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:: Intervista a Luca Poldelmengo

20 giugno 2012

Grazie Luca per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberi di Scrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Luca Poldelmengo? Punti di forza e di debolezza.

Grazie a te  per l’ospitalità. Ritengo che la curiosità  e la determinazione siano tra le mie doti migliori. Di contro sono molto emotivo, rasento l’ansia, è la parte che mi piace meno del mio carattere.

Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

Sono cresciuto in una borgata, un contesto sociale e culturale modesto, seppure non degradato. Credo di essere uno dei pochi scrittori con un diploma da perito in telecomunicazioni. Ho avuto bisogno di tempo per capire cosa volessi dalla vita e soprattutto da me stesso. Mi sono iscritto all’università a trent’anni, e  ho conseguito la laurea (Dams) mentre  lavoravo. Ora mi divido tra lavoro, famiglia (ho due bambini), e la mia grande passione per le storie.

Come è nato il tuo amore per la scrittura? Cosa ti ha avvicinato al noir?

Ho iniziato con i cortometraggi, poi sono passato per il cinema, quindi sono arrivato alla letteratura. Linguaggi diversi per soddisfare il medesimo bisogno: raccontare storie.
Scrivo noir perché ne sono un accanito fruitore,  amo leggerli/vederli . Perché questo fascino per il lato oscuro? Me lo sono chiesto spesso, credo che, almeno in parte, derivi dall’aver vissuto sin da piccolo a contatto con un mondo che mostrava pericoli e violenza ad ogni angolo, un pericolo che mi spaventava e mi affascinava al tempo stesso, allora come adesso. Suppongo che il mio sia una sorta di esorcismo. 

Definiscimi il noir. Quali sono i migliori esponenti di questa scuola?

Le definizioni sono sempre molto personali, io considero noir una storia che proponga una predominanza, se non la totalità, di personaggi negativi, di anime in qualche modo corrotte.  Secondo me i migliori esponenti del genere oggi sono Don Winslow e James Ellroy, Il potere del Cane e 6 pezzi da mille forse i più bei noir che abbia mai letto. In Italia Carlotto e De Cataldo su tutti. Poi ci sono i classici, da Chandler a Izzo, passando per Manchette.

Quali sono i tuoi autori preferiti, quelli che ti hanno maggiormente influenzato?

Sin dal mio primo romanzo mi hanno accostato all’ Ammaniti  di Ti prendo e ti porto via e Come dio comanda, e devo dire che mi ci ritrovo abbastanza, fatte le debite proporzioni. Per certi versi mi sento anche influenzato da Scerbanenco e dai poliziotteschi anni 70 (soprattutto iconograficamente), ma anche da chi col genere ha poco a che vedere, come  Altman. Riguardo ai miei autori preferiti cito qui quelli non noir: Steinbeck, Bulgakov, Roth, Franzen.   

Sceneggiatore, scrittore. Hai esordito nella narrativa con il noir Odia il prossimo tuo. Raccontaci qualcosa del tuo debutto. La tua strada verso la pubblicazione. Hai ricevuto molti rifiuti?

Kowalski, l’editore di Odia il prossimo tuo, fu il primo e l’unico a leggere il libro in bozze. Sì, mi rendo conto dell’eccezionalità della cosa, ma il mio fu un centro al primo colpo.

Parlami del tuo processo di scrittura. Come operi? Scrivi una scaletta, procedi per immagini, lasci che il flusso di coscienza scorra libero?

La scintilla da cui nasce tutto è sempre diversa: un pensiero malsano, un’immagine, un fatto di cronaca (come per l’ultimo romanzo). Quella è la genesi, a volte cosciente, altre meno. Ne segue poi un periodo in cui,  su quella prima idea,  se ne accatastano delle altre. Fino a che non  arriva il momento in cui mi rendo conto che il fienile è pieno, che è arrivato il momento di dare un ordine al caos. Così inizio a scrivere il canovaccio, una ventina di cartelle che contengono  la descrizione dei protagonisti e i principali snodi narrativi, insomma quello che al cinema chiamerebbero soggetto. Questa prima fase dura qualche mese. Finito il canovaccio lo lascio riposare. Dopo qualche settimana  inizio con la scrittura del romanzo vero e proprio.

Da poco per Piemme è suscito il tuo nuovo romanzo L’uomo nero. Raccontaci brevemente la trama.

L’Uomo nero del titolo, diversamente dall’archetipo a cui rimanda questa figura, non è un pericolo che viene dall’esterno, qualcuno che minaccia il protagonista dal di fuori. Bensì il suo lato oscuro, un’entità che alberga il suo animo, silente, e che: in determinate situazioni, sottoposto a certe sollecitazioni, è pronto a prendere il controllo. Mettendo in pericolo chi gli è vicino, e persino lui stesso…
La trama vede avvitarsi tre esistenze intorno a un delitto, un evento criminoso che il lettore seguirà contemporaneamente dal punto di vista del mandante, dell’esecutore materiale, e di colui che su quel delitto dovrà indagare.

Cosa ti ha ispirato a scrivere il libro? Qual è stato il punto di partenza nel processo di scrittura?

Per la prima volta mi sono trovato a scrivere ispirato da un fatto di cronaca: la morte di Alessio e Flaminia, due giovani fidanzati romani uccisi in sella al loro motorino da un pirata della strada che poi si è dato alla fuga. Alla fine di un iter giudiziario travagliato l’imputato è stato condannato a 5 anni per omicidio colposo plurimo. Di questi ne ha scontati poco più di tre, dal momento che aveva chiesto il rito abbreviato e, come prevede il nostro codice di procedura penale, ha avuto per questo uno sconto di un terzo della pena. Tutto ciò nonostante costui non potesse nemmeno guidare l’auto con la quale li aveva investiti, in quanto già sottoposto a un provvedimento restrittivo che gli inibiva la guida a causa della sua tossicodipendenza. Quella sentenza mi aveva lasciato con un profondo senso di ingiustizia, una rabbia a cui dovevo dare sfogo. Così nasce L’uomo nero, come un’iperbole, come a dire: “se le cose stanno così, se è solo questo quello che rischia nel nostro paese un uomo che fa quello che ha fatto lui, allora potrebbe succedere persino questo…”. Da quei puntini di sospensione sgorga una storia che, ci tendo a sottolinearlo, è di pura fantasia.

Tre personaggi principali: Gabriele, Filippo e Marco. Tre uomini in un certo senso poco raccomandabili, in cui il lato oscuro è piuttosto ingombrante, solo Marco in un certo senso si riscatta. Tre personaggi quasi emblematici nel loro eccesso. Come li hai costruiti, come sono nati?

Marco e Filippo nascono insieme, costruiti come opposti. Uno è introverso, apatico e solitario;  l’altro un leader con una solida rete di affetti. Uno  non ha mai faticato un  giorno in vita sua, l’altro si è sempre spezzato la schiena eppure continua ad arrancare. Uno è succube di una figura paterna da cui cerca inutilmente la fuga. L’altro pagherebbe oro per poter chiedere scusa a suo padre. Uno sarà mosso dalla vendetta, l’altro dall’amore.
La rapacità di Gabriele, la sua predisposizione a disporre delle vite altrui, di asservirle ai propri bisogni,  ne farà il trait d’union in grado di legare a doppio filo le loro esistenze.

Quale è stato il personaggio più facile da scrivere e quello più difficile?

Mi scuso per la banalità, ma ogni personaggio porta con sé le proprie difficoltà, i propri demoni. Non chiedere a papà a quale figlio vuole più bene.

Dei tre Filippo è il personaggio che più mi ha colpito, per il senso dell’amicizia, per una certa dignità, per la tenerezza per la figlia, per l’incapacità di gestire l’uomo nero che nasconde in sé arrivando a compiere azioni sempre più terribili. In cosa si distingue secondo te da Gabriele e Marco?

Filippo e Marco sono due personaggi speculari. Uno si è dovuto sudare sempre tutto nella vita, avendo molto spesso poco in cambio e pagando a caro prezzo ogni errore. Marco invece ha avuto  tutto a disposizione, tranne la facoltà di scegliere, non ha mai pagato un errore in vita sua. Gabriele in un certo senso è più vicino a Filippo, è quello che, in un ipotetico sequel, Filippo potrebbe diventare. Si portano dentro entrambi la rabbia di chi viene dal niente e per questo crede di aver diritto a un risarcimento per ciò che gli è mancato, per quello che altri hanno avuto senza pagare. All’inizio della storia Filippo è protetto da questa sua natura dalla catena di affetti che ha saputo costruirsi intorno, fatalmente sarà proprio per salvaguardare quegli affetti che darà sfogo al suo lato oscuro. In questo senso credo che possa risultare come il personaggio più complesso proprio perché lotta contro la sua stessa natura.

I personaggi femminili sono all’opposto personaggi positivi, un tocco di luce nel buio che prevale. Per alcuni versi ti senti femminista? 

