Spiacente il crimine non va in vacanza
Spaventa vedere la quantità di recensioni, dal New York Times al Kirkus Reviews, che accompagnano l’uscita in America di No Regrets, Coyote di John Dufresne, (edito in Italia da Enrico Damiani e Associati e tradotto da Lionel Brown), autore che non avevo mai sentito nominare è che scopro essere al suo quinto romanzo. Non che le abbia lette tutte queste recensioni, dopo un po’ ho lasciato correre, comunque mi son detta cosa avrà di così speciale questo professore di scrittura creativa della Florida Univerity accostato a Charles Willeford, John D. Mac Donald, Elmore Leonard e Carl Hiaasen? L’umorismo, la capacità di scrivere dialoghi sulfurei e fulminanti, la padronanza (insegna scrittura chi più di lui) nel tracciare ambienti, personaggi e trame? Non saprei, ma per scomodare mostri sacri dell’olimpo letterario americano come quelli citati, un po’ di sostanza dovrà pur esserci. Non c’è fumo senza arrosto, avrebbero detto i nostri nonni. Perciò mi sono seduta comoda e ho iniziato la lettura. No Regrets, Coyote è un crime umoristico (ma non per questo meno serio di molti altri crime), un lungo flusso di coscienza narrato in prima persona da Wylie “Coyote” Melville (ok, il primo che non pensa al cartone animato alzi la mano) terapeuta un po’ svitato che da pepe alla sua stanca esistenza (tra barboni accampati in giardino, pazienti, padre malato d’Alzheimer, sorella, ex moglie e ex fidanzate ci avrebbe già il suo bel da fare) prestando servizio come consulente forense “volontario” per il Dipartimento di Polizia della contea di Everglades. Un lungo flusso di coscienza, dicevo, che scorre per accostamenti, intuizioni, corrispondenze, (molte le note del traduttore a spiegare ciò che a un lettore italiano potrebbe sfuggire) verso un finale tipico di molto cinema americano. Un gigantesco Happy End sembra scintillare nel cielo con le sue luci glitterate da casinò del Nevada, (va bè qua siamo in Florida ma passatemi il paragone) non prima di averci servito nell’ordine un punteruolo da ghiaccio, un cane bomba, un gruppo di russi armati fino ai denti e molto arrabbiati e una simpatica signora con altrettanto simpatico cagnolino in braccio (a proposito si chiama Henry). Ah, poi c’è anche un viaggio in Alaska, ma questo viene prima e colora di nonsense una storia grottesca, paradossale, tragica, comica, assurda (eh sì, per alcuni versi anche assurda) che non disdegna colpi di scena e un pizzico di sano cinismo tutto americano. Devo essere sincera all’inizio questo flusso di coscienza un po’ mi ha disorientato, è stato come leggere un testo in discesa senza punteggiatura, poi entrata nel gioco, conosciute le regole, mi sono trovata più a mio agio. La componente gialla: bè vediamo c’è un tragico fatto di sangue all’inizio del racconto. Una famiglia composta da madre, padre e tre bambini (in pigiama intenti a scartare i regali di Natale) morti stecchiti, uccisi (apparentemente) dal padre e marito, alla fine suicidatosi sparandosi in bocca. Questa è la scena che la polizia si trova davanti con tanto di lettera confessione scritta a macchina dal suicida-omicida (dalla chiusa anomala sinceramente vostro). Chiamato a dire la sua Wylie “Coyote” Melville ci mette poco a capire che qualcosa non torna, che è una grande messinscena ad uso e consumo dei poliziotti e dell’opinione pubblica. E soprattutto si pone una grande domanda: chi è Pino? Lo scoprirete, fidatevi. Segnalo parecchi refusi, tra cui credo di aver intravisto pure una lettera greca.
John Dufresne, 30 gennaio 1948, Worcester, Massachusetts, è uno scrittore e sceneggiatore americano di origine franco canadese. Laureato al Worcester State College nel 1970 e alla University of Arkansas nel 1984, è docente di Scrittura Creativa del Dipartimento di Inglese presso la Florida International University. Nel 2012, ha vinto un John Simon Guggenheim Memorial Foundation Fellowship per il suo lavoro.
Dopo aver conquistato l’attento pubblico di lettori spagnoli, Josè Maria Guelbenzu approda in Italia con Morte in prima classe, elegante giallo tradotto da Raul Schenardi e pubblicato da E/O.
