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:: Prenditi cura di lei, Kyung-sook Shin, (Beat, 2014) a cura di Viviana Filippini

11 aprile 2014

prenditi_curaTraduzione dall’inglese di Vincenzo Mingiardi

Park Sonyo ha 69 anni e un giorno mentre cammina assieme al marito per raggiungere la stazione dei treni, scompare. La donna si volatilizza senza lasciare tracce o segni che possano aiutare i suoi familiari (i tre figli e l’anziano marito) a trovarla. Park Sonyo non ha con sé documenti, soldi o altro che possa esserle utile per chiedere aiuto ed è come se fosse stata inghiottita dalla marea umana che anima e vive nella città coreana di Seul. La famiglia della donna comincia una ricerca disperata per ritrovare la madre e la moglie che per anni li ha sempre sostenuti, cresciuti ed aiutati. Nel romanzo della Shin si alternano i punti di vista di tutti i personaggi coinvolti, dai quali emergono non solo i loro caratteri, ma anche tutta una serie di domande che evidenziano quanto poco questi figli e il marito conoscessero l’amata donna sparita. A cercare Park Sonyo ci sono Chi-on la figlia scrittrice di successo e nubile, Hyong- Chol, il figlio molto preso dal suo lavoro ,la figlia più piccola, una farmacista sposata con tre bambini e il capofamiglia che per ragioni di età più che muoversi tra i meandri della città, ripercorre mentalmente la vita passata con la moglie, accorgendosi di non avere mai avuto per lei le attenzioni dovute. Ogni domanda che i quattro si pongono formerà una catena di interrogativi la cui unica risposta è la presa di coscienza che loro non hanno mai conosciuto a fondo la loro madre e moglie. Il libro si svolge tra il presente e il passato dal quale emerge la figura di una madre-moglie che ha sempre fatto di tutto per sostenere e aiutare la propria famiglia – e non solo-sacrificando le sue ambizioni personali in nome di un profondo amore per il marito e i figli. Prenditi cura di lei è un viaggio dentro alla disperazione di un nucleo familiare che ha perso una persona amata e non riesce a trovarla, ma allo stesso tempo l’autrice ci racconta il cammino introspettivo e psicologico compiuto da ognuno dei congiunti della scomparsa. Il percorso interiore sarà rivelatore per il lettore, in quanto evidenzierà i caratteri dei personaggi presenti in questa vicenda e farà capire a chi legge chi tra i quattro “ricercatori” è quello più impegnato e coinvolto nell’ indagine. In tutto il romanzo aleggia un’imperante atmosfera di angoscia e dolore, ma anche un crescente senso di colpa, perché quella donna che per i figli è sempre stata forte è disponibile ora, per la prima volta nella sua vita, ha bisogno del loro aiuto e Chi-on e i fratelli non sanno cosa fare. Prenditi cura di lei, non è solo il titolo del libro della Shin che ha commosso tutto il mondo, ma è anche la frase ripetuta più volte nelle pagine, una sorta di passaparola che va da un personaggio all’altro e che evidenzia la dolorosa consapevolezza da parte di tutti, e in particolare di Chi-on, di non essere stati capaci di curarsi dell’unica persona che li ha messi al mondo e che più li ha amati.

Kyung-Sook Shin è nata in una remota regione montuosa nella Corea del Sud.Ha esordito come scrittrice nel 1985 con il racconto Fiaba d’inverno, seguito poi nel 1993 dalla raccolta di racconti Dov’era un tempo l’harmonium. Con Prenditi cura di lei, un romanzo tradotto in tutti i maggiori paesi occidentali e pubblicato in Italia da Neri Pozza (2011) ha ottenuto uno strepitoso successo internazionale.

:: Il sapore inatteso delle cose perdute, Jessica Soffer (Piemme, 2014) a cura di Valeria G.

11 aprile 2014

saporiDevo confessare che ho qualche difficoltà a scrivere la recensione del romanzo “Il sapore inatteso delle cose perdute” pubblicato da Piemme Editore , primo lavoro dell’americana Jessica Soffer: è piuttosto difficile trovare il modo di spiegare un libro cosi intenso senza svelarne i segreti più intimi che la storia stessa nasconde; è anche piuttosto complicato affrontare i temi che la scrittrice ha deciso di raccontare: ci si trova immersi in paure, autolesionismo, indifferenza, abbandono, adozioni, tantissima solitudine, moltissima voglia di amare e di essere accettati.
La solitudine non ha età, il dolore causato dall’abbandono ha lo stesso peso, che sia vissuto da una ragazzina o da una donna anziana; il bisogno di amare, di essere accettati e di far parte di una famiglia, ha la stessa importanza che voi siate fanciulle o donne adulte; la disperazione e la paura di essere abbandonati e dimenticati, ha lo stesso peso che voi siate bambine o che voi siate vicine alla fine dei vostri giorni.
Lorca e Victoria sono le protagoniste del romanzo e sono due personaggi le cui vicende sono piuttosto complicate, ognuna delle due infatti vive una condizione estremamente difficile e di grande solitudine:
Lorca ha solo 15 anni e vuole farsi amare da sua madre, Victoria è anziana e dopo la morte del marito crede di non avere più nessuno da amare;
Lorca si convince che se imparerà a cucinare alla perfezione il piatto preferito di sua madre, lei non finirà in un collegio; Victoria aveva un ristornate e ha deciso di dare lezioni private di cucina, per combattere la solitudine e sentirsi di nuovo utile;
Lorca si fa del male, Victoria ne ha fatto tanto in passato al marito quando decise di non tenere la loro bambina;
Lorca ogni tanto pensa che se sua madre potesse conoscere i suoi genitori biologici, forse sarebbe meno fredda e arrabbiata, Victoria invece vorrebbe incontrare la figlia che diede alla luce tanti anni prima e che per scelta decise di dare in adozione;
Lorca vuole avere un futuro; Victoria desidera fare pace con il passato;
Lorca è tornata a vivere a New York con la madre dopo la separazione dal padre, Victoria è irachena ma è arrivata nella Grande Mela tantissimi anni prima con il marito per sfuggire alle violenze che la sua gente ha dovuto subire;
Il piatto che Lorca deve imparare a cucinare è il masgouf, piatto a base di pesce tipico della cucina irachena.
Lorca e Victoria non potranno più fare a meno l’una dell’altra.
Le storie delle due protagoniste si fondono, e si crea un legame indissolubile tra di loro. E il tutto avviene all’interno di una grande cucina dove i sapori si sposano con i sentimenti, gli odori si scontrano con le lacrime, le delusioni si confondono con le gioie, gli ingredienti vengono miscelati alla perfezione e creano un rapporto unico, che va oltre ogni età, ogni classe sociale, ogni paese di origine.
Il lettore non può fare a meno di amare le due protagoniste: Lorca per la sua spontaneità e personalità e Victoria per la sua ironia e fragilità.

