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:: Recensione di Come un fiore ribelle di Jamie Ford (Garzanti, 2013) a cura di Natalina S.

9 novembre 2013

Come un fiore ribelleÈ un’ironia suprema e un orribile scherzo del destino che una madre debba trincerare e seppellire l’amore per il proprio bambino dietro la fortezza della vergogna e sotto il peso del dolore. Non c’è colore della pelle, profumo emesso dalle ghiandole sebacee o forma degli occhi che possa giustificare un tale strappo se non la gravità dell’odio. Dopo “Il gusto proibito dello zenzero”  Jemie Ford è, nuovamente, in vetta alle classifiche degli Stati Uniti con un nuovo emozionante romanzo: “Come un fiore ribelle”, in Italia tradotto da Alba Mantovani e pubblicato ancora una volta da Garzanti. Sono le strade di Seattle, quelle in cui lo stesso autore è cresciuto, a guidarci nella travolgente vita di Liu Song e William Eng, protagonisti centrali di questa triste storia di amore tra madre e figlio insieme ai loro sentimenti. Il romanzo si apre con il rigore e la disciplina dell’orfanotrofio in cui William trascorre, ormai da 5 anni, il suo tempo sospeso. È il 28 settembre 1934 e l’Istituto festeggia il compleanno di tutti i bambini abbandonati. Una ricorrenza universale che mal si addice alla storia personale di ognuno. In questo giorno ai bambini è concesso fare domande sul destino dei loro genitori e William trova il coraggio per chiedere di sua madre. L’amore viscerale che lega un bimbo alla donna che lo ha portato in grembo per nove lunghi mesi è in grado di arrivare in qualsiasi forma e stato; William sente che la risposta ricevuta da Suor Briganti non corrisponde a verità poiché quell’energia ancor prima di giungere alla mente arriva al cuore. Ripone fiducia nell’animo di Charlotte, una bimba dell’orfanotrofio con lo sguardo sempre fisso sul mondo e la luce dentro al cuore, alla quale William confida le sue emozioni. Insieme decidono di scappare ma la Seattle degli anni 30 è decisamente poco rassicurante per un bimbo dagli occhi a mandorla e una bimba dallo sguardo opaco. Ad illuminare la strada è la fiamma che William ha nel cuore, quella speranza sempre accesa che Liu Song sia ancora viva e non molto distante da lui ma soprattutto il desiderio di sapere cosa ha spinto sua madre ad abbandonare ciò che prima ha amato, al di sopra di tutto, al di là di tutto. William non troverà Liu Song ma la voce di una donna famigliare quanto quella di sua madre, quella di Willow Frost. “La persona che William ha conosciuto è sepolta sotto il dolore e la vergogna”, soffocata dai sensi di colpa e da quella violenza inaudita che l’ha portata a concepire la vita stessa di suo figlio. È una storia triste e dal sapore amaro quella che Ford ci racconta in questo romanzo che affonda le sue radici in un contesto storico-sociale segnato da forme di razzismo e chiusure culturali, soprattutto, nei confronti di donne e bambini appartenenti ad etnie orientali. La vita di tutti i personaggi del romanzo è segnata dalla solitudine e dall’abbandono, nonché dagli strappi dolenti causati dalla scomoda verità che la natura umana possa essere tanto malvagia quanto buona, tanto codarda quanto coraggiosa poiché “ognuno porta in sé una mescolanza confusa di amore e odio, di gioia e dolore, di nostalgia e oblio, di verità travisate e inganni dolorosi”. Attraverso una struttura narrativa ideata su analessi  e continui ritorni al presente, l’autore ci consente di scavare in profondità nella vita dei personaggi al punto di palpare con mano sentimenti ed emozioni in grado di graffiare e scavare cicatrici dolorose quanto le mancanze e le assenze che hanno segnato per sempre l’animo stesso dei protagonisti; ma soprattutto ci guida a riflettere sulle conseguenze che il dolore può causare e protrarre nel tempo e nel corso delle generazioni poiché è estremamente difficile far nascere un fiore dall’odio anche se non impossibile, come lo stesso Ford ci insegna.

Jamie Ford: è cresciuto nella zona della Chinatown di Seattle e ora vive nel Montana con la moglie e i figli. Discende da un pioniere del Nevada, Min Chung, emigrato nel 1865 dalla Cina a San Francisco, dove adottò il nome occidentale Ford. Il suo primo romanzo, Il gusto proibito dello zenzero, è stato un bestseller internazionale.

:: Un’ intervista con Matteo Di Giulio

6 novembre 2013

delitti-7-virtuBenvenuto Matteo su Liberi di scrivere e grazie per avere accettato questa mia nuova intervista. Iniziamo con le presentazioni. Presentati ai nostri lettori. Chi è Matteo di Giulio?

Al momento uno scrittore. Sono stato impiegato, informatico, critico cinematografico. Ora, grazie a una serie di fortunate coincidenze, ho l’opportunità di occuparmi solo dei miei romanzi e voglio sfruttarla per trovare le mia strada nella narrativa. Nel tempo libero amo leggere e, come sempre, il cinema e le serie tv. Oltre a curare gli animali – cinque: due cani, due gatti, una tartaruga – che fanno parte della nostra famiglia. Amo viaggiare, purtroppo non riesco a farlo spesso quanto vorrei.

Hai iniziato scrivendo noir metropolitani, e sei passato, con successo devo dire, al romanzo storico. E’ appena uscito il tuo nuovo romanzo I delitti delle sette virtù edito con Sperling & Kupfer. Da poco ho fatto un’ intervista ad un altro autore italiano che ha fatto la tua stessa scelta. Come è maturata per te la decisione di cimentarti con questo genere?

È stata una sfida e una scommessa. Avevo in mente di puntare in una direzione diversa rispetto ai miei precedenti romanzi. Quei due romanzi mi hanno dato grandi soddisfazioni ma da qualche anno stavo cercando un’altra strada, sempre tinta di nero e di giallo. L’idea per il romanzo è venuta parlando di Savonarola con la mia compagna. Ho iniziato a studiare il personaggio e la trama, che parte da un fatto reale della sua biografia – la costruzione di un convento nel 1494 –, è venuta da sola. Dopo aver esaurito le prime ricerche ho cominciato a scrivere e avevo molti timori, perché il salto dal contemporaneo allo storico non è da poco: sono stato il primo a sorprendermi di quanto mi sia divertito. Più avanzavo con la storia e più mi sentivo coinvolto in prima persona.

Molti autori, anche non esordienti, si chiederanno come hai fatto a pubblicare con la Sperling. Sono curiosa anche io. Hai avuto l’appoggio di un agente? Come è andata?

L’editor del mio secondo romanzo, Andrea Scarabelli, ha lavorato per un periodo in Sperling. Essendo amici e parlando spesso dei nostri rispettivi progetti, gli ho accennato della mia idea e lui mi ha aiutato con molti utili consigli. Quindi mi sono messo sotto a lavorare e quando ho avuto una prima stesura, gliel’ho sottoposta. Lui ha pensato che in Sperling potessero essere interessati e così l’ha fatta leggere. Per fortuna il romanzo è piaciuto. Soltanto diversi mesi dopo aver raggiunto un accordo con Sperling, ho firmato con il mio attuale agente.

Quali pensi siano le insidie che nasconde questo genere letterario? Gli aspetti più complessi, se non proprio ostici, che hai incontrato e forse non ti aspettavi.

Evitare i clichè. È una norma di buon senso per qualsiasi tipo di narrazione di genere, ma nello storico lo è forse ancora di più. L’ostacolo più alto, per me, è stato trovare un equilibrio tra la mia esigenza di narrare una storia di finzione e calarla in un contesto storico verosimile, senza che quest’ultimo apparisse posticcio, o ancora peggio ostentato. Ho cercato di coniugare un ritmo rapido, molto moderno, con il rispetto per lo scenario e per tutti quei piccoli dettagli necessari a ricostruire ex novo un mondo tanto lontano.
Quando ho cominciato a pensare al progetto, avevo il grande timore delle ricerche, che sapevo non avrebbero potuto essere superficiali. Invece tornare a studiare, a tanti anni di distanza dal liceo e dall’università, non è stato così difficile: al contrario, anche la fase della “scoperta” delle fonti, dei personaggi, di tutto ciò che li circondava, si è rivelato interessante e stimolante.

Alfredo Colitto, Carlo A Martigli, Umberto Eco, penso che il suo Nome della Rosa abbia dato nuova linfa ad un genere, il romanzo storico investigativo, forse per lungo tempo trascurato dagli autori italiani. Ti senti debitore verso questi autori? In che misura ti hanno ispirato? E soprattutto pensi che ci sia un risveglio del thriller storico in Italia, prima che diventi una moda, come per esempio è successo per il noir?

Riflettevo qualche giorno fa su come il romanzo storico di genere si stia evolvendo. Una nuova ondata di scrittori si affaccia a questo tipo di storie, apportando ciascuno le proprie esperienze di precedenti e la propria sensibilità. Penso che Alfredo Colitto, con Cuore di ferro, abbia avuto il grande merito di aprire questa strada, dimostrando come si possa fare letteratura d’intrattenimento intelligente e appassionante. Aggiungo ai nomi che fai quello di Leonardo Gori, e tolgo invece quello di Eco, che per aspirazioni, provenienza accademica e intenti aveva in mente qualcosa di completamente diverso. Oggi ci sono ottimi narratori, come Alberto Custerlina, Mauro Marcialis o Marcello Simoni che riescono a trasmettere attraverso il passato emozioni forti ai lettori: ed è questo di cui ha bisogno di nutrirsi, secondo me, un mercato editoriale in crisi. Passione e concretezza.

Tornando al romanzo mi dicevi che I delitti delle sette virtù è il primo episodio di una trilogia. Come hai immaginato il piano completo dell’opera?