Non sei la prima a farmi notare questa cosa. In realtà il libro ha due personaggi femminili importanti, ma mentre uno è indubbiamente l’unico character  positivo a tutto tondo, l’altro porta con sé una certa dose di negatività, anche se questa sembra essere tollerata meglio dal lettore, per un motivo che immagino, ma che preferirei non svelare, è pur sempre un thriller… Devo dire che  anche in passato, quelle rare volte in cui mi sono  trovato  a scrivere una figura positiva, o meno negativa delle altre, questa è stata sempre una donna: Asia in Cemento Armato, Tegla in Odia il Prossimo tuo. Sì, in un certo senso credo che  siate degli esseri umani migliori di noi, meno portati all’egoismo.  Questo almeno dice la mia esperienza personale.

Quale è la tua scena preferita? Quella che racchiude il senso del romanzo?

Il mio brano preferito è quello in cui Filippo, sotto l’effetto di madame LSD, “vede” la sua versione dei Teletubbies. Una rivisitazione molto pulp. Valeva la pena di scrivere il romanzo solo per quelle poche righe, una vera nemesi, catartica.
Il senso del romanzo, per come lo intendo io, è che il male è molto più banale, ma anche molto più comune, e quindi vicino, di quanto siamo disposti ad ammettere. Che il confine tra bene e male, tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, è spesso sbiadito, e non è detto che ce ne si accorga nel momento in cui lo si sta attraversando. Credo che questa poco rassicurante prossimità  del male sia ben rappresentata nel frangente in cui a Filippo viene tolta la patente. E’ solo il primo gradino, ma lui non si è accorto di averlo disceso.

Consideri il tuo stile cinematografico? I film in generale o alcuni film in particolare hanno influenzato il tuo stile o la sostanza del tuo lavoro?

Sì, ho iniziato a scrivere storie con l’idea che venissero poi trasposte sullo schermo, ho quell’imprinting, e non credo che mi abbandonerà mai. Per me i personaggi si svelano attraverso le loro azioni, scopro chi sono quando prendono una decisione, quando scelgono tra due beni inconciliabili. Le verità sui miei protagonisti le cerco e le trovo lì,  più che in profondi monologhi interiori.  Credo che in modi diversi pellicole come Pulp Fiction, Blade runner e America Oggi mi abbiano influenzato molto.

Una libreria online ha rifiutato di mostrare il book trailer del libro. Ma il noir fa davvero ancora paura?

All’inizio ci sono rimasto male, anzi direi che mi sono incazzato. Poi ho pensato che forse il problema poteva essere che quello stesso portale vende anche libri per bambini, e che il titolo del mio romanzo potrebbe anche rimandare a un personaggio delle favole. Se la loro è stata una cautela verso i più piccoli la capisco, se invece fosse stato un atto bigotto, beh allora siamo veramente messi male.

Ci sono progetti di traduzioni per l’estero?

Il mio primo romanzo uscirà in Francia a Gennaio per Rivages Noir, la casa editrice francese ha già chiesto al mio traduttore di poter leggere al più presto il testo dell’Uomo nero. So che Patrick ci sta lavorando alacremente.

Ti piace fare presentazioni? Raccontami l’episodio più bizzarro avvenuto durante questi incontri?

Come ti dicevo all’inizio dell’intervista sono un emotivo, quindi la cosa mi piace e mi spaventa al tempo stesso. Anche se devo dire che quando si prende il via è  bello poter condividere il proprio lavoro con il pubblico, può essere molto gratificante, anche perché alle volte rimani affascinato da cosa gli altri mettono nel tuo lavoro, significati a cui tu non avevi mai pensato e che, invece, la tua opera sembra poter contenere. L’episodio più bizzarro è anche il meno felice, alla presentazione bolognese di Odia il prossimo tuo, in un afoso pomeriggio di giugno, eravamo: io, Giampiero Rigosi (che doveva parlare con me del libro), una mia amica e un suo amico, più una vecchietta che aveva cercato refrigerio nella libreria e che si era appisolata.

Ci sono progetti cinematografici tratti dai tuoi romanzi? Ti piacerebbe scriverne la sceneggiatura?

Al momento no, ma ho tenuto per me i diritti cinematografici di entrambi i romanzi, proprio perché, se mai sarà, io DEVO  scriverne la sceneggiatura.

Infine, l’inevitabile domanda: a cosa stai lavorando ora?

Ora sto ultimando il mio terzo romanzo. In realtà e la novellizzazione di un thriller  che avevo scritto per il cinema e che, malgrado gli entusiastici riscontri avuti da colleghi e produttori, non vedrà lo schermo, almeno in Italia. Progetto troppo costoso, troppo ambizioso, troppo poco italiano (sembro Stanis di Boris), che sto facendo comunque girare all’estero, al momento sembra ci sia un interessamento dal Canada, ma sono affari lunghi e difficoltosi, io nel frattempo scrivo il romanzo, di cui sono orgoglioso, è quasi finito.

:: Recensione di Il segreto della sesta chiave di Adriana Koulias (Newton Compton, 2012) a cura di Viviana Filippini

19 giugno 2012

Lo ammetto in ambito letterario sono un po’onnivora, cerco di leggere di tutto.  Ci sono però alcuni generi che non sono proprio il mio forte, o meglio non riescono a coinvolgermi fino in fondo.  Purtroppo a causa di questo mio difetto non sempre riesco ad apprezzare in modo pieno un romanzo fantasy, uno di fantascienza, l’esoterico o il troppo sentimentale. Fatta questa piccola premessa, devo aggiungere che amo le sfide e cimentarmi con i libri che non mi appartengono del tutto e proprio perché mi ha stuzzicato parecchio, tra di loro inserisco Il segreto della sesta chiave, l’ultimo lavoro Adriana Koulias, pubblicato dalla Newton Compton.  Due gli ambienti di sviluppo della trama di questo romanzo tra lo storico e l’esoterico. Il primo è il presente, dove uno scrittore di gialli si reca a Venezia seguendo l’invito misterioso di un suo devoto lettore che lo accoglie nella sua casa sull’Isola dei Morti, sede del cimitero della città lagunare. Dal 2012 l’enigmatico appassionato trasporta noi che leggiamo e lo scrittore nella Germania degli anni Trenta, a Berlino, davanti ad un porta di un appartamento dove si trova Otto Rahn. Quest’ultimo è un archeologo, profondo studioso di tutto ciò che riguarda la storia del Graal, incaricato da Heinrich Himmler di una missione speciale: recuperare il trattato di magia nera scritto da papa Onorio nel XIV secolo e noto a tutti come Le serpent Rouge. Motivo: Himmler vuole il manoscritto per regalarlo a Adolph Hitler. Rahn non vorrebbe cadere nella rete di legami con il regime nazista, ma la voglia di indagare e scoprire i misteri del grimorio lo porteranno ad accettare – non ha altra scelta – l’incarico e a partire per l’avventurosa missione di ricerca. Lo stato psicofisico di Otto Rahn sarà messo a dura prova dall’ incombenza ufficiale che ha accettato, perché più si addentrerà nella ricerca, maggiore diventerà il suo legame di dipendenza dalla dittatura e verrà in contatto con realtà sconvolgenti ed inaspettate: complotti politici, intrighi tra confraternite e associazioni segrete, omicidi brutali, persone dall’identità e ruoli ambigui: il fatto più sconvolgente per Rahn è la scoperta che tutti desiderano Le Serpent Rouge  con la sesta chiave, quella appartenuta ai Catari,  per liberare il suo terrificante potere. Questo è il succo della trama creata dalla  Koulias, dove la scrittrice mescola realtà storica e finzione narrativa con sapienza e bravura, utilizzando un linguaggio equilibrato che rende scorrevole la lettura del libro. La storia non ha come ambiente di sviluppo un luogo solo, perché il protagonista trascinerà il lettore da Berlino a Parigi, passando ad Arques, a Rennes le Chateau, con tappe a Beziers e a Montsegur. Ciò che mi ha colpito non è  solo la quantità di personaggi storici e di sette segrete coinvolte nella vicenda, ma la serie considerevole di elementi legati al mondo del mistero: enigmi da risolvere, libri di magia nera, bianca e grigia, quadrati magici, tesori nascosti in cripte segrete e naturalmente il Graal. Forse c’è qualche divagazione di troppo che rallenta il ritmo della storia, ma Il segreto della sesta chiave è un buon romanzo d’avventura, che piacerà agli appassionati del genere storico e ai conoscitori dell’esoterismo. Chi come me è interessato al genere storico troverà una accurata ricostruzione, ricca e particolareggiata, ma anche elementi che spingeranno la curiosità ad approfondire attraverso altre letture il contesto reale di persone, luoghi e vicende coinvolti nel romanzo della Koulias.  Per esempio lo sapevate che Otto Rahn scrisse dei libri e che ci sono altre opere che lo vedono come protagonista? Io no, ne ho conosciuto l’esistenza solo attraverso lo scritto dell’autrice brasiliana (per la precisione le opere di Otto Rahn sono Crociata contro il Graal e Alla corte di Lucifero. I Catari guardiani del Graal). Il mio limite – me ne scuso con chi leggerà-  è relativo a ciò che riguarda la dimensione esoterica che non è proprio “il pane per i miei denti”, nel senso che non conoscendola in modo approfondito certi aspetti particolari della narrazione mi sono sfuggiti o comunque li ho apprezzati solo finito il libro. Non c’è che dire Il segreto della sesta chiave è una vicenda compatta, ben costruita, con una suspense e dinamismo che rendono le pagine tipicamente cinematografiche, facendole scorrere in successione come i fotogrammi di una pellicola alla Indiana Jones. Poi, l’irrompere di impensabili colpi di scena e la convivenza di scienza, fede, filosofia, religione, arte ed esoterismo non fanno altro che creare la giusta atmosfera per stuzzicare il lettore alla ricerca di un buona avventura da leggere.

