:: Un’ intervista con Vania Colasanti autrice di Scatto Matto

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scacco mattoBentornata Vania su Liberidiscrivere e grazie per aver accettato questa nuova intervista. Sono passati ormai due anni dall’uscita del tuo primo romanzo Ciao, sono tua figlia – Storia di un padre ritrovato. Che bilancio nei hai tratto? Come ti trovi nelle vesti di scrittrice?

Intanto, grazie per avermi “invitata” nuovamente nel vostro spazio così vivace e attento all’editoria. Ebbene sì, sono passati due anni. E credo che sia un tempo giusto. Perché un libro, per chi lo scrive, ha bisogno di essere metabolizzato. Deve crescere, deve essere promosso. E visto che il tema della mia prima pubblicazione autobiografica riguarda l’accettazione dei genitori, mi sono messa in gioco e ho creato sia un sito web (vaniacolasanti.com) che una pagina facebook (Ciao, sono tua figlia) che sono diventati un po’ un “luogo” di scambio per chi ha vissuto o vive situazioni analoghe alla mia. Ovvero la realtà dei genitori latitanti e della possibilità, da parte di un figlio, di accettarli per quello che sono, con i loro limiti affettivi. E dal momento che un libro ha una vita sua, autonoma, che va al di là dei tempi dell’uscita, chi volesse ancora riprendere il discorso mi trova sempre lì, soprattutto su fb.
Allora, per quel che rigurada il bliancio, posso dire che è stato davvero positivo. Due edizioni in pochi mesi, grande riscontro dei media, sui social network. Però, per rispondere all’altra parte della domanda, a me piace definirmi autrice. Lo scrittore può essere definito tale dagli altri e comunque, secondo me, molto più avanti nella carriera.

A marzo è uscito con Marsilio il tuo nuovo libro Scatto matto. La stravagante vita di Adolfo Porry-Pastorel, il padre dei fotoreporter italiani. Un libro molto particolare, una sorta di tributo e omaggio ad una persona speciale, uno dei  padri del giornalismo italiano, un innovatore che visse le contraddizioni dell’Italia dall’inizio del Novecento alla fine degli anni Cinquanta. Ce ne vuoi parlare?

E’ un personaggio straordinario, innovativo, stravagante, con il quale sono un po’ cresciuta. Nel senso che sono cresciuta con i suoi ricordi, visto che era legato alla mia famiglia. Il figlio Alberto – che purtroppo non tornò più dalla Russia durante la Seconda Guerra Mondiale – aveva sposato la cugina di mia mamma: Adriana Coltellacci. E lei rimasta “vedova bianca” molto presto, rimase sempre unita al suocero. A un uomo così originale. E dunque, attraverso lei (che è scomparsa pochi anni fa) ho avuto del materiale eccezionale del suocero: sia fotografico, sia cartaceo. E così, unendo le forze con mio cugino Steven e con gli Archivi Farabola che hanno un patrimonio inestimabile di foto storiche di Porry-Pastorel, ho dato vita a questo libro. Inoltre, mia mamma Livia e mia nonna Fernanda lo avevano conosciuto benissimo, lo avevano frequentato assiduamente. Quindi i racconti delle avventure di Porry – perché così lo chiamavano tutti – hanno popolato la mia infanzia.
Lui ha davvero rivoluzionato la storia del fotogiornalismo, anzi si può dire che ha contribuito notevolemente a creare il mestiere di fotoreporter. Un uomo che è nato nel 1888 ed è scomparso nel 1960. Ha attraversato dunque due guerre, il fascismo, il dopoguerra, l’alba della Dolcevita. E sempre con un unico “obiettivo”: quello di essere fedele alla storia, alla cronaca.

Come è nata l’idea di scrivere questo libro?

Beh, avendo così tanto materiale privato e conoscendo così bene la sua storia mi sembrava un atto dovuto restituire la sua memoria.

Come ti spieghi che il nome di Adolfo Porry-Pastorel sia così relativamente poco conosciuto, quasi dimenticato? Pensi che il tuo libro possa in qualche misura promuovere la sua riscoperta, spingere a nuove mostre fotografiche, a nuovi incontri?