Il romanzo è nato da solo, come opera a sé. Dopo aver finito il lavoro di editing in Sperling, ed essermi calato ancora di più nei panni del mio protagonista, un ragazzo di nome Rafael dal passato misterioso, mi sono reso conto che la storia non aveva esaurito le sue potenzialità. Ho quindi cominciato a scrivere un seguito, che sto rifinendo proprio in questi giorni. E dopo aver scritto la parola fine a questo nuovo dattiloscritto mi sono di nuovo reso conto che la serialità in questo tipo di romanzo riesce ad aggiungere ulteriori livelli di lettura e di approfondimento, un po’ come accade nelle serie tv. Ogni romanzo equivale grossomodo a una stagione, ma mentre lo scrivi non sai se ce ne sarà una successiva. Ora penso a una trilogia, ma in realtà non c’è nulla di definito. A me piace molto, sotto questo punto di vista, il mondo dei fumetti o del fantasy, dove il concetto di continuity è portante, con seguiti, prequel, spin-off e saghe che si susseguono senza interruzioni. Il tipo di serialità che fa George Martin, poi, mi sembra la migliore possibile: non ha paura di uccidere i suoi personaggi principali, di farli soffrire, di farli sembrare vivi. Da lettore lo trovo un atto di grande rispetto nei miei confronti.

Il romanzo è ambientato nella Firenze medicea di fine Quattrocento. Come ti sei documentato, che testi ha consultato prevalentemente? So che hai fatto un capillare lavoro di ricerca nelle biblioteche.

Sono partito dal personaggio di Savonarola. Ho cercato in libreria, su internet e in biblioteca tutto il materiale possibile su di lui. Poi ho allargato il raggio della ricerca passando a saggi che si occupassero della quotidianità nel Medioevo, che era l’aspetto pratico più importante, per me, per creare un contesto credibile. Poi, gradualmente, ho letto saggi ambientati su Firenze nel Medioevo e nel Rinascimenti, altri saggi su Savonarola. I libri più interessanti sono quelli di Jacques Le Goff, uno storico che sa essere divulgativo senza essere mai noioso. Internet è servito infine per colmare molti dubbi: il Dizionario Biografico degli Italiani – Treccani, per esempio, mi ha fornito spunti sui personaggi storici dell’epoca.

Protagonista del romanzo è Rafael, un ragazzo proveniente dal Regno di Castiglia in cerca di vendetta. Parlaci di questo personaggio, come è nato, come si è sviluppato nel corso del romanzo?

Volevo un personaggio che si contrapponesse in modo forte a Girolamo Savonarola. Doveva quindi avere delle caratteristiche che lo “elevassero” sopra gli altri. Non volevo però il classico eroe perfetto e senza macchie. Rafael è caratterizzato da un passato misterioso, molto doloroso, perché ha perso i genitori su uno dei primi roghi dell’Inquisizione, a Burgos, nel Regno di Castiglia. È di origine mora: nel contrasto tra uno straniero musulmano e un fondamentalista cattolico ho trovato quel conflitto che cercavo. Sono stato costretto a farlo giovane: perché se i primi roghi sono del 1481 e lui era ancora un ragazzino, nel 1494, quando Savonarola ordina di costruire il suo convento, non poteva essere invecchiato troppo. Alla fine le tessere del mosaico si sono ricomposte quasi da sole, e Rafael ha preso vita. Sui vent’anni, carnagione olivastra, capelli neri, magro, solitario. Bravo con la spada ma con un grosso trauma che lo condiziona quando combatte; ed eccelle nella matematica e nell’astronomia, come la tradizione araba del periodo ci ha testimoniato.

Hai collocato nel romanzo un serial killer ante litteram, un assassino che lascia inchiodati ai corpi delle vittime delle pergamene in cui vengono citate le virtù teologali e cardinali. Un po’ ho pensato a Seven, film del 1995 diretto da David Fincher con Brad Pitt, Morgan Freeman, Kevin Spacey. Da appassionato e esperto cinematografico, quali film ti hanno ispirato nella stesura del romanzo?

A dire il vero l’unica ispirazione forte che ho avuto, oltre a diversi romanzi di genere, è stata la serie Il trono di spade di George Martin, sia su carta che su schermo. Non a caso ho inserito qua e là delle citazioni e dei segni della mia stima. Martin riesce, inventando tutto, a essere più realistico di molti scrittori che si basano su fatti reali. La sua fanta-politica è credibile e attuale. Mi rendo conto che a volte il genere fantasy riesce a offrire, soprattutto nelle scene d’azione, degli spunti che il romanzo storico tout court, dovendosi adattare alla realtà dei fatti, non trasmette con la stessa intensità.

Stai lavorando all’editing del tuo nuovo romanzo. Vuoi anticiparci qualcosa?

Ci sarà un viaggio pericoloso da Firenze a Milano, e qui il protagonista sarà vittima di una sorta di complotto politico. Sarà un rapimento il motore iniziale dell’azione. Ci saranno ancora più morti del primo romanzo, dove già il conto degli omicidi era elevato, e avrà una trama complessa basata su tre intrecci – quello principale ambientato sette anni dopo I delitti delle sette virtù, nel 1501; quelli secondari nella prima metà del ‘400 e nel 1472 – che si intersecano. Avrà un ruolo molto importante, nella storia, uno dei grandi libri misteriosi, il cosiddetto manoscritto Voynich, tutt’ora indecifrato nonostante teorie e tentativi d’ogni genere. Di più non posso dire, se no svelo troppo.

L’intervista è finita, nel ringraziarti ancora della disponibilità mi piacerebbe sapere se hai altri progetti in cantiere, non solo letterari.

Ho altri progetti letterari, come ti dicevo voglio continuare a cercare la mia strada. Ho in mente un nuovo romanzo di questa serie e, più avanti, un prequel con protagonista il padre di Rafael, ambientato tra l’Africa e Palermo nel 1457. E poi una serie di romanzi d’avventura, ma stavolta per ragazzi delle scuole medie: e questa, se ci riuscirò, credo che sarà per me la sfida più difficile.

:: Un’ intervista con Daniele Zito a cura di Lucilla Parisi

6 novembre 2013

solitudineDaniele Zito, autore de La solitudine di un riporto, edito da Hacca edizioni (2013), ha risposto a qualche domanda sul suo originalissimo romanzo d’esordio. Lo scrittore sarà a Milano il prossimo 14 novembre, al Gogol & Company di via Savona, per la presentazione del libro e, prossimamente, anche a Torino (15 novembre – Libreria Trebisonda), a Cagliari ( 22 novembre – Pazza Idea) e a Matelica (30 novembre – Kindustria).

D. Antonio Torrecamonica, il libraio del tuo romanzo, odia i libri. Non è sempre stato così: la sua drammatica vicenda personale ha generato in lui un rifiuto rabbioso nei confronti della carta stampata. Il destino beffardo, però, lo ha portato a trascorrere le proprie giornate tra scaffali di libri. Un paradosso intorno a cui ruota tutta la storia. Da dove è nata un’idea tanto originale?

R. E’ nata da un’insofferenza. Ho trovato spesso figure di librai nei libri che ho letto. Per lo più si tratta di personaggi secondari, descritti come persone colte, sagge e carismatiche, capaci di condurre il protagonista verso una comprensione più elevata del proprio percorso esistenziale. Per quando mi riguarda, considero personaggi di questo tipo “bidimensionali”, figurine di carta completamente avulse dalla realtà.
Antonio Torrecamonica è nato come reazione a tutto questo. Volevo creare un libraio differente, un libraio che odiasse libri, lettori e letteratura, scorbutico, misogino e bombarolo. E’ una figura grottesca – me ne rendo conto – eppure plausibile. Anche il suo rapporto con la sua libreria è differente da quello consueto. Non c’è nessun amore o attaccamento possibile in esso, né tanto meno un rapporto simbiotico, come spesso accade in tanta letteratura. Lo spazio all’interno del quale si muove il mio protagonista è uno spazio angusto, privo di luce e di vie di fuga reali o immaginarie. In esso, l’unica possibilità è la prigionia. La libreria del mio romanzo non è altro che una gabbia, percepita come tale. Tra l’altro non è neanche una gabbia dorata. E’ una gabbia brutta, sporca e cattiva. Come tutte le gabbie.

D. Antonio, con la sua rabbia esistenziale, è il prodotto di una società spietata: rinchiuso e isolato in un manicomio, vessato dalla malavita organizzata, usato da una polizia corrotta e senza scrupoli. In un mondo dove il confine tra il bene e il male è labile o addirittura inesistente, l’onestà e la coerenza rischiano davvero di diventare una chimera, o addirittura roba da folli. Il tuo “folle” libraio è forse un eroe dei nostri tempi?

R. A dire il vero, io non penso di avere ben capito com’è fatto un eroe dei nostri tempi. Me lo domando spesso, senza mai trovare una risposta univoca.
A occhio e croce, direi che il precario è una figura iconica di questi anni; anche i rivoluzionari senza rivoluzione, o meglio dentro un conflitto parcellizzato che non riesce mai a esprimersi in modalità condivise, costretti, loro malgrado, a un individualismo indotto, probabilmente lo sono; lo stesso vale per gli esodati: pure loro, volenti o nolenti, sono eroi dei nostri tempi. Suppongo che ce ne siano anche molti altri. Siamo dentro una mutazione profonda delle strutture che regolano la società e la sua compagine economica.
Il libraio, a suo modo, esprime alcuni dei tratti caratteristici di tutte queste figure. Nel libro provo a descrivere una rabbia che è sia personale che collettiva; ciò consente al libraio di essere fratello sia del precario, che del ragazzo che sogna il riot, che dell’esodato.
La vicenda del libraio tenta anche di descrivere un possibile arco esistenziale di figure come queste, proponendo anche una soluzione di fuga, diciamo così, abbastanza estrema. Non mi sembra che la realtà, nel nostro paese, stia evolvendo verso scelte di quel tipo, per cui, ad oggi, mi sa che il mio libraio più che essere un eroe dei nostri tempi, sia al contrario un antieroe. Certo, ora che l’ho detto, ora che mi sono sbilanciato, la realtà farà di tutto per smentirmi.

