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:: Segnalazione: Operazione salvataggio Gli eroi sconosciuti che hanno salvato l’arte dalle guerre, Salvatore Giannella (Chiarelettere, 2014)

14 Maggio 2014

image003“L’Italia possiede una mole sterminata di opere d’arte: quasi cento milioni di pezzi unici (solo la metà è a tutt’oggi fruibile), più di qualunque altra nazione al mondo.”

“Fare la guerra in Italia è come combattere in un maledetto museo d’arte.”
Generale Mark Wayne Clark, comandante delle forze alleate nel nostro paese.
Il 15 febbraio 1944 diede l’ordine di bombardare Montecassino.

“Se dobbiamo scegliere tra distruggere un famoso edificio e sacrificare i nostri soldati, la vita dei nostri uomini conta infinitamente di più dell’edificio.
Ma la scelta non è sempre così netta. In molti casi i monumenti possono essere salvati senza alcun detrimento per le operazioni.”
Generale Dwight Eisenhower.

“Il singolo, pur non avendo compiti o cariche ufficiali, può contribuire in misura notevole alla pace…
Nessun ordinamento umano, neppure quello democratico, può fondarsi esclusivamente sull’operato dei governanti e delle autorità costituite.”
Max Waibel, ufficiale dei servizi segreti svizzeri, protagonista con l’italiano Luigi Parrilli dell’Operazione Sunrise grazie alla quale fu evitata la distruzione finale del Nord Italia voluta da Hitler.

“Fate conoscere al mondo la nostra arte, conservatela in sicurezza. Gli afghani non sono solo i guerrieri che vi fa vedere la televisione.”
Comandante della resistenza afghana Ahmad Shah Massud, il Leone del Panshir, che combatté contro i russi e i talebani e contribuì a salvare il patrimonio artistico afghano.

“Disegnavo tutto ciò che vedevo o sentivo, ogni volta che c’era un’impiccagione, qualsiasi cosa accadesse nel ghetto.”
Yacob Vassover, nato nel 1926 a Łódź, sopravvissuto ai campi di concentramento. Le sue opere recuperate saranno esposte al Museo della Shoah a Roma.

“Quando dipingo o scolpisco faccio semplicemente quello che i miei sentimenti mi dicono di fare. È un modo per continuare a ricordare non le persone, ma l’anima delle persone che non ci sono più.”
Tamara Deuel, pianista e pittrice, nata a Kovno, in Lituania, sopravvissuta ai campi di concentramento. Anche le sue opere recuperate saranno esposte a Roma.

Un’altra guerra, quella di eroi sconosciuti che rischiando la vita hanno salvato migliaia di opere d’arte. Le loro storie incredibili, che riguardano la Seconda guerra mondiale, la guerra civile spagnola ma anche conflitti più recenti, dall’ex Iugoslavia all’Afghanistan, sono ricostruite da Giannella in un affresco emozionante e inatteso, che va ben oltre il racconto del lodevole film di George Clooney, Monuments Men.

Ci vorrebbe un altro film per raccontare le gesta dei tanti eroi sconosciuti — italiani, svizzeri, inglesi, spagnoli, tedeschi — che con pochi mezzi e spesso in condizioni disperate sono riusciti a salvare un patrimonio che altrimenti non avremmo mai più rivisto (ancora oggi 1653 pezzi sottratti all’Italia dai nazisti si trovano all’estero). Tante storie che arrivano fino ai giorni nostri, nuove testimonianze che, anche attraverso le opere degli artisti dell’Olocausto, che qui proponiamo per la prima volta in un inserto a colori, raccontano una realtà da non dimenticare.

Salvatore Giannella è stato direttore de L’EUROPEO, di GENIUS e di AIRONE. Cura le pagine di cultura e scienze del settimanale OGGI e una rubrica su SETTE e CORRIERE.IT. Nel 2008 ha pubblicato con Chiarelettere VOGLIA DI CAMBIARE, sulle eccellenze in Europa, di cui si occupa anche il suo blog “Giannella Channel”.

:: Ovunque proteggici, Elisa Ruotolo, (nottetempo, 2014) a cura di Viviana Filippini

