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:: Recensione di Non sarà mai inverno di Andrew Nicoll (Sonzogno, 2012) a cura di Viviana Filippini

2 ottobre 2012

Un po’ di leggenda, un po’ di fiaba, un giusto tocco di realismo – concedetemelo – magico ed ecco tra gli scaffali delle librerie un romanzo d’amore gustoso, frizzante e non melenso. A quale libro mi sto riferendo? A Non sarà mai inverno di Andrew Nicoll, giornalista scozzese al sue esordio narrativo con questo romanzo pubblicato in Italia dalla Sonzogno. La storia prende forma nel piccolo e sperduto centro urbano di Dot, sulle rive del mar Baltico, dove la vita sembra trascorrere ogni giorno monotona e sempre uguale a se stessa, ma l’imprevisto si nasconde dietro l’angolo. Ad accorgersi che tra il sindaco Tibo Krovic e la sua segretaria Agathe Stopak c’è qualcosa di particolare, che potrebbe essere un qualcosa di più di una semplice simpatia reciproca, non sono gli abitanti della cittadina, ma Walpurnia la santa barbuta protettrice della città. Sarà proprio questa figura che dall’alto controlla ogni anfratto di Dot a fomentare quel sentimento incontrollabile nei due protagonisti di Non sarà mai inverno, scatenando una scia di emozioni e di eventi che cambieranno per sempre la vita della comunità dottiana. Non sarà mai inverno di Nicoll è la storia di un amore nascente che lotta contro le complessità caratteriali dei protagonisti per potersi manifestare e concretizzare. Tibo e Agathe hanno due vite private un po’ dolorose e devo dire minate da un profonda solitudine che li induce a riflettere su quello che vorrebbero dalla vita ma che non riescono ad ottenere, un po’ per volontà dell’imprevedibile destino e un po’ per la loro imbranataggine nel vivere. Il sindaco è single e travolto in modo completo dal suo lavoro da pensare troppo agli altri e mai a se stesso. Agathe ha un marito, ma il dramma familiare che li ha travolti ha causato un completo collasso nella relazione sentimentale della coppia. Due piccoli mondi di sofferenza che si incontrano ogni giorno ed imparano a conoscersi fino a quando il tocco magico interverrà a sconvolgere le loro esistenze. Non a caso tra Tibo e Agathe scoppierà la passione amorosa fatta di incontri, cenette romantiche, lunghe passeggiate che danno vita ad un rapporto del tutto platonico, nel quale lui dimostrerà di essere sì innamorato, ma un po’ troppo impacciato a dimostrare apertamente ad Agathe quelli che sono i suoi sentimenti.  Il sindaco è un uomo timido- troppo direi- a compiere il passo decisivo con Agathe, che ad un certo punto si stancherà di aspettarlo gettandosi tra le braccia di un uomo che in realtà non la ama veramente. Non sarà mai inverno è un romanzo d’amore caratterizzato da un’ atmosfera tragicomica nella quale i sentimenti umani messi in gioco vengono vissuti con imbarazzo e forte impaccio da parte dei due protagonisti, creando una trama dove gioie e dolori della vita si mescolano. Nel romanzo primo di Nicoll i sentimenti messi in gioco sono profondamente umani, ma il tocco di magia che si insidia ovunque crea un atmosfera fantastica e fiabesca, nella quale la storia di amore tra due metà separate prende pian piano dimensione valicando ostacoli fisici e anche di forma. Giunti alla fine di Non sarà mai inverno ci si accorge che la storia non è solo una piacevole avventura d’amore, ma essa ha la tipica strutta della fiaba d’altri tempi che fa sorridere e risolleva un po’ il morale del lettore in tempi cupi per la nostra società. Interessante, ci terrei sottolinearlo, è che l’atmosfera fantastica non sminuisce il contenuto del romanzo di  Nicoll, anzi la magia convive perfettamente con la complessità reale dei sentimenti che agitano il cuore degli esseri umani protagonisti influenzandone le parole e le azioni, dimostrando che nonostante le difficoltà e gli ostacoli di ogni giorno è ancora possibile sperare e amare.

Andrew Nicoll è nato a Dundee, in Scozia, 49 anni fa. Da sempre vive tra i vicoli del villagio di pescatori dove la sua famiglia risiede da generazioni. Ha tre figli che frequentano le stesse scuole che ha frequentato lui da bambino e sostiene che Dundee è l’unico luogo dove vuole stare perché quando guarda il mare, seduto davanti alla porta di casa, sa esattamente qual è il suo posto nella mappa del mondo. E’ giornalista e ha pubblicato vari racconti. Non sarà mai inverno è il suo primo romanzo e ha vino il prestigioso premio Saltire per la miglior opera d’esordio.

:: Un’ intervista con Kristin Harmel

1 ottobre 2012

Ciao Kristin. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuta su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Kristin Harmel? Punti di forza e di debolezza.

Il piacere è mio! Sono l’autrice di sette romanzi, best seller internazionali, tra cui Finché le stelle saranno in cielo (che negli Stati Uniti si intitola The Sweetness of Forgetting). Vivo a Orlando, in Florida, a circa 20 minuti da Disney World. Sono estroversa, e mi piace viaggiare, cucinare, ridere con gli amici, provare nuovi cibi e vini, leggere, scrivere e guardare film. Punti di forza? Sinceramente amo le persone e voglio che tutti siano felici. Debolezza? Penso di essere a volte troppo desiderosa di piacere, e mi preoccupo troppo di rendere tutto perfetto.

Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

Sono nata alle porte di Boston, Massachusetts, dove ancora vivono mia nonna, le mie zie e mio zio. Mi sono trasferita con i miei genitori in Ohio quando avevo 2 anni, e poi in Florida, quando ne avevo 10 anni. Sono cresciuta a St. Petersburg, in Florida, e mi sono laureata presso la University of Florida a Gainesville (con una laurea in giornalismo e spagnolo) e poi, circa dieci anni fa, mi sono trasferita a Orlando, in Florida, dove ora vivo. Ho anche una sorella più giovane, Karen, e un fratello, Dave. Nel corso degli anni, ho vissuto per breve tempo a Los Angeles, New York e Parigi.

Quando hai saputo che volevi essere una scrittrice? Qual è stato il momento in cui ti sei resa conto che la passione per la scrittura si stava trasformando in un vero lavoro?

Volevo diventare una scrittrice sin da quando riesco a ricordare. Una volta mia madre mi ha mostrato un “libro”, che avevo scritto quando avevo 6 anni, su come un bambino detective contribuì a risolvere il mistero della scomparsa dello smoking di mio padre. Era molto divertente! Sono stata effettivamente pubblicata professionalmente per la prima volta quando avevo 16 anni – come giornalista per una rivista sportiva locale – così non ho mai sentito la scrittura come un obiettivo di carriera troppo irrealistico. Scrivo per una grande rivista chiamata People, da quando avevo 21 anni, quindi, anche prima di scrivere il mio primo romanzo, sono stata in grado di mantenermi come scrittrice.

Raccontaci qualcosa del tuo debutto. La tua strada verso la pubblicazione.

