Anch’io avevo sparato, in Italia, nella mia esistenza precedente. Ma era qui che si era svolta una guerra vera, durata quattordici anni. Una guerra atroce, che aveva fatto letteralmente scomparire il centro della città, gli alberghi, il mitico Saint-George, la passeggiata sul lungomare. Desolazione, rancore e morti a grappoli, a ondate.
«Ormai ci avevamo fatto l’abitudine», mi diceva Samar. «E la gente usciva lo stesso. Noi bambini andavamo a scuola e spesso dovevamo rimanere lì anche a dormire, perché non potevamo tornare a casa. Senza luce, senza telefono, perché i cavi erano saltati con le bombe. I più ricchi avevano installato un generatore privato. La cosa terribile era che mia madre non sapeva mai se ero viva o se ero morta.»
Esponente del cosiddetto noir sociale, impegnato, di denuncia, corrente che negli anni 70 vede affermarsi autori prevalentemente francesi, per cui coniarono il termine neo polar, Alessandro Bastasi è un autore interessante e per il gusto di chi scrive degno di attenzione, capace di unire ad una capacità espressiva di tutto rispetto, un coraggio civile che gli fa affrontare temi anche scomodi o per lo meno controversi. Come appunto è successo in questo romanzo La scelta di Lazzaro, edito unicamente in ebook, per la francese Meme Publishers – Paris, in cui affronta il tema del terrorismo e delle conseguenze e delle ripercussioni delle nostre azioni, a cui non possiamo sfuggire, anche se passa il tempo, anche se cambiamo e non siamo più le persone che eravamo. Gli editori tradizionali hanno esitato a pubblicare questo romanzo, temendo di ferire sensibilità, di inerpicarsi in temi scabrosi e problematici, di turbare il già esiguo parco dei lettori italici, preoccupazioni comprensibilissime da un certo punto di vista, anche se piuttosto avvilenti. La maturità dei lettori credo sia superiore a quella a loro attribuita, e la capacità di affrontare un tema complesso e anche doloroso come il terrorismo, credo non vada negata a prescindere. Anche se va detto si è fatto ben poco in questi anni per venire a patti, e metabolizzare una realtà che ha pesantemente influenzato la nostra storia e di cui volenti o nolenti ne vediamo ancora le conseguenze tutt’oggi. La lotta armata degli anni 70 in Italia, è stata quasi dimenticata, se non rimossa, lo Stato ha vinto, molti militanti di allora, diventati pentiti, sono tornati nella vita civile e scrivono editoriali sui giornali. Ben venga quindi anche solo un romanzo, un’ opera di fantasia, che ci aiuti a riflettere, a porci dei problemi, a non nascondere la testa sotto la sabbia, pensando che sia meglio non vedere, che venire a patto con realtà scomode e dolorose, appunto. Come ha detto Bastasi in un’ intervista non è un’agiografia di un terrorista, ma è una storia che aiuta a fare i conti con i dubbi e gli ideali traditi di una generazione, riproponendo nuovi dubbi, nuovi interrogativi. Detto questo, che mi sembrava doveroso, per rispetto delle vittime del terrorismo, di tutti i terrorismi compresi quelli di stato, ricordando che è appunto solo un romanzo, senza pretese di testimonianza o di verità conclamate, mi permetto di far notare che questo tema è quanto mai attuale, a causa delle recrudescenze del terrorismo islamico post 11 settembre, data piuttosto surreale che ricorda come ormai la guerra non è più relegata in territori lontani da noi, ma è ovunque, nelle nostre città del ricco occidente, pronta a esplodere in qualsiasi momento e in qualsiasi luogo. Protagonista del romanzo è Lazzaro Mainardi, ex militante di Azione Proletaria, un uomo conscio di suscitare quella diffidenza che gli crea il vuoto intorno. Forse perché non mi ero mai formalmente staccato dal mio passato. Forse perché considerato corresponsabile della morte di tanta gente. Un uomo che ha visto la guerra, e fotografato il massacro di Sabra e Shatila, compiuto dalle falangi libanesi, essendo stato in una sua vita precedente appunto fotografo. Mi pesava invece attraversare la città, ancora un cumulo di macerie, i muri sbriciolati dalle granate o crivellati dalle raffiche di kalashnikov, con le finestre vuote e senza vetri che mi fissavano e mi seguivano mentre camminavo. E uomini che mi correvano incontro, per farmi acquistare uno pneumatico usato, o per affittarmi una macchina scassata, o per vendermi una ragazzina. Soprattutto, mi pesava ricordare che quella era la città dove, nel campo di Sabra, nel 1982 avevo fotografato l’apocalisse.
