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:: Un’ intervista con Luca Poldelmengo

19 ottobre 2014

20140930141515Bentornato Luca su Liberi di scrivere. Ci siamo lasciati nel 2012 con L’uomo nero e ci ritroviamo nel 2014 con Nel posto sbagliato, appena uscito per E/O nella collana Sabotage. Cosa è successo in questi anni? Cosa è cambiato?

Bentrovata Giulietta, è successo che ho scritto due romanzi, uno dei quali per l’appunto è quello di cui parliamo oggi, una commedia per il cinema e ho lavorato a un progetto per una serie tv.

Nel posto sbagliato è un romanzo che si presta a diverse analisi, a diversi piani di lettura. Per un recensore, che ha modo di intervistare l’autore, insomma è un piccolo scrigno di significati. Iniziamo dalla tua nuova visione del noir. Unisci noir e fantascienza, un connubio piuttosto insolito. Nella mia recensione avvicino il tuo romanzo ad un celebre racconto di un grande come Philip K. Dick. Perché ritieni che questa forma di noir sia così insolita?

Per quanto riguarda il perché della mia scelta è presto detto, io parto sempre dalla storia. Mi premeva raccontare questa storia e toccare certi temi, ho semplicemente adoperato quelli che secondo me erano gli strumenti narrativi più adeguati. Allargando il discorso all’attuale panorama editoriale italiano sono d’accordo con te che la strada che ho intrapreso non è la più battuta, e in un momento di crisi sono pochi quelli che hanno voglia di abbandonare le proprie confortanti certezze.

La fantascienza è stata usata per lo meno da autori come Azimov, Ray Bradbury, John Wyndham, per parlarci del presente, e fungere da sentinella, avvisandoci dei mali che il futuro ci potrebbe portare. Anche tu hai usato questo genere ibrido con questo scopo? C’è un messaggio chiaro sotteso al racconto?  

Io sento un pericolo, avverto la netta percezione che dal Patriot Act in poi nel mondo occidentale si è deciso, o si è iniziato a decidere, che la privacy e i diritti civili del singolo possono essere sacrificati sull’altare della sicurezza collettiva. Una china molto pericolosa, dal mio punto di vista.

Io parlo di fantascienza, forse altri potrebbero classificare il tuo romanzo come un romanzo distopico. Infondo narra di una realtà alternativa, ma diciamo contemporanea. Non ci sono robot, astronavi, case con elettrodomestici avveniristici. In che anno è ambientato Nel posto sbagliato? Come preferisci venga classificato?

L’attentato alla stazione che dà il là alla storia avviene il 28 maggio del 2013 (quando finite di leggere il romanzo, non prima, inserite questa data su google, solo mese e giorno, potreste avere una sorpresa). Il termine distopico lo trovo calzante, ma io preferisco andare oltre, più che di una realtà alternativa io parlerei di un presente negato, di un qualcosa che sta già accadendo, ora e qui. Magari non nel modo che ho immaginato io, ma in quella precisa direzione. Facciamo un esempio su tutti: Wikileaks. Se qualcuno spia le mail di Angela Merkel a sua insaputa credete che si farebbero problemi a fare anche di peggio con noi?

A cosa si riferisce il titolo, quale è il posto sbagliato?

Il posto sbagliato può essere un qualsiasi luogo legato a un delitto. Ciò che lo rende pericoloso per chiunque vi si trovi non è però la presenza del criminale, bensì di chi gli dà la caccia. Una squadra speciale di polizia che si serve dell’ipnosi per utilizzare ignari cittadini (che loro chiamano POV) come fossero telecamere di videosorveglianza, invadendone la privacy e calpestandone i più elementari diritti civili.

Protagonista assoluto è senz’altro il commissario Vincent Tripaldi. Come hai costruito questo personaggio?

Volevo un commissario che seguisse un fine giusto (o apparentemente giusto), ma per i motivi sbagliati. Un uomo determinato nella propria ricerca dell’affermazione, del successo, del potere, ma che avesse anche un doppiofondo, una crepa, un’umanità malata, guasta. Vincent è un uomo solo con due serpenti nel terrario. L’asfissiante rapporto col fratello gemello ne ha segnato l’esistenza, rendendolo un misantropo che vive ogni tipo di rapporto sociale con fastidio e diffidenza.