Le Triadi Cinesi appartengono senz’altro di diritto all’iconografia classica del misterioso Oriente, e forse nessun altro fenomeno criminale al mondo è mitizzato e circonfuso di leggende, che sanno appunto più del mito e del folcrore che della realtà, più di questo. E proprio questo tema emerge nel breve saggio Galli Bianchi e Gladioli Rossi Tradizione e leggenda nelle Triadi Cinesi di Davide Mana, testo nato da un lavoro molto più ampio e più tecnico svolto dall’autore e indirizzato a criminologi e investigatori. Certo questa è un’opera divulgativa, scritta con un linguaggio il meno pomposo e noioso possibile, tuttavia contiene alcuni punti, alcune intuizioni, che lo rendono interessante anche per i cosiddetti non addetti ai lavori. Innanzitutto le Triadi sono sette segrete, ciò che trapela è appunto parte del mito, ciò che questi adepti vogliono trasmettere all’esterno. E Mana, con un certo coraggio, spazza via ogni guizzo romantico. I membri delle Triadi sono criminali, molte volte assassini, impiegati nei traffici sordidi più lucrosi, dal racket alla prostituzione, dalla contraffazione di beni di lusso al traffico di persone tenute in stato di schiavitù. Quindi niente di romantico o esotico. Money is Money. Business Is Business. Tutta la parte mitologica può essere un incontrovertibile bluff. Un mito appunto nutrito da tanta cinematografia hongkonghese prodotta tra gli anni ’50 e ’90, dove appunto i produttori e gli attori stessi, Mana spiega il modo con cui venivano avvicinati, erano affiliati o più o meno strettamente legati alle Triadi. Un altro punto interessante consiste nel comprendere che dei 20.000 membri che compongono di norma questi nuclei mafiosi, la componente attiva è ben minore rispetto ai semplici fiancheggiatori o simpatizzanti, che sì contribuiscono con donazioni alla causa, ma possono continuare a svolgere la loro vita onestamente. Tolto il mito resta la violenza come arbitrio. E quando il Re è nudo è molto più vulnerabile. Certo Mana ne traccia lo sviluppo attraverso i secoli, dalla società dei Sopraccigli Rossi, alla Setta dei Turbanti Gialli, alla Società del Loto Bianco, e qui parliamo di storia, fino a trattare i fatti che sfumano nella leggenda, come la distruzione del Tempio di Shaolin, ma ciò che resta più vivido nel lettore è senz’altro l’aneddoto iniziale legato all’attrice e cantante Anita Mui, che spiega, come esempio concreto, come sono diventate le società segrete del ventesimo secolo. Con buona pace dei galletti bianchi sgozzati, dei mazzi di gladioli, e dei trentasei giuramenti rituali. Copertina & Lettering di Giordano Efrodini.
“A volte si muore. Quindi ci deve essere un giorno, quel giorno, prima di domani in cui si capisce che si deve continuare a vivere nonostante tutto quello che hai già vissuto”. Il nuovo romanzo dello spagnolo Eduard Màrquez è un vero e proprio puzzle, quindi se nel leggerlo dovesse sembrarvi caotico e incomprensibile, non spaventatevi, perché un po’ alla volta tutti i tasselli della vicenda troveranno il loro giusto posto nella storia di L’ultimo giorno prima di domani. Chi racconta è un narratore anonimo, sappiamo che è un uomo colpito da un grave dolore familiare che ha reso ancora più difficile il rapporto con la compagna di vita, madre di sua figlia. Proprio a causa di questo dramma il protagonista comincia un lungo cammino di recupero dei ricordi che porterà lui e il lettore in un arzigogolato pellegrinaggio avanti e indietro nel tempo della vita di chi racconta. Di lui conosciamo la ferrea educazione in ambiente religioso condita da morbose attenzioni e severe punizioni per presunti peccati commessi. Si passa poi all’adolescenza fatta di divertimento, sesso, droga, musica, voglia di eccedere e di infrangere le regole. Azioni che avranno per il protagonista e i suo amici conseguenze non sempre prevedibili. Una presenza abbastanza costante del vissuto del narratore è l’amico Roberto e poi tra i due a creare un rapporto tra l’amicizia e la competizione arriverà Francesca. Il trio sarà inseparabile fino a quando un tragico evento porterà i tre amici a recidere il sottile filo che li lega l’un l’altro, scatenando in qualcuno un rancoroso dolore che riemergerà solo nel presente. Il nuovo romanzo di Márquez non è solo la storia di un io che fa i conti con se stesso e con i propri errori. La riflessione sulla propria esistenza da parte del protagonista e la presa di coscienza di aver fallito, sono un tratto comune ai tutti i suoi coetanei. Loro sono una generazione che ha cercato di ribellarsi alle leggi dei padri con l’eccesso, ma questo non ha fatto altro che dare gioie ed euforie fasulle, che hanno lasciato i personaggi davanti alla nuda e cruda verità di non aver fatto molto di utile nella propria vita. Il protagonista avrebbe voluto diventare uno scrittore e invece lavora nella tipografia del padre, lasciando nel cassetto il suo unico libro mai pubblicato. Francesca, amica, amante, è l’esempio della fragilità umana che non riesce a sopportare gli imprevisti e le prove della vita. Roberto sparisce e ritorna da adulto nella vita del narratore, è un artista di strada e sembra ricomparso da nulla e per caso, ma lui, in realtà, ha un piano preciso da portare a termine. Il protagonista in ricordo dell’amicizia di un tempo accoglie in casa sua Roberto senza rendersi conto che questo sarà l’inizio della fine. L’ultimo giorno prima di domani è un romanzo breve, ma intenso, nel quale Márquez attraverso un linguaggio tra il narrativo e il poetico, dimostra come un uomo adulto arrivi ad un certo punto della propria esistenza e ripensi a tutto il proprio vissuto – in questo caso il processo è determinato dalla perdita di una delle persone più amate dall’io narrante- rendendosi conto non solo di aver mancato una serie di importanti traguardi, ma di essersi fidato troppo di chi credeva amico.
