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La scelta di Lazzaro, Alessandro Bastasi, (Meme Publishers, 2013)

26 gennaio 2014

sceltaAnch’io avevo sparato, in Italia, nella mia esistenza precedente. Ma era qui che si era svolta una guerra vera, durata quattordici anni. Una guerra atroce, che aveva fatto letteralmente scomparire il centro della città, gli alberghi, il mitico Saint-George, la passeggiata sul lungomare. Desolazione, rancore e morti a grappoli, a ondate.
«Ormai ci avevamo fatto l’abitudine», mi diceva Samar. «E la gente usciva lo stesso. Noi bambini andavamo a scuola e spesso dovevamo rimanere lì anche a dormire, perché non potevamo tornare a casa. Senza luce, senza telefono, perché i cavi erano saltati con le bombe. I più ricchi avevano installato un generatore privato. La cosa terribile era che mia madre non sapeva mai se ero viva o se ero morta.»

Esponente del cosiddetto noir sociale, impegnato, di denuncia, corrente che negli anni 70 vede affermarsi autori prevalentemente francesi, per cui coniarono il termine neo polar, Alessandro Bastasi è un autore interessante e per il gusto di chi scrive degno di attenzione, capace di unire ad una capacità espressiva di tutto rispetto, un coraggio civile che gli fa affrontare temi anche scomodi o per lo meno controversi. Come appunto è successo in questo romanzo La scelta di Lazzaro, edito unicamente in ebook, per la francese Meme Publishers – Paris, in cui affronta il tema del terrorismo e delle conseguenze e delle ripercussioni delle nostre azioni, a cui non possiamo sfuggire, anche se passa il tempo, anche se cambiamo e non siamo più le persone che eravamo. Gli editori tradizionali hanno esitato a pubblicare questo romanzo, temendo di ferire sensibilità, di inerpicarsi in temi scabrosi e problematici, di turbare il già esiguo parco dei lettori italici, preoccupazioni comprensibilissime da un certo punto di vista, anche se piuttosto avvilenti. La maturità dei lettori credo sia superiore a quella a loro attribuita, e la capacità di affrontare un tema complesso e anche doloroso come il terrorismo, credo non vada negata a prescindere. Anche se va detto si è fatto ben poco in questi anni per venire a patti, e metabolizzare una realtà che ha pesantemente influenzato la nostra storia e di cui volenti o nolenti ne vediamo ancora le conseguenze tutt’oggi. La lotta armata degli anni 70 in Italia, è stata quasi dimenticata, se non rimossa, lo Stato ha vinto, molti militanti di allora, diventati pentiti, sono tornati nella vita civile e scrivono editoriali sui giornali. Ben venga quindi anche solo un romanzo, un’ opera di fantasia, che ci aiuti a  riflettere, a porci dei problemi, a non nascondere la testa sotto la sabbia, pensando che sia meglio non vedere, che venire a patto con realtà scomode e dolorose, appunto. Come ha detto Bastasi in un’ intervista non è un’agiografia di un terrorista, ma è una storia che aiuta a fare i conti con i dubbi e gli ideali traditi di una generazione, riproponendo nuovi dubbi, nuovi interrogativi. Detto questo, che mi sembrava doveroso, per rispetto delle vittime del terrorismo, di tutti i terrorismi compresi quelli di stato, ricordando che è appunto solo un romanzo, senza pretese di testimonianza o di verità conclamate, mi permetto di far notare che questo tema è quanto mai attuale, a causa delle recrudescenze del terrorismo islamico post 11 settembre, data piuttosto surreale che ricorda come ormai la guerra non è più relegata in territori lontani da noi, ma è ovunque, nelle nostre città del ricco occidente, pronta a esplodere in qualsiasi momento e in qualsiasi luogo. Protagonista del romanzo è Lazzaro Mainardi, ex militante di Azione Proletaria, un uomo conscio di suscitare quella diffidenza che gli crea il vuoto intorno. Forse perché non mi ero mai formalmente staccato dal mio passato. Forse perché considerato corresponsabile della morte di tanta gente. Un uomo che ha visto la guerra, e fotografato il massacro di Sabra e Shatila, compiuto dalle falangi libanesi, essendo stato in una sua vita precedente appunto fotografo. Mi pesava invece attraversare la città, ancora un cumulo di macerie, i muri sbriciolati dalle granate o crivellati dalle raffiche di kalashnikov, con le finestre vuote e senza vetri che mi fissavano e mi seguivano mentre camminavo. E uomini che mi correvano incontro, per farmi acquistare uno pneumatico usato, o per affittarmi una macchina scassata, o per vendermi una ragazzina. Soprattutto, mi pesava ricordare che quella era la città dove, nel campo di Sabra, nel 1982 avevo fotografato l’apocalisse.
Dopo aver scontato un periodo di detenzione per reati di terrorismo, sempre senza pentirsi, tornato in libertà, si impegna a ricrearsi una vita con l’amata moglie Samar, fondando una casa editrice dedicata all’ecologia. La stramba idea di aprire una casa editrice dedicata all’ecologia! Trattamento dei rifiuti, effetto serra, dissesto idrogeologico del paese. Saggi travestiti da romanzi, narrativa centrata sui dibattiti in corso. Contaminazione di generi spinta all’eccesso. Cui nessun critico, nessun giornale, nessun blog del settore dedicava un minimo di attenzione. Come se avessero concordato un cordone sanitario attorno alle edizioni “Autunno Verde”. Ero costretto a pubblicare solo esordienti, le “promesse della letteratura ecologista”. Poi un giorno si rifà vivo un suo compagno di lotta «Eccolo, è arrivato», sentii che gli diceva Leonardo. «Dottore, c’è qui un suo amico che la cerca!», gridò, rivolto a me.
 «Amico? E chi sarebbe?»
«Sono io, Orson, non riconosci più i compagni? O preferisci che ti chiami Kane?»
Un colpo al cuore mi fece sussultare il petto facendomi cadere le chiavi dalle mani.
Erano decenni che nessuno mi chiamava più con quel nome.
Il mio nome di battaglia quand’ero militante di Azione Proletaria. C’erano Sirio, Straccio, Coniglio, Tigre… Il mio era Orso, ma avevo preferito Orson perché ero un patito di Orson Welles e del suo capolavoro, Citizen Kane. E il tempo delle scelte torna quanto mai attuale.
La storia si dipana nell’arco di trent’anni dal 1986 al 2012, anno in cui è maggiormente concentrata la narrazione. Il luogo è Milano, la sua amata moglie Samar è morta, un’altra donna Barbara gli è vicino, una donna che nasconde qualcosa. E nello scorrere dei giorni i ricordi dell’arrivo dei Carabinieri nel casale dove si erano rifugiati, gli ideali di gioventù, il coraggio, nascosto dai mille volti della paura, il tradimento, l’amore, la voglia di riscatto e di giustizia, la situazione attuale culla di nuove violenze e nuovi fondamentalismi, tutto ritorna vivido e doloroso,  fino al finale, quasi una condanna, forse una liberazione.

Alessandro Bastasi è nato a Treviso nel 1949. A 27 anni si è trasferito a Milano, dove attualmente vive e lavora. Con un passato di attore e poi di cronista teatrale, ha pubblicato tre romanzi: La fossa comune (2008, Zerounoundici edizioni), thriller politico ambientato a Mosca nel 1993, La gabbia criminale (2010) e Città contro (2011), due noir usciti con Eclissi Editrice. Nel 2012 pubblica il racconto Ologrammi (ebook per MilanoNera Edizioni).  In agosto dello stesso anno il racconto La caduta dello status è pubblicato dal Manifesto nell’ambito della rassegna Resistenze Noir. Con altri racconti è presente in siti letterari e antologie.

