Archive for the ‘Uncategorized’ Category

:: Recensione di Danzando sui vetri rotti di Ka Hancock (Leggereditore, 2012) a cura di Viviana Filippini

21 ottobre 2012

Niente sangue, nessun omicidio o reliquie trafugate da recuperare, ma è la vita pura in ogni sua gradazione a caratterizzare Danzando sui vetri rotti dell’americana Ka Hancock. Non so perché, ma appena ho letto il titolo ho pesato a cosa comporta l’atto della danza, che dal mio punto di vista non è come ballare, perché nella danza ci sono un’ eleganza e delicatezza maggiori. Poi, il danzare sui vetri rotti, mi ha fatto pensare ad un movimento fluido e armonioso reso doloroso dei vetri rotti (metafora degli ostacoli del vivere, dei dolori e delle sofferenze) che feriscono e lacerano. Iniziata la lettura di Danzando sui vetri rotti si entra in una storia travolgente che ti fa capire quanto la vita di ogni giorno possa essere, nella sua ordinarietà, un qualcosa di eccezionale e stupefacente. I protagonisti sono Lucy Houston e Mickey Chandler. Lei è insegnante e proviene da un famiglia dove i casi di cancro sono diffusi, lui è un intraprendente gestore di locali, affetto dalla sindrome bipolare. Queste componenti integranti della loro vite non impediranno a Lucy e Mickey di conoscersi, di  fidanzarsi e unirsi in matrimonio promettendosi amore eterno. Giorno per giorno la loro esistenza, fondata sul rispetto, sul dialogo e sulla comprensione, procederà con prudenza nell’affrontare ogni piccola e grande complicazione quotidiana, fino a quando l’inaspettata maternità travolgerà Lucy e Mickey. Moglie e marito si legheranno ancora di più nella gioia e nell’improvviso dramma del quale saranno protagonisti. L’esordio di Ka Hancock è una storia che racconta a noi lettori una vicenda di profondo amore, di coraggio e di voglia di lottare pur di garantire un domani migliore alle persone che si amano. Le relazioni esistenti tra i diversi personaggi di Danzando sui vetri rotti evidenziano un grande valore umano, in quanto sono la dimostrazione che nonostante le difficoltà della vita, le divergenze di opinioni e le paure, le incomprensioni tra persone possono essere superate con l’intento di trovare la soluzione migliore per tutti, rispettando le volontà e i desideri di chi non c’è più. L’autrice ci commuove raccontando una storia d’amore intensa e allo stesso tempo ci fa capire quanto possa essere fragile il corso vitale dell’uomo. Lucy lotta per la vita, Mickey combatte per riuscire a convivere con il suo disturbo bipolare sostenendo l’adorata moglie nel difficile cammino intrapreso. Entrambi si sorreggono a vicenda, evidenziando un coraggio esemplare per noi lettori, facendoci capire quanto sono importanti i piccoli gesti di ogni giorno e quante sono le sfumature in cui l’amore si manifesta. Dalle pagine di Danzando sui vetri rotti traspare l’ intensa forza d’amore che lega i due protagonisti, pronti a non arrendersi nonostante le avversità della vita. Allo stesso tempo Ka Hancoch, attraverso Lucy, sensibilizza il lettore alla solida perseveranza di una donna verso il futuro figlio, il frutto concreto dell’amore condiviso. Danzando sui vetri rotti ha al centro della narrazione Lucy Houston e Mickey Chandler, ma allo stesso tempo ci porta a conoscere i parenti e gli amici che ruotano attorno a questa coppia. Il tutto è una piccola comunità unita nei momenti di gioia e di dolore, segno tangibile dell’importanza dei legami umani e dell’indispensabilità di volere bene e comprendere le persone che vivono attorno a noi.

Ka Hancock è nata e cresciuta nelle Utah. Ha due lauree in scienza infermieristiche e ha lavorato in diversi settori della medicina, ma il suo primo amore è la psichiatria. Dividendosi tra la famiglia e il lavoro è riuscita a scrivere questo suo libro d’esordio, che è un romanzo sull’amore imperfetto.