Utilizzi molti colpi di scena, il più decisivo pressappoco a metà romanzo quando Vincent spara al terraio e libera i due serpenti, uno innocuo, uno velenoso. Ne uccide uno, non sappiamo quale dei due, e poi viene morso. Insomma per un attimo la storia potrebbe finire così, con la morte del protagonista. Ma vediamo bene che abbiamo molte altre pagine prima della fine. Questo comunque è solo uno dei colpi di scena, e di solito sono concentrati tutti sul finale, almeno i più determinanti. Perché questa scelta invece?

Ti posso fare i complimenti per la domanda o sembro ruffiano? Oramai te li ho fatti, amen. Hai colto nel segno, quello è un finto colpo di scena, qualsiasi lettore meno che scafato capisce che il protagonista non può morire a 80 pagine dalla fine del libro. A me quella scena, mi piace definirla così, tra l’altro è una delle mie preferite, serve a spiegare con un’azione reale e simbolica al tempo stesso lo stato in cui versa il mio protagonista. Vincent ha raggiunto un punto di rottura.

All’apparenza dunque è un romanzo poliziesco. C’è una squadra investigativa, un po’ avveniristica, (utilizza una macchina che trasforma in ologrammi i ricordi delle persone che si sono trovate anche per caso in un luogo dove è avvenuto un omicidio, una strage,) ci sono varie indagini, si cercheranno vari colpevoli. Se questa dicevo è l’apparenza, la realtà quale è?

In realtà parlo del potere, di quanto ne si possa dare in mano a delle persone, se sia giusto delegare ad altri decisioni che possano segnare così profondamente le nostre esistenze. E, in ultima analisi, anche fossimo disposti a farlo, dell’uso che realmente verrebbe fatto di questo potere. Chi controllerebbe il controllore?

I pov vengono prelevati arbitrariamente, si scava nelle loro mento senza il loro consenso, violando i più basilari diritti civili, in nome della giustizia. I pov vengono individuati monitorando i cellulari di tutta la popolazione, ogni giorno in ogni momento. Pensi che sia questo il futuro che ci aspetta? Pensiamo solo ai social network. Verranno violati sempre più di diritti dei cittadini, primo tra questi quello alla privacy, in nome della cosiddetta sicurezza?

Proprio oggi è andata in onda una mia intervista al TG1, quando la registrai un paio di settimane fa Bruno Luverà mi disse riguardo al mio romanzo “la cosa più inquietante è che è tutto tremendamente più realistico di quanto possa sembrare”. Faccio mie le sue parole per risponderti.

La componente noir è principalmente legata alla nebbia un po’ oscura che attraversa tutto il romanzo. L’animo umano è molto noir. Per molti versi non c’è grande spazio per rassicuranti certezze, per il classico lieto fine. Come affronti nei tuoi libri l’animo noir che c’è in tutti noi?

L’essere umano che conosco meglio sono io, e sono certo che in me coabitano pulsioni nobili e orripilanti, come so che il male è capace di spaventarmi e affascinarmi al tempo stesso. Questo fa di me un uomo ambiguo, ma io vivo nella convinzione che l’ambiguità, intesa come non certezza, non classificabilità, niente lavagna dei buoni e dei cattivi, sia alla base di qualsiasi essere umano. Siamo tutti uguali? No, siamo tutti diversamente ambigui, questo per me è il noir.

La manipolazione della mente umana è un altro tema da te trattato. Parli di ipnosi, di messaggi subliminali. Tramite l’ipnosi si può indurre qualcuno al suicidio, o all’omicidio. Come ci si può difendere dall’uso distorto di queste tecniche mentali?

Premesso che quello dell’ipnosi è un mondo molto complesso in cui non esiste una verità univoca, detto ciò io mi sono documentato molto per scrivere questa storia, per cercare, nel limite del possibile di essere aderente alla realtà, o in secondo luogo al realistico. Nel romanzo ci sono delle indubbie forzature narrative, non ho mai voluto scrivere un saggio. Comunque l’inconscio è un territorio tanto misterioso quanto pericoloso, e ci sono soggetti particolarmente portati a essere manipolati, plagiati.

Nel tuo romanzo il tema della sicurezza viene utilizzato come un’arma politica determinante. C’è un premier e il suo antagonista che si combattono una guerra silenziosa, e senza regole. Il tuo scritto nasconde una analisi anche del sistema politico attuale?