:: La sentinella del Papa di Patrizia Debicke van der Noot, (Todaro, 2013) a cura di Irma Loredana Galgano

25 gennaio 2014

indexLa sentinella del Papa di Patrizia Debicke van der Noot è stato pubblicato nel settembre 2013 dalla Todaro Editore di Lugano. È un giallo storico ambientato nel 1500, alla corte di Giulio II, Papa imperioso il quale ha voluto in Vaticano l’esercito delle guardie svizzere, che hanno fatto il loro ingresso ufficiale il 22 gennaio del 1506, capitanate da Kaspar von Silenen.
Neanche il tempo di ambientarsi e conoscere i luoghi che li ospitano che i nuovi arrivati si ritrovano a dover sbrogliare una matassa piuttosto ingarbugliata, fatta di omicidi, violenze, rapimenti, stupri, intrighi e messe nere… un groviglio apparentemente inestricabile che farà apparire ancor maggiori le doti del tenente Julius Aloysius von Hertenstein, protagonista indiscusso del romanzo, capace di tenere testa a pericolosi criminali nonché al Sommo Pontefice.   
La Debicke van der Noot dimostra di essere una grande studiosa, oltre che un’abile scrittrice, capace di ricostruire i tempi che furono e regalare al lettore un’immagine del passato scevra di ipocrisie e luoghi comuni, ricordandoci ciò che anche Martin Lutero aveva avuto modo di constatare durante la sua visita a Roma nel 1510: Giuliano (Giulio II) è il tipico esponente di una Chiesa che ha abbandonato la propria missione spirituale per seguire potere e ricchezza.

Patrizia Debicke van der Noot è nata a Firenze e dopo alcune esperienze all’estero ha deciso di ritornare a vivere in Italia. È autrice di numerosi romanzi, gialli, thriller e thriller storici d’avventura. Nel 2010, con L’uomo dagli occhi glauchi ha ricevuto il secondo premio assoluto al IV Festival Mediterraneo del giallo e del noir di Sassari. Nel 2012 è stata insignita del Premio alla Carriera nel corso del IX Premio Europa a Pisa per la narrativa gialla e noir al femminile. Nel 2014 è uscito Il ritratto scomparso edito da Melino Nerella Editore.

:: Downton Abbey. Sceneggiatura completa prima stagione, Julian Fellowes, (Neri Pozza, 2013)

25 gennaio 2014

dowton scriptIl period drama, o english country drama che si voglia chiamarlo, cioè lo sceneggiato televisivo in costume, diciamo non è più lo stesso dopo Downton Abbey. C’è poco da fare, che amiate o meno la serie, che seguiate o meno le vicende dei conti di Grantham, dei Crowley e della loro servitù, che apprezziate o meno le ricostruzioni storiche dell’epoca edoardiana, epoca in cui lo sceneggiato prende l’inizio per poi proiettarsi negli anni Venti e Trenta, e finché la fantasia e le forze creative di Julian Fellowes gli consentiranno (che voglia arrivare agli anni 2000?), qualcosa è cambiato, e già se ne avevano le avvisaglie guardando Gosford Park, appunto sceneggiato da Fellowes nel 2001, per cui vinse un Oscar per la migliore sceneggiatura originale. Julian Fellowes, nato al Cairo nel 1949, non è esattamente un progressista, né un radicale, è anzi un Conservative member della House of Lords, tuttavia è riuscito a fare qualcosa di davvero progressista, e radicale, se non  addirittura rivoluzionario, fotografare una società, quella inglese dei primi del Novecento, dando voce a coloro che nel bene e nel male si impegnarono a cambiare un mondo apparentemente statico e immodificabile. Molti personaggi dello sceneggiato di Fellowes sono tesi in questa impresa. Rivoluzionaria? Bè forse sì, una rivoluzione appunto silenziosa, soft, ma come appunto la goccia scava la roccia, inevitabile e definitiva. Già leggendo i suoi romanzi (Snob e Un passato imperfetto), si arguisce che Fellowes ha una coscienza critica molto sviluppata, ed è pronto a sottolineare difetti e mancanze, e contraddizioni di una classe sociale, di cui lui appunto facendone parte è un osservatore privilegiato ma non servile o ossequioso. L’humour e l’ironia sono le sue armi principali, il senso del ridicolo, l’implacabile minaccia con cui stigmatizza comportamenti personali, usanze, ingiustizie. Starei a parlare ore di Downton Abbey quindi scusatemi se ho divagato, questa è una recensione di  Downton Abbey. Sceneggiatura completa prima stagione   (Downton Abbey Scripts: Series 1, 2012), edita da Neri Pozza alla fine del 2013, e tradotta da Chiara Ujka, forse la stagione più brillante scritta finora, sicuramente la stagione che mi è piaciuta di più, prima della deriva un po’ da soap opera, che ha preso nelle stagioni successive. Leggere questo testo, (ovvero la sceneggiatura completa della prima serie così com’era al momento in cui fu messa in produzione, senza i tagli avvenuti prima dell’inizio delle riprese o in fase di montaggio), a dire il vero piuttosto corposo, circa 530 pagine, fornisce la possibilità di conoscere il dietro le quinte di un successo planetario, e nello stesso tempo immedesimarsi quasi completamente nel processo creativo che l’ha generato. Esperienza affascinante anche per chi non conosca Downton Abbey (ci saranno davvero costoro?) o non lo ami affatto. Innanzitutto la forza di questo sceneggiato sono i dialoghi, se anche fosse stato un radio drama, senza scenografie, sontuosi castelli, costumi eleganti, sfarzose automobili, e tutto il corollario di eleganza e raffinatezza che ci trasmette la visione di Downton Abbey, non stento a  credere, avrebbe avuto più o meno lo stesso successo. Quasi ogni battuta è un gioco di intelligenza e british humour, forse solo un po’ velato da una ironia amara, che spesso fa dire ai personaggi cose che si immaginerebbero solo pensate, con lampi di sincerità e vetriolica verità inattesa, e questo è forse il segreto dei segreti, che si coglie leggendo questo script impreziosito da riflessioni, giudizi, divertite argomentazioni dello stesso Fellowes come note a margine. Oltre che ascoltare le battute pronunciate dagli attori, è bello anche leggere lo script come fosse un romanzo, anche se ormai la storia è nota, i colpi di scena conosciuti e attesi. Sette episodi, dall’affondamento del Titanic allo scoppio della Prima guerra Mondiale, notizia che giunge tramite un telegramma a rovinare una sontuosa festa all’aperto nei prati verdissimi antistanti a Highclere Castle. La fine di un mondo,  un mondo che non sarà più lo stesso. Spero di avervi incuriosito, io mi sono divertita enormemente, e mi sono chiesta perché non portarlo in scena in qualche teatro amatoriale, sempre che non ci vogliano permessi o autorizzazioni, ma anche in questo caso si può rimediare. Riporto la quarta di copertina. E naturalmente, buona lettura! Consiglio anche la lettura delle recensioni di Il mondo di Downton Abbey di Jessica Fellowes (Rizzoli, 2012) e Ai piani bassi di Margaret Powell (Einaudi, 2012)