:: Speechless Magazine 2

16 ottobre 2012

E’ finalmente online, in free download, il secondo numero di Speechless Magazine, rivista digitale di Letteratura, Editoria, Cinema, Fumetto, Televisione, creata da Alessandra Zengo in collaborazione con il blog collettivo Diario di Pensieri Persi e sinceramente la prima sensazione provata sfogliandola è di stupore per la bravura e professionalità di queste ragazze che in pochi mesi hanno dato vita ad un piccolo miracolo editoriale: il primo numero ha superato il milione e mezzo di contatti! Non si può dire che il successo non sia meritato. Dall’impaginazione alla grafica, ai contenuti, all’entusiasmo di tutti i collaboratori, queste ragazze sono riuscite a dare vita ad un prodotto di qualità e originale, diverso da tutte le altre riviste del settore. Avere un fumetto della Marvel in copertina non è da tutti, e le ragazze ci sono riuscite!  In questo numero potete trovare un ricordo di Chiara Palazzolo scritto da Loredana Lipperini, la nostra Viviana Filippini parlerà di Petrolio di PPP, poi interviste a Victor Gischler, Vicki Satlow e Maurizio Bettini, racconti di Natasa Dragnic, Rita Charbonnier, Arthur Conan Doyle, Wu Ming, Arte, Fumetti, Televisione, Cinema, Musica. Che dire d’altro, la rivista la sto sfogliando ed è davvero ricca. Cliccate sull’immagine e leggetela!

:: Recensione di Ferite profonde di Nele Neuhaus (Giano, 2012) a cura di Viviana Filippini

16 ottobre 2012

Vi siete mai chiesti se le persone che incontriamo sulla nostra strada sono veramente quello che sembrano o che ci dicono di essere? È la sensazione che mi è rimasta impressa nella mente dopo aver letto Ferite profonde, il nuovo giallo di Nele Neuhaus edito dalla Giano. La struttura ha al centro la caccia all’assassino che ha trucidato senza pietà tre anziani – due uomini e una donna – a Francoforte. Ad indagare sul caso intervengono il commissario capo Oliver von Bodenstein e la sua collega Pia Kirchhoff. A spiazzare parecchio la coppia di detective e la loro squadra investigativa vari imprevisti. Il primo è la serie di numeri dal valore enigmatico e incomprensibile -1-6-1-4-5- scritta vicina ai tre corpi senza vita. Non solo, ma le difficoltà nella risoluzione del caso sono determinate da continue domande, perché l’autopsia effettuata su una delle vittime, il novantenne David Goldberg,  importante rappresentante della comunità ebraica americana tornato a Taunus per rivedere la sua terra d’origine, rivela la presenza di uno strano tatuaggio interno al braccio sinistro della cadavere. Non è un disegno qualunque, ma un marchio tipico di tutti coloro che appartenevano alla SS durante la Seconda guerra mondiale. I due agenti saranno impegnati in una spinosa indagine nella quale sembra non esserci nessuna apparente relazione tra le vittime, poi l’intricata rete di indizi, di interrogatori e pure di nuovi omicidi porteranno l’attenzione attorno ad una delle più facoltose famiglie della città: i Kaltensee. La ricerca del colpevole presente in Ferite profonde è una corsa contro il tempo per fermare l’assassino prima che colpisca ancora. Il tutto è caratterizzato da un susseguirsi di tracce e di rivelazioni importanti sulla complessa ragnatela di relazioni umane esistenti tra le vittime e i sospetti carnefici. Davanti agli occhi del lettore scorrono diverse famiglie e generazioni a confronto che, da un lato,  riveleranno l’esistenza di legami di sangue impensabili e, dall’altra, metteranno in luce l’ inquietante ambiguità insita nell’animo di alcuni esseri umani protagonisti, che in questo avvincente poliziesco hanno fatto credere di essere quello che in realtà non sono mai stati per non assumersi le gravi responsabilità derivanti dalle proprie azioni (chi leggerà il libro scoprirà che le tre vittime anziane non sono degli stinchi di santo). Pensando alla ferite profonde del titolo, esse non sono segni fisici, ma traumi emotivi che ritornano nella storia incidendo per sempre l’animo di alcuni dei personaggi chiave, i quali hanno trascorso parte della loro esistenza minati da un profonda afflizione, dovuta all’impossibilità di conoscere la vera natura delle proprie origini. Ciò che affascina di Ferite profonde, oltre all’emozionante trama, è l’accurata indagine psicologica nella mente di tutti personaggi: dalle vittime, passando ai persecutori, per arrivare nelle menti di Bodenstein e della Kirchhoff impegnati nella risoluzione del caso. L’autrice ci porta dentro all’indagine e allo stesso tempo ci accompagna nel mondo privato di due persone che non sono solo agenti di polizia impegnati ad indagare, ma per il loro modo di agire, pensare e sentire emozioni denotano una fragilità umana che li rende molto simili a noi lettori. Lui è innamorato della moglie Cosima e in forte conflitto con il suo nuovo superiore, la ex fidanzata Nicola, Pia è separata dal marito con il quale lavora a stretto contatto e innamorata di Christoph, e sono proprio queste loro umane fallibilità ad averli resi popolari nei cuori di molti lettori europei. Ferite profonde unisce con sapienza l’ansia di battere il tempo nella caccia all’assassino, al viaggio nel passato ai tempi del Nazismo, all’accurata indagine introspettiva degli animi dei personaggi narrativi. Azione, suspense, dubbi, intrighi, scambi d’ identità e psiche umana problematica presenti in Ferite profonde confermano la bravura di Nele Neuhaus nella creazione di avvincenti thriller. Traduzione di Emanuela Cervini.