Adriana Koulias  è nata in Brasile, risiede in Australia dall’età di nove anni. Si interessa di storia, filosofia e scienze esoteriche. Vive con la famiglia a Sidney. Con la Newton Compton ha già pubblicato il romanzo Il tempio del Graal e I custodi del Graal. Ha un sito internet www.adrianakoulias.com.

:: Recensione di L’uomo d’argento di Claudio Morici (E/O, 2012) a cura di Viviana Filippini

14 giugno 2012

E’ un mondo inquietante e cupo quello presentato da Claudio Morici nel romanzo L’uomo d’argento. E’ un mondo afflitto da una grave crisi economica che ha annientato ogni cosa: non ci sono più i soldi, non c’è più il lavoro, non c’è più stabilità economica e il benessere è ormai un miraggio. Tutto è stato travolto da un manto di depressione che ha cancellato la felicità, la gioia, lo spirito vitale degli umani rendendo instabili le loro psicologie e le scelte d’azione. In questo cosmo di desolazione c’è forse un posto dove la salvezza esiste. Ed è qui che il protagonista de L’uomo d’argento pubblicato dalla E/O, si è ritirato con alcuni ragazzi dando vita ad una specie di comunità umana, fondata sulla promiscuità sessuale, sulla birra che scorre a fiumi, sullo sballo assoluto e sulla mancanza totale di progetti di vita. In questa tribù dominata dalla mancanza di responsabilità e di decisioni vogliono recarsi tutti coloro che sono in fuga dal mondo della crisi. Questo flusso migratorio degli “appenaarrivati” – spesso donne uomini depressi, insoddisfatti del proprio vivere  e per questo emarginati dalla società d’origine – è numeroso  e tra loro c’è una ragazza, tal Jenny, che è diversa da tutti gli altri. Lei è una “nuova”, ma nei modi di fare sembra essere una veterana della città dove vive il protagonista che attratto – come non gli capitava da anni- dalla ragazza inizierà con lei una sorta di relazione amorosa. Un rapporto a due instabile da subito, fatto di continui prendersi e lasciarsi, da bugie, da confessioni e da insormontabili differenze culturali. Questo disastroso modo di vivere il rapporto di coppia è in realtà un specchio riflettente la grave malattia sociale dell’umanità, incapace di vivere in modo ordinato e di organizzare il proprio futuro. Tutto sembra prossimo al tracollo, tranne lui, il Maestro, uno strano uomo tutto dipinto d’argento seduto su un panchina, al quale l’anonimo protagonista rivolge domande senza ricevere mai risposta! Il cosmo presentato in L’uomo d’argento da Claudio Morici non può essere collocato in uno luogo materiale preciso e un in tempo definito, ma è un epoca  a venire, futura e dal mio punto di vista, per come sta andando la nostra società di oggi, direi non molto lontano da noi. Facendo un paragone tra l’universo del romanzo di Morici e la nostra società contemporanea è possibile trovare molti, anzi troppi punti in comune. Tanto per cominciare l’universo sociale è afflitto da un grave crisi economica che riverbera i sue effetti collaterali sugli individui, rendendo vane, flebili e fallimentari le relazioni economiche e umane.  Poi, l’umanità protagonista è traumatizzata a tal punto che ogni scelta o possibilità d’azione si frantuma e svanisce nel nulla, portando i personaggi ad essere apatici e incapaci di compiere gesti determinanti per il loro vivere.  Il protagonista principale – quello che si innamora pazzamente di Jenny – è anonimo, non ha un nome e nemmeno un’identità precisa, a dimostrazione della forte spersonalizzazione che il suo io ha subito nel corso del tempo. Lui ha dimenticato a tal punto se stesso che non si ricorda perché è finito nella città dove vive, come è nato e cosa ha fatto in passato, ma allo stesso tempo chi ci racconta la storia – come tutti gli altri  coinquilini – non ha la più pallida idea di quello che sarà il domani. La vitalità di Jenny è per il protagonista un “faro nella nebbia”, è la scossa che lo porta a rendersi conto che forse è possibile ritrovare un senso giusto del vivere, ma purtroppo questa aspettativa di rinnovamento sarà bloccata da un drammatico evento. Il fatto tragico minerà per sempre l’anima del narratore anonimo, portandolo alla scelta dell’autoesclusione volontaria da un mondo ormai impossibile da cambiare, dove il senso del vuoto, la mancanza completa di valori e di responsabilità hanno ormai preso il sopravvento sulle persone. Il protagonista scegliendo di essere come il Maestro si autoesclude in modo volontario, prendendo sì una decisione drastica, ma necessaria. In questo modo l’io narrante si mette in una posizione di superiorità rispetto agli altri, perché lui ha capito che tutto quello che ha fatto fino a quel momento è stata un catena di errori. L’atto dell’esilio volontario è estremo, ma non è da intendersi come mancanza di coraggio. Dal mio punto di vista esso è la rappresentazione della consapevolezza dell’io narratore sul fatto che il mondo dove credeva di aver trovato la salvezza si è rivelato essere una mera illusione destinata alla perdizione totale di sé, per tale ragione ci si può salvare solo osservandolo in modo silenzioso e distaccato come farebbe una statua d’argento.

Claudio Morici nato a Roma nel 1972, è uno scrittore italiano. Dopo la laurea in psicologia all’Università di Roma la Sapienza, pubblica la sua tesi sui sogni lucidi in un’antologia edita dal Punto d’Incontro (1997) e lavora in diverse comunità terapeutiche a contatto con pazienti affetti da psicosi. Questa esperienza nel mondo della follia, nel 2003 gli ha ispirato il suo primo romanzo Matti Slegati che ha come protagonista un infermiere psichiatrico che lavora in una comunità terapeutica alle porte di Roma. Nel 2007 esce  Actarus, la vera storia di un pilota di robot, un romanzo drammatico-demenziale su Goldrake e il mondo del lavoro in Italia. Nello stesso anno Morici, lascia tutto e parte. Inizia un periodo di 5 anni  in viaggio in cui Morici si muove in giro per il mondo, alternando periodi stanziali a Città del MessicoGranadaLondra e Berlino. Viaggiando scrive La terra vista dalla Luna (pubblicato da Bompiani nel 2009) e L’uomo d’argento (2012, edito da E/O) scritto in almeno trenta città diverse.

:: Segnalazione di La trilogia nera di Dave Zeltserman (TimeCrime, 2012)

14 giugno 2012

Dopo una serie di ritardi ho  il piacere di annunciare finalmente ai lettori di Liberi di Scrivere l’uscita della trilogia di  Dave Zeltserman per TimeCrime dal 21 giugno in libreria. Così annuncia la casa editrice: Una trilogia di hardboiled brutali e irriverenti per tre scalcagnati, indimenticabili antieroi: Zeltserman si è guadagnato, di diritto, un posto d’onore nel sanguinoso Pantheon del crime. Non vedo l’ora di leggere questo piccolo gioiellino e recensirlo per voi! Ne vedremo delle belle. Tre romanzi a soli 12 Euro. Per chi volesse l’abbiamo anche intervistato qualche tempo fa’.

Contea di Bradley,  Vermont. L’ex poliziotto Joe Denton ha appena finito di scontare sette anni per il tentato omicidio del procuratore distrettuale. Si illude di aver chiuso con il passato, con la violenza, la droga e le scommesse: ma un crimine di quel genere è impossibile da dimenticare.  Kyle Nevin è  invece un “bravo ragazzo”,  gestisce gli affari nei quartieri a sud di Boston. Ammazza solo se costretto, non pesta i piedi a nessuno: eppure Red Mahoney, il suo boss, lo vende all’FBI.  Quando Nevin esce di galera ha quindi una sola cosa in mente: fare a pezzi Red. Per racimolare qualche dollaro organizza un rapimento, ma niente va come dovrebbe…
Nè la fortuna sorride  a Leonard March, sgherro “storico” del mafioso  Sal Lombard. Quando dopo quattordici anni le porte del carcere  gli si aprono davanti, per mettere insieme due pasti caldi al giorno si ritrova a pulire gabinetti. Non sarebbe poi così male, per uno che ha sessantadue anni  e ventotto omicidi sulla coscienza:  ma si ci si può reinventare una vita “normale” quando là fuori tutti vogliono la tua testa?