12 Maggio 2014

ovunque-proteggici-d231Ovunque proteggici di Elisa Ruotolo è tra la dozzina dei libri candidati al Premio Strega 2014. Il suo linguaggio è forte, verace e profondamente umano, tanto che nel leggerlo ho avuto la sensazione di iniziare un viaggio dentro ai legami di una famiglia lontana e allo stesso tempo vicina alla realtà odierna. La famiglia Girosa sembra provenire da un mondo puro e arcaico che mi ha ricordato i personaggi delle novelle di Verga, i protagonisti di Cristo si è fermato ad Eboli di Carlo Levi, la popolazione di Gente d’Aspromonte di Corrado Alvaro, i più recenti umani primordiali che animano La fonte di Mazzacane di Enzo Antonio Cicchino e di Vita di Melania Mazzucco. Lorenzo Girosa, il narratore, è un uomo adulto che raggiunti i cinquanta anni riceve una lettera dove qualcuno lo avvisa di essere a conoscenza del delitto che lui ha compiuto nel lontano 1962 quando era solo un ragazzino. Lorenzo si sente braccato, perché non riesce ad accettare il fatto che la sua malefatta sia stata scoperta e comincia un viaggio a ritroso nel tempo nel tentativo di ricostruire la sua complicata esistenza e far capire a noi lettori il perché lui abbia deciso di compiere quel delitto. Da subito emerge quanto strampalata e originale sia la famiglia dei Girosa, anzi per il protagonista il nonno Domenico è un vero mito, perché lui lasciò la propria terra natia per cercare fortuna in America, qui chiamata “La Merica”. Di lui il personaggio principale sa qualcosa, ma solo con il passare degli anni scoprirà quello che accadde davvero dall’altra parte dell’oceano e che cambiò per sempre l’esistenza di nonno Domenico della moglie e del figlio Nicola…  Già! Nicola il rude e burbero padre del protagonista non ha talento, non riesce a fare qualcosa senza giri loschi e per mantenere la famiglia si mette a fare il saltimbanco prendendo il nome di Blacmàn la versione italianizzata di Black Man: uomo nero. Il nomignolo ha in sé qualcosa di cupo, oscuro misterioso e si capisce da subito quanto contorta e ambigua sia la personalità di questo omuncolo che dietro la sua identità nasconde un verità molto più agghiacciante. Accanto a lui la Bambina, una giovane donna con un dono e odore particolare che lo accompagneranno per tutta la vita sopportando con tenacia e pazienza. Lorenzo è parte di questo piccolo universo che ha lasciato il segno del suo passaggio nella grande Villa Girosa dove lui stesso vive ancora da adulto e nella quale sta cercando di dar ordine alle varie tessere del suo albero genealogico per trovare un senso a qual suo lontano gesto fatale. Ovunque proteggici, è una saga familiare nella quale l’umanità protagonista è autentica e allo stesso tempo si adatta a sopportare i pregiudizi e le dicerie popolari dilaganti nei piccoli centri di provincia. Più si legge la storia dei Girosa, più si ha la netta sensazione di entrare in un mondo lontano, ma in realtà l’ambientazione nei decenni del XX secolo ci aiutano a capire che questi intrecci familiari appartengono ad un passato recente. Ovunque proteggici è una storia dal forte impatto emotivo, che indaga i legami tra le persone della famiglia dei Girosa, in un’atmosfera che mi ha ricordato un po’ la gente comune, di una bellezza quotidiana e dal parlato semplice tipico del Neorealismo. Memorabili sono le scene nelle quali l’autrice descrive le frequenti incursioni del piccolo Lorenzo al cinematografo per vedere i film dalla sala di proiezione, o lo strano legame d’amicizia – l’unico- che si crea tra lui, il taciturno Tommaso e la sorella gemella Prosperella, venduta dalla madre biologica ad un’altra famiglia per l’impossibilità di sfamare l’ennesimo nato in famiglia. Il cosmo dei Girosa vive nel presente, ma i legami che tengono uniti i componenti della famiglia al loro mondo di origine sono atavici e primordiali. La confessione di Lorenzo metterà noi lettori a conoscenza di verità impensabili e allo stesso tempo ci aiuterà a capire quanto la realtà superficiale delle cose che ci circonda non sempre corrisponde alla loro vera identità. Ovunque proteggici racconta la vita di una famiglia amori, i litigi, le ripicche e le incomprensioni di uomini e donne di parole e carta che gioiscono e soffrono nel pellegrinaggio complesso che è l’esistenza umana.

Elisa Ruotolo è nata nel 1975 a Santa Maria a Vico (Ce) dove vive tuttora. Insegna Italiano in una scuola superiore. Ha esordito per nottetempo nel 2010, con la raccolta Ho rubato la pioggia, vincitrice del Premio Renato Fucini e finalista al Premio Carlo Cocito 2010.

:: Tutti dicono che sono un bastardo. Vita di Charles Bukowski, Roberto Alfatti Appetiti (Bietti, 2014) a cura di Irma Loredana Galgano

12 Maggio 2014

bukmioCon “Tutti dicono che sono un bastardo. Vita di Charles Bukowski” Roberto Alfatti Appetiti regala al lettore un grandangolo sulla vita, le opere, i pensieri del grande maestro, ma anche uno sguardo dettagliato su quelli che sono stati i suoi autori preferiti, da cui ha imparato o confermato la sua scrittura, i suoi amori, le sue certezze come le incertezze, le convinzioni come i dubbi, le caratteristiche ma anche le contraddizioni di colui che indubbiamente è stato emblema di un modo di vivere e di scrivere assolutamente fuori dal comune.
E fuori le righe è anche la biografia scritta da Alfatti Appetiti, complice la sregolatezza del protagonista, ma fondamentalmente la volontà dell’autore di ricostruire passo passo la vita e la carriera artistica di Bukowski lasciando trasparire un’immagine più fedele alla realtà di quella che mediamente lo vuole come un vecchio ubriacone sporcaccione.

«Bukowski non è un autore da scoprire, né, come si usa dire in questi casi, da riscoprire. È scoperto, nudo, eppure mai osceno, non è lo scrittore pornografico come vorrebbe un consolidato luogo comune».

Lo stesso Bukowski prova un certo rammarico nel sentirsi continuamente cucire addosso questa etichetta.

«Ho creato l’immagine dell’eterno ubriacone da qualche parte nei miei lavori e dietro a questo c’è un minimo di verità. Eppure, mi sembra che il mio lavoro abbia espresso anche altro. Mi pare che affiori solo l’eterno ubriacone».

In effetti spesso, soprattutto in passato, si notava la tendenza a evidenziare la “debolezza alcolica” di Bukowski nonché la sua passione per le donne, il suo vivere sregolato e il suo scrivere smodato. In realtà, è ciò ben viene evidenziato nel testo di Alfatti Appetiti, le poesie come i romanzi ma anche la produzione epistolare del vecchio Buk mostrano tutti i segni di un uomo che la vita ha dovuto conquistarsela giorno dopo giorno, trovando in se stesso e forse anche nell’alcol la forza per rialzarsi dopo ogni caduta, dopo ogni sconfitta. Un uomo che ha vissuto per strada, che ha conosciuto gran parte dell’America, quella vera, non cinematografica ma reale. Che ha vissuto e osservato la sofferenza, la fame, la malattia, i soprusi, gli inganni… e poi ha deciso che doveva scriverli, metterli nero su bianco senza filtri né mezze misure.

«La maggior parte della poesia brutta è scritta da professori universitari sovvenzionati dallo stato, dai ricchi, dall’industria. Sono insegnanti attenti a mantenere attivo il gioco di quelli dei piani alti, mentre, quello dei piani bassi, quello degli scaglioni di uomini e nazioni, viene bastonato».

