Archive for the ‘Uncategorized’ Category

:: Recensione di Acquanera di Valentina D’Urbano (Longanesi, 2013) a cura di Natalina S.

18 settembre 2013

acquaÈ trascorso poco più di un anno dall’uscita del suo emozionante esordio e il rumore dei suoi passi ritorna più deciso e scalpitante per dar voce ad una storia confinata tra luce e buio, tra vita e morte. Il secondo lavoro di Valentina D’Urbano, Acquanera, pubblicato ancora una volta da Longanesi, attraverso una scrittura tanto morbida quanto caustica, guida il lettore in un’avventura profonda e penetrante in grado di far riflettere sui valori ancestrali dell’esistenza e su credenze ataviche poco lontane dalla nostra epoca.
È Roccachiara, un groviglio di case arruffato su un promontorio che straborda su acque nere e stagnanti, ad osservare l’intreccio di storie che prende forma in un tempo che sembra essersi fermato, in cui l’unico segno di vita sembra essere la morte. Nell’ultima casa del paese, una costruzione arroccata sul belvedere, proprio a picco su quelle acque da cui trasuda silenzio e dramma, viveva Fortuna. Un nome simbolico scelto dalla nonna Elsa per sbeffeggiare la sorte e  augurare a quella bambina, dagli occhi grigi  e le lentiggini sul viso, una vita normale; diversa da quella che ha angustiato la sua e quella della madre di Fortuna, Onda. Fortuna consuma i suoi 18 anni nell’assenza graffiante di una madre sospesa; nella calda presenza di una nonna premurosa e nel rifugio sicuro degli occhi di Lucio ma anche nell’ombra inquietante di una strana amicizia e nel rifiuto umiliante di un ottuso paese. È nel tentativo di interrompere la ritualità di quei giorni, così diversi dal resto del mondo, che Fortuna matura l’idea di andare via da Roccachiara. Dopo la morte della nonna Elsa prova a chiudere la porta, un giro di chiavi per lasciarsi alle spalle i brutti ricordi.
“Ce la farai, e te ne andrai da questo posto, e ti dimenticherai di tutto, perché dimenticare è meglio che avere un brutto ricordo”. Le diceva così la nonna Elsa ma Fortuna non ci riesce a scappare da quella vita che pare non le appartenga e il 12 marzo del 92, dopo 10 lunghi anni, ritorna al suo paese spinta dal ritrovamento di ossa grigie e scalcinate, in fondo al bosco che si estende tra il lago e il paese, a ricordarle che qualcosa è rimasto in sospeso. Qualcosa che a quella morte è legato  come le sue stesse radici. Quelle radici che annodano la sua vita a quella di Clara, di Elsa e di Onda. La grande capacità di Valentina D’Urbano, in Acquanera, è quella di intelaiare perfettamente più storie in un’unica grande vicenda con estrema fluidità narrativa. Giochi temporali, cambi di persona e prospettiva fanno si che le storie si raccontino. La minuziosa descrizione degli ambienti, dei personaggi, delle sensazioni ci conducono ad immaginare le pagine di questo romanzo trasposte su pellicola cinematografica anche se l’auspicio più  grande è che la forza di questo libro arrivi a toccare le giuste corde per ricordarci che dai brutti ricordi non si può rifuggire, che il dolore ritorna puntuale ogni qualvolta non lo si guarda negli occhi, che tutti abbiamo bisogno di ricomporre i pezzi della nostra vita perché è importante sapere chi siamo per sapere dove ci dirigeremo, che l’amore quello non contaminato da niente sopravvive nonostante il tempo, che le assenze sono cicatrici che ci portiamo cucite addosso come la toppa di un pantalone a cui manca un pezzo di stoffa, che la morte esiste, la natura segue il suo corso, consuma ma non tutto.

Valentina D’Urbano è nata il 28 giugno del 1985. Ha raggiunto il successo con Il rumore dei tuoi passi, (Premio Città di Penne Opera Prima) romanzo d’esordio pubblicato nel 2012 con Longanesi. Nella vita è anche illustratrice. Vive a Roma. Acquanera è il suo secondo romanzo. Sito dell’autrice: Valentina D’Urbano

:: Segnalazione di Le stelle brillano a New York di Laura Moriarty (Piemme, 2013)

17 settembre 2013

Moriarty_250X_Un romanzo basato sulla famosa attrice Louise Brooks, simbolo di trasgressione e musa ispiratrice di Guido Crepax. Ad ottobre in libreria.

Nell’estate del 1922, una bellissima quindicenne dal caschetto nero e lo sguardo sveglio sale sul treno che la porterà dalla sua piccola città natale a New York. Ostinata e ambiziosa, sogna di diventare una famosa ballerina, ma neppure lei immagina che, di lì a pochi anni, sarà una stella del cinema muto e il suo nome – Louise Brooks – avrà fatto il giro del mondo.
Con suo grande disappunto, viaggia accompagnata. A farle da chaperon è una rispettabile vicina di casa, Cora Carlisle. Trentasei anni, moglie e madre modello, ligia alle convenzioni, Cora non sa ancora cosa l’aspetti con la ribelle e anticonformista Louise. Ma sa che quel viaggio è l’occasione giusta per allontanarsi dal suo matrimonio apparentemente perfetto e intraprendere una ricerca troppo a lungo rimandata. Perchè la verità sul suo passato è a New York.
Sarà proprio là, sotto le luci sfavillanti di Broadway, dove si respira l’euforia di quegli Anni Ruggenti, che Cora e Louise, seppur così diverse, troveranno ciò che stanno cercando. E muovendo i primi passi verso i loro sogni, impareranno cosa significhi essere davvero vive e libere.

Laura Moriarty insegna scrittura creativa all’Università del Kansas. Le stelle brillano a New York, consigliato dai librai americani, è stato uno dei maggiori successi dell’estate 2012.  http://www.facebook.com/LauraMoriartyNovelist

:: Recensione di Le ragioni anonime di Alessandro Rosanò (Edizioni La Gru, 2013) a cura di Lucilla Parisi

16 settembre 2013

le ragioni anonimeUna città senza nome, uno studente universitario e un mistero.
Sono questi gli ingredienti principali del romanzo d’esordio di Alessandro Rosanò, già autore di racconti e finalista al Premio Campiello Giovani.
Il protagonista di queste pagine è Roland, vittima anche lui delle strane sparizioni avvenute nella sua città, dopo che a dissolversi nel nulla è la sua ex ragazza Vega. Mentre la popolazione, tra cui si intravedono adulti assenti e giovani disadattati, si muove impaurita e le istituzioni vagano nel buio più completo, Roland si mette alla ricerca della giovane, senza venire tuttavia a capo degli eventi che si susseguono vorticosi nella sua vita e nella sua mente.
La storia è narrata attraverso un flusso di pensieri che si materializzano e smaterializzano con il ritmo di sogni aperti sulla realtà. La confusione e i ricordi che affollano la testa del giovane,  conducono il lettore lungo un tragitto accidentato, in cui le immagini si alternano come sequenze di un film di cui Roland è, suo malgrado, il protagonista, sospeso in una dimensione surreale che lui stesso fatica a riconoscere. Il tutto scandito da una colonna sonora che sembra non abbandonare mai l’azione.

Prima la gente si limitava a muoversi avanti e indietro, ora salta. Pezzi di persone con cui mi scontro e a cui non chiedo scusa. Pezzi di persone che fanno finta di niente. L’importante è saltare […] Pezzi di me che vado avanti e non mi giro a guardarle perché loro non sono chi sto cercando. […] Pezzi di tutti loro che saltano e saltano e saltano e saltano e non mi aiutano a trovarla.

La narrazione appare come una ricostruzione di tutti i risvolti possibili: un susseguirsi di post-fatti che trascinano  verso un epilogo che il lettore non si aspetta.
Una vicenda dalle tinte noir capace di appassionare fin dalle prime righe, grazie anche allo stile immediato dell’autore, che si muove tra le pieghe del romanzo con straordinaria abilità, tradendo una familiarità con le parole difficile da trovare in uno scrittore esordiente.

E’ la stessa scena di ieri sera, dell’altro ieri sera, di giovedì scorso, di quello prima ancora. Cambiano solo i tuoi vestiti, ma non i pensieri, non la paura. La paura è un senso di freddo, l’immagine di porte a tenuta stagna che si chiudono una dopo l’altra e ti lasciano intrappolato. Cinque mesi sono passati e dicono che dovresti cominciare a vedere una luce alla fine del tunnel, da qualche parte. Ma è difficile. […] Se c’è un modello cui ispirarsi, credi sia il sonno d’ombra in cui io mi sono addormentata per sempre, cinque mesi fa, e che non ti fa più dormire. Benvenuto all’hotel delle ombre perdute, Roland”.

Alessandro Rosanò nasce a San Benedetto del Tronto nel 1987, ma vive a Padova da sempre. Due volte finalista al Premio Campiello Giovani, ha pubblicato racconti con Marsilio e Giulio Perrone.

:: Recensione di I delitti delle sette virtù di Matteo Di Giulio (Sperling & Kupfer, 2013)

16 settembre 2013

delitti-7-virtuL’ora della vendetta si stava avvicinando: presto giustizia sarebbe stata fatta.