D. E’ proprio un libro a spingere il protagonista verso la libertà.  A spalancare la porta della sua libreria per inseguire il suo sogno d’amore. Assistiamo, quindi, ad un trasformazione improvvisa e quasi miracolosa dell’uomo cinico e rassegnato delle prime pagine. Potere della cultura?

R. Potere di quel gesto tanto apparentemente insignificante che è aprire un libro per leggerlo. Io sono convinto che nell’esperienza di ogni lettore ci sia sempre un libro di partenza, il primo libro che ti spezza il cuore, facendoti entrare nel tunnel della lettura. Per molti questo primo amore letterario arriva presto, nell’infanzia o nella prima adolescenza; per il libraio arriva a cinquantotto anni. Per certi versi il mio libro è un romanzo di formazione stravagante, dove il protagonista, piuttosto che essere un giovanotto inesperto, è un uomo maturo detentore di un riporto agghiacciante. Quasi un romanzo di deformazione.

D. Nel tuo libro si respira tutta l’amarezza di un uomo che scopre di aver sprecato la sua vita. “Ci sono momenti in cui tutta la miseria di una vita diventa improvvisamente chiara. Un attimo prima stai guardando un tramonto, e un attimo dopo capisci di aver sciupato tutta la tua vita dietro a una stronzata. E la cosa peggiore è che non si torna indietro”. Spesso questo non è il pensiero di un singolo uomo, ma quello di un’intera generazione: quella dei sogni accantonati, delle aspettative deluse, degli ideali traditi, quella dei “nessuno in mezzo a milioni di altri nessuno”. Nel tuo romanzo non l’ho intravista: pensi che ci sia una qualche speranza per una o più generazioni di invisibili?

R. Penso che, sotto certe condizioni (difficili da prevedere in anticipo), a volte si vengano a formare delle vere e proprie generazioni di passaggio, generazioni che si ritrovano a vivere a cavallo di due o più epoche senza appartenere a nessuna di essa, vere e proprie generazioni-ponte il cui tratto distintivo è lo spaesamento. La generazione a cui appartengo e quella a cui appartengono i miei fratelli e le mie sorelle maggiori, sono generazioni di passaggio. Storicamente per generazioni di questo tipo non c’è alcuna speranza.
La Storia però ha uno strano modo di “far rima”, non è detto che stavolta da tutto questo spaesamento non nasca qualcosa d’interessante. Al momento, però, non vedo nulla di incoraggiante.

D. Tra le righe del tuo romanzo si legge una critica, neanche troppo velata, ad una categoria di lettori poco consapevoli. “Se quella zona era piena di lettori, non erano di certo suoi clienti: probabilmente compravano i libri di merda da un’altra parte”. Magari in qualche megastore. E’ solo il giudizio di un libraio arrabbiato o pensi che dietro a certe scelte editoriali molto commerciali ci sia anche un pubblico di lettori poco preparato?

R. Sono propenso a ritenere che il successo dei megastore è dovuto probabilmente alla loro capacità di aggredire fette di mercato sempre nuove, utilizzando tecniche di marketing e di concentrazione dei capitali molto aggressive. Da quello che ho visto qui a Catania, la velocità con la quale un megastore riesce a spazzar via ogni altro concorrente e creare il deserto attorno a sé, deriva da un mix complesso di spregiudicate operazioni finanziarie e tecniche avanzate di ingegneria sociale.
Il pubblico che deriva da tutto questo è per forza di cose un pubblico molto strano. Strano e variegato. Io non so se sia più preparato o meno preparato di quello col quale siamo abituati a confrontarci, di sicuro è differente. Ed è un pubblico con il quale noi scrittori dobbiamo iniziare a fari i conti sul serio.
Io l’ho fatto in maniera molto violenta, lungo tutte le pagine del mio romanzo. E’ soltanto una delle tante possibilità sul piatto. Col tempo probabilmente se ne proporranno altre. E’ tutto ancora molto magmatico, non ci sono tendenze consolidate. E’ difficile prevedere come evolverà questa situazione. Vedremo.

D. Da ricercatore precario a scrittore. Un passaggio obbligato o una passione improvvisa?

R. Un modo differente di studiare la realtà.

D. Prima ancora che dei libri, il tuo romanzo è un elogio della parola. Le parole sono importanti, ha urlato qualcuno. “Aveva un conto in sospeso con gli scrittori, la letteratura e i libri, ma ancora più in generale con le parole. Era una questione privata”. Hai anche tu questioni aperte con le parole?

R. Ogni scrittore ha un conto aperto con le parole. Nel mio caso, credo che si possa parlare di sindrome di Stoccolma.

D. Per concludere e senza svelare troppo a chi non ha ancora letto il tuo libro, ti rivolgo una domanda doverosa. Cosa pensi dell’Accademia della Crusca?  

R. Penso che grammatica e sintassi non siano, né possano essere, un terreno d’agibilità comune, quanto invece il luogo in cui i conflitti tra gruppi sociali ed economici differenti, – mossi da istanze, rappresentazioni, narrazioni e obiettivi profondamente divergenti – lungi dall’essere mediati o negoziati, sono sempre spinti fino al parossismo.
Dal momento che questi interessi sono divergenti e insanabili, si va sempre allo scontro. Il conflitto, a quel che vedo, è l’elemento fondante di ogni grammatica e di ogni sintassi. Non c’è molta poesia in tutto questo. Chi vince, si prende tutto. Chi perde, perde tutto.
In quest’ottica, la lingua scritta e quella parlata rappresentato l’esito problematico, complesso e mai scontato, di tale conflitto. Quelle che sembrano questioni di lana caprina, dunque, spesso sottendono intense battaglie politiche e culturali che durano anni.
L’Accademia della Crusca, in Italia, è l’organo deputato a ratificare gli esiti di tali battaglie. E’ il moloch normativo attorno al quale chi vince costruisce la propria immagine, distruggendo tutte le altre. Colpire l’Accademia vuol dire tentare di colpire quel moloch, o meglio porsi il problema della sua conquista, prendere parte a una battaglia che c’è, agisce, miete vittime, ma di cui nessuno parla.

:: Da Venerdì 8 novembre al via la Rassegna della Microeditoria Italiana a Chiari a cura di Viviana Filippini

6 novembre 2013

indexTorna a Chiari da Venerdì 8 novembre, la Rassegna della Microeditoria Italiana dedicata alla cultura e ai piccoli editori indipendenti presenti sul territorio nazionale.
La manifestazione si svolgerà dall’8 al 10 novembre e sarà un’intensa immersione di tre giorni nella cultura, all’interno della cornice  liberty di Villa Mazzotti Biancinelli, a Chiari in provincia di Brescia (www.microeditoria.it/).
L’edizione 2013 prenderà il via Venerdì 8 novembre alle 17.30 e darà ampia visibilità alla produzione dei piccoli e medi editori italiani, con l’intento di creare dibattito attraverso il coinvolgimento di  grandi nomi della cultura nazionale e presentazioni di libri, alternati ad appuntamenti artistici e musicali. Tra i tanti ospiti in calendario figurano Philippe Daverio, Andrea De Carlo, Katiuscia Lutring e tanti altri autori ed editori che parleranno della loro esperienza di artigiani dell’editoria. Non mancheranno esposizioni come la mostra Trasformazioni ibride con le illustrazioni di Paride Cevolani giovane artista ferrarese, curata da Annalisa Mombelli,  laboratori per ragazzi ed eventi collaterali tanto altro ancora che potete trovare qui www.microeditoria.it/programma-2013/ . Il tutto in un mix perfetto per un weekend all’insegna della cultura e dell’arte, ma anche dello svago e dell’intrattenimento per adulti e bambini.
La kermesse culturale è curata dall’Associazione Culturale l’Impronta, in collaborazione con il Comune di Chiari e il patrocinio della Provincia di Brescia e della Regione Lombardia, Consiglio Regionale della Lombardia e della Consigliera provinciale di Parità. I numerosi visitatori – e si parla di migliaia di persone- delle passate edizioni sono il segno concreto del successo crescente di un evento che con il passare degli anni scatena sempre maggior curiosità e interesse nel pubblico, grazie a proposte particolari, raffinate e di nicchia, che vengono offerte gratuitamente durante la tre giorni.
Per maggiori informazioni visitate il sito http://www.microeditoria.it/

Villa Mazzotti si trova a Chiari in Viale Mazzini, 39

La Rassegna della Microeditoria di Chiari sarà aperta nei seguenti orari:

Venerdì 8, dalle 17.30-22
Sabato 9, dalle 10-22
Domenica 10,  dalle 10-20

:: Segnalazione di 1913 L’anno prima della tempesta di Florian Illies (Marsilio, 2013)

5 novembre 2013

image0011913 L’anno prima della tempesta
di Florian Illies
traduzione di Marina Pugliano, Valentina Tortelli
Marsilio

Che cosa ha avuto di particolare quell’anno, l’ultimo prima dello scoppio della guerra? L’Europa si è riempita di personalità ineguagliabili. Florian Illies traccia uno straordinario ritratto dell’ultimo anno di pace centinaia di storie che offrono un quadro di un concentrato di geni probabilmente unico nella storia dell’umanità. Geni che si affacciarono al 1914 con qualche presentimento di quello stava per accadere.