Jessica Soffer è figlia di uno scultore e pittore iracheno emigrato in America negli anni 40. Vive a New York e insegna letteratura al Connecticut College. Il sapore inatteso delle cose perdute è il suo primo romanzo e ha avuto un’ottima accoglienza da parte della critica e del pubblico.

:: I signori dei cavalli, Irene Grazzini, (Libromania, 2014) a cura di Micol Borzatta

10 aprile 2014

i_signori_dei_cavalli_irene_grazziniMuwatalli, il grande imperatore e sacerdote del Dio del Tempesta della città di Hattusas, deve trovare una soluzione per il Morbo Nero, una malattia che ha colpito la sua città. Si rinchiude nel tempio del Dio della Tempesta per avere un segno che gli riveli la soluzione e scopre che deve trovare la Figlia della Luna, solo lei potrà far finire la pestilenza che li ha colpiti.
Ishtar è la figlia di Medea, la Strega degli Kaskas, un popolo situato a Nord. Ishtar, come sua madre, ha un dono: è in grado di entrare in trance e di Camminare con gli animali, ovvero entrare nelle loro menti e muoversi con loro.
Durante una scorribanda della banda di Ullik, mercenario fedele al Re Ittita Muwatalli, trovano Ishtar, e vedendo il suo tatuaggio a forma di luna sulla sua fronte la portano via con loro reputandola la Figlia della Luna.
La strada verso Hattusas è lunga e dura, all’inizio gli uomini e Ullik stesso non sopportano la compagnia di Ishtar, ma più passano i giorni più iniziano a rispettarla. Una notte, mentre sono fermi in un villaggio, durante la notte, Ishtar esce dalla stanza dove la tengono prigioniera e gira per il villaggio. Lì incontra un ragazzo dai capelli scuri che la vede, rimangono per un po’ a fissarsi poi lo sguardo di lei lo mette in allarme dandogli la possibilità di salvarsi da un agguato.
A Hattusas il Morbo Nero inizia a passare appena giunge la voce che sta arrivando la Figlia della Luna, così il popolo e il Re stesso sono convinti che sia merito di Ishtar.
Quando arriva a Hattusas Ishtar viene presa subito in antipatia da Arinna, la concubina del Re che sta tramando alle sue spalle per uccidere lui e il fratello, Hattusili, in modo da mettere suo figlio, Urhitesup il bastardo del Re, sul trono.
Il tempo passa, Ishtar inizia a insegnare alle ancelle del castello a tirare con l’arco e a combattere. Il Re non sarebbe d’accordo, ma la testardaggine di Ishtar lo convincono a darle il permesso.
Permesso che risulta molto utile quando, durante la battaglia contro Ramses II, Muwatalli viene tradito e si ritrova ad avere la peggio, ma l’intervento delle donne che lo avevano seguito di nascosto ribaltano la situazione e, sempre grazie a Ishtar e al suo incontro con Nefertari, riescono a creare un’alleanza tra i due regni.
Muwatalli decide di celebrare il matrimonio tra Ishtar e Hattusili, matrimonio che all’inizio non volevano fino a quando vedendosi si riconoscono, sono i due ragazzi che nel villaggio si erano guardati e innamorati a prima vista.
L’abilità nel combattere delle donne è utile anche quando ritornano a Hattusas. Arinni e suo figlio infatti uccidono Muwatalli e attaccano Hattusili, Ishtar e le sue donne però intervangono e riescono a sconfiggere i traditori.
Urhitesup però scappa, cercando rifugio da Ramses II non sapendo dell’allenanza con Hattusili.
Un romanzo dalla trama avvincente che riesce a mischiare storia e fantasia in modo realistico, tant’è che è difficile dividere il vero dal falso.
Le descrizioni sono minime, ma ben strutturate, non appensantiscono la lettura, che purtroppo è lenta di suo. Lo stile di narrazione infatti è lento nonostante ci siano molti colpi di scena.
Molto ben descritti i sentimenti dei vari personaggi, che vengono in questo modo resi tridimensionali.
Ottimo romanzo che però avrebbe bisogno di un po’ più di sprint.
Libromania è un “un progetto di editoria digitale sviluppato da De Agostini libri e Newton Compton per scoprire nuovi talenti e portarli velocemente e gratuitamente alla pubblicazione in ebook con l’ausilio di uno staff editoriale in tutte le fasi: selezione, editing, redazione e produzione.”

Irene Grazzini è nata ad Arezzo nel 1985. Medico di giorno e scrittrice di notte, ama leggere, scrivere, andare a cavallo e tutto quello che la fa sognare.
Ha già pubblicato alcuni romanzi tra cui fantasy, saggi sull’anoressia, fantascienza e racconti.
Collabora con la rivista Fantasy Magazine dove pubblica recensioni di videogiochi.

:: E l’angelo partì da lei, Pino Farinotti (Edizioni San Paolo, 2014)