Dopo aver pubblicato i noir contemporanei, La Milano d’acqua e sabbia, finalista al Premio Belgioioso Giallo, e Quello che brucia non ritorna, Matteo Di Giulio, scrittore milanese, classe 1976, si cimenta con il thriller storico. Esce, infatti, domani per Sperling & Kupfer, I delitti delle sette virtù, romanzo che si inserisce in una sorta di movimento di rinascita di un genere che ultimamente ha avuto ottimi riscontri di critica e pubblico, specialmente in ambientazione rinascimentale, cito L’eretico di Carlo A. Martigli e Vetro di Giuseppe Furno.
L’Italia rinascimentale è un’ottima fucina di storie e personaggi, – alcuni realmente esistiti come Pico della Mirandola, o Girolamo Savonarola -,e offre molti degli ingredienti necessari per creare un buon affresco d’epoca, con le giuste dosi di mistero, congiure, vendette, persecuzioni religiose, (la Santa Inquisizione operava, infatti, ancora con i suoi tribunali perseguitando e bruciando sul rogo eretici, giudei o altri infedeli).
Di Giulio ci porta nella Firenze medicea di fine Quattrocento e, grazie ad un attento studio di ricerca svolto in biblioteche e archivi, ci lascia intravedere il mondo di allora, fatto di vicoli buoi, osterie di quart’ordine, palazzi sontuosi pieni di opere d’arte, uomini ossessionati da distorte credenze religiose, mercanti onesti e intraprendenti. Ad accrescere questo gusto per l’antico l’attento studio delle lingua, che fa rivivere nel testo parole desuete, termini arcaici, filologicamente corretti, in un contesto sempre comunque comprensibile e scorrevole.
Protagonista della vicenda Rafael, un ragazzo proveniente dal Regno di Castiglia, appena giunto a Firenze con un preciso obbiettivo in mente. Da bambino vide i suoi genitori bruciare come eretici in uno dei tanti roghi istituiti dai tribunali della Santa Inquisizione, incubo che lo perseguiterà per tutta la vita e ora adulto,  e ha deciso che i conti vanno pareggiati. Sulla sua strada incontra, però, Jacopo Zaccari, un ricco mercante che tutti chiamano Jacopo da Forlì, e la sua vita giunge ad una svolta. Le strade di Firenze sono pericolose e proprio salvando Jacopo da un’aggressione, il giovane Rafael si guadagna la sua riconoscenza e la sua stima.
Va a vivere a casa sua, un sontuoso palazzo, non lontano dal Palazzo Vecchio e sembra che tutto proceda per il meglio, finché alcuni giorni dopo si trova imprigionato al Bargello sospettato dell’omicidio di Rinaldo Cambi, vittima in realtà di un serial killer ante litteram, che lascia inchiodati ai corpi delle vittime delle pergamene in cui vengono citate le virtù teologali e cardinali. Lo Sterminatore questo è il nome che viene dato all’assassino seriale per la sua efferatezza. Se vuole salvarsi e consumare la sua vendetta, Rafael non può far altro che usare le false lettere di accredito che possiede, facendosi passare per un altro, e poi trovare il vero colpevole.
Romanzo scorrevole e abilmente tessuto per accrescere la suspense, come ogni buon thriller che si rispetti, quasi con le tecniche del feuilleton ottocentesco, con strategici cliffhanger alla fine dei capitoli e richiami alla trama al suo interno. Grande lavoro sulla lingua come dicevo, sia nella parte narrativa, che nei dialoghi, che assieme alla ricostruzione storica arricchiscono di fascino una storia di per sé già vista, anche se per lo più in contesti moderni come Seven, thriller del 1995 diretto da David Fincher.
Forse un’ eccessiva semplicità caratterizza la narrazione, ma riflette sicuramente bene le psicologie dei personaggi, l’elementarità dei loro bisogni e delle loro esigenze. Di Giulio affronta con naturalezza un genere non privo di insidie e lo fa con una certa originalità, sebbene probabilmente si ispiri ai grandi classici, confermandosi una voce interessante del thriller storico, da seguire sicuramente da tutti gli appassionati del genere.

Matteo Di Giulio vive a Milano, dove è nato nel 1976. Ha pubblicato i romanzi La Milano d’acqua e sabbia, finalista al Premio Belgioioso Giallo, e Quello che brucia non ritorna. Suoi racconti sono apparsi su diverse antologie e su “Velvet – la Repubblica”. Per Agenzia X ha curato la collana di tascabili noir “Inchiostro rosso”.
Fondatore dei portali Hong Kong Express e Asia Express, ha curato con Fabio Zanello Non è tempo di eroi. Il cinema di Johnnie To. Ha collaborato a diversi cataloghi del Far East Film Festival e dell’Asian Film Festival, di cui è stato vice-direttore. Suoi saggi cinematografici sono apparsi su libri e riviste italiani e stranieri.
Il suo nuovo romanzo, I delitti delle sette virtù, uscirà a settembre 2013 per Sperling & Kupfer.

:: Un’ intervista con Marco Proietti Mancini autore de Gli anni belli

15 settembre 2013

anni belliCiao Marco. Grazie di aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberi di Scrivere. Allora come tradizione inizierei con le presentazioni. Parlaci di te, descriviti ai nostri lettori. Chi è Marco Proietti Mancini?

Un uomo di mezza età che si sente come un eroe dei fumetti; ma non nel senso epico del termine, semmai in una accezione assolutamente disincantata e autoironica. Mi pare di essere come quel personaggio della televisione, mi pare si chiami Normal Man. Sono un impiegato di una multinazionale che ogni mattina si sveglia, va a lavorare e  rispetta orari, appuntamenti, riunioni e va a vivere – recitare – una parte che conosce tanto bene da replicarla con il pilota automatico.
Intanto dentro penso, ascolto e memorizzo le parole che poi devono aspettare la sera, a volte la notte, per uscire fuori. Allora Normal Man in costume – quasi sempre mutande, maglietta e ciabatte – si trasforma e crea personaggi, inventa storie, vive una vita che viene fuori e che sento mia, che vivo veramente.
A volte Normal Man deve uscire fuori anche in pubblico, quando devo presentare i miei romanzi o devo intervenire in qualche occasione in cui sono invitato; quelli sono i casi in cui mi pare di essere in trance, sento qualcuno che parla e solo alla fine capisco che quel “qualcuno” ero io.
Quest’estate a un amico che mi diceva “praticamente fai due lavori, giusto?” ho risposto: “Sì, con uno guadagno e con uno mi diverto.” – Sinceramente però non credo di essere molto originale, in questa interpretazione della vita di scrittore-lavoratore.

Come è nato il tuo amore per i libri e quando hai deciso che avresti iniziato a scrivere anche tu?

Tutto merito di mia madre; una donna nata e cresciuta in un periodo di grandi difficoltà, economiche e sociali; è arrivata a prendere la Licenza Elementare e poi ha dovuto fermarsi, ma da che io me la ricordo ha sempre avuto tra le mani un libro. Non ha mai fatto distinzioni di genere, di categoria, qualsiasi cosa potesse essere letta per lei andava bene.
Ero un bambino e già ero iscritto alla biblioteca comunale di quartiere, piazzata in una cantina, con pochissimi volumi. Poi l’iscrizione all’Euroclub e al Club Degli Editori, i soldi erano pochi, ma per comprare libri bastavano sempre. Nessuna censura, tra le mie mani di adolescente passavano i grandi classici, gli autori italiani dell’800 e i contemporanei, andava bene tutto, anche la letteratura erotica, Henry Miller, Anais Nin, Erica Jong, tutto si poteva leggere.
Riguardo al “decidere” di scrivere, io non ho mai deciso nulla, ho solo iniziato a scrivere, uscivo, vedevo la vita che mi circondava e tornato a casa la raccontavo scrivendo, prima a penna, poi con una Olivetti Lettera22, poesie, racconti, un inizio di romanzo. Tutta roba che sta ancora lì in una cassetta di ricordi, insieme alle foto delle gite scolastiche, a quelle delle prime fidanzatine e tutto il resto che rimane di una vita da adolescente.

Sei l’autore de Gli anni belli, edito da Edizioni della Sera, una storia d’amore nella Roma tra le due guerre. Pensi che ci sia ancora posto per le storie d’amore nel mondo contemporaneo? O siamo diventati tutti così cinici ed egoisti da poterne fare a ameno?

Chi pensa di poter fare a meno delle “storie d’amore” evidentemente è convinto di potersi riprodurre per clonazione. Raccontare storie d’amore è raccontare la vita e raccontare vita è raccontare storie d’amore. Però questo significa non limitarsi e non concentrarsi solo su pochi aspetti dell’amore. Io nei miei romanzi racconto storie di amicizia, racconto cosa significa odiare e cosa significa soffrire e anche gioire. Provo a creare vite su carta, essere un padre, essere un figlio, cercare un lavoro, fare delle scelte e pagare per questo, come anche esserne premiato, disegno un periodo storico e l’amore è solo una delle parti che compongono le mie storie. Anche se ammetto che ne è il filo conduttore che guida le mie pagine e le collega, una dopo l’altra.