Dave Zeltserman è nato a Boston nel 1959. Laureato in matematica, ha lavorato per venticinque anni nello sviluppo di software per grandi aziende di comunicazione. Nel 2004, in seguito alla pubblicazione del suo primo romanzo, Fast Lane, ha deciso di dedicarsi alla crime fiction e alla pratica del kung fu. Per Fanucci Editore ha pubblicato Piccoli crimini (2010), con cui si apre la pluripremiata trilogia del “bastardo uscito di prigione” di cui  La vera storia di Kyle Nevin costituisce il secondo volume e Killer il terzo.

«Ho deciso di raccontare le imprese dei miei “bastardi usciti di prigione” in prima persona perché sono tutti e tre totalmente inaffidabili. Se non li avessi fatti parlare con la propria voce ci avrebbero raccontato solo un mucchio di balle.» Dave Zeltserman

:: Un’ intervista con Richard Mason

14 giugno 2012

Ciao Richard. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberi di Scrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Richard Mason? Punti di forza e di debolezza.

Punti di forza: gentilezza. Energia. Riflessione.
Punti di debolezza: Pigrizia nelle faccende domestiche. Troppa rabbia. Calcio.

Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

Sono cresciuto in Sud Africa sotto il regime dell’apartheid. I miei genitori erano coinvolti nella politica anti Aparthed  e mi hanno portato in Inghilterra quando avevo dieci anni, dove mi sono recato a scuola e all’università.

Quando hai deciso che saresti diventato uno scrittore?

Quando avevo sette anni. È stato allora che ho cominciato a scrivere il mio primo libro.

Quali sono i tuoi scrittori preferiti?

Quelli che dicono la verità.

Quali scrittori hanno influenzato la tua scrittura o il tuo stile?

Senza un ordine particolare: Irène Némirovsky, Christopher Marlowe. Jonathan Franzen. John Donne. Donna Tartt. Evelyn Waugh. Graham Greene. E. M. Forster. Gli sceneggiatori di Entourage e Breaking Bad.

Qual è la tua parte preferita del processo di scrittura?

Vagare per un edificio o un paesaggio, intriso di possibilità immaginative.

Quanto è importante un buon titolo?

Si può fare la differenza, se fa leggere un libro alla gente.

Quale è la tua scena preferita in Us?

La scena della festa quando Julian e Adrienne parlano con gli altri, ma non capiscono.

Cosa ti ha ispirato a scrivere Le stanze illuminate?

Il senso delle possibilità dei vecchi edifici e il desiderio di venerare gli anziani, e l’esperienza di vita degli anziani. Tutti i personaggi sono uguali a me.

Cosa vuoi trasmettere ai tuoi lettori tramite la lettura di questo libro?

Piacere

Qual è il miglior consiglio  che hai ricevuto?

“Tutto ha un inizio, uno svolgimento e una fine. Ma non necessariamente in questo ordine. “- Ronald Harwood, premio Oscar sceneggiatore di Il pianista e un grande amico.

Cosa stai leggendo in questo momento?

Octavia, di Jane Shaw.

Dal punto di vista artistico che libro avresti voluto aver scritto?

An Improbable Marriage, superba biografia di Napoleone e Giuseppina di Evangeline Bruce.

Quale autore dovrebbe essere molto più conosciuto?

Jane Shaw.

Che consiglio daresti agli aspiranti scrittori?

Fate amicizia con la vostra creatività.

Pensi che i critici abbiano influenzato il tuo lavoro?

Diversi. Vedi http://www.kaymasonfoundation.org. Meglio ascoltare i bambini stessi! L’hanno detto in modo molto più eloquente di me.

Qual è il tuo rapporto con i lettori? Come possono entrare in contatto con te?

Mi piace sentire quello che i miei lettori hanno da dire. Il modo migliore per contattarmi è quello di trovarmi sulla mia pagina fan facebook: http://www.facebook.com / richardmasonauthor

:: Recensione di Wienna di Christian Mascheroni (Las Vegas edizioni, 2012)

13 giugno 2012

“ E tu che ci vai a fare a Vienna?” gli domanda il trombettista mentre la voce della hostess ricorda di allacciare la cintura in fase di atterraggio. L’uomo soffia nell’aria, come se cercasse di dar vita a un oboe. Ogni movimento, ogni suo sguardo, lo riconduce alla musica.
Werner passa la mano sul finestrino.
“Sto tornando. Torno dalla mia Vienna. Me ne sono andato sette anni fa. Ho lasciato casa, famiglia, amici e… gli amici, ho lasciato soprattutto loro. O come li chiamo io, i miei miglioramici.”
“ E adesso hai deciso di restare? E cosa vuoi fare?” lo interrompe Borgun avvicinando la bocca al suo orecchio per farsi udire meglio. Il suo alito sa di biscotti e bourbon. Si strappa un pelo dalla barba crespa e lo guarda controluce.
“Voglio solo che non cambi nulla, anzi chiedo solo che non sia cambiato nulla” risponde Werner.

La memoria, l’amicizia, Vienna questi sono i temi principali al centro dell’ultimo romanzo di Christian Mascheroni, Wienna, edito dalla torinese Las Vegas edizioni. Una sorta di recherche piena di allucinazioni, fantasie, inganni e intrisa di ricordi d’infanzia e di adolescenza celebrati con un potente accenno evocativo che forse deformati appartengono all’autore o forse sono di esclusiva appartenenza della sua creatura letteraria Werner, un uomo di trent’anni, deciso a fare i conti con il passato, a dire addio alla sua città natale, a sua madre, ai suoi migliori amici, prima del salto definitivo verso un’altrove che ormai gli appartiene.
Wienna è un romanzo impegnativo, caratterizzato da una scrittura densa di significato, essenziale, colma di percezioni, che forse più di Proust mi ha ricordato il Kundera più intimistico e aspro di La vita è altrove e  nello stesso tempo mi ha messo addosso una grande malinconia, la stessa che ti mette osservare un paesaggio autunnale denso di nebbia, di foglie che cadono dai colori più sgargianti, di muschi cosparsi di rugiada. Mi ha colpito la forza e l’intensità con cui l’autore da vita ad un personaggio che emerge per sincerità e autenticità, una sincerità quasi dolorosa, un’autenticità quasi insopportabile.
Werner, trent’anni dopodomani, dopo una fuga durata sette anni, ritorna a Vienna sua città natale, cornice della sua infanzia, città–talismano profondamente impressa nella sua anima, nel suo sangue, luogo cardine che racchiude tutti i suoi affetti più sinceri, il senso stesso della sua vita. Il motivo della sua fuga giace sgualcito nei ricordi non privi di riflessi ambivalenti con un’unica  consapevolezza che gli risuona dentro: “Questa non è più la tua terra – e di questo ne è convinto a tal punto da essere addirittura consapevole. L’ha abbandonata, l’ha lasciata impietosamente, senza salutarla, e questo perché a ventitré anni aveva la strafottenza degli dei. Aveva marchiato a fuoco questa città come causa della sua piccolezza. Vedeva al polso e alle caviglie dei suoi coetanei viennesi le catene dell’omologazione, della mediocrità, colpa di un attaccamento alle origini e alla quotidianità a lungo termine che non condivideva. Lui non sarebbe finito come gli altri ecco quello che pensava.”
Sull’aereo che lo riporta a casa, mentre scrive l’ultimo dei suoi diari, l’incontro con un musicista jazz di Belfast quasi diventa metafora di tutto il libro. Vienna è una città che sa ascoltare, per cui sarà in grado di ascoltare anche la sua storia, di dare un senso alla sua voce. Werner sente che un male interiore lo divora, un male spirituale, una vera e propria malattia che non gli da scampo, che assottiglia il tempo, divora gli attimi e rende urgente l’esigenza di dire addio, salutare con un abbraccio, con una stretta, con un sorriso i suoi miglioramici Astrid, Florjan e Reinhold e sua madre che incontrerà senza essere visto, anche se i loro occhi si sfiorano per un fragile secondo, in un centro commerciale dove lei ormai invecchiata lavora in un negozio di giocattoli. Emozionante.