9 aprile 2014

lei Milano, la città della moda, del lusso, la più internazionale metropoli italiana, all’avanguardia in molti campi, anche in quello medico, città dove è ambientata la storia narrata in questo nuovo romanzo di Pino Farinotti, scrittore e critico cinematografico. Il romanzo si intitola E l’angelo partì da lei e per quanto i temi trattati siano piuttosto impegnativi e se vogliamo anche dolorosi, bisogna riconoscere all’autore una leggerezza e una capacità di raccontare i sentimenti, le reazioni emotive, le difficoltà di una madre ad affrontare la malattia del figlio, decisamente rari e per nulla retorici o scontati. Il dolore protagonista silenzioso di questo romanzo giunge autentico al lettore e si stempera in qualcosa d’altro che ha ben poco a che fare con l’accettazione, o la rassegnazione. Innanzitutto il male, la malattia di un bambino, non è una punizione meritata inflitta ai genitori, questa verità è uno dei fili conduttori della trama (quale dolore per una madre e un padre può essere maggiore della morte di un figlio?) in alcuni passi dove un guru ipotizza questa corrispondenza secondo la legge del karma, abbiamo una reazione molto severa da parte di uno dei personaggi più miti del racconto. Elena, voce narrante del romanzo, è una donna moderna, in carriera se vogliamo, sicura di sé, sposata con un affermato professionista, sempre in giro per il mondo, e madre di Massimo un ragazzino di 8 anni dolce e simpatico, intelligente, vivace, pieno di amici, esperto di internet, un ragazzino come tanti, con tutta la vita ancora davanti, chiusa ancora in una promessa. Poi di colpo il male entra nelle loro vite, la diagnosi suona come una sentenza, tumore al cervello, certo la speranza della guarigione resiste, ma le difficoltà sono tante. La malattia del figlio innesca nella coppia meccanismi distruttivi e la separazione è quasi inevitabile. Vanni, il padre, pur non rifiutando il suo ruolo e mantenendo un legame con Massimo, va via di casa, accetta lavori che lo tengono lontano, allontanandosi sempre più da Elena e lasciandola sempre più sola ad affrontare la prova che si trova ad affrontare. Poi un giorno nella loro vita entra una donna, Maria, una volontaria, che opera all’Istituto dei Tumori di Milano (mai citato per nome). E con lei arriva una sorta di dolcezza e di consapevolezza. Elena e Maria diventano amiche, e mentre questo rapporto si rafforza, un dubbio attraversa la mente di Elena: chi è in realtà Maria? donna così misteriosa, di cui sa così poco. Una volta aveva un marito, una volta aveva un figlio, ora vive da sola in una stanza ammobiliata, ma quando passa le mani sulla testa di Elena, il mal di testa che la opprimeva quasi svanisce per magia. E se fosse davvero… Questo dubbio accompagna la protagonista durante il viaggio a Lourdes, in cerca di un miracolo, in cerca di un perché a tutto il dolore che sta vivendo. E l’angelo partì da lei è un romanzo profondo e nello stesso tempo soffuso di una grande leggerezza e delicatezza, scritto straordinariamente bene, per stile e ritmo narrativo. Il dolore non viene mai spettacolarizzato né forzato, ma con dignità e riserbo evocato in modo realistico e nello stesso tempo sincero. L’autore si immedesima in una madre gravata dalla malattia del figlio, e rivive con lei rabbia, speranza, amore, tristezza, come se vivesse tutto ciò sulla propria pelle, e questa capacità rende il romanzo interessante e umanamente ricco. Si parla anche di fede, della sua mancanza, di innocenza e di giustizia. Quando un tumore colpisce un bambino la ragione umana si blocca, e allora subentra una ragione superiore, capace di spiegare l’inspiegabile. E proprio questo tenta di fare questo romanzo. Riuscendoci a mio avviso.

Pino Farinotti, milanese, giornalista e critico di cinema, è titolare del “Farinotti”, il dizionario dei film giunto alla 12a. Già opinionista di Rai 1, è referente del Presidente e del Direttore generale della Rai per la fiction e il cinema e membro di varie commissioni fra cui la Biennale di Venezia. Scrive su Famiglia Cristiana, Avvenire e Sorrisi e canzoni TV. È direttore responsabile del quotidiano informatico Mymovies. Ha ottenuto riconoscimenti importanti, fra cui il Premio Bancarella Speciale (1991) col romanzo La grande ambizione. La sua sceneggiatura Per giusto omicidio è stata giudicata “Opera di interesse nazionale culturale”, così come il suo romanzo 7 Km da Gerusalemme. Nel luglio del 2003 il presidente Carlo Azeglio Ciampi, su proposta del ministro dei Beni Culturali Giuliano Urbani, lo ha nominato “Benemerito della cultura e dell’arte”, uno dei più alti riconoscimenti del Paese.

:: Boeing 777 cronaca di una strage, Ferdinando Pastori, Paolo Roversi, (Milanonera, 2014) a cura di Micol Borzatta

9 aprile 2014

cronacaThomas Walker è un ingegnere che ha appena inventato una nuova maschera antigas. Proprio durante un viaggio di lavoro per la presentazione del suo prodotto, viene coinvolto in una tragica avventura.
L’aereo su cui viaggia viene dirottato sparendo completamente da ogni radar, in un primo momento rimane l’unico superstite, ma mentre l’aereo finisce il carburante incontra due jet militari. Per Thomas non rimangono molte speranze e decide di registrare sul suo cellulare gli avvenimenti di quel viaggio terribile sperando che prima o poi qualcuno li ritrovi.
Romanzo molto breve scritto con un linguaggio semplice e uno stile particolare, sembra più un diario. Tutto in prima persona coinvolge il lettore fino alla fine dando la sensazione di essere il protagonista, di cui non si sa quasi nulla fino alle ultime pagine dove si scopre anche il nome.
Gli avvenimenti descritti pur essendo di fantasia sono narrati talmente bene che potrebbero essere veri.
Unico difetto riscontrato sono alcuni refusi rimasti durante il lavoro di editing, ma nel complesso un ottimo racconto che si legge in un soffio, ma che ha la capacità di farti estraniare e tenerti con il fiato sospeso.

Ferdinando Pastori è nato a Galliate (NO) nel 1968.
Attualmente vive e lavora a Milano e ha alle spalle la pubblicazione di quattro romanzi e due raccolte.

Paolo Roversi è scrittore e giornalista.
Ha alle spalle la pubblicazione di otto romanzi che sono stati tradotti anche in Francia, Spagna, Germania e negli Stati Uniti.
Nel 2006 ha fondato MilanoNera di cui ne è il direttore.

