:: Un’ intervista con Marco Proietti Mancini autore de Gli anni belli

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anni belliCiao Marco. Grazie di aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberi di Scrivere. Allora come tradizione inizierei con le presentazioni. Parlaci di te, descriviti ai nostri lettori. Chi è Marco Proietti Mancini?

Un uomo di mezza età che si sente come un eroe dei fumetti; ma non nel senso epico del termine, semmai in una accezione assolutamente disincantata e autoironica. Mi pare di essere come quel personaggio della televisione, mi pare si chiami Normal Man. Sono un impiegato di una multinazionale che ogni mattina si sveglia, va a lavorare e  rispetta orari, appuntamenti, riunioni e va a vivere – recitare – una parte che conosce tanto bene da replicarla con il pilota automatico.
Intanto dentro penso, ascolto e memorizzo le parole che poi devono aspettare la sera, a volte la notte, per uscire fuori. Allora Normal Man in costume – quasi sempre mutande, maglietta e ciabatte – si trasforma e crea personaggi, inventa storie, vive una vita che viene fuori e che sento mia, che vivo veramente.
A volte Normal Man deve uscire fuori anche in pubblico, quando devo presentare i miei romanzi o devo intervenire in qualche occasione in cui sono invitato; quelli sono i casi in cui mi pare di essere in trance, sento qualcuno che parla e solo alla fine capisco che quel “qualcuno” ero io.
Quest’estate a un amico che mi diceva “praticamente fai due lavori, giusto?” ho risposto: “Sì, con uno guadagno e con uno mi diverto.” – Sinceramente però non credo di essere molto originale, in questa interpretazione della vita di scrittore-lavoratore.

Come è nato il tuo amore per i libri e quando hai deciso che avresti iniziato a scrivere anche tu?

Tutto merito di mia madre; una donna nata e cresciuta in un periodo di grandi difficoltà, economiche e sociali; è arrivata a prendere la Licenza Elementare e poi ha dovuto fermarsi, ma da che io me la ricordo ha sempre avuto tra le mani un libro. Non ha mai fatto distinzioni di genere, di categoria, qualsiasi cosa potesse essere letta per lei andava bene.
Ero un bambino e già ero iscritto alla biblioteca comunale di quartiere, piazzata in una cantina, con pochissimi volumi. Poi l’iscrizione all’Euroclub e al Club Degli Editori, i soldi erano pochi, ma per comprare libri bastavano sempre. Nessuna censura, tra le mie mani di adolescente passavano i grandi classici, gli autori italiani dell’800 e i contemporanei, andava bene tutto, anche la letteratura erotica, Henry Miller, Anais Nin, Erica Jong, tutto si poteva leggere.
Riguardo al “decidere” di scrivere, io non ho mai deciso nulla, ho solo iniziato a scrivere, uscivo, vedevo la vita che mi circondava e tornato a casa la raccontavo scrivendo, prima a penna, poi con una Olivetti Lettera22, poesie, racconti, un inizio di romanzo. Tutta roba che sta ancora lì in una cassetta di ricordi, insieme alle foto delle gite scolastiche, a quelle delle prime fidanzatine e tutto il resto che rimane di una vita da adolescente.

Sei l’autore de Gli anni belli, edito da Edizioni della Sera, una storia d’amore nella Roma tra le due guerre. Pensi che ci sia ancora posto per le storie d’amore nel mondo contemporaneo? O siamo diventati tutti così cinici ed egoisti da poterne fare a ameno?

Chi pensa di poter fare a meno delle “storie d’amore” evidentemente è convinto di potersi riprodurre per clonazione. Raccontare storie d’amore è raccontare la vita e raccontare vita è raccontare storie d’amore. Però questo significa non limitarsi e non concentrarsi solo su pochi aspetti dell’amore. Io nei miei romanzi racconto storie di amicizia, racconto cosa significa odiare e cosa significa soffrire e anche gioire. Provo a creare vite su carta, essere un padre, essere un figlio, cercare un lavoro, fare delle scelte e pagare per questo, come anche esserne premiato, disegno un periodo storico e l’amore è solo una delle parti che compongono le mie storie. Anche se ammetto che ne è il filo conduttore che guida le mie pagine e le collega, una dopo l’altra.

Protagonisti due ragazzi comuni, qualsiasi Elena e Benedetto. Nessuno di loro compie azioni eroiche, eccezionali, la loro vita non è segnata da eventi particolari, ma proprio la loro normalità ce li rende vicini. Cosa ti affascina della normalità, della quotidianità?