Dopo aver scontato un periodo di detenzione per reati di terrorismo, sempre senza pentirsi, tornato in libertà, si impegna a ricrearsi una vita con l’amata moglie Samar, fondando una casa editrice dedicata all’ecologia. La stramba idea di aprire una casa editrice dedicata all’ecologia! Trattamento dei rifiuti, effetto serra, dissesto idrogeologico del paese. Saggi travestiti da romanzi, narrativa centrata sui dibattiti in corso. Contaminazione di generi spinta all’eccesso. Cui nessun critico, nessun giornale, nessun blog del settore dedicava un minimo di attenzione. Come se avessero concordato un cordone sanitario attorno alle edizioni “Autunno Verde”. Ero costretto a pubblicare solo esordienti, le “promesse della letteratura ecologista”. Poi un giorno si rifà vivo un suo compagno di lotta «Eccolo, è arrivato», sentii che gli diceva Leonardo. «Dottore, c’è qui un suo amico che la cerca!», gridò, rivolto a me.
«Amico? E chi sarebbe?»
«Sono io, Orson, non riconosci più i compagni? O preferisci che ti chiami Kane?»
Un colpo al cuore mi fece sussultare il petto facendomi cadere le chiavi dalle mani.
Erano decenni che nessuno mi chiamava più con quel nome.
Il mio nome di battaglia quand’ero militante di Azione Proletaria. C’erano Sirio, Straccio, Coniglio, Tigre… Il mio era Orso, ma avevo preferito Orson perché ero un patito di Orson Welles e del suo capolavoro, Citizen Kane. E il tempo delle scelte torna quanto mai attuale.
La storia si dipana nell’arco di trent’anni dal 1986 al 2012, anno in cui è maggiormente concentrata la narrazione. Il luogo è Milano, la sua amata moglie Samar è morta, un’altra donna Barbara gli è vicino, una donna che nasconde qualcosa. E nello scorrere dei giorni i ricordi dell’arrivo dei Carabinieri nel casale dove si erano rifugiati, gli ideali di gioventù, il coraggio, nascosto dai mille volti della paura, il tradimento, l’amore, la voglia di riscatto e di giustizia, la situazione attuale culla di nuove violenze e nuovi fondamentalismi, tutto ritorna vivido e doloroso, fino al finale, quasi una condanna, forse una liberazione.
Alessandro Bastasi è nato a Treviso nel 1949. A 27 anni si è trasferito a Milano, dove attualmente vive e lavora. Con un passato di attore e poi di cronista teatrale, ha pubblicato tre romanzi: La fossa comune (2008, Zerounoundici edizioni), thriller politico ambientato a Mosca nel 1993, La gabbia criminale (2010) e Città contro (2011), due noir usciti con Eclissi Editrice. Nel 2012 pubblica il racconto Ologrammi (ebook per MilanoNera Edizioni). In agosto dello stesso anno il racconto La caduta dello status è pubblicato dal Manifesto nell’ambito della rassegna Resistenze Noir. Con altri racconti è presente in siti letterari e antologie.
La sentinella del Papa di Patrizia Debicke van der Noot è stato pubblicato nel settembre 2013 dalla Todaro Editore di Lugano. È un giallo storico ambientato nel 1500, alla corte di Giulio II, Papa imperioso il quale ha voluto in Vaticano l’esercito delle guardie svizzere, che hanno fatto il loro ingresso ufficiale il 22 gennaio del 1506, capitanate da Kaspar von Silenen.
Il period drama, o english country drama che si voglia chiamarlo, cioè lo sceneggiato televisivo in costume, diciamo non è più lo stesso dopo Downton Abbey. C’è poco da fare, che amiate o meno la serie, che seguiate o meno le vicende dei conti di Grantham, dei Crowley e della loro servitù, che apprezziate o meno le ricostruzioni storiche dell’epoca edoardiana, epoca in cui lo sceneggiato prende l’inizio per poi proiettarsi negli anni Venti e Trenta, e finché la fantasia e le forze creative di Julian Fellowes gli consentiranno (che voglia arrivare agli anni 2000?), qualcosa è cambiato, e già se ne avevano le avvisaglie guardando Gosford Park, appunto sceneggiato da Fellowes nel 2001, per cui vinse un Oscar per la migliore sceneggiatura originale. Julian Fellowes, nato al Cairo nel 1949, non è esattamente un progressista, né un radicale, è anzi un Conservative member della House of Lords, tuttavia è riuscito a fare qualcosa di davvero progressista, e radicale, se non addirittura rivoluzionario, fotografare una società, quella inglese dei primi del Novecento, dando voce a coloro che nel bene e nel male si impegnarono a cambiare un mondo apparentemente statico e immodificabile. Molti personaggi dello sceneggiato di Fellowes sono tesi in questa impresa. Rivoluzionaria? Bè forse sì, una rivoluzione appunto silenziosa, soft, ma come appunto la goccia scava la roccia, inevitabile e definitiva. Già leggendo i suoi romanzi (Snob e
In libreria dal 12 febbraio il secondo titolo della collana Poesia
Ciao Alice benvenuta a Liberi di scrivere, dal 2008 lavori come editor alla casa editrice Fazi e hai dato vita a Le Meraviglie, una collana dedicata in modo esclusivo alla narrativa umoristica, a guide insolite e curiose e a tutto ciò che più ti piace, poi nel 2013 hai pubblicato Publisher questo insolito ritratto biografico di Elido Fazi, tuo marito ed editore.
