Niente sangue, nessun omicidio o reliquie trafugate da recuperare, ma è la vita pura in ogni sua gradazione a caratterizzare Danzando sui vetri rotti dell’americana Ka Hancock. Non so perché, ma appena ho letto il titolo ho pesato a cosa comporta l’atto della danza, che dal mio punto di vista non è come ballare, perché nella danza ci sono un’ eleganza e delicatezza maggiori. Poi, il danzare sui vetri rotti, mi ha fatto pensare ad un movimento fluido e armonioso reso doloroso dei vetri rotti (metafora degli ostacoli del vivere, dei dolori e delle sofferenze) che feriscono e lacerano. Iniziata la lettura di Danzando sui vetri rotti si entra in una storia travolgente che ti fa capire quanto la vita di ogni giorno possa essere, nella sua ordinarietà, un qualcosa di eccezionale e stupefacente. I protagonisti sono Lucy Houston e Mickey Chandler. Lei è insegnante e proviene da un famiglia dove i casi di cancro sono diffusi, lui è un intraprendente gestore di locali, affetto dalla sindrome bipolare. Queste componenti integranti della loro vite non impediranno a Lucy e Mickey di conoscersi, di fidanzarsi e unirsi in matrimonio promettendosi amore eterno. Giorno per giorno la loro esistenza, fondata sul rispetto, sul dialogo e sulla comprensione, procederà con prudenza nell’affrontare ogni piccola e grande complicazione quotidiana, fino a quando l’inaspettata maternità travolgerà Lucy e Mickey. Moglie e marito si legheranno ancora di più nella gioia e nell’improvviso dramma del quale saranno protagonisti. L’esordio di Ka Hancock è una storia che racconta a noi lettori una vicenda di profondo amore, di coraggio e di voglia di lottare pur di garantire un domani migliore alle persone che si amano. Le relazioni esistenti tra i diversi personaggi di Danzando sui vetri rotti evidenziano un grande valore umano, in quanto sono la dimostrazione che nonostante le difficoltà della vita, le divergenze di opinioni e le paure, le incomprensioni tra persone possono essere superate con l’intento di trovare la soluzione migliore per tutti, rispettando le volontà e i desideri di chi non c’è più. L’autrice ci commuove raccontando una storia d’amore intensa e allo stesso tempo ci fa capire quanto possa essere fragile il corso vitale dell’uomo. Lucy lotta per la vita, Mickey combatte per riuscire a convivere con il suo disturbo bipolare sostenendo l’adorata moglie nel difficile cammino intrapreso. Entrambi si sorreggono a vicenda, evidenziando un coraggio esemplare per noi lettori, facendoci capire quanto sono importanti i piccoli gesti di ogni giorno e quante sono le sfumature in cui l’amore si manifesta. Dalle pagine di Danzando sui vetri rotti traspare l’ intensa forza d’amore che lega i due protagonisti, pronti a non arrendersi nonostante le avversità della vita. Allo stesso tempo Ka Hancoch, attraverso Lucy, sensibilizza il lettore alla solida perseveranza di una donna verso il futuro figlio, il frutto concreto dell’amore condiviso. Danzando sui vetri rotti ha al centro della narrazione Lucy Houston e Mickey Chandler, ma allo stesso tempo ci porta a conoscere i parenti e gli amici che ruotano attorno a questa coppia. Il tutto è una piccola comunità unita nei momenti di gioia e di dolore, segno tangibile dell’importanza dei legami umani e dell’indispensabilità di volere bene e comprendere le persone che vivono attorno a noi.
Ka Hancock è nata e cresciuta nelle Utah. Ha due lauree in scienza infermieristiche e ha lavorato in diversi settori della medicina, ma il suo primo amore è la psichiatria. Dividendosi tra la famiglia e il lavoro è riuscita a scrivere questo suo libro d’esordio, che è un romanzo sull’amore imperfetto.