Protagonisti due ragazzi comuni, qualsiasi Elena e Benedetto. Nessuno di loro compie azioni eroiche, eccezionali, la loro vita non è segnata da eventi particolari, ma proprio la loro normalità ce li rende vicini. Cosa ti affascina della normalità, della quotidianità?

Lascio agli storici il compito, ingrato e meritorio, di raccontare la Storia, quella dei grandi uomini che la cambiano e vengono ricordati nei secoli. Tutti ricordano i grandi avvenimenti, quelli di cui rimangono tracce e testimonianze, di cui abbiamo gli archivi pieni di documenti. Io voglio raccontare e ricordare la storia degli ultimi, la storia della vita quotidiana di persone normali, persone qualsiasi. Io racconto la storia con la “s” minuscola, quella delle abitudini e dei cibi, dei vestiti e delle case in cui vivevano le persone che per gli storici non sono abbastanza importanti da essere ricordate. Io racconto la guerra dei fanti e non quella dei generali, spiego come si preparano la zuppa e la polenta, come si cucina una frittata. Ricordo e racconto la storia dei tanti, perchè le formiche non sono meno importanti degli elefanti, anche se fanno meno rumore di loro quando si muovono.

I due ragazzi vivono nel quartiere popolare di San Lorenzo, cuore di Roma. Come hai ricostruito la Roma di allora? Quali libri, film, aneddoti tramandati da amici e parenti ti hanno aiutato?

La tradizione orale dei racconti dei miei nonni e di mio padre, le storie minime che mi hanno riportato indietro di quasi un secolo. La cinematografia italiana del primissimo dopoguerra, quella che ormai passa solo a tarda notte o nelle repliche delle domeniche pomeriggio estive. Ammetto il debito di riconoscenza con Indro Montanelli e la sua “storia d’Italia”, primo e mai abbastanza lodato tentativo di coniugare insieme la Storia di una nazione e le storie degli uomini. Ammetto anche di aver spesso spostato avanti o indietro nel tempo degli avvenimenti, perchè mi serviva per renderli funzionali al mio racconto. Ma sono sempre stato onesto con i lettori e l’ho sempre dichiarato.

Siamo in piena epoca fascista, pur tuttavia descrivi quegli anni come gli anni “belli”, gli anni della giovinezza, dell’amore, dell’innocenza, prima che la guerra spazzi via tutto con il suo carico di orrore e di morte. La Seconda guerra mondiale incombe, e niente sarà più come prima. Sono anche gli anni della nostalgia?

No, in quegli anni non c’è nessuna nostalgia, perchè non c’è ancora un vero passato da rimpiangere. Pensateci, l’unità nazionale ha solamente mezzo secolo, l’Italia non è quella che conosciamo oggi e tra un siciliano e un lombardo c’è più distanza reale di quella che c’è oggi tra Italia e America. Non c’è ancora passato comune, c’è una storia recente non ancora conosciuta e assimilata dalle masse, anche perchè l’alfabetizzazione ha percentuali irrilevanti, non c’è nulla di cui avere nostalgia anche perchè si è usciti da una guerra orribile e incomprensibile, combattuta solo per obbligo da fanti che morivano senza sapere perchè. Gli anni che racconto sono anni belli perchè sono anni in cui tutti sperano in qualche cosa di bello. I fascisti sono appagati e iniziano a concentrarsi sui problemi “esterni”, le leggi razziali e le guerre coloniali, il regime è assodato, strisciante e stabile, governa e ormai è governato. La gente comune pensa di poter iniziare a vivere, costruire, progettare. Non sa che è solo una illusione, che le speranze sono destinate a spegnersi. Intanto vivono e si amano e fanno figli.

Ci sono musiche, canzoni, che ci possono riportare indietro nel tempo, nella Roma di allora?

Sinceramente non lo so; mi viene in mente la stessa cinematografia che ho citato prima con film che vanno da “La grande guerra” fino al molto più recente “Polvere di stelle”. Riconosco ad Alberto Sordi un merito, quello di aver incarnato una maschera, il “romano medio” dal 1900 al 2000. Ecco forse perchè quando facendo zapping capito su un suo film non posso fare a meno di rimanere bloccato.

Sor Paolo è un personaggio molto curioso, moderno si potrebbe dire. Raccontaci come è nato, come si è sviluppato nella trama del romanzo?

Chi ha letto i miei romanzi – anche “Da parte di Padre” – ha confuso le storie dei miei libri con quelle della mia famiglia. Questa cosa la prendo come un complimento, vuol dire che sono riuscito a raccontare tanto bene da far sembrare vere delle invenzioni.  Se servisse a qualcosa ribadirei ancora una volta che la storia della mia famiglia è solo uno spunto, che le mie storie sono invenzione al 99%, ma tanto so che non serve, quindi andiamo avanti. Una delle critiche che mi è stata mossa – in maniera garbata – è che i personaggi che sembrano raccontare dei miei nonni o dei miei genitori appaiono tutti perfetti, buoni, coraggiosi e positivi. Allora ho deciso che questo personaggio, Sòr Paolo, sarebbe stato invece donnaiolo e un po’ opportunista, furbo e traditore, un bugiardo.
La cosa divertente è che qualcuno che conosce la mia famiglia, dopo aver letto il romanzo mi ha detto “ma lo sai che tuo nonno era veramente così?”.
Basta, mi arrendo.

Questo romanzo ti sta dando molte soddisfazioni, seppur pubblicato con un editore relativamente piccolo, ti permette di competere con i grandi. Come affronti questo piccolo grande successo? E soprattutto te l’aspettavi, che una storia d’amore ambientata nella Roma degli anni Trenta interessasse a tanti lettori?

Io non mi aspetto mai nulla; scrivo per passione e per divertirmi, scrivevo più di quarant’anni fa, da bambino, quando non avrei mai pensato di diventare “scrittore”. Sognavo di segnare un gol e correre sotto la curva, sognavo di essere milionario, sognavo di vivere un grandissimo meraviglioso amore – Ah sì, questo l’ho realizzato.
Non mi sarei mai aspettato che “Gli anni belli” e prima di questo “Roma per sempre” sarebbero stati in tutte le Feltrinelli di Roma e in tante altre librerie. Mai che lo avrei trovato sullo scaffale in vetrina, tra i “libri consigliati”. No, lo ammetto, non me lo sarei mai aspettato.
Ma non perchè non credessi che i lettori non si interessassero a una storia d’amore, o a una storia degli anni trenta. No, semplicemente sono consapevole di quanto sia difficile il “mercato” della distribuzione editoriale, di quanti siano i titoli pubblicati e di come lo spazio sia – giustamente o no – riservato a titoli Mondadori, Einaudi, Feltrinelli e tutti gli altri giganti.
Quindi un editore come Edizioni della Sera deve faticare cento volte tanto – giuro non esagero – per convincere la distribuzione che vale la pena “spingere” per un proprio titolo. E la distribuzione deve crederci e poi devono convincersi i librai. Il lettore è tutt’altro che stupido, io alla favoletta del lettore che è come la “casalinga di Voghera” dello stereotipo televisivo non credo. Una volta che il lettore ha letto fa opinione e consiglia il libro che gli è piaciuto ad altri, che vanno a chiedere il libro. Quindi tanta fatica, tanta pazienza, tanto sforzo anche economico, ma sono convintissimo che la qualità alla fine paga, soprattutto se grazie a Dio si ha un altro lavoro con cui pagarsi il pranzo e la cena.

Volevi scrivere una storia su tuo padre. Anche lui si chiamava Benedetto, vero?

Lo vedi che ci sei cascata anche tu? No, volevo scrivere la storia su un ragazzo nato in Italia, in un piccolo paese, nel 1915. E’ vero, la scelta del nome Benedetto è un omaggio a mio padre, le “grandi tappe” della vita del protagonista delle mie storie sono le stesse che ha vissuto mio padre, l’emigrazione verso la grande città, il lavoro a quattordici anni, la chiamata alle armi, l’incontro con la donna della sua vita. Ma pensaci, in quegli anni, quante decine, centinaia di migliaia di Benedetto c’erano, con storie uguali nelle “grandi tappe”?
Ho dato i nomi ai personaggi delle mie storie molto prima di capire una regola aurea del mercato editoriale, non far associare i protagonisti dei romanzi ai propri familiari, per evitare quell’effetto “ennesimo scrittore della domenica che racconta la biografia familiare.”

Mi hai ricordato Vasco Pratolini. E’ un autore che conosci? In qualche misura ti ha influenzato?

Pratolini, certo, lo amo. Come amo Verga e Pavese e Silone e Guareschi e Moravia e la Morante e Cassola. Questi nomi non te li faccio a caso, ma perchè mi è successo di sentirmi accostato anche a loro e giuro, veramente, che ogni volta mi sono sentito prendere da un imbarazzo incredibile. Tutti questi autori mi hanno influenzato, perchè sono cresciuto leggendoli e inevitabilmente credo assorbendo da ciascuno di loro qualcosa, nel gusto, nello stile.