Era il 15 aprile 1912 quando il Titanic affonda e più di 1500 persone perdono la vita. La notiziadella tragedia fa il giro del mondo. Quando arriva tra le verdi campagne dello Yorkshire, in Inghilterra, nella tenuta di Downton Abbey, il conte e la contessa di Grantham appaiono più sconvolti e turbati di chiunque altro.
Lo stesso destino che non ha concesso loro un figlio maschio, ma soltanto tre femmine Mary, Edith e Sybill, gli ha appena strappato anche il legittimo erede della loro proprietà, Patrick Crawley, morto a bordo del transatlantico.
Ora il nuovo beneficiario è Matthew, cugino di terzo grado della famiglia, un uomo «inopportuno», «scandaloso», che, in spregio a ogni nobile tradizione e costume, lavora per vivere.
Inizia così la serie più seguita e premiata della tv britannica, ideata e scritta da Julian Fellowes, già vincitore di un Oscar per la sceneggiatura del film Gosford Park, diretto da Robert Altman. In questo libro l’autore raccoglie non soltanto il copione della sceneggiatura originale, ma aggiunge svariati aneddoti sul processo di creazione dei personaggi; sulla scelta dei luoghi, in primo luogo Highclere Castle; sulla ricostruzione dettagliata degli ambienti, come le cucine d’epoca ricreate negli studi londinesi di Ealing.
Downton Abbey è un’opera «talmente ben fatta che non è necessario aggiungere nessuna battuta, ma soltanto leggerla a voce alta» per immergersi, grazie alla forza dei dialoghi e a una serie di perfetti colpi di scena, nella vita di una famiglia aristocratica di inizio Novecento, e scoprirne i crucci e le insoddisfazioni, la noia e le gelosie, i rapporti con i domestici e gli amori più inconfessabili, e godere dell’elegante ritratto di un’epoca che ha cambiato il nostro mondo per sempre.

Julian Fellowes ha vinto l’Oscar per la sceneggiatura del film Gosford Park , per la regia di Robert Altman. Oltre a essere un celebre sceneggiatore, è anche uno dei più famosi attori britannici, coprotagonista, insieme con Jeremy Irons, di Il danno , al fianco di Pierce Brosnan in Tomorrow Never Dies e di Anthony Hopkins in Shadowlands. Vive in Inghilterra con la moglie Emma e il figlio Peregrine. Snob è il suo primo romanzo e ha ottenuto uno straordinario successo di pubblico e di critica in Inghilterra.

:: Stefano Accorsi legge William Shakespeare, Sonetti – (Emons:audiolibri, 2014)

23 gennaio 2014

unnamedIn libreria dal 12 febbraio il secondo titolo della collana Poesia

Traduzione di Roberto Piumini

“Paragonarti a un giorno d’estate?
Tu sei più incantevole e più lieve:
a Maggio, i venti, gemme delicate
frustano, e l’estate è troppo breve”.

Accorsi legge Shakespeare e con passo sicuro ma pacato percorre i Sonetti svelandoci quei “momenti in cui visione, riflessione, passione e gioco fanno una vampa sola”, come scrive Roberto Piumini nell’introduzione alla splendida traduzione in versi scelta (Bompiani 2014), in una lingua che rispetta la regolarità metrica e formale e restituisce per intero l’intensità della poesia.

Secondo titolo di poesia, a un anno dalla pubblicazione delle Poesie di Emily Dickinson lette da Giovanna Mezzogiorno, i 154 sonetti disegnano una sorta di poema dell’anima, dove i grandi temi dell’amore, del dolore e del tempo che scorre sono affrontati in perfetto equilibrio tra sentimento e forma e a cui Stefano Accorsi –  già Dino Campana al cinema con Un viaggio chiamato amore e ora in teatro alle prese con i versi dell’Orlando furioso di Ariosto in uno spettacolo scritto e diretto da Marco Baliani – dà voce attraverso un’interpretazione disinvolta e sentita in cui risalta tutta loro formidabile “soggettività”, ora lirica e meditativa, ora ironica e irridente.
Pubblicata per la prima volta nel 1609 a Londra dall’editore Thomas Thorpe come “never before imprinted”, la raccolta si apre con la famosa dedica, capolavoro di ambiguità e reticenza su cui si sono scervellate generazioni di interpreti.  126 sonetti si rivolgono al controverso fair youth, di volta in volta identificato  come Henry Wriothesley, Earl of Southampton o come William Herbert, conte di Pembroke, in ogni caso un giovane di grandi prerogative, cultura, grazia e potere; mentre i rimanenti 28 sono invece dedicati alla dark lady, di cui sia sa ancora meno: donna di seduzioni e amori vari, voraci e pericolosi, nera di capelli e forse anche di pelle, e certamente nera nell’anima.

Nato a Stratford-upon-Avon in Inghilterra nel 1564, William Shakespeare poeta e drammaturgo, è considerato il più importante e influente autore in lingua inglese.

Stefano Accorsi, attore e produttore, è stato il protagonista di film come Radiofreccia di Luciano Ligabue, L’ultimo bacio di Gabriele Muccino, Le fate ignoranti di Ferzan Ozpetek. Nel 2002 ha vinto la Coppa Volpi per la sua interpretazione di Dino Campana nel film Un viaggio chiamato amore di Michele Placido. Il suo lavoro teatrale più recente è Giocando con Orlando, con e per la regia di Marco Baliani.

:: Un’ intervista con Alice Di Stefano a cura di Viviana Filippini

22 gennaio 2014

publisherCiao Alice benvenuta a Liberi di scrivere, dal 2008 lavori come editor alla casa editrice Fazi e hai dato vita a Le Meraviglie, una collana dedicata in modo esclusivo alla narrativa umoristica, a guide insolite e curiose e a tutto ciò che più ti piace, poi nel 2013 hai pubblicato Publisher questo insolito ritratto biografico di Elido Fazi, tuo marito ed editore.

D. Come è nato Publisher, la simpatica biografia dell’editore Fazi, tuo marito?

R. Forse a forza di sentirgli ripetere episodi appartenenti al passato o semplicemente per gioco, per scherzo (ma poi neanche tanto). Senz’altro nel desiderio di comprendere meglio una personalità per me tanto complessa che ho subito sentito il bisogno di analizzare e quasi sezionare a tavolino nel tentativo di captarne gli aspetti più segreti e riuscirne ad accettare le asperità. Il “lavoro” di qualsiasi moglie, insomma, però sublimato su carta.

D. La prima volta che tu e Elido vi siete incontrati cosa ti ha colpito di lui?

R. La serietà. Nonostante gli aspetti buffi via via rinvenuti nel suo carattere, e minuziosamente passati in rassegna con Publisher (che si appunta quasi esclusivamente su quelli), mi colpì l’approccio assolutamente professionale nei confronti delle mie proposte (un saggio accademico di critica letteraria: noiosissimo), l’amore spropositato nei confronti di Keats (di cui mi parlò quasi subito) e in generale una spiccatissima e più che vivace curiosità per i libri.

D. Publisher è una biografia di un uomo e di una coppia, perché la scelta di raccontare la vostra vicenda usando la terza persona?

R. Semplicemente mi faceva più ridere l’idea di due figurine viste da fuori con l’occhio distaccato di chi li osservasse per la prima volta e come dietro il vetro di un acquario; per mantenere costante il tono umoristico senza rischi di coinvolgimento dati ad esempio dalla prima persona; infine, per conferire il più possibile un andamento romanzesco al racconto.

D. Leggendo il libro si scopre che Fazi è nato in un piccolo paese delle Marche, che poi ha lasciato per l’Inghilterra, Roma e tanti altri viaggi. Cosa rappresenta questo suo pellegrinaggio e quello che ha fatto in queste tappe?

R. Una fuga? Il classico “viaggio dell’eroe”? Non so. A me interessava raccontare la storia di un uomo che si è fatto da sé costruendosi una vita e una carriera venendo quasi dal nulla. Partire da un paesino senza acqua né gas e arrivare a fondare diverse società, alcune anche di successo, non è da tutti. Ci vuole predisposizione, determinazione, una certa dose di coraggio, fortuna, ma anche carattere. Con la sua parabola, volevo dare l’idea di una storia positiva, di speranza, un esempio costruttivo da seguire anche in questi anni pesanti e pieni di difficoltà.