Fondamentalmente Bukowski è un provocatore, gli piace giocare a fare il gatto con il topo, con lo scopo precipuo di stanare la verità.

«Le sue storie non si prestano ad alimentare chissà quale dibattito culturale, ma testimoniano, semmai, la sopravvivenza dei sentimenti, non necessariamente dei buoni sentimenti, in un mondo in rovinosa decadenza, in plastica caduta».

Roberto Alfatti Appetiti si sofferma a lungo anche sull’amicizia profonda che ha legato Bukowski a John Fante. A Fante è toccato più o meno lo stesso destino letterario di Bukowski, e lui stesso lo scopre quasi per caso «Aprii una pagina aspettandomi il solito, e invece le parole sì, le parole mi saltarono addosso, proprio così. […] Ogni parola aveva forza. […] Avevano una forza straordinaria, erano completamente reali. Come mai quest’uomo non era mai stato citato da nessuna parte?».
Succede più o meno la stessa cosa ai lettori quando si imbattono nella loro prima lettura bukowskiana.
Charles Bukowski si è divertito a lasciar credere a tutti di essere filo-nazista quando in realtà voleva solo dimostrare quanto sbagliato fosse seguire il sistema rinunciando completamente a portare avanti le proprie idee, quanto necessario fosse combatterlo questo sistema che voleva a tutti costi identificare nel nazista l’unico nemico, l’unico problema e in se stesso la soluzione. Ipocrisia. Ipocrisie che cozzano tremendamente con l’indole di Buk come con quella altrettanto limpida del suo maestro Fante.

«Ci sono sei milioni di comunisti in Italia – scrive il 21 Agosto 1960 (John Fante. Ndr) alla moglie da Roma – e l’intera industria del cinema, con piccole eccezioni, è dell’intellighenzia Russia del tipo che prevaleva a Hollywood. […] Ora scherniscono l’America, ma se domani l’America prende posizione con fermezza contro i russi su qualcosa, o se gli americani segnano una vittoria nella guerra fredda, gli stessi rossi improvvisamente cambiano posizione e si mettono a parlare della loro devozione eterna agli Stati Uniti. Oscillano avanti e indietro, senza principi, ipocriti, persi».

In un sistema di pendoli oscillanti due punti fermi non potevano che risultare “diversi”. Nel libro “Tutti dicono che sono un bastardo. Vita di Charles Bukowski” Roberto Alfatti Repetti riesce magistralmente a ridare la giusta prospettiva alle poesie, ai romanzi, al pensiero e alle idee di Bukowski come anche dei suoi maestri di stile e di vita.

Roberto alfatti Appetiti: È un giornalista originario di Roma ma abruzzese di adozione. Ha collaborato con numerose testate nazionali, riviste e magazine online e dal 2006 prevalentemente con il Secolo d’Italia. Si occupa di comunicazione istituzionale ma scrive anche di altro: immaginario pop, narrativa, sport, libri di ogni genere e coltiva da sempre la passione per i fumetti.

:: Mi piace essere golosa, Sidonie-Gabrielle Colette (Voland, 2014) a cura di Lucilla Parisi

12 Maggio 2014

coletteTraduzione di Angelo Molica Franco

Questa raccolta di articoli pubblicati su Marie-Claire tra l’ottobre del 1938 e il maggio del 1940 ci raccontano di una Colette appassionata, curiosa e innamorata della vita e dei suoi piaceri. Dalla cucina ai sentimenti, dal cinema ai fiori, la scrittrice francese ci parla di un tempo e di un luogo, Parigi, in cui anche arredare una casa o preparare per cena una zuppa di verdure, o un uovo affogato nel vino, possono essere un vero e proprio divertimento.
Colette ci ha abituato alla sua eccentricità e soprattutto alla libertà delle sue affermazioni, ma in questi articoli troviamo svelati tratti inconsueti della sua incredibile personalità, una sensibilità profonda e una intelligenza emotiva che scaturisce dalla sua preparazione e dalla sua attenzione al mondo e alle persone.
In essi anche il lato divertente e ludico dell’autrice: così la passione per il cibo, per i sapori e gli aromi viene svelata – in uno di questi articoli dedicati alla buona cucina – attraverso ricette curiose e fedeli alla tradizione, perché un buon piatto – scrive Colette – è, “prima di tutto, questione di misura e classicità”. Dal caffellatte al cioccolato arrostito, passando per lo spezzatino di montone e le castagne bollite, la scrittrice elargisce qualcosa di più di qualche consiglio: si tratta di veri e propri segreti del mangiar bene, a Parigi ma non solo, oggi come un tempo.
La città che Colette ama è il pretesto, nonché lo sfondo, per regalarci scorci della sua vita: i suoi numerosi traslochi, il colore delle pareti di casa, l’esperienza di madre, la sua passione per il cinema e per i bravi attori e l’affetto immutato per i suoi numerosissimi gatti. Il tutto descritto con il piglio accattivante e pungente di una donna intelligente e un’artista versatile. Non ci sorprende Colette, ma ci incoraggia a vivere le cose nella loro immediata semplicità, a prenderne il meglio, a coglierne i risvolti più inattesi. Come ci ricorda Guy Martin nella prefazione al libro: “Colette si fa carico della propria sessualità. Le sue prese di posizione sono numerose. I suoi desideri sono costanti. La sua golosità è unica. Una vera epicurea nata sotto il segno della buona tavola.
Da leggere.

Sidonie-Gabrielle Colette (1873-1954) scrittrice, autrice e critica teatrale, giornalista, sceneggiatrice e molto altro ancora, è stata una delle grandi protagoniste della sua epoca. Tra le sue opere ricordiamo la fortunata serie di Claudine, La Vagabonda (1911), Chéri (1920), La gatta (1933), Il puro e l’impuro (1941), Il kepì (1943), Gigi (1944) e Prigioni e paradisi (1949). Insignita delle più importanti onorificenze, Colette è stata la prima donna nella storia della Repubblica Francese a ricevere funerali di Stato.