Lascio agli storici il compito, ingrato e meritorio, di raccontare la Storia, quella dei grandi uomini che la cambiano e vengono ricordati nei secoli. Tutti ricordano i grandi avvenimenti, quelli di cui rimangono tracce e testimonianze, di cui abbiamo gli archivi pieni di documenti. Io voglio raccontare e ricordare la storia degli ultimi, la storia della vita quotidiana di persone normali, persone qualsiasi. Io racconto la storia con la “s” minuscola, quella delle abitudini e dei cibi, dei vestiti e delle case in cui vivevano le persone che per gli storici non sono abbastanza importanti da essere ricordate. Io racconto la guerra dei fanti e non quella dei generali, spiego come si preparano la zuppa e la polenta, come si cucina una frittata. Ricordo e racconto la storia dei tanti, perchè le formiche non sono meno importanti degli elefanti, anche se fanno meno rumore di loro quando si muovono.

I due ragazzi vivono nel quartiere popolare di San Lorenzo, cuore di Roma. Come hai ricostruito la Roma di allora? Quali libri, film, aneddoti tramandati da amici e parenti ti hanno aiutato?

La tradizione orale dei racconti dei miei nonni e di mio padre, le storie minime che mi hanno riportato indietro di quasi un secolo. La cinematografia italiana del primissimo dopoguerra, quella che ormai passa solo a tarda notte o nelle repliche delle domeniche pomeriggio estive. Ammetto il debito di riconoscenza con Indro Montanelli e la sua “storia d’Italia”, primo e mai abbastanza lodato tentativo di coniugare insieme la Storia di una nazione e le storie degli uomini. Ammetto anche di aver spesso spostato avanti o indietro nel tempo degli avvenimenti, perchè mi serviva per renderli funzionali al mio racconto. Ma sono sempre stato onesto con i lettori e l’ho sempre dichiarato.

Siamo in piena epoca fascista, pur tuttavia descrivi quegli anni come gli anni “belli”, gli anni della giovinezza, dell’amore, dell’innocenza, prima che la guerra spazzi via tutto con il suo carico di orrore e di morte. La Seconda guerra mondiale incombe, e niente sarà più come prima. Sono anche gli anni della nostalgia?

No, in quegli anni non c’è nessuna nostalgia, perchè non c’è ancora un vero passato da rimpiangere. Pensateci, l’unità nazionale ha solamente mezzo secolo, l’Italia non è quella che conosciamo oggi e tra un siciliano e un lombardo c’è più distanza reale di quella che c’è oggi tra Italia e America. Non c’è ancora passato comune, c’è una storia recente non ancora conosciuta e assimilata dalle masse, anche perchè l’alfabetizzazione ha percentuali irrilevanti, non c’è nulla di cui avere nostalgia anche perchè si è usciti da una guerra orribile e incomprensibile, combattuta solo per obbligo da fanti che morivano senza sapere perchè. Gli anni che racconto sono anni belli perchè sono anni in cui tutti sperano in qualche cosa di bello. I fascisti sono appagati e iniziano a concentrarsi sui problemi “esterni”, le leggi razziali e le guerre coloniali, il regime è assodato, strisciante e stabile, governa e ormai è governato. La gente comune pensa di poter iniziare a vivere, costruire, progettare. Non sa che è solo una illusione, che le speranze sono destinate a spegnersi. Intanto vivono e si amano e fanno figli.

Ci sono musiche, canzoni, che ci possono riportare indietro nel tempo, nella Roma di allora?

Sinceramente non lo so; mi viene in mente la stessa cinematografia che ho citato prima con film che vanno da “La grande guerra” fino al molto più recente “Polvere di stelle”. Riconosco ad Alberto Sordi un merito, quello di aver incarnato una maschera, il “romano medio” dal 1900 al 2000. Ecco forse perchè quando facendo zapping capito su un suo film non posso fare a meno di rimanere bloccato.

Sor Paolo è un personaggio molto curioso, moderno si potrebbe dire. Raccontaci come è nato, come si è sviluppato nella trama del romanzo?