Il tuo romanzo è un affresco corale di povera gente, del suo modo di restare ancorata alle piccole cose, di sopravvivere. Cosa pensi ci accomuni noi gente del 2013, agli italiani di allora?

Se dico “nulla” sembro troppo cinico? Ma temo che sia la mia risposta più sincera. “Noi italiani”, espressi in termini generali, abbiamo perso il gusto delle piccole cose, del piacere di vivere usando le cose e non facendosi usare dal marketing per avere l’ambizione di avere cose sempre migliori, moderne, lussuose.
Tra un panino con la mortadella e una tartina al caviale io sceglierò sempre il panino. Tra una fettina di salame e una prugna avvolta nella pancetta io preferirò sempre il salame. Tra un bicchiere di vino rosso di campagna e un calice di champagne gradirò sempre di più se mi offrono il vino. Queste cose non per snobismo, ma perchè le preferisco.
Tra una serata di fronte al mare, con un amico, e una occasione di gala, preferirò sempre l’amico e il mare. Perchè la vita è bella dentro, e quello che c’è fuori è sempre un accessorio, magari comodo, utile, ma mai indispensabile. Così credo fosse anche ne “Gli anni belli”. Secondo te è così, adesso?
So che a Fregene si fanno gli “happy hour” al tramonto, sulla spiaggia. Cosa conta di più, per chi ci va, il tramonto o il cocktail? Io non ho dubbi, probabilmente per questo vado a Tor Vajanica. E con questo mi sono giocato tutti i potenziali lettori che vanno a Fregene.

Benedetto rifiuta la guerra. Quando si trova nel momento più decisivo e drammatico del romanzo, non fa un passo avanti e con coraggio decide di non partire. Ci vuole più coraggio a farla la guerra o a rifiutarla?

Lo scrivo nel romanzo, quindi come faccio a risponderti qui? Andrei contro le regole del “buon scrittore”! Dai, faccio un’eccezione, anche per dimostrare che non parlo solo d’amore nel mio romanzo. La cosa per cui serve più coraggio, ogni giorno, è vivere. A morire sono capaci tutti. La cosa per cui serve più coraggio è scegliere, decidere, assumersi la responsabilità di fare quel che si crede giusto, che sia dire “sì” o dire “no”. Il coraggio di Benedetto in quell’occasione è quello di fare quello che sente e crede giusto, disposto a pagarne le scelte, fino in fondo.

Se ne traessero un film dalla tua storia, chi vedresti bene nelle parti dei protagonisti, quale regista?

Michele Riondino potrebbe essere un Benedetto perfetto nel ruolo, Gaetano Amato un Bittuccio –il padre di Benedetto – stampato, Alessio Boni potrebbe fare Nazareno, mentre Castellitto potrebbe fare il Sòr Paolo. Riguardo alle donne non mi azzardo.
Il regista? Io amo i film di Michele Placido, per come riesce a dare sguardo e spazio alle storie vere.

Ci sono progetti di traduzione per l’estero?

C’erano, con un editore argentino che mi ha chiesto di avere i miei libri; poi non mi ha più fatto sapere nulla. Pazienza. Ci sta pensando l’editore, con un’agenzia specializzata. Vedremo, ammetto che mi piacerebbe moltissimo, perchè sono convinto che le “storie minime degli uomini” sono uguali e belle in tutto il mondo.

Bene l’intervista è conclusa, nel ringraziarti per la tua disponibilità vorrei ancora chiederti un’ultima domanda: progetti per il futuro?  Stai lavorando ad un nuovo romanzo? 

Sempre. Sto sempre lavorando a una nuova storia. E per te e i tuoi lettori concedo un’anteprima. Entro settembre sarà di nuovo pubblicato in ebook il primo dei miei romanzi, quello che racconta il “prima”. In “Da parte di Padre” c’è la storia di Benedetto bambino e poi adolescente, dal 1915 al 1933, fino all’inizio de “Gli anni belli”.
Entro pochi giorni dovrei firmare – speriamo – il contratto per la pubblicazione nei primi mesi 2014 di un nuovo romanzo giò terminato, con un tema totalmente diverso, la storia di un inferno e di una rinascita per un uomo, ambientata tra gli anni ’70 e ’80 del secolo scorso.
Intanto lavoro in contemporanea al terzo capitolo della vita di Benedetto e ad un altro romanzo, ambientato ai giorni nostri.

:: Recensione di I bastardi di Pizzofalcone di Maurizio de Giovanni (Einaudi, 2013)

14 settembre 2013

i bastardiArriveranno.
Arriveranno e si metteranno a fare domande.
Scaveranno nelle parole, nelle espressioni. Cercheranno di capire il colore dei sentimenti, fiuteranno come cani alla ricerca della ragione di un odio.Magari cercheranno male, perché non cercheranno l’amore. Invece è proprio l’amore, certe volte quello che mette fine alla vita.

Torna l’ispettore Giuseppe Lojacono, detto il Cinese, – personaggio che abbiamo avuto modo di conoscere nel precedente romanzo della serie, Il metodo del coccodrillo, edito l’anno scorso per Mondadori e vincitore del Premio Scerbanenco 2012 -, in questo nuovo poliziesco dello scrittore napoletano Maurizio de Giovanni, I bastardi di Pizzofalcone, edito da Einaudi.
Lasciata, per il tempo di un libro, la Napoli degli anni Trenta, che fa da sfondo alle indagini del commissario Ricciardi, de Giovanni ci porta in una Napoli contemporanea, sporca e violenta, intasata dal traffico, niente di più lontano dallo stereotipo di sole, pizza e mandolini, (in questa indagine piove, fa freddo e tira vento, quasi come in una città del nord) forse meno poetica ed elegante della Napoli retrò di Ricciardi, ma sicuramente più realistica e attuale.
L’autore non nasconde di essersi ispirato alla serie poliziesca dedicata all’ 87° distretto di Ed MacBain e infatti non abbiamo un solo protagonista, ma una squadra di comprimari, sebbene l’ispettore Lojacono in un certo senso emerge dal gruppo. I “bastardi” del titolo, i reietti, sono infatti loro, poliziotti scomodi che nessuno vuole, allontanati dai distretti di provenienza e parcheggiati nel commissariato di Pizzofalcone, “celebre” perchè alcuni suoi uomini furono coinvolti in traffici di droga. E qui giunge l’ispettore Lojacono, quasi felice di lasciare il territorio del commissario Di Vincenzo, sebbene la brillante risoluzione del caso del Coccodrillo, avrebbe dovuto metterlo al riparo da inimicizie e vendette professionali.
Ad accoglierlo, il nuovo commissario Luigi Palma, sorriso da venditore di aspirapolvere, entusiasmo e buona volontà e il resto della sua nuova squadra: la vicesovrintendente Ottavia Calabrese e il sostituto commissario Giorgio Pisanelli, gli interni con mansioni di scrivania, passati indenni dopo il repulisti a seguito dello scandalo legato alla droga; l’assistente capo Francesco Romano, proveniente dal commissariato di Posillipo, detto dai colleghi Hulk, per il suo problema di controllo della rabbia che lo rende violento con pregiudicati e pure con la moglie; l’agente assistente Alessandra Di Nardo, detta Alex, proveniente dal commissariato del Decumano maggiore, figlia di un generale, con una doppia vita e una passione ossessiva per le armi; e infine il personaggio più bizzarro del gruppo, l’agente scelto Marco Aragona, una strana capigliatura alla Elvis, occhiali dalle lenti azzurrate a goccia, proveniente dalla Questura centrale, guidatore spericoalato, meno scemo di quello che appare.
La scommessa è che la squadra funzioni, per farlo niente di meglio che una stanza grande con sei scrivanie, perché la vicinanza e comunanza faccia nascere lo spirito di corpo necessario a svolgere bene il loro lavoro. Subito tre casi si presentano alla squadra: la segnalazione di una vecchia bisbetica che nota strano che la vicina del palazzo di fronte non esca mai di casa e stia ritirata nel suo appartamento quasi prigioniera; le ricerche di Giorgio Pisanelli legate ad apparenti suicidi che lui non crede tali; e infine un “vero” caso di omicidio, nella parte bene del distretto, affidato a Lojacono e Aragona: la morte della moglie del notaio Festa, trovata dalla cameriera bulgara con il cranio sfondato, da una di quelle palle di vetro, che scrollandole sembra che cada la neve.
Tre casi, tre indagini, un solo obbiettivo: fare sopravvivere il commissariato di Pizzofalcone. Ecco il filo conduttore del romanzo, scritto nel solito stile, piano e lineare che caratterizza piacevolmente l’autore, anche se toni e sfumature differiscono sostanzialmente dalla serie dedicata a Ricciardi. Si predilige, infatti, un tono più dimesso e spoglio, per dare più risalto al realismo delle scene e dell’ambientazione. La luce seppiata e la polvere del tempo che impreziosisce le pagine di La condanna del sangue, Il posto di ognuno, o Il giorno dei morti, manca del tutto sostituita da una luce più asettica e fredda.
La contemporaneità sembra suggerire all’autore riflessioni più amare, più dure, riflesso di uno squallore esistenziale e di una mancanza di umanità e dolcezza che caratterizza il mondo moderno. Pensiamo solo al personaggio del notaio, un arrampicatore infondo, freddo ed egoista, circondato da relazioni sterili e quasi mercenarie, insensibile al dolore della moglie stoicamente ancora innamorata di lui. Bellissimo invece il personaggio di Giorgio Pisanelli, dolente, fragile, capace di evocare compassione e tenerezza, oltre a riflessioni sulla vecchiaia e sulla solitudine, temi già affrontati ne Il metodo del coccodrillo.
La voce dei colpevoli, del notaio e dell’amante, della ragazza prigioniera nell’appartamento, si alternano in prima persona alla cronaca delle indagini fino al finale che naturalmente lascia qualche porta aperta, per il possibile seguito. Un buon poliziesco insomma, robusto, essenziale, senza sbavature. Apprezzabile sia da chi ama il procedural più classico, che da chi predilige le storie fatte di personaggi, più che incentrate sull’azione. Maurizio de Giovanni si riconferma un gran narratore di vite e di ambienti, anche se naturalmente, per il gusto personale di chi scrive, Ricciardi è un’ altra cosa.