:: Una luna magica a New York, Suzanne Palmieri, (Garzanti, 2013) a cura di Elena Romanello

8 aprile 2014

streghePeriodicamente l’immaginario fatto di romanzi, film, telefilm e fumetti torna ad occuparsi delle streghe, figure iconiche prima profondamente disprezzate e demonizzate e poi esaltate come simbolo del femminismo e del potere delle donne. In una produzione però abbastanza massificata e uguale a se stessa spicca il romanzo di Suzanne Palmieri, Una luna magica a New York, perché le sue sono streghe decisamente un po’ diverse, non maliarde, non potentissime, non paladine contro il male, ma simili alle donne che si incontrano e che forse Suzanne ha conosciuto nella sua vita.
Le protagoniste magiche di questa storia sono infatti italo americane, come l’autrice, ma sono soprattutto donne, tra ieri e oggi, dotate di immancabili poteri paranormali ma alle prese con tanti problemi reali, nella loro casa misteriosa di New York, a metà strada tra quella della famiglia Addams e quella delle sorelle Halliwell, ma comunque accogliente per chi è in cerca di risposte e di un nido a cui tornare.
Tutto parte quando Eleanor, brillante studentessa a Yale, fugge dall’ex fidanzato violento di cui è incinta ma anche dalla madre Carmen, attrice che l’ha seguita molto poco, e si rifugia a New York, dalla nonna e dalla prozia, dove sa di poter essere felice e protetta, anche se non ricorda niente della sua infanzia. In quella casa singolare e stregata, dove sono successi fatti strani e anche tragici in particolare negli anni della Seconda guerra mondiale, Eleanor scoprirà i misteri della sua famiglia, a cominciare da quelli sconcertanti e toccanti dell’anziana Itsy, e della sua vita, con il perché non ricorda niente, e troverà un nuovo inizio, riscoprendo un vecchio amore in Anthony, un principe azzurro sui generis, ma anche in questa maternità non cercata ma voluta, che difenderà con l’aiuto di queste parenti anziane ritrovate.
Una luna magica a New York è un libro che può piacere a vari tipi d pubblico, innanzitutto a chi ama le storie al femminile, visto che qui il tema dei poteri magici, vissuti dalle protagoniste più come una maledizione che come un privilegio, è presente ma non predominante come in altre storie, e si parla dell’essere donna tra ieri e oggi, di amore, aspirazioni, maternità, sogni, strade da percorrere.
Il libro potrà anche piacere agli amanti di narrativa fantastica, magari quelli che apprezzano le mescolanze tra i generi e più il realismo fantastico (quello presente, a livelli però più alti, in tanti romanzi sudamericani), tenendo conto che qui si parla di poteri magici per parlare di cose reali, a cominciare dalla violenza sulle donne ad opera di ex, tema attualissimo, ma anche di razzismo e rapporti familiari, e non c’è l’ennesimo scontro tra Bene e Male, tra streghe buone e demoni malvagi, come ci hanno abituato negli anni altre storie, dai romanzi di Melissa Marr al serial Charmed.
Spiace forse un po’ che il finale sia leggermente confuso, visto che Suzanne Palmieri non conclude tutte le storie come meriterebbero, in questa realtà intrisa di magia, dove il paranormale si nasconde nella vita di tutti i giorni ma dove non riesce ad avere comunque l’ultima parola, perché quello che conta è la realtà, con tutti i suoi problemi, drammi, ma anche le sue gioie. Traduzione dall’inglese di Serena Lauzi, titolo originale,The Witch of Little Italy.

Suzanne Palmieri, insegnante e scrittrice, vive nel Connecticut con il marito e le tre figlie. Venduto in tutto il mondo, Una luna magica a New York, il suo romanzo d’esordio, ha ricevuto consensi entusiastici dalla stampa, dai librai e dai lettori.

:: La trama del matrimonio, Jeffrey Eugenides (Mondadori, 2011) a cura di Serena Bertogliatti

8 aprile 2014

Eugenides_lightRiassumere La trama del matrimonio di Jeffrey Eugenides sarebbe semplice:
Lei, Lui, l’Altro.
Ma una trama riassunta è uno spazio troppo esiguo per contenere la tridimensionalità di una vita vissuta, per non parlare di tre vite.
Lei è Madeleine Hanna ed è prima di ogni cosa una Lettrice. Madeleine legge, non importa cosa, purché possa leggere, e se all’università studia letteratura è per esclusione: non sa cosa vuole fare nella vita, non sa chi è, sa solo che ama leggere. Ingurgita libri su libri mentre, attorno a lei, nell’università degli anni Ottanta, essere lettori forti non basta più. Nelle aule è entrato lo strutturalismo: divorare acriticamente un romanzo – sia pure un buon romanzo – è ormai più un vizio che una virtù. L’imperativo è: criticare. L’imperativo è: decostruire. L’imperativo è: liberarsi dei vecchi costrutti sociali. Ma Madeleine passa attraverso tutto ciò senza esserne mutata: è, e rimane, una bambina persa in una fiaba, sia pure quella sbagliata.
Lui è Mitchell Grammaticus ed è alla ricerca del proprio Dio. Non sa che foggia abbia, quale religione l’abbia fatto proprio, ma si rende conto che c’è una piccola e immensa parte in lui che non può essere soddisfatta da nessuno dei mille strumenti che il secolarizzato Ventesimo Secolo gli mette a disposizione. E così si domanda: perché negare l’esistenza di Dio a priori? Perché quest’esigenza, propria dei suoi coevi, di togliere ogni funzione alla religione? Perché questa smania, così forte negli anni Ottanta che vive da studente, di negare l’esigenza di una sfera mistica? E, intanto, Mitchell si innamora. Fatalmente. L’amore lo inchioda a Madeleine senza chiedere la sua opinione, e soprattutto senza tenere in considerazione il fatto che nella fiaba di Madeleine non è lui – non può essere lui – il principe azzurro.
L’Altro è Leonard Bankhead ed è un genio ribelle. È intelligente quanto Madeleine non sa essere e affascinante quanto Mitchell non può essere. Ha tutte le carte per essere il principe e il rivale, e lo diviene. Eppure è l’Altro. Eugenides ci fa aspettare fino a romanzo inoltrato per darci il suo punto di vista, e ci fa aspettare ancor di più per farci entrare nel suo dramma. Non è meno protagonista di Madeleine e Mitchell, ma entra nella storia come oggetto di desiderio e invidia. Il romanzo s’intitola La trama del matrimonio, e in questa trama Leonard entra di straforo, come una comparsa che sottragga il costume all’attore principale per poi guadagnarsi a fatica il suo ruolo.
Poi c’è la trama.
Il dizionario Treccani ( http://www.treccani.it/vocabolario/trama/ ) definisce “trama” come “L’intreccio, la linea essenziale di svolgimento dei fatti più importanti che costituiscono l’argomento di un’opera”. Il matrimonio ha una propria trama, un insieme ordinato di passi da compiere per attenersi il più fedelmente possibile al copione. Il matrimonio è una fiaba ancora da realizzare, in cui, in modi diversi, i tre protagonisti credono, ed è proprio tale tendere verso l’ideale a far loro scegliere un percorso anziché un altro, delineando la trama di questo romanzo.
Il copione richiede un uomo, una donna, l’amore, ma anche un certo status – perché il matrimonio è una fiaba sociale, con principi e principesse – e Leonard lo sa. La sua vita ha troppe pecche, pecuniarie e mentali, per rientrare nella società in cui Madeleine è cresciuta. La sua esistenza imperfetta offende il buon gusto borghese. Mitchell, invece, tanto amato dai genitori di Madeleine, manca di quel nonsoche che rende un principe principesco, e non un qualsiasi ragazzo vestito d’azzurro. E Madeleine? Leggete e saprete.
La trama del matrimonio è un romanzo candidamente critico. Non c’è acrimonia, nella prosa fluida ma densa di Eugenides, ma anzi una certa sim-patia per questi protagonisti persi nelle proprie stesse trame. C’è una morale? Forse. Ma non è il narratore a esprimere giudizi, se non – raramente – con una punta di ironia compartecipe.
È un romanzo che spazia, dalle atmosfere di dibattito intellettuale estremo che caratterizzano gli anni Ottanta – in cui la critica nata nel dopoguerra è stata così tanto affilata da ritorcersi contro chi la impugna – all’indigenza, individuale e sociale, di una vita nata nella sfortuna, che sopravvive nonostante le condizioni avverse, passando poi per la Miseria con la M maiuscola, persi in un’India che vacilla tra misticismo e squallore. Eugenides non si fa mancare nulla, ritraendo vite troppo complesse e contraddittorie – squisitamente tridimensionali – per poter rientrare in una trama preconfezionata.