Il 1913 è l’anno chiave del Novecento, l’anno che avrebbe plasmato tutto un secolo. A dispetto dell’incombente tragedia – lo scoppio della prima guerra mondiale -, cento anni fa si manifestarono un fermento e una fecondità di opere e di talenti senza pari. La letteratura, l’arte e la musica sono ancora estranee alla perdita dell’innocenza che l’umanità avrebbe sperimentato di lì a poco, e tutto sembra possibile. Così, mentre Franz Kafka arriva quasi a impazzire d’amore, Ernst Ludwig Kirchner disegna le cocotte di Potsdamer Platz; Virginia Woolf ha pronto il suo primo libro mentre Robert Musil consulta un neurologo; Thomas Mann pensa alla Montagna magica e Oskar  Kokoschka compra una tela grande quanto il letto dell’amata Alma Mahler; Igor Stravinskij festeggia la prima assoluta di Le sacre du printemps e incontra la sua futura amante, Coco Chanel; D.H. Lawrence fugge con la donna che gli ispirerà il personaggio di Lady Chatterley; Picasso e Matisse vanno a cavallo insieme; Freud e Jung incrociano le spade; Louis Armstrong si esibisce per la prima volta in pubblico e Charlie Chaplin firma il suo primo contratto con una casa cinematografica; Prada inaugura a Milano la sua prima boutique; Ernst Jünger, diciotto anni, fa le valigie e parte per arruolarsi nella legione straniera; montando la ruota anteriore di una bicicletta su un comune sgabello da cucina Marcel Duchamp compie la grande rivoluzione concettuale del Novecento; ad Augusta un arguto quindicenne di nome Brecht scrive su una rivista studentesca. A Monaco, un uomo venuto dall’Austria dipinge acquerelli con le vedute della città e cerca di venderli. Si chiama Adolf Hitler. Con grande maestria letteraria e uno stile non privo di ironia, Florian Illies ci conduce lungo un immaginario quanto piacevole viaggio attraverso queste e tante altre storie che messe insieme formano un’incredibile storia culturale.

Florian Illies (1971) è storico dell’arte. Editorialista della «Frankfurter Allgemeine Zeitung», è stato poi anche direttore delle pagine culturali della «Zeit». Tra i fondatori della rivista d’arte «Monopol», oggi è socio della casa d’aste “Villa Grisebach”, responsabile dell’arte del XIX secolo.

:: Un’ intervista con Vanessa Roggeri

4 novembre 2013

ROGGERI Cuore selvatico gineproBenvenuta Vanessa su Liberi di scrivere e grazie per aver accettato questa mia intervista. Iniziamo con le presentazioni. Presentati alle nostre lettrici e lettori. Chi è Vanessa Roggeri? Punti di forza e di debolezza.

Ti ringrazio per l’invito. Sono felice di rispondere alla tua intervista, ma sono sempre in imbarazzo quando mi chiedono di presentarmi o di descrivermi perché non sono brava a parlare di me. Proverò a fare un piccolo riassunto. Posso dirti che sono testarda, molto, e determinata. Soffro quando non posso dire quello che penso (le circostanze spesso impongono una necessaria diplomazia!). Ho gusti difficili, mi piacciono poche cose, ma quando mi piacciono veramente è per la vita (cose, persone, animali, non c’è differenza). Sono per metà concreta, pragmatica, e per metà sognatrice, qualità questa indispensabile per fare lo scrittore. Sono anche ironica e autoironica, doti indispensabili per sopravvivere in questo pazzo mondo. A volte sono impulsiva, e allora la mia lingua può fare qualche danno, ma nella maggior parte dei casi cerco di ponderare prima di parlare. Mi piace dormire, che tradotto potrebbe voler dire che sono pigra (mia madre toglie il “potrebbe” e dice che sono pigra!). Sono una persona curiosa e socievole ma non sono un animale sociale, che tradotto vuol dire che detesto i luoghi comuni di aggregazione sociale, ad esempio le discoteche.
Per i punti di forza e le debolezze, fate un po’ voi.

Parlaci un po’ della tua infanzia, in una terra bella come la Sardegna, ricca di storia, tradizioni, bellezza.

Per mia fortuna è stata un’infanzia felice e serena, passata a giocare con i miei animali (galline, oche, cani, conigli ecc), a cercare fossili in giardino e a inventare storie avventurose con mia sorella. Da bambina detestavo le bambole e non amavo leggere, preferivo giocare all’aria aperta o disegnare. Però amavo tantissimo sentire le storie che mi raccontavano i miei nonni. Storie di streghe, le cogas, di fate che abitavano i nuraghi, storie di quando i miei nonni erano bambini e la vita era diversa, più semplice e povera, ma anche più autentica. Grazie a loro ho potuto elaborare con la mia fantasia una Sardegna che non c’è più, una Sardegna magica e misteriosa, all’apparenza lontanissima.

Che studi hai fatto? Hai seguito la tua strada fino a diventare scrittrice. Era questo il tuo sogno?

Mi sono laureata in Relazioni Internazionali, ma non ho mai pensato di fare il diplomatico. Il mio sogno fin dall’adolescenza è sempre stato quello di diventare una scrittrice famosa. Volevo che i miei libri fossero in libreria, che la gente leggesse e si appassionasse alle mie storie e adesso che ci sono riuscita non mi sembra vero. Era un obiettivo di vita che ho perseguito senza mai lasciarmi scoraggiare. Le cose belle che adesso mi stanno accadendo hanno superato di gran lunga la mia fantasia.

Sei l’autrice di un romanzo a mio avviso bellissimo, Il cuore selvatico del ginepro, una storia ambientata nella Sardegna di fine Ottocento, una storia di sentimenti, amicizia, che trasmette forza, indipendenza, coraggio. Nella tua isola le superstizioni sono ancora oggi capaci di condizionare la vita delle persone?

Durante il tour di presentazione del libro in Sardegna, ho conosciuto persone che non muovono un passo se una donna di loro fiducia non ha praticato la “medicina dell’occhio” per liberarle dalle influenze nefaste del malocchio. In ogni paese della Sardegna c’è una persona che pratica questi antichissimi riti e lo fa per vocazione, perché ha il “dono”, mai per denaro. Grazie ai lettori che mi scrivono ho scoperto che in alcuni paesi, soprattutto nell’interno dell’isola, ancora oggi pronunciare la parola coga è considerata al pari di una bestemmia (il nome richiamerebbe lo spirito della strega). Penso sia un fatto naturale che dopo secoli e secoli di antiche credenze che hanno scavato così profondamente nella coscienza di una comunità, le superstizioni siano ancora in grado, almeno in parte, di condizionare la vita delle persone. La superstizione non incide nella vita quotidiana tanto quanto ottant’anni fa, è inevitabile, tuttavia si crede abbastanza perché “certe magie” accadano ogni giorno. Basta crederci (ho sentito fare racconti incredibili!)

Lucia e Ianetta sono le due protagoniste, due sorelle legate da una grande amicizia, capace di sconfiggere l’ignoranza, la superstizione, la cattiveria che molto spesso è solo una maschera della paura che alberga nell’animo umano. Ci vuoi parlare di questi personaggi?

Lucia e Ianetta sono legate da un sentimento che è amore vero. Amore capace di resistere all’odio, alla distruzione, alla morte, proprio come la pianta di ginepro che vegeta anche dopo un incendio. Lucia è un personaggio assolutamente positivo, è capace di gettare il cuore al di là dell’odio e dell’ignoranza e di vedere oltre quella cappa di superstizione che avvelena la sua famiglia. Ma è anche umana ed è proprio superando i dubbi e le paure che riesce a scardinare tutto un sistema di credenze e riti che si sono cristallizzati nei secoli. Con la sua forza di donna porta la luce della speranza e del cambiamento. La povera Ianetta è una creatura sfortunata in cerca di amore e dolcezza, nemmeno lei sa bene chi è. È un po’ come quei bambini che a furia di dirgli che sono stupidi finiscono per crederci. E infatti dopo tanto odio sputato addosso crederà di essere una coga. Ma per fortuna c’è Lucia che in lei riesce a vedere soltanto sua sorella.

Oltre a Lucia e Ianetta, ci sono altri personaggi altrettanto interessanti. Ce ne vuoi parlare? A quali ti senti più legata?

Amo tutti i personaggi, indistintamente. A volte li vedo come un corpo unico e ci manca davvero poco che li consideri persone in carne e ossa, tale è la loro forza nel travalicare i confini cartacei del libro. Indubbiamente è un romanzo al femminile: ci sono le cinque sorelle di Lucia che costituiscono un caleidoscopio di personalità, anch’esse forti un po’ come mamma Assunta, ma anche come la domestica Cicita, che in un certo senso è la vera padrona di casa che conosce tutti gli affanni della famiglia. Per non parlare della bruja Priama (una sorta di maga-sciamana), una donna piena di misteri e segreti. Tra i personaggi maschili ci sono il babbo Severino, che per tutta la vita pagherà lo scotto per un unico atto di debolezza, e Efisio, il nonno, uomo saggio e cinico allo stesso tempo. Forse, a parte Lucia e Ianetta, ho particolarmente a cuore il dottor Spada, per la razionalità, l’amore e il coraggio che a un certo punto porta nel paese di Baghintos. Incarna l’epoca dell’Illuminismo, epoca di luce, di ragione e scienza, venuta dopo alcuni secoli neri di caccia alle streghe.

Ambienti la tua storia in Sardegna, un’ isola piena di bellezza, di tradizioni, di fierezza. Anche la natura svolge un ruolo importante nel tuo libro. In che misuro trasmette la forza dei personaggi?

La natura si può considerare un personaggio vero e proprio all’interno del romanzo. Foreste impenetrabili di lecci, intrichi di lentischi e ginepri, rocce e pietre, ruscelli e colline che sovrastano, creano una commistione di spiriti e di forza con i protagonisti da risultare quasi inscindibili. La natura ha un ruolo preponderante, richiama quel legame atavico che l’uomo ha sempre avuto con essa e che in Sardegna è ancora vivo. Penso che in buona misura anche la mia scrittura sia influenzata da questo legame.

Assunta Zara sta per partorire il settimo figlio, che malauguratamente è una femmina. Una coga. Cosa succede nella mente del tuo personaggio capace di rifiutare e rinnegare la sua stessa bambina? Come hai descritto questo dramma nel tuo libro?