:: Spiritus Templi, Paolo Negro, (Arkadia editore, 2014)

8 Maggio 2014

spiritusSeguito de L’ultimo dei templari, edito nel 2008 con Liberamente editore – e rieditato l’anno seguente con il titolo La leggenda dei templari – Spiritus Templi, nuovo romanzo storico del giornalista e scrittore torinese Paolo Negro, edito questa volta con Arkadia editore, ci riporta nella Francia del 1313 sulle tracce di Goffredo De Lor sacerdote di Querqueville giunto in tutta fretta a Parigi, la città che aveva lasciato molti anni prima e un cui mai sarebbe voluto tornare, per sfuggire alle minacce di morte del balivo di Caen.
Accompagnato da Edmund di Carcassone, pupillo di Padre Umberto, suo vecchio precettore, morto in circostanze misteriose, Goffredo si interroga sul motivo per cui il giovane sia stato incaricato di scortarlo fino a Parigi, finché Edmund non gli consegna una pergamena e il crocifisso in legno di cedro che apparteneva a Padre Umberto.
La pergamena vergata dall’anziano sacerdote poco prima di morire, contiene queste misteriose parole:

Goffredo, se gli uomini del Visconte arriveranno a te non avrai scampo. Prego il Padre, perché tu comprenda che solo l’acqua nata dall’antica conoscenza potrà oscurare le mie parole cancellando i miei e i tuoi timori. Ricordalo e non dubitare mai, anche quando tutto ti sembrerà perso e non distinguerai più il cielo dalla terra, l’acqua dall’aria…

Risolvere l’enigma contenuto nel messaggio è solo uno dei misteri che il lettore incontrerà durante la lettura, altri enigmi porteranno ad altri enigmi che porteranno dalla cattedrale di Notre-Dame a Chartes.
Sullo sfondo della Parigi del XIV secolo, una città oscura, piena di locande malfamate, e cantieri aperti, Paolo Negro costruisce una storia avventurosa, piena di insidie e di pericoli, rivelazioni e lotte su fronti opposti, alla ricerca di una verità sempre più sfuggente, che una volta svelata potrebbe cambiare il destino della cristianità e il destinatario del trono di Francia.
C’è un “tesoro”, ambito dal balivo di Caen, ci sono alcuni libri contenenti la storia di una Stirpe Eletta, ma soprattutto c’è un segreto custodito a sprezzo della morte.
Certo la storia dei Templari e dei misteri a loro legati non è nuova, molti romanzi hanno affrontato questi temi, pensiamo solo al Codice da Vinci di Dan Brown, che in un certo senso ha dato nuova vita ad un genere letterario tra l’esoterico e l’avventuroso, molti intrecci sono legati al Gran Maestro dei Templari Jacques de Molay (da sei anni prigioniero della Torre del Tempio, come altri cavalieri arrestati lo erano della fortezza di Chinon, al tempo dei fatti narrati in questo volume).
La particolarità del romanzo di Negro sta nella stretta aderenza storica, nella buona capacità dell’autore di creare suspense, (i capitoli più belli sono quelli legati a Goffredo De Lor e Edmund, che si dipanano alternati a quelli con protagonisti da Monfort e Ludovico, anch’essi se vogliamo dalla parte del bene), e nella conoscenza dell’autore di opere teologiche, filosofiche, scientifiche dai cui trae le citazioni che arricchiscono i colloqui tra Goffredo De Lor e il giovane Edmund e coloriscono di autenticità anche le parti più fantasiose.
Secondo capitolo dunque di una storia che si svolge in più libri, Spiritus Templi ci conduce a un finale che può benissimo indicare un nuovo inizio.
Il mistero svelato negli ultimi capitoli, già ipotizzato da altri romanzieri e storici, sicuramente vicino all’eresia, lascia comunque spazio ad altre verità, che l’autore sicuramente svolgerà in altri libri della serie.
Ah, un portolano è un testo, sorta di manuale, che contiene testi, disegni e carte geografiche con istruzioni per la navigazione.
Buona lettura.

Paolo Negro, torinese, 49 anni, ha lavorato come giornalista professionista a “La Stampa”, “La Repubblica”, “Il Giornale”. È stato responsabile per la comunicazione dell’ufficio di presidenza della Regione Piemonte, portavoce del presidente della Regione, responsabile unico presso i mass media del “Medals Plaza Olimpiadi 2006” e della cerimonia di chiusura delle “Paralimpadi” 2006. Già vicepresidente effettivo della Commissione dell’esame di Stato per giornalista professionista, ha collaborato come consulente per numerose aziende. È autore di diversi romanzi: L’ultimo dei templari (Liberamente, 2008), La leggenda dei Templari (Liberamente, 2009), Il segreto dell’arca (Liberamente, 2010). Nel 2011 ha pubblicato in collaborazione con Silvio Sardi Filmgate. Come Berlusconi ha ucciso il cinema italiano (Editori Riuniti).