:: Recensione di Cose da salvare prima di innamorarsi di Daniela Grandi (Newton Compton, 2012) a cura di Viviana Filippini

11 giugno 2012

Arriva l’estate… forse, visto che il tempo fa le bizze e quello che gli pare! Ma quando arriva il bel tempo si è spesso a caccia di un libro spassoso e divertente da leggere mentre si è in vacanza o semplicemente sdraiati nel giardino di casa a prendere il sole, ed ecco sbucar fuori Cose da salvare prima di innamorarsi di Daniela Grandi, giornalista di La7. Il romanzo edito dalla Newton e Compton incuriosisce a partire dalla suddivisione dei capitoli che ad un attenta osservazione si scopre essere costituita da una serie di titoli di film (eccone alcuni: Miss detective, Radio Days, Proposta indecente, Charlie’s Angels, Ragazze vincenti, Chiamami Aquila). Gustosa – non solo perché ci sono di mezzo i prosciutti – e intrigante è la vicenda. Cosa potrebbe accadere in una piccola comunità – Parma e provincia-  se uno dei suoi maggiori imprenditori nella produzione di salumi – Elio Fiaccadori- dovesse sparire nel nulla senza lasciare la minima traccia di sè?  Detto fatto. La provincia parmense si anima cominciando a diffondere domande e ipotesi di vario tipo: rapimento? Omicidio? Suicidio? Fuga volontaria? Amanda, giornalista di una piccola tv locale, è già pronta a scendere in campo per indagare sul caso, peccato che le sue aspettative subiscono subito un battuta d’arresto, perché dalla televisione la giovane protagonista viene mandata a rinforzare lo staff di Radio Cuore occupandosi di servizi su sport estremi, facendo l’inviata a San Remo e sopportando le solite colleghe scosciate che avanzano di carriera non tanto per le loro capacità lavorative, ma solo per le incontenibili forme da pin-up. Amanda non si fa pestare troppo i piedi e con le inseparabili amiche di sempre – le Ghise – comincia una nostrana indagine sulla scomparsa del Fiaccadori, per scoprire che fine abbia fatto il re dei prosciutti.  Tra una puntata in palestra, un cornetto alla cioccolata, una tappa nella trattoria locale, affiancata ad inseguimenti rocamboleschi, Amanda e le compagne riusciranno a sbrogliare la complicata matassa riguardante l’oscuro caso del magnate degli insaccati. Giusto perché il lavoro non è abbastanza complicato, anche la sfera sentimentale della spumeggiante prima attrice subirà un terremoto emotivo. Amanda è cotta d’amore – almeno crede – del suo Mathieu, un aitante docente universitario serio e dal carattere monolitico che lavora a Parigi. La coppia si adora, ma la distanza mette a dura prova la loro relazione. In realtà, più che la lontananza e il fatto che Mathieu non condivida le scorribande della fidanzata con le Ghise, il tutto si complica quando la protagonista incontra Nicola (il suo nuovo capo): un adulto sbarazzino ammaliante come un divo hollywoodiano.  Se fosse solo la bellezza da star di lui a creare subbuglio nel cuore della giornalista non ci sarebbero problemi. La circostanza diventa più intricata nel momento in cui il bel Nicola comincia a farle la corte senza porsi limiti, e  all’improvviso Amanda  si accorge di avere una scia chilometrica di spasimanti ai suoi piedi. Che fare? Chi scegliere?  Ma soprattutto chi è il vero amore da seguire? Tutte domande che punzecchiano con vivacità l’animo della protagonista. Con Cose da salvare prima di innamorarsi Daniela Grandi ha dato il via alla seconda effervescente avventura che ha per attrici narrative Amanda e le Ghise (la prima sempre edita da Newton è Il club dei pettegolezzi) impegnate a districarsi tra le schermaglie d’amore e il lavoro. Il romanzo è ben scritto e le pagine sono come le ciliegie: una tira l’altra. Non c’è che dire, la trama è avvincente da subito. In essa la quotidianità di un piccolo paese di provincia conquista la ribalta dei media grazie all’agire dei suoi abitanti. Curiosità, pettegolezzo, intrecci amorosi, intrighi economici, un pizzico di suspense e azioni da commedia fanno del romanzo della Grandi un libro nel quale è facile ritrovare molti comportamenti umani tipici della nostra provincia italiana, dove il vivere di Amanda e di chi si trova con lei porta noi lettori – forse è meglio lettrici in questo caso –  a ridere,  a divertirci e a chiederci se c’è qualcosa da salvare prima di innamorarsi.

Daniela Grandi è nata a Parma nel 1969, ma vive da tempo a Roma dove lavora come giornalista a La7. Nel 2009 ha pubblicato con la Newton Compton il romanzo Il club dei pettegolezzi.

:: Recensione di I libri ti cambiano la vita di Romano Montroni (Longanesi, 2012) a cura di Viviana Filippini

10 giugno 2012

Se mi chiedessero a bruciapelo quale libro mi ha cambiato la vita, così su due piedi, non saprei proprio cosa rispondere.  Il mondo dei libri è ricchissimo, se poi si comincia a leggere tardi come ho fatto io – accidenti a me che pensavo ai cartoni animati solo e a giocare!- sceglierne uno in particolare di libro diventa un ardua impresa. Pensandoci però qualche istante la risposta si fa chiara, ed ecco affacciarsi nella mente il romanzo che forse non mi avrà cambiato la vita, ma ha scatenato la passione, un po’ tardiva (ho letto il mio primo libro intero – Due di due di Andrea de Carlo –  a 15 anni) per la lettura e soprattutto mi ha aiutata a capire che i libri possono diventare  il cibo per la mente. Questa riflessione l’ho fatta appena ho visto tra gli scaffali della mia abituale libreria il libro curato da Romano Montroni, I libri ti cambiano la vita, pubblicato da Longanesi. Non è un romanzo, non sono racconti e non è nemmeno un saggio letterario, ma è una raccolta di 100 testimonianze di personaggi del mondo culturale italiano, che ci dicono quale è stato il libro più importante della loro esistenza. Scrittori, giornalisti, attori, cantanti (Lucio Dalla apre la serie di opinioni con la curiosa e intensa riflessione su Io e Dio di Mancuso) e presentatori televisivi. Tra le pagine si trovano i grandi classici della letteratura mondiale – da Omero, a Dante, passando per Cervantes, Manzoni, Dostoevskij, Tolstoj, Proust, e Kafka -, ma poi compaiono libri meno famosi,  scritti da autori semisconosciuti come Il dissenso di Dominick di Kops una romanzo di formazione  psichedelico che ha affascinato Vanna Vinci, o Il demone meschino di Sologub, tanto influente per Daria Bignardi e par la protagonista del suo romanzo Karma pesante. Ogni testimone si è messo in gioco andando a recuperarne nei vari cassetti della memoria la storia narrata e letta che ha maggiormente influito sulla propria vita, creando in questo modo una raccolta di libri che fornisce al lettore testimonianze emotive, personali e libri da leggere. Inoltre, I libri ti cambiano la vita, è stato concepito per un finalità nobile: contribuirà alla ricostruzione della Biblioteca di Aulla. Dal mio è punto di vista il volume curato da Montroni può essere letto in due modalità: tutto d’un fiato,  oppure preso a piccole dosi giornaliere, per riscoprire nel tempo il perché Serena Dandini ha apprezzato Ritratto di Signora di Henry James, perché Pennacchi ha letto molte volte L’isola misteriosa di Verne, o ancora quanto è stato influente per Silvia Avallone A sangue freddo di Truman Capote. Ma allora i libri la cambiano sì o no la vita? In certi casi sì, in altre situazioni magari non la trasformano, ma aiutano i chi legge a migliorare se stesso e il proprio modo di vivere. Certo i libri non parlano e non respirano, ma ogni volta che ne prendiamo uno tra le mani e decidiamo di leggerlo, non so se ve ne siete mai resi conto cari amici lettori, noi entriamo dentro le pagine della storia narrata.  L’atto della lettura rappresenta l’inizio di una relazione a due e di un dialogo nel quel una parte – il libro –  dona il suo essere e sapere e l’altra – il lettore – riceve. Il tutto in una migrazione di conoscenze ed esperienze che alla fine lasciano sempre un segno nel nostro animo umano e di lettori. I libri  ti cambiano la vita è una raccolta di opinioni letterarie, ma allo stesso tempo è un bell’esempio di metalibro, perché è un libro che parla di libri, dove ogni testimonianza riportata, non solo ci fa capire quanto un romanzo, un testo filosofico o una raccolta poetica abbiano inciso nell’animo di chi ha contribuito alla raccolta curata da Montroni, allo stesso tempo questo testo ci suggerisce – scusatemi la ripetitività – altri libri da leggere e riscoprire. I libri ti cambiano la vita è interessante, perché ci aiuta a capire quanto è importante l’azione della lettura, in quanto leggendo si impara a conoscere quello che è fuori dal nostro abituale contesto socio-culturale del vivere quotidiano. Inoltre, il libro di Montroni ci fa comprendere che i libri non devono solo essere letti e riposti sullo scaffale. E’ sì importante leggere, ma anche parlare ad altre persone dei libri letti, cercando di far conoscere le opere di un autore, di incuriosire chi incontriamo sulla nostra strada creando – e lo spero di cuore – nuovi lettori. In questo modo si intreccia una dialogo nel quale assieme allo scambio di pareri, sarà possibile stimolare la passione per la lettura in qualcun altro, altrimenti perché sarei qui a suggerirvi di leggere I libri ti cambiano la vita?