Questa è stata un’altra sfida che ho deciso di accettare scrivendo questo romanzo, cercare di fondere distopia e realpolitik. Giocare su un piano narrativo a un livello globale, che riguarda tanto noi quanto qualsiasi altro stato occidentale, e su un altro, che fa quasi da corollario alla storia, ritornare su un vissuto, presente e passato, che è drammaticamente italiano, più che di altri paesi.

Sei tradotto all’estero. Cosa ci puoi dirci di questa esperienza? Fai tour letterari all’estero? Partecipi a conferenze, fiere, presentazioni? Come vedono l’Italia all’estero, per lo meno come vedono la cultura e la letteratura italiana?

Sono tradotto al momento solo in Francia, seppure con un editore molto importante, e per ora con un solo romanzo, la versione francese de L’uomo nero uscirà a Febbraio. Non sono stato ancora invitato a presentare il mio lavoro in Francia, ma il primo romanzo è andato bene e probabilmente accadrà col secondo. Posso dire che, malgrado la fama di sciovinisti che li accompagna, i francesi sono molto attenti alla letteratura di genere prodotta in Italia.

Bene l’intervista è finita, nel ringraziarti mi piacerebbe ancora chiederti quali sono i tuoi progetti per il futuro. Hai già in mente le trame dei tuoi prossimi libri?

Ho piuttosto chiari i seguiti tanto di Nel posto sbagliato che dell’altro romanzo che ho già terminato. Però prima di rigettarmi nella narrativa vorrei, almeno per qualche mese, dedicarmi a dei progetti per la serialità televisiva, è una sfida che mi affascina.

:: Arrivano i pagliacci, Chiara Gamberale, (Mondadori, 2014)

19 ottobre 2014

arrivanoSi sa in Italia non si legge. Ce lo dicono le statistiche, ce lo dicono i visi dei librai. Un mio sogno, quando sarò un’anziana zitella petulante (forse già lo sono), è proprio quello di aprire una libreria in cui abbiano diritto di asilo solo i libri belli, come in quei vecchi film con Meg Ryan. Lo so, sono sentimentale da far paura, ma è tutta colpa del libro che ho appena letto, perdonatemi.
Si sa in Italia si ama far altro invece di leggere, e a volte mi chiedo come mai blog come i miei abbiano lettori. Non tanti, ma ce ne ho. Ogni giorno. Fedeli. Eroici, oserei dire. Tengo questo blog aperto per loro, per voi. Questo blog con tutti i suoi difetti, con la mia gestione un po’ anarchica, un po’ eccentrica, con i costi che non rientrano, con i disagi e la vita di tutti i giorni che scorre parallela.
Comunque dicevo la gente non legge. Capirne i motivi sarebbe interessante. Studiarli, sviscerarli, analizzarli sotto la lente di ingrandimento. Magari attualmente ci sono decine di laureandi che stanno scrivendo una tesi su questo argomento. Mi piacerebbe leggerle. Mi piacerebbe capire.
E se il motivo reale, la causa di tutto fosse che non ci sono in circolazione buoni libri? Già, a volte me lo chiedo, e so che forse questa risposta è solo parziale, è solo un frammento del grande mosaico che è l’editoria. I classici sono sempre disponibili, Henry Miller, Vladimir Nabocov, Fëdor Dostoevskij, per citare i primi tre autori che mi vengono in mente, sono ancora disponibili. Ma a quanto pare nessuno legge neanche loro.
A quanto pare c’è un processo in corso complesso e strano, fatto di omissione, disinteresse, occultamento. Eppure, eppure ci sono menti creative, originali, eccentriche, anche tra gli scrittori contemporanei, scrittori ai quali perché non dare una possibilità?
Prendiamo Chiara Gamberale, autrice di Arrivano i pagliacci, il libro che ho appena letto, e ha suscitato in me tutte queste riflessioni.
Premetto che questo libro non parla di editoria, cali di vendita, o altro. E’ più che altro un diario, uno scritto di una ragazza di vent’anni, un po’ bizzarra, che lascia in un quaderno frammenti della sua vita legati agli oggetti che la sua casa contiene. Oggetti che ha intenzione di lasciare per colpa di un trasloco. E questo quaderno viene lasciato in eredità ai successivi proprietari. Come un dono, come un impegno preciso a mantenere la memoria delle cose. Perché è infondo la memoria che ci rende così caratteristici nella scala evolutiva.
E le parole costruiscono mondi, i bravi scrittori proprio questo riescono a fare. Lasciando ampi margini di libertà. Ogni lettore si può poi costruire la sua storia, facendo nascere le sue riflessioni, i suoi collegamenti mentali. Scavando nella propria memoria.
Dico la verità, se Maddalena di Babel Agency non me l’avesse proposto, non l’avrei letto. Non è il mio genere, anche se invecchiando sto diventando sempre più onnivora, tuttavia non mi pento di avere accettato. Forse anche per i motivi della nuova pubblicazione di questo libro. Arrivano i pagliacci uscì già nel 2003 per Bompiani, sono passati diversi anni da allora e come succede sempre sembra che i libri abbiano una scadenza e a volte diventino introvabili. La Gamberale così ha deciso di dare nuova vita al suo libro, tornando su uno scritto di quando era anche lei ventenne e dandolo, oggi, da pubblicare a Mondadori.
Così ecco di nuovo Allegra Lunare, e il suo associare ricordi della sua famiglia, dei suoi amori, dei suoi amici,  agli oggetti contenuti nella sua casa. Anche i libri letti in età diverse sono diversi. Figuarsi scriverli. Chissà che effetto avrà fatto all’autrice salire in questa particolare macchina del tempo? Un po’ come in quei film americani in cui gli studenti di una classe seppelliscono oggetti in una scatola del tempo e la riaprono vent’anni dopo. Allegria, tristezza, tragedie, eventi buffi. Tutto concentrato in un piccolo vaso di Pandora.
E poi probabilmente nella vita, come al circo, non ostante tutte le tragedie alla fine arrivano sempre i pagliacci.