:: Al via il Salone del Libro 2014, a cura di Elena Romanello

7 Maggio 2014

salone del libroOrmai ci siamo: dall’8 al 12 maggio torna a Lingotto fiere a Torino il Salone del libro, la kermesse annuale ospitata nel capolugo sabaudo e giunta ormai alla ventisettesima edizione, che attira pubblico non solo torinese, con stand di case editrici, incontri, dibattiti, percorsi tematici.
Il tema di quest’anno è il bene, sia come valore assoluto che come bene comune da condividere, cultura in testa.
Lo Stato ospite quest’anno è la Santa Sede, non mancano stand di altri Paesi, e cioè Albania, Arabia Saudita, Brasile, Francia, Israele, Perù, Polonia, Romania. La Regione ospite d’onore è invece il Veneto, nel centenario della Grande Guerra che la vide protagonista.
Tra le novità di quest’anno, il padiglione 1 sarà tutto dedicato all’editoria indipendente, con uno spazio sulle professioni legate al libro curato da Giuseppe Culicchia e l’angolo Incubatore che si sposta dal terzo padiglione. Gli espositori debuttanti quest’anno sono ben 53, e molti degli ex partecipanti all’Incubatore hanno oggi uno stand loro.
Sono confermati gli spazi e gli eventi di Lingua Madre, di Book to the future, del Bookstock Village per i più giovani, di Casa Cook Book, di Nati per leggere, della Libreria dei Fumetti.
Tantissimi gli ospiti, molti dei quali ormai habitué del Salone, con nomi come Philippe Daverio, Serge Latouche, Concita di Gregorio che manderà in onda Pane quotidiano dallo stand Rai, Walter Veltroni, Clara Sanchez, Maria Pia Veladiano, Dacia Maraini, Robert Harris, Ildefonso Falcones, Licia Troisi, Alessandro Barbero, Corrado Augias e tanti altri.
Il Salone del libro non si esaurisce solo al Lingotto, perché anche quest’anno sono confermati gli eventi del Salone Off, che coinvolgono per la prima volta tutte e dieci le circoscrizioni di Torino e alcuni Comuni della provincia, e cioè Chivasso, Moncalieri, Settimo, Pinerolo, Orbassano e Rivoli. Biblioteche, librerie, parchi, centri d’incontro e altri luoghi stanno già ospitando un calendario di eventi ad ingresso gratuito, quelli nelle scuole riservati solo agli studenti e studentesse, così come sono confermati anche quest’anno gli incontri nelle case circondariali piemontesi, da Torino ad Asti.
Per tutte le informazioni dettagliate su incontri e eventi, visitare il sito ufficiale del Salone: http://www.salonelibro.it

:: La Biblioteca di Papa Francesco in edicola con il Corriere della Sera

7 Maggio 2014

papa_15_flatSempre durante l’intervista ho voluto tentare di comprendere meglio quali siano i principali riferimenti artistici e letterari di Papa Francesco. Da quel momento si è andata costruendo una sorta di lista, l’elenco dei libri di quella che da subito ho chiamato nella mia mente «La biblioteca di Papa Francesco». Seguendo nell’intervista i nomi dei suoi scrittori preferiti, e così degli artisti, registi, musicisti e direttori d’orchestra, ho compreso che non si formava un elenco di puro gusto estetico, ma si andava definendo un vero e proprio territorio di esperienza umana. Le sue letture erano legate a visioni della realtà, alla sua stessa comprensione del mondo. Mi sono presto reso conto di essere assorbito dai suoi riferimenti, e di avere il desiderio di entrare nella sua vita passando anche per la porta delle sue scelte artistiche.

 Presentazione di P. Antonio Spadaro SJ

Se è vero il detto che siamo quello che mangiamo, è ancora più vero che siamo quello che leggiamo. Dalle letture di un uomo si imparano cose che spesso rimangono nascoste, si impara a vedere la sua essenza più vera. E questo deve aver pensato P. Antonio Spadaro, gesuita, direttore della rivista La Civiltà Cattolica, quando ha stilato la lista dei libri preferiti di Jorge Mario Bergoglio, 20 testi che ora compongono la collana del Corriere della Sera “La Biblioteca di Papa Francesco” in edicola dall’ 8 maggio. Scommetto che un po’ curiosi siete di conoscerla, come in realtà lo sono stata anche io, e devo dire che la maggior parte di questi testi non li avevo mai sentiti nominare, e infatti molti sono stati tradotti per l’occasione per la prima volta in Italia, ma ci sono anche dei classici come i Promessi sposi o Memorie del sottosuolo, o addirittura l’Eneide di Virgilio. Naturalmente non possono mancare testi di spiritualità, ben due di Ignazio di Layola, fondatore dell’ordine a cui il Papa appartiene, e Sul sacerdozio di S. Agostino. Invece sorprende senz’altro L’altro, lo stesso di Jorge Luis Borges, e soprattutto le Odi di Friedrich Holderlin, come se i papi non leggessero poesia. Gli altri autori invece sono per me del tutto sconosciuti, un’occasione per scoprirli dunque e non è detto che non riservino delle sorprese, per giunta piacevoli. Ogni testo è preceduto da una prefazione illustre, scritta da persone che non solo conoscono l’opera ma il Papa stesso, per cui ogni testo è un piccolo ritratto che riflette legami di amicizia e di comunione. L’opera si compone di 20 uscite con libri cartonati (formato 12,5 x 19), sovraccoperta e segnalibro. Il primo volume, che sarà in edicola a partire dall’8 Maggio 2014 al prezzo di € 10,90 (anche in E-Book a partire da 4,99 € nei migliori store digitali e nell’App per l’IPad “Biblioteca del Corriere”), è “Tardi ti ho amato” della scrittrice irlandese Ethel Mannin con prefazione di Jorge Milia. La seconda uscita (15 Maggio) “Il padrone del mondo” di Robert Hugh Benson con prefazione di José Hernán Cibils, il 22 Maggio invece sarà in edicola “Memorie del sottosuolo” di Fëdor Dostoevskij con prefazione a cura di Jorge Milia. Minisito dedicato all’iniziativa con l’intero piano dell’opera: http://goo.gl/Yu3fzz

:: Il Gran Diavolo, Sacha Naspini, (Rizzoli, 2014)