Romano Montroni (Bologna, 1939) è diventato libraio, giovanissimo, per caso. Dopo una prima esperienza nel mondo della distribuzione, dal 1962 ha sempre lavorato nelle Librerie Feltrinelli, delle quali è stato direttore fino al 2000. Professore a contratto nel master in Editoria cartacea e multimediale di Umberto Eco presso l’Università di Bologna, dal 2001 è docente della Scuola per Librai Umberto ed Elisabetta Mauri nei seminari di perfezionamento e nei corsi monografici. Da luglio 2005 collabora con le Coop per la realizzazione della catena librerie.coop in alcuni centri cittadini e commerciali. Nel 2006 ha pubblicato Vendere l’anima. Il mestiere del libraio (Laterza), che è stato tradotto in spagnolo (Vender el alma. El oficio de librero, Libros sobre libros), e nel 2007 ha tenuto seminari di perfezionamento a Città del Messico (Seminario Internacional para Editores y Libreros) e a Buenos Aires (32ª Exposición Feria Internacional de Buenos Aires). Le sue grandi passioni, naturalmente dopo le librerie, sono la musica classica e la bicicletta. Negli ultimi quarantacinque anni, grazie al suo lavoro ha conosciuto romanzieri e poeti, editori, librai e magazzinieri, studenti e professori, cantanti e musicisti, politici e scienziati, professori e intellettuali, giornalisti e critici, comici e attori. Ha selezionato e formato oltre seicento librai e inaugurato una cinquantina di librerie.

:: Recensione di L’uomo nero di Luca Poldelmengo (Piemme, 2012)

10 giugno 2012

Nessuno doveva avvicinarsi alla sua nuova vita. Nessuno doveva metterla in pericolo.
Aveva piantato cartelli tutt’intorno: sciò, via, girare al largo, proprietà privata.
L’albanese non aveva voluto leggerli. Peggio per lui.
Si sentiva forte. Si sentiva giusto. Si sentiva vero.
Pollice verso l’alto, indice e medio disteso, anulare e mignolo ripiegati sul palmo: la mano destra si era trasformata in automatica. La teneva parallela a terra, come i gangster dei film americani.
L’uomo nero gongolava nel bagno di casa sua.

Luca Poldelmengo, promettente sceneggiatore romano classe 73, autore del soggetto e co-sceneggiatore di Cemento armato diretto da Marco Martani, dopo il suo esordio nella narrativa con il convincente noir Odia il prossimo tuo edito da Kowalski nel 2009 vincitore del premio Azzeccagarbugli come migliore opera prima, torna al noir con L’uomo nero, edito da Piemme nella collana Piemme Linea rossa e lo fa confermando un talento decisamente confortante in un panorama letterario in cui definiscono come noir quasi qualsiasi cosa.
Poldelmengo è bravo a intessere trame che vedono più personaggi alternarsi sulla scena e non uso il termine scena a caso. La sua visione d’insieme è corale, da il meglio di sé quando alterna più voci. Altra caratteristica che penso derivi dalla sua formazione è la costruzione dei personaggi visivamente, come se ogni scena fosse costituita da tanti fotogrammi che si susseguono su uno sfondo nero, anzi nerissimo, privo di rassicuranti appigli o consolanti giustificazioni. Il male è il nucleo centrale del suo lavoro dal quale emana il guasto sentore di violenza e sopraffazione che circonda i personaggi tutti in diversa misura colpevoli e avvelenati. Tuttavia i suoi personaggi non sono irritanti o sgradevoli anzi una certa empatia li avvicina ai lettori che pur vedendoli come sono con difetti e debolezze quasi si affeziona, quasi soffre per le loro sconfitte o i loro crimini. Non c’è riscatto, non c’è espiazione, non per tutti almeno.
Tre personaggi sono al centro di L’uomo nero:  Gabriele, Filippo e Marco. Tre uomini in varia misura sconfitti dalla parte “nera” che portano dentro. Gabriele è il classico uomo che si è fatto da sé, dalla scuola alberghiera a capitano d’industria tutto grazie alla sua relazione con Ginevra, ricca possidente romana e al suo modo disinvolto di scambiare favori e passare mazzette. Prossimo passo il matrimonio, poi il rischio di perdere tutto lo trasforma in mandante di un omicidio. Filippo, il personaggio che tra i tre mi ha più incuriosito, è il più tormentato, avrebbe tutto per essere felice, una moglie, una figlia deliziosa, un lavoro come autista di Gabriele, e invece perde tutto, ed è costretto a dare il peggio di sé proprio per amore, proprio per assicurare un futuro alla sua famiglia fino a trasformarsi in assassino. Poi c’è Marco, un poliziotto contro la sua volontà, oppresso da un padre accentratore e dispotico, un debole infondo, uno sconfitto che solo l’omicidio di sua sorella, l’unica persona che ama e che rispetta, lo porterà a fare i conti con se stesso, a cercare vendetta, a far emergere un uomo nuovo.
Sullo sfondo Roma, il traffico caotico, i campi rom, gli alberghi di lusso. Capitoli brevissimi, fulminanti, alternarsi di voci, brusio confuso, silenzio.

:: Intervista con Biagio Proietti e Diana Crispo a cura di Stefano Di Marino

9 giugno 2012

SDM. Cominciamo con una domanda ‘ delicata’. La TV di Oggi e quella degli anni ‘70. È  mio parere (e non solo) che la fiction attuale sia piuttosto povera di contenuti ed emozioni. Ma è vero? Qual è la tua opinione in merito?

BP.Sono un critico partigiano, quello che vedo lo trovo molto brutto. Quali i difetti principali? Un buonismo eccessivo, una incapacità a descrivere personaggi(anche per colpa di pessime regie e pessimi attori), una superficialità anche nell’affrontare temi scottanti e importanti. Diciamo che mi pare una marmellata, dove si mette troppo zucchero a posto della frutta necessaria. Sicuramente posso essere accusato di partigianeria ma non credo che abbiano ragione. Si parla molto di ritmo ma spesso c’è solo il vuoto, di corsa.

SDM .Come si lavorava in TV negli anni 70?

BP. In modo estremamente individuale, gli autori scrivevano un progetto o un soggetto e lo portavano ai responsabili degli sceneggiati o originali televisivi. Se piaceva ti facevano il contratto di commissione, a volte affiancavano alcuno di loro fiducia per la sceneggiatura, a me non è successo mai, anzi in alcuni casi sono stato chiamato per revisione o addirittura per riscrivere, diventavo io l’autore di fiducia, ma non per appartenere a un gruppo o a un colore partitico( di tutto posso essere accusato, mai di essere democristiano). Una volta finita la sceneggiatura cominciavano le riunioni per la definitiva approvazione. A quel punto, sceglievano il regista ì, se non faceva parte anche lui del progetto dall’inizio, come capitava per i grandi , D’Anza, Bolchi, Maiano. Il regista parlava con gli sceneggiatori, chiedeva qualche piccola modifica, poi cominciavano le riprese. Ricordiamoci che subito dopo il titolo del programma appariva il nome dell’autore o degli autori, a caratteri cubitali, adesso per trovare gli autori ci vogliono lenti d’ingrandimento e individuarlo in un plotone di nomi.

SDM. Scrivere un soggetto originale e adattare un testo già esistente(sto pensando ai lavori di Durbridge di cui mi hai parlato). Differenze e difficoltà…

BP Durbridge è un fenomeno particolare che andrebbe studiato non tanto per il suo valore ma per come è stato presentato in Italia. Durbridge scriveva per la BBC storie che si sviluppavano in cinque ,sei puntate di 25 minuti. La RAI acquistava i copioni tradotti dalla Cancogni ma chiedeva di portare le puntare a 60 minuti perché li mandava in prima serata . questo successe per La Sciarpa -Paura per Janet – Giocando a golf una Mattina- Melissa, questi ultimi due adattati e diretti dal grande Daniele D’Anza. Poi D’Anza non li fece più quindi la RAI chiese a uno scrittore di fare questa sceneggiatura che per motivi contrattuali loro continuavano a chiamare adattamenti, ma per portare storie alla durata doppia non era sufficiente allungare i diavoli, si entrava nella struttura, si modificavano personaggi, si inventavano di nuovi, . soprattutto si proponevano nuove situazioni, trenta minuti a puntata di giallo non sono uno scherzo-Io ne ho fatti 3 ( fui scelto perché venivo dal successo di Coralba) :Un Certo Harry Brent – Come Un Uragano – Lungo Il Fiume E Sull’acqua sono stati grandi successi, anche perché partendo da una macchina costruita bene io potevo permettermi di fare cambi sostanziali, per il terzo feci cose folli, un bambino di pochi anni divenne un ragazzo, l’assassino rimase lo stesso ma il complice no, insomma era più  che Durbridge.  Dopo non volli farne più , mi ero conquistato sul campo il diritto di scrivere il primo giallo italiano, perché ambientato in Italia e con tematiche importanti della nostra società: Dov’e’ Anna? scritto in coppia con  Diana Crispo mia moglie, con quale avevo scritto già cose importanti per la radio-Biagio e una raccolta delle sue opere principali

SDM. Quali sono i tuoi lavori televisivi ai quali sei più affezionato?