Tra i nomi degli autori e autrici della nostra penisola che si affacciano al genere fantastico in tutte le sue accezioni, dal fantasy al gotico, spicca Connie Furnari, attiva molto anche sul Web, con racconti e gruppi letterari. Classe 1976, catanese, laureata in lettere con una tesi sul rapporto tra Freud e il racconto, ha vinto premi letterari con poesie e racconti ed è presente in varie antologie con i suoi lavori. Collabora inoltre con svariate riviste on line, e oltre a scrivere adora leggere, riempire la sua casa di libri, ascoltare musica mentre dipinge, disegnare fumetti in stile manga.
Forse il più famoso delitto in treno della storia della letteratura gialla appartiene a Dame Agatha Christie, che con il suo celeberrimo Assassinio sull’Orient Express ci narrò la storia di una vendetta consumata da insospettabili attori che sfrecciavano a bordo del leggendario treno tutto velluti e cristalli di Lalique. Un dramma con Poirot nelle vesti di rassegnato investigatore dell’unico caso che forse mai avrebbe voluto risolvere. Dubito che ci sia ancora qualcuno che non ne conosca la trama, e soprattutto il finale da antologia. Tra cinema, tv e persino videogiochi, la diffusione è stata davvero capillare, comunque nel caso che un giovane lettore leggesse questa recensione, (sì, per i più giovani la letteratura è un mondo ancora tutto da scoprire), non dirò altro, posso solo ricordare che il succitato romanzo fu pubblicato per la prima volta a puntate dal settimanale statunitense The Saturday Evening Post nell’estate del 1933.
Era tempo che non mi capitava di leggere una storia così divertente e allo stesso tempo intelligente. Una vicenda capace di far ridere il lettore dalla prima all’ultima pagina facendolo pensare a cosa conta davvero nella vita. Affari di famiglia di Francesco Muzzopappa è un romanzo davvero spassoso che si legge tutto d’un fiato sotto l’ombrellone, in poltrona, in viaggio o dove vi pare, se vi sentite un po’ giù di morale questo libro vi farà tornare il sorriso e potrebbe anche essere un bel film commedia. La storia ambientata a Torino ha per protagonista una contessa non solo sull’orlo di una crisi di nervi, ma giunta al limite delle proprie possibilità economiche. Maria Vittoria dal Pozzo Della Cisterna – già il nome è tutto un programma- è una degli ultimi discendenti di una importate famiglia della nobiltà torinese, ma a quanto pare non sembra passarsela troppo bene. Lei, abituata a deliziare il proprio palato con delle delicate frolle di pasticceria e vini da capogiro, deve – con un dolore estremo all’animo- optare per mediocri biscotti prodotti a livello industriale accompagnati da gelati del discount. La contessa non naviga più nel lusso di un tempo, perché la crisi economica l’ha costretta – strano ma vero- a vendere molte proprietà, a farsi pignorare mobili e gioielli e a eliminare buona parte del personale domestico. La donna ha sepolto da tempo il marito e a darle sostegno, sempre con riverenza e massima educazione, è Orlando il maggiordomo con la passione per i versi di William Blake. In realtà, la Contessa dal Pozzo della Cisterna ha un figlio, tal Emanuele, ma è talmente stolto e ottuso che al posto di aiutare la madre, non fa altro che sperperare le ultime ricchezze in divertimenti e in regali al silicone (le poppe) alle sue fidanzate. L’anziana signora non ha la più pallida idea di come rimpinguare le proprie casse ormai quasi vuote poi, complice una rapina nella quale si troverà coinvolta, aiuterà l’astuta contessa ad escogitare un piano per riconquistare le ricchezze di un tempo. La trama di Affari di famiglia è avvincente e conferma la capacità di Muzzoppapa di costruire personaggi diversi tra loro per