Il mio primo romanzo, pubblicato dalla Warner Books, si intitolava How to Sleep with a Movie Star. L’ho scritto quando avevo 24 anni, e ha debuttato negli Stati Uniti (seguito dalla pubblicazione in diverse lingue in tutto il mondo) quando avevo 26 anni, agli inizi del 2006. Aveva per protagonista una reporter di una rivista che viene coinvolta in una strana situazione in cui tutto il mondo crede che lei stia avendo una relazione con una star del cinema di Hollywood, mentre in realtà, la sua vita sentimentale è un disastro. Mentre che la sua vita gira fuori controllo, impara a stare in piedi da sola e a prendere il controllo della propria vita, e alla fine, questa Cenerentola potrebbe anche trovare il suo principe azzurro, dopo tutto … E ‘stato meraviglioso avere un contratto di edizione a 24 anni; mi ha dato la fede che avrei potuto continuare a scrivere e che forse avrei potuto mantenermi scrivendo libri. La mia editor per questo libro era Amy Einhorn, che in seguito ha pubblicato la hit mondiale The Help. E ‘molto ben considerata, quindi è stato un onore iniziare la mia carriera con lei.

Il tuo nuovo romanzo, Finchè le stelle saranno in cielo (The Sweetness of Forgetting), è ora disponibile in Italia grazie a Garzanti Editore. Ci puoi parlare di questo libro?

Assolutamente. Sono entusiasta della mia intera esperienza con Garzanti. In realtà, proprio la settimana scorsa, ho visitato Milano e ha avuto la possibilità di incontrare la mia squadra. Mi sono piaciuti tutti! Finchè le stelle saranno in cielo è la storia della proprietaria di una pasticceria di Cape Cod di nome Hope, che scopre che la nonna, ora malata di Alzheimer, ha un segreto, sepolto a Parigi, legato alla Shoah. Così Hope parte per Parigi per scoprire la verità, e inaspettatamente si imbatte in una storia d’amore che impiega sette decenni per realizzarsi, e viene a sapere alcune verità fondamentali della sua vita, e in effetti la sua storia familiare. E’ una storia di vita, d’amore, di religione, di fede e di cibo!

Cosa ti ha ispirato a scrivere Finché le stelle saranno in cielo? Qual è stato il punto di partenza nel processo di scrittura?

Sono sempre stata molto interessata alla Shoah, Il diario di Anna Frank è stato il mio libro preferito dell’infanzia, e ho sempre sperato di scrivere un giorno sulla Shoah. Ho vissuto per breve tempo a Parigi, quando avevo 20 anni, e l’idea di scrivere un romanzo ambientato lì, che si svolge in parte durante la Seconda Guerra Mondiale, è nata lentamente. Quando ho cominciato le ricerche per il romanzo, mi sono imbattuta in alcuni fatti importanti, stimolanti e sorprendenti, ognuno dei quali sono stata in grado di includere nel libro. E lentamente il romanzo è passato dall’essere una semplice storia della Shoah ad essere una storia di perdono, di fede e di speranza attraverso le generazioni.

Che tipo di ricerche hai svolto?

Ho vissuto a Parigi, ha letto un sacco di libri in biblioteca, e ho visitato il Mémorial de la Shoah di Parigi un paio di volte. Ho anche parlato con i sopravvissuti della Shoah e figli di sopravvissuti della Shoah. Il libro comprende anche nove ricette originali, che io stessa ho creato, ed ho anche sperimentato!

Quali  sono i tuoi scrittori preferiti? Ci sono scrittori che ti hanno particolarmente influenzato?

Il diario di Anna Frank è il romanzo che mi ha influenzato di più, nonostante il fatto che Anne Frank era solo una ragazzina quando ha scritto il suo diario, rimane una delle scrittrici più influenti della mia vita. Mi piace anche la lettura di F. Scott Fitzgerald ed Ernest Hemingway. Oggi, i miei scrittori preferiti sono Jodi Picoult, Cecelia Ahern, Khaled Hosseini, Emily Giffin e Joshilyn Jackson.

Quale è la tua scena preferita di Finché le stelle saranno in cielo?

Tutto il libro mi piace, ma gli ultimi tre capitoli sono i miei preferiti.

In Finché le stelle saranno in cielo quale è stato il personaggio più difficile da scrivere e perché? Il più semplice e perché?

Non credo che un personaggio sia stato più facile da scrivere degli altri, tutto sembrava complesso, stratificato e complicato per me. Forse il più difficile da scrivere è stata Rose, mentre soffriva di Alzheimer. Volevo creare un ritratto accurato di una donna che soffriva ed era spaventata, ma che era anche piena di amore e provava un forte bisogno di rimediare ai danni del passato, prima che fosse troppo tardi. Gestire questo personaggio – soprattutto rappresentare correttamente il morbo di Alzheimer – è stato impegnativo, ma anche molto gratificante.

Parlaci delle due protagoniste Rose e Hope?

Sì, certo. Il personaggio principale, Hope, è la proprietaria di una pasticceria di Cape Cod di 36 anni che si sente intrappolata dalla sua stessa vita. Ha da poco divorziato, ha una figlia di 12 anni, ha perso la madre per il cancro al seno ed ora sta per perdere la sua amata nonna. Si sente come se fosse a corto di scelte. Ecco dove la troviamo all’inizio del romanzo, ma in tutto il corso del libro, comincia a scoprire che la sua vita è solo agli inizi, e che possiede la chiave per cambiare tutto e cogliere la possibilità di amare ed essere felice.
Rosa, invece, è alla fine dei suoi ’80 anni. E’ al crepuscolo della sua vita, e si sta addormentando lentamente perché ha il morbo di Alzheimer. E’ piena di segreti, dubbi e rimpianti, e questi – più le difese che ha stabilito nel corso degli anni – la facevano sembrare fredda. Si preoccupa ora che questa sia la sua eredità per la nipote prediletta, Hope, e la sua pronipote, Annie. Così come il libro inizia, la sua più grande battaglia è quella di correggere gli errori del passato. Quello che non sa è che gli eventi che metterà in moto cambieranno anche la sua vita.

Progetti di film tratti dal tuo libro?

Non ancora, ma sono molto fiduciosa che un film basato sul libro sarà fatto.

Cosa stai leggendo in questo momento?

Attualmente sto leggendo di Nicole Krauss The History of Love, così come un bel libro in lingua francese, Une Année à Venise, (Editions Héloïse d’Ormesson), che è stato scritto dalla mia cara amica Lauren Elkin, che era la mia compagna di stanza quando vivevo a Parigi.

Leggi le recensioni dei tuoi libri?

Sì, di solito lo faccio. E la risposta a questo romanzo è stata sorprendente e gratificante. Sono particolarmente commossa di aver ricevuto molte lettere da parte dei lettori che parlano di come il libro li abbia ispirati a guardare più profondamente nei loro cuori e nelle loro storie familiari.

Come possono i lettori mettersi in contatto con te?

I lettori possono sempre scrivermi a Kristin@kristinharmel.com (anche se mi dispiace che la mia comprensione della lingua italiana sia molto rudimentale!). Potete anche trovarmi su Facebook a http://www.facebook.com / kristinharmelauthor. Mi piace sentire i miei lettori e faccio sempre del mio meglio per rispondere a tutti i messaggi o e-mail che ricevo. Significa molto per me quando la gente prende il tempo di scrivermi.