Per gli addetti ai lavori è sicuramente un punto di riferimento. Ma certo non è un personaggio che ha popolato le cronache. Se uno si fa un giro su internet, trova sulla sua vita notizie errate. Spesso riportano che è morto a Castel San Pietro Romano (il paese dove divenne sindaco), mentre in realtà si è spento a Roma il 1 aprile 1960. Probabilmente lui non ha fatto molto per diffondere la sua immagine, essendo interessato a diffondere le immagini degli altri e del nostro Paese. Però mi auguro davvero che “Scatto Matto” riesca a divulgare il suo ricordo, il suo estro, il suo genio.

Il tuo libro, sebbene romanzato, è basato sullo studio di documenti, giornali d’epoca, lettere, fotografie. Come ti sei documentata?

Sono partitata dagli avvenimenti più salienti che aveva immortalato. A partire dall’arresto di Benito Mussolini nel 1915 a Rama e che lui immortalò. Foto che gli valse l’iniziale ostilità del futuro Duce. Poi, mi sono rivolta all’archivio storico de “Il Giornale d’Italia” che ha sede nel comune di San Giovanni in Persiceto, in provincia di Bologna. E telefonicamente ho conosciuto una persona straordinaria: Gloria Serrazanetti, che si è subito appassionata al progetto. E così, di ogni avvenimento che mi interessava, mi mandava per mail la scansione della pagina che riportava la pubblicazione della foto di Porry-Pastorel e del relativo articolo. In questo modo ogni avvenimento che descrivo è riscontrato puntualmente sui giornali dell’epoca.

La cosa più sorprendente è il tuo archivio fotografico. Quante foto possiedi? Dove le conservi? Quali sono le più singolari?

L’inserto fotografico centrale che accompagna “Scatto Matto” è il risultato dell’unione di più forze. Le foto del mio archivio riguardano soprattutto foto private di Porry-Pastorel, della sua famiglia, così come delle suoi servizi più importanti. Ma le immagini più belle appartengono agli Archivi Farabola (www.archivifarabola.it), uno degli archivi più importanti d’Europa dove sono confluiti i suoi scatti più rivoluzionari. La foto della copertina, riguarda proprio il momento in cui il fotoreporter, nel marzo 1937, lancia un piccione viaggiatore con i negativi delle sue foto, a bordo dell’incrociatore “Pola”, a largo di Tobruk: dai cieli libici, rotta su Roma. Quella foto appartiene al mio archivio e ci tengo a precisare che tutto il lavoro di digitalizzazione, compresa dunque quell’immagine, è stata effettuato da un grande fotografo romano Franco Roscioli (www.francoroscioli.com) che, durante la stesura, mi ha rivelato tanti trucchi del mestiere.

Parliamo adesso di Adolfo Porry-Pastorel come persona, oltre che fotografo e reporter. Per i Colasanti era un amico di famiglia. Tua madre l’ha conosciuto. Che persona era nel suo privato, lontano da negativi e camere oscure?

Era stravagante anche nella vita privata. Mia madre che ha avuto la fortuna di conoscerlo mi diceva che quando passava una giornata con lui, arrivava alla sera che aveva i muscoli delle guance che le facevano male, tanto la faceva ridere. Come racconto nel libro era “Alto, magro magro, l’aria scanzonata, lo humour inglese su un accento romanesco che gli permetteva tutto, anhe le parolacce più irriverenti”.

La morte o meglio la scomparsa di suo figlio, disperso in Russia durante la Seconda Guerra Mondiale, in un certo senso lo cambiò. Cambiò anche il suo modo di fotografare?

Penso che la scomparsa di un figlio, non sapere che fine abbia fatto, se sia morto o vivo, sia forse più dolorosa della morte stessa. Ma lui era sicuramente resiliente: aveva quella capacità di resistere, di non piegarsi, sapeva “uscire rafforzato dalle avversita della vita. Di rispondere alle lacrime col sorriso”. E la vicinanza della nuora Adriana Coltellacci, che gli rimase sempre accanto, sicuramente alleviò il suo dolore e quello della moglie Franca. Ma la sua sofferenza per la scomparsa del figlio Alberto, non credo riuscì a trapelare nei suoi scatti.