Chiara Gamberale, giovane romana nata nel 1977 è scrittrice, collaboratrice di La Stampa, Il Riformista e Vanity Fair, conduttrice radiofonica e conduttrice televisiva italiana. Nel 1996 vince il premio di giovane critica Grinzane Cavour promosso da La Repubblica e nel 2008 riceve il Premio Campiello per il libro La zona cieca. Tra i suoi romanzi ricordiamo Le luci nelle case degli altriL’amore quando c’era, Quattri etti d’amore grazie e  Per dieci minuti.

:: Nel posto sbagliato, Luca Poldelmengo, (E/O, 2014)

18 ottobre 2014

20140930141515Unire noir e fantascienza non è una pratica che si usa spesso. Gli scrittori di noir preferiscono parlare del presente, del mondo contemporaneo senza deroghe o derive fantastiche o appunto fantascientifiche. Eccezioni ce ne sono, e ben vengano, pensiamo solo al bellissimo racconto di Philip K. Dick, “Minority Report”, da cui Stephen Spielberg trasse ispirazione per l’omonimo film, a dire il vero molto liberalmente tratto, con Tom Cruise. E vedendo questo film, proprio ieri, non ho potuto non fare collegamenti con il libro che stavo leggendo, Nel posto sbagliato, di Luca Poldelmengo, edito da Edizioni E/O nella collana Sabotage. Libro che ispira interessanti interrogativi e riflessioni sul nostro mondo contemporaneo, e sui dilemmi morali ed etici che le scoperte scientifiche generano. In Minority Report ci troviamo nel 2054, e per combattere l’alto tasso di omicidi viene creata una squadra, la PreCrimine, composta da agenti di polizia e da tre “precogs”, esseri che con i loro poteri precognitivi riescono a vedere gli omicidi prima che si compiano, proiettando attraverso una macchina queste visioni su alcuni schermi. Nel romanzo di Poldelmengo, apparentemente contemporaneo, ci troviamo di fronte a una macchina simile che trasforma in ologrammi i ricordi, le sensazioni, registrando anche suoni e odori dei testimoni di omicidio, chiamati, pov, (point of view). Tutto ciò avviene portando i soggetti ad un livello di coscienza particolare, tramite l’ipnosi e la somministrazione di alcune sostanze chimiche. Soggetti non consenzienti, prelevati in modo arbitrario e portati in luoghi segreti, che alla fine non ricorderanno niente di questa esperienza. La squadra denominata Red è segreta, (anche in Minority Report l’azione della PreCrimine è piuttosto controversa tanto che prima di estenderla all’intero paese, viene mandato un agente federale in cerca di falle al sistema), almeno lo è all’inizio del romanzo, prima che il premier non ne parli apertamente in parlamento, dando in pasto la notizia all’opinione pubblica. Errore fatale? Punto di partenza di un effetto domino che porterà ad effetti incontrollabili? Sta di fatto che appena viene resa pubblica la notizia un membro della squadra viene ucciso, e un’ indagine, questa volta tesa alla sopravvivenza stessa di questo organismo, ha inizio. Un personaggio si chiede se è eticamente giusto che sopravviva, accenna per esempio al dibattito sulle