Nele Neuhaus è nata in Germania nel 1967, prima di diventare scrittrice ha studiato Giurisprudenza, Storia e Letteratura e ha lavorato in un‘agenzia di pubblicità. Biancaneve deve morire, pubblicato in Italia dalla Giano nel 2011, è stato e continua ad essere un grande successo in Germania.

:: Segnalazione de “Ticket to Hell” – number one di Alexia Bianchini Editore ST-Books

15 ottobre 2012

L’ordine naturale delle cose è un concetto relativo e il relativismo nel mondo delle tenebre ha la sua peculiarità. Un demone può avere la sua idea di equilibrio e difenderla comporta l’inevitabile scontro con i suo simili, con i quali, ormai, non vuole condividere nulla, se non la medesima e oscura natura. Lux è una creatura potente che stabilisce le sue regole, il resto degli inferi si deve adeguare. Il racconto è nero come la pece, breve, crudo e in perfetta armonia con lo stile di un’autrice che ho imparato ad appezzare, la cui mente concepisce ogni genere di spettro, incubo o contesto fantastico mostrando un’invidiabile propensione alle descrizioni cruente, senza mai deludere le aspettative di chi sia avvicina alle sue opere.

Estratto

«Nel buio vedrai il lume. Nel silenzio troverai la pace. Ringrazia quest’umile essere o anima, perché è grazie a lui che ora potrai viaggiare libera attraverso l’etere.»

La figura, china sulla vittima lorda di sangue, sembrava stesse pregando. Fra le dita delle mani congiunte teneva i bulbi oculari della ragazza sdraiata a terra, sul cui stomaco era seduto il suo assassino. Le aveva tolto la vista, strappandole gli occhi, facendola sprofondare nel buio sincero e nero delle tenebre, tenendole premuta la bocca per non farla gridare. Poi aveva aspettato che il corpo si spegnesse sotto di lui dopo una lenta agonia, strappandole infine la lingua in modo che non potesse raccontare nulla agli spiriti o alla Divoratrice di ciò che era accaduto.

:: Recensione di Il manichino di S. L. Grey (Newton Compton, 2012) a cura di Viviana Filippini

12 ottobre 2012

Cosa accade quando si mescola un buona dose di horror, un po’ di fantasy, del thriller, la passione per gli zombie e i vampiri e un pizzico di analisi psicologica? Il risultato è un romanzo horror d’esordio ricco di tensione con atmosfere così inquietanti che, dopo aver finito la lettura de Il manichino guarderete in modo diverso i fantocci in bella mostra nelle vetrine dei centri commerciali. Così, il primo romanzo di S. L. Grey, pseudonimo letterario dietro al quale si nascondono Sarah Lotz e Louis Greenberg, ci porta a viaggiare dentro ad un angosciante thriller nel quale i protagonisti sono due ragazzi solitari che odiano il mondo dove vivono. Da una parte c’è un lui, Dan, asociale e irrequieto, lavoratore non molto entusiasta in un centro commerciale. Dall’altra c’è una lei, Rhoda, una giovane ragazza di colore diversa da tutte le altre sue coetanee a causa di una brutta cicatrice che le ha rovinato per sempre il viso, scatenando in chi la osserva un profondo sentimento di repulsione. Due anime introverse che il destino porterà a vivere una macabra avventura nel misterioso mondo parallelo nascosto nei sotterranei del centro commerciale. Il manichino ha una trama ben costruita e accattivante, al punto che il lettore si trova risucchiato nella spirale narrativa nella quale i due giovani protagonisti seguono quegli inquietanti messaggi – inviati da un misterioso e cinico burattinaio – alla scoperta di un vecchio deposito di manichini. Nel labirintico sotterraneo del centro commerciale, dove domina una sensazione claustrofobica costante, i due ragazzi incontreranno esseri deformi, manichini animati, freak e creature che non hanno nulla in comune con i comuni esseri viventi. Una dimensione parallela dalla quale Dan e Rhoda tenteranno di scappare, magari ripescando il bambino a cui lei faceva da babysitter e che è scomparso, mentre Rhoda era impegnata a cercarsi una dose di eroina, per trovare la via di fuga verso il monotono, ma più rassicurante universo sociale nel quale quotidianamente vivono. Nel romanzo di Grey convivono pacificamente il thriller e l’horror, ma leggendolo attentamente c’è un atmosfera satirica e psicologica che permea tutta la storia. Pagina dopo pagina ne  Il manichino si è risucchiati in una sorta di macabro quiz nel quale la risposta giusta diventa un piccolo passo verso la possibile salvezza. Il libro scritto a quattro mani da Lotz e Greenberg,  crea suspense e tensione, lasciando in chi legge il giusto pizzico di ansia a paura, ma allo stesso tempo dietro questa struttura narrativa gli autori affrontano il tema delicato della diversità. Il diverso è quella persona che per un certo modo di comportarsi o per un dato aspetto fisico viene purtroppo esclusa dalla società, come accade ai solitari Dan e Rhoda. Ne Il manichino, il pellegrinaggio nel mondo nascosto compiuto dai due giovani protagonisti è un viaggio macabro in un universo del “diverso” animato da creature strambe e in quietanti, dove chi non è come la massa viene relegato e nascosto agli occhi dei più. Questi individui brutti e deformi, celati alla vista degli individui considerati normali, dal mio punto di vista sono la rappresentazione metaforica di tutto quello che spaventa l’uomo contemporaneo, il quale incapace ad affrontare gli ostacoli della vita (le ossessioni, le paure, il difficile relazionarsi con gli altri, la crisi economica) cerca di nasconderli per non vederli, senza rendersi pienamente conto che prima o poi i famosi “scheletri nell’armadio” chiederanno un confronto.