Ti piace fare tour promozionali? Racconta ai nostri lettori qualcosa di divertente accaduto durante questi incontri.

Li amo molto. Sono appena tornata da un meraviglioso tour in Italia, che è stata un’esperienza incredibile. Quest’anno, la mia più grande festa di lancio del libro è stata presso la Sala Impero (all’interno del famoso Empire State Building) a New York City. Forse il fatto più divertente di quel party è stato che ha partecipato il mio caro amico Chubby Checker, che è un cantante piuttosto famoso, e ha cantato il suo brano “The Twist” una delle canzoni più popolari degli ultimi 50 anni, in tutto il mondo! Molte persone non si sono rese conto che era lì fino alla metà del party. Tutti erano molto sorpresi quando l’hanno scoperto. Ero così contenta e grata che fosse venuto (insieme a sua moglie, Rina, che era Miss Mondo 1962, e due dei nostri altri amici, Maria e Papo). Tutti loro avevano guidato da Philadelphia, Pennsylvania, per vedermi!

Verrai in Italia per presentare i tuoi romanzi?

Sì, ero lì la settimana scorsa, a Milano, Venezia e Roma. Sono stata in Italia in passato, anche – soprattutto a Venezia, Roma, Firenze e nel resto della Toscana. Amo il vostro paese, il cibo, e la gente, e non vedo l’ora di tornare presto!

Infine, la domanda inevitabile. Stai attualmente lavorando ad un nuovo romanzo? Eventuali altri progetti?

Sì, al momento ho una proposta per un nuovo romanzo dal mio agente letterario. Dobbiamo discuterne oggi, infatti, e spero di avere presto notizie ufficiali da condividere per il mio prossimo libro!
Grazie mille per il vostro tempo, e grazie a tutti i lettori italiani per aver fatto diventare il mio libro un successo nel vostro paese. Sono entusiasta al di là delle parole!

:: Segnalazione di L’equazione africana di Yasmina Khadra (Marsilio, 2012)

27 settembre 2012

Da uno dei maggiori scrittori di lingua francese, un avventuroso e sconvolgente romanzo che ci trasporta nel cuore di un’Africa splendida e terribile

[In libreria a ottobre 2012]

In seguito a un terribile lutto famigliare e allo scopo di superare il suo dolore, il dottor Kurt Krausmann accetta di accompagnare un amico in un viaggio alle isole Comore. La loro barca viene attaccata dai pirati al largo della Somalia, e il viaggio «terapeutico» del medico si trasforma in un incubo. Preso in ostaggio, picchiato, umiliato, Kurt scopre un’Africa traboccante di violenza e intollerabile miseria, dove «gli dèi non hanno più pelle sulle dita a furia di lavarsene le mani». Insieme al suo amico Hans e a un compagno di sventura francese, Kurt troverà la forza per superare questa prova? Guidandoci in un viaggio sorprendentemente vivido e realistico che, dalla Somalia al Sudan, ci mostra un’Africa orientale di volta in volta selvaggia, irrazionale, saggia, fiera e infinitamente coraggiosa, Yasmina Khadra conferma ancora una volta il suo immenso talento di narratore. Magistralmente costruito e condotto, L’equazione africana descrive la trasformazione lenta e irreversibile di un europeo i cui occhi si apriranno a poco a poco alla realtà di un mondo fino ad allora sconosciuto.

Yasmina Khadra, pseudonimo di Mohamed Moulessehoul, è uno scrittore algerino che per anni ha nascosto la propria identità maschile. Si è rivelato a “Le monde des Livres” nel settembre 1999. Uscito dall’anonimato ci racconta le circostanze che l’avevano spinto a nascondersi dietro uno pseudonimo. Reclutato alla scuola dei cadetti a nove anni, è stato ufficiale superiore dell’esercito algerino. Dopo aver suscitato la disapprovazione dei suoi superiori con i primi libri pubblicati, ha continuato usando come pseudonimo il nome della moglie, con il quale ha pubblicato in Francia alcuni romanzi di successo, poi tradotti in diversi paesi. In Italia si è conquistato un pubblico grazie a due “noir”, Morituri e Doppio bianco. Ha inoltre pubblicato Cosa sognano i lupi (Feltrinelli), Le rondini di Kabul (Mondadori 2003), La parte del morto (Mondadori 2005) e L’attentatrice (Mondadori 2006).

:: Recensione di Il senso dell’elefante di Marco Missiroli (Guanda, 2012) a cura di Michela Bortoletto

27 settembre 2012

Difficile descrivere in poche parole quest’opera di Marco Missiroli. Potrei dirvi che parla di un uomo che ha da poco scoperto di essere padre e si fa assumere come portinaio nella palazzina dove vive il figlio per conoscerlo e potergli stare vicino.
Potrei parlare dell’amore indissolubile e incontrastato che proverà quest’uomo per il figlio ritrovato. Potrei dirvi di come a volte l’amore per un figlio fa fare cose assurde e folli.
Potrei  scrivere di Fernando e Paola, del triangolo Luca-Viola-Riccardo. Raccontarvi della notte d’amore di un giovane prete con la “strega”. Scelgo invece di parlare dell’avvocato Poppi.
Nella mia ormai ventennale “carriera” di lettrice ho conosciuto migliaia di personaggi. Molti di loro sono stati i miei migliori amici d’infanzia, alcuni li ho amati, altri odiati, alcuni mi sono rimasti nel cuore per qualche giorno o qualche mese, altri li ho presto dimenticati. Di qualche personaggio mi ricordo a malapena il nome, di altri invece solo pochi particolari o la loro caratteristica predominante. I libri sono infiniti, infinite sono le storie e i protagonisti che le abitano. La memoria, invece no, è limitata e inevitabilmente i nostri ricordi vengono selezionati e lo spazio per i personaggi inventati spesso è troppo stretto per tutti loro.
Ma quelli che, come l’avvocato Poppi, personaggio de Il senso dell’elefante, mi sono entrati nell’anima si possono forse contare sulle dita delle mani.
Anziano, solitario, con il cuore colmo di tristezza per la perdita dell’amore della sua vita, Poppi vive in un appartamento presso una signorile palazzina di Milano assieme al suo gatto siamese caratteriale Teo Morbidelli.
Amministratore del palazzo, vive solo, esce di casa la mattina presto e passa diverse ore sulla terrazza comune. Quando è in casa si indossa una maschera tribale, accosta l’orecchio al muro e origlia. Spia i suoi vicini, ascolta i loro discorsi ma non lo fa per una curiosità insana, il suo scopo non è il pettegolezzo. Lui si preoccupa per loro. Lui vorrebbe solo il meglio per i condomini. Conosce orari, manie, pregi e difetti, punti deboli e segreti ma li custodisce dentro di sé. Gli altri condomini sono la Sua Famiglia. Sì perché una famiglia non è fatta solo di legami di sangue. Una famiglia può essere anche formata da un avvocato solitario, una mamma vedova con un figlio ritardato e da un giovane medico apparentemente felicemente sposato con una giovane e affascinante donna dalla quale ha avuto una figlia, che vivono tutte in uno stabile milanese. Per l’avvocato Poppi queste persone sono la sua famiglia e lui, da buon capofamiglia come si crede di essere, cercherà in ogni modo di rendere le loro esistenze migliori.
E quando la madre di Luca, il giovane medico, in punto di morte gli rivelerà un importante segreto, Poppi non esiterà a far del suo meglio per permettere a un padre di ritrovare il proprio figlio.
Perché è forse Poppi il vero padre . È sua la devozione che va verso tutti i figli, al di là dei legami di sangue: è questo il senso dell’elefante, è questo il senso di Poppi che non esiterà ad uscire di scena al momento più opportuno, quando tutto per lui sembrerà esser stato rimesso al giusto posto.

