Archive for the ‘Uncategorized’ Category

:: No Regrets, Coyote, John Dufresne (Enrico Damiani e Associati, 2014)

13 luglio 2014

no_regrets_coyote_512x652Spiacente il crimine non va in vacanza

Spaventa vedere la quantità di recensioni, dal New York Times al Kirkus Reviews, che accompagnano l’uscita in America di No Regrets, Coyote di John Dufresne, (edito in Italia da Enrico Damiani e Associati e tradotto da Lionel Brown), autore che non avevo mai sentito nominare è che scopro essere al suo quinto romanzo. Non che le abbia lette tutte queste recensioni, dopo un po’ ho lasciato correre, comunque mi son detta cosa avrà di così speciale questo professore di scrittura creativa della Florida Univerity accostato a Charles Willeford, John D. Mac Donald, Elmore Leonard e Carl Hiaasen? L’umorismo, la capacità di scrivere dialoghi sulfurei e fulminanti, la padronanza (insegna scrittura chi più di lui) nel tracciare ambienti, personaggi e trame? Non saprei, ma per scomodare mostri sacri dell’olimpo letterario americano come quelli citati, un po’ di sostanza dovrà pur esserci. Non c’è fumo senza arrosto, avrebbero detto i nostri nonni. Perciò mi sono seduta comoda e ho iniziato la lettura. No Regrets, Coyote è un crime umoristico (ma non per questo meno serio di molti altri crime), un lungo flusso di coscienza narrato in prima persona da Wylie “Coyote” Melville (ok, il primo che non pensa al cartone animato alzi la mano) terapeuta un po’ svitato che da pepe alla sua stanca esistenza (tra barboni accampati in giardino, pazienti, padre malato d’Alzheimer, sorella, ex moglie e ex fidanzate ci avrebbe già il suo bel da fare) prestando servizio come consulente forense “volontario” per il Dipartimento di Polizia della contea di Everglades. Un lungo flusso di coscienza, dicevo, che scorre per accostamenti, intuizioni, corrispondenze, (molte le note del traduttore a spiegare ciò che a un lettore italiano potrebbe sfuggire) verso un finale tipico di molto cinema americano. Un gigantesco Happy End sembra scintillare nel cielo con le sue luci glitterate da casinò del Nevada, (va bè qua siamo in Florida ma passatemi il paragone) non prima di averci servito nell’ordine un punteruolo da ghiaccio, un cane bomba, un gruppo di russi armati fino ai denti e molto arrabbiati e una simpatica signora con altrettanto simpatico cagnolino in braccio (a proposito si chiama Henry). Ah, poi c’è anche un viaggio in Alaska, ma questo viene prima e colora di nonsense una storia grottesca, paradossale, tragica, comica, assurda (eh sì, per alcuni versi anche assurda) che non disdegna colpi di scena e un pizzico di sano cinismo tutto americano. Devo essere sincera all’inizio questo flusso di coscienza un po’ mi ha disorientato, è stato come leggere un testo in discesa senza punteggiatura, poi entrata nel gioco, conosciute le regole, mi sono trovata più a mio agio. La componente gialla: bè vediamo c’è un tragico fatto di sangue all’inizio del racconto. Una famiglia composta da madre, padre e tre bambini (in pigiama intenti a scartare i regali di Natale) morti stecchiti, uccisi (apparentemente) dal padre e marito, alla fine suicidatosi sparandosi in bocca. Questa è la scena che la polizia si trova davanti con tanto di lettera confessione scritta a macchina dal suicida-omicida (dalla chiusa anomala sinceramente vostro). Chiamato a dire la sua Wylie “Coyote” Melville ci mette poco a capire che qualcosa non torna, che è una grande messinscena ad uso e consumo dei poliziotti e dell’opinione pubblica. E soprattutto si pone una grande domanda: chi è Pino? Lo scoprirete, fidatevi. Segnalo parecchi refusi, tra cui credo di aver intravisto pure una lettera greca.

John Dufresne, 30 gennaio 1948, Worcester, Massachusetts, è uno scrittore e sceneggiatore americano di origine franco canadese. Laureato al Worcester State College nel 1970 e alla University of Arkansas nel 1984, è docente di Scrittura Creativa del Dipartimento di Inglese presso la Florida International University. Nel 2012, ha vinto un John Simon Guggenheim Memorial Foundation Fellowship per il suo lavoro.

:: Segnalazione di Morte in prima classe, José María Guelbenzu (E/O, 2014) a cura di Natalina S.

12 luglio 2014

indexDopo aver conquistato l’attento pubblico di lettori spagnoli, Josè Maria Guelbenzu approda in Italia con Morte in prima classe, elegante giallo tradotto da Raul Schenardi e pubblicato da E/O.
Ci muoviamo nei territori del mystery classico all’inglese, la trama stessa del romanzo fa tornare alla memoria il seminale lavoro della regina del giallo Madame Agatha Christie, “Delitto sul Nilo”.
Rimane come sempre pregevole lo spirito da talent scout di E/O nel cercare di scavare nel ricco e fertile sottobosco nazionale ed internazionale, con occhio attento, non solamente all’efficacia di una storia, ma anche agli aspetti stilistici e formali.
In patria Guelbenzu è un autore molto apprezzato, soprattutto, nel raffinato lavoro di tratteggio psicologico dei personaggi e nella lucida visione della Spagna moderna, pennellata perfettamente nelle atmosfere e nella descrizione dei luoghi.