carattere ed estrazione sociale riuscendo, da abile scrittore, a farli convivere dentro ad uno stesso spazio narrativo. La simpatica contessa Maria Vittoria dal Pozzo Della Cisterna è fredda, schizzinosa, in parole povere è la tipica persona con la puzza sotto il naso, inorridita dal fatto di doversi abbassare all’utilizzo e consumo di prodotti di massa. Accanto a lei troviamo i suoi grotteschi complici, il Rapinatore Educato e il ragazzino dal linguaggio truculento ben lontano dal bon ton. Il primo si è messo a far rapine dopo aver perso il lavoro e per passione costruisce modellini in legno di antichi velieri che non sono proprio uno splendore. Il secondo vive con la nonna, i genitori non lo hanno mai sostenuto e lui si è fatto da sé, vivendo a diretto contatto con la strada. Tra una gag comica e l’altra, questi due scapestrati giovanotti convivranno per un breve periodo di tempo con la contessa e proprio questo contatto farà uscire in modo inaspettato il meglio di loro. Da non scordare è il figlio della nobildonna, Emanuele, l’esempio tipico del giovane viziato che ha avuto tutto dalla vita e che spende e spande soldi comprando cose che rappresentano l’inutilità assoluta. Lui è un trentenne vuoto di valori, ma Muzzopappa gli darà la possibilità di una rinascita e la sua trasformazione lascerà a bocca aperta non solo la contessa, ma i lettori stessi. Con Affari di famiglia Muzzopappa costruisce un romanzo dal linguaggio fresco, frizzante nel quale le situazioni comiche si susseguono a ruota libera con una scrittura umoristica che ricorda alcuni autori anglosassoni come P.G. Wodehouse, Alan Bennett, Patrick Dennis, David Sedaris, Tom Sharpe. In Affari di famiglia si ride e allo stesso tempo quello che accade a tutta la squattrinata ciurma di personaggi è la dimostrazione che un riscatto umano, o se volte chiamarla una seconda possibilità concessa, può davvero trasformare le persone.
L’anello d’oro (2013, La Ponga Edizioni) è il romanzo d’esordio di Cristina Bruno che lavora nel campo della multimedialità.
Gli Oscar ripropongono con giusto rilievo per l’attività di autore tv dell’autore, un romanzo passato quasi inosservato in Strade Blu. L’intuizione è giusta visto che Pizzolatto è autore unico di True Detective sul quale mi sono già soffermato a lungo. Ora, prima di tutto, non aspettatevi il romanzo di True Detective né qualcosa di troppo simile. Galveston però è un agile (260 pag.) concentrato di noir molto Thompson per capirci. Roy Kady, un Duraccio del Sud, scopre di avere una poco piacevole prospettiva di vita dopo una visita medica. Furioso non vuol neanche sapere cos’è. La rabbia perché il suo capo gli ha fregato Carmen, la bella ballerina che era sua compagna, lo pervade ma il lavoro è lavoro e accetta di strapazzare un tale sempre per il suddetto capo. Ma senza portare la pistola. Cosa che gli pare strana perché lui è un professionista e di violenze inutili non ne fa. Perciò si porta la ‘ berta’ ugualmente e fa bene perché lo aspettano sicari, botte e sparatorie. Se ne fugge ferito ma vittorioso con una prostituta ragazzina al seguito e un dossier scottante. L’affare s’ingarbuglia perché la ragazza ha anche una sorellina a cui badare. Comincia così quella che sembrerebbe una fuga on the road. Poi la storia si perde nei meandri delle paludi, in un ritratto ben scritto e riuscitissimo di una realtà degradata. Fa anche un salto di vent’anni e ci si domanda come Roy sia ancora vivo. Calma, c’è una spiegazione per tutto anche se arriva meno pirotecnica di quello che speravamo. Però una bella lezione sul noir, sui suoi codici, sui suoi ritmi e il suo male di vivere. Senza una parola fuori posto. True detective è un’altra cosa, ma vale la pena.