:: Recensione di Sono ancora un uomo, Laura Hillenbrand (Mondadori, 2012) a cura di Viviana Filippini

26 settembre 2012

Chissà se i creatori di Forrest Gump conoscevano la vita di Luois Zamperini quando scrissero la sceneggiatura del pluripremiato film (6 Oscar) di Robert Zemeckis con Tom Hanks .  Certo è che Louis Zamperini, – classe 1917- è il protagonista di Sono ancora un uomo della giornalista Laura Hillenbrand, autrice di una biografia che con abile scioltezza narrativa ci racconta l’intera vita di questo eroico italoamericano. Nel 1943 Zamperini, figlio di immigrati italiani e pilota di aerei americani  durante la Seconda Guerra Mondiale, si ritrovò su un canotto di salvataggio in mezzo all’oceano Pacifico dopo che il suo bombardiere si inabissò causando la morte della maggior parte dell’equipaggio. Zamperini e gli unici altri due sopravvissuti (Russel Allen “Phil” Phillips e Francis “Mac” McNamara) percorsero 3200 chilometri sul gommone difendendosi dagli squali, soffrendo la fame e la sete, per finire prigionieri dei giapponesi.  Nel campo di prigionia a Ofuna Zamperini rimase fino alla fine della guerra e come gli altri deportati, l’aviatore sopportò la fame, la malattia,  le estreme violenze fisiche e psicologiche che i brutali aguzzini  – primo fra tutti l’Uccello Watanabe – praticavano loro con cinismo e senza motivazione. Il tutto unito al dolore per la morte dei compagni sul campo di battaglia e in quello di prigionia e al timore di non veder mai finire la guerra. Ciò che è esemplare di questa vita di soldato è anche il difficile cammino di rinascita di Zamperini dopo la fine del conflitto mondiale e il suo reinserimento all’interno della vita sociale americana. L’aviatore italoamericano tornato a casa si sposò nel 1946 con Cynthia Applewithe, ma a causa degli incubi che lo perseguitavano la sua vita privata e pubblica fu minata per un lungo periodo di tempo da vere e proprie difficoltà di relazione con l’adorata consorte e con gli altri. Poi, il ricordo di una promessa fatta a Dio quando si trovava sul canotto in mezzo all’oceano Pacifico, unita ad una impressionante forza di volontà, alla fede e all’amore dei suoi cari portarono Zamperini a diventare un uomo nuovo. Conoscere nelle pagine di Sono ancora un uomo la vita di Zamperini diventa per il lettore una vera e propria avventurosa odissea attraverso l’adolescenza irrequieta e scapestrata del protagonista nella californiana  cittadina di Torrance, seguita da una corsa alle Olimpiadi di Berlino del 1936, arrivando alle Seconda Guerra Mondiale con la deportazione nei campi di prigionia giapponesi fino ad  arrivare alla liberazione e alla definitiva rinascita. Il libro della Hillebrand oltre a raccontare la vita di un uomo ricostruisce una serie di eventi dei quali Zamperini e tanti altri soldati furono protagonisti, portando alla luce le drammatiche condizioni degli internati nei campi di prigionia in Giappone. Louis,  come è accaduto a molti reduci, è sì tornato a casa, ma se con il passare del tempo le ferite fisiche sono guarite, non sempre lo si può dire di quelle dell’anima, che in molti casi sono diventate cicatrici indelebili che gli ex combattenti hanno portano nelle loro vite per sempre. Per questa ragione è importante conoscere le storie di chi è stato al fronte – e con questo libro la Hillenbrand ne da un esempio – per mantenerne viva la memoria e per far sì che gli errori del passato non vengano più compiuti. Per certi aspetti le vicende riguardanti Zamperini potrebbero ricordare a chi leggerà questo libro, scene di film bellici, ma ogni evento  raccontato, ogni persona citata e violenza subita o vista, sono marchi appartenenti ad una realtà realmente accaduta tra il 1939 e il 1945. Un dramma universale che non deve essere dimenticato. La vita di Zamperini è sempre stata una corsa, una vera e propria gara per il vivere che il protagonista ha ottenuto grazie al suo coraggio dimostrando di “essere ancora un uomo”, non solo perché sopravvissuto alle tremende angherie dei suoi carcerieri (Watanabe lo picchiava con la fibbia della cintura usata come un frusta), ma per essere  riuscito – e in questo caso sono pochi gli individui che conseguono un atto simile- a perdonare il suo acerrimo e brutale aguzzino Watanabe. Zamperini è l’esempio di un eroismo umano umile e allo stesso tempo grandioso che ti fa capire quanto sia importante vivere e combattere per essere uomini e donne libere, perché dopo una dolorosa caduta è possibile rialzarsi e ricominciare a vivere.

Laura Hillenbrand è una giornalista e scrittrice americana. Prima del libro dedicato a Louis Zamperini ha scritto il best seller Seabiscuit, an American Legend dal quale è stato tratto l’omonimo film del 2003 con Tobey Maguire.

:: Recensione di Gli autonauti della cosmostrada di Julio Cortàzar e Carol Dunlop (Einaudi, 2012) a cura di Michela Bortoletto

26 settembre 2012

Le autostrade sono quelle strade riservate ai soli veicoli e motocicli, a due o più carreggiate, che permettono alle  persone di raggiungere due punti diversi del Paese nel minor tempo possibile. Sono strade senza incroci, semafori, rotonde. Sono per le persone che hanno fretta, per quelle che devono percorrere lunghe distanze nel tempo più breve. Sono strade ad alta velocità. Per la maggioranza delle persone sono il mezzo per arrivare alla meta del viaggio. Ma non per Julio Cortàzar e sua moglie Carol Dunlop!
Nel 1982 questa brillante coppia di scrittore e fotografa decide di fare un viaggio sull’autostrada Parigi-Marsiglia. Fin qui, direte voi, tutto normale. E invece no! I due decidono che la meta del loro viaggio non sarà Marsiglia, ma quel preciso tratto di autostrada! L’autostrada non sarà per loro un non-luogo da attraversare velocemente, ma diventerà parte fondamentale del viaggio. Julio e Carol decidono infatti di attraversarla il più lentamente possibile, fermandosi in ogni  area di sosta. Le regole del loro “gioco” sono semplici: percorrere tutto il tratto da Parigi a Marsiglia in più giorni, non uscire mai dall’autostrada, fermarsi ogni giorno in due aree di sosta e dormire nella seconda, utilizzare tutto ciò che le aree di sosta offrono, annotare scientificamente tutte le possibili osservazioni e infine scrivere un libro sulla loro avventura!
E così, a bordo di Fafner, un furgoncino Wolkswagen super attrezzato, nella primavera del 1982 comincia il loro viaggio che durerà trentatré giorni.
Il libro è il risultato di questa avventura. Il Lupo e l’Orsetta (così si chiamano nella loro intimità Julio e Carol) annotano, osservano scientificamente, immaginano e ci descrivono ogni loro tappa. Ogni area di sosta è diversa dall’altra. Nulla è uguale. Ogni giorno c’è anche solo un particolare che rende ogni tappa unica nel suo genere. Il Lupo e l’Orsetta ci narrano dei loro incontri, dei loro sogni, dei loro pasti e delle loro notti passate nelle aree di sosta.
Nel racconto si trovano appunti precisi su orari e fatti (dopotutto la loro è una spedizione scientifica!) ma anche divagazioni sulla società, sui trasporti, sulla solitudine e sulla felicità. A rendere il tutto ancora più interessante, Julio e Carol inseriscono anche le fotografie scattate durante il percorso, corredate dalle loro note piene di ironia e leggerezza. Questo libro è tutto fuorché uno sterile resoconto di viaggio!
Quant’è durato poco il viaggio![1]esclamerà Carol al termine del viaggio. Com’è durato poco il libro! Esclamerà invece il lettore!
Già perché questo racconto ti coinvolge, ti ammalia, non si riesce a staccare gli occhi dalle pagine, ti fa sentire lì con il Lupo e l’Orsetta a bordo di Fafner e ti fa venire voglia di prendere un qualsiasi mezzo e partire per un viaggio… magari proprio come il loro!