Chi ha letto i miei romanzi – anche “Da parte di Padre” – ha confuso le storie dei miei libri con quelle della mia famiglia. Questa cosa la prendo come un complimento, vuol dire che sono riuscito a raccontare tanto bene da far sembrare vere delle invenzioni.  Se servisse a qualcosa ribadirei ancora una volta che la storia della mia famiglia è solo uno spunto, che le mie storie sono invenzione al 99%, ma tanto so che non serve, quindi andiamo avanti. Una delle critiche che mi è stata mossa – in maniera garbata – è che i personaggi che sembrano raccontare dei miei nonni o dei miei genitori appaiono tutti perfetti, buoni, coraggiosi e positivi. Allora ho deciso che questo personaggio, Sòr Paolo, sarebbe stato invece donnaiolo e un po’ opportunista, furbo e traditore, un bugiardo.
La cosa divertente è che qualcuno che conosce la mia famiglia, dopo aver letto il romanzo mi ha detto “ma lo sai che tuo nonno era veramente così?”.
Basta, mi arrendo.

Questo romanzo ti sta dando molte soddisfazioni, seppur pubblicato con un editore relativamente piccolo, ti permette di competere con i grandi. Come affronti questo piccolo grande successo? E soprattutto te l’aspettavi, che una storia d’amore ambientata nella Roma degli anni Trenta interessasse a tanti lettori?

Io non mi aspetto mai nulla; scrivo per passione e per divertirmi, scrivevo più di quarant’anni fa, da bambino, quando non avrei mai pensato di diventare “scrittore”. Sognavo di segnare un gol e correre sotto la curva, sognavo di essere milionario, sognavo di vivere un grandissimo meraviglioso amore – Ah sì, questo l’ho realizzato.
Non mi sarei mai aspettato che “Gli anni belli” e prima di questo “Roma per sempre” sarebbero stati in tutte le Feltrinelli di Roma e in tante altre librerie. Mai che lo avrei trovato sullo scaffale in vetrina, tra i “libri consigliati”. No, lo ammetto, non me lo sarei mai aspettato.
Ma non perchè non credessi che i lettori non si interessassero a una storia d’amore, o a una storia degli anni trenta. No, semplicemente sono consapevole di quanto sia difficile il “mercato” della distribuzione editoriale, di quanti siano i titoli pubblicati e di come lo spazio sia – giustamente o no – riservato a titoli Mondadori, Einaudi, Feltrinelli e tutti gli altri giganti.
Quindi un editore come Edizioni della Sera deve faticare cento volte tanto – giuro non esagero – per convincere la distribuzione che vale la pena “spingere” per un proprio titolo. E la distribuzione deve crederci e poi devono convincersi i librai. Il lettore è tutt’altro che stupido, io alla favoletta del lettore che è come la “casalinga di Voghera” dello stereotipo televisivo non credo. Una volta che il lettore ha letto fa opinione e consiglia il libro che gli è piaciuto ad altri, che vanno a chiedere il libro. Quindi tanta fatica, tanta pazienza, tanto sforzo anche economico, ma sono convintissimo che la qualità alla fine paga, soprattutto se grazie a Dio si ha un altro lavoro con cui pagarsi il pranzo e la cena.

Volevi scrivere una storia su tuo padre. Anche lui si chiamava Benedetto, vero?

Lo vedi che ci sei cascata anche tu? No, volevo scrivere la storia su un ragazzo nato in Italia, in un piccolo paese, nel 1915. E’ vero, la scelta del nome Benedetto è un omaggio a mio padre, le “grandi tappe” della vita del protagonista delle mie storie sono le stesse che ha vissuto mio padre, l’emigrazione verso la grande città, il lavoro a quattordici anni, la chiamata alle armi, l’incontro con la donna della sua vita. Ma pensaci, in quegli anni, quante decine, centinaia di migliaia di Benedetto c’erano, con storie uguali nelle “grandi tappe”?
Ho dato i nomi ai personaggi delle mie storie molto prima di capire una regola aurea del mercato editoriale, non far associare i protagonisti dei romanzi ai propri familiari, per evitare quell’effetto “ennesimo scrittore della domenica che racconta la biografia familiare.”

Mi hai ricordato Vasco Pratolini. E’ un autore che conosci? In qualche misura ti ha influenzato?

Pratolini, certo, lo amo. Come amo Verga e Pavese e Silone e Guareschi e Moravia e la Morante e Cassola. Questi nomi non te li faccio a caso, ma perchè mi è successo di sentirmi accostato anche a loro e giuro, veramente, che ogni volta mi sono sentito prendere da un imbarazzo incredibile. Tutti questi autori mi hanno influenzato, perchè sono cresciuto leggendoli e inevitabilmente credo assorbendo da ciascuno di loro qualcosa, nel gusto, nello stile.

Il tuo romanzo è un affresco corale di povera gente, del suo modo di restare ancorata alle piccole cose, di sopravvivere. Cosa pensi ci accomuni noi gente del 2013, agli italiani di allora?