intercettazioni telefoniche che violerebbero appunto la privacy dei cittadini, ma paragonate all’azione della Red, che scava arbitrariamente nella mente di persone ignare, azioni senz’altro meno gravi. Per combattere il crimine bisogna usare ogni arma, anche a scapito degli innocenti (un pov arriverà a suicidarsi per le conseguenze dell’ipnosi)? Ci sono regole e barriere da non oltrepassare? Come affrontare il dilemma etico se sia meglio liberare un colpevole o condannare un innocente? Che prezzo ha la giustizia? In una città invasa dalle immondizie, (anche questo eco di cronaca recente) i nostri personaggi si muovono portando il loro bagaglio di dolore. Vincent soprattutto, il personaggio più carismatico del gruppo, così efficiente e aggressivo sul lavoro, e fragile nella vita privata, resta l’eroe, anti-eroe del racconto, come in ogni noir che si rispetti. La manipolazione della mente, il desiderio di vendetta, le trame di gente senza scrupoli che pianifica subdole macchinazioni, tutto si intreccia in questa narrazione tesa e sincopata. Per quanto le scoperte scientifiche saranno in grado di fornirci strumenti per migliorare le nostre vite, il fattore umano farà sempre la differenza. Gli errori, i crimini, le debolezza sono sempre lì. Specchi distorti delle nostre più grandi aspirazioni. Questo sembra il messaggio sotteso al racconto. Un messaggio non tanto rassicurante, ma pur sempre veritiero.

Luca Poldelmengo è nato a Roma nel 1973. Alla sua attività di sceneggiatore dal 2009 comincia ad affiancare quella di scrittore, esordendo con il noir Odia il prossimo tuo (Kowalski), tradotto anche in Francia, finalista al premio Azzeccagarbugli e vincitore del premio Crovi come migliore opera prima. Nel 2012 pubblica L’uomo nero (Piemme), finalista al premio Scerbanenco, anch’esso tradotto in Francia. I suoi libri sono pubblicati in Francia per Payot & Rivages.

:: Segnalazione: Doppio appuntamento con Alfredo Colitto

17 ottobre 2014

compagniaIn questo mite autunno 2014, doppio appuntamento in libreria con Alfredo Colitto, autore italiano di thriller storici che i lettori di questo blog conoscono bene per la saga dedicata al medico trecentesco Mondino de’ Liuzzi. Questa volta, con un piccolo salto temporale, ci troveremo nella Napoli del 1600 e avremo la possibilità di leggere, uno di fila all’altro, La compagnia della morte, che uscirà il 21 ottobre a un prezzo simbolico di 1,90, e Peste, in uscita l’11 Novembre, il primo prequel del secondo, romanzo vero e proprio. Pubblicato in 21 paesi e tradotto in 7 lingue, Colitto è un autore molto amato, oltre che un traduttore stimato, (pensate solo che traduce per Einaudi, Ellroy)[1], quindi se non lo conoscete ancora e amate il mistero e il thriller storico, dovreste segnarvi il suo nome. Di seguito, sperando di farvi cosa gradita, vi riporto le trame dei libri in uscita. E’solo una segnalazione, non ho avuto ancora modo di leggerli, ma so di andare sul sicuro. Buona lettura.