Una crociera sul Nilo sembra l’occasione ideale per rilassarsi.
Ed è questa l’intenzione della giudice spagnola Mariana de Marco nell’accettare l’invito dell’amica Julia. Fra i loro compagni di viaggio spicca la famiglia spagnola dei Montesquinza, una specie di clan guidato dall’anziana e autoritaria Carmen, con al seguito la figlia, l’ex marito su una sedia a rotelle e la segretaria. Ma un incidente durante la festa inaugurale interrompe il breve idillio con la bellezza del panorama e con l’atmosfera di ipocrita cordialità che regna sulla nave. Quando infatti viene proposta una gara di magliette bagnate, la scandalosa esibizione di Dolores, una giovane americana di buona famiglia, spinge Carmen a ritirarsi nella sua cabina. Da quel momento però la donna scompare senza lasciare traccia, e Mariana si ritrova coinvolta in un’indagine che si complica ulteriormente con la successiva sparizione di Dolores. Basandosi soltanto sulle proprie intuizioni e sugli abili interrogatori a cui sottopone i membri del clan, contro l’incredulità dell’amica Julia e l’ostilità della famiglia Montesquinza, Mariana scoprirà un’oscura trama di relazioni affaristiche e personali e risolverà brillantemente l’enigma.
Con Morte in prima classe sono sei i romanzi polizieschi di J.M. Guelbenzu che hanno per protagonista la giudice Mariana de Marco, donna affascinante, di grande personalità ed emotività,

José María Guelbenzu è nato a Madrid nel 1944. Dopo aver collaborato con diversi periodici e riviste letterarie, è stato il direttore editoriale di Taurus y Alfaguara fino al 1988, anno in cui ha deciso di dedicarsi esclusivamente alla scrittura. È autore di numerosi romanzi, appartenenti soprattutto al genere poliziesco, vincitori di numerosi premi.

:: Galli Bianchi e Gladioli Rossi Tradizione e leggenda nelle Triadi Cinesi, Davide Mana (8PiecePress, 2014)

11 luglio 2014

coverLe Triadi Cinesi appartengono senz’altro di diritto all’iconografia classica del misterioso Oriente, e forse nessun altro fenomeno criminale al mondo è mitizzato e circonfuso di leggende, che sanno appunto più del mito e del folcrore che della realtà, più di questo. E proprio questo tema emerge nel breve saggio Galli Bianchi e Gladioli Rossi Tradizione e leggenda nelle Triadi Cinesi di Davide Mana, testo nato da un lavoro molto più ampio e più tecnico svolto dall’autore e indirizzato a criminologi e investigatori. Certo questa è un’opera divulgativa, scritta con un linguaggio il meno pomposo e noioso possibile, tuttavia contiene alcuni punti, alcune intuizioni, che lo rendono interessante anche per i cosiddetti non addetti ai lavori. Innanzitutto le Triadi sono sette segrete, ciò che trapela è appunto parte del mito, ciò che questi adepti vogliono trasmettere all’esterno. E Mana, con un certo coraggio, spazza via ogni guizzo romantico. I membri delle Triadi sono criminali, molte volte assassini, impiegati nei traffici sordidi più lucrosi, dal racket alla prostituzione, dalla contraffazione di beni di lusso al traffico di persone tenute in stato di schiavitù. Quindi niente di romantico o esotico. Money is Money. Business Is Business. Tutta la parte mitologica può essere un incontrovertibile bluff. Un mito appunto nutrito da tanta cinematografia hongkonghese prodotta tra gli anni ’50 e ’90, dove appunto i produttori e gli attori stessi, Mana spiega il modo con cui venivano avvicinati, erano affiliati o più o meno strettamente legati alle Triadi. Un altro punto interessante consiste nel comprendere che dei 20.000 membri che compongono di norma questi nuclei mafiosi, la componente attiva è ben minore rispetto ai semplici fiancheggiatori o simpatizzanti, che sì contribuiscono con donazioni alla causa, ma possono continuare a svolgere la loro vita onestamente. Tolto il mito resta la violenza come arbitrio. E quando il Re è nudo è molto più vulnerabile. Certo Mana ne traccia lo sviluppo attraverso i secoli, dalla società dei Sopraccigli Rossi, alla Setta dei Turbanti Gialli, alla Società del Loto Bianco, e qui parliamo di storia, fino a trattare i fatti che sfumano nella leggenda, come la distruzione del Tempio di Shaolin, ma ciò che resta più vivido nel lettore è senz’altro l’aneddoto iniziale legato all’attrice e cantante Anita Mui, che spiega, come esempio concreto, come sono diventate le società segrete del ventesimo secolo. Con buona pace dei galletti bianchi sgozzati, dei mazzi di gladioli, e dei trentasei giuramenti rituali. Copertina & Lettering di Giordano Efrodini.

Davide Mana (Torino, 1967) è un paleontologo ed esperto in scienze ambientali. Da sempre si occupa di divulgazione scientifica e di studi interdisciplinari. Conduce una doppia vita, e di notte si trasforma in autore di narrativa di genere. Tra le sue pubblicazioni Avventurieri sul Crocevia del Mondo, Avventurieri alle Porte del Tempo e Avventurieri del Mondo Perduto. Il suo blog: Strategie evolutive.