Non è stato facile dare vita ad un personaggio così complicato, duro, controverso. Assunta è una madre avvelenata dall’ignoranza, quell’ignoranza che le permette di far prevalere nel suo cuore più i condizionamenti dettati dalla superstizione, che l’amore naturale che dovrebbe sentire per sua figlia Ianetta. Non c’è un vero istinto di madre in lei. È talmente terrorizzata dalle conseguenze che possono scaturire dalla nascita di Ianetta, da rimanere schiacciata dalle sue stesse paure, oppressa da un odio indescrivibile per la fonte di tutte le loro disgrazie, prosciugata di tutto l’amore per le altre figlie e per suo marito Severino. Quando ho immaginato il personaggio di Assunta ho dovuto svestirmi di qualunque spirito di condanna che potesse nascere spontaneo in me; soltanto in questo modo l’avrei lasciata libera di agire. E infatti Assunta non si trattiene in niente, esprime il suo odio e la sua rabbia fino a concretizzare l’atto più aberrante che una madre possa mai compiere.

Il tuo romanzo ha uno stile molto particolare, letterario. C’è qualche romanzo, qualche autore, italiano o straniero, che ti ha ispirato?

Sono una lettrice onnivora, mi piace leggere di tutto, ma distinguo tra libri che sono di puro intrattenimento e letteratura. Quindi il mio punto di riferimento sono i grandi classici. Il mio libro del cuore, che non mi stanco mai di rileggere, è Jane Eyre. Trovo le sorelle Bronte straordinarie e rivoluzionarie per l’epoca in cui sono vissute, estremamente passionali e drammatiche.

Se decidessero di farne una trasposizione cinematografica, chi vedresti bene per i personaggi principali, quale regista?

Dunque, se devo sognare allora voglio sognare in grande! Per il mio libro vorrei un grande regista italiano: Giuseppe Tornatore. Per il dottor Spada ci vedrei bene Beppe Fiorello, mentre per Lucia vorrei un’esordiente.

Che romanzo stai leggendo attualmente?

Sto leggendo il libro di un caro amico, Per le mute vie di Eliano Cau, un bel romanzo di formazione ambientato nella Sardegna degli anni sessanta.

Ci sono progetti di traduzioni per l’estero?

Qualcosa bolle in pentola ma ancora non ho notizie certe.

Avrai iniziato a fare presentazioni in tutt’Italia per l’uscita del romanzo. Raccontaci se c’è qualche avvenimento curioso avvenuto durante questi incontri?

Sì, durante l’ultima presentazione a Cagliari è accaduto un incontro magico e incredibile: ho conosciuto una delle sorelle Zara! Preciso che la famiglia Zara è frutto della mia fantasia, non ho nemmeno mai conosciuto nessuno che avesse questo cognome, e mai avrei creduto che in realtà esistessero nove sorelle Zara e che tre di queste si chiamassero come le mie protagoniste: Lucia, Mariuccia, e Pina. È proprio vero che spesso la realtà supera la fantasia.

Che relazioni hai con i tuoi lettori? Come possono mettersi in contatto con te?

Grazie alla mia pagina facebook, Vanessa Roggeri-autrice, posso avere un rapporto diretto con i miei lettori. Mi scrivono cose bellissime, meravigliose: mi descrivono le emozioni che hanno provato leggendo il libro, il loro entusiasmo, i pianti che si sono fatti leggendo di Ianetta e le loro riflessioni sulle varie chiavi di lettura della storia. Dopo che passi mesi chiusa nella tua stanzetta a scrivere e vivere la storia che hai nella testa in perfetta solitudine, tutto ciò diventa un tesoro davvero prezioso.

L’intervista è finita, ringraziandoti per la disponibilità mi piacerebbe farti un’ ultima domanda: stai lavorando ad un nuovo romanzo? Puoi parlarcene?

Sto scrivendo un nuovo romanzo, una storia appassionata e appassionante come IL CUORE SELVATICO DEL GINEPRO. È ambientata in Sardegna, ma non voglio svelare di più.
Grazie mille per avermi ospitata.

:: Recensione di E’ tempo sprecato uccidere i morti di Diego Di Dio (Dunwich Edizioni, 2013)

30 ottobre 2013

tempo sprecato uccidere i mortiA proposito dell’ arte del racconto Flannery O’Connor scrisse nei testi delle sue conferenze sulla scrittura che il significato e’ ciò che impedisce al racconto di essere breve, pur nella sua brevità. E che un racconto può dirsi riuscito se puoi sempre vederci qualcosa di più, se continua a sfuggirti di mano[1]. A dire il vero a me ancora sfugge il motivo per cui un racconto possa dirsi riuscito, a meno che non ci si limiti ad un parere meramente edonistico, al piacere della lettura. Un racconto può essere tecnicamente perfetto, grammaticamente ineccepibile e non trasmetterti niente, al contrario un racconto ricco di difetti può miracolosamente renderti felice di averlo letto.
Presumo che molta dipenda anche dallo stato d’animo del lettore, dalle sue letture pregresse, dalle sue aspettative e necessità. Ciò che alcuni giudicano noioso può essere visto da altri come geniale o per lo meno interessante. Stesso principio che ci guida quando per esempio affrontiamo le opere di uno scrittore come David Foster Wallace, che anche egli si cimentò nel scrivere racconti e vi consiglio di partire da questi se per la prima volta vi avvicinate a questo scrittore.
Tutto questo preambolo per dire che amo il racconto e il suo essere sfuggente. Ne ho scritti anche io e forse mi hanno più emozionato di scritti più lunghi. Recensire un libro di racconti non è un’impresa facile, non dico che sia come recensire componimenti poetici, lì ancora non mi reputo capace di inoltrarmi, ma devo dire che tra racconti brevi e poesia c’è sicuramente un rapporto di fratellanza.
Ho letto E’ tempo sprecato uccidere i morti” di Diego Di Dio edito da un piccolo editore romano, Dunwich Edizioni, e naturalmente sono partita dalla prefazione di Barbara Baraldi e subito dopo dalla postfazione di Andrea Carlo Cappi, che un attimo mi ha fatto sobbalzare perché sembrava canzonare il lettore intento a fare proprio quello che io stessa stavo facendo. Finge di dirci il nome di un colpevole di un racconto, per punirci della troppa curiosità. Ma che devo dire, io amo molto gli aneddoti collegati ad un’ opera e vorrei che tutti gli scrittori di racconti facessero come Isaac Asimov.     
Iniziamo dal titolo, E’ tempo sprecato uccidere i morti, citazione tratta dal fumetto di Dylan Dog “Oltre la morte”, come apprendo in epigrafe, che ci pone subito di fronte il genere che andremo ad affrontare, quella specie di thriller horror che sceglie di norma opere più a lungo respiro per esprimersi. E da qui già emerge una certa incoscienza o se vogliamo chiamiamola coraggio dell’autore procidano, classe 1985. In tutto sono 12 racconti, di cui due già li conoscevo La schiava e l’imperatore e Il ragazzo che sconfisse i lupi, ma non chiedetemi in che tempo e luogo li ho letti, quello che è certo è che mi hanno dato un piacevole senso di dejavu che non guasta, quando ci si vuole immergere in un certo tipo di atmosfera.
Apre la raccolta La signora, racconto con cui Di Dio ha vinto il premio Mario Casacci (Orme Gialle) 2011. Racconto noir ambientato a Procida che ha per protagonista una donna di mafia, di camorra per meglio dire, Donna Teresa, impegnata nelle sue lotte di potere, nelle sue vendette. Racconto asciutto, asciugato di ogni ornamento superfluo e spruzzato di dialetto, come molti altri racconti dell’autore.
Poi continua con La schiava e l’imperatore, un racconto sulla libertà e sulle sue molteplici forme per conquistarla. Si passa quindi al più surreale
Il delirio di un impiegato, racconto frammentario come i mille volti della follia, ispirato all’album Storia di un impiegato di Fabrizio De Andrè.
Cose liquide invece ci narra in prima persona un atto involontario di amore che diventa morte, racconto brevissimo, due pagine e mezzo scarse, quasi un frammento.
Più complesso e tradizionale se vogliamo Ricordati questo giorno, altro racconto procidano, su quanto sia importante fare la cosa giusta.
Poi segue Io non ti perdono, altro racconto brevissimo, su una vendetta, sulle ultime parole, quasi prive di senso, forse inutili, che si dicono a qualcuno che intendi uccidere.
Il Coltellaio, racconto vincitore della cinquantesima edizione del Nero Premio, è se vogliamo più macabro e tendente all’horror, con echi granguignoleschi, evocati in modo indiretto, specie quando al moglie dice: “vado a  prendere il secondo”.
Seguono i brevissimi Il ragazzo che sconfisse i lupi, e La signora dei maiali.
Più complesso Lasciatemi dormire.
Poi il brevissimo Mia madre, e per terminare Il supereroe, racconto diviso in 10 capitoli, forse il più compiuto ed espressivamente maturo. Se amate i racconti, concedete una possibilità a questo giovane autore. Saprà sorprendervi.

Diego Di Dio è nato a Procida, isola dove vive, nel 1985. Ha pubblicato una trentina di racconti che spaziano dal noi all’horror. Nel 2012 il suo racconto I dodici apostoli è comparso in appendice di un classico del Giallo Mondadori. Ha pubblicato saggi su Stephen King, Thomas Harris, Sergio Bonelli, su riviste di settore.


[1] O’Connor Flannery, ‘Nel territorio del diavolo – sul mistero di scrivere’, Minimum fax, 2003

:: Recensione di La solitudine di un riporto di Daniele Zito – (Hacca, 2013) a cura di Lucilla Parisi

29 ottobre 2013

solitudine“I libri lo annoiavano a morte. Non che ne avesse letti molti, ma sapeva che non contenevano nulla che potesse interessarlo; nutriva per essi uno schietto sentimento di repulsione che sovente si trasformava in limpida rabbia che andava a digradare verso le sfaccettature più cupe dell’odio cristallino, eredità, forse, dei giorni del manicomio, quando tra i fumi degli elettrodi intravedeva pareti cariche di libri, alle sue spalle, e medici sudati che guardavano il culo alle infermiere, poco più in là”.