LA COMPAGNIA DELLA MORTE

Napoli, 14 agosto 1655. Il caldo torrido del pomeriggio non dà pace alle vie affollate della città, ma il pittore Sebastiano Filieri non può restarsene tra le fresche mura della cappella di Palazzo Agliaro, dove sta dipingendo un ciclo di affreschi. Lo attende un compito difficile: dire addio a Maria, la sorella di sua moglie Angela, l’ultimo affetto che gli resta della sua famiglia decimata.
Mentre Sebastiano è al suo capezzale, la donna pronuncia poche parole: un delirio, all’apparenza, ma a lui rivelano una verità che cercava da anni. La verità sulla morte di Angela.
Quelle parole lo riportano ai tragici giorni della rivolta di Masaniello, quando era entrato nella Compagnia della Morte, una società segreta di pittori che durante la notte cercavano e assalivano i soldati spagnoli nelle vie di Napoli, per testimoniare con la spada che la loro città mai si sarebbe rassegnata al dominio straniero.
Ma una notte, di ritorno da una missione, Sebastiano aveva trovato la moglie e la figlia crudelmente assassinate, da una persona che ormai era già morta. Distrutto dal dolore, aveva lasciato la Compagnia.
Ora, però, accanto a Maria, morente, comprende che il colpevole è un altro, e che la vendetta è ancora possibile.

PESTE

Napoli, 1655. Varcando la soglia di Palazzo Guzmán con la sua famiglia di saltimbanchi, per intrattenere gli ospiti del conte, Cecilia non immaginava che la sua vita sarebbe cambiata per sempre. Dopo aver ricevuto gli applausi divertiti degli astanti, si ritrova nel parco del palazzo e assiste, impotente e terrorizzata, a un incontro segreto.
Il conte Guzmán e un altro uomo stanno parlando del destino di Napoli e di una congiura che potrebbe riportare la città nelle mani dei francesi. Cecilia non sa nulla di politica, ma comprende subito il pericolo in cui si trova: è l’unica testimone dell’atroce tradimento. Quella stessa notte, infatti, la sua famiglia viene assalita da tre sicari. Lei è la sola a sfuggire al massacro, grazie al provvidenziale intervento di un uomo che le permette di nascondersi in un palazzo deserto e misterioso.
Sebastiano Filieri non ha più nulla nella vita, se non la sua pittura. Ha perso la famiglia e gli ideali in pochi giorni, durante la breve, sfortunata rivolta di Masaniello.
Quando scopre il segreto di Cecilia, Sebastiano sa che il conte Guzmán non riposerà finché non l’avrà uccisa. La ragazza potrebbe riportarlo a combattere per la sua patria, per i valori che un tempo guidavano la sua esistenza, ma la città di Napoli è minacciata da un nemico più pericoloso della Francia, più infido dei governanti spagnoli: la peste.

Alfredo Colitto affianca all’attività di scrittore quella di traduttore per alcune tra le maggiori case editrici italiane. I suoi thriller storici, Cuore di ferro (finalista al Premio Salgari), I discepoli del fuoco (finalista al Premio Azzeccagarbugli e vincitore del Premio Mediterraneo del Giallo e del Noir e del Premio di Letteratura Poliziesca Franco Fedeli) e Il libro dell’angelo (vincitore del Premio Azzeccagarbugli 2011), e La porta del Paradiso, il suo primo romanzo storico, sono stati tradotti in 7 lingue e pubblicati in 21 paesi all’estero

[1] Poi vi racconto di quella volta in cui cercavamo in tutti i modi di contattare Ellroy, tipo piuttosto refrattario a tecnologia e internet.

:: Hiroshige Da Edo a Kyoto vedute celebri del Giappone. La collezione del Museo d’arte orientale di Venezia, a cura di Fiorella Spadavecchia, Marta Boscolo (Marsilio, 2014) a cura di Davide Mana

17 ottobre 2014

3172012Il catalogo della mostra in corso a Venezia, in Palazzo Grimani (20 settembre 2014 – 11 gennaio 2015) rappresenta un eccellente connubio di qualità ed economia.
Le ottanta pagine offrono una buona selezione di riproduzioni di alta qualità dell’opera del maestro incisore Hiroshige, alle quali si accompagnano articoli di approfondimento scritti con taglio accademico ma comunque estremamente accessibili.
Il volume riunisce interventi di Fiorella Spadavecchia, Marta Boscolo Marchi, Silvia Vesco, Bonaventura Ruperti, Rossella Menegazzo e Magda di Siena.
I diversi articoli inquadrano storicamente e culturalmente lo stile ukyioe; esplorano i legami fra questa forma d’arte e la cultura popolare del giappone ottocentesco, e con il teatro in particolare; sottolineano il legame fra il Giappone e Venezia, fra l’Oriente e l’Italia. Non manca un approfondimento sull’influenza che l’arte giapponese ha avuto su quella occidentale, e sul legame fra pittura e fotografia (molte le splendide foto d’epoca incluse nell’opera).
È palese che i curatori hanno fatto tutto il possibile per far stare, nelle ottanta pagine del catalogo, quanto più materiale possibile – ed è altrettanto evidente che ci sono riusciti.
Proprio grazie alla vastità ed alla varietà degli argomenti trattati, pur restando centrale il tema dell’opera di Hiroshige, il volume edito da Marsilio riesce a superare la propria natura di “catalogo della mostra”, e diventa un solido, agile testo di riferimento per chiunque abbia un interesse o una curiosità nei confronti dell’arte Giapponese.
All’opera è accluso un CD con materiali multimediali aggiuntivi, che arricchiscono ulteriormente un’offerta già di per sé notevole.
La presenza di una galleria multimediale non sostituisce certamente una visita alla mostra, che è vivamente consigliata.