Jeffrey Eugenides
è uno scrittore statunitense di origine greca e irlandese. Laureato in scrittura creativa, ha ottenuto il riconoscimento internazionale con il suo primo romanzo, Le vergini suicide (1993), da cui è stato tratto l’omonimo film da Sofia Coppola. Il suo secondo romanzo, Middlesex, ha vinto il Premio Pulitzer per la narrativa nel 2003.

:: Recensione di Passi sull’acqua di Ilaria Mainardi (Edizioni Smasher, 2013) a cura di Alessandra Bava

8 aprile 2014

copertina_ilariamainardi_isbnCi sono libri di poesie in grado di lasciare un solco profondo con la loro meravigliosa ed originale levità. Passi sull’acqua prima raccolta poetica di Ilaria Mainardi, stupisce per la capacità dell’autrice di segnarci sfiorandoci appena con la sua penna.
Vi è un fil rouge sottilissimo ad accompagnarci in questo percorso: è il respiro del verso, che si espande sulla pagina bianca, con immagini che fanno implodere le nostre certezze ad ogni passo; quello che Mainardi stessa definisce come “l’attrazione ottusa per la gravità.” È facile sentirsi smarriti come Teseo nel labirinto, ma ne abbiamo ben ragione visto che l’autrice non ci rassicura regalandoci, come Arianna, un filo dipanatore. L’intento è volutamente quello di farci perdere ad ogni angolo, ad ogni pagina. Finiamo sempre in luoghi diversi da quelli che avevamo immaginato. Gli ultimi due versi di “Direzioni” ci regalano la chiave di volta: “se c’è ancora un posto per chi/non sa dove andare.” Perché questo è in fondo ciò che la poesia è: il luogo dello smarrimento e del ritrovamento, di noi stessi in primis
Nel percorrere questo dedalo, siamo colti dal prepotente senso di distacco, assenza, vuoto e solitudine che chi scrive cerca di riempire con un controllo sapiente delle immagini. L’amato in queste liriche è perennemente sfuggente, lontano, assente, ma la sua presenza è evocata con forza, come nelle briciole di “Incontro” che si fanno “pane di versi/fuggitivi”. “D’istinto apro la bocca”: è proprio nel verso che Mainardi cerca la sazietà, trovandola, ed è nutrendosi del “poco” che appaga la sua famelica brama di totalità.
Partendo dalle poesie della raccolta, muovendoci tra haiku e poesie giovanili di sorprendente maturità, Mainardi ci conduce per terra e per mare, ma ci insegna soprattutto che, per fuggire dal labirinto, occorre librarsi con le ali di Icaro, diventare leggeri, inseguire la levità proposta da Paul Valéry nella citazione che introduce le sue poesie: “être léger comme l’oiseau et non comme la plume.” Essere leggeri come l’uccello e non come la penna. Quando anche la protagonista delle poesie rimanga a volte ancorata al suolo, incapace di volare, è la scrittura stessa di Mainardi a riuscire nell’intento scarnificandosi, con un’aderenza tra parola e contenuto che la porta a elevarsi, e noi con lei, in modo baudelairiano.
Passi sull’acqua è poesia che ci impone il volo. Preparate dunque il vostro cappello da aviatore e allacciate le cinture prima della lettura.

Ilaria Mainardi nasce e cresce a Pisa. Parte della sua tesi di laurea è contenuta nel cofanetto “’Na specie de cadavere lunghissimo”, edito dalla BUR – Biblioteca Universale Rizzoli. Ha pubblicato, per Siska Editore, il saggio digitale “The Day Is Yours. Kenneth Branagh”, tradotto in inglese, da Kay McCarthy, per lo stesso editore. Un saggio sull’attore Michael Fassbender è stato pubblicato da Vincenzo Grasso Editore.

:: A sud del confine, a ovest del sole, Haruki Murakami, (Einaudi, 2013) a cura di Micol Borzatta

