essere accolto con perplessità, o peggio delusione, dai lettori innamorati del suo personaggio simbolo, o con entusiasmo come sembra stia accadendo con questo libro. Io devo confessare appartenevo agli scettici, amo così profondamente il suo Ricciardi, e la Napoli passata, che è riuscito a fare rivivere con sensibilità e calore, descrivendone suoni, colori, sapori, sensazioni, che quando ho saputo che il suo nuovo libro aveva un nuovo personaggio, e una nuova ambientazione temporale, un po’ ho sofferto. Ricciardi ormai, più che il protagonista di una serie di romanzi, è per me un amico che a cadenza fissa rallegra le mie giornate, per cui ero cosciente di affrontare una lettura impegnativa. Cercherò di non fare troppi paragoni, se no finirei lo so per parlare tutto il tempo di Ricciardi, perché se c’è una caratteristica che accomuna me lettrice a de Giovanni scrittore è che siamo appassionati, viviamo la lettura e la scrittura come degli innamorati e questo è il motivo per cui ci fa essere sulla stessa lunghezza d’onda, stessa percezione, che credo di condividere con la maggior parte dei suoi lettori. Il metodo del coccodrillo è un romanzo duro, realistico, ruvido per alcuni versi, un poliziesco sporcato di noir, in cui assassino e poliziotto che gli da la caccia sono fatti della stessa sostanza, sono due persone dolorosamente molto più simili di quanto ci si aspetterebbe da un poliziesco tradizionale. L’ispettore Giuseppe Lojacono detto Peppuccio, come lo chiamavano la famiglia lontana e gli amici che non aveva più, da Montallegro, provincia di Agrigento, è un uomo triste, ferito, privato della sua famiglia, della sua reputazione, del suo territorio. Catapultato, e imprigionato, dalla sua Sicilia a Napoli, commissariato San Gaetano, nel ventre molle di una città in perenne decomposizione. Evidentemente non c’era nulla di peggio, immediatamente disponibile. Da estraneo vive Napoli, metropoli contemporanea come tante, e il suo sguardo è lucido, imparziale, privo si sentimentalismi. Traffico. Sempre traffico. Lojacono si è abituato a pensare alla città come a un muro. La diffidenza, l’indifferenza, il rumore costante che copre le parole e che rende impossibili i sussurri. Il traffico, la folla silenziosa, gli sguardi di odio. Un muro. Un collaboratore di giustizia, un pentito, ha fatto il suo nome dicendo che dava informazioni alla mafia, e senza prove, senza processo, perché l’accusa non sta in piedi, ora si trova in esilio lontano dal lavoro investigativo ad occuparsi di denunce e a giocare a carte con il computer. Poi un giorno il caso lo pone sulla scena di un delitto: unico ispettore a raccogliere una chiamata. Un ragazzo, mezzo delinquente, viene assassinato con un colpo di pistola, una pistola non da killer, da dilettante, uno dei motivi per cui Lojacono è certo non si tratti di un delitto di camorra, come credono i suoi superiori. Un fazzoletto sporco di lacrime lasciato come firma, tanto basta a far battezzare dalla stampa l’assassino come: Il Coccodrillo, quando altri ragazzi verranno uccisi con le stesse modalità. Lojacono deve stare fuori dalle indagini, i suoi capi non hanno dubbi, ma il magistrato, la Dottoressa Laura Piras, di Cagliari, una trentina d’anni non ci sta, lei sente che quello strano poliziotto dagli cocchi allungati, come un cinese, ci vede chiaro, dove loro annaspano nel buio, e lo vuole nelle indagini. «Questa storia è fantastica» disse, «in un periodo in cui, a parte qualche morto di camorra nei soliti quartieri, non succede niente d’interessante, all’improvviso spunta un serial killer di ragazzi che lascia tanto di firma, e addirittura piange. Ci pensa, lei? Una cosa da premio giornalistico, una storia che promette di fare epoca. E la polizia… pardon, ma è la verità… la polizia che indaga negli ambienti camorristici, mentre i camorristi cascano dalle nuvole. Troppo bella!» Lojacono sente che l’assassino è un’ ombra che si confonde in una città dove tutti si fanno i fatti propri, indifferente, fredda, priva di allegria, niente di più lontano dallo stereotipo, pizza, risate e mandolini. «Credimi, Savare’: in questa città è molto più facile di quello che pensi andare in giro senza che nessuno ti veda. E questo semmai ci aiuta. Dobbiamo cercare uno anonimo, un uomo comune da tutti i punti di vista.» Poi un’ intuizione, un sogno la veicola, ma questa volta niente fatto ricciardiano, più che altro l’intuito di un padre. Lojacono alzò gli occhi fissando il magistrato. «Io penso che ci sia una sola cosa peggiore della morte: perdere un figlio. Una pena da cui non ci si risolleva più.» Finale terribile. Parlavo di una svolta perché oltre alla deriva noir anche lo stile è nuovo, secco, sincopato, scarno, si accompagna ai personaggi, all’ambientazione, alla luce livida che de Giovanni vuole dargli. Piove, fa freddo, la luce è opaca, torbida. La voce dell’assassino nelle sue lettere testamento è l’unica fonte di calore. Da brividi.

