[1] Julio Cortazàr, Carol Dunlopo, Gli autonauti della cosmostrada, Torino, 2012, pag. 351

:: Segnalazione di Alle radici del male di Roberto Costantini (Marsilio, 2012)

25 settembre 2012

Roberto Costantini

Alle radici del male

Marsilio Editori

[In libreria dal 31 ottobre 2012]

La giovinezza del commissario Balistreri e le origini del male nell’attesissimo secondo capitolo della Trilogia del Male di Roberto Costantini

Tripoli, anni Sessanta. Quella dell’irrequieto e ribelle Mike Balistreri è un’adolescenza tumultuosa come il ghibli che spazza il deserto. Sullo sfondo di una Libia postcoloniale, preda degli interessi dell’Occidente per i suoi giacimenti petroliferi, gli anni giovanili di Mike sono segnati dalle morti irrisolte della madre Italia e della piccola Nadia, da due amori impossibili, uno intessuto di purezza e uno intriso di desiderio e di rabbia, dal coinvolgimento in un complotto contro Gheddafi, e da un patto di sangue che inciderà a fondo sia la pelle che l’anima a lui e ai suoi tre migliori amici.

Roma, settembre 1982. Reduce dall’esito catastrofico del caso Sordi, il giovane commissario Balistreri di notte si stordisce con il sesso, l’alcol e il poker e di giorno indaga svogliatamente sulla morte di Anita, una studentessa sudamericana assassinata subito dopo il suo arrivo nella Capitale. Per gratitudine verso chi gli ha salvato la carriera, è anche costretto a vegliare sulla scapestrata Claudia Teodori, che agli albori della televisione commerciale sembra lanciata verso una luminosa carriera di starlette.

Ma Nadia, Anita e Claudia sono legate da un filo invisibile, seguendo il quale Michele Balistreri sarà costretto a calarsi nelle zone più buie del suo passato, quei giorni “di sabbia e di sangue” con cui non ha mai chiuso del tutto i conti, in un cammino lungo il quale l’amore, l’amicizia, i sogni e gli ideali si scontrano con la ricerca di verità dolorose, nell’impossibilità costante di distinguere chi tradisce da chi è tradito. Alla fine sarà una ragazza, incompresa e coraggiosa, a condurlo per mano fino alle radici del Male.

Roberto Costantini (Tripoli, 1952), ingegnere, consulente aziendale, oggi dirigente della Luiss Guido Carli di Roma dove insegna anche al Master in Business Administration. Alle radici del male è il secondo volume della Trilogia del Male con protagonista il commissario Balistreri, iniziata con Tu sei il male (Marsilio 2011, migliore opera prima al Premio Scerbanenco), best-seller in Italia, in corso di traduzione nei maggiori paesi europei e dal quale verrà tratto un film.

:: Recensione di Viaggio in treno con suspense a cura di Stefano Malatesta (Giano editore, 2012) a cura di Viviana Filippini

25 settembre 2012

Se vi dico treno a cosa pensate? Probabilmente vi verranno in mente ritardi temporali, carrozze non molto pulite, spazi supercaldi in estate e gelidi in inverno e gente pressata come sardine in vagoni dai sedili scomodi. Beh sappiate che il viaggio in treno non sempre è stata un’esperienza tragicomica, perché la locomotiva e le sue sorelle carrozze sono considerate – dal momento della loro apparizione -il mezzo emblema della modernità che, più dell’aereo e dell’automobile, ha permesso alle persone di valicare confini prima insormontabili. Col passare del tempo e della diffusione delle reti ferroviarie nel globo terrestre il treno e il fascino che lo caratterizza si sono spostati dal piano della realtà a quello della narrativa, elevando il mezzo di trasporto a scena ideale per la stesura di libri aventi come teme principale il viaggio o l’avvincente caccia all’assassino e non solo. Stefano Malatesta, grande viaggiatore e scrittore, ha voluto coinvolgere una serie di amici scrittori e giornalisti chiedendo loro una storia scritta che avesse come fulcro motore della narrazione il treno. In questo modo è nato il libro pubblicato da Giano editore, intitolato Viaggio in treno con suspense, costituto da otto racconti di diversa lunghezza nei quali l’alta tensione, gli intrighi tra gli umani, le passioni e gli amori si intrecciano, creando emozionanti storie di vita che attraversano in lungo e  in largo l’Italia e le sue epoche. Tutti ingredienti che rendono Viaggio in treno con suspense un libro carico e ricco di emozioni e colpi di scena. Ne volete un piccolo assaggio? Nel racconto di Camilleri, intitolato Una piccola voluttà, il viaggio in treno diventa una sorta di catarsi che permette al giovane protagonista di ritrovare la tranquillità persa nel rocambolesco percorso di avvicinamento alla sua meta. In Italicus di Fasanella, il sopravvissuto io narrante anonimo dovrà fare i conti con il passato e con il dubbio che lo tormenta, impedendogli di capire la dolorosa verità dei fatti. Interessante è la storia di Dacia Maraini (Il viaggiatore dalla voce profonda), nel quale la protagonista Jole Pontormo conoscerà un intellettuale, rendendosi conto solo al termine della loro piacevole chiacchierata, che a volte le apparenze ingannano. Il lettore freme, scopre verità inaspettate e allo stesso tempo riesce ad attuare una riflessione sui diversi comportamenti umani e sugli usi e costumi della società italiana nei vari periodi storici (esemplare da questo punto di vista è la storia di Sandro Viola ambientato nell’Italia di fine anni Quaranta che ha per protagonisti degli studenti e delle giovani prostitute). Tutti i racconti hanno sì per protagoniste persone di diverse condizioni sociali e culturali, ma l’attore principale è, e rimane sempre, il treno. Un testimone silenzioso, che ascolta, accoglie e custodisce in sé in vicende umane nelle quali uomini e donne diversi tra loro, si incontrano e si confrontano scoprendo che le cose e esistenze vissute non sempre sono quello che sembrano a prima vista. Rapinatori, carcerati, studenti, prostitute, personaggi  storici, registi con passioni estreme, vittime e carnefici si vedono, parlano e dialogano sui treni che percorrono il pianeta in lungo in largo. Ogni autore ha creato una storia nella quale ha messo quello che il treno rappresenta per lui o lei e ciò che emerge è il fatto che questo mezzo di trasporto non solo ha cambiato le modalità di percezione e il contatto con gli ambienti da parte degli uomini, ma esso è uno strumento per viaggiare in maniera fisica nello spazio, attraverso il tempo e – in questo caso è più un viaggio psicologico –  negli animi umani allo scoperta di tutti i sentimenti e le contraddizioni che li caratterizzano evidenziandone la complessità. In Viaggio in treno con suspense  il treno con i suoi vagoni e sedili più o meno raffinati e comodi, evidenzia un senso di fascinazione costante, che ha in sé qualcosa di misterioso e attraente, tanto da diventare il luogo delle umane passioni, di efferate aggressioni e di incontri segreti in un susseguirsi continuo lasso spazio-temporale di  sentimenti e di corpi in viaggio.