BP A parte l’ovvia risposta tutti, direi che sono tre: Dov’e’ Anna? – Storia Senza Parole , che segnò il mio esordio nella regia, Sound, perché è uno dei più belli ma   purtroppo quello che ebbe minore successo, forse perché era non un giallo ma una storia di fantascienza. Però mi sono già pentito della risposta, perché amo molto Miriam che Diana Crispo e  io sceneggiammo da un racconto di Truman Capote, La Casa della Follia da un racconto di Richard Matheson con un grande attore come Luigi Pistilli e la splendida Olga Karlatos, La Mezzatinta ambientato nella Napoli di oggi ma tratto da un racconto gotico di Montague James. Guarda caso sono tutti filmtv anche diretti da me e presentati nella serie Il Fascino dell’insolito che curavo io per la rete 2.

Diana Crispo – Mi aggiungo alla risposta, perché vorrei suggerire una serie di originali televisivi che scrivemmo per RAIUNO dal titolo IL Filo E Il Labirinto  che trattava temi di mistero al limite del paranormale. Il più bello per me era quello diretto da Biagio L’armadio che nasceva da una mia idea: una donna trovava la felicità  richiudendosi in un armadio  che nella sua mente diventava una grande stanza bianca che lei riempiva di tutti gli oggetti amati, una sorta di culla nella quale ritrovare se stessa. Una bella storia molto ben diretta.

SDM. Recentemente ho visto  ‘ L’ultimo aereo per Venezia’ che è una ‘cronaca raccontata’… piuttosto differente da altri tuoi lavori. Secondo quali criteri hai lavorato adattando il caso Ghiani-Fenaroli alle esigenze di una fiction televisiva?

BP Anch’io l’ho rivisto recentemente e mi sono baciato da solo , non tanto per la trama ma per il linguaggio scelto,  totalmente innovativo. Io ho sempre adorato Daniele D’Anza, quindi non diminuisco la grandezza della sua figura se dico che l’idea del linguaggio fu mia, lui ebbe la grande intelligenza di capirla e di seguirmi . L’idea era quella di scrivere una storia usando il linguaggio televisivo nuovo, quello delle inchieste giornalistiche e dei telegiornali, per fare questo non sentivamo le domande di un commissario che non parlava mai, sentivamo solo le risposte dei personaggi che rispondevano direttamente alla telecamera. Una roba nuova e rivoluzionaria che purtroppo non ebbe seguito, ma dette allo sceneggiato un ritmo pazzesco. Tutto questo per raccontare una storia complessa come quella dove si ricostruiva, con nostre interpretazioni il famoso caso Fenaroli -Ghiani. Quello che mi dispiace è che nessuno ha seguito poi questo stile, che davvero è ricco di ritmo, da non confondere con la frenesia fine a se stesso.

SDM: Molti degli interpreti dei tuoi lavori erano attori con esperienze teatrali. Scrivere per la televisione comporta delle differenze sia con la sceneggiatura teatrale che cinematografica… vuoi parlarcene?

BP La differenza di scrittura fra cinema teatro e televisione – poi parleremo della letteratura- non dipende dagli attori ma dal mezzo di comunicazione. Comune a tutti è l’intento di raccontare una storia e cercare di agganciare il pubblico – a Roma diciamo acchiappare – diversi sono gli strumenti  che ha a disposizione l’autore. Se un attore è bravo sa benissimo adattare il suo stile di recitazione al mezzo, non parlerà in televisione come fa in teatro , altrimenti vuol dire che è un mediocre attore e il regista è peggiore di lui. Comunque devo dire che gli attori negli sceneggiati degli anni settanta erano veramente bravi , almeno quasi tutti . Pensate a Alberto Lupo , che allora riceveva anche critiche , ma a rivederlo si capisce quanto era bravo e quale fascino aveva, bucava il video. Nel rivederlo direi che è l’attore più moderno che abbiamo avuto. Forse perché gli volevo bene.

SDM: Adesso avete scritto CHIUNQUE IO SIA tratto da LA MIA VITA CON DANIELA del 1976. Come mai?

DIANA CRISPO – Rispondo io . Abbiamo deciso di farne un romanzo perché quando  abbiamo rivisto lo sceneggiato dopo tanti anni lo abbiamo trovato ancora interessante e ci sembrava che la storia, non solo fosse di estrema attualità , ma potesse avere uno sviluppo sulla carta diverso e molto stimolante.

BP  Speriamo di esserci riusciti, noi abbiamo avuto l’impressione che nello sceneggiato, non per colpa del regista ma nostra, alcuni temi fossero rimasti in aria, senza arrivare ad una piena espressione. Con il romanzo abbiamo puntato a questo e crediamo di esserci riusciti , almeno a leggere la recensione di tale Di marino che ha coniato una definizione che gli ruberò: giallo dell’anima.

DIANA CRISPO – Una donna, abitata da due donne , come dice lei, deve assolutamente capire chi è stata e soprattutto chi è. Non solo quale delle due , forse è diventata una terza persona? Questa è diventata la domanda fondamentale del romanzo alla quale abbiamo provato  a rispondere. Sembra che ci siamo riusciti, certo che noi amiamo molto questo romanzo.

SDM  Quale differenza esiste fra la sceneggiatura e il  romanzo?

DIANA CRISPO . La  storia è la stessa, ma scrivere una sceneggiatura significa che a leggerla saranno solo gli addetti al lavoro, regista, attori, tecnici. Un libro invece è quello che arriva direttamente al pubblico ,  il lettore deve essere coinvolto non solo per la storia ma per lo stile della scrittura, per il linguaggio .

BP ovviamente il linguaggio del romanzo diventa la parte più importante, la scrittura è fondamentale per la riuscita di un romanzo.

SDM Come fate quando lo scrivete in due?

BP- in due si costruisce la storia , si fa lo scalettone importante per qualunque forma di racconto, poi uno dei due si prende il compito di stendere la versione finale.

DIANA CRISPO dopo l’altro legge e corregge, in due è così che si lavora. In realtà è facile che nel cinema e nella televisione si lavori in coppia o in gruppo, nella narrativa è praticata di meno la collaborazione in due, perché ognuno vorrebbe essere quello che scrive  la parte finale. Noi ci riusciamo senza prenderci a coltellate.

SDM. Biagio , hai qualche aneddoto o ricordo particolare che ti piacerebbe rievocare?

BP Nella postfazione del romanzo ho raccontato alcune cose importanti come l’incontro con Spagnol, o con Sergio Leone che voleva produrre un mio film perché gli era piaciuto molto Storia Senza Parole. Io nel 2012 ho fatto 50 anni di carriera, avendo cominciato quando avevo venti anni. La coppia Crispo-Proietti ha debuttato in radio nel 1972 , anche qui siamo a 40 anni di lavoro insieme, di cose e di aneddoti ce ne sono capitati tanti. Abbiamo girato il mondo, abbiamo conosciuto tante persone importanti, attori scrittori registi di quasi tutti loro abbiamo ricordi vivi, come se fossero successi ieri. Scegliere quale raccontare sarebbe difficile e ingiusto.

SDM. Biagio Proietti narratore. Parliamone un po’

BP La risposta l’abbiamo dato prima quando parlavamo delle differenze di linguaggio, la scrittura è un fatto individuale, così ho cominciato a inventare storie per la narrativa che sentivo il bisogno di portare avanti da solo. Però confesso che non rinunciavo all’aiuto che poteva darmi Diana.

DIANA CRISPO- Anche nei suoi romanzi firmati da solo, mi usava come se fossi un editor, parlandomi dei dubbi, facendomi leggere che cosa aveva scritto, chiedendomi pareri. Io sono sempre stata contenta di questa funzione, quando lui ha cominciato a lavorare con me era già famoso, poteva scegliere un altro partner o lavorare da solo.  Gli piacevano le mie storie, mi aiutava a farle nascere , a farle diventare fiction, radio  cinema libro. Ricordiamo che anche da Dov’e’ Anna? scrivemmo un romanzo edito da Rizzoli.

SDM. Progetti in corso?

BP- ho già scritto due romanzi , Il Drago e la Rosa – Io che ho visto i delfini rosa con protagonista Daniela Brondi , la stessa di Una Vita Sprecata – Io sono la prova. Dovrebbero uscire quest’anno. Poi sto lavorando su altri due romanzi, la televisione ormai non la inseguiamo più e loro non hanno bisogno di noi, così almeno dicono. I dirigenti che lavoravano con noi sono in pensione, gli altri ti guardano come se fossimo dei dinosauri sopravvissuti .  a noi sta bene così , è difficile spiegare a chi ignora, che cosa significa scrivere per la televisione-

SDM Un ringraziamento particolare da parte mia per la disponibilità e la simpatia che mi hai sempre dimostrato. Sia tu che la tua partner DIANA CRISPO .