Maurizio de Giovanni è nato nel 1958 a Napoli, dove vive e lavora. Ha iniziato a scrivere nel 2005 vincendo un concorso per giallisti esordienti, con un racconto avente per protagonista il commissario Ricciardi. I romanzi con Ricciardi sono tradotti in Germania, Spagna, Francia e Inghilterra e sono in corso di pubblicazione negli Stati Uniti. Per Einaudi Stile Libero è uscito nel 2011 il quinto volume della serie, Per mano mia. Il Natale del commissario Ricciardi.  Nel 2012 è uscito Il metodo del Coccodrillo, di ambientazione contemporanea, per Mondadori. Maurizio de Giovanni ha scritto racconti a tema calcistico sul Napoli, squadra della quale è visceralmente tifoso, e alcune opere teatrali. Nel 2012, sempre per Einaudi Stile libero, è uscita la uniform edition del ciclo del commissario Ricciardi – ambientato nella Napoli del fascismo e pubblicato da Fandango tra il 2007 e il 2010 -, composta da Il senso del dolore. L’inverno del commissario Ricciardi, La condanna del sangue. La primavera del commissario Ricciardi, Il posto di ognuno. L’estate del commissario Ricciardi, Il giorno dei morti. L’autunno del commissario Ricciardi. A fine 2012, sempre per Einaudi Stile libero, è uscito Vipera. Nessuna resurrezione per il commissario Ricciardi.

:: Segnalazione di Otto volante di Janet Evanovich (Salani, 2013)

13 settembre 2013

otto volanteSegnalo con una certa curiosità l’uscita dell’attesissimo romanzo Otto volante di Janet Evanovich. Si tratta di una nuova avventura di Stephanie Plum, la cacciatrice di tagli e più sexy e famosa d’America un personaggio davvero speciale che non lascerà di certo indifferente. Con oltre 75 milioni di libri venduti nel mondo, la scrittrice americana Janet Evanovich si riconferma un vero trionfo del passaparola. E dopo un rapido sondaggio tra chi ha letto la serie mi è stato confermato che è divertentessima. Traduzione di Andrea Carlo Cappi. Enjoy!

Stephanie Plum, cacciatrice di taglie di Trenton, New Jersey, non può certo lamentarsi. Ultimamente il lavoro non le manca, e le sue giornate sono a dir poco movimentate. Oltre ai casi consueti che le passa il viscido cugino Vinnie, capo dell’agenzia, questa volta deve occuparsi di una complicata vicenda di scomparsa: una madre e la sua bambina sono sparite senza lasciare traccia.
Certo, cercare le persone scomparse non sarebbe compito di Stephanie, ma le due sono la figlia e la nipote di una cara amica di nonna Mazur, e non si può certo dire di no alla cara e insistente vecchietta…
Anche se questo significa subire una serie di minacce nemmeno tanto sottili da parte di Eddie Abruzzi, elegante quanto temuto esponente della malavita locale, collezionista di cimeli di guerra e noto per la sua crudeltà.
Affiancata come sempre dalla fidata Lula, vistosa ex prostituta dai modi piuttosto spicci e dall’appetito incontenibile, in poche ore Steph riesce a collezionare svariate auto distrutte dalle fiamme, aggressioni e cadaveri segati a metà sul divano di casa, rocambolesche e infruttuose catture di pregiudicati.
Peraltro, restando rigorosamente fedele alla propria dieta a base di pizza, spuntini e snack ipercalorici. Per non parlare del fronte sentimentale, che vede l’eterno fidanzato e agente di polizia Joe Morelli sempre più incalzato dal ben tenebroso Ranger…

Janet Evanovich è nata nel New Jersey. Dopo aver pubblicato romanzi rosa di successo, si è dedicata al poliziesco e a Stephanie, che è diventata in breve tempo la detective più famosa d’America: ogni sua avventura conquista regolarmente il primo posto della classifica del New York Times.

:: Un’ intervista con Vania Colasanti autrice di Scatto Matto

13 settembre 2013

scacco mattoBentornata Vania su Liberidiscrivere e grazie per aver accettato questa nuova intervista. Sono passati ormai due anni dall’uscita del tuo primo romanzo Ciao, sono tua figlia – Storia di un padre ritrovato. Che bilancio nei hai tratto? Come ti trovi nelle vesti di scrittrice?

Intanto, grazie per avermi “invitata” nuovamente nel vostro spazio così vivace e attento all’editoria. Ebbene sì, sono passati due anni. E credo che sia un tempo giusto. Perché un libro, per chi lo scrive, ha bisogno di essere metabolizzato. Deve crescere, deve essere promosso. E visto che il tema della mia prima pubblicazione autobiografica riguarda l’accettazione dei genitori, mi sono messa in gioco e ho creato sia un sito web (vaniacolasanti.com) che una pagina facebook (Ciao, sono tua figlia) che sono diventati un po’ un “luogo” di scambio per chi ha vissuto o vive situazioni analoghe alla mia. Ovvero la realtà dei genitori latitanti e della possibilità, da parte di un figlio, di accettarli per quello che sono, con i loro limiti affettivi. E dal momento che un libro ha una vita sua, autonoma, che va al di là dei tempi dell’uscita, chi volesse ancora riprendere il discorso mi trova sempre lì, soprattutto su fb.
Allora, per quel che rigurada il bliancio, posso dire che è stato davvero positivo. Due edizioni in pochi mesi, grande riscontro dei media, sui social network. Però, per rispondere all’altra parte della domanda, a me piace definirmi autrice. Lo scrittore può essere definito tale dagli altri e comunque, secondo me, molto più avanti nella carriera.

A marzo è uscito con Marsilio il tuo nuovo libro Scatto matto. La stravagante vita di Adolfo Porry-Pastorel, il padre dei fotoreporter italiani. Un libro molto particolare, una sorta di tributo e omaggio ad una persona speciale, uno dei  padri del giornalismo italiano, un innovatore che visse le contraddizioni dell’Italia dall’inizio del Novecento alla fine degli anni Cinquanta. Ce ne vuoi parlare?

E’ un personaggio straordinario, innovativo, stravagante, con il quale sono un po’ cresciuta. Nel senso che sono cresciuta con i suoi ricordi, visto che era legato alla mia famiglia. Il figlio Alberto – che purtroppo non tornò più dalla Russia durante la Seconda Guerra Mondiale – aveva sposato la cugina di mia mamma: Adriana Coltellacci. E lei rimasta “vedova bianca” molto presto, rimase sempre unita al suocero. A un uomo così originale. E dunque, attraverso lei (che è scomparsa pochi anni fa) ho avuto del materiale eccezionale del suocero: sia fotografico, sia cartaceo. E così, unendo le forze con mio cugino Steven e con gli Archivi Farabola che hanno un patrimonio inestimabile di foto storiche di Porry-Pastorel, ho dato vita a questo libro. Inoltre, mia mamma Livia e mia nonna Fernanda lo avevano conosciuto benissimo, lo avevano frequentato assiduamente. Quindi i racconti delle avventure di Porry – perché così lo chiamavano tutti – hanno popolato la mia infanzia.
Lui ha davvero rivoluzionato la storia del fotogiornalismo, anzi si può dire che ha contribuito notevolemente a creare il mestiere di fotoreporter. Un uomo che è nato nel 1888 ed è scomparso nel 1960. Ha attraversato dunque due guerre, il fascismo, il dopoguerra, l’alba della Dolcevita. E sempre con un unico “obiettivo”: quello di essere fedele alla storia, alla cronaca.

Come è nata l’idea di scrivere questo libro?

Beh, avendo così tanto materiale privato e conoscendo così bene la sua storia mi sembrava un atto dovuto restituire la sua memoria.

Come ti spieghi che il nome di Adolfo Porry-Pastorel sia così relativamente poco conosciuto, quasi dimenticato? Pensi che il tuo libro possa in qualche misura promuovere la sua riscoperta, spingere a nuove mostre fotografiche, a nuovi incontri?