:: L’ultimo giorno prima di domani, Eduard Márquez, (Keller editore, 2014) a cura di Viviana Filippini

11 luglio 2014

l'ultimo giorno“A volte si muore. Quindi ci deve essere un giorno, quel giorno, prima di domani in cui si capisce che si deve continuare a vivere nonostante tutto quello che hai già vissuto”. Il nuovo romanzo dello spagnolo Eduard Màrquez è un vero e proprio puzzle, quindi se nel leggerlo dovesse sembrarvi caotico e incomprensibile, non spaventatevi, perché un po’ alla volta tutti i tasselli della vicenda troveranno il loro giusto posto nella storia di L’ultimo giorno prima di domani. Chi racconta è un narratore anonimo, sappiamo che è un uomo colpito da un grave dolore familiare che ha reso ancora più difficile il rapporto con la compagna di vita, madre di sua figlia. Proprio a causa di questo dramma il protagonista comincia un lungo cammino di recupero dei ricordi che porterà lui e il lettore in un arzigogolato pellegrinaggio avanti e indietro nel tempo della vita di chi racconta. Di lui conosciamo la ferrea educazione in ambiente religioso condita da morbose attenzioni e severe punizioni per presunti peccati commessi. Si passa poi all’adolescenza fatta di divertimento, sesso, droga, musica, voglia di eccedere e di infrangere le regole. Azioni che avranno per il protagonista e i suo amici conseguenze non sempre prevedibili. Una presenza abbastanza costante del vissuto del narratore è l’amico Roberto e poi tra i due a creare un rapporto tra l’amicizia e la competizione arriverà Francesca. Il trio sarà inseparabile fino a quando un tragico evento porterà i tre amici a recidere il sottile filo che li lega l’un l’altro, scatenando in qualcuno un rancoroso dolore che riemergerà solo nel presente. Il nuovo romanzo di Márquez non è solo la storia di un io che fa i conti con se stesso e con i propri errori. La riflessione sulla propria esistenza da parte del protagonista e la presa di coscienza di aver fallito, sono un tratto comune ai tutti i suoi coetanei. Loro sono una generazione che ha cercato di ribellarsi alle leggi dei padri con l’eccesso, ma questo non ha fatto altro che dare gioie ed euforie fasulle, che hanno lasciato i personaggi davanti alla nuda e cruda verità di non aver fatto molto di utile nella propria vita. Il protagonista avrebbe voluto diventare uno scrittore e invece lavora nella tipografia del padre, lasciando nel cassetto il suo unico libro mai pubblicato. Francesca, amica, amante, è l’esempio della fragilità umana che non riesce a sopportare gli imprevisti e le prove della vita. Roberto sparisce e ritorna da adulto nella vita del narratore, è un artista di strada e sembra ricomparso da nulla e per caso, ma lui, in realtà, ha un piano preciso da portare a termine. Il protagonista in ricordo dell’amicizia di un tempo accoglie in casa sua Roberto senza rendersi conto che questo sarà l’inizio della fine. L’ultimo giorno prima di domani è un romanzo breve, ma intenso, nel quale Márquez attraverso un linguaggio tra il narrativo e il poetico, dimostra come un uomo adulto arrivi ad un certo punto della propria esistenza e ripensi a tutto il proprio vissuto – in questo caso il processo è determinato dalla perdita di una delle persone più amate dall’io narrante- rendendosi conto non solo di aver mancato una serie di importanti traguardi, ma di essersi fidato troppo di chi credeva amico.
Traduzione dal catalano Beatrice Parisi.

Eduard Márquez è nato nel 1960 a Barcellona. È autore di libri di poesia, narrativa e letteratura infantile. Tra le sue opere il romanzo Il silenzio degli alberi (Keller, 2011) che è stato tra i finalisti del Premio dei librai catalani ed è stato tradotto in varie lingue; e il romanzo “La decisione di Brandes”, sempre edito da Keller, che ha ottenuto il Premio Octavi Pellissa, il Premio della Critica catalana e il Premio Qwerty come miglior libro catalano dell’anno.

:: Un’intervista con Connie Furnari – Scrivere fantagotico in Italia a cura di Elena Romanello

10 luglio 2014

stryx-il-marchio-della-strega1Tra i nomi degli autori e autrici della nostra penisola che si affacciano al genere fantastico in tutte le sue accezioni, dal fantasy al gotico, spicca Connie Furnari, attiva molto anche sul Web, con racconti e gruppi letterari. Classe 1976, catanese, laureata in lettere con una tesi sul rapporto tra Freud e il racconto, ha vinto premi letterari con poesie e racconti ed è presente in varie antologie con i suoi lavori. Collabora inoltre con svariate riviste on line, e oltre a scrivere adora leggere, riempire la sua casa di libri, ascoltare musica mentre dipinge, disegnare fumetti in stile manga.
Ecco cosa racconta dei suoi libri, Strix e Angeli ribelli, e non solo.

Come sono nate le idee dei tuoi libri Stryx e Angeli ribelli?

Stryx è nato da “La lettera scarlatta” di Nathaniel Hawthrone. Mi sono chiesta cosa sarebbe accaduto se due vere streghe, vissute all’epoca dei puritani, fossero costrette a vivere nella nostra epoca. Sarah e Susan rappresentano due tipi diversi di donna, e il modo in cui le donne usano il loro “potere”: solo noi possiamo scegliere chi essere, se seguire il bene o il male. Per “Angeli Ribelli” invece mi son ispirata alle figure angeliche descritte da John Milton in “Paradiso Perduto”: la storia è un incrocio tra La bella e la bestia, Jack Lo squartatore e Dracula.

Da dove nasce il tuo interesse per il genere fantastico e cosa pensi di chi lo bolla come semplice moda?

Il fantastico è sempre stato il mio genere, mi annoia scrivere storie di tutti i giorni. Penso che un fantasy, scritto in modo appropriato, sia qualcosa di meraviglioso. Di solito si seguono i clichè e non si raggiunge mai un proprio stile, questo è lo sbaglio di molti autori.

Cosa pensi della situazione attuale del genere fantastico in Italia e non solo?

Si cade nel noioso perchè, come detto sopra, tutti percorrono strade già battute, nessuno rischia….

Quali sono i tuoi maestri letterari e simili e i tuoi modelli di ispirazione?

I miei modelli sono i grandi autori di classici tra gotico e horror dell’Ottocento come Edgar Allan Poe, Charles Dickens, Conan Doyle, Mary Shelley…

Prossimi progetti?

