:: Recensione di Wienna di Christian Mascheroni (Las Vegas edizioni, 2012)

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“ E tu che ci vai a fare a Vienna?” gli domanda il trombettista mentre la voce della hostess ricorda di allacciare la cintura in fase di atterraggio. L’uomo soffia nell’aria, come se cercasse di dar vita a un oboe. Ogni movimento, ogni suo sguardo, lo riconduce alla musica.
Werner passa la mano sul finestrino.
“Sto tornando. Torno dalla mia Vienna. Me ne sono andato sette anni fa. Ho lasciato casa, famiglia, amici e… gli amici, ho lasciato soprattutto loro. O come li chiamo io, i miei miglioramici.”
“ E adesso hai deciso di restare? E cosa vuoi fare?” lo interrompe Borgun avvicinando la bocca al suo orecchio per farsi udire meglio. Il suo alito sa di biscotti e bourbon. Si strappa un pelo dalla barba crespa e lo guarda controluce.
“Voglio solo che non cambi nulla, anzi chiedo solo che non sia cambiato nulla” risponde Werner.

La memoria, l’amicizia, Vienna questi sono i temi principali al centro dell’ultimo romanzo di Christian Mascheroni, Wienna, edito dalla torinese Las Vegas edizioni. Una sorta di recherche piena di allucinazioni, fantasie, inganni e intrisa di ricordi d’infanzia e di adolescenza celebrati con un potente accenno evocativo che forse deformati appartengono all’autore o forse sono di esclusiva appartenenza della sua creatura letteraria Werner, un uomo di trent’anni, deciso a fare i conti con il passato, a dire addio alla sua città natale, a sua madre, ai suoi migliori amici, prima del salto definitivo verso un’altrove che ormai gli appartiene.
Wienna è un romanzo impegnativo, caratterizzato da una scrittura densa di significato, essenziale, colma di percezioni, che forse più di Proust mi ha ricordato il Kundera più intimistico e aspro di La vita è altrove e  nello stesso tempo mi ha messo addosso una grande malinconia, la stessa che ti mette osservare un paesaggio autunnale denso di nebbia, di foglie che cadono dai colori più sgargianti, di muschi cosparsi di rugiada. Mi ha colpito la forza e l’intensità con cui l’autore da vita ad un personaggio che emerge per sincerità e autenticità, una sincerità quasi dolorosa, un’autenticità quasi insopportabile.
Werner, trent’anni dopodomani, dopo una fuga durata sette anni, ritorna a Vienna sua città natale, cornice della sua infanzia, città–talismano profondamente impressa nella sua anima, nel suo sangue, luogo cardine che racchiude tutti i suoi affetti più sinceri, il senso stesso della sua vita. Il motivo della sua fuga giace sgualcito nei ricordi non privi di riflessi ambivalenti con un’unica  consapevolezza che gli risuona dentro: “Questa non è più la tua terra – e di questo ne è convinto a tal punto da essere addirittura consapevole. L’ha abbandonata, l’ha lasciata impietosamente, senza salutarla, e questo perché a ventitré anni aveva la strafottenza degli dei. Aveva marchiato a fuoco questa città come causa della sua piccolezza. Vedeva al polso e alle caviglie dei suoi coetanei viennesi le catene dell’omologazione, della mediocrità, colpa di un attaccamento alle origini e alla quotidianità a lungo termine che non condivideva. Lui non sarebbe finito come gli altri ecco quello che pensava.”
Sull’aereo che lo riporta a casa, mentre scrive l’ultimo dei suoi diari, l’incontro con un musicista jazz di Belfast quasi diventa metafora di tutto il libro. Vienna è una città che sa ascoltare, per cui sarà in grado di ascoltare anche la sua storia, di dare un senso alla sua voce. Werner sente che un male interiore lo divora, un male spirituale, una vera e propria malattia che non gli da scampo, che assottiglia il tempo, divora gli attimi e rende urgente l’esigenza di dire addio, salutare con un abbraccio, con una stretta, con un sorriso i suoi miglioramici Astrid, Florjan e Reinhold e sua madre che incontrerà senza essere visto, anche se i loro occhi si sfiorano per un fragile secondo, in un centro commerciale dove lei ormai invecchiata lavora in un negozio di giocattoli. Emozionante.

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