6 Maggio 2014

il-gran-diavoloGiovanni de’ Medici, figlio di Caterina Sforza, passato alla storia come Giovanni dalle Bande Nere, ultimo Capitano di ventura del Rinascimento, è il protagonista dell’ultimo romanzo di Sacha Naspini, Il Gran Diavolo, edito da Rizzoli nella collana I signori della guerra.
Morto giovanissimo di setticemia, dopo una vita trascorsa sui campi di battaglia a combattere per diversi fronti e soprattutto per i due papi medicei (Leone X e Clemente VII) che si succedettero alla testa dello Stato Pontificio, Giovanni sembra uno di quei personaggi usciti da un dipinto del Caravaggio, nati dai violenti contrasti di luci e ombre, che sbalzano le figure quasi fuori dalla tela, stesso stile che se vogliamo Naspini adotta per la sua scrittura. Ne esce quindi un affresco a tinte cupe, di un’ epoca violenta e brutale, altra faccia dell’immagine di saggia avvedutezza e splendore che il Rinascimento porta con sé. Un’ epoca di guerre feroci, di sangue sparso, di malattie, di pratiche occulte, e proprio quest’ultimo passaggio, grazie al personaggio di Niccolò Durante detto il Serparo, emerge da questo romanzo acre e a suo modo duro, decisamente poco incline a cedere alle facili derive commerciali che sembrano condizionare molti romanzi storici di questi ultimi anni.
Naspini conserva un suo stile personale e schietto, da buon toscano, capace di unire genuina vitalità e ricchezza narrativa e si avvicina per la prima volta al romanzo storico descrivendo la storia di un’ amicizia virile, tra un nobile e un popolano se vogliamo, depositario di un’ antica saggezza tramandata di padre in figlio, figlio che per un gioco del destino non potrà avere. Sia Giovanni che Niccolò, sono in un certo senso personaggi moderni e straordinari, umanamente sfaccettati che Naspini tratteggia con piglio sicuro, portandoci in un mondo così lontano e carico di aspettative. Giovanni spera in un possedimento, e questa speranza anima il suo coraggio in battaglia, la sua ferocia, sarà detto proprio il Gran Diavolo dai lanzichenecchi guidati da von Frundsberg, soldati germanici al soldo di Carlo V, sui acerrimi nemici, fino alla morte, conseguenza inevitabile della sua breve vita al servizio della guerra. Niccolò spera di tramandare il suo sapere antico, lo farà con chi non è sangue del suo sangue, ma è come se lo fosse.
Dedicato a Luigi Bernardi, che ha reso possibile materialmente questo libro portandolo in Rizzoli, Il Gran Diavolo è un libro a strati, lo si può leggere per passare il tempo in modo intelligente, lo si può leggere per saperne di più di un’epoca ancora oscura, e piena di insidie e di ombre, lo si può leggere per imparare a conoscere meglio il mondo narrativo di Sacha Naspini, perché non ostante sia ambientato nell’Italia del 500, molte tematiche di questo romanzo sono decisamente tipiche dell’autore: l’amicizia, la solidarietà, il coraggio, l’ingiustizia della vita, il tradimento, la lealtà, la speranza, il dolore, la morte.
Dunque una lettura corposa, affatto banale o superficiale, attenta sì alla ricostruzione storica e alla verosimiglianza dei dialoghi, adatti a soldati mercenari del ‘500, ma nello stesso tempo capace di affrontare anche temi profondi, nella più pura tradizione del romanzo letterario. Forse l’inizio è un po’ lento e le prime scene saltano un po’ come quadri slegati, costringendo il lettore a ricostruire la trama, ma già dopo i primi capitoli la lettura si fa agevole, e si entra nello spirito del libro, e l’iniziale avversione per Giovanni, ragazzo rissoso e sregolato, si stempera in una sorta di inquieta simpatia se non ammirazione, merito soprattutto dell’autore e della sua capacità di dare profondità ai personaggi.

Sacha Naspini (Grosseto, 1976) è autore di numerosi romanzi, tra i quali I Cariolanti (2009) e Le nostre assenze (2012), e scrive per il cinema e la tv.

:: I fratelli Neshov, Anne B. Ragde, (Neri Pozza, 2014) a cura di Viviana Filippini