Per adesso sto completando il romanzo di Moonlight, è stata una decisione dettata perlopiù dai lettori, visto che è stato molto richiesto. Poi ritornerò sugli angeli, ma non dico altro per il momento…

Il sito ufficiale di Connie è http://conniefurnari.blogspot.it/

:: L’incredibile viaggio, Todd Downing, (Polillo, I Bassotti, 2014)

9 luglio 2014

viaggioForse il più famoso delitto in treno della storia della letteratura gialla appartiene a Dame Agatha Christie, che con il suo celeberrimo Assassinio sull’Orient Express ci narrò la storia di una vendetta consumata da insospettabili attori che sfrecciavano a bordo del leggendario treno tutto velluti e cristalli di Lalique. Un dramma con Poirot nelle vesti di rassegnato investigatore dell’unico caso che forse mai avrebbe voluto risolvere. Dubito che ci sia ancora qualcuno che non ne conosca la trama, e soprattutto il finale da antologia. Tra cinema, tv e persino videogiochi, la diffusione è stata davvero capillare, comunque nel caso che un giovane lettore leggesse questa recensione, (sì, per i più giovani la letteratura è un mondo ancora tutto da scoprire), non dirò altro, posso solo ricordare che il succitato romanzo fu pubblicato per la prima volta a puntate dal settimanale statunitense The Saturday Evening Post nell’estate del 1933.
Di qualche anno dopo è L’incredibile viaggio (Vultures in the Sky, 1935) di Todd Downing, il primo autore di successo di detective novel dell’Oklahoma. Romanzo edito in Italia da Polillo editore nella collana I Bassotti e tradotto da Giovanni Viganò che a buon diritto può rientrare nel genere delitto in treno. Altro scenario, non più la decadente Europa e il tragitto Istanbul Londra ma l’arido e selvaggio Messico, sole accecante, cactus e deserto. (Se vi capita leggetevi Il serpente piumato di Lawrence, ok, sono andata fuori tema, rimedio).
Protagonista Hugh Rennert, l’agente del Dipartimento del Tesoro americano (che compare in altri sei mystery di Downing oltre a questo), personaggio che fece la sua comparsa per la prima volta nel 1933 in Murder on Tour, credo inedito in Italia. Ma non ne sono sicurissima. Temendo ondate di scioperi selvaggi, perché si sa le ferrovie messicane negli anni ’30 erano esattamente molto simili all’ottocentesco selvaggio West, una coppia di americani in viaggio si separa: la lei resta a Laredo dalla sorella, il lui prosegue il viaggio in solitaria. Tutto perché la donna, così sostiene il marito, ha ascoltato una conversazione tra due sconosciuti a bordo del treno che l’ha spaventata. Uno minaccia l’altro con queste parole: Se non ubbidisce farò saltare il treno. Più andandosene frammenti di conversazione tra cui udibili poche parole come: “velette e polsini” e “edizione straordinaria”. (Anche se poi l’inserviente sostiene che nessuna donna è scesa a Laredo).
Si sa confidarsi con un amico, a volte anche solo con un conoscente, è la cosa migliore in questi casi e così l’uomo racconta questo episodio a Hugh Rennert, descritto come un uomo un po’ in la con gli anni, non bello, ma con lineamenti regolari e lo sguardo pensoso. Quando poco dopo ci scappa il morto, un messicano per giunta (che si rivelerà essere cittadino degli Stati Uniti, tale Eduardo Torner), sebbene il capotreno ipotizzi un infarto in attesa del medico che potrà esaminarlo solo la fermata dopo, per il nostro agente del Dipartimento del Tesoro è inequivocabilmente un delitto, e mettersi a fare domande e indagare è per lui naturale come per noi leggere un buon libro. Strani incidenti si susseguono finché nel bel mezzo del deserto… (Sognavo da una vita di interrompere così una frase sul più bello).
Allora che dire, mi sono divertita, e per un giallo così vintage è una bella soddisfazione. Lo stile è scorrevole, c’è grande attenzione ai dettagli che ricreano scene facilmente visibili con gli occhi della fantasia. Sì, lo spazio è ristretto quasi claustrofobico: corridoi, (per di più angusti) cabine, cuccette, vagoni ristoranti, vagoni fumatori. Fuori dal finestrino cactus, zanzare e deserto. Ma non ostante lo spoglio scenario, la curiosità man mano che si sfogliano le pagine cresce. Todd Downing il suo sporco lavoro di narratore lo sapeva fare, e anche il traduttore ci mette del suo. E noi lettori non possiamo chiedere di più. Volete un voto, e sia un bell’otto per questo discendente della tribù indiana dei Choctaw avventuratosi in una carriera di narratore dopo una lunga gavetta come recensore. Va bè poi lasciò tutto per dedicare il resto della vita allo studio e all’insegnamento della lingua parlata dalla tribù dei Choctaw. Ma questa è un’altra storia.

Todd Downing (1902-1974), discendente per parte di madre dalla tribù indiana dei Choctaw, nacque ad Atoka, nell’attuale Oklahoma. All’inizio della sua carriera insegnò presso la University of Oklahoma, dove aveva studiato, collaborò con la rivista Books Abroad e lavorò come guida turistica in Messico, attività che gli ispirò la trama del suo primo giallo, Murder on Tour (1933). Nel libro introdusse il suo personaggio per eccellenza, l’agente del Dipartimento del tesoro americano Hugh Rennert. A questo fecero seguito otto romanzi tra i quali meritano di essere ricordati The Cat Screams (1934, La pensione di Madame Fournier), Vultures in the Sky (L’incredibile viaggio), Night Over Mexico (1938) e Death Under the Moonflower (1939) nel quale il protagonista non è più Rennert, bensì lo sceriffo Peter Bounty. Tra il 1933 e il 1938 Downing tenne numerose conferenze sulla letteratura poliziesca e sulla materia scrisse anche un saggio, Murder Is a Rather Serious Business, che uscì nel 1945. Non ancora quarantenne, dopo la pubblicazione di The Lazy Lawrence Murders (1941) decise di abbandonare l’attività di scrittore e tornò nella natia Atoka, dove dedicò il resto della vita allo studio e all’insegnamento della lingua parlata dalla tribù dei Choctaw.