Il volume curato da Malatesta raccoglie racconti di scrittori, giornalisti, sceneggiatori, documentaristi e viaggiatori. Ecco chi ha contribuito a Viaggio in treno con suspense: Andrea Camilleri (Una piccola voluttà), Giovanni Fasanella (Italicus), Raffaele La Capria (Il consiglio di Alioscia), Stefano Malatesta (L’ultima carica imperiale), Dacia Maraini (Il viaggiatore dalla voce profonda), Dante Metelli (La tradotta toscana), Vieri Razzini (Noccioline) e Sandro Viola (Un vermouth Martini ghiacciato).

:: Segnalazione di Vipera. Una storia del commissario Ricciardi di Maurizio De Giovanni (Einaudi, 2012)

24 settembre 2012

Esce il 27 novembre, per Einaudi, una nuova indagine del commissario Ricciardi, creatura letteraria di Maurizio De Giovanni,  dal titolo Vipera. Una storia del commissario Ricciardi.

Napoli, 1932: manca una settimana alla Pasqua. Al “Paradiso”, esclusiva casa di tolleranza nella centralissima via Chiaia, la prostituta più famosa è ritrovata morta. Maria Rosaria, detta Vipera, vanto e principale attrazione del bordello per la sua straordinaria bellezza, è stata soffocata con un cuscino. L’ultimo cliente sostiene di averla lasciata ancora viva, il successivo di averla trovata già morta. Al commissario Ricciardi, che ha il dono terribile di vedere i morti ammazzati e ascoltare le loro ultime parole, il fantasma di Vipera ripete: “il mio frustino, il mio frustino”. L’oscura frase potrebbe riferirsi al soprannome dell’ultimo cliente, l’ambulante di frutta e verdura Peppe ‘a frusta, o ai gusti sessuali di Alfonso, il commerciante di arredi sacri con tendenze sadomasochiste che ha scoperto il cadavere. Ma molti sono i personaggi che ruotavano intorno alla donna e potevano avere un motivo per ucciderla: avidità, frustrazione, invidia, bigottismo. Mentre la primavera accende i sensi e la Quaresima li avvilisce, il commissario Ricciardi si districa nel dedalo di strade e menzogne di una Napoli indimenticabile, ritratta con la potenza narrativa a cui la scrittura di De Giovanni ci ha abituati.

:: Un’ intervista con Loredana Limone a cura di Elena Romanello

24 settembre 2012

Borgo Propizio è una storia, tra amore e ricerca di sé e delle sue radici, tra nuovi inizi e vecchi ricordi, ambientata in un immaginario paesino italiano molto simile a tanti posti reali, tra giovani donne che decidono di improvvisarsi lattaie, decoratori con l’anima da artista, attempate zitelle impiegate comunali che trovano il grande amore, fantasmi e equivoci. Edito da Guanda è scritto con gusto e ironia da Loredana Limone, già autrice di libri per bambini e di pubblicazioni gastronomiche.

Come e perché si passa dai libri gastronomici e per bambini ad un romanzo come Borgo Propizio?

Chi ha la predisposizione per la scrittura in genere scrive –  sempre e principalmente – di narrativa, salvo accumulare fogli/riempire cassetti con roba di varia (dubbia) qualità. Così ho fatto io per anni seppellendo i miei tentativi di scrittura sotto spanne di polvere, mentre invece riuscivo a scrivere testi letterario-gastronomici, che abbastanza facilmente arrivavano in libreria, e le fiabe che mi ispirava il mio bambino.

Che differenze ci sono tra i vari tipi di scrittura?

La narrativa ti fa esprimere, ti fa evadere, sognare, librare sullo sconfinato orizzonte che hai dentro. Il resto è studio, ricerca.

Cos’è per te questo Borgo Propizio in cui hai scelto di ambientare la tua storia?

Il posto dove rifugiarmi. Il luogo dove fare ritorno, e che qui – su questa terra – ancora non ho trovato.

Tra i personaggi, maschili e femminili, chi è il tuo alter ego e quanto c’è di tuo in ognuno di loro?

In ognuno di essi c’è un po’ di me, lo scrittore deve necessariamente darsi se vuole che i personaggi risultino vivi. Tuttavia, mi sento molto Letizia… fra qualche anno!

Nelle tue pagine pratichi un genere poco praticato invece in Italia, quello del romanzo umoristico: come mai e perché non va tanto?

Dicono che far piangere sia facile, mentre far ridere sia difficile. Forse sarà per questo che non è molto praticato. Chi più ha sofferto, più è capace di far ridere: vedi quel genio di Guareschi, che è stato persino in un campo di concentramento. Tuttavia io, a fronte di un carattere malinconico, scrivo con l’allegria di mia madre, che ho ereditato.

Quali sono i tuoi prossimi progetti?

Nel 2013 Borgo Propizio uscirà in Spagna, mentre in Italia ci sarà il sequel già approvato dal’editore e di cui sul sito della mia agente si può leggere la sinossi:

http://www.meucciagency.com/books.php?id=421

Dato che comunque si tratterà di una trilogia, il progetto più immediato è scrivere il terzo.

Cosa pensi della narrativa al femminile in generale?

Ammiro molto le scrittrici che non perdono la propria identità, quelle che non s’imbastardiscono con narrazioni di stampo maschile, non s’imbarcano nell’incomprensibile animo del sesso avversario (lo considero così) pretendendo di raccontarlo dal di dentro, non si dequalificano con atteggiamenti da tifoseria incallita o la cronistoria di fantasmagoriche copulazioni. Mi piace la donna vera, femminile: anche nella scrittura.

Quali sono le tue fonti di ispirazione non solo per Borgo Propizio?

La vita.