Per gli addetti ai lavori è sicuramente un punto di riferimento. Ma certo non è un personaggio che ha popolato le cronache. Se uno si fa un giro su internet, trova sulla sua vita notizie errate. Spesso riportano che è morto a Castel San Pietro Romano (il paese dove divenne sindaco), mentre in realtà si è spento a Roma il 1 aprile 1960. Probabilmente lui non ha fatto molto per diffondere la sua immagine, essendo interessato a diffondere le immagini degli altri e del nostro Paese. Però mi auguro davvero che “Scatto Matto” riesca a divulgare il suo ricordo, il suo estro, il suo genio.

Il tuo libro, sebbene romanzato, è basato sullo studio di documenti, giornali d’epoca, lettere, fotografie. Come ti sei documentata?

Sono partitata dagli avvenimenti più salienti che aveva immortalato. A partire dall’arresto di Benito Mussolini nel 1915 a Rama e che lui immortalò. Foto che gli valse l’iniziale ostilità del futuro Duce. Poi, mi sono rivolta all’archivio storico de “Il Giornale d’Italia” che ha sede nel comune di San Giovanni in Persiceto, in provincia di Bologna. E telefonicamente ho conosciuto una persona straordinaria: Gloria Serrazanetti, che si è subito appassionata al progetto. E così, di ogni avvenimento che mi interessava, mi mandava per mail la scansione della pagina che riportava la pubblicazione della foto di Porry-Pastorel e del relativo articolo. In questo modo ogni avvenimento che descrivo è riscontrato puntualmente sui giornali dell’epoca.

La cosa più sorprendente è il tuo archivio fotografico. Quante foto possiedi? Dove le conservi? Quali sono le più singolari?

L’inserto fotografico centrale che accompagna “Scatto Matto” è il risultato dell’unione di più forze. Le foto del mio archivio riguardano soprattutto foto private di Porry-Pastorel, della sua famiglia, così come delle suoi servizi più importanti. Ma le immagini più belle appartengono agli Archivi Farabola (www.archivifarabola.it), uno degli archivi più importanti d’Europa dove sono confluiti i suoi scatti più rivoluzionari. La foto della copertina, riguarda proprio il momento in cui il fotoreporter, nel marzo 1937, lancia un piccione viaggiatore con i negativi delle sue foto, a bordo dell’incrociatore “Pola”, a largo di Tobruk: dai cieli libici, rotta su Roma. Quella foto appartiene al mio archivio e ci tengo a precisare che tutto il lavoro di digitalizzazione, compresa dunque quell’immagine, è stata effettuato da un grande fotografo romano Franco Roscioli (www.francoroscioli.com) che, durante la stesura, mi ha rivelato tanti trucchi del mestiere.

Parliamo adesso di Adolfo Porry-Pastorel come persona, oltre che fotografo e reporter. Per i Colasanti era un amico di famiglia. Tua madre l’ha conosciuto. Che persona era nel suo privato, lontano da negativi e camere oscure?

Era stravagante anche nella vita privata. Mia madre che ha avuto la fortuna di conoscerlo mi diceva che quando passava una giornata con lui, arrivava alla sera che aveva i muscoli delle guance che le facevano male, tanto la faceva ridere. Come racconto nel libro era “Alto, magro magro, l’aria scanzonata, lo humour inglese su un accento romanesco che gli permetteva tutto, anhe le parolacce più irriverenti”.

La morte o meglio la scomparsa di suo figlio, disperso in Russia durante la Seconda Guerra Mondiale, in un certo senso lo cambiò. Cambiò anche il suo modo di fotografare?

Penso che la scomparsa di un figlio, non sapere che fine abbia fatto, se sia morto o vivo, sia forse più dolorosa della morte stessa. Ma lui era sicuramente resiliente: aveva quella capacità di resistere, di non piegarsi, sapeva “uscire rafforzato dalle avversita della vita. Di rispondere alle lacrime col sorriso”. E la vicinanza della nuora Adriana Coltellacci, che gli rimase sempre accanto, sicuramente alleviò il suo dolore e quello della moglie Franca. Ma la sua sofferenza per la scomparsa del figlio Alberto, non credo riuscì a trapelare nei suoi scatti.

Dal tuo libro emerge il rapporto in un certo senso conflittuale con Mussolini. Il dittatore voleva il migliore per le sue fotografie propagandistiche e il migliore in Italia era Porry-Pastorel. Inventò per lui le foto che lo ritraevano in campagna, con comparse come contadini alle prese con il lavoro dei campi. Fece foto come quelle del finto matrimonio autarchico. Foto di cui si stancò. Dopo la morte di suo figlio divenne uno dei maggiori attivisti del Centro X, il fronte militare clandestino. La sede della sua agenzia fotografica divenne una sorta di laboratorio per falsificare i documenti di antifascisti e ebrei. Dedichi alcune pagine a quando vide le foto della sua uccisione con Claretta Petacci. Che rapporto lo legava a Mussolini?

Porry-Pastorel era un professionista, un fotoreporter che metteva la notizia, la cronaca, la storia davanti all’obiettivo. E dunque anche tutta la politica legata al Duce. “Sempre il solito fotoreporter”, diceva Mussolini a Porry-Pastorel quando se lo ritrovava davanti. “Sempre il solito Presidente del Consiglio”, gli rispondeva sarcastico il fotoreporter. Una battuta che ricordava sempre lui stesso. Mussolini non gi perdonò mai di averlo ripreso durante il suo arresto a piazza Barberini nel 1915. Ma poi fu lo stesso Mussolini a commissionare a Porry-Pastorel molti reportage legati alle sue campagne, come la battaglia del grano o la raccolta del ferro. Per certi versi, la scomparsa del Duce per Porry può essere paragonata alla scomparsa del primo attore per un regista. In fondo il Duce, che aveva attraversato gran parte della sua carriera e dei suoi scatti, usciva dalla sua vita e dalle sue immagini.

Affidava i negativi ai piccioni viaggiatori. Ci racconti come andò quel maggio del 1938?

Porry-Pastorel aveva compreso l’importanza di utilizzare i piccioni viaggiatori per l’invio dei negativi fotografici, già durante la Prima Guerra Mondiale, quando i militari si servivano dei volatili per inviare spacci e documenti importanti. Così, per battere la concorrenza in situazioni estreme, si portava con sé una coppia di colombi viaggiatori. E l’episodio che apre il libro, riguarda proprio uno scoop che realizzò grazie ai volatili che, dalle acque del Golfo di Napoli, volarono fino a Roma, custodendo fra le zampe i negativi delle foto che ritraevano Musollini, Hitler e il re a bordo della Corazzata Cavour, in occasione della parata navale del 5 maggio 1938. Negativi che Porry aveva sviluppato grazie a un’attrezzatura portatile per lo sviuppo delle immagni e che aveva spesso con sé. Quando la nave attraccò al porto di Napoli, su “Il Giornale d’Italia” erano già pubblicate le foto dell’avvenimento che si era concluso poco tempo prima. E Porry, con i suoi complici alati, aveva battuto tutti i colleghi fotografi dell’Istituto Luce.

Era un uomo elegante, spiritoso, cosmopolita, avventuroso. Amava improvvisare e giocare scherzi ai suoi concorrenti come l’episodio della scala. Ce ne vuoi parlare? O citarne altri?

Di “Scatto Matto” ho svelato anche troppo… Altri episodi direi che è bene ricercarli tra le pagine del libro. Però posso dire che l’aneddoto della scala, avvenuto l’8 gennaio 1930 in occasione delle nozze del principe Umberto di Savoia con Maria José del Belgio, è legato alla moglie di Porry-Pastorl: Franca, la sua inseparabile compagna di vita e anche di lavoro che gli fu accanto nelle situazioni più avventurose. E nell’inserto fotografico del libro sono riportate tante foto della bella moglie. Una storia d’amore che il libro ripercorre anche attraverso esclusive immagini della vita privata dei Porry-Pastorel.

Fu sindaco di Castel San Pietro Romano, che offrì come location a Vittorio De Sica per Pane, amore e fantasia. Ce ne vuoi parlare?

Vittorio De Sica e il regista Luigi Comencini erano alla ricerca di un paese dove ambientare il film interpretato poi anche da Gina Lollobrigida. E Porry, amico di De Sica, suggerì come location Castel San Pietro Romano, un paese da fiaba, a quaranta chilometri da Roma. Non è infatti in Abruzzo, come si vuole far credere nel film, ma vicino Palestrina. Porry-Pastorel, nel 1952, ne era diventato sindaco. E durante la sua ultima fase della vita, si dedicò alla crescita e allo sviluppo di Castel San Pietro Romano: un centro che ancora oggi, grazie alla Proloco, con Marcello e Gianpaolo Nardi, offre importanti iniziative legate al cinema e alla cultura (www.castelsanpietroromano.rm.gov.it oppure http://www.castelsanpietroromano.net). Invito tutti i lettori a farci una gita, perché tra i vicoli di quelle strade, aleggia ancora forte la memoria di Porry-Pastorel. Il fotoreporter aveva scelto quel piccolo centro arroccato sulla campagna del Lazio, come suo buen ritiro, “come se l’abbraccio di quelle pietre antiche e l’affetto di persone semplici potessero sollevarlo dalla confusione solitaria di Roma”.