Antonio Torrecamonica è il libraio meno azzeccato che si possa immaginare: non per scelta ma per dovere, si ritrova a gestire, suo malgrado, una clientela di lettori, più o meno appassionati, e le loro richieste troppo spesso prevedibili.
Dopo che Don Pietrino lo ha liberato dalle quattro mura di un ospedale psichiatrico e lo ha rinchiuso in una libreria per coprire gli affari sporchi dell’Organizzazione il libraio, rude e sgraziato, dotato di un improponibile riporto, si ritrova a covare il suo non celato odio per i libri e l’umanità tutta, tra scaffali polverosi e volumi di carta più utili per l’igiene personale che per ospitare parole.

“Aveva provato con centinaia di altri: il Don Chisciotte, Moby Dick, la Recherche, La Divina Commedia, l’Iliade, tutto Dostoevskij e altri ancora, ma nessuno di essi custodiva pagine tanto soffici come quelle di Anna Karenina. Provare per credere. Pulirsi il culo con Anna Karenina somigliava in maniera vertiginosa alla felicità. Ecco perché lo scaffale delle Anna Karenina era il suo santo Graal, la fonte stessa del suo potere”.

A rompere la solitudine dei suoi giorni, le telefonate senza filo con il fratello Paolo, scomparso anni prima quando Antonio era solo un bambino: il discorso interrotto con l’amato fratello riprende la forma di conversazioni immaginarie, tra sogno e realtà, nel tentativo disperato di rimettere insieme i pezzi di un’esistenza incomprensibile, scandita dal ritmo sempre uguale dei giorni.
Sarà la scoperta dell’amore per una donna sconosciuta e le parole inaspettate di un libro, a riaccendere nell’insano e grigio libraio il desiderio di fuga e libertà dalla sua forzata prigionia, fino a sconvolgerne completamente le speranza e le attese, a riportarlo alla vita e alla sua multiforme realtà. Grazie alle parole che Florentino Ariza rivolge alla sua amata di sempre Fermina Daza, protagonisti di uno dei più famosi romanzi dello scrittore Gabriel García Márquez, Antonio scopre infatti la sua verità: matura in lui la consapevolezza che la sua solitudine è un inaccettabile rifiuto alle possibilità del vivere e che l’amore è “una cosa seria. Una specie di roccaforte contro il passare del tempo, l’unica in grado di difenderci dal nemico più crudele di tutti. Noi stessi.”
La vicenda personale di Antonio si intreccia con quella del malavitoso Don Pietrino (devoto alla Santa, la defunta zia di Antonio) e dei suoi scagnozzi; con quella degli investigatori digossini guidati dall’ambizioso commissario Serracavallo, convinto che il libraio sia a capo di una pericolosa organizzazione terroristica; e dalla vedova di un uomo dell’Organizzazione, Irene, che Antonio amerà di un amore disperatissimo. Personaggi grotteschi – decisamente credibili nella loro disarmante meschinità – le cui azioni ed omissioni vengono descritte con pungente ironia dall’autore, bravo nel costruire aneddoti divertenti e dialoghi spassosi, anche nei momenti più tristi e amari della storia.
Il libraio vive ai margini della vita, chiuso al mondo e rassegnato alla miseria delle relazioni umane e alla superficialità delle azioni, imbruttito dalle scelte che altri hanno preso per lui. Fino al giorno in cui, grazie anche ai libri che tornano ad essere suoi compagni di vita, riprenderà in mano le sorti della propria esistenza.

La libreria era l’unica cosa reale di tutta la sua esistenza. Tutto il resto era sogno, sempre e soltanto sogno, il sogno di un uomo ridicolo.”

Lo scrittore siciliano Daniele Zito ci regala, con il suo romanzo d’esordio, una storia decisamente originale, che si snoda attraverso soluzioni mai scontate, giocando abilmente con l’intreccio e con i personaggi, ben manovrati nella trama ordita dal loro esperto burattinaio.

Daniele Zito (Siracusa, 1980) ha 33 anni e vive a Catania. Ha svolto per otto anni il secondo mestiere più antico al mondo (il precario della ricerca), occupandosi di grid, cloud e sistemi complessi tempo varianti. Collabora con l’«Indice dei Libri del mese», dedicandosi per lo più al teatro e alla narrativa italiana. Dal 2008 mantiene un blog giornaliero, seicose.blogspot.com, segnalato, tra gli altri, da «La Repubblica».

:: Un’ intervista con Ben Pastor, per Luna Bugiarda, (Sellerio, 2013) a cura di Viviana Filippini

28 ottobre 2013

8. cover SELLERIOTorna a trovarci tra le nostre pagine Ben Pastor che ci ha raccontato della nuova edizione di Luna bugiarda, pubblicato per la prima volta undici anni fa da Sellerio e ora rieditato con alcune modifiche e precisazioni narrative. Un giallo storico coinvolgente e ad alta tensione dove le cose e le persone non sono mai quello che sembrano, ma parliamone con Ben che ci ha rilasciato questa intervista:

D. La prima uscita italiana di Luna bugiarda risale al 2002. Perché la scelta di questa nuova edizione e cosa ha di diverso rispetto a quella precedente?

R. Il pubblico di Martin Bora si è allargato negli anni, ma allo stesso tempo molti lettori – che hanno conosciuto il personaggio nelle edizioni Sellerio – ignoravano le sue precedenti avventure. Da qui la decisione di riproporre i romanzi precedenti a Il Signore delle cento ossa. Le modifiche alla nuova edizione di Luna bugiarda non sono sostanziali, ma piuttosto mirate ad armonizzare il testo con dettagli che si riferiscono ad investigazioni che non erano ancora state “coperte” in precedenza. Inoltre, anche la migliore traduzione va periodicamente rivista per linguaggio, stile, eccetera.

D. Martin Bora si trova in Veneto dopo l’8 settembre del 1943 ed è reduce da un attentato che gli lascia profondi segni fisici e interiori, ma nonostante tutto accetta la missione investigativa. Questo suo farsi detective è una passione vera o una sorta di via di fuga dal fronte e dall’ideologia nazista?

R. Le motivazioni ultime degli esseri umani, reali o inventati, sfuggono quasi sempre all’analisi. Azzardando un’ipotesi, anche grazie a letture di diari, corrispondenza e altre fonti primarie d’epoca, direi che un uomo dell’ambiente di Bora (colto, internazionale) debba necessariamente vedere la guerra come un terribile fenomeno che va affrontato come un dovere. Lo stesso senso del dovere, morale e filosofico, lo spinge a risolvere casi criminali che potrebbero altrimenti restare impuniti. La dittatura e i suoi orrori sono qualcosa con cui confrontarsi quotidianamente, senza cercare di sottrarsi.

D. Spesso nel libro accadono eventi e alcuni dei personaggi non sono davvero quello che sembrano a prima vista. Questo senso di ambiguità che rapporto ha con il titolo Luna bugiarda?

R. Spesso nella letteratura (non solo di detection), l’ambiguità è il sostrato stesso del narrato. La vita di per sé è complicata, e ogni volta che ci troviamo davanti alla complessità ci troviamo davanti a potenziali equivoci, finzioni, doppi sensi, menzogne. Quando c’è di mezzo un crimine, tutto diviene ancora più opaco e sfuggente. L’apparente “bugia” della luna, che è crescente proprio quando ha la gobba verso il tramonto, e viceversa, fornisce un’utile metafora, non solo linguistica, al romanzo.

D. Accanto a Bora c’è l’ispettore Sandro Guidi. I due hanno caratteri molti diversi tra loro, quanto questa diversità influenzerà le indagini e la percezione degli eventi a seguire?

R. Si sa che nella costruzione di una coppia di protagonisti le differenze sono necessarie. Letteratura e cinema abbondano di “strane coppie” dove per fisico, mentalità, attitudini, i due caratteri principali si completano a vicenda. Nel caso di Bora e di Guidi, le loro visioni della vita sono quasi opposte per indole, lingua, cultura: da qui l’interessante doppio binario che segue l’inchiesta, non senza diverbi e critiche reciproche. Chissà come avrebbero risolto il caso individualmente?

D. Il notabile Lisi, non è proprio uno stinco di santo, è uomo potente e ambiguo. I fatti di cui sarà protagonisti possono essere gli indizi che lui è un po’ vittima e carnefice di se stesso?

R. Sicuramente il fascismo, come ogni dittatura del Ventesimo secolo, esasperò le tendenze personali di coloro che vi parteciparono rivestendo ruoli pubblici. Un “ras” provinciale, adulato e obbedito, poteva ben essere tentato di anteporsi o addirittura sostituirsi alle regole: lo fanno anche i politici attuali! (più in Italia che negli Stati Uniti, a dire il vero). Lisi non è una vittima innocente, ma il mondo ideologico e brutale in cui si muove può avere contribuito a renderlo quello che è.

D.Tra i principali sospettati dell’omicidio c’è anche Claretta Lisi, la moglie della vittima. Mi ha ricordato molto le attrici dei film dei “Telefoni Bianchi”, tutta perfetta, patinata, ma la donna è così fragile come vuole far credere?