7 aprile 2014

soleHajime. Un normalissimo ragazzo, un po’ gracilino, figlio unico in un’epoca in cui i figli unici erano rari, si sentiva sempre fuori luogo. Quando inizia la scuola fa amicizia con una sua compagnia, Shimamoto, anche lei figlia unica, cosa che li ha uniti molto insieme al fatto che anche lei era quasi sempre lasciata da sola perché aveva problemi a una gamba che la portava a zoppicare.
Tra i due ragazzi si instaura un’amicizia molto profonda che piano piano inizia a trasformarsi in qualcosa di più forte che però finisce ancora prima di iniziare quando Hajime si trasferisce.
Inizia una nuova scuola, fa nuove amicizie, tra le quali una ragazza molto carina, Izumi, la sua prima ragazza ufficiale. È a Izumi che Hajime dà il suo primo bacio. La storia diventa sempre più seria, ma un giorno Hajime incontra la cugina di Izumi. L’attrazione fisica tra i due è potente e incominciano a incontrarsi di nascosto per fare l’amore. La loro relazione però non si trasforma, rimane solo a livello fisico. Hajime continua a rimanere fidanzato con Izumi, con la quale non vanno oltre a semplici baci, mentre di nascosto continua a incontrare la cugina di Izumi.
Izumi lo viene a scoprire e la loro storia finisce nel peggiore dei modi.
Passano gli anni, Hajime, che nel frattempo facendo nuoto si è trasformato e non è più il ragazzino gracilino e sempre malato, passa da una relazione a un’altra, fino a quando incontra Yukiko, con la quale si sposa e ha due figlie.
Grazie al matrimonio con Yukiko riesce, con l’aiuto del suocero, ad aprire un locale tutto suo, locale che ingrana talmente bene che gli permette di saldare il prestito al suocero e aprire un secondo locale.
I giornali iniziano a parlare di lui recensendo i suoi locali come i migliori esistenti.
Una sera, proprio grazie a un articolo sui giornali, incontra nel suo locale un suo ex compagno di classe. Iniziano a parlare dei vecchi tempi e tra i vari discorsi parlano anche di Izumi. Il suo ex compagno racconta a Hajime che quando l’ha incontrata era rimasto scioccato, non sembrava più la ragazzina spensierata dei tempi della scuola, aveva uno sguardo vuoto, senza emozioni, di cui i bambini avevano perfino paura.
Hajime rimane sorpreso di quella descrizione, ma dopo un po’ se ne dimentica.
Hajime continua con la sua vita, quando una sera vede una donna al bancone del suo locale. Le sembra familiare, ma non è sicuro, fino a quando lei non si avvicina a lui. È Shimamoto.
Tra i due si rinstaura subito una confidenza profonda, nata dal sentimento e dal rapporto lasciato a metà quando erano piccoli.
Iniziano a frequentarsi sempre più spesso anche se sporadicamente, perché Shimamoto ogni tanto spariva anche per lunghi periodi. Non parla mai del suo passato e Hajime non sa nulla di lei, ma si rinnamora subito.
Yukiko si accorge che qualcosa con il marito non funziona più e lo affronta, Hajime confessa di amare un’altra donna e proprio appena trova il coraggio di confessarlo alla moglie Shimamoto sparisce definitivamente.
Hajime e Yukiko vivono per lungo tempo separati in casa. Lui dorme sul divano ma davanti alle figlie si comportano normalemente.
Una notte Yukiko si alza e trova Hajime in cucina, si mettono a parlare, il sentimento tra di loro è ancora forte e decidono di rincominciare tutto dall’inizio.
Un romanzo spettacolare come tutti i romanzi di Murakami.
Lo stile usato dallo scrittore è semplice e lineare, non ci sono salti temporali o flash back.
I suoi personaggi sono descritti in modo minuzioso. Vengono descritti a livello fisico molto approfonditamente e il lettore riesce a trarre informazioni molto precise anche dalle loro azioni, dai loro sentimenti e dai loro pensieri, che vengono descritti nei minimi particolari senza appesantire la lettura.
Gli argomenti trattati da Murakami sono sempre molto attuali e vengono approfonditi sotto ogni angolatura.
In A sud del confine a ovest del sole vengono trattati le problematiche relazionali che vive un ragazzo dalla sua giovinezza fino all’età adulta. Le prime simpatie, le prime relazioni, i primi approcci amorosi, i primi dubbi. Ogni esperienza viene descritta singolarmente, ma vissuta sia dalla parte del protagonista che dalla controparte. Il protagonista racconta la sua vita, specialmente dal lato sentimentale, approfondendo le paure, i timori e i dubbi di un ragazzino, prima, e di un adulto, poi.
Un romanzo che si legge tutto di un fiato e che ha la capacità di trasportare il lettore nella vita di Hajime, facendogli vivere ogni suo sentimento. Traduzione di Mimma De Petra e Antonietta Pastore.

Haruki Murakami nasce a Kyoto nel 1949. Nipote di un monaco buddista e di un commerciante di Osaka. I genitori, entrambi insegnanti di letteratura, si conoscono lavorando nello stesso liceo.
Quando da piccolo si trasferisce con la famiglia a Kobe, inizia a entrare in contatto con libri stranieri, soprattutto inglesi, che lo spingono successivamente, durante il liceo, a scrivere sul giornale della scuola.
Finite le scuole superiori decide di intraprendere la facoltà di letteratura dell’università Waseda di Tokyo, dove nel 1975 si laurea facendo una tesi sull’idea del viaggio nel cinema americano.
Durante il periodo universitario Haruki partecipa molto attivamente alle lotte tudentesche.
Si sposa molto giovane e proprio per il matrimonio decide di prendere un anno di sospensione dagli studi. In quel periodo inizia a lavorare in una stazione televisiva, ma non piacendogli decide con la moglie di aprire un locale jazz.
Nel 1974 scoppia la sua vocazione letteraria. Proprio in quell’anno inizia a scrivere Ascolta la canzone nel vento che pubblica nel 1979 e con il quale vince il premio Gunzo.
Nel 1980 pubblica Il flipper del 1973, nel 1982 Sotto il segno della pecora, che gli fa vincere il premio Noma. I tre libri si possono trovare anche come trilogia dal titolo La triologia del ratto.
Nel 1985 vince il premio letterario Tanizaki con il romanzo La fine del mondo e il paese delle meraviglie.
Nel 1987 pubblica Tokyo blues, Norwegian wood, che diviene subito un caso letterario, e l’anno dopo Dance dance dance.
Nel 1992 in America, dove nel frattempo si è trasferito, esce A sud del confine, a ovest del sole.
Nel 1995 pubblica i tre romanzi di L’uccello che girava le viti del mondo che nel 1996 gli fanno ottenere il premio Yomiuri.
Nel 1997 pubblica Underground, una raccolta di interviste dei sopravvissuti all’attentato alla metropolitana di Tokyo.
Nel 1999 pubblica La ragazza dello sputnik.
Nel 2006 riceve il Frank O’Connor International Short Story Award per la raccolta di racconti brevi I salici ciechi e la donna addormentata, e vince il premio World Fantasy Award con il romanzo Kafka sulla spiaggia. Sempre nello stesso anno gli viene conferito il Premio Kafka.