:: Recensione di Inseparabili – Il fuoco amico dei ricordi di Alessandro Piperno (Mondadori, 2012) a cura di Michela Bortoletto

24 settembre 2012

Ora che l’errore è stato debellato. E con esso il vizio, la corruzione, il narcisismo, il delitto.[..] Bè ora le cose andranno sicuramente meglio. [..] È vero, è vero, ne convengo, Leo ci ha messo un po’ troppo tempo a morire. Ma ora che finalmente lo ha fatto tocca a voi pulire e pagare il conto.
Così terminava Persecuzione, il  primo capitolo del dittico Il fuoco amico dei ricordi di Alessandro Piperno.
Leo Pontecorvo è morto, ha lasciato il nostro mondo. Ora tocca a Rachel, Semi e Filippo andare avanti e affrontare la realtà.
Inseparabili, il secondo capitolo, ritrova la famiglia Pontecorvo diversi anni dopo la grande Tragedia che li aveva colpiti: il capofamiglia, Leo, accusato di molestie sulla ragazzina minorenne del figlio minore, è stato ritrovato morto nello scantinato di casa in cui si era rinchiuso mese e mesi prima.
Era il lontano 1986. Ora, nel 2011 i due fratelli Pontecorvo sono cresciuti e hanno trovato il loro posto nel mondo.  In questi 25 anni Samuel è riuscito a intraprendere una brillante carriera nell’alta finanza mentre Filippo invece, nonostante la laurea in medicina, una bella moglie e una vita apparentemente perfetta, sembra non aver trovato ancora la vera felicità.
Ma un giorno le cose improvvisamente cambiano. Filippo viene travolto da un inaspettato successo dovuto a una striscia di fumetti da lui disegnata mentre Semi è sull’orlo della bancarotta.
Filippo si trova improvvisamente circondato da ammiratori, donne e detrattori. I suoi fumetti, trasformati in un film, hanno trasformato Filippo in una figura acclamata dalle folle.
Filippo non si accorge della sofferenza di Samuel, dei problemi che lo affliggono e tra di loro sembra essersi formato un baratro, una distanza difficile da riempire. Che i due fratelli Pontecorvo non siano così inseparabili come li abbiamo conosciuti in Persecuzione?
Se ci si mettono poi di mezzo i sospetti, i rimorsi e i sensi di colpa che ogni membro della famiglia Pontecorvo prova per la morte di Leo, allora la lontananza sembra insuperabile. Già perché in tutti questi anni, Filippo, Semi e la mamma Rachel hanno inevitabilmente dovuto fare i conti con il destino di Leo. Nessuno è innocente e nessuno è colpevole. Ma in questo secondo atto sta ai tre superstiti fare i conti con il passato e con le loro azioni, o inazioni, che hanno condotto alla morte di Leo. Spetta ora a Filippo e Semi riuscire ad affrontare il loro passato e superare la distanza che sembra essersi creata tra i due fratelli.
Li chiamavano gli Inseparabili, come quei pappagallini che non riescono a vivere da soli. E nonostante tutto, nonostante le avversità, i fallimenti, le invidie e i rancori, Filippo e Semi non potrebbero vivere l’uno senza l’altro.
Inseparabili dunque, come a mio giudizio, sono i due libri di Piperno: uno non può esistere senza l’altro.
Tra passato e presente, tra flashback, ricordi e sospetti, Piperno ci regala un ulteriore punto di vista sulla torbida vicenda di Leo Pontecorvo dando ora la parola ai tre membri della famiglia che in Persecuzione sono stati semplici spettatori della disfatta di Leo.

:: Un’ intervista con Simone Sarasso

24 settembre 2012

Grazie Simone per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Punti di forza e di debolezza.

Ciao Giulia! Grazie a voi per l’ospitalità!
Ho trentatré anni (quasi trentaquattro), sono sposato, ho un bimbo e mi guadagno da vivere scrivendo e insegnando scrittura. Scrivo romanzi, racconti, sceneggiature. Mi occupo di narrativa, fumetti, cinema e TV. Insegno scrittura creativa alla NABA (Nuova Accademia di Belle Arti) di Milano.
Riguardo ai punti di forza: posso stare anche 12 ore alla tastiera e sfornare fino a 40.000 battute in un giorno. La debolezza che ne consegue è intimamente connessa alla forza medesima: dopo sessioni da 12-13 ore sono più piatto del tavoliere delle Puglie e ho la vocazione sociale di un monaco trappista muto.

Parlaci dei tuoi studi, del tuo background, della tua infanzia.

Mi sono diplomato al liceo scientifico e ho una (utilissima) laurea in filosofia. Da bambino leggevo un sacco di Topolino e andavo matto per pane e salame. Oggi preferisco i romanzi di Don Winslow, Glen Duncan e Warren Ellis, ma il pane e il salame mi piacciono ancora. Specie se accompagnati da una birra ghiacciata.

Come è nato il tuo amore per i libri e per la scrittura in particolare?

È nato tardi, a vent’anni. Ho fatto l’Erasmus in Spagna e lì sono diventato un lettore compulsivo (complice il parecchio tempo libero). A scrivere ho cominciato per caso, cinque anni più tardi: il mio primo editore mi commissionò un racconto, che diventò un romanzo e accese la scintilla.

Per Rizzoli hai appena pubblicato un romanzo storico molto particolare Invictus – Costantino l’imperatore guerriero. Ce ne vuoi parlare? Come è nata l’idea di scriverlo?

Invictus è la storia di Costantino il Grande, Imperatore Santo, vissuto nel IV secolo d.C., eroe di Roma e paladino della cristianità. L’idea alla base del romanzo è quella di scavare nelle zone d’ombra della vita di Costantino, descrivendo la nuda, imperfetta natura umana che si cela dietro al mito Imperiale.

Il romanzo storico ha precise regole e strutture narrative. Sicuramente tu non sei uno scrittore che accetta le strade già tracciate, sei piuttosto un guastatore. In cosa ti senti innovatore?

Il linguaggio è il campo da gioco che preferisco quando si tratta di sperimentare o scardinare cliché. Nel mio romanzo non si parla come in un peplum anni Sessanta, questo è certo. Né si agisce in punta di penna. Sesso, turpiloquio e ultraviolenza sono ingredienti fondamentali della mia narrativa. E, guarda caso, sono elementi portanti della società romana dell’epoca.

La ricerca delle fonti è il primo passo nella costruzione di un romanzo storico fondato sulla verità storiografica. Come hai raccolto le tue fonti, come hai preceduto alla scrematura dei dati irrilevanti, ti sei fatto guidare dall’intuito e da una tua personale visione dei personaggi?

Diciamo che ho “fatto i compiti”, come dovrebbe fare qualunque autore si occupi di narrativa storica. Sono andato alla ricerca delle fonti originali, scritte dai contemporanei di Costantino (la sua biografia firmata da Eusebio, più qualche chicca messa in pagina dai suoi detrattori), ma non ho trascurato la sterminata produzione storiografica che esiste riguardo all’Imperatore santo. Per consultarla, ho adottato un criterio “ecumenico”: ho studiato testi di centosettant’anni fa (l’opera di Burckhardt, il primo vero storico dell’età di Costantino il Grande, risale all’epoca degli ultimi fasti dell’Impero prussiano) unitamente a volumi recentissimi (come quello di Arnaldo Marcone), senza tralasciare tutto quello che ci sta in mezzo. Solo così è stato possibile costruire un’immagine tridimensionale del personaggio e della sua psicologia.

Oltre alle fonti scritte sei stato influenzato anche da film, sceneggiati, fumetti? Vuoi parlarcene?