D. Quando Elido ha letto questo suo ritratto umoristico qual è stato il suo primo commento?

R. Nessun commento. Eravamo in treno: ha letto, è rimasto perplesso e poi si è addormentato (si aspettava qualcosa di un po’ più lusinghiero). Al risveglio, abbiamo litigato. Una volta capito il gioco, però, si è divertito all’idea di un ritratto nuovo e davvero a tutto tondo che, evitando il tono celebrativo, prendeva a prestito la sua storia per un racconto divertito dal tono umoristico.

D. Ad un certo punto il lettore si imbatte nel capitolo Faziland o il regno del Publisher, e scopre che in Fazi è radicato un attaccamento a  precise consuetudini comportamentali (per esempio sempre la stessa agenzia per i viaggi, gli stessi sarti per i vestiti, periodi in cui mangia solo alcune pietanze). Cosa rappresentano per lui queste abitudini?

R. Credo dipendano da fattori caratteriali. Per lui, sempre in movimento, le abitudini costituiscono un rifugio sicuro. Se al lavoro è sempre a caccia di novità, pronto, reattivo e disponibile al cambiamento, in privato gli piace sempre tornare negli stessi posti e non allontanarsi troppo dalle sue consuetudini.

D. Publisher è il ritratto di un uomo, ma anche del mondo delle Fiere nazionali e internazionali dedicate al libro. L’immagine che ne esce dal romanzo corrisponde alla realtà in toto o ci hai ricamato sopra per renderla più curiosa?

R. A dir la verità non ci ho ricamato molto sopra: le fiere sono divertenti già da sole. Nel libro, ciò che in generale distanzia la materia dalla pura realtà è il taglio umoristico e, semmai, l’ottica ingenua (o finto ingenua) che ne deriva, alterando inevitabilmente gli episodi vissuti.

D. Nel libro ci sono tanti scrittori, poeti e vostri colleghi di lavoro. Come hanno reagito quando si sono trovati protagonisti in questa storia?

R. Hanno fatto più che altro finta di niente.

D. Tra i tanti ritratti, c’è quello di Gore Vidal, quello di Stephenie Meyer, ma spicca per originalità quello di Valentino Zeichen. Che cosa rappresenta per voi il poeta?

R. Valentino è prima di tutto un amico. La mia stima di lui come poeta invece risale ai tempi dell’università. Zeichen comunque ha reagito molto bene di fronte al suo ritratto in Publisher: è sempre contento infatti quando qualcuno parla di lui, nel bene e nel male.

D. Elido Fazi mi ha dato l’impressione di essere un uomo solido, a tratti quasi burbero, che parla poco, ma quando si esprime le sue parole sono ricche di senso e anche di forti emozioni. Come convivono in lui questa serietà e passionalità?

R. Oddio! Il tentativo romanzesco allora è riuscito! Elido nella realtà parla a valanga, è spesso allegro e quasi incontenibile. Però sì, nonostante io faccia fatica ad ammetterlo, specie al lavoro, ha sempre ragione lui o perlomeno dice spesso le cose giuste. A parte il tono usato, che a volte mi irrita, è molto concreto e portato per gli affari, cosa che gli giova in ufficio, un po’ meno a casa in cui sarebbero più gradite morbidezza e mezze misure.

D. Per Fazi avere tra i propri autori nomi come Stephanie Meyer, Elizabeth Strout, Gore Vidal, Hilary Mante, Billy Collins, Valentino Zeichen e tanti altri cosa rappresenta?

R. Un grande vanto, ovviamente. E anche la soddisfazione di aver fatto nel tempo le scelte giuste spesso andando controcorrente rispetto a mode o tendenze in atto. Un amore sincero e spontaneo per la poesia inoltre l’ha portato a coltivare nel tempo un gruppo di poeti destinati a durare.

D. Giungendo verso la fine del libro si viene a conoscenza di quello che ora tu, scrittrice ed editor, e tuo marito state pensando di fare. Come avete vissuto e state vivendo la crisi del mondo dell’editoria?

R. Andando avanti con determinazione facendo scelte di qualità. In un mercato che si è indubbiamente contratto rispetto agli anni passati, la scelta della qualità è a nostro avviso quella vincente.

D. Il libro che non dovrebbe mancare mai nella libreria di un lettore?

R. Posso dire che non lo so? Il mio libro preferito lo cambio di anno in anno.

La ragazza che leggeva nei cuori, Teri Brown, (Corbaccio, 2014)

22 gennaio 2014

la_ragazza_che_leggeva_nei_cuoriAlla fine dello show viene annunciato che il suo libro A Magician Among the Spirits sarà in vendita nell’atrio e che Houdini firmerà gli autografi.
E’ l’occasione che stavo aspettando. Mi alzo subito così evito la ressa. […]
Poi tocca a me.
Lo guardo in faccia, trattenendo il respiro, aspettando che succeda qualcosa, che so, una vaga impressione di familiarità, un riconoscimento inconscio. Ma la sua espressione è la stessa che aveva con la persona prima di me, cortese, amabile formale.
Scommetto che cambierebbe faccia se sapesse come mi guadagno da vivere.
Gli passo il libro con la sensazione di avere in mano un oggetto letale, come se la copertina potesse inghiottirmi tutta intera.
“Vuole una dedica?”
Evito il suo sguardo. Non vorrei rischiare di essere smascherata. “ Si, grazie”.[…]
Lui firma il libro sotto i miei occhi. Cordialmente, Harry Houdini.
Cordialmente. […]
Dovrei andarmene ora ma non lo faccio. Rimango piantata lì.
Lui mi guarda con le sopracciglia alzate. “Si?”
Gli mostro il libro. “ Avrebbe dovuto intitolarlo Cosa non fare”.
Houdini piega la testa di lato. “Perché?”.
Perché nessun medium userà più questi trucchi… ma sappiamo entrambi che ne inventeranno di nuovi, no?”. Gli rivolgo un sorrisetto freddo e me ne vado.
“Aspetti”, mi chiama, ma io continuo per la mia strada perdendomi tra la folla in uscita.
Appena fuori inspiro profondamente l’aria gelida.
Mio padre, un uomo che ho visto solo al cinegiornale, nei film nei ritagli di giornale, ora è fin troppo reale per me. Ed è mio nemico.