:: Contro ogni evidenza, Gianni Simoni, (Tea, 2014) a cura di Viviana Filippini

6 aprile 2014

contro ogni evidenzaTorna la quarta indagine dell’ispettore Andrea Lucchesi scritta dal bresciano Gianni Simoni. Luogo di ambientazione dello spinoso caso di omicidio, che metterà a dura prova il protagonista e chi lavora con lui, è come vuole la tradizione di questo filone: Milano. Scena un ufficio postale dove avviene una rapina e una delle impiegate è brutalmente assassinata – quanto sembra – senza una ragione precisa. Lucchesi viene mandato ad indagare e dai primi interrogatori svolti all’ufficio e poi a casa della vittima, il protagonista intuisce che c’è qualcosa che non torna in tutta questa tragedia. Se i malviventi erano intenzionati a prendere solo il malloppo e a scappare, perché hanno ammazzato la ragazza che stava dietro lo sportello postale? Sulla base di questo sospetto o forse intuizione, Andrea Lucchesi comincia a muoversi nel dedalo della capitale lombarda alla ricerca degli indizi utili alla risoluzione del caso di quello che per lui è un omicidio premeditato. Nonostante il suo tenace impegno nel tentare di portare a galla la verità, il commissario non riuscirà ad evitare di finire per l’ennesima volta nelle mani della Disciplinare, che prenderà seri e drastici provvedenti verso di lui. Quello che colpisce di questo ispettore dalla pelle scura (per chi non lo sapesse la madre di Lucchesi è madre è eritrea, basta leggere i romanzi precedenti editi da Tea, iniziate con Piazza San Sepolcro) è il continuo muoversi in bilico tra sobrietà e perdizione dovuta all’abuso di alcol e ad una vita privata parecchio contorta. Andrea cerca di stare lontano da quello che dagli spettri della sua vita passata che continuaono a dargli il tormento e che rendono precaria la sua salute, già provata da un infarto e da un intervento al cuore. Il problema è che Lucchesi non riesce a rimanere”pulito” e appena la sua stabilità emotiva abbassa la soglia di attenzione, Andrea è travolto dal suo ossessivo attaccamento alla bottiglia. Interessante in Contro ogni evidenza è che Simoni non si limita a raccontarci un’indagine. L’autore ci porta dentro alla sfera personale di Lucchesi mettendo in evidenza sì tutta la sua sete di giustizia per i più deboli e le vittime, ma allo stesso tempo ci mostra un uomo profondamente umano e fragile, che partecipa e soffre con tutto se stesso alle tragiche morti per le quali deve smascherare il colpevole. A rendere più ardito il tentativo di sbrogliar la matassa ci pensano i colleghi di Lucchesi, i quali fanno tutto il possibile e immaginabile per chiudere alla svelta il caso, mettendo in discussione il modo di fare dell’ispettore, che riesce a trovare sostegno nell’ispettrice Lucia Anticoli: collega di lavoro, donna da amare e sua unica ancora di salvezza.

Gianni Simoni, ex magistrato, ha condotto quale giudice istruttore indagini in materia di criminalità organizzata, di eversione nera e di terrorismo. Presso la Procura generale milanese ha sostenuto l’accusa nel processo d’appello per l’omicidio Ambrosoli e ha condotto l’inchiesta giudiziaria sulla morte di Michele Sindona nel carcere di Voghera.Presso Garzanti ha pubblicato Il caffè di Sindona, in collaborazione con Giuliano Turone.TEA pubblica le sue due serie gialle (entrambe aperte): la prima è ambientata a Brescia e ha per protagonisti l’ex giudice Petri e il commissario Miceli. Finora sono usciti sette titoli Un mattino d’ottobre, Commissario domani ucciderò LabrunaLo specchio del barbiereLa morte al cancelloPesca con la mosca, Il ferro da stiro, Chiuso per lutto. La seconda è ambientata a Milano e ha per protagonista l’ispettore Andrea Lucchesi. Contro ogni evidenza è il quarto episodio di questa serie, dopo Piazza San SepolcroIl filosofo di via del BolloSezione omicidi.

:: La regina scalza, Ildefonso Falcones, (Longanesi, 2013), a cura di Elena Romanello

5 aprile 2014

scalzagrandeIldefonso Falcones è tornato in libreria con un nuovo romanzo storico: dopo la costruzione della cattedrale del Mar a Barcellona ne La cattedrale del mare e la cacciata dei Moriscos alla fine del Quattrocento in La mano di Fatima, stavolta con La regina scalza l’autore ci porta nella Spagna del Settecento, durante il cosiddetto secolo dei lumi, quando i gitani furono vittima di una vergognosa persecuzione etnica, una delle tante in un Paese che ebbe comunque non poche difficoltà a liberarsi da intolleranze e pregiudizi, diviso più ancora che altrove tra aneliti di progresso e istituzioni che lo ancoravano al passato. La Spagna del resto fu l’ultimo Paese a mettere al bando il tribunale dell’Inquisizione.
La regina scalza racconta la storia di due donne, due emarginate dal mondo di quel tempo, in quanto donne e in quanto appartenenti a due minoranze, che diventano amiche tra di loro: la prima è Caridad, schiava nera deportata dall’Africa a Cuba, liberata dal padrone moribondo sulla nave che porta entrambi verso la Spagna, la seconda è Milagros, ragazza e poi donna gitana, un animo ribelle che trova nel flamenco la sua ragione di esistere.
Il romanzo segue le loro disavventure, tra oppressione, persecuzioni, violenze soprattutto da parte maschile, limitazioni dell’epoca, fino ad un finale comunque non tragico ma realistico in un’epoca che avrebbe continuato, ancora per tanto tempo, a discriminare i diversi, soprattutto se donne.
Come negli altri romanzi, anche in questo Ildefonso Falcones svela cose poco note su un’epoca complessa, in cui voglia di cambiare e oscurantismo andavano a braccetto, in Spagna più ancora che in altri posti, come la presenza degli schiavi neri liberati in particolare nella penisola iberica, non rari in un mondo che legittimava la schiavitù nelle Americhe, e vittime comunque di discriminazioni, la condizione dei gitani, visti come sovversivi e alla base di un’icona della cultura iberica nel mondo come il flamenco, ma anche, per quello che riguarda le donne, i terribili carceri femminili intitolati alla Maddalena, omologhi delle case di correzione irlandesi, dove si poteva venire rinchiuse semplicemente se un marito si era stufato o se si era denunciata una violenza, e dalle quali era virtualmente impossibile uscire, senza che nessuno da fuori garantisse per la detenuta.
Nonostante l’epoca interessante e le tematiche ancora in parte attuali, visto che di violenze contro le donne e pregiudizi si parla ancora oggi, La regina scalza è meno coinvolgente dei due romanzi precedenti, prolisso, poco coinvolgente malgrado le cose di cui parla, poco scorrevole, e dato che l’ha scritto Falcones sarebbe lecito aspettarsi di più, soprattutto ricordando i personaggi semplici ed eroici dei suoi libri precedenti, capaci di catturare e far avanti con la lettura per ore e ore, lasciando un gran rimpianto quando si finisce.
Spiace un po’ che questo non ci sia o ci sia molto meno ne La regina scalza, romanzo storico onesto che racconta i lati oscuri del Secolo dei lumi. Però Caridad e Milagros entrano comunque nel cuore di chi legge, donne in cerca di una loro dimensione e della loro libertà in un mondo che avrebbe ancora negato all’altra metà del cielo piena autonomia per i propri sogni e la propria vita ancora per molto tempo. Traduzione di Roberta Bovaia e Silvia Sichel, titolo originale del volume: La Reina descalza.