R. L’annosa questione della vera o presunta fragilità della donna (in generale) ha fatto versare fiumi d’inchiostro. Nell’Italia maschilista del Ventennio, in cui i ruoli di moglie e madre erano privilegiati, non mancavano tuttavia modelli più “leggeri” e attraenti che riscuotevano enorme successo: le attrici cinguettanti dei “Telefoni Bianchi”, appunto. Per Claretta Lisi, che fra l’altro condivide il diminutivo con l’amante ufficiale del Duce, l’immagine della bionda inerme e un po’ svampita è un mezzo per conquistare un marito ricco e potente, e non solo…

D. L’ambientazione è nell’Italia bellica, chi legge sa che è in corso il conflitto, ma la guerra non irrompe mai nella narrazione se non in modo sporadico. Come mai la scelta di questa funzione di “cornice” della Seconda guerra mondiale?

R. L’investigazione necessariamente richiede tempo e lucidità mentale. Questi elementi, sia per Bora che per Guidi, sono spesso interrotti dalla realtà terribile della guerra nell’Italia occupata dai nazisti. La scelta di usare gli eventi bellici come cornice – senza peraltro tralasciare episodi quali la deportazione, i bombardamenti, o la lotta partigiana – permette di ricostruire in modo plausibile quelle che potevano essere le giornate “lavorative” di un ufficiale tedesco e di un commissario di Pubblica Sicurezza alle prese con un caso politicamente delicato.

D. Martin Bora è un ufficiale della Wermacht, quindi un militare tedesco, ma il suo atteggiamento non del tutto chiaro verso la guerra e la situazione degli ebrei infastidisce – e non poco – il capitano delle SS Lasser. Come reagirà il superiore di Bora alla vaghezza di presa di posizione del protagonista?

R . Da tempi non sospetti, ovvero dalla sua partecipazione come giovane volontario alla Guerra Civile spagnola nel 1937, Bora si è confrontato con superiori che trovavano sospetto il suo tiepido atteggiamento verso la sopraffazione cieca (La canzone del cavaliere); dalla Notte dei Cristalli in poi (Il Signore delle cento ossa) l’antisemitismo diviene il principale se non l’unico dilemma morale con cui l’ufficiale si trova a confrontarsi, spesso a suo rischio. Come si vedrà nel prosieguo della sua carriera di soldato e di uomo, il suo terreno di manovra si farà sempre più ridotto, accidentato e pericolosissimo. È una scelta etica che molti fecero in Germania, e che pagarono con la vita.

D. In opposizione a Lasser troviamo il colonnello dell’aviazione tedesca Habermehl. Quanto è importante la sua figura per Bora?

R. Per un giovane, le figure maschili adulte sono quasi sempre in loco parentis, ovvero hanno una valenza paterna. Nel caso dell’affettuoso colonnello amico del patrigno di Bora, servizievole ma militarmente finito – anche per il suo alcolismo -, l’immagine è forse quella del padre di cui non si devono seguire le debolezze. Habermehl resta comunque una figura che rimanda ai gloriosi inizi dell’Arma aerea, e quindi all’immaginario eroico di un’intera generazione di ragazzi cresciuti nel primo dopoguerra.

D. In Luna bugiarda oltre all’indagine scopriamo che Bora ha una vita privata, una moglie, ma le mancate risposte alla sue lettere da parte della donna cosa determinano in lui?

R. Benedikta (Dikta) appare fin dagli inizi della serie come la controparte affettiva di Martin Bora. Prima come innamorata, poi come fidanzata – non senza l’opposizione della famiglia di lui – quindi come moglie lontana. In effetti, la lontananza è la costante della loro relazione: missioni estere, guerra, l’accavallarsi di corsi in prestigiosi istituti miliari riducono grandemente i tempi e gli spazi che la giovane coppia ha a disposizione. Per quanto sessualmente ben assortiti e appartenenti allo stesso milieu sociale, Martin e Dikta convivono ben poco. Perciò l’assenza di corrispondenza da parte di lei pesa così notevolmente su Bora in Luna bugiarda: un tocco tristemente realistico, poiché le relazioni amorose furono fra le prime vittime del conflitto.

D. Bora va in più occasioni a casa di Nando Moser, un gentiluomo di campagna, povero e decaduto come la sua abitazione che sta andando in frantumi. Qui c’è un pianoforte e si parla di Mozart, della sua genialità e del conflitto con Salieri. Quanto questa parte di storia passata è in rapporto con il vissuto e l’agire di Bora?

R. Figlio di un musicista di fama mondiale, e valente pianista lui stesso, nel romanzo Bora ha di recente subito la perdita della mano sinistra. Questa mutilazione, terribile di per sé, è doppiamente crudele per chi sia cresciuto con la passione della musica classica e del pianoforte. L’incontro con un vecchio e impoverito proprietario terriero, rappresentante di quella piccola nobiltà cui Bora stesso appartiene, echeggia il passato colto e soldatesco della Mitteleuropa spazzata via dalla Grande Guerra; allo stesso tempo, sembra presagire la sconfitta e lo smembramento territoriale che nel ’43 già si profilano per la Germania. Il ricordo del passato e le conoscenze musicali caratterizzano Bora nel profondo, e ne definiscono anche l’atteggiamento rigoroso verso la vita.

D. Nella casa di Moser ci sono una serie di vecchi trofei di battaglie vinte contro i Turchi e sulla bandiera turca c’è una Luna. Quanto essa è in rapporto con la Luna bugiarda del titolo spesso citata nella narrazione dai alcuni personaggi?

R. Ogni epoca e ogni nazione hanno avuto il proprio avversario ideale, di volta in volta definito come barbaro, alieno, altro da sé. Se per l’Europa moderna dal ’600 al 1918 l’Impero Ottomano fu il nemico da sconfiggere, ben altro fu lo scontro di ideologie nella Seconda guerra mondiale. I “Turchi” del romanzo non sono etnicamente definiti; sono da interpretare come coloro che sono diversi da noi, ma anche come i nostri complessi e conflitti interiori. Perciò appaiono le bandiere con la mezzaluna, il poliziotto siciliano a nome Turco (che definisce le male azioni “cose da Turchi”), e Bora parla dei “Turchi” che sono dentro ognuno di noi.

D. Nella nota finale c’è un’attenta riflessione sul romanzo e su quanto la tua vita e la Storia ti abbiano influenzato e continuino a farlo. Quanto è importante conoscere le nostre radici e quelle del mondo dove viviamo?

R. Fra le molte cose che ho imparato nella mia vita americana c’è anche un’attitudine molto pratica nei confronti delle esperienze concrete: Life happens, la vita succede. Con questo non si intende che non si debba avere un ruolo attivo e pienamente responsabile nei confronti delle proprie scelte, anzi. Si ammette però che le circostanze possono essere impreviste e anche negative, e che non aiuta piangersi addosso. Quando poi confronto la mia esistenza con quella delle generazioni che mi hanno preceduto, posso solo seguitare a rendere omaggio come posso, da scrittrice, alle loro difficili e spesso tragiche vicende. Non si tratta di giustificare, tanto meno di scusare: ma noi tutti deriviamo dalla nostra storia comune, e dobbiamo prenderne atto. Quanto alle radici familiari e personali, sono valide e importanti nella misura in cui ci aiutano a conoscerci e a migliorare: per me la vera genealogia è quella delle passioni e dei principi che condividiamo con i nostri vecchi, e con quelli prima di loro.

D. Un’ultima domanda: dopo la nuova edizione di Luna Bugiarda, sei al lavoro su qualche nuova avventura per Bora o ti stai dedicando ad altro?

R. Sono ormai a buon punto nella stesura del prossimo romanzo di Martin Bora, che si svolge nell’isola di Creta appena sanguinosamente occupata dall’aviazione tedesca nel 1941. Un’occasione per toccare alcuni aspetti del protagonista e alcuni temi – fra cui le antichità classiche e i miti del Mediterraneo – che finora non erano stati affrontati. Un’investigazione che si trasforma quasi letteralmente in un’odissea. Dopo la bruma padana di Luna bugiarda, la luce abbagliante della patria del Minotauro e del Labirinto!

:: Tutto Maigret letto da Giuseppe Battiston (Emons Audiolibri, 2013)

25 ottobre 2013

maigret cerviLa prosa scarna di Georges Simenon, la voce densa di Giuseppe Battiston, l’iconico profilo di Maigret nelle illustrazioni “vintage” di Ferenc Pintér: arrivano in audiolibro le più belle storie del mitico commissario Maigret.

Il meglio di Maigret letto da Giuseppe Battiston

In esclusiva per l’Italia con Emons Audiolibri

In libreria dal 20 novembre i primi due titoli con illustarzioni di Ferenc Pinter

IL PORTO DELLE NEBBIE

Il piccolo porto  di Oustreham, Bassa Normandia, è immerso nella nebbia, una nebbia silenziosa che sembra invadere tutto: le strade, le case, perfino i caffè in cui si muovono ormai quasi invisibili i suoi abitanti. Maigret arriva per accompagnare un uomo che ha perso la memoria e che subito dopo vi perderà la vita… Pubblicato nel 1932, il romanzo venne scritto da Simenon proprio a Ouistreham, dove lo scrittore si trovava a bordo della sua barca a vela.

L’IMPICCATO DI SAINT-PHOLIEN

Brema, una fredda notte di fine novembre. In un albergo di infima categoria, un uomo si spara un colpo di rivoltella in bocca sotto gli occhi di Maigret. Da questo suicidio apparentemente inspiegabile, prende le mosse una caccia che porterà il commissario da Brema a Parigi, da Parigi a Reims, e infine a Liegi, alla scoperta di una società segreta: la Confraternita dell’Apocalisse.

In libreria – e in download – dal 20 novembre con Il porto delle nebbie e L’impiccato di Saint Pholien. Poi avanti con quattro titoli all’anno per un totale di sedici: Pietro il lettone, Il cane giallo, Maigret, Il crocevia delle tre vedove, La ballerina del Gai-Moulin, Il defunto signor Gallet, La balera da due soldi, L’ombra cinese, Le vacanze di Maigret, Il caso Saint-Fiacre, I sotterranei del Majestic, Un delitto in Olanda, Una testa in gioco, Maigret a New York.