Morì il primo aprile del 1960 lasciando qualcosa come 9 milioni di click e una eredità immensa. Il fotogiornalismo in Italia nacque con lui, le sue foto verità del quartiere romano di San Lorenzo, il giorno dopo il bombardamento americano del 19 luglio 1943 cambiarono l’idea stessa di cosa significasse il lavoro del fotoreporter. I paparazzi di Via Veneto impararono da lui. Cosa rimane oggi del suo esempio, dei suoi insegnamenti?

Oggi rimane sicuramente la grandezza e l’originalità delle sue foto, come quelle riportate nel libro stesso o nella pagina facebook dedicata al libro (digitare nella ricerca: Scatto Matto, Adolfo Porry-Pastorel, libro). Quando si devono riportare le immagini storiche più significative del nostro Paese, ancora oggi, i quotidiani e i settimanali più importanti, scelgono le foto di Porry-Pastorel. Foto che un tempo facevano parte dell’agenzia del fotoreporter, intitolata “Vedo”: Visioni Editoriali Diffuse Ovunque.

Ci sono in programma a Roma, o altrove, mostre, congressi, retrospettive in suo onore?

Il prossimo appuntamento è per dicembre. A Roma, in via Germanico 168 A, c’è uno dei più impotanti luoghi italiani dedicati alla fotografia, dove oltre alla commercializzazione di attrezzature fotografiche specializzate, si organizzano eventi culturali di settore, come mostre e presentazioni di libri. E a dicembre verrà organizzata una presentazione di “Scatto Matto” e una mostra fotografica dedicata al lavoro di Porry-Pastorel. Ovviamente l’iniziativa sarà divulgata sul sito: http://www.sabatini.ws

Bene, l’intervista è finita. Ringraziandoti della tua disponibilità, mi piacerebbe sapere quali sono i tuoi progetti per il futuro.

Il futuro è ancora dedicato a Porry-Pastorel. Il suo ricordo deve ancora volare alto, tanto per restare in tema di colombi viaggiatori… E chissà che il suo personaggio non diventi il personaggio di un film: “Scatto Matto” al cinema.

:: Segnalazione di All’ombra dell’impero – Il segreto del Mandylion di Alberto Custerlina (Baldini & Castoldi editore, 2013)

13 settembre 2013

baldini e castoldiAll’ombra dell’Impero è una trilogia d’avventura a tinte gialle scritta da Alberto Custerlina e ambientata a Trieste nel 1902. Il primo episodio, intitolato “Il segreto del Mandylion“, uscirà nelle librerie il 18 settembre per i tipi di Baldini & Castoldi Editore. Vi segnalo anche la pagina Facebook del libro ricche di aneddoti e foto d’epoca: https://www.facebook.com/AllOmbraDellImpero

Trieste, primavera del 1902. Il ricordo dei fatti di sangue seguiti al primo sciopero operaio dell’Impero asburgico è ancora vivo nella mente della cittadinanza. A pochi giorni dalla revoca dello stato d’assedio proclamato dal governo di Vienna, un sottufficiale dell’esercito viene trovato morto e sfigurato in un vicolo.
Intanto, una preziosa reliquia cristiana, il Mandylion, viene rubata, perduta e infine ritrovata da Davorin, un ragazzino di dodici anni che in seguito a ciò pare acquisire strani poteri.
Anton Adler, padrino di Davorin nonché commissario di Polizia, e il suo amico Artan Hagopian, mercante di cineserie e legittimo custode della reliquia, si lanciano alla ricerca degli assassini del militare, intuendo il legame tra l’omicidio e il furto.
I due diventano così i protagonisti di un’avventura che affonda le radici nel tempo di Gesù, nella Cina coloniale e nel cuore occulto dell’Europa. A complicare l’indagine, il maggiore Ettore Gortan, un ufficiale molto in vista che ha qualcosa da nascondere.
Nel momento in cui tutte le tessere del rompicapo sembrano andare al loro posto, un uomo pericolosissimo riemerge dal passato.
Tra oscure minacce celate nell’ombra, ingegnosi inganni e tensioni politiche che rischiano di far esplodere l’Impero asburgico, Adler, Hagopian e il giovane Davorin affronteranno le loro paure e vedranno le loro convinzioni vacillare, fino a un gran finale che rivelerà un nemico inaspettato e letale.

Alberto Custer­lina vive in pro­vin­cia di Trie­ste, lavora come con­su­lente tec­nico e, natu­ral­mente, impe­gna quasi tutto il suo tempo libero per scri­vere. Il suo romanzo d’esordio, Bal­kan bang!, è uscito alla fine del 2008 per Per­di­sa­Pop, nella col­lana Wal­kie­Tal­kie curata da Luigi Ber­nardi.  A Gen­naio 2010, il suo romanzo d’esordio è stato ripub­bli­cato da Mon­da­dori nella col­lana Segre­tis­simo.  Il 6 luglio del 2010 è uscito Mano nera, il suo secondo romanzo noir, pub­bli­cato da Bal­dini Castoldi Dalai edi­tore nella neo­nata col­lana Vidocq. Il 20 set­tem­bre 2011 è uscito Cul-de-sac, suo terzo romanzo, sem­pre per i tipi di Dalai edi­tore. Nel gennaio del 2013 ha fondato Moby Dick – Scuola di scrittura (e lettura).

:: Un’ intervista con David Hewson autore de Il giardino del male (TimeCrime, 2013)

12 settembre 2013

giardino del maleCiao David. Grazie per aver accettato questa mia nuova intervista e bentornato su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è David Hewson? Punti di forza e di debolezza .

Sono uno scrittore inglese, ex giornalista, che ha scritto più di 25 libri nel corso degli ultimi vent’ anni (dopo un po’ ho smesso il conteggio ). Non sono sicuro di quali siano i miei punti di forza, ma la mia debolezza principale è che mi annoio facilmente – quindi sono sempre alla ricerca di qualcosa di nuovo che mi metta alla prova .

Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia .

Sono cresciuto in una piccola città di pescatori nel nord dell’Inghilterra e ho lasciato la scuola a diciassette anni per lavorare come giornalista in un quotidiano locale. Quindi non ho nessuna vera educazione di cui parlare, se non attraverso i libri. Ho lavorato come giornalista per alcuni giornali nazionali – The Times, Independent e Sunday Times – per un bel po’. Ma ho sempre voluto scrivere narrativa .

Raccontaci qualcosa del tuo debutto. La tua strada verso la pubblicazione. Hai ricevuto molti rifiuti ?

Ho fatto un paio di tentativi falliti a scrivere romanzi nei primi anni . Ma nel 1994 ho scritto un giallo mediterraneo chiamato Semana Santa che hanno venduto quasi subito, anche i diritti cinematografici (è stato tratto un film con Mira Sorvino, Olivier Martinez , e anche con la famosa attrice italiana Alida Valli (anche se non avevo niente a che fare con il film).

La serie di Nic Costa è composta da nove romanzi : Il sangue dei Martiri (A Season for the Dead ), La Villa dei Misteri (The Villa of Mysteries) Il rituale sacro ( The Sacred Cut ), Il Morso della Lucertola (The Lizard’s Bite) Il settimo sacramento (The Seventh Sacrament) The Garden of Evil, Dante’s Numbers, The Blue Demon, The Fallen Angel, Carnival for the Dead. Giusto?

Beh, sono dieci libri – i primi nove sono nella serie Costa sì , ma Carnival è una standalone con un personaggio popolare della serie, la patologa romana Teresa Lupo. Ci sono quattro personaggi principali delle storie, tutti che lavorano in una immaginaria questura Roma.

Il tuo ultimo romanzo crime pubblicato in Italia è The Seventh Sacrament, con il titolo Il settimo sacramento, per TimeCrime . Puoi dirci qualcosa sulla trama di questo libro senza rivelare il finale?

In realtà è già uscito il sesto libro – Il Giardino del Male (The Garden of Evil), sempre per TimeCrime. Questa è una storia molto personale per Costa in quanto inizia con una tragedia personale, e può risolvere il caso solo grazie alla sua passione per l’opera di Caravaggio. Nasce un legame con una giovane suora , suor Agata , esperta di arte e i due riescono a infiltrarsi in una banda romana di aristocratici che pensano di essere al di sopra della legge. E’ un libro molto oscuro ed emozionante che ha toccato un sacco di gente. L’ American Library Association l’ ha eletto mystery dell’anno alla sua uscita.

Puoi dirci un po’ del tuo protagonista, Nic Costa ?

Volevo scrivere di qualcuno che non fosse il solito protagonista di crime- di mezza età , malinconico, ferito. Nic è giovane, entusiasta, un po’ ingenuo, ma anche molto determinato. Ha poco riguardo per la propria sicurezza e il proprio benessere, ma ne ha un sacco per quelli delle vittime . Egli ricorda anche ai poliziotti più anziani intorno a lui perché volevano fare questo lavoro.

Perché hai scelto l’ Italia per ambientare i tuoi romanzi?