:: Affari di famiglia, Francesco Muzzopappa, (Fazi editore, 2014) a cura di Viviana Filippini

6 luglio 2014

indexEra tempo che non mi capitava di leggere una storia così divertente e allo stesso tempo intelligente. Una vicenda capace di far ridere il lettore dalla prima all’ultima pagina facendolo pensare a cosa conta davvero nella vita. Affari di famiglia di Francesco Muzzopappa è un romanzo davvero spassoso che si legge tutto d’un fiato sotto l’ombrellone, in poltrona, in viaggio o dove vi pare, se vi sentite un po’ giù di morale questo libro vi farà tornare il sorriso e potrebbe anche essere un bel film commedia. La storia ambientata a Torino ha per protagonista una contessa non solo sull’orlo di una crisi di nervi, ma giunta al limite delle proprie possibilità economiche. Maria Vittoria dal Pozzo Della Cisterna – già il nome è tutto un programma- è una degli ultimi discendenti di una importate famiglia della nobiltà torinese, ma a quanto pare non sembra passarsela troppo bene. Lei, abituata a deliziare il proprio palato con delle delicate frolle di pasticceria e vini da capogiro, deve – con un dolore estremo all’animo- optare per mediocri biscotti prodotti a livello industriale accompagnati da gelati del discount. La contessa non naviga più nel lusso di un tempo, perché la crisi economica l’ha costretta – strano ma vero- a vendere molte proprietà, a farsi pignorare mobili e gioielli e a eliminare buona parte del personale domestico. La donna ha sepolto da tempo il marito e a darle sostegno, sempre con riverenza e massima educazione, è Orlando il maggiordomo con la passione per i versi di William Blake. In realtà, la Contessa dal Pozzo della Cisterna ha un figlio, tal Emanuele, ma è talmente stolto e ottuso che al posto di aiutare la madre, non fa altro che sperperare le ultime ricchezze in divertimenti e in regali al silicone (le poppe) alle sue fidanzate. L’anziana signora non ha la più pallida idea di come rimpinguare le proprie casse ormai quasi vuote poi, complice una rapina nella quale si troverà coinvolta, aiuterà l’astuta contessa ad escogitare un piano per riconquistare le ricchezze di un tempo. La trama di Affari di famiglia è avvincente e conferma la capacità di Muzzoppapa di costruire personaggi diversi tra loro per carattere ed estrazione sociale riuscendo, da abile scrittore, a farli convivere dentro ad uno stesso spazio narrativo. La simpatica contessa Maria Vittoria dal Pozzo Della Cisterna è fredda, schizzinosa, in parole povere è la tipica persona con la puzza sotto il naso, inorridita dal fatto di doversi abbassare all’utilizzo e consumo di prodotti di massa. Accanto a lei troviamo i suoi grotteschi complici, il Rapinatore Educato e il ragazzino dal linguaggio truculento ben lontano dal bon ton. Il primo si è messo a far rapine dopo aver perso il lavoro e per passione costruisce modellini in legno di antichi velieri che non sono proprio uno splendore. Il secondo vive con la nonna, i genitori non lo hanno mai sostenuto e lui si è fatto da sé, vivendo a diretto contatto con la strada. Tra una gag comica e l’altra, questi due scapestrati giovanotti convivranno per un breve periodo di tempo con la contessa e proprio questo contatto farà uscire in modo inaspettato il meglio di loro. Da non scordare è il figlio della nobildonna, Emanuele, l’esempio tipico del giovane viziato che ha avuto tutto dalla vita e che spende e spande soldi comprando cose che rappresentano l’inutilità assoluta. Lui è un trentenne vuoto di valori, ma Muzzopappa gli darà la possibilità di una rinascita e la sua trasformazione lascerà a bocca aperta non solo la contessa, ma i lettori stessi. Con Affari di famiglia Muzzopappa costruisce un romanzo dal linguaggio fresco, frizzante nel quale le situazioni comiche si susseguono a ruota libera con una scrittura umoristica che ricorda alcuni autori anglosassoni come P.G. Wodehouse, Alan Bennett, Patrick Dennis, David Sedaris, Tom Sharpe. In Affari di famiglia si ride e allo stesso tempo quello che accade a tutta la squattrinata ciurma di personaggi è la dimostrazione che un riscatto umano, o se volte chiamarla una seconda possibilità concessa, può davvero trasformare le persone.

Francesco Muzzopappa, nato a Bari nel 1976, approda alla pubblicità per puro caso, superando una selezione in cui arriva primo su 650. Trasferitosi a Milano, nel giro di pochi anni diventa uno tra i più conosciuti e apprezzati copywriter italiani. Per la categoria in cui eccelle, le pubblicità radiofoniche, ha vinto numerosi riconoscimenti tra Cannes, Londra e New York nonché una serie di premi bizzarri (compresi un buono da 10.000 euro per mangiare gratis al ristorante, una fornitura completa di mobili per la casa e un assegno speciale per viaggiare in tutto il mondo). Molto schivo, sin dall’adolescenza ha studiato da autodidatta le tecniche della narrativa umoristica, spolpando letteralmente i testi di Swift, Sterne,Wodehouse e molti altri. Allievo della scuola di scrittura di Raul Montanari, ha pubblicato alcuni racconti su riviste e antologie. Una posizione scomoda del 2013 uscito con Fazi è il suo primo romanzo.