:. Recensione di Le righe nere della vendetta di Tiziana Silvestrin (Scrittura&Scritture, 2011)

8 giugno 2012

Era una delle tante grida con le quali i signori informavano i sudditi delle loro volontà, che venivano, appunto, gridate affinché tutti le conoscessero. Portava la firma di Francesco I e in alto era miniato lo stemma più antico dei Gonzaga, a righe oro e nere.
Righe nere!, riflettè Biagio, come quelle che il Vannocci ha disegnato sulla pianta.
Ricordò il corpo del pittore che giaceva sul pavimento coperto da macchie di colore, accanto il vasetto nero rovesciato e il pigmento sulle dita. Con i polpastrelli aveva, evidentemente, tracciato cinque linee dritte sul foglio, un ultimo messaggio prima di morire.

Mantova, luglio 1585. Il giovane e ambizioso prefetto delle fabbriche Oreste Vannocci viene rinvenuto cadavere nel suo studio ucciso da una camicia intrisa di veleno. Incaricato delle indagini Biagio dell’Orso è attirato da alcune linee scure presenti sulla pianta di una chiesa trovata ai piedi del Vannocci come ultimo messaggio per indicare il colpevole, pianta che misteriosamente appare raffigurata in uno dei quadri della collezione Gonzaga, il ritratto dell’architetto Giulio Romano dipinto dal Tiziano. Un’altra minaccia si aggira per le afose vie di Mantova: la Santa Inquisizione. Un’amica di Biagio, la bella Lucilla sembra infatti la vittima designata dalle manovre dell’inquisitore Giulio Doffi deciso a dar credito alla denuncia che la vede accusata di stregoneria.
Inizia così un‘ indagine pericolosa e complicata che parte dallo scenario di una fastosa Mantova cinquecentesca per toccare Venezia e Firenze e porterà il protagonista a scoprire un oscuro segreto che avrebbe potuto scatenare una guerra nascosto abilmente da anni, in cui sembrano coinvolti il papa e l’imperatore, oltre che esponenti della famiglia De Medici e Gonzaga. Biagio dell’Orso spiato, minacciato, rischiando la vita riuscirà grazie al suo intuito riuscirà a districare l’intricata matassa anche se la scoperta del colpevole avrà l’acre sapore della beffa.
Tiziana Silvestrin, dopo aver esordito con il giallo storico I leoni d’Europa, torna a narrare le indagini del Capitano di Giustizia Biagio dell’Orso, personaggio realmente esistito, nel secondo volume della serie, sempre edito da Scrittura & Scritture, Le righe nere della vendetta e lo fa con la solita cura per l’ambientazione storica, attenta e fedele anche nei particolari più marginali, e nello stesso tempo arricchita da una vivace caratterizzazione dei personaggi, sia reali che di fantasia, che assieme alla trama coinvolgente, costituiscono i punti di forza del romanzo.
La trama comunque è piuttosto complessa, un omicidio avvenuto nel 1585 tra le sue origini in un omicidio avvenuto anni prima, abilmente occultato dai potenti, la cui soluzione nascosta però è racchiusa in un quadro che ritrae Giulio Romano pittore allievo di Raffaello, ma lo stile piano e lineare che l’autrice adotta, pur se in alcuni passaggi può apparire didascalico e troppo elementare, ha tuttavia il pregio di donare una certa scorrevolezza ed eleganza al testo davvero piacevole. Diversi piani temporali si alternano per confluire in un finale dove tutti i tasselli del puzzle, abilmente disseminati durante tutta la narrazione, trovano la giusta collocazione e danno un felice compimento alla storia chiarendo ogni dubbio e facendo finalmente luce su moventi, occasioni e responsabilità.
Per gli amanti del giallo storico una piacevole riconferma di un talento tranquillo e pacato, che con la sua  lievità riesce ad dar vita ad una affresco rinascimentale vivido e vitale. Molto del fascino di questo libro è dovuto al protagonista Biagio dell’Orso, intelligente e perspicace pubblico ufficiale della corte dei Gonzaga, dal carattere sanguigno e impulsivo, ma coraggioso, leale e deciso a far trionfare verità e giustizia anche a costo di mettersi contro ai poteri forti rischiando in prima persona consapevole purtroppo che certe volte i compromessi sono inevitabili quando ci si trova costretti a scegliere tra punire un colpevole e salvare un innocente.

:: Recensione di L’archeologo di Martì Gironell (Newton Compton, 2012) a cura di Viviana Filippini

7 giugno 2012

Non prendetemi per pazza, ma se decidete di leggere il nuovo romanzo di Martì Gironell, L’archeologo edito dalla Newton Compton, cominciate dalla “Nota dell’autore” a pagina 379. Perché? Per il semplice fatto che le informazioni scritte in questa postilla di chiusura vi torneranno molto utili nella comprensione di un bel romanzo nel quale si mescolano il genere dell’avventura e dello storico, con riferimenti a fatti e persone veramente vissute tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo. Poi, cominciate pure a leggere L’archeologo dall’inizio e vi garantisco che riuscirete a comprendere meglio chi tra i personaggi della narrazione incarna l’archeologo e cosa o chi appartiene alla realtà storica e all’invenzione letteraria. Detto questo, nel libro di Gironell ci si imbatte in una sorta di antenato in abito talare di Indiana Jones, perché Bonaventura Ubach è un sacerdote catalano, attento filologo e biblista con una particolare attrazione per i viaggi in Medio Oriente. Il romanzo è ambientato nel 1910, quando padre Bonaventura lascerà l’abbazia di Monteserrat per iniziare un lungo cammino in Terra Santa. L’esplorazione ha un fine preciso, in quanto servirà al protagonista a recuperare antichi reperti da portare nel suo convento e dare vita ad un vero e proprio museo biblico, che attraverso di essi racconterà ai fedeli la storia delle terre dove ha preso vita la Bibbia. In realtà la perlustrazione negli spazi orientali sarà per Ubach un vero e proprio pellegrinaggio di piacere alla scoperta di quei posti che lui ha conosciuto fin da ragazzino studiando in  modo approfondito le pagine delle Sacre Scritture. Il monaco non è solo, parte in compagnia di padre Joseph Vandervorst e di padre Daniel Bakos, suoi compagni di fede, con i quali vivrà un avventuroso viaggio simile ad un vera e propria odissea piena di imprevisti, pericoli e peripezie sperimentate sulla propria pelle, passando dalle terre del Sinai, al Mar Rosso, facendo tappa a Petra e tra le rovine dell’antica Babilonia, sempre alla ricerca dei segni lasciati da Mosè e del suo popolo. Tra i resti di una mummia e antichi  manoscritti,  padre Ubach si imbatterà in tre misteriose tuniche, belle e preziose a tal punto da essere l’oggetto del desiderio dell’organizzazione dei Guardiani – una setta segreta che è pronta a tutto per impedire la fuoriuscita dalle terre d’Oriente delle tre vesti –, di profanatori di tombe e di sceicchi crudeli. Nemici, ostacoli, inseguimenti mozzafiato tra le dune del deserto rischieranno di mettere in crisi il progetto di padre Ubach, ma nonostante tutto il caos presente il religioso rimarrà sempre animato da una forte tenacia e dalla voglia di portare a termine la propria missione. Il romanzo di Martì Gironell è una perfetta mescolanza di suspense e azione e l’intreccio tra la realtà e la fantasia direi che è proprio impeccabile. Questi elementi uniti tra loro fanno del L’archeologo un’avventurosa biografia romanzata di padre Bonaventura Ubach, nato a Barcellona nel 1874, entrato in convento a Montserrat nel 1902 ed esploratore del Medio Oriente tra il 1910 e 1912, con una serie di spedizioni in Terra Santa, Egitto, Palestina e Cipro raccolte in un libro pubblicato nel 1913. Accanto a Ubach ci sono altri personaggi storici realmente vissuti, come i suoi due accompagnatori Daniel Bakos e il belga Vandervorst, per il quale l’autore costruisce appositamente la vicenda personale del viaggio alla comprensione di se stesso, dando così al romanzo maggior spessore psicologico ed emotivo. Mentre si girano le pagine dell’intreccio narrativo ci si imbatte in altri personaggi, più o meno noti, veramente vissuti ai tempi di padre Bonaventura e il loro presenziare nella trama non fa altro che solidificare il realismo del lavoro di Gironell. Tra di loro posso ricordarvi Sir Leonard Woolley, artefice degli scavi ad Ur, in Mesopotamia e considerato il primo archeologo della modernità, o il giovane disegnatore di fortezze militari noto ai protagonisti con il nome di Thomas Edward Lawrence,  un agente segreto, uno scrittor e allo stesso tempo un archeologo che diventerà noto a tutti come Laurence d’Arabia. L’archeologo non cambierà di sicuro il modo di raccontare la Bibbia, ma dal mio punto di vista è un romanzo gustoso, originale dove il vero e la fantasia convivono in perfetta simbiosi e la ricchezza di informazioni particolari non fanno altro che destare la curiosità in chi legge. “Pepite di curiosità” che non posso rivelare per non togliervi il piacere della lettura e della scoperta.