S.L. Grey è il nome dietro il quale si nascondono Sarah Lotz e Louis Greenberg. Sarah, appassionata di storie di zombi, vive a Città del Capo, dove scrive romanzi e sceneggiature. Sotto lo pseudonimo di Lily Herne lei e sua figlia Savannah Lotz scrivono una serie di romanzi per ragazzi che hanno come protagonisti gli zombi. Louis vive a Johannesburg, dove scrive e lavora come editor. Ha fatto per anni il libraio ed è specializzato in letteratura vampiresca. Sarah e Louis si sono conosciuti a un seminario di letteratura noir. Per saper di più su di loro, visitate il sito slgrey.bookslive.co.za

:: Il seguito di Chocolat e Le scarpe rosse di Joanne Harris

12 ottobre 2012

Vianne è tornata

nel villaggio di Chocolat

il vento ha ricominciato a soffiare

A novembre chi ha amato Chocolat di Joanne Harris troverà in libreria una gradita sorpresa: esce infatti la terza parte della trilogia di Vianne, Il giardino delle pesche e delle rose. Per celebrare l’avvenimento la Garzanti ha organizzato una simpatica iniziativa: far scrivere a ciascun blogger, sul proprio sito, la continuazione della storia di Chocolat e Le scarpe rosse. Senza limiti di fantasia, inventando personaggi, luoghi, storie. Lo spunto narrativo è: E tu come immagini il ritorno di Vianne?
Volentieri ho accettato, premettendo che non è affatto facile far rivivere un personaggio così amato, anche solo in un frammento come quello che mi appresto a scrivere. Mi ha incoraggiato leggere il bell’incipit sul blog di Malitia Wonderland e spero di essere capace anche io di ricreare un po’ la magia del libro della Harris. Buona lettura!

***

A Lansquenet l’autunno sembrava tornato. Una leggera pioggerellina cadeva dal cielo come una promessa mantenuta. L’odore delle caldarroste misto ad un’essenza più speziata, di cannella forse, volava ad ondate attraverso una nebbiolina densa e ovattata. Come se un incantesimo avesse congelato cose e persone a Lansquenet tutto sembrava identico a tanti anni prima.
Quasi trattendo il respiro Vianne, tenendo per mano le sue due figlie, si fermò ad ascoltare il rumore rassicurante e calmo del tardo pomeriggio. Era come tornare a casa. Tornare in un luogo dove era stata felice, dove aveva pianto, dove aveva vissuto giorni preziosi della sua vagabonda e incerta vita.
Raggiunse il suo vecchio negozio La Celeste Praline e con un fazzoletto pulì il vetro per guardare all’interno. Polvere e ragnatele coprivano tutto, ma era così familiare quell’ambiente che le strappò un sorriso. Ora che era tornata, anche il negozio poteva rinascere, come la speranza di ritrovare vecchi amici, di innamorarsi di nuovo. Vienne sentì dentro di sè rinascere qualcosa che credeva perduto.
Sì, il destino le stava dando una seconda possibilità e questa volta non se la sarebbe lasciata scappare.  Si tolse i guanti e con tenerezza accarezzò la testa di Anouk . Ora era più forte di allora, forse più vecchia, ma certamente più saggia  e determinata. Aveva imparato grandi lezioni a Parigi, aveva imparato a conoscersi, e questo era importante per una donna sola che stava crecendo due bambine. La libertà ha un prezzo, questo aveva imparato. Ma il coraggio di pagarlo non le mancava. Tornare a Lansquenet era stata una scelta giusta, se lo sentiva. Ora doveva rendere il suo ritorno memorabile, un avvenimento. Doveva riportare la gioia, l’allegria, la felicità, come allora.
La pioggia smise quasi di colpo e un raggio di sole le si posò su una mano. Era un dono prezioso, più prezioso di un gioiello, più prezioso di qualsiasi tesoro. Era il segno che presto tutto sarebbe andato a posto.  Sì, non c’erano dubbi. Non doveva avere più dubbi.