Il mondo dell’occulto, la magia, l’illusionismo sono al centro di La ragazza che leggeva nei cuori (Born of Illusion, 2013), romanzo di esordio di Teri Brown, edito da Corbaccio e tradotto da Elisabetta De Medio. Materia interessante, ricca di spunti e di suggestioni, specie se la vicenda trova luogo nella scintillante New York degli anni XX, l’età del Jazz, delle maschiette e del proibizionismo, il periodo in cui Francis Scott Fitzgerald ambientava le sue storie, autore quest’ultimo molto amato dalla Brown, autrice che ha scritto comunque già molti libri sotto pseudonimo, anche se questo è appunto il primo libro che scrive con il suo vero nome.
Tra ciarlatani e imbonitori da fiera, leggitori di tarocchi ed escapologi,  medium e sensitivi, la realtà e la finzione sfumano e in questa affascinante terra di mezzo si muovono i personaggi di questo originale romanzo, sicuramente diverso dai classici romance che affollano gli scaffali delle librerie. Sì, si parla di amore, di sentimenti, particolarmente approfondito il rapporto tra madre e figlia, Madame Marguerite Estella Van Housen alias Meggie Moher di Eger e sua figlia Anna, sua assistente, dama di compagnia, cameriera, vera protagonista del romanzo.
Si parla di realizzazione personale, di capacità di tracciare la propria strada nel mondo, di onestà di coraggio, ma non solo. L’originalità del romanzo, che lo differenzia da molti romanzi simili è la capacità dell’autrice di ricreare un mondo in cui i poteri paranormali esistono davvero. Anna davvero percepisce le emozioni degli altri, davvero vede il futuro, poteri che la metteranno in serio pericolo, facendola diventare oggetto delle mire di gente senza scrupoli.
Ad accrescere la magia di questo romanzo, la presenza di Henri Houdini, uno dei più famosi e abili illusionisti ed escapologi di tutti i tempi, presunto padre naturale di Anna, da cui ritiene di avere ereditato la sua naturalezza nei giochi di prestigio e il suo amore per le esibizioni sul palcoscenico. Un padre assente, comunque, che forse neanche sa della sua esistenza, che Madame Van Housen utilizza per incuriosire il suo pubblico, per attrarre clienti, da grande attrice e maestra degli inganni, affascinate ed egoista, anche se nel tempo anche lei ha subito i raggiri di impresari senza scrupoli, e sfruttatori di ogni sorta.
E’ un modo duro, difficile, quello della magia, popolato da figure inquietanti e oscure, reso ancora più precario dalle leggi sempre più restrittive sui chiaroveggenti, basta un cliente insoddisfatto che va a fare la spia alle autorità per trovarci in un mare di guai. Ci lasciano tenere gli spettacoli di magia e mentalismo perché li considerano una forma di intrattenimento innocua, ma le sedute spiritiche non sono permesse. Il denaro che fruttano però vale il rischio.
La scrittura è scorrevole, piacevole, anche grazie alla buona traduzione di Elisabetta De Medio. Un’ ottima lettura per chi ami la magia e gli Anni XX, con sullo sfondo una storia d’amore condita da un pizzico di mistero.

Teri Brown vive con il marito e i figli a Portland, in Oregon. Appassionata di animali, amante di sport come il parasail e il free climbing, lettrice compulsiva innamorata di Francis Scott Fitzgerald, ha scritto numerosi libri sotto pseudonimo prima di presentarsi al pubblico internazionale con «La ragazza che leggeva nei cuori».

:: Onda Lunga, Elena Gianini Belotti, (Ed. nottetempo, 2013) di Viviana Filippini

19 gennaio 2014

ondalungaPer chi pensa che la terza età sia un grigio periodo esistenziale piatto e senza eventi c’è un simpatico romanzo che smentisce questo stereotipo sociale. Il libro in questione, edito dalla nottetempo, è Onda lunga di Elena Gianini Belotti ed ha per protagonista Valeria Ferrari. La donna, 79 anni, pensionata senza figli, trascorre le sue giornate in compagnia delle amiche, vivendo curiose avventure in un presente contemporaneo, un po’ troppo caotico e strampalato  nel quale il verificarsi di problemi e intralci è l’imperativo quotidiano. La protagonista ha lavorato per quarant’anni alla Biblioteca Nazionale di Roma, ma dal momento della pensione passa il suo tempo a confrontarsi con la realtà quotidiana attraverso avventure tragicomiche che sì fanno sorridere, però allo stesso tempo permettono a lei e a noi lettori di scoprire gli usi e i costumi degli adulti e adolescenti contemporanei. Segni di questa nuova consapevolezza sono le incursioni in un campo rom, dove l’impavida Valeria, grazie ad un simpatico e volontario scambio di persona, si reca più volte per insegnare ai ragazzini a leggere e scrivere scoprendo con rammarico, quanto siano ancora sviluppati i pregiudizi e i timori della società comune nei loro confronti. Altre realtà che lasciano perplessa la protagonista sono la presa di coonsapevolezza che gli adolescenti del presente e lo studio della grammatica vivano su due pianeti lontani tra loro anni luce, così com’è quasi del tutto assente nei ragazzi di oggi l’interesse verso i libri ritenuti Classici della letteratura. Poi, accanto a tali questioni social-culturali si innestano problematiche più delicate che evidenziano come le incomprensioni tra adolescenti possano scatenare forme di autolesionismo grave. Le protagoniste di Onda lunga saranno pure anziane, ma le situazioni delle quali si trovano al centro dell’azione suscitano in chi legge simpatia per queste eroine della terza età. Allo stesso tempo Elena Gianini Belotti, grazie alla sua Valeria Ferrari, ci racconta di un mondo visto attraverso gli occhi di una ottantenne che facendo un confronto tra il presente e il passato si rende conto di quanto la società contemporanea sia diversa da quella di un tempo e di come nell’oggi siano venuti a mancare tutta un serie di certezze e punti di riferimento che da sempre secondo lei e le sue amiche sostenevano lo sviluppo del divenire umano. Quando Valeria e Co. erano adolescenti non c’erano i computer, i cellulari e le super tecnologie che tolgono spazio alla comunicazione faccia a faccia tra gli individui. Nel passato della protagonista c’è stato un formarsi di relazioni umane e di esperienze fatte a contatto diretto con le persone. Nonostante tutto, la pimpante ex-lavoratrice in pensione non si richiude a riccio nel suo mondo privato, anzi reagisce dimostrando una vitalità e voglia di vivere libera dall’età anagrafica, trovandosi per questo in situazioni che come un maremoto manterranno attiva la sua vita. La Belotti, già autrice di Dalla parte delle bambine, pubblicato con Feltrinelli nel 1973, in questo suo ultimo lavoro compie, da una parte un’acuta riflessione sulla terza età e su come essa possa dimostrarsi una fase esistenziale ricca di sorprese e, dall’altra, grazie ad un delicata e rispettosa ironia, la scrittrice riflette sulla società contemporanea così avanti del punto di vista tecnologico, ma spinta all’omologazione e incapace di superare i pregiudizi e di accettare le persone per quello che sono.

Elena Gianini Belotti ha diretto per venti anni il Centro Nascita Montessori di Roma. Ha esordito nella saggistica nel 1973 con Dalla parte delle bambine sul precoce condizionamento al ruolo femminile, seguito da Prima le donne e i bambini, Non di sola madre e altri. È tornata alla narrativa nel 1985 con il romanzo Il fiore dell’ibisco (Premio Napoli) e poi, Pimpì Oselì, Apri le porte all’alba, Voli (Premio Rapallo Carige 2001), Prima della quiete (Premio Grinzane Cavour, Premio Viadana, Premio Maiori) e Pane amaro. Con nottetempo, ha pubblicato L’ultimo Natale nel 2012.

:: Un’ intervista con Emilia Bersabea Cirillo a cura di Irma Loredana Galgano

12 gennaio 2014

imagesEmilia Bersabea Cirillo, autrice di racconti e romanzi che sembrano dedicati ai suoi protagonisti, per la passione con cui li descrive, ma soprattutto alla sua terra, per il calore con cui ne narra, risponde volentieri alle nostre domande sulla sua scrittura ma anche sul suo essere scrittrice nella sua Terra, l’Irpinia.

La tua è una scrittura molto intensa, pregna di valori, di idee e di riflessioni che i protagonisti dei tuoi racconti regalano al lettore attraverso dialoghi o pensieri da cui si dilatano immagini sul mondo che li circonda. Quanta Cirillo c’è nei tuoi personaggi e quanto di loro in te?