Alla fine dello show viene annunciato che il suo libro A Magician Among the Spirits sarà in vendita nell’atrio e che Houdini firmerà gli autografi.
Per chi pensa che la terza età sia un grigio periodo esistenziale piatto e senza eventi c’è un simpatico romanzo che smentisce questo stereotipo sociale. Il libro in questione, edito dalla nottetempo, è Onda lunga di Elena Gianini Belotti ed ha per protagonista Valeria Ferrari. La donna, 79 anni, pensionata senza figli, trascorre le sue giornate in compagnia delle amiche, vivendo curiose avventure in un presente contemporaneo, un po’ troppo caotico e strampalato nel quale il verificarsi di problemi e intralci è l’imperativo quotidiano. La protagonista ha lavorato per quarant’anni alla Biblioteca Nazionale di Roma, ma dal momento della pensione passa il suo tempo a confrontarsi con la realtà quotidiana attraverso avventure tragicomiche che sì fanno sorridere, però allo stesso tempo permettono a lei e a noi lettori di scoprire gli usi e i costumi degli adulti e adolescenti contemporanei. Segni di questa nuova consapevolezza sono le incursioni in un campo rom, dove l’impavida Valeria, grazie ad un simpatico e volontario scambio di persona, si reca più volte per insegnare ai ragazzini a leggere e scrivere scoprendo con rammarico, quanto siano ancora sviluppati i pregiudizi e i timori della società comune nei loro confronti. Altre realtà che lasciano perplessa la protagonista sono la presa di coonsapevolezza che gli adolescenti del presente e lo studio della grammatica vivano su due pianeti lontani tra loro anni luce, così com’è quasi del tutto assente nei ragazzi di oggi l’interesse verso i libri ritenuti Classici della letteratura. Poi, accanto a tali questioni social-culturali si innestano problematiche più delicate che evidenziano come le incomprensioni tra adolescenti possano scatenare forme di autolesionismo grave. Le protagoniste di Onda lunga saranno pure anziane, ma le situazioni delle quali si trovano al centro dell’azione suscitano in chi legge simpatia per queste eroine della terza età. Allo stesso tempo Elena Gianini Belotti, grazie alla sua Valeria Ferrari, ci racconta di un mondo visto attraverso gli occhi di una ottantenne che facendo un confronto tra il presente e il passato si rende conto di quanto la società contemporanea sia diversa da quella di un tempo e di come nell’oggi siano venuti a mancare tutta un serie di certezze e punti di riferimento che da sempre secondo lei e le sue amiche sostenevano lo sviluppo del divenire umano. Quando Valeria e Co. erano adolescenti non c’erano i computer, i cellulari e le super tecnologie che tolgono spazio alla comunicazione faccia a faccia tra gli individui. Nel passato della protagonista c’è stato un formarsi di relazioni umane e di esperienze fatte a contatto diretto con le persone. Nonostante tutto, la pimpante ex-lavoratrice in pensione non si richiude a riccio nel suo mondo privato, anzi reagisce dimostrando una vitalità e voglia di vivere libera dall’età anagrafica, trovandosi per questo in situazioni che come un maremoto manterranno attiva la sua vita. La Belotti, già autrice di Dalla parte delle bambine, pubblicato con Feltrinelli nel 1973, in questo suo ultimo lavoro compie, da una parte un’acuta riflessione sulla terza età e su come essa possa dimostrarsi una fase esistenziale ricca di sorprese e, dall’altra, grazie ad un delicata e rispettosa ironia, la scrittrice riflette sulla società contemporanea così avanti del punto di vista tecnologico, ma spinta all’omologazione e incapace di superare i pregiudizi e di accettare le persone per quello che sono.
Emilia Bersabea Cirillo, autrice di racconti e romanzi che sembrano dedicati ai suoi protagonisti, per la passione con cui li descrive, ma soprattutto alla sua terra, per il calore con cui ne narra, risponde volentieri alle nostre domande sulla sua scrittura ma anche sul suo essere scrittrice nella sua Terra, l’Irpinia.