:: L’anello d’oro, Cristina Bruno (La Ponga Edizioni, 2013) a cura di Irma Loredana Galgano

3 luglio 2014

anello brunoL’anello d’oro (2013, La Ponga Edizioni) è il romanzo d’esordio di Cristina Bruno che lavora nel campo della multimedialità.
In effetti nel libro si ritrovano tutte le conoscenze dell’autrice su programmi, apparecchiature elettroniche e sistemi matematici, soprattutto crittografici.
Un libro ben riuscito quello della Bruno che oscilla tra lo spionaggio internazionale e la pirateria informatica, il tutto condito dalla nascita di un grande amore sullo sfondo di una Russia nuova, cangiante come i tempi, i governi, le ideologie che si sono susseguite creando l’illusione di radicali “perestroike” quando nella realtà poi il fondo del barile è rimasto immutato e ben ancorato a un ordine preciso, da cui dipendono gli equilibri del Paese e quelli internazionali, il medesimo che cercano di far vacillare Peter e Ksenija, lo stesso che governa il mondo da… praticamente da sempre.
L’autrice accompagna il lettore nel criptico mondo dell’informatica e al contempo gli mostra le bellezze e le contraddizioni dell’ex-impero sovietico, le quali, messe al confronto con quelle della potenza d’oltreoceano, rivelano quanto in realtà alla fin fine tutto si può ricondurre ai medesimi errori, frutto delle medesime ambizioni, sbagliate anche quelle, figlie della sete insaziabile di potere.
L’anello d’oro si rivela una lettura piacevole, suspense e intrigo sono ben dosati, riescono a creare da subito interesse e a far mantenere al lettore la giusta attenzione.

Cristina Bruno vive e lavora a Venezia come consulente informatica. Autrice di saggi interattivi su CD-Rom editi da Giunti Multimedia, per molti anni ha scritto articoli su riviste italiane di computer. “L’anello d’oro” è il suo romanzo di esordio.

:: Galveston, Nic Pizzolatto, (Mondadori, 2014) a cura di Stefano Di Marino

2 luglio 2014

galveston-210x300Gli Oscar ripropongono con giusto rilievo per l’attività di autore tv dell’autore, un romanzo passato quasi inosservato in Strade Blu. L’intuizione è giusta visto che Pizzolatto è autore unico di True Detective sul quale mi sono già soffermato a lungo. Ora, prima di tutto, non aspettatevi il romanzo di True Detective né qualcosa di troppo simile. Galveston però è un agile (260 pag.) concentrato di noir molto Thompson per capirci. Roy Kady, un Duraccio del Sud, scopre di avere una poco piacevole prospettiva di vita dopo una visita medica. Furioso non vuol neanche sapere cos’è. La rabbia perché il suo capo gli ha fregato Carmen, la bella ballerina che era sua compagna, lo pervade ma il lavoro è lavoro e accetta di strapazzare un tale sempre per il suddetto capo. Ma senza portare la pistola. Cosa che gli pare strana perché lui è un professionista e di violenze inutili non ne fa. Perciò si porta la ‘ berta’ ugualmente e fa bene perché lo aspettano sicari, botte e sparatorie. Se ne fugge ferito ma vittorioso con una prostituta ragazzina al seguito e un dossier scottante. L’affare s’ingarbuglia perché la ragazza ha anche una sorellina a cui badare. Comincia così quella che sembrerebbe una fuga on the road. Poi la storia si perde nei meandri delle paludi, in un ritratto ben scritto e riuscitissimo di una realtà degradata. Fa anche un salto di vent’anni e ci si domanda come Roy sia ancora vivo. Calma, c’è una spiegazione per tutto anche se arriva meno pirotecnica di quello che speravamo. Però una bella lezione sul noir, sui suoi codici, sui suoi ritmi e il suo male di vivere. Senza una parola fuori posto. True detective è un’altra cosa, ma vale la pena.

Nic Pizzolatto è nato a New Orleans ed è cresciuto sulla Costa del Golfo, in Louisiana. Recentemente suoi racconti sono stati pubblicati da diverse prestigiose riviste letterarie americane, tra le quali “The Atlantic”, “The Oxford American”, “The Missouri Review” e “The Iowa Review”. Nel 2004 è stato selezionato tra i finalisti per il National Magazine Award. La sua raccolta di racconti Between Here and the Yellow Sea, pubblicata da Macadam/Cage nel 2006, è stata indicata da “Poets & Writer’s Magazine” come uno dei cinque migliori debutti dell’anno. Attualmente vive a Greencastle, Indiana, con moglie, figlia e cani.

:: Felice Pozzo, studiare e celebrare Emilio Salgari a cura di Elena Romanello

1 luglio 2014

il_corsaronero_salgariPiemontese, anzi vercellese, Felice Pozzo è lo studioso di riferimento per quello che riguarda Emilio Salgari, il maestro dell’avventura in Italia, amato da generazioni di lettori. A Salgari Felice Pozzo ha dedicato vari studi, come Nella giungla di carta, in cui si ricorda la collaborazione dell’autore veronese con alcuni giornali toscani, ll corsaro nero su uno dei personaggi icona di Salgari, Il laboratorio magico di Emilio Salgari, sul suo interesse per il teatro e l’illusionismo e Il fachiro di Atlantide che colloca Salgari nel campo più ampio della cultura popolare. Tutti punti di vista interessanti e da approfondire.

I tuoi saggi su Salgari degli ultimi anni trattano ognuno un argomento specifico: perché questa scelta e cosa hai scoperto scrivendoli?