Ogni scrittore racconta se stesso, ma dal rovescio, come i maestri degli arazzi Gobelins, per usare una metafora cara a Edith Wharton. Credo che accade questo nei miei libri. Racconto il mio mondo servendomi di “finzioni” così reali che potrebbero essere vere, anche guardate dal rovescio del lavoro. La scrittura è una strana malattia che ci fa investigare senza sosta le vite dei fantasmi che ci assediano. E sono tutti miei, questi fantasmi, è il mio passato, le mie emozioni, i miei sogni, il mio vissuto che chiede di uscire da me, si allontanarsi dal buio. Non è un caso che per un libro si usa dire “è venuto alla luce” allo stesso modo che per un neonato, appena partorito. E quindi per rispondere alla tua domanda, c’è tanta Cirillo nei miei personaggi, quanto loro sono capaci di contenere, ma c’è anche tanta anti Cirillo, che critica e nega e si interroga senza sosta, e c’è anche quella che tira le fila di tutto, come una maestra burattinaia che racconta la sua storia senza essere vista, usando una tecnica di cui è diventata padrona nel tempo.

In genere gli irpini hanno un legame profondo con la loro Terra e tu non sembri essere da meno, sicuramente questo legame lo hanno i tuoi personaggi. Cosa ti ha dato l’Irpinia e cosa pensi di aver dato tu alla tua terra d’origine?

L’Irpinia mi ha regalato la sorpresa di essere una terra solitaria, silenziosa, aspra, con un dialetto che varia da paese a paese. Mi ha dato il vento, il tufo, l’argilla, le forme del pane, le case con le scale esterne e con i camini di pietra. Mi ha dato paesaggi luminosi, montagne dai contorni inconfondibili, sorgenti e boschi scuri. Mi ha offerto la possibilità di appartenere a qualcosa, che non fosse solo il suolo su cui camminavo. Mi ha dato storie da raccontare. Cosa ho dato io? Poco, rispetto a quello che una terra così speciale ha dato a me. Ha avuto la mia attenzione, le mie parole. È diventato il luogo delle mie storie.

Nel libro Una Terra Spaccata, pubblicato dalle edizioni San Paolo, la protagonista, Gregoriana, originaria di Roma,  vive la sua esperienza in Irpinia con gli occhi di una straniera, ne Gli incendi del tempo, edito da Et. Al., invece i protagonisti sono oriundi che vivono o fanno rivivere la loro patria in terra straniera, attraverso parole, pensieri, atteggiamenti che rimandano al loro essere irpini e al contempo meridionali. In entrambi i casi ne esce un quadro positivo della tua terra, è realmente ciò che pensi?

Gregoriana non è irpina, ma subisce la bellezza di questa Terra, come se fosse un battesimo, una promessa di un futuro migliore. Si spenderà con tutte le sue forze per evitare che una discarica venga costruita sul Formicoso, appunto nella terra spaccata. In questo sarà supportata da un comitato popolare che si è formato spontaneamente e che lotterà lungamente per la difesa del suo territorio, anche dopo che lei è andata via dall’Irpinia. Ne Gli incendi del tempo i personaggi sono migranti, della vita e della terra, spesso senza più un ritorno. Per loro l’Irpinia costituisce un tentativo di trovare un approdo. L’Irpinia è stata ed è ancora terra di migrazione. I nostri antenati sono partiti per le Americhe, poi per la Svizzera e la Germania, poi per Torino e Milano. Ora i giovani laureati cercano lavoro dovunque, in Europa, soprattutto. Questa terra diventa sempre più povera di “capitale umano”. Dobbiamo accettare, quindi, lo “straniero” che arriva qui. L’accoglienza che ci aspettiamo abbiano i nostri figli all’estero, dobbiamo renderla in questa terra a chi arriva per cercare lavoro.

Dedicarsi alla scrittura in una realtà territoriale come può esserlo la città di Avellino quant’è difficile considerando che si è lontani dal mondo editoriale, dalla distribuzione e quant’altro possa aiutare a interagire con gli editori ma anche con i lettori?

È difficile sempre entrare nel mondo editoriale, soprattutto per chi come me non scrive libri di genere. Il principale difetto dei miei libri è che sono troppo letterari, così mi è stato detto qualche volta. E quindi non certamente vendibili al grande pubblico, come può essere vendibile un noir, un giallo, un fantasy, un libro erotico, una spystory. Credo che più della lontananza dai centri “del potere editoriale”, cioè Milano, essenzialmente, Torino, Roma, di cui però soffre non solo Avellino ma tutta la Campania, il vero problema di chi scrive narrativa oggi, è trovare case editrici e agenti letterari capaci di apprezzare storie e scritture che siano, per fortuna, letterarie. E cioè colte, ricercate. Che raccontino il qui e l’ora. I lettori vanno anche educati, non solo accontentati.

Ti va di anticipare qualcosa  del tuo prossimo libro?

Sto lavorando a un romanzo. Speriamo bene.
Forse le storie della Cirillo trovano la loro forza proprio nel non essere destinate al grande pubblico, al consumo di massa, piuttosto indirizzate a chi persegue una lettura ricercata e questo non può certamente essere definito un difetto, soprattutto in campo editoriale dove non dovrebbe persistere la logica del profitto bensì quella della crescita culturale.

:: Recensione di L’amaro dell’immortalità. La metamorfosi del Cardo, Massimo Tallone (Fratelli Frilli editore, 2013) a cura di Viviana Filippini

12 gennaio 2014

imagesSecondo voi un uomo può perdere la testa per un animale abbandonato? Sembra assurdo, ma è possibile e l’amore sentito è quel sentimento passionale che travolge il Cardo – sgangherato e simpatico personaggio nato dalla penna di Massimo Tallone – che per amore decide di rimboccarsi le maniche e trovarsi un lavoro. Cardo è così travolto dai sui nuovi sentimenti da non voler rivelare a nessuno quello che sta vivendo. I suoi amici della bocciofila notano in lui dei cambiamenti troppo evidenti per passare inosservati, tanto che Angela, l’amica amante del Cardo, comincia a provare un gelosia sospettosa. Ma chi è Cardo? Il Cardo è un clochard piemontese – come il luogo di ambientazione delle sue avventure- con l’estro della pittura e sarà proprio grazie alla sua capacità di realizzare perfetti trompe l’oeil e all’invito di Rombo, che il protagonista de L’amaro dell’immortalità si troverà a lavorare a Monforte, in un’antica villa circondata da vigneti. Il modo in cui Tallone descrive il vecchio palazzo e l’atmosfera che lo permea mette la giusta curiosità nel lettore spingendolo a girare pagina per capire cosa caspiterina accadrà al protagonista. La suspense aumenta in parallelo al manifestarsi di una serie di doppi sensi di situazioni e di parole che circolano tra il Cardo e il suo committente – uno strano e misterioso commendatore bloccato a letto da un terribile malattia- fino a quando l’uomo che ha assoldato il primo attore della narrazione si convince che Cardo sia l’unico conoscitore e possessore della ricetta di un antico elisir di lunga vita. Lo scanzonato clochard non ha la più pallida idea di cosa sia la pozione magica, visto che lui si accontenta solo di buon vino, ma per uscire dai guai decide di assecondare i suoi aguzzini senza rendersi conto che tale scelta gli complicherà parecchio la sopravvivenza. Cardo sarà scortato da Rombo nei meandri di un antico convento nel quale le vicende del presente e gli eventi del passato si mescoleranno mettendo a dura prova la resistenza psicologica e fisica del personaggio creato da Tallone.  L’amaro dell’immortalità. La metamorfosi del Cardo è la nuova avventura con protagonista il simpatico Cardo pronto a mettersi in gioco per amore, Ribò, il compagno fidato dei romanzi precedenti, in questo libro è solo evocato dal protagonista nei suoi ricordi. Cardo è una persona che vive alla giornata, senza una stabilità economica, ma questo non gli impedisce di avere degli amici, qualcuno da amare e allo stesso tempo di sperimentare rocambolesche avventure che gli lasciano, ogni volta, indelebili ricordi e anche dei segni. Tanti sono i personaggi comprimari che ruotano attorno a Cardo e, non a caso, fondamentali sono gli amici della bocciofila che rappresentano per lui una famiglia da preservare e amare, anche se a volte non ha il coraggio di confidare loro tutto quello che gli capita o che gli passa per la testa, compreso il sentimento d’amore per l’asinella Nella. Cardo è sincero, spontaneo, è un uomo spesso concentrato a riflettere sul mondo e sulla strana, direi grottesca, umanità che lo abita. Il personaggio nato dall’estro di Massimo Tallone è simpatico, magari a volte si esprimersi senza seguire le tipiche regole del galateo, ma credo che il suo modo di pensare, di riflettere, di osservare la realtà circostante lo renda un esperto esploratore del mondo e dell’io umano. È vero, Cardo non consocerà i personaggi illustri che gli cita il commendatore e altri luminari della scienza, ma le sue maniere di agire, fare e pensare mi permettono di associarlo ad un vero e proprio filosofo, in questo caso di strada, che da ogni esperienza vissuta impara a conoscere il senso della vita.