:: Segnalazione di August di Christa Wolf (e/o, 2012)

10 ottobre 2012

CHRISTA WOLF
AUGUST
edizioni e/o
Prezzo 12,50 € –  pag 96
Traduzione dal tedesco di Anita Raja
A novembre in libreria

 Un amore che nasce infantile e dura tutta la vita
L’ultimo racconto di Christa Wolf

Il libro

L’August, che dà il titolo a questo racconto di Christa Wolf, l’ultimo che ha scritto e che esce postumo, fa la sua prima, rapida apparizione nelle struggenti pagine finali di Trama d’infanzia, laddove si racconta del crollo del nazismo e, insieme, del sistema di valori e di certezze che avevano retto il mondo dell’adolescente Nelly Jordan e della sua famiglia. Nelle ultime pagine del libro si narra la tubercolosi della protagonista, il sanatorio e l’amore mal governato di un bambino a sua volta malato. In quel sanatorio, teatro di esperienze dolorose e di privazioni, ma anche di momenti felici e di sentimenti duraturi, prende forma l’amore infantile, il bisogno di un legame forte da pretendere giorno per giorno e da difendere con vitalissima caparbietà. È ciò che fa August. Quel sentimento crescerà con lui, durerà oltre la fine del lavoro che s’è scelto e ha fatto volentieri, oltre la serena storia con la donna che lo ha accettato e gli ha tenuto compagnia nel corso della vita.

L’autrice

Christa Wolf è la più nota scrittrice contemporanea di lingua tedesca. Tra le sue opere ricordiamo: Il cielo diviso, Premesse a Cassandra, Sotto i tigli, Guasto, Trama d’infanzia, Medea, Un giorno all’anno, Con uno sguardo diverso, tutte pubblicate dalle edizioni e/o.

:: Edizioni XII: I Corti Viventi pronti a camminare

9 ottobre 2012

Edizioni XII pubblica i racconti brevi e brevissimi selezionati nella Terza Stagione dei Corti.

Dopo il successo dell’Invasione degli Ultra Corti, la casa editrice lecchese pubblica l’antologia Corti – Terza Stagione – Il Ritorno dei Corti Viventi, curata da Raffaele Serafini.
Noir, fantastico, horror, ucronia, fantascienza: più di 60 racconti brevissimi, da una pagina a nemmeno una parola, uniti dal tentativo di far leggere la propria storia, in meno tempo di quanto servirebbe per raccontarla a voce. Autori emergenti che si sono guadagnati la presenza nella raccolta attraverso una selezione durata mesi, con centinaia di racconti in gara. Al loro fianco autori smaliziati e affermati, che hanno aderito e accettato la sfida.

Raffaele Serafini, il curatore, è un friulano del 1975. Direttore della collana Pigmei, insegnante di materie giuridico-economiche e rimestatore culturale per natura, è appassionato di libri, blog, haiku, mare, 500lilla, lingua friulana e, soprattutto, narrativa breve.
Scrive spesso di tematiche vicine al fantastico, all’horror e al noir. Ha ottenuto diversi riconoscimenti per poesie e haiku e si è affermato in concorsi di narrativa a livello nazionale. Ha pubblicato racconti per varie riviste e raccolte di piccoli editori.

Per ulteriori informazioni si veda l’annuncio ufficiale sul sito di Edizioni XII.