Secondo voi un uomo può perdere la testa per un animale abbandonato? Sembra assurdo, ma è possibile e l’amore sentito è quel sentimento passionale che travolge il Cardo – sgangherato e simpatico personaggio nato dalla penna di Massimo Tallone – che per amore decide di rimboccarsi le maniche e trovarsi un lavoro. Cardo è così travolto dai sui nuovi sentimenti da non voler rivelare a nessuno quello che sta vivendo. I suoi amici della bocciofila notano in lui dei cambiamenti troppo evidenti per passare inosservati, tanto che Angela, l’amica amante del Cardo, comincia a provare un gelosia sospettosa. Ma chi è Cardo? Il Cardo è un clochard piemontese – come il luogo di ambientazione delle sue avventure- con l’estro della pittura e sarà proprio grazie alla sua capacità di realizzare perfetti trompe l’oeil e all’invito di Rombo, che il protagonista de L’amaro dell’immortalità si troverà a lavorare a Monforte, in un’antica villa circondata da vigneti. Il modo in cui Tallone descrive il vecchio palazzo e l’atmosfera che lo permea mette la giusta curiosità nel lettore spingendolo a girare pagina per capire cosa caspiterina accadrà al protagonista. La suspense aumenta in parallelo al manifestarsi di una serie di doppi sensi di situazioni e di parole che circolano tra il Cardo e il suo committente – uno strano e misterioso commendatore bloccato a letto da un terribile malattia- fino a quando l’uomo che ha assoldato il primo attore della narrazione si convince che Cardo sia l’unico conoscitore e possessore della ricetta di un antico elisir di lunga vita. Lo scanzonato clochard non ha la più pallida idea di cosa sia la pozione magica, visto che lui si accontenta solo di buon vino, ma per uscire dai guai decide di assecondare i suoi aguzzini senza rendersi conto che tale scelta gli complicherà parecchio la sopravvivenza. Cardo sarà scortato da Rombo nei meandri di un antico convento nel quale le vicende del presente e gli eventi del passato si mescoleranno mettendo a dura prova la resistenza psicologica e fisica del personaggio creato da Tallone. L’amaro dell’immortalità. La metamorfosi del Cardo è la nuova avventura con protagonista il simpatico Cardo pronto a mettersi in gioco per amore, Ribò, il compagno fidato dei romanzi precedenti, in questo libro è solo evocato dal protagonista nei suoi ricordi. Cardo è una persona che vive alla giornata, senza una stabilità economica, ma questo non gli impedisce di avere degli amici, qualcuno da amare e allo stesso tempo di sperimentare rocambolesche avventure che gli lasciano, ogni volta, indelebili ricordi e anche dei segni. Tanti sono i personaggi comprimari che ruotano attorno a Cardo e, non a caso, fondamentali sono gli amici della bocciofila che rappresentano per lui una famiglia da preservare e amare, anche se a volte non ha il coraggio di confidare loro tutto quello che gli capita o che gli passa per la testa, compreso il sentimento d’amore per l’asinella Nella. Cardo è sincero, spontaneo, è un uomo spesso concentrato a riflettere sul mondo e sulla strana, direi grottesca, umanità che lo abita. Il personaggio nato dall’estro di Massimo Tallone è simpatico, magari a volte si esprimersi senza seguire le tipiche regole del galateo, ma credo che il suo modo di pensare, di riflettere, di osservare la realtà circostante lo renda un esperto esploratore del mondo e dell’io umano. È vero, Cardo non consocerà i personaggi illustri che gli cita il commendatore e altri luminari della scienza, ma le sue maniere di agire, fare e pensare mi permettono di associarlo ad un vero e proprio filosofo, in questo caso di strada, che da ogni esperienza vissuta impara a conoscere il senso della vita.
“Il dolore non è onnipotente. Ma lo può diventare. Se ogni volta che lui passa tu t’inchini”. Con 28 anni sulle spalle e 35 chilogrammi di speranza dentro al cuore, Vera ci restituisce la sua, dolorosa, esperienza dell’anoressia. Frasi brevi come singhiozzo di pianto soffocato e passi lenti e misurati, in un incastro perfetto di similitudini e metafore, descrivono cause e conseguenze di una problematica che è prima di tutto un grido di attenzione. L’anoressia è rabbia che implode; rifiuto che esplode; in Vera in un cratere di sensazioni zampillanti che s’acchetano in un mare di speranza verso se stessa e chi ha seminato amore. “360° di rabbia”, di Elena Mearini, uscito nell’ottobre 2009 per Excelsior nella collana acquario, da novembre 2013 anche in edizione digitale per Koi Press, è una lettura a cui avvicinarsi con pazienza e sensibilità, stesse caratteristiche richieste a noi, granelli indispensabili di questa società, spesso sordi al richiamo di aiuto.
Anche se mentre mi vestivo per andarmene ho avuto l’impressione che Margherita fosse sveglia e facesse finta di dormire, come se sperasse che me ne andassi senza svegliarla, senza dire nulla, senza spiegazioni di sorta.
Trad. di Adriana Bottini, Ester Dornetti e Marco Papi
