Dal tuo libro emerge il rapporto in un certo senso conflittuale con Mussolini. Il dittatore voleva il migliore per le sue fotografie propagandistiche e il migliore in Italia era Porry-Pastorel. Inventò per lui le foto che lo ritraevano in campagna, con comparse come contadini alle prese con il lavoro dei campi. Fece foto come quelle del finto matrimonio autarchico. Foto di cui si stancò. Dopo la morte di suo figlio divenne uno dei maggiori attivisti del Centro X, il fronte militare clandestino. La sede della sua agenzia fotografica divenne una sorta di laboratorio per falsificare i documenti di antifascisti e ebrei. Dedichi alcune pagine a quando vide le foto della sua uccisione con Claretta Petacci. Che rapporto lo legava a Mussolini?

Porry-Pastorel era un professionista, un fotoreporter che metteva la notizia, la cronaca, la storia davanti all’obiettivo. E dunque anche tutta la politica legata al Duce. “Sempre il solito fotoreporter”, diceva Mussolini a Porry-Pastorel quando se lo ritrovava davanti. “Sempre il solito Presidente del Consiglio”, gli rispondeva sarcastico il fotoreporter. Una battuta che ricordava sempre lui stesso. Mussolini non gi perdonò mai di averlo ripreso durante il suo arresto a piazza Barberini nel 1915. Ma poi fu lo stesso Mussolini a commissionare a Porry-Pastorel molti reportage legati alle sue campagne, come la battaglia del grano o la raccolta del ferro. Per certi versi, la scomparsa del Duce per Porry può essere paragonata alla scomparsa del primo attore per un regista. In fondo il Duce, che aveva attraversato gran parte della sua carriera e dei suoi scatti, usciva dalla sua vita e dalle sue immagini.

Affidava i negativi ai piccioni viaggiatori. Ci racconti come andò quel maggio del 1938?

Porry-Pastorel aveva compreso l’importanza di utilizzare i piccioni viaggiatori per l’invio dei negativi fotografici, già durante la Prima Guerra Mondiale, quando i militari si servivano dei volatili per inviare spacci e documenti importanti. Così, per battere la concorrenza in situazioni estreme, si portava con sé una coppia di colombi viaggiatori. E l’episodio che apre il libro, riguarda proprio uno scoop che realizzò grazie ai volatili che, dalle acque del Golfo di Napoli, volarono fino a Roma, custodendo fra le zampe i negativi delle foto che ritraevano Musollini, Hitler e il re a bordo della Corazzata Cavour, in occasione della parata navale del 5 maggio 1938. Negativi che Porry aveva sviluppato grazie a un’attrezzatura portatile per lo sviuppo delle immagni e che aveva spesso con sé. Quando la nave attraccò al porto di Napoli, su “Il Giornale d’Italia” erano già pubblicate le foto dell’avvenimento che si era concluso poco tempo prima. E Porry, con i suoi complici alati, aveva battuto tutti i colleghi fotografi dell’Istituto Luce.

Era un uomo elegante, spiritoso, cosmopolita, avventuroso. Amava improvvisare e giocare scherzi ai suoi concorrenti come l’episodio della scala. Ce ne vuoi parlare? O citarne altri?

Di “Scatto Matto” ho svelato anche troppo… Altri episodi direi che è bene ricercarli tra le pagine del libro. Però posso dire che l’aneddoto della scala, avvenuto l’8 gennaio 1930 in occasione delle nozze del principe Umberto di Savoia con Maria José del Belgio, è legato alla moglie di Porry-Pastorl: Franca, la sua inseparabile compagna di vita e anche di lavoro che gli fu accanto nelle situazioni più avventurose. E nell’inserto fotografico del libro sono riportate tante foto della bella moglie. Una storia d’amore che il libro ripercorre anche attraverso esclusive immagini della vita privata dei Porry-Pastorel.