L’antologia Corti – Terza Stagione – Il Ritorno dei Corti Viventi, curata da Raffaele Serafini, ha finalmente una data di uscita: il 23 ottobre il nuovo titolo della collana Pigmei sarà infatti disponibile sull’e-shop di Edizioni XII.
Nell’ultima fatica della casa editrice lecchese compaiono racconti di autori noti come Danilo Arona e J.Romano,insieme ad altri di autori affermatisi nell’edizione precedente, come Valchiria Pagani e Mirko Dadich. A far loro compagnia, gli emergenti sopravvissuti alla selezione che per mesi ha visto i loro racconti lottare per conquistare un posto nell’antologia. La cattiveria dei Corti Viventi è imbrigliata dietro alla copertina creata come sempre da Diramazioni.

:: Recensione de “La Piave” e “Protocollo uno” di Diego Bortolozzo Ebook Editore Narcissus Self Publishing – “Collana Imperium” a cura di Barbara de Carolis

9 ottobre 2012

La Piave

“La Piave. Susegana, Treviso, 22 maggio. Anno del Signore 1827.
Il cielo plumbeo rovesciava le sue lacrime sui soldati, fantocci inghiottiti dalle lugubri trincee di fango. Esplosioni di piombo rubavano la scena al fragore dei tuoni, fiamme di fuoco illuminavano più delle folgori, urla disumane accompagnavano il sonno della fanteria.
Mesi trascorsi in prima linea, a marcire seduti tra le viscere dei propri compagni, cercando di ingoiare minestre arrossate dal sangue dei morti.”

La guerra mostra il suo vero volto attraverso gli occhi dei soldati, unici attori di uno spettacolo dall’epilogo sempre incerto. Qualcuno sostiene che le sorti di un conflitto si decidano a tavolino, sorseggiando tazze di tè fumante, esponendo pretenziose considerazioni, muovendo gli eserciti al pari di inanimate pedine, quasi incurante del drammatico e fondamentale ruolo della guerra di posizione. La trincea restituisce gli uomini a una natura dimenticata, fatta di miseria e abbrutimento. Le mortificanti condizioni di vita alterano la percezione della realtà offrendo un altro punto di vista e questo avviene in ogni tempo e in ogni luogo. L’autore sceglie di spostare un evento di proporzioni mondiali in un momento diverso dalla reale collocazione storica, e così, la Grande Guerra viene combattuta nel 1827, lontano dai clamori di un secolo che nasce e dai fasti della Belle époque che si avvia al tramonto. Tempi diversi, dunque, ma il coraggio degli uomini resta immutato e trova il modo di palesarsi in ogni dove.

Protocollo Uno

“L’astronave cominciò a rallentare l’avvicinamento. Tutto l’equipaggio si trovava ai propri posti. Nonostante le manovre fossero state provate nei simulatori durante l’addestramento, e ripetute in decine di missioni, nell’aria erano quasi palpabili le emozioni degli uomini e delle donne dell’astronave.”

Protocollo uno è decisamente un racconto di fantascienza dalla prima all’ultima riga. Non saprei trovare un’altra definizione per una storia capace di proiettare il lettore in universi lontani, aprire nuovi scenari, mostrare l’audacia di fornire risposte a domande ancestrali: da dove veniamo?
C’è una missione da compiere e un protocollo da rispettare ma il pianeta all’orizzonte sembra essere finalmente quello bramato da tempo, e di fronte a una teoria da difendere a costo della vita, le pratiche ortodosse devono farsi da parte.
Per gli amanti del genere, è un piacere leggere questo autore che si conferma abile e appassionato nel raccontare storie al di là dell’ordinario, crude eppure emozionanti, stabilendo un equilibrio narrativo incontestabile.
Diego Bortolozzo riprende il reale, lo torce e lo fa suo, tramutandolo nella sua realtà, nella sua storia.

:: Recensione di I lupi di Ray Banks (Collana Revolver – Ed. BD, 2012)

8 ottobre 2012

Li trovai proprio in fondo. No, non O’Brian era un coglione, ma aveva abbastanza buon gusto da non mangiare nel suo stesso ristorante. C’era un grupetto di vecchi che puzzavano di soldi. Yuppie senza vita. Due uomini con l’aria di chi insegnava roba del tutto inutle con le loro mogli bruttissime, donne di cultura con indosso un poncho. Ora, chiamatemi un purista ma non penso che nessuno possa permettersi di indossare un poncho. A meno di non essere messicani. O Clint Eastwood.