Se dico “nulla” sembro troppo cinico? Ma temo che sia la mia risposta più sincera. “Noi italiani”, espressi in termini generali, abbiamo perso il gusto delle piccole cose, del piacere di vivere usando le cose e non facendosi usare dal marketing per avere l’ambizione di avere cose sempre migliori, moderne, lussuose.
Tra un panino con la mortadella e una tartina al caviale io sceglierò sempre il panino. Tra una fettina di salame e una prugna avvolta nella pancetta io preferirò sempre il salame. Tra un bicchiere di vino rosso di campagna e un calice di champagne gradirò sempre di più se mi offrono il vino. Queste cose non per snobismo, ma perchè le preferisco.
Tra una serata di fronte al mare, con un amico, e una occasione di gala, preferirò sempre l’amico e il mare. Perchè la vita è bella dentro, e quello che c’è fuori è sempre un accessorio, magari comodo, utile, ma mai indispensabile. Così credo fosse anche ne “Gli anni belli”. Secondo te è così, adesso?
So che a Fregene si fanno gli “happy hour” al tramonto, sulla spiaggia. Cosa conta di più, per chi ci va, il tramonto o il cocktail? Io non ho dubbi, probabilmente per questo vado a Tor Vajanica. E con questo mi sono giocato tutti i potenziali lettori che vanno a Fregene.

Benedetto rifiuta la guerra. Quando si trova nel momento più decisivo e drammatico del romanzo, non fa un passo avanti e con coraggio decide di non partire. Ci vuole più coraggio a farla la guerra o a rifiutarla?

Lo scrivo nel romanzo, quindi come faccio a risponderti qui? Andrei contro le regole del “buon scrittore”! Dai, faccio un’eccezione, anche per dimostrare che non parlo solo d’amore nel mio romanzo. La cosa per cui serve più coraggio, ogni giorno, è vivere. A morire sono capaci tutti. La cosa per cui serve più coraggio è scegliere, decidere, assumersi la responsabilità di fare quel che si crede giusto, che sia dire “sì” o dire “no”. Il coraggio di Benedetto in quell’occasione è quello di fare quello che sente e crede giusto, disposto a pagarne le scelte, fino in fondo.

Se ne traessero un film dalla tua storia, chi vedresti bene nelle parti dei protagonisti, quale regista?

Michele Riondino potrebbe essere un Benedetto perfetto nel ruolo, Gaetano Amato un Bittuccio –il padre di Benedetto – stampato, Alessio Boni potrebbe fare Nazareno, mentre Castellitto potrebbe fare il Sòr Paolo. Riguardo alle donne non mi azzardo.
Il regista? Io amo i film di Michele Placido, per come riesce a dare sguardo e spazio alle storie vere.

Ci sono progetti di traduzione per l’estero?

C’erano, con un editore argentino che mi ha chiesto di avere i miei libri; poi non mi ha più fatto sapere nulla. Pazienza. Ci sta pensando l’editore, con un’agenzia specializzata. Vedremo, ammetto che mi piacerebbe moltissimo, perchè sono convinto che le “storie minime degli uomini” sono uguali e belle in tutto il mondo.

Bene l’intervista è conclusa, nel ringraziarti per la tua disponibilità vorrei ancora chiederti un’ultima domanda: progetti per il futuro?  Stai lavorando ad un nuovo romanzo? 

Sempre. Sto sempre lavorando a una nuova storia. E per te e i tuoi lettori concedo un’anteprima. Entro settembre sarà di nuovo pubblicato in ebook il primo dei miei romanzi, quello che racconta il “prima”. In “Da parte di Padre” c’è la storia di Benedetto bambino e poi adolescente, dal 1915 al 1933, fino all’inizio de “Gli anni belli”.
Entro pochi giorni dovrei firmare – speriamo – il contratto per la pubblicazione nei primi mesi 2014 di un nuovo romanzo giò terminato, con un tema totalmente diverso, la storia di un inferno e di una rinascita per un uomo, ambientata tra gli anni ’70 e ’80 del secolo scorso.
Intanto lavoro in contemporanea al terzo capitolo della vita di Benedetto e ad un altro romanzo, ambientato ai giorni nostri.

Una Risposta to “:: Un’ intervista con Marco Proietti Mancini autore de Gli anni belli”

  1. Gli anni belli | Edizioni della Sera Says:

    […] Un’intervista con Marco Proietti Mancini, 15 settembre 2013 – fonte: Liberi di scrivere […]

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