Mi è sempre piaciuto scrivere di luoghi che ho avuto modo di conoscere, non di quelli per cui avevo già familiarità. Così per questi libri mi sono trasferito a Roma per un po’ e ho studiato italiano al college. Volevo descrivere Roma attraverso gli occhi dei Romani , per quanto possibile, non utilizzando un personaggio straniero. E ‘stata dura ma è lusinghiero per me essere pubblicato in Italia e vedere l’interesse che c’è per i miei libri. Ora sono in fase di sviluppo per la TV a Roma con il braccio italiano della Bavaria , ed è molto eccitante. Ho avuto un sacco di proposte da aziende TV e cinematografiche che volevano i diritti per i miei libri, ma ero determinato che fosse scelta una società italiana,  quindi è stato fantastico quando Bavaria è arrivata.

Qual è stata la parte più laboriosa durante la scrittura?

Nessuna parte della scrittura è laboriosa – è un enorme divertimento. La parte più noiosa è la post-produzione – si tratta di correggere le bozze e tutto il resto . A quel punto io sto già scrivendo qualcosa di diverso e voglio pensare solo a quello.

Ti ispiri a fatti reali quando crei le tue trame ?

No – non penso che basando i libri su notizie reali la storia per me funzioni. Ma io prendo ispirazione dalla cultura e dalla storia italiana, questo sì. Il Giardino del Male si basa su alcune società segrete che esistevano davvero al tempo di Caravaggio – e da cui sono partito – per esempio. Quindi tendo a fare ricerca storica, non moderna.

Che tipo di ricerca hai svolto per i tuoi libri ?

Leggo, visito luoghi, parlo con la gente . I Romani sono meritatamente orgogliosi della loro città, quindi non è difficile arrivare a vedere i luoghi che si desidera scrivere. Prendo anche appunti e faccio un sacco di fotografie, questo è il mio lavoro per costruire il mondo del libro, prima di iniziare a scrivere.

Vorrei parlare del processo legato alla scrittura . Descrivici una tua tipica giornata di lavoro.

Se sto a casa la scrittura è molto facile. Comincio con la revisione del lavoro del giorno precedente. Poi guardo la scaletta e il piano dell’opera e scelgo cosa scrivere. Di solito è la scena successiva , ma a volte scrivo una scena in vista del punto successivo del racconto . Questo funziona se ho davvero la scena nella mia testa e posso sbloccare alcune delle fermate lungo il percorso.

Hai un autore contemporaneo preferito?

No – sono troppi gli scrittori intelligenti là fuori per sceglierne solo uno .

Cosa stai leggendo in questo momento?

Sto rileggendo un libro meraviglioso Cristo si è fermato a Eboli di Carlo Levi . Ho letto un sacco di non-fiction e questo è uno dei miei libri preferiti degli ultimi anni.

Ti piace fare tour promozionali ? Racconta ai tuoi lettori italiani qualcosa di divertente su questi incontri.

Ho cercato di ridurre i tour perché francamente non ne ho il tempo . E nel clima dell’editoria di oggi gli editori a volte non hanno neanche i soldi per farli. L’evento più strano successe in una biblioteca molto tempo fa in un complesso residenziale nel Galles. C’erano stati enormi problemi con atti di vandalismo per la disoccupazione nella zona e la biblioteca era l’unico posto che ho visto che avesse porte di sicurezza in acciaio. Ma dentro … è stato uno degli eventi più caldi e più divertenti a cui abbia mai partecipato.

Verrai in Italia per presentare i tuoi romanzi ?

Ho fatto un paio di presentazioni in Italia nel corso degli anni e mi piacerebbe farne di più . Speriamo che qualcosa arrivi presto.

Che consigli daresti ai giovani scrittori in cerca di editore?

Non mollare e ricordare che vende il talento, non l’ invadenza . Bisogna scrivere il libro migliore possibile – e quindi provare a scriverne uno migliore ancora.

Che ne pensi dell’ e-publishing? Dove pensi questo fenomeno porterà?

Onestamente non lo so. Il boom del self publishing sembrava averlo bloccato un po’ , e ho l’impressione che gli ebooks abbiano raggiunto un plateau. Preferisco di gran lunga un libro di carta anche se gli ebooks sono molto utili se si viaggia . Ma ad essere sinceri non credo che nessuno lo sappia veramente – salvo che il pubblico abbia ancora voglia di leggere libri.

Puoi parlarci un po’ della casa editrice che ha pubblicato il tuo libro? Come ti trovi a lavorare con loro?

I libri di Costa sono pubblicati in Italia da Fanucci / TimeCrime che mi ha supportato subito fin dall’inizio. Sono di medie dimensioni con sede a Roma – non Milano – quindi credo che l’argomento li tocchi da vicino. Sono un gruppo di persone molto amichevoli.

Qual è il tuo rapporto con i tuoi lettori? Come possono i lettori mettersi in contatto con te?

C’è un modulo di contatto sul mio sito e l’elenco sempre gli eventi che sto frequentando . E ‘sempre un piacere sentire i miei lettori, alcuni dei quali mi accompagnano da molto tempo ormai.

Infine, per concludere l’ultima domanda . Stai lavorando ad un nuovo romanzo ? Eventuali altri progetti ?

Gli ultimi due anni ho lavorato sui libri ambientati a Copenhagen sulla base del grande successo della serie tv The Killing (che sono pubblicati in Italia da Mondadori credo) . Ho una nuova serie che esce il prossimo anno ambientata ad Amsterdam, il primo libro si intitola The House of Dolls . Ho anche il terzo e ultimo libro di The Killing in uscita e ho appena pubblicato un audiolibro ambientato a Firenze intitolato The Flood . Sto lavorando su un paio di altri progetti audio e TV anche, ma di quelli per ora non posso parlarne pubblicamente. Ma come potete vedere … ho da fare!

:: Recensione di Infine chiedete aiuto di Marco Bifulco (Bel-ami, 2013) a cura di Micol Borzatta

12 settembre 2013

Infine chiedete aiutoIn un ufficio di spedizioni vengono raccontate le vite dei vari dipendenti che si intrecciano fra di loro. Amori nascosti, problemi di salute ed economici, situazioni familiari incasinate si mischiano alla cattiveria, all’ozio, alla stupidità e ai pregiudizi che esistono sempre in tutti i posti di lavoro.

Un romanzo spettacolare che illustra la realtà delle difficoltà negli ambienti lavorativi.

Scritto con uno stile leggero e fluido coinvolge il lettore aprendogli gli occhi su quelle verità lavorative che generalmente vengono sempre nascoste.

Marco Bifulco, nato a Napoli nel 1973 ha iniziato a scrivere nel 2005 con i racconti Di padre in figlio e  Lo zio. Nel 2009 pubblica il racconto Le sei regole della scimmia, Musolungo, un racconto per bambini, e Verbale 66, un noir. Frequenta la scuola Holden di Torino, si laurea in Economia e sogna di poter vivere viaggiando.

:: Recensione di Incubi di morte di Sharon Bolton (Mondadori, 2013) a cura di Stefano Di Marino

11 settembre 2013

incubi di morteNon avevo mai letto Sharon Bolton. Confesso di aver acquistato il libro perché il prezzo mi è parso decisamente più equo dei soliti 20 euro… Dunque…  storia di suicidi indotti in ambiente universitario. Spunto non nuovissimo e più volte trattato in numerosi thriller di questa stagione italiani e stranieri. Comincia comunque con una sequenza che t’induce a procedere nella lettura. Arrivo a metà saga per cui non conosco bene i personaggi (però sono andato a procurarmi qualche episodio precedente). Forse non il miglior thriller che ho letto negli ultimi tempi, ma l’ho finito in meno di una settimana il che significa che la sostanza c’è. Un buon giallo, come si dice. Forse non giova alla lettura il continuo cambio, a volte nello stesso capitolo, di prospettiva, di io narrante e terza persona, l’andare un po’ freneticamente avanti e indietro. Ma la suspense c’è, il finale è adeguato e ci sono almeno un paio di sequenze ‘ de paura’ da manuale. Quindi, malgrado sia un thriller al femminile con situazioni un po’ da commedia e personaggi maschili generalmente ‘belli e impossibili’ , la narrazione è vivace, i dialoghi reggono sia la tensione che la commedia e non ti molla fino alla fine. Solo un appunto nei risvolti di copertina. Perché insistere a dire che si tratta di una ottima ‘introspezione psicologica’ dei personaggi? Mi sembra un tentativo di nobilitare un testo che non ne ha bisogno. Basterebbe dire che è un ottimo giallo, che i personaggi sono verosimili e agiscono servendo la trama. Perché far passare una cosa per quello che non è? Ma questo è un altro discorso. Il thriller, almeno da noi, deve sempre mascherarsi. E questo ha tutti i numeri per accontentare un vasto pubblico con qualche ora di sano intrattenimento. Niente di più ma neanche niente di meno.

Sharon Bolton è nata nel Lancashire, in Inghilterra. Prima di dedicarsi alla scrittura, ha lavorato con successo nel marketing e nelle pubbliche relazioni. Vive nei pressi di Oxford con il marito e il figlio. Mondadori ha già pubblicato Sacrificio (2008), Il risveglio (2009), che ha vinto il Mary Higgins Clark Award, Raccolto di sangue (2011) e Ora mi vedi (2012).