I lupi (Wolf Tickets, 2012) dello scozzese Ray Banks, nome che per la prima volta avevo sentito fare da Tony Black, mi è capitato tra le mani, inaspettato, qualche giorno fa e mi ha subito messo di buon umore leggere la dichiarazione di Allan Guthrie che ho trovato in quarta di copertina: “Leggere Ray Banks è come stare in prima fila a un incontro di boxe fra Jim Thompson e Charles Bukowski raccontato da Chuck Palahmiuk. Banks è il campione britannico dei pesi massimi del noir”. Opinione che sembra confermata da The Guardian che definisce Ray Banks “uno dei migliori autori noir del Regno Unito”.
Edito dalla collana Revolver di Edizioni BD e tradotto da Marco Piva Dittrich, I lupi insomma appartiene di diritto alla nutrita schiera dei Tartan Noir e farà la gioia degli appassionati per il suo carattere anticonvenzionale e l’uso disinvolto dello slang, che il traduttore ha fatto di tutto per rendere comprensibile ai lettori italiani. A partire dal titolo originale Wolf Tickets che, come dice la nota in apertura tratta da un’ intervista a Tom Waits su Playboy Magazine, si rifà o al gergo dei neri di Baltimora o a quello ferroviario dell’inizio del secolo. Sull’Urban Dictionary ho trovato questa definizione: “The phrase “wolf ticket” is the result of a misunderstood African-American slang expression for the practice of verbal intimidation, “sellin’ woof tickets,” that was incorrectly transposed by whites.”
La trama è molto semplice: due amici, Jimmy Cobb inglese di Newcastle e Sean Farrell irlandese di Galway, ex militari, balordi e un po’ delinquentelli, si trovano ad avere a che fare con un delinquente vero, e pure un po’ psicopatico, Frank O’ Brian appena uscito di galera e deciso a consumare la sua vendetta. Il romanzo inizia infatti con il doloroso risveglio di Farrell e la scoperta che la sua donna Nora, ex di Frank O’Brian, gli ha rubato coca, una giacca di pelle di inestimabile valore sentimentale e ventimila sterline, abbandonandolo con un biglietto dove gli intima di non seguirla.
Farrell non ci pensa nemmeno, lascia Galway e si reca a Newcastle dal suo vecchio amico Cobb, deciso a ritrovare la sua donna. Sarà l’inizio di una storia in cui l’amicizia tra Cobb e Farrell sarà messa a dura prova, Cobb si troverà ad essere torturato e quasi ucciso da O’Brian che vuole a tutti i costi i soldi che crede Farrell abbia nascosto, la polizia sospetterà Farrell per un assassinio che non ha commesso, e naturalmente la vendetta avrà un ruolo di primo piano perché Cristo, gli irlandesi. A inventare la parola vendetta saranno stati anche gli italiani, ma gli irlandesi erano quelli che sapevano davvero come portarne una a termine.
Ritmo e azione sono gli ingredienti fondamentali di questo noir a tinte forti, non privo di una certa dose di ironia e scanzonato umorismo. Non mancano neanche le sorprese e i colpi di scena che Banks sa dosare con perfetto rispetto dei tempi. La scrittura è fluida e veloce, decisamente capace di catturare l’attenzione del lettore. I capitoli sono brevi e alternano il punto di vista di Cobb e Farrell creando una sorta di montaggio alternato che spezza la linearità dell’azione in tempo reale. Il linguaggio è un po’ crudo, ma rende in modo realistico la parlata di personaggi appartenenti al sottobosco del crimine inglese e irlandese.
Che dire di più, io mi sono divertita leggendolo, spero farete altrettanto voi. In uscita il 18 ottobre.

Intervista a Ray Banks: qui

Ray Banks è nato a Kirkcaldy, Scozia, e vive a Newcastle. Autore di sette romanzi, due novelle e decine di racconti, è tradotto in quattro lingue. Ha lavorato come vetraio, croupier e cantante ai matrimoni prima di raggiungere il successo come autore. Nel 2012 ha vinto lo Spinetingler Award.     

:: Recensione di Il ragazzo della Kaiserhofstrasse di Valentin Senger (Neri Pozza, 2012) a cura di Viviana Filippini