Maigret ideale anche nella presenza fisica, Giuseppe Battiston è uno degli attori italiani più talentuosi della sua generazione. Pluripremiato nel cinema e nel teatro, ha vinto ben tre David di Donatello per Pane e tulipani (2000) di Silvio Soldini, Non pensarci (2007) di Gianni Zanasi  La passione (2011) di Carlo Mazzacurati, lo ricordiamo anche in Io sono Li di Andrea Segre e Zoran, il mio nipote scemo di Matteo Oletto. A teatro ha vinto il premio Ubu per il suo Orson Welles’ roast. Ha già lavorato con Emons leggendo Diario di scuola di Daniel Pennac.

Georges Simenon (1903-1989) non ha bisogno di presentazioni. Tra il 1931 e il 1972 pubblica settantacinque romanzi e ventotto racconti che hanno come protagonista il commissario Maigret. Massiccio di corporatura – eredità delle sue origini contadine –, largo di spalle, di aspetto distinto ma d’indole burbera, Maigret non si separa mai dall’adorata pipa, suo segno distintivo. Ama i caffè, da cui osserva il mondo con il suo sguardo acuto e profondamente umano, ed è sposato con la signora Maigret.

Ferenc Pinter “Perché dopo ottanta-novanta copertine riesco e continuo a disegnarle con immutato interesse, anzi con piacere?”, scriveva Ferenc Pintér (1931-2008) nell’estate del 2007 e rispondeva “penso che la risposta stia nell’atmosfera creata dallo scrittore, aleggiante intorno a Maigret come il fumo grigioazzurro della sua pipa. Di che cosa è fatta questa atmosfera avvolgente? Io credo soprattutto di particolari, se vogliamo ripetitivi, come i nomi dei cibi – la blanquette de veau, il fricandeau, eccetera – o come i riti della brasserie Dauphine, dove, prima del calvados, compare sul banco l’immancabile uovo sodo”. Il linguaggio scarno e denso delle copertine di Pintér, la loro “capacità sintetica” (Federico Zeri) corrisponde perfettamente alla prosa di Simenon e, oggi, all’interpretazione di Battiston.

:: Recensione di L’abisso è alle porte, Beda, GDS editori 2013 a cura di Viviana Filippini

25 ottobre 2013

l'abisso è alle porteCosa è l’abisso? Così, su due piedi penso a qualcosa di profondo che non ha una fine. Una sorta di luogo dal quale sembra del tutto impossibile tornare indietro e se relaziono la parola abisso al titolo di questa raccolta poetica di Beda, penso che l’abisso sia alla porte come un qualcosa di cupo ed opprimente pronto a travolgere ognuno di noi. La raccolta di Beda, nata nel 2009, è un insieme di frammenti poetici di varie lunghezze nelle quali l’autore, che non ama definirsi un vero e proprio poeta, indaga situazioni di vita umana privata. Tanti versi dai quali emerge un pessimismo profondo nei confronti della vita e di come essa a contatto con la società di oggi stia abbruttendosi con la conseguente perdita  dei principi esistenziali positivi di un tempo. Il tutto è determinato dal contatto con un’organizzazione odierna e quotidiana dalla quale risulta quasi del tutto impossibile riuscire a ricavare qualcosa di buono e per tentare la costruzione di un oggi e di un domani migliore. Il tema delle poesie di Beda è esistenziale e le parole in questa raccolta sono il mezzo usato dall’autore per esprimere la sofferenza del vissuto quotidiano. Quello che emerge è un senso di profondo malcontento nei confronti del sistema contemporaneo nel quale ogni cosa sembra andare a rotoli (dal lavoro, all’economia fino a giungere allo scatafascio delle relazioni umane). Il pessimismo doloroso di Beda è così intenso che a volte si ha quasi l’impressione che la stessa parola poetica soffra nel tentativo di esprimere ciò che sta nel cuore di chi scrive. Dalla lettura di L’abisso è alle porte emerge il desiderio di chi comunica con in versi di sentirsi libero di esistere, ma è il mondo cupo e torbido nel quale si vive oggi a rendere difficile, ardito e quasi impossibile quest’ aspirazione. Tante sono le tematiche (amore, conflitti sociali, l’incomunicabilità tra le persone, sentimenti infranti) affrontate attraverso i versi, i paragoni e le metafore poetiche.  Tra i vari argomenti spiccano la consapevolezza della brutale trasformazione subita dal paesaggio naturale abbruttito e violato dall’ossessiva necessità di costruire insita nell’uomo (Amianto calmo e quieto) e il tempo Passato. Quest’ultimo è un esempio di un tempo fatto di pensieri, cose, gesti e persone trascorso per sempre e ormai irrecuperabile, composto da ricordi impossibili da riportare in vita, perché andati e finiti nell’oblio. Indicativa è l’immagine di copertina con quelle sbarre oltre le quali c’è una possibile libertà non facile da raggiungere per l’uomo odierno, fagocitato da un mondo che non è più quello che avrebbe dovuto e potuto essere. Il linguaggio di Beda è schietto e diretto proprio per fare arrivare il messaggio a chi legge, nella speranza di smuovere le menti dei lettori a prendere coscienza sulla deriva che il nostro universo sociale sta prendendo oggi.

Beda nasce e cresce a Padova, città dove ha vissuto  da bambino e da dove poi si è allontanato per esigenze familiari trasferendosi con la sua la famiglia in un tranquillo paese di campagna. Beda ha compiuto studi tecnici, che come dice l’autore: «poco si addicono alla mia vera indole». Beda si è iscritto a Lettere Moderne all’Università di Padova, ma ha abbandonato gli studi per dedicarsi ad altro in ambito familiare e lavorativo.

:: Recensione di Pensando a mio padre, Yan Lianke, Nottetempo 2013 a cura di Viviana Filippini

23 ottobre 2013

Yan-Lianke_Pensando_cover_hrPensando a mio padre sembra un romanzo, ma non lo è. Yan Lianke in questo libro edito da Nottetempo racconta di suo padre, un contadino della provincia cinese dell’Henan e della loro vita. Il romanzo biografico è diviso in due parti  –Pensando a mio padre e In quegli anni-, come se fossero le due metà di un frutto diviso, pronte per essere riunite in modo tale da restituire a noi lettori il quadro complessivo dei ricordi dell’autore e della sua famiglia nella Cina tra gli anni ’60 e i primi anni ’80. Nella prima parte –Pensando a mio padre – Lianke figlio mette un concentrato tasselli d’infanzia personali, tanti frammenti del passato dai quali emerge la figura di un padre operoso, contadino di una terra non propria e difficile da coltivare. Un uomo magro come un fuscello, ma così forte e determinato da riuscire portare a termine la promessa fatta: costruire per i suoi figli una casa in muratura, con i pavimenti e il tetto di tegole. Un impegno che Lianke senior porterà alla fine nonostante le difficoltà economiche e la grave forma di asma cronica che degenererà in modo sempre peggiore. Accanto a quest’uomo solido e allo stesso tempo esile, c’è il piccolo Yan (l’autore) diviso tra l’aiuto nei campi, la scuola e le marachelle che hanno spesso come conseguenze punizioni severe (leggete l’episodio relativo alla deliziose focaccine di sesamo delle quali Yan Lianke era ghiotto) per le trasgressioni compiute.  Nella seconda parte invece – In quegli anni– Lianke porta noi lettori dentro alla sua carriera scolastica, dall’infanzia fino all’adolescenza, in un’epoca storica di importanti cambiamenti politici per la Cina, passata nel corso del XX secolo da Stato comunista, a Stato socialista, al Monopartitismo. La cosa che stupisce in questa seconda sezione è la forte competizione nata tra Lianke e una sua compagna di classe. Lui è contadino, lei è cittadina, ed entrambi sono coinvolti in una sfida di apprendimento per la conquista del titolo del miglior della classe. Poi, con l’arrivo della rivoluzione e di Mao anche la formazione scolastica e culturale subirà delle profonde trasformazioni. Cambiamenti che toccheranno nel profondo l’autore, il quale si renderà conto che per essere uno studente modello ed eccellente non importa conoscere, ma è fondamentale recitare a memoria le parole del leader politico. Considerato in modo complessivo Pensando a mio padre è  un libro nel quale, parola dopo parola, si rivela la profonda ammirazione di un figlio verso il padre e la dolorosa consapevolezza per Yan Lianke di non essere stato un figlio perfetto. Vita di campagna, legami di famiglia, duro lavoro, convergono in questo memoir personale dello scrittore cinese, dove chi scrive non si limita a parlare dalla dimensione privata della famiglia Lianke, ma Yan mette a nudo se stesso e quel suo caratteraccio che lo ha portato in più occasioni a compiere gesti e ad avere pensieri non rispettosi verso i genitori. Pensando a mio padre è un vero e proprio tributo e salvataggio in fogli scritti delle proprie origini e dei ricordi, nei quali si intravede un profondo e costante senso di colpa che lo tormenta nell’ animo per non essere mai stato abbastanza riconoscente verso chi ha sacrificato la propria esistenza al lavoro pur di garantire una vita degna ai propri figli. Traduzione di Lucia Regola.

Yan Lianke è nato in Cina nel 1958 nella provincia contadina dell’Henan. Quando aveva 20 anni non potendosi permettere di proseguire gli studi, scelse la carriera militare cominciando a redigere testi della propaganda comunista. Nel 1985 Lianke si laura e poco dopo essere tornato alla vita civile inizia la carriera di scrittore che gli ha valso alcuni importanti premi letterari cinesi (Li Xun e Lao She). Molti dei suoi lavori, tra i quali Servire il popolo (Einuaudi, 2006) in cui prende in giro i precetti maoisti e Il sogno della città di Ding (nottetempo 2011, finalista al Man Asian Literary Prize) nel quale denuncia l’epidemia del’AIDS nelle campagne cinesi, sono stati sottoposti a censura in patria. Nel 2013 è stato tra i finalisti del Man Book Prize.