Ildefonso Falcones de Sierra (1959) vive a Barcellona con la moglie e i quattro figli. Il suo romanzo d’esordio, La cattedrale del mare, non è stato solo un successo sensazionale in tutto il mondo, ma nel 2007 è stato anche, secondo tutte le classifiche, il romanzo d’esordio di maggiore successo in Italia, dove si è aggiudicato il Premio Boccaccio Sezione Internazionale. La mano di Fatima ha vinto nel 2010 il Premio Roma.

:: Nulla, solo la notte, John Williams, (Fazi, 2014) a cura di Viviana Filippini

29 marzo 2014

notteTraduzione di Stefano Tummolini.

Tutti conoscono Williams per il romanzo Stoner, ma in realtà prima del capolavoro sulla straordinarietà della vita quotidiana, l’autore americano scrisse Nothing but the night, da noi Nulla, solo la notte edito da Fazi. La storia venne scritta da un Williams ventenne, per la precisione quando era militare durante la seconda Guerra mondiale in India e Birmania tra il 1942 e il 1945. La pubblicazione avvenne però solo nel 1948, quando Williams era ancora alla prese con gli studi universitari. Non so se sia per la traduzione ben fatta o per il linguaggio fluido come la trama, ma dalla narrazione del primo romanzo di Williams emerge la caratteristica indagine psicologica, tipica dello scrittore americano che amava scavare a fondo negli animi dei suoi personaggi. La solitudine del protagonista, Arthur Maxley, è la sua unica e certa convivente, ed è la stessa tormentosa certezza che i lettori troveranno in Stoner e nel cowboy viandante di Butcher’s crossing (sempre diti da Fazi). Tutta la storia di Nulla, solo la notte si sviluppa nell’arco di una giornata durante la quale scopriamo che Arthur Maxley è orfano di madre, ha un padre sempre lontano per questioni di lavoro e con il quale non ha mai avuto un particolare feeling. Il ragazzo non solo ha una famiglia scricchiolante, ma non ha amici e non c’è nessuno che lo ami, forse perché è lui stesso ad essere incapace ad amare. La vicenda è incentrata sull’esistenza di questo giovane borghese della California alle prese con la monotonia della sua vita quotidiana, scossa da alcune situazioni che mettono a dura prova la stabilità psicologica e anche fisica del giovanotto. Arthur non ha ben chiare le idee sul suo futuro e non sa decidersi se continuare gli studi o cercarsi un lavoro. A smuoverlo da questo torpore arriva un suo amico che lo vuole coinvolgere in un progetto editoriale per stampare poesie. Arthur non si lascia trascinare in questa avventura tipografica, perché non hai soldi richiesti dall’amico e non è sicuro che l’iniziativa avrà esiti positivi. Dopo questa breve parentesi per Arthur arriva il momento della cena con il padre. Un incontro fatto di poche parole e dal riaffacciarsi nel presente di incomprensioni latenti tra i due. Conflitti che permangono da troppo tempo tra loro e che hanno al centro la drammatica scomparsa della madre del ragazzo. In questa notte cupa tra presente e fantasmi del passato per il protagonista arriva una sorta di luce e speranza per il domani incarnata dalla figura di Claire. La ragazza sembra l’ancora di salvezza per Arthur che in lei vede qualcuno da amare, ma le cause che scatenano l’agire incomprensibile e insensato del giovane, quando si trova nell’appartamento di lei, ci fanno capire quanto traumatizzato e sofferente sia il protagonista di Nulla, solo la notte. Arthur è un giovane che vive nel presente, però il suo animo è così tormentato dai ricordi traumatici vissuti durante l’infanzia – e qui li rivivrà in un vero e proprio flashback- che essi gli faranno visita in modo continuo nella sua vita quotidiana rendendo difficoltoso il suo relazionarsi agli altri. Accostando Arthur Maxley a Stoner non è difficile trovare tra i due personaggi nati dalla penna di Williams una profonda somiglianza non solo per la solitudine che impera in modo costante nelle loro vita, ma credo che queste creature siano gli alter ego letterari creati da John Williams per affrontare la propria fragilità d’animo e quella degli altri esponenti del genere umano.

John Edward Williams nato nel 1922 in una famiglia di modeste condizioni economiche del Texas, si iscrisse all’Università di Denver solo dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, durante la quale fu di stanza in India e in Birmania dal 1942 al 1945. Uomo riservato e legato alla scrittura da una passione inarrestabile, fumatore accanito e forte bevitore, marito per quattro volte, Williams rimase per tutta la vita a Denver, dove insegnò letteratura inglese presso l’Università e dove morì nel 1994. Prima della sua riscoperta internazionale, Williams è stato oggetto di grande ammirazione da parte di una piccola nicchia di suoi accoliti, ex colleghi dell’Università ed ex studenti del corso di scrittura creativa in cui insegnò e a cui conferì un prestigio nazionale mai avuto prima. Poeta e narratore, pubblicò nel 1960 il romanzo Butcher’s Crossing (Fazi Editore, 2013) e nel 1965 Stoner (Fazi Editore, 2012), il suo capolavoro. Nel 1973 gli fu assegnato il National Book Award per il suo quarto e ultimo romanzo, Augustus.