8 ottobre 2012

Non è fiction narrativa o finzione quella raccontata da Senger ne Il ragazzo della Kaiserhofstrasse, ma ognuno dei fatti messi per iscritto sono episodi di vita vera riguardanti l’autore e la  sua famiglia di ebrei dell’Est sopravvissuti alla Seconda guerra mondiale e alla pulizia etnica fomentata dal regime nazista contro gli ebrei. Tutto si sviluppa in una delle strade – la Kaiserhofstrasse – nella Francoforte della metà degli anni Trenta, dove la famiglia Senger, formata da Moissee Rabisanowitsch nato a Mykolaive, da Olga Moissejewna Sudakowitsch nata a Ocakiv e dai loro figli, viveva al numero 19. Pagina dopo pagina l’autore racconta la sua vicenda di apolide e areligioso (stati sociali scritti per esplicita volontà della madre sui documenti della famiglia) ebreo sopravvissuto ad uno dei più drammatici eventi riguardanti la storia dell’umanità. Il caso, la fortuna  – e direi a questo punto – una buona stella hanno protetto Valentin Senger che ha evitato la deportazione nei campi di sterminio e in quelli di battaglia. Il libro di Senger è una cronaca della quotidianità che animava la Kaiserhofstrasse di Francoforte composta da persone diverse e strambe, da militari, da attività commerciali e da relazioni umane alquanto originali. Leggendo Il ragazzo della Kaisehofstrasse si incontrano donne solitarie accusate di pazzia derise da ragazzini dispettosi, commercianti di frutta, verdura e carne, prostitute gentili e protettive, strambi meccanici pronti a fare il giro del mondo in sella ad un bicicletta volante e tanti vicini di casa che forse sapevano che i Senger erano ebrei, ma hanno preferito proteggerli senza denunciarli al regime. Solo al momento della liberazione, davanti ad un soldato americano – senza sapere che anche lui era ebreo- Senger trovò il giusto coraggio dichiarando con sincerità le sue origini ebraiche, sempre con un profondo timore delle gravi conseguenze che questa sua confessione avrebbe potuto scatenare. Questa narrazione esistenziale ha come teatro degli eventi ricordati la Kaiserhofstrasse di Francoforte dove l’autore viveva e le pagine sono un specchio che restituisce non soli i fatti, ma anche gli intrighi, i rapporti e i sentimenti riguardanti la variegata umanità che risiedeva in questa strada. Il ragazzo della Kaiserhofstrasse è quindi la vicenda di una famiglia ebrea russa che per fortuna e per caso sopravvisse alla Germania di Hitler, un segno tangibile e concreto che qualcuno riuscì a sfuggire alla brutale macchina di assurda violenza, di distruzione umana e di morte perpetrata da Hitler ai danni di persone innocenti. Questa testimonianza è una vera e propria avventura ricca di azione, di ironia e suspense che la rendono simile ad un film, ma in realtà la narrazione del libro editato da Neri Pozza è vita pura che va ad aggiungersi alle altre importanti testimonianze aventi per protagonisti ebrei sopravvissuti. La storia di Valentin Senger come quelle di chi è scampato alla guerra dovrebbe essere letta da tutti, perché è la piccola tessera di un grande mosaico – quello della Storia- che non deve essere dimenticata, ma conosciuta e tramandata alle generazioni future per non dimenticare ciò che è stato e cercare – impresa ardua, ma possibile da fare con una buona dose di volontà e giudizio- di non compiere più gli errori del passato.

Valentini Senger è nato a Francoforte nel 1918. Durante gli anni della Seconda guerra mondiale ha studiato e lavorato come disegnatore tecnico. Alla fine della guerra è diventato giornalista, prima per la Sozialistiche Volkszeitung e in seguito per la radio dell’Assia. È morto a Francoforte nel 1997.

:: Daniele Serra vince il British Fantasy Awards 2012 nella categoria Best Artist

8 ottobre 2012

Un italiano vince il prestigioso British Fantasy Awards 2012 nella categora “Best Artist”, è il sardo  Daniele Serra, giovane illustratore conosciuto forse più all’estero che in Italia. Noi di Liberi di Scrivere ci uniamo al coro delle congratulazioni con l’augurio che possa trovare espressione del suo talento sempre più anche in Italia. Se siete interessati ad approfondire la conoscenza di questo artista vi invito a leggere questo articolo http://www.alessandromanzetti.com/2012/10/daniele-serra-tribute-to-man-ray.html sull’ interessante sito di Alessandro Manzetti “Mezzotints”, dove sono presenti numerose sue copertine, vere e proprie opere d’arte.

Daniele Serra classe 1977, illustratore professionista, i suoi lavori sono stati pubblicati in Europa, Australia e Stati Uniti, è stato protagonista  di diverse mostre negli Stati Uniti e in Europa. Ha realizzato illustrazioni per opere di autori come Bruce Boston, Brian Stableford, Rain Graves,Tim Waggoner, Graham Masterton, Mary Sangiovanni, Steven Savile, Tim Curran, Greg F. Gifune, Tom Piccirilli, Ronald Malfi, Lee Thompson, J.F. Gonzalez, Allyson Bird. Collabora con DC Comics, Image Comics, Cemetery Dance, Weird Tales Magazine, PS Publishing, Dark Region Press, Delirium Books, Creation Oneiros e altre pubblicazioni. Nel 2009 e 2010 è stato nominato per il British Fantasy Award. Sito Web