In realtà il mio traguardo, come per tutti gli studiosi, è la conoscenza di tutto ciò che riguarda l’oggetto dei miei studi. Scelgo gli argomenti salgariani in base al fatto d’aver ottenuto o meno elementi in modo da poterli trattare esaurientemente, oppure in base alle richieste editoriali. In realtà, a richiesta, posso affrontare qualsiasi tema su Salgari e affrontandolo faccio scoperte supplementari, come sempre avviene se ci si concentra su un solo tema. Nel corso dei decenni, e so che non sta bene che lo dica io, ho effettuato un bel po’ di scoperte che sono diventate nozioni acquisite, tanto che ormai c’è chi ne scrive senza neppure conoscere la provenienza. Mi piace ricordare la scoperta di pseudonimi come “Il piccolo viaggiatore”, A. Peruzzi, E. Giordano e altri, che hanno consentito l’indubitabile attribuzione al Nostro di molti testi prima sconosciuti ed ora presenti nelle bibliografie. Moltissime scoperte riguardano la sua vita, le persone che ha conosciuto, le fonti che ha utilizzato e altro ancora.

Come è nata la tua passione per Salgari e perché scrivi di lui?

E’ nata da ragazzino, leggendo i suoi romanzi. Nel biennio 1961-62, poi, ha avuto inizio la ricerca sistematica. In quegli anni, per commemorare il cinquantennio della morte (1911) e il secolo dalla nascita (1862), uscirono su giornali e riviste un sacco di articoli che lo riguardavano, pieni di contraddizioni, di evidenti errori, di aneddoti incredibili. Così, incuriosito, cominciai la ricerca della verità e, si sa, una cosa tira l’altra.

Secondo te come mai comunque l’interesse per Salgari continua ad esserci, vedi anche i libri in tema di Ernesto Ferrero e le riedizioni?

Per Salgari, negli ultimi decenni, hanno contato molto le riscoperte televisive e gli anniversari. Gli ultimi sono caduti nel biennio 2011-2012, così che ho rivissuto dopo mezzo secolo gli anni citati nella risposta precedente, ma questa volta stando tra i protagonisti della divulgazione e in un clima del tutto diverso, perché sono pressoché scomparse inesattezze e ignoranze. Non a caso si è lavorato molto, nel frattempo. D’altronde Salgari è adesso, in massima parte, argomento per gli addetti ai lavori. Ai giovani non interessa più. Ma sarà sempre sulla scena perché è un sempreverde, un classico del genere avventuroso, come Jules Verne, Alexandre Dumas e compagnia bella.

Quali sono secondo te gli eredi di Salgari oggi tra gli scrittori d’avventura?

Francamente non ne vedo. Potrei fare qualche nome noto, anche di autori stranieri, ma Salgari resterà sempre inimitabile. Il fatto è che ha inventato il genere avventuroso in Italia in un periodo- fine Ottocento, primo Novecento- molto particolare. È diventato un preciso e importante fenomeno di costume nazionale, poi un fenomeno letterario. La sua storia è irripetibile.

Quali altri autori sono stati tuoi maestri, oltre a Salgari?

In generale, e rimanendo nell’ambito del nostro dire, svetta su tutti Edgar Allan Poe. È stato ed è ancora un maestro, anzi il maestro dei maestri. Ha inventato molti generi, ha influenzato letteratura e arti in tutto il mondo e ben pochi, soprattutto in passato, si sono sottratti al fascino delle sue pagine, poesie comprese.

I tuoi prossimi progetti?

La vita di Salgari presenta ancora moltissimi coni d’ombra che le biografie uscite sinora non hanno affatto illuminato e chissà che non ne abbiano oscurato ulteriormente qualcuno. Anche le chiavi di lettura della sua opera sono tutt’altro che esaurite e anzi ne sorgono sempre di nuove. Insomma, c’è ancora molto da fare…

:: La misura della felicità, Gabrielle Zevin, (Nord, 2014) a cura di Viviana Filippini