Fu sindaco di Castel San Pietro Romano, che offrì come location a Vittorio De Sica per Pane, amore e fantasia. Ce ne vuoi parlare?

Vittorio De Sica e il regista Luigi Comencini erano alla ricerca di un paese dove ambientare il film interpretato poi anche da Gina Lollobrigida. E Porry, amico di De Sica, suggerì come location Castel San Pietro Romano, un paese da fiaba, a quaranta chilometri da Roma. Non è infatti in Abruzzo, come si vuole far credere nel film, ma vicino Palestrina. Porry-Pastorel, nel 1952, ne era diventato sindaco. E durante la sua ultima fase della vita, si dedicò alla crescita e allo sviluppo di Castel San Pietro Romano: un centro che ancora oggi, grazie alla Proloco, con Marcello e Gianpaolo Nardi, offre importanti iniziative legate al cinema e alla cultura (www.castelsanpietroromano.rm.gov.it oppure http://www.castelsanpietroromano.net). Invito tutti i lettori a farci una gita, perché tra i vicoli di quelle strade, aleggia ancora forte la memoria di Porry-Pastorel. Il fotoreporter aveva scelto quel piccolo centro arroccato sulla campagna del Lazio, come suo buen ritiro, “come se l’abbraccio di quelle pietre antiche e l’affetto di persone semplici potessero sollevarlo dalla confusione solitaria di Roma”.

Morì il primo aprile del 1960 lasciando qualcosa come 9 milioni di click e una eredità immensa. Il fotogiornalismo in Italia nacque con lui, le sue foto verità del quartiere romano di San Lorenzo, il giorno dopo il bombardamento americano del 19 luglio 1943 cambiarono l’idea stessa di cosa significasse il lavoro del fotoreporter. I paparazzi di Via Veneto impararono da lui. Cosa rimane oggi del suo esempio, dei suoi insegnamenti?

Oggi rimane sicuramente la grandezza e l’originalità delle sue foto, come quelle riportate nel libro stesso o nella pagina facebook dedicata al libro (digitare nella ricerca: Scatto Matto, Adolfo Porry-Pastorel, libro). Quando si devono riportare le immagini storiche più significative del nostro Paese, ancora oggi, i quotidiani e i settimanali più importanti, scelgono le foto di Porry-Pastorel. Foto che un tempo facevano parte dell’agenzia del fotoreporter, intitolata “Vedo”: Visioni Editoriali Diffuse Ovunque.

Ci sono in programma a Roma, o altrove, mostre, congressi, retrospettive in suo onore?

Il prossimo appuntamento è per dicembre. A Roma, in via Germanico 168 A, c’è uno dei più impotanti luoghi italiani dedicati alla fotografia, dove oltre alla commercializzazione di attrezzature fotografiche specializzate, si organizzano eventi culturali di settore, come mostre e presentazioni di libri. E a dicembre verrà organizzata una presentazione di “Scatto Matto” e una mostra fotografica dedicata al lavoro di Porry-Pastorel. Ovviamente l’iniziativa sarà divulgata sul sito: http://www.sabatini.ws

Bene, l’intervista è finita. Ringraziandoti della tua disponibilità, mi piacerebbe sapere quali sono i tuoi progetti per il futuro.

Il futuro è ancora dedicato a Porry-Pastorel. Il suo ricordo deve ancora volare alto, tanto per restare in tema di colombi viaggiatori… E chissà che il suo personaggio non diventi il personaggio di un film: “Scatto Matto” al cinema.

Una Risposta to “:: Un’ intervista con Vania Colasanti autrice di Scatto Matto”

  1. Sergio milana Says:

    Gentile signora Vania ,mi chiamo Sergio Milana,ho letto molto volentieri il suo libro”Scatto matto”ed ho ritrovato la nostalgia verso un personaggio”Porry Pastorel che ho conosciuto di persona a Castel San Pietro Romano nel 1941. Ero in vacanza con la mia famiglia che aveva trovato buone notizie che riguardavano il paese tra le pagine della Guida Monaci.Gia’ il viaggio di per se attraversava una campagna
    O

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