Piemontese, anzi vercellese, Felice Pozzo è lo studioso di riferimento per quello che riguarda Emilio Salgari, il maestro dell’avventura in Italia, amato da generazioni di lettori. A Salgari Felice Pozzo ha dedicato vari studi, come Nella giungla di carta, in cui si ricorda la collaborazione dell’autore veronese con alcuni giornali toscani, ll corsaro nero su uno dei personaggi icona di Salgari, Il laboratorio magico di Emilio Salgari, sul suo interesse per il teatro e l’illusionismo e Il fachiro di Atlantide che colloca Salgari nel campo più ampio della cultura popolare. Tutti punti di vista interessanti e da approfondire.
La felicità può essere misurata? Non lo so. Credo che questo stato umano cambi da persona a persona. C’è chi si sente felice ad avere tra le mani il volante di un macchinone di milioni di euro, chi invece prova immensa felicità a rivedere una persona cara o guardando un tramonto colorato. La misura della felicità è il nuovo romanzo della scrittrice americana Gabrielle Zevin appena pubblicato da Nord editore in Italia e che presto sarà tradotto in 31 Paesi. La vicenda ha una doppia natura, perché da un lato il libro è un meta romanzo, cioè un libro che parla di libri, dimostrando quanto essi possano influire sulla vita delle persone. Dall’altro lato, la storia ci racconta quanto ciò che rende felici il genere umano possa scaturire dalle piccole azioni della vita quotidiana. La cosa che ho apprezzato di questo libro è la capacità dell’autrice di riuscire a rendere straordinaria la vita di ogni giorno vissuto dai personaggi. La trama è ambientata su un piccolo isolotto americano chiamato Alice Island, qui vive A.J. Fikry un burbero e scontroso librario rimasto vedovo. L’uomo è scorbutico e insofferente verso il suo lavoro, tanto che non ama nessun libro di quelli che ha negli scaffali della sua libreria. Purtroppo lo stesso atteggiamento il venditore di libri lo ha verso i clienti e pure verso gli agenti letterari che gli propongono le novità del mercato. Ne sa qualcosa la giovane Amelia Loman, rappresentante della casa editrice Knightley Press, che gli propone da leggere un memoir scritto da un anziano e viene liquidata da Fikry in un batter di ciglia. A cambiare la vita di A.J. non è tanto il furto della copia originale del Tamerlane di E.A. Poe, ma la scoperta di Maya nella sua libreria, una bimba di due anni abbandonata dalla madre. La donna sconosciuta affida in modo esplicito a Fikry la figlia. Motivo? Lei è troppo giovane, povera e non può occuparsi della piccola, però vuole che la figlia cresca in un ambiente ricco di cultura. A.J. all’inizio è riluttante, quasi infastidito direi, dal fatto di doversi occupare di quel frugoletto, ma un poco alla volta l’uomo si trasformerà adottando Maya e lasciando allibiti i suoi amici. Maya non è solo intelligente, lei ha una dirompente forza vitale che porterà Fikry a cambiare in modo radicale il suo atteggiamento nei confronti della vita, scoprendo che la felicità si nasconde nella cose più semplici: un abbraccio, un bagnetto ben fatto, una buona lettura e un felice scambio di opinioni letterarie con i clienti. Un po’ alla volta il protagonista imparerà a riamare il suo lavoro e a vivere con maggiore coraggio le sue emozioni. Sarà proprio grazie a questo nuovo modo di sentire la vita che A.J. si accorgerà di non esser sempre stato gentile con molte persone incontrate ad Alice Island e tra di loro c’è anche Amelia Loman. La misura della felicità è pura vita e un vero e proprio inno d’amore per i libri e per il lavoro del libraio, non a caso ogni capitolo è introdotto da un breve commento ad un libro che Fikry ha nei suoi scaffali e che vuole donare a Maya per una prossima lettura. Il romanzo della Zevine non ha per protagonista un uomo dai poteri magici o altro, Fikry è un essere umano comune, anzi un eroe quotidiano, che grazie all’amore per la figlia ritrova un atteggiamento propositivo nei confronti della vita. Amore per il prossimo e per i libri aiutano il protagonista e i lettori a capire che, come scrive Christian Mascheroni in un suo noto romanzo, non si deve avere paura dei libri ma bisogna conoscerli, respirarne il loro profumo e le emozioni che le pagine regalano quando si fanno sfogliare. Questo conferma l’importanza dell’insegna che compare sulla libreria di Fikry ad Alice Island: Nessun uomo è un’isola; ogni libro è un mondo. Traduzione Mara Dompè.
Una leggenda narra che all’alba dei tempi esistevano due principi: Bromios, la forza bruta e prepotente, e Pito, la forza del controllo e della riflessione. Come tutti i fratelli un giorno iniziano a combattersi, dando vita all’universo.
