Credo sia impossibile, nel XXI secolo, occuparsi di storia antica e fiction senza pensare al Trecento di Zack Snyder o alla serie Spartacus. La mia produzione “imperiale” deve molto a questi modelli espliciti.

Il linguaggio è sicuramente un elemento fondamentale nel ricreare un periodo storico lontano, per dare il senso del tempo, descrivere la mentalità di chi viveva in quel periodo. Come ti sei regolato? Come hai costruito i dialoghi?

Il mondo che ruota intorno a Costantino, la corte imperiale del IV secolo insomma (sia quella di Diocleziano che, dopo, quella che vedrà il figlio di Costanzo indossare la porpora), è un mondo profondamente diverso da quello che siamo abituati a immaginare quando si parla dell’antica Roma. Il IV secolo non è più l’età dell’oro, ma l’inizio del declino che porterà alla fine dell’Impero d’Occidente un secolo e mezzo più tardi. La classe dirigente è quasi tutta composta da soldati, ex soldati e militari in pensione. Che hanno trascorso l’esistenza a mollo nel sangue fino alle ginocchia. Il linguaggio di questa gente non è quello di Cicerone, ma più probabilmente quello che si potrebbe ascoltare in caserma. Dunque, il turpiloquio – come accennato – è un elemento essenziale del dialogo. Detto questo, ho cercato di lavorare sull’intero corpus linguistico in uso da parte dei protagonisti, modernizzando la comunicazione e rendendola conseguente al ritmo del libro.

Parlaci di Costantino, uomo, soldato, imperatore. Pensi di aver catturato nel tuo libro lati del suo carattere mai messi in luce? Quale è la tua idea personale del personaggio?

Costantino è stato molte cose in vita sua, ha vissuto dieci vite in una. Nato figlio di genitori separati, ha dovuto imparare a crescere come un principe, pur non essendo destinato al trono. Ha sempre sofferto dell’assenza di una figura genitoriale di riferimento e non l’ha mai trovata in suo padre Costanzo. Da lì il rapporto complicato con la famiglia e i figli. È diventato prima un usurpatore poi un grande sovrano. È stato un paladino cristiano e uno spietato assassino. Messo al mondo per un mestiere che non era il suo, ha lasciato che il potere assoluto lo corrompesse assolutamente.

Nucleo centrale delle tue opere è il lato oscuro del potere. Che libertà hai trovato nella costruzione del romanzo storico. L’epoca romana si presta meglio dell’epoca contemporanea a riflessioni etiche più universali. O i meccanismi di corruzione, di nepotismo, di opportunismo sono gli stessi in ogni tempo?

La lezione più preziosa che può insegnare lo studio della Storia è che NON si stava meglio quando si stava peggio. Si è SEMPRE stati peggio. Le dinamiche di potere odierne non sono molto diverse da quelle in atto nell’antica Roma. Solo più ipocrite riguardo a disuguaglianza sociale e diritti umani. Ma, come premesso, il potere assoluto corrompe assolutamente, e chi ne beneficia lo fa sempre a discapito di qualcun altro.

Scriverai nuovi romanzi storici? Hai in progetto la rivisitazione di qualche altro personaggio dell’antichità?

Il 24 di ottobre uscirà per Rizzoli COLOSSEUM, il mio nuovo romanzo di ambientazione imperiale: la storia dell’Anfiteatro Flavio e dei due gladiatori che ne divennero gli eroi.

A che scrittori ti sei ispirato? C’è qualche lezione fondamentale che hai imparato? Qualche segreto da confidare ad un autore che per la prima volta si accosti al romanzo storico?

I miei maestri sono Sergio Altieri, Valerio Evangelisti, Giancarlo De Cataldo e Valerio Massimo Manfredi. Quando scrivo, cerco di shakerare i loro insegnamenti con una buona dose di James Ellroy (che non guasta mai). Che si scriva del passato, del presente o del futuro, occorre farlo con dedizione e costanza. Diceva un saggio che questo dannato mestiere è 1% ispirazione e 99% traspirazione. Mi sa che non aveva torto…

Da un punto di vista tecnico come hai proceduto alla stesura del libro: hai scritto una scaletta, hai proceduto di getto, per poi procedere alle revisioni, hai proceduto per immagini, vedendo con la mente le scene delle battaglie etc.?

Io sono un maniaco del controllo, dunque procedo per gradi: prima consulto i documenti e schedo tutti i testi di riferimento. Poi compongo una scaletta dettagliatissima, con notazioni psicologiche per ogni personaggio in ogni scena, e infine scrivo, scena per scena in ordine cronologico.

Quale è la tua scena favorita? Quella che ti sei più divertito a scrivere?

Senza dubbio l’incontro tra Lattanzio e Costantino e la successiva chiacchierata.

Il personaggio più difficile da delineare, quello più sfuggente, negativo, complesso?

Licinio. Un mezz’uomo privo di spina dorsale, ma in fondo anche un monarca giustissimo e mite. Un autentico casino psicologico.

Pensi che Invictus Costantino l’imperatore guerriero si presti ad una rivisitazione cinematografica? Se potessi senza limiti di budget di spesa, usando massima libertà chi sceglieresti per interpretare il protagonista? Che regista?

Sul regista non ho dubbi: Robert Rodriguez è l’uomo che fa per me. Sogno da sempre di lavorare con lui. Nella parte di Costantino, Brad Pitt sarebbe perfetto. Il giovane Costantino, però, lo farei interpetare a Xavier Samuel.

L’epoca in cui visse Costantino fu un’ epoca di crisi, di decadenza; un’ epoca violenta, corrotta, immorale se vogliamo. Come l’ hai resa nel tuo libro? C’è un intento di parlare di ieri per parlare di oggi, della contemporaneità?

Il mio giudizio su Roma è pessimo. L’epoca che descrivo nel romanzo è un’epoca di grandi cambiamenti, in cui il centro del potere si sposta a oriente e l’Urbe rimane un coacervo di corruzione e parassitismo. Ovviamente, parlando di una Roma decadente è difficile non pensare al presente. Ma nel romanzo non c’è solo questo. C’è anche la descrizione della nascita d’un mondo nuovo, sotto l’egida d’un imperatore visionario. A volte i romanzi storici ci parlano insistentemente del presente. Altre, invece, raccontano solo storie di tanti secoli fa.

Quanto tempo hai impiegato a scrivere questo libro?

Un anno e mezzo, tra documentazione e stesura.

Ci sono lati oscuri che ti sarebbe piaciuto approfondire?

Sono abbastanza soddisfatto dell’indagine condotta nelle tenebre della psiche dei miei personaggi. Certo, non nego che mi sarebbe piaciuto dedicare più spazio a quella carogna di Galerio e alla sua personalità distorta.

Ci sono progetti di traduzioni per l’estero?

Sì, siamo prossimi alla firma per un contratto di traduzione molto importante per un paese europeo. Ma, per scaramanzia, preferirei non dare l’annuncio finché non sarà tutto nero su bianco.

Infine nel salutarti, ringraziandoti per la disponibilità e per il tempo che hai trovato per rispondere a questa intervista, parlaci dei tuoi progetti prossimi, c’è un nuovo noir contemporaneo nell’aria?

Certo che c’è. C’è sempre un nuovo noir nell’aria. Segnatevi questo titolo: IL PAESE CHE AMO. Nel 2013 ne leggerete delle belle!