1 luglio 2014

la misura della felicitàLa felicità può essere misurata? Non lo so. Credo che questo stato umano cambi da persona a persona. C’è chi si sente felice ad avere tra le mani il volante di un macchinone di milioni di euro, chi invece prova immensa felicità a rivedere una persona cara o guardando un tramonto colorato. La misura della felicità è il nuovo romanzo della scrittrice americana Gabrielle Zevin appena pubblicato da Nord editore in Italia e che presto sarà tradotto in 31 Paesi. La vicenda ha una doppia natura, perché da un lato il libro è un meta romanzo, cioè un libro che parla di libri, dimostrando quanto essi possano influire sulla vita delle persone. Dall’altro lato, la storia ci racconta quanto ciò che rende felici il genere umano possa scaturire dalle piccole azioni della vita quotidiana. La cosa che ho apprezzato di questo libro è la capacità dell’autrice di riuscire a rendere straordinaria la vita di ogni giorno vissuto dai personaggi. La trama è ambientata su un piccolo isolotto americano chiamato Alice Island, qui vive A.J. Fikry un burbero e scontroso librario rimasto vedovo. L’uomo è scorbutico e insofferente verso il suo lavoro, tanto che non ama nessun libro di quelli che ha negli scaffali della sua libreria. Purtroppo lo stesso atteggiamento il venditore di libri lo ha verso i clienti e pure verso gli agenti letterari che gli propongono le novità del mercato. Ne sa qualcosa la giovane Amelia Loman, rappresentante della casa editrice Knightley Press, che gli propone da leggere un memoir scritto da un anziano e viene liquidata da Fikry in un batter di ciglia. A cambiare la vita di A.J. non è tanto il furto della copia originale del Tamerlane di E.A. Poe, ma la scoperta di Maya nella sua libreria, una bimba di due anni abbandonata dalla madre. La donna sconosciuta affida in modo esplicito a Fikry la figlia. Motivo? Lei è troppo giovane, povera e non può occuparsi della piccola, però vuole che la figlia cresca in un ambiente ricco di cultura. A.J. all’inizio è riluttante, quasi infastidito direi, dal fatto di doversi occupare di quel frugoletto, ma un poco alla volta l’uomo si trasformerà adottando Maya e lasciando allibiti i suoi amici. Maya non è solo intelligente, lei ha una dirompente forza vitale che porterà Fikry a cambiare in modo radicale il suo atteggiamento nei confronti della vita, scoprendo che la felicità si nasconde nella cose più semplici: un abbraccio, un bagnetto ben fatto, una buona lettura e un felice scambio di opinioni letterarie con i clienti. Un po’ alla volta il protagonista imparerà a riamare il suo lavoro e a vivere con maggiore coraggio le sue emozioni. Sarà proprio grazie a questo nuovo modo di sentire la vita che A.J. si accorgerà di non esser sempre stato gentile con molte persone incontrate ad Alice Island e tra di loro c’è anche Amelia Loman. La misura della felicità è pura vita e un vero e proprio inno d’amore per i libri e per il lavoro del libraio, non a caso ogni capitolo è introdotto da un breve commento ad un libro che Fikry ha nei suoi scaffali e che vuole donare a Maya per una prossima lettura. Il romanzo della Zevine non ha per protagonista un uomo dai poteri magici o altro, Fikry è un essere umano comune, anzi un eroe quotidiano, che grazie all’amore per la figlia ritrova un atteggiamento propositivo nei confronti della vita. Amore per il prossimo e per i libri aiutano il protagonista e i lettori a capire che, come scrive Christian Mascheroni in un suo noto romanzo, non si deve avere paura dei libri ma bisogna conoscerli, respirarne il loro profumo e le emozioni che le pagine regalano quando si fanno sfogliare. Questo conferma l’importanza dell’insegna che compare sulla libreria di Fikry ad Alice Island: Nessun uomo è un’isola; ogni libro è un mondo. Traduzione Mara Dompè.

Gabrielle Zevin è nata a New York il 24 ottobre 1977, dove vive tuttora. Laureata in Lettere a Harvard, da diversi anni Gabrielle Zevin ha intrapreso con successo la carriera di scrittrice e autrice cinematografica. Nel 2007, per la sceneggiatura di Conversations with Other Women, il film con Aaron Eckhart e Helena Bonham Carter, è stata nominata agli Independent Spirit Awards, i prestigiosi premi per il cinema indipendente americano. Entrato nella classifica del «New York Times» grazie al passaparola dei lettori, La misura della felicità è in corso di traduzione in tutto il mondo ed è la conferma del talento di un’autrice unica.

:: A.R.C.A. Il risveglio di Pito, Matteo Marchisio, e James Alvaro Arata, (KM33, YOUCANPRINT, 2013) a cura di Micol Borzatta

29 giugno 2014

arca_risveglio_coverUna leggenda narra che all’alba dei tempi esistevano due principi: Bromios, la forza bruta e prepotente, e Pito, la forza del controllo e della riflessione. Come tutti i fratelli un giorno iniziano a combattersi, dando vita all’universo.
Proprio all’interno di questo universo si svolge la grande battaglia tra le forze dell’Intesa Siderale contro i Mokter, popolo di viaggiatori che, dopo aver visto revocato il loro diritto a viaggiare quando hanno consentito di sottostare all’Intesa Siderale, decidono di ribellarsi e combatterli fino alla distruzione totale per tornare liberi.
Un ottimo libro per chi ama il genere fantascientifico, scritto con un linguaggio semplice e lineare, ma rimane un po’ lento per chi invece si avvicina per la prima volta o non proprio fan del genere che si appresta a leggere questo romanzo.
Sicuramente è stata una sfida per gli autori, vista l’epoca in cui vede di moda storie fantasy e horror con maghi, vampiri e licantropi.
In molti punti però si notano refusi ed errori che non stati controllati prima della pubblicazione e moltissimi riferimenti ai libri di Asimov e al film Star Wars, vedi ad esempio la descrizione delle navicelle.
Un’altra problematica che rende difficile la lettura è la descrizione delle battaglie. Gli autori si concentrano troppo su queste parti del libro descrivendole fin troppo minuziosamente, tralasciando di approfondire molti altri punti che vengono solo accennati e non trasmettono al lettore le informazioni necessarie per seguire la storia. Lo stesso vale per molti protagonisti che vengono descritti poco, quando una descrizione maggiore aiuterebbe il lettore a creare un legame con loro trovandoli più veri e tridimensionali.
Nel complesso non è male come libro, ma sicuramente ha bisogno di essere sistemato.

Matteo Marchisio classe 1990 di Montà d’Alba (CN) e James Alvaro Arata di Terzo classe 1988 (AL) sono due studenti, entrambi piemontesi, appassionati di letteratura, videogame e tecnologia. Un’estate di tre anni fa, quasi per scherzo, hanno provato a immaginare la storia, nella loro galassia lontana lontana. Così nacquero gli ARCA, con i loro piloti, le loro missioni e i loro nemici giurati. Il risveglio di Pito è il primo romanzo della serie ARCA, uscito nel dicembre 2013 e  autopubblicato con la piattaforma YOUCANPRINT. Lo stile strizza l’occhio alla letteratura anglosassone, utilizzando un registro tecnico ma efficace, stacchi rapidi e situazioni molto concitare mostrate da più punti di vista. L’uscita del romanzo successivo ARCA- i figli di Tlaloc curato da M.Marchisio è prevista per luglio 2014.