5 Maggio 2014

fratelliTraduzione Eva Kampmann

L’anziana Anna Neshov ha lasciato il pianeta terra diretta sulla via di un viaggio eterno e la giovane Torunn, la figlia di Tor ripudiata dall’anziana, torna nella fattoria di famiglia per dare alla nonna l’ultimo saluto. Siamo in Norvegia e qui Torun ritroverà il padre Tor, sempre più silenzioso e interessato alla vita con i suoi maiali. Accanto a lui, lo zio semisconosciuto Margido, esperto proprietario di una fiorente ditta di pompe funebri e, direttamente da Copenaghen dove si è rifugiato per vivere in santa pace la propria vita senza essere più giudicato, ecco Erlend. La famiglia dei Neshov era già apparsa stramba e colma di segreti profondi nel romanzo precedente della Ragde, La casa delle bugie edito da Neri Pozza nel 2013, ma in questa nuova avventura emergono altri inaspettati particolari sulla vita dei tre fratelli Neshov, che fanno capire al lettore quanto spesso l’apparenza delle cose inganni le persone. Tutti i protagonisti si ritrovano per il funerale della matriarca, ma la convivenza tra i Neshov durerà ben poco e in breve tempo ognuno tornerà sulla propria strada di vita. Non mancano però piccoli indizi ed eventi (il nonno che vuole andare in casa di riposo, l’incidente a Tor) che fanno intravedere ai lettori come il distacco dalla fattoria per qualcuno, o forse per tutti, non sarà del tutto definitivo. E non a caso Torunn, alle prese con una storia d’amore contorta e complicata quanto la vita e il lavoro del proprio compagno, torna spesso alla cascina per assistere il padre. La relazione babbo-figlia è del tutto inesistente, visto che la ragazza in trentasette anni ha vissuto poco tempo con Tor e la breve convivenza tra i due porterà a galla evidenti incompatibilità caratteriali. Torunn torna dal genitore per assisterlo dopo l’incidente sul lavoro, ma lui preferisce il sostegno della badante e non riesce a capire che ogni gesto compiuto dalla figlia (riordinare casa, la stanza degli attrezzi o occuparsi dei maiali) è fatto con amore. Tor è cupo, silenzioso e vorrebbe che tutti facessero quello che lui desidera per il bene delle sue bestiole, ma questo atteggiamento lo porta a non comprendere che le esigenze esistenziali della figlia e dei fratelli sono ben diverse dalle sue. Se Tor è arrabbiato con tutto quello che lo circonda e pure dispettoso nei confronti di Torunn (basti pensare che ad un certo punto per urinare al posto della tazza comincerà ad usare il lavandino della cucina), Margido è sempre gelido nei suoi modi di fare, un atteggiamento così inciso nel suo DNA lavorativo e umano, che gli impedirà di dare libero sfogo ai proprio sentimenti. Non a caso quando gli si presenterà l’occasione di intrecciare relazioni con qualche donna, la sua freddezza lo porterà a smorzare subito il nascente fuoco della passione. Erlend, il fuggitivo, è la creatività artistica pura (allestisce vetrine), colleziona in modo ossessivo miniature di Swarovski, è passionale, innamorato e riamato dal suo compagno Krumme, fino a quando lui gli dice che non sarebbe male avere un figlio. Litigi, incomprensioni, situazioni imbarazzanti e tensioni emotive caratterizzano il nuovo libro della scrittrice norvegese, che con I fratelli Neshov ci porta dentro alla vita quotidiana di una famiglia forse non molto unita, ma di certo alle prese con i problemi dell’esistere di ogni giorno. Poi, più si avanza nella lettura e più si conoscono le vite dei protagonisti, più ci si accorge che la presa di distanza dalla fattoria dalle pareti verdi non è forse così desiderata da parte di dei Neshov che hanno deciso di lasciarsela alle spalle. In realtà quella casa, un po’ decadente e bisognosa di interventi di ristrutturazione, è una sorta di calamita dal potere attrattivo, dalla quale si cerca di prendere le distanze senza rendersi conto che forse è impossibile rinunciare ad essa.

Anne B. Ragde è nata in Norvegia nel 1957. La sua trilogia dedicata alla famiglia Neshov l’ha imposta all’attenzione internazionale.  Scrittrice straordinariamente prolifica, ha vinto numerosi premi, tra i quali i prestigiosi Riksmal Literary Prize e Norvegian Booksellers’ Prize. In Italia sono stati pubblicati La casa delle bugie (2013) e I fratelli Neshov (2014).

:: L’assassinio di Pitagora, Marcos Chicot, (Salani, 2014)

2 Maggio 2014

Chicot - L'assassino di PitagoraThriller storico di ampio respiro, sono ben 700 pagine, e di insolita ambientazione, le colonie della Magna Grecia, tra Sibari e Crotone intorno al 510 a.C., L’assassinio di Pitagora (El asesinato di Pitagoras, 2013) tradotto da Andrea Carlo Cappi, ed edito in Italia da Salani, nasce in Spagna nel 2013 come ebook autopubblicato su amazon.es, diventando in breve tempo un vero fenomeno da 50.000 ebook e facendo dell’autore Marcos Chicot, una piccola star della letteratura spagnola. Il passo sulla carta stampata è stato poi breve, e da li le traduzioni in numerosi paesi tra cui l’Italia. Fenomeno nato dal passaparola dunque, senza grandi campagne pubblicitarie, scelto dai lettori che amano l’azione, il mistero, le accurate ambientazioni storiche e una punta di romanticismo, ingredienti non nuovi, ma che l’autore sa dosare con una verve e una passione tutta mediterranea.
Tutto ruota intorno alla carismatica figura di Pitagora, e alla sua comunità di matematici di Crotone. (Importante notare che le comunità pitagoriche, sparse per la Magna Grecia, ma ormai arrivate fino a Roma, non erano solo centri di studio, ma anche entità politiche, che amministravano ingenti ricchezze). Ormai anziano, il filosofo cerca un degno successore, e quando i probabili candidati iniziano a morire uno a uno nei modi più atroci, sentendo ormai mancare le forze, non può far altro che rivolgersi a Akenon, figlio di un suo caro amico, che arriva dall’Egitto per risolvere il mistero. Quale congiura c’è in atto? Quale mente c’è dietro a tutte queste morti? Chi è l’uomo mascherato che si aggira per le campagne? Aiutato da una delle figlie di Pitagora, Arianna, ragazza che nasconde un doloroso passato che non le impedirà di innamorarsi, l’investigatore egizio naturalmente risolverà tutti gli enigmi, per scoprire che l’assassino… si cela proprio dove meno ci si aspetta.
Alcune riflessioni a margine: innanzitutto nonostante la indubbia lunghezza si legge molto velocemente (alcune centinaia di pagine al giorno) grazie senz’altro all’ottima traduzione di Andrea Carlo Cappi; poi il grande debito che ha con un celebre finale di Agatha Christie, non diminuisce di certo la tensione e la suspense durante la narrazione. Le regole del giallo sono salve: c’è un forte movente, l’occasione, un ingegnoso piano per occultare prove e tracce, con colpi di scena strategicamente posizionati dove la tensione sembra calare. Insomma i meccanismi psicologici sono ben orchestrati, non a caso l’autore è laureato in Psicologia. La ricostruzione storica è accurata e soprattutto interessante, non fatta di didascaliche descrizioni e digressioni, per riempire i tempi morti, ma ricca di aneddoti anche bizzarri,(lo scoprire che i cavalli dei sibariti non sono abituati ad andare in guerra, ma più che altro a danzare al suono della musica, espediente che consentirà di vincere una battaglia) o di passi in cui racconta la vita dell’epoca, e l’insolita educazione ricevuta dalle figlie di Pitagora, educate come matematici e filosofi. L’autore ha poi dalla sua una gran simpatia e un forte impegno sociale, come post scriptum alla Lettera ai miei lettori in data 15 marzo 2013, veniamo a sapere che un dieci per cento di quanto guadagna dai i libri è destinato a organizzazioni che aiutano le persone con disabilità intellettive.