Massimo Tallone (1956-2044, data scaramantica) è nato a Fossano (CN) e vive a Torino. Ha pubblicato il giallo Ribò e il cadavere volubile, CET, Torino (1998), il saggio A bottega dal maestro di cazzeggio, CET, Torino (1998) e, con Daniela Munari, Andar per ombre (2001) e, Furore. Un fiordo nel Mediterraneo, Corte Edizioni (2003). Nel 2009 ha pubblicato con UTET il Dizionario ironico della cultura italiana. Per Fratelli Frilli  Editori ha pubblicato i gialli Piombo a Stupinigi (2007), Veleni al Lingotto (2008), Doppio inganno al Valentino (2009), L’enigma del pollice (2010), La manutenzione della morte (2011) tutti con protagonisti Ribò è il Cardo. Per edizioni e/o sono usciti Il fantasma di piazza statuto (2012) e Il diavolo ai giardini Cavour (2013).

:: Segnalazione di “360° di rabbia” di Elena Mearini (Koi Press, 2013) a cura di Natalina S.

12 gennaio 2014

cover-224x300“Il dolore non è onnipotente. Ma lo può diventare. Se ogni volta che lui passa tu t’inchini”.  Con 28 anni sulle spalle e 35 chilogrammi di speranza dentro al cuore, Vera ci restituisce la sua, dolorosa, esperienza dell’anoressia. Frasi brevi come singhiozzo di pianto soffocato e passi lenti e misurati, in un incastro perfetto di similitudini e metafore, descrivono cause e conseguenze di una problematica che è prima di tutto un grido di attenzione. L’anoressia è rabbia che implode; rifiuto che esplode; in Vera in un cratere di sensazioni zampillanti che s’acchetano in un mare di speranza verso se stessa e chi ha seminato amore. “360° di rabbia”, di Elena Mearini, uscito nell’ottobre 2009 per Excelsior nella collana acquario, da novembre 2013 anche in edizione digitale per Koi Press, è una lettura a cui avvicinarsi con pazienza e sensibilità, stesse caratteristiche richieste a noi, granelli indispensabili di questa società, spesso sordi al richiamo di aiuto.

Elena Mearini: è nata nel 1978 e vive a Milano. Lavora per diversi anni per una compagnia che si occupa di teatro ragazzi. Conosce poi la realtà del disagio occupandosi di laboratori in carceri e comunità. Nel 2009 esce il suo primo romanzo “360 gradi di rabbia”, edito da Excelsior 1881, nel 2011 pubblica per Perdisa pop il romanzo ” Undicesimo comandamento”. Dal 2010 collabora col settimanale “Vita no profit”, raccontando in chiave letteraria fatti di cronaca. Collabora con la rivista letteraria “Atti impuri” e con la casa editrice NoReplay. Cura la raccolta di racconti “Latte, chiodo e arcobaleno” per NoReplay Editore, firmando un racconto. Partecipa come autrice alla raccolta di racconti ” Vacanze milane”, a cura di Luca Doninelli. 2013-pubblica la silloge ” Dilemma di una bottiglia” per Forme libere Edizioni. Premi e riconoscimenti: 360 graddi rabbia- premio Gaia Mancini Undicesimo comandamento: premio Gaia -Mancini Premio Unicam- università di Camerino. Finalista al premio Maria Teresa di Lascia- Vincitore Premio Perelà 2013 ebook: racconto Roxanne per Lite editions racconto. Fa quasi male, fa quasi amore- Meme publisher.

:: Recensione di Il caso editoriale dell’anno – Anonimo (Edizioni Anordest, 2013)

7 gennaio 2014

anonimoAnche se mentre mi vestivo per andarmene ho avuto l’impressione che Margherita fosse sveglia e facesse finta di dormire, come se sperasse che me ne andassi senza svegliarla, senza dire nulla, senza spiegazioni di sorta.
Poi magari lei dormiva veramente e quindi adesso ho un motivo in più per odiarmi, o anche solo per disprezzarmi.
Non lo so, ma veramente mi interessa di saperlo?
Veramente mi interessa quello che pensa Margherita?
Veramente mi interessa cosa pensa chiunque nei miei confronti?

Vi propongo un gioco. Una piccola licenza creativa da critico dilettante, postmoderna, ebbene sì il gioco, il divertissement è terribilmente postmoderno, come le citazioni colte, i rimandi, gli scambi di persona, i doppi, le assenze, le sparizioni. Discutevo di postmodernismo con un amico, che in modo acuto, e neanche troppo esagerando, definiva la nostra epoca, con crisi e disperazione generalizzata, un’ epoca da tragedia, non da dotti equilibrismi intellettuali. Ma in fondo si può parlare di cose serie scherzando, e mascherare (cos’altro un autore fa se non questo) la realtà, a volte squallida, desolata, gretta, con la calda luce dell’intelligenza.
Il gioco che vi proponevo di fare poc’anzi è di continuare a considerare anonimo l’autore di questo libro, Il caso editoriale dell’anno, (anche se il mistero è stato svelato, sebbene in che modo non so, forse anche questo meriterebbe una storia a sé) e perciò non ne farò il nome, anche se è un testo così personale, così ricco di impronte narrative, che per chi conosce questo autore, avendo praticato da lettore il suo mondo, anche senza disvelamenti, o coups de théâtre, l’identità è certa.
Quindi mi riferirò all’autore come all’Anonimo[1], in un gioco di identità fittizie, presunte, di immedesimazioni, non troppo vertiginose, di scambi di persona, perché non fatevi abbagliare dalla patinata apparenza, questo libro, a dire il vero assai sottile, scritto con tono spumeggiante e marcatamente autoironico, è più profondo e serio di quanto volutamente voglia apparire. Si parla di identità, fittizie o reali, si parla dei concreti dubbi, paure, speranze, insicurezze che affliggono uno scrittore, che sia mediocre o geniale poco importa.
Sì, certo è una satira del mondo editoriale italiano, (e il passatempo vagamente sadico di chi sarà chi, chi avrà ispirato quale personaggio, può cadere in derive che credo l’autore non desidererebbe), un pamphlet metafisico, travestito da romanzo, con personaggi, dialoghi, scenari riconoscibilissimi e volutamente ricercati. Lo stile è elegante, raffinato e lievemente eccentrico, come sono i gusti di uno scrittore che veste sempre di nero, che ama autori come Nooteboom su tutti, o Amis, Houellebecq, DeLillo, McInerney, o ascolta musica volutamente poco commerciale ma dal fascino indefinito.
Stranamente fino adesso ho parlato poco del libro e molto dell’autore, rimedierò dicendo che è scritto in prima persona, al presente. Narra il successo improvviso e immeritato(forse) di uno scrittore abituato fino ad un istante prima a porte in faccia e a bazzicare il purgatorio (economico) della piccola editoria. Poi il colpo di genio: cercarsi un agente, mediamente onesto, brillante, conoscitore delle regole del gioco, e  da quel momento si aprono per  lui le porte dorate della grande editoria, delle fiere letterarie, dei premi, delle presentazioni in università prestigiose o in grandi librerie.
Traduzioni in tutte le lingue del mondo, soldi a palate, donne pronte a tutto per compiacere il grande autore, il miraggio del Nobel, ma come nel Faust c’è un prezzo da pagare quando si avverano i sogni più spinti di un uomo (uno scrittore) e in un certo senso si vende l’anima alle regole del business. Il prezzo che il nostro paga è prima l’insicurezza e poi il prosciugamento della sua vena creativa, l’incapacità di scrivere anche solo una pagina decente. (L’esempio di scrittura dello scrittore superfamoso, è faticosa, davvero, spezzata per stile e contenuti, dal resto del romanzo. Della serie so anche scrivere in modo noioso. Attenti.) Un contrappasso ben crudele, più doloroso del cinismo e del sarcasmo di un romantico che guarda un mondo che vorrebbe migliore, con debolezze e mancanze.
In un cameo, Luigi Bernardi, colto nel suo volto più schivo e refrattario al presenzialismo tout court (e non ostante questo credo sarebbe stato felice di comparire in questo romanzo.)