Vi siete mai chiesti se le persone che incontriamo sulla nostra strada sono veramente quello che sembrano o che ci dicono di essere? È la sensazione che mi è rimasta impressa nella mente dopo aver letto Ferite profonde, il nuovo giallo di Nele Neuhaus edito dalla Giano. La struttura ha al centro la caccia all’assassino che ha trucidato senza pietà tre anziani – due uomini e una donna – a Francoforte. Ad indagare sul caso intervengono il commissario capo Oliver von Bodenstein e la sua collega Pia Kirchhoff. A spiazzare parecchio la coppia di detective e la loro squadra investigativa vari imprevisti. Il primo è la serie di numeri dal valore enigmatico e incomprensibile -1-6-1-4-5- scritta vicina ai tre corpi senza vita. Non solo, ma le difficoltà nella risoluzione del caso sono determinate da continue domande, perché l’autopsia effettuata su una delle vittime, il novantenne David Goldberg, importante rappresentante della comunità ebraica americana tornato a Taunus per rivedere la sua terra d’origine, rivela la presenza di uno strano tatuaggio interno al braccio sinistro della cadavere. Non è un disegno qualunque, ma un marchio tipico di tutti coloro che appartenevano alla SS durante la Seconda guerra mondiale. I due agenti saranno impegnati in una spinosa indagine nella quale sembra non esserci nessuna apparente relazione tra le vittime, poi l’intricata rete di indizi, di interrogatori e pure di nuovi omicidi porteranno l’attenzione attorno ad una delle più facoltose famiglie della città: i Kaltensee. La ricerca del colpevole presente in Ferite profonde è una corsa contro il tempo per fermare l’assassino prima che colpisca ancora. Il tutto è caratterizzato da un susseguirsi di tracce e di rivelazioni importanti sulla complessa ragnatela di relazioni umane esistenti tra le vittime e i sospetti carnefici. Davanti agli occhi del lettore scorrono diverse famiglie e generazioni a confronto che, da un lato, riveleranno l’esistenza di legami di sangue impensabili e, dall’altra, metteranno in luce l’ inquietante ambiguità insita nell’animo di alcuni esseri umani protagonisti, che in questo avvincente poliziesco hanno fatto credere di essere quello che in realtà non sono mai stati per non assumersi le gravi responsabilità derivanti dalle proprie azioni (chi leggerà il libro scoprirà che le tre vittime anziane non sono degli stinchi di santo). Pensando alla ferite profonde del titolo, esse non sono segni fisici, ma traumi emotivi che ritornano nella storia incidendo per sempre l’animo di alcuni dei personaggi chiave, i quali hanno trascorso parte della loro esistenza minati da un profonda afflizione, dovuta all’impossibilità di conoscere la vera natura delle proprie origini. Ciò che affascina di Ferite profonde, oltre all’emozionante trama, è l’accurata indagine psicologica nella mente di tutti personaggi: dalle vittime, passando ai persecutori, per arrivare nelle menti di Bodenstein e della Kirchhoff impegnati nella risoluzione del caso. L’autrice ci porta dentro all’indagine e allo stesso tempo ci accompagna nel mondo privato di due persone che non sono solo agenti di polizia impegnati ad indagare, ma per il loro modo di agire, pensare e sentire emozioni denotano una fragilità umana che li rende molto simili a noi lettori. Lui è innamorato della moglie Cosima e in forte conflitto con il suo nuovo superiore, la ex fidanzata Nicola, Pia è separata dal marito con il quale lavora a stretto contatto e innamorata di Christoph, e sono proprio queste loro umane fallibilità ad averli resi popolari nei cuori di molti lettori europei. Ferite profonde unisce con sapienza l’ansia di battere il tempo nella caccia all’assassino, al viaggio nel passato ai tempi del Nazismo, all’accurata indagine introspettiva degli animi dei personaggi narrativi. Azione, suspense, dubbi, intrighi, scambi d’ identità e psiche umana problematica presenti in Ferite profonde confermano la bravura di Nele Neuhaus nella creazione di avvincenti thriller. Traduzione di Emanuela Cervini.