Marcos Chicot, nato a Madrid nel 1971, sposato, con due figli, è laureato in Psicologia Clinica e in Economia e Psicologia del Lavoro e ha lavorato come manager in varie aziende. È stato finalista in vari premi letterari, tra cui il prestigioso Planeta. L’assassinio di Pitagora è stato il romanzo in e-book più venduto in Spagna nel 2013, prima di essere tradotto in oltre dieci paesi.

:: Crisis, Alberto Cola, Francesco Troccoli (Della Vigna, 2013) a cura di Marco Minicangeli

1 Maggio 2014

FER013bigNon c’è dubbio alcuno che la capacità di predizione sia uno degli aspetti maggiori della fantascienza. Non l’unico ovviamente – pensiamo, per esempio, alla sua capacità critica o all’aspetto metaforico – ma tra i più importanti. Ecco, è probabilmente da qui che Alberto Cola e Francesco Troccoli sono partiti per assemblare questa antologia, illuminante e coinvolgente al tempo stesso, hanno preso spunto dalla crisi economica (che non poteva non essere anche sociale) che ha abbracciato il mondo intero e rivolgendosi agli autori hanno chiesto di “raccontarci una storia ambientata in una qualsiasi regione terrestre e in un periodo posto a un massimo di cento anni dalla ‘più grande recessione planetaria di tutti i tempi’”.
Il prodotto è stato Crisis, una raccolta di otto racconti di un livello molto buono, curata da Alberto Cola e Francesco Troccoli per la collana Fermenti dell’editore Della Vigna.. Gli autori che vi hanno partecipato si sono cimentati con gli aspetti più svariati di questo difficile momento e hanno ipotizzato le situazioni più fantasiose, sempre però con un occhio al reale. Insomma, non fantasia pura, ma il tentativo di immaginare il mondo-a-venire. Abbiamo così, il racconto “Nove anni” di Giulia Abate, una specie di legge del contrappasso, una controstoria dei flussi migratori che in Italia, contrariamente quanto è avvenuto in altri paesi, non siamo mai riusciti a far diventare una risorsa e con la buffonesca intransigenza leghista e fascista abbiamo di fatto rinunciato a gestire. Con il pluripremiato Donato Altomare (“L’anima del diavolo”) abbiamo invece un racconto tutto sommato pieno di speranza dove il calcio ha ormai assunto la valenza di una sorta di guerra tra Comuni. Ecco, forse è proprio il termine speranza che meglio ci sembra definire Crisis, una raccolta di storie mai buoniste, ma come le hanno definite gli stessi curatori “umaniste”. Prendiamo, altro esempio, “La saggezza delle montagne” di Francesco Grasso, altro Premio Urania, dove si ipotizza un nuovo inizio e un ritorno alla terra. A questa storia quasi bucolica fanno da contraltare racconti più duri in cui si ipotizza la tentazione dell’avvento dell’uomo forte (o dell’ideologia dominante) come unico strumento per uscire dalla crisi.
Cos’altro dire? Che il libro è stato pubblicato nella doppia versione cartacea ed elettronica e questa ci sembra un’ottima scelta, e che la copertina di Luca Frasca (molto bella) è evocativa e al tempo stesso provocatoria. Da leggere.

Alberto Cola, classe 1967, è un autore di fantascienza. Suoi racconti sono stati pubblicati in antologie di vari editori tra i quali Mondadori, Il Cerchio, Ennepilibri, Delos Books, Perseo Libri e altri, e sulle riviste Robot, Writers Magazine Italia, Selezione dal Reader’s Digest, DEV e in Francia su Lunatique. Nel 2010 il romanzo Ultima pelle viene edito da Kipple mentre, sempre nel 2010, viene pubblicato su Urania il romanzo Lazarus, vincitore del Premio Urania 2009. Nel 2011 vede la luce l’antologia Mekong (Delos Books) che racchiude tredici dei suoi migliori racconti, antologia introdotta dalla prefazione di Valerio Evangelisti. (Fonte Wikipedia)

Francesco Troccoli, è nato a Roma nel 1969. Autore di  racconti e romanzi di fantascienza, tra cui Ferro sette (Curcio Editore) e a cui segue nel 2013 sempre con lo stesso editore Falsi Dei.

:: Da Pompei a Roma: Anthony Riches, Russell Whitfield e Ben Kane

30 aprile 2014

antichi romaniAllora, la vita è bella perché è varia. Oh, capitano anche le cose belle nella vita non fate quei musi, e a volte noi ne siamo gli artefici, come in questo caso. Anthony Riches e Ben Kane, due autori di romanzi storici di ambientazione romana che ho avuto il piacere di intervistare, più un amico, vestiti da romani, con troupe cinematografica al seguito, si sono messi in testa di raccogliere fondi per Medici senza frontiere, una charity veramente indipendente sempre in prima linea per aiutare le vittime della guerra e delle malattie, e Combat Stress, una charity che aiuta i veterani inglesi profondamente traumatizzati dalle loro esperienze di guerra. Direte che sono pazzi. Sì, sono pazzi, ma per una buona causa, per cui sono felice di segnalare la loro iniziativa. Tony, Ben e Russell Whitfield, partiti da Pompei arriveranno a Roma, al Colosseo questo sabato, vestiti di tutto punto da legionari romani, con calzari, tuniche, e tutto l’armamentario. 120 miglia hanno fatto! Se potete contribuire in qualche modo questo è il link: qui

Se volete anche solo seguire l’iniziativa questo è la pagina Facebook: https://www.facebook.com/anthony.richesauthor

Se siete di Roma e volete andare ad assistere al loro arrivo al Colosseo potete mettervi in contatto al suo account twitter @ anthonyRiches