Fiorella Spadavecchia vive e lavora a Venezia, è direttore del Museo d’Arte Orientale di Venezia.

Utagawa Hiroshige (Edo, 1797-1858), è uno dei grandi maestri dell’ukiyo-e.

:: Mediorientarsi: Il manoscritto incompleto, Kamal Abdulla, (Sandro Teti Editore, 2014) a cura di Matilde Zubani

15 ottobre 2014

manoscrittoKamal Abdulla ripropone in questo suo libro un classico espediente letterario – il ritrovamento di un misterioso manoscritto, scintilla d’innesco per la narrazione – che vanta illustri precedenti, basti pensare a I Promessi Sposi di A. Manzoni, o a Il Nome della Rosa di U. Eco. Grazie a questo stratagemma l’autore dipana il filo del racconto seguendo tre diversi piani narrativi. Il primo è ambientato nel presente e precisamente presso il Fondo Manoscritti dell’Istituto Nazionale di Baku, capitale dell’Azerbaijan, dove il protagonista-ricercatore scopre il manoscritto incompleto. Sarà la trascrizione di quest’ultimo a condurre il lettore nell’Asia Centrale del IX secolo, popolata dalle tribù turche degli Oghuz e, parallelamente, nel cuore dell’Impero Persiano del XVI, al tempo di Ismail I, lo shah-poeta di origini azere.
Mentre la seconda storia si esaurisce in un circoscritto seppur affascinate cammeo, il filone turco-oghuz è senz’altro parte predominante nella narrazione, che si incentra su un’importante inchiesta condotta dal Khan dei Khan per “smascherare quel vile figlio di un vile che sta distruggendo gli Oghuz dall’interno”. Per trovare il colpevole il Khan presiede una serie di colloqui-interrogatorio. Mettendo a confronto le voci dei nobili Oghuz scaverà nelle dispute famigliari, ripercorrendo i trionfi e le bassezze dei suoi uomini e cercherà di farsi rivelare le ordite trame mosse dalla bramosia per il potere.
Assieme al protagonista-ricercatore si scopre che il narratore di questa cronaca altri non è che il celebre Dede Korkut, autore del più importante poema epico di epoca Oghuz: il Kitab-e Dede Korkut, testo rivelatore dei valori più significativi per la vita sociale dei turchi nomadi, delle loro gesta e delle loro credenze pre-islamiche. La scelta dell’ambientazione si fonda certamente su un notevole lavoro di ricerca storico-geografica, non a caso Kamal Abdulla viene considerato uno dei più importanti intellettuali azerbaigiani contemporanei.
Abdulla si destreggia su diversi piani d’azione storicamente e linguisticamente diversi tra loro, senza però perdere il ritmo di una narrazione sapientemente costruita che, anzi, viene forse disturbata dalla volontà di marcare il passaggio da una “scena” all’altra con stili grafici differenti. Apprezzabile è anche la scelta del curatore dell’edizione italiana (2014, Sandro Teti Editore) di mantenere alcune parole in lingua originale per favorire l’immersione del lettore in quello che è un ambiente – non solo letterario – sconosciuto ai più. Tuttavia la collocazione delle note a fine volume non riesce a invogliarne la consultazione regolare.
Il manoscritto incompleto suggerisce molti riferimenti ad altre affascinanti opere letterarie: l’epica di tradizione omerica, il ciclo bretone – Dede Korkut potrebbe quasi assomigliare a