L’ordine naturale delle cose è un concetto relativo e il relativismo nel mondo delle tenebre ha la sua peculiarità. Un demone può avere la sua idea di equilibrio e difenderla comporta l’inevitabile scontro con i suo simili, con i quali, ormai, non vuole condividere nulla, se non la medesima e oscura natura. Lux è una creatura potente che stabilisce le sue regole, il resto degli inferi si deve adeguare. Il racconto è nero come la pece, breve, crudo e in perfetta armonia con lo stile di un’autrice che ho imparato ad appezzare, la cui mente concepisce ogni genere di spettro, incubo o contesto fantastico mostrando un’invidiabile propensione alle descrizioni cruente, senza mai deludere le aspettative di chi sia avvicina alle sue opere.
Cosa accade quando si mescola un buona dose di horror, un po’ di fantasy, del thriller, la passione per gli zombie e i vampiri e un pizzico di analisi psicologica? Il risultato è un romanzo horror d’esordio ricco di tensione con atmosfere così inquietanti che, dopo aver finito la lettura de Il manichino guarderete in modo diverso i fantocci in bella mostra nelle vetrine dei centri commerciali. Così, il primo romanzo di S. L. Grey, pseudonimo letterario dietro al quale si nascondono Sarah Lotz e Louis Greenberg, ci porta a viaggiare dentro ad un angosciante thriller nel quale i protagonisti sono due ragazzi solitari che odiano il mondo dove vivono. Da una parte c’è un lui, Dan, asociale e irrequieto, lavoratore non molto entusiasta in un centro commerciale. Dall’altra c’è una lei, Rhoda, una giovane ragazza di colore diversa da tutte le altre sue coetanee a causa di una brutta cicatrice che le ha rovinato per sempre il viso, scatenando in chi la osserva un profondo sentimento di repulsione. Due anime introverse che il destino porterà a vivere una macabra avventura nel misterioso mondo parallelo nascosto nei sotterranei del centro commerciale. Il manichino ha una trama ben costruita e accattivante, al punto che il lettore si trova risucchiato nella spirale narrativa nella quale i due giovani protagonisti seguono quegli inquietanti messaggi – inviati da un misterioso e cinico burattinaio – alla scoperta di un vecchio deposito di manichini. Nel labirintico sotterraneo del centro commerciale, dove domina una sensazione claustrofobica costante, i due ragazzi incontreranno esseri deformi, manichini animati, freak e creature che non hanno nulla in comune con i comuni esseri viventi. Una dimensione parallela dalla quale Dan e Rhoda tenteranno di scappare, magari ripescando il bambino a cui lei faceva da babysitter e che è scomparso, mentre Rhoda era impegnata a cercarsi una dose di eroina, per trovare la via di fuga verso il monotono, ma più rassicurante universo sociale nel quale quotidianamente vivono. Nel romanzo di Grey convivono pacificamente il thriller e l’horror, ma leggendolo attentamente c’è un atmosfera satirica e psicologica che permea tutta la storia. Pagina dopo pagina ne Il manichino si è risucchiati in una sorta di macabro quiz nel quale la risposta giusta diventa un piccolo passo verso la possibile salvezza. Il libro scritto a quattro mani da Lotz e Greenberg, crea suspense e tensione, lasciando in chi legge il giusto pizzico di ansia a paura, ma allo stesso tempo dietro questa struttura narrativa gli autori affrontano il tema delicato della diversità. Il diverso è quella persona che per un certo modo di comportarsi o per un dato aspetto fisico viene purtroppo esclusa dalla società, come accade ai solitari Dan e Rhoda. Ne Il manichino, il pellegrinaggio nel mondo nascosto compiuto dai due giovani protagonisti è un viaggio macabro in un universo del “diverso” animato da creature strambe e in quietanti, dove chi non è come la massa viene relegato e nascosto agli occhi dei più. Questi individui brutti e deformi, celati alla vista degli individui considerati normali, dal mio punto di vista sono la rappresentazione metaforica di tutto quello che spaventa l’uomo contemporaneo, il quale incapace ad affrontare gli ostacoli della vita (le ossessioni, le paure, il difficile relazionarsi con gli altri, la crisi economica) cerca di nasconderli per non vederli, senza rendersi pienamente conto che prima o poi i famosi “scheletri nell’armadio” chiederanno un confronto.