[1] Roberto Saporito è nato ad Alba (CN) nel 1962. Ha studiato giornalismo. Ha pubblicato raccolte di racconti, come “Harley-Davidson Racconti” e “Generazione di perplessi”, e romanzi, tra cui ricordiamo “Anche i lupi mannari fanno surf”. Le sue opere sono state pubblicate in antologie e su innumerevoli riviste letterarie. È membro del comitato scientifico del festival letterario “Letture corsare” che si tiene ad Alba.

:: Recensione di Lungo cammino verso la libertà di Nelson Mandela (Feltrinelli, 2013) a cura di Michela Bortoletto

7 gennaio 2014

nelson mandelaTrad. di Adriana Bottini, Ester Dornetti e Marco Papi

Ho percorso questo lungo cammino verso la libertà sforzandomi di non esitare, e ho fatto alcuni passi falsi lungo la via. Ma ho scoperto che dopo aver scalato una montagna ce ne sono sempre altre da scalare. Adesso mi sono fermato un istante per riposare, per volgere lo sguardo allo splendido panorama che mi circonda, per guardare la strada che ho percorso. Ma posso riposare solo qualche attimo, perché assieme alla libertà vengono le responsabilità, e io non oso trattenermi ancora: il mio lungo cammino non è ancora alla fine.”[1]

Queste sono le parole con cui termina Lungo cammino verso la libertà  di Nelson Mandela. Questi sono i suoi pensieri i giorni successivi alla sua liberazione. Dopo 27 anni di carcere, dopo quasi mezzo secolo impegnato nella lotta per la libertà del popolo sud africano, dopo aver perso un figlio senza aver avuto la possibilità di dirgli addio, dopo due matrimoni falliti per i suoi ideali, dopo una vita dedicata agli altri, nel momento della libertà i primi pensieri di Mandela furono rivolti al futuro che doveva ancora arrivare, all’impegno che ad esso avrebbe dovuto dedicargli. Perché nella vita di Nelson Mandela non c’è stato mai riposo ad eccezione dei suoi ultimi anni di vita. Ha dedicato tutto sé stesso alla causa dell’emancipazione del popolo nero in uno stato dominato dai bianchi. E la sua lotta non si è conclusa con la sua liberazione, ma è andata avanti fino alla sua recente scomparsa.
Lungo cammino verso la libertà è la sua autobiografia, scritta in gran parte e di nascosto durante gli anni del carcere a Robben Island, un isolotto al largo della costa di Città del Capo.
Nato nella regione del Transkei e destinato a ricoprire l’importante ruolo di consigliere nella sua tribù, Mandela capisce presto di non esser realmente un uomo libero. Non si può essere liberi in un Paese dove vige la legge dell’Apartheid, dove un nero non ha gli stessi diritti di un bianco, dove un uomo è considerato inferiore solo per il colore della sua pelle: “lentamente ho capito che non solo non ero un uomo libero, ma non lo erano nemmeno i miei fratelli e sorelle; ho capito che non solo la mia libertà era frustrata, ma anche quella di tutti coloro che condividevano la mia origine. È stato allora che sono entrato nell’African National Congress, e la mia sete di libertà personale si è trasformata nella sete più grande di libertà per la mia gente.” Da qui comincia la lunga lotta di Mandela e dei suoi compagni per assicurare al popolo nero dignità e libertà.
Nella sua autobiografia Mandela ci racconta delle iniziative intraprese da lui e dagli altri membri dell’Anc per cercare di cambiare le cose in Sud Africa. Ci  narra degli ostacoli che hanno dovuto superare, dei sotterfugi, delle fughe, dei lunghi periodo di clandestinità. Attraverso queste pagine scopriamo il suo lungo viaggio negli altri stati d’Africa, dei suoi incontri con i leader degli altri paesi ai quali ha chiesto appoggio per la lotta dei suoi fratelli.  Ma, soprattutto, in queste pagine si legge dei sacrifici enormi che Mandela, e i suoi compagni, hanno dovuto fare per la libertà del loro popolo. Perché non è facile rinunciare a tutti, alla propria famiglia, al proprio lavoro e alla libertà personale per quella di molti altri.
Attraverso questa autobiografia si scopre un Mandela diverso da quello “mitizzato” dai media. Si scopre un Mandela più umano, con tutta la sua forza d’animo ma anche con tutte le sue debolezze. Si scoprono i suoi lati deboli, le sue incertezze. Perché dopotutto Mandela era pur sempre un uomo, un uomo che però ha fatto una scelta  non facile e l’ha portata avanti ad ogni costo. E questa stessa scelta non l’ha fatta solo lui ma anche altri uomini che, come lui, credevano in un futuro migliore.
Nelle sue pagine racconta di uno stato ferito, di un Paese dove bianchi e neri conducevano vite separate. Un Paese in cui i neri e i meticci erano spesso vittime di soprusi. Un Paese dove uomini coraggiosi hanno deciso di combattere questo sistema.
La lettura di Lungo cammino verso la libertà non è una lettura semplice. Io l’ho intrapresa dopo un viaggio in Sud Africa dove ho avuto modo di osservare la nuova realtà post Apartheid. Ma è una lettura che mi sento di consigliare, non solo perché Mandela purtroppo è morto, ma perché permette di comprendere una realtà complessa come quella del Sud Africa e di conoscere la storia di uomini che hanno saputo lottare per la libertà.  L’autobiografia di Mandela è un omaggio ai suoi compagni di lotta. Ci fa capire come Mandela non fosse solo, ma circondato da persone, sia nere che bianche, con i suoi stessi ideali che hanno lottato con lui per un Sud Africa più libero.
Lungo cammino verso la libertà è un libro che ti segna e ti insegna. Ti insegna che certe situazioni si possono e devono cambiare e che la libertà è la cosa che più conta.

Nelson Mandela (1918-2013), già presidente del Sudafrica e leader dell’African National Congress (ANC), premio Nobel per la pace, per la sua attività politica in difesa dei diritti degli africani e contro l’apartheid è stato rinchiuso per ventisette anni in prigione, dove ha scritto un libro autobiografico, Lungo cammino verso la libertà, pubblicato da Feltrinelli nel 1995. È autore anche della raccolta Le mie fiabe africane (Donzelli, 2004; Feltrinelli, 2012).


[1] N. Mandela, Lungo cammino verso la libertà, Feltrinelli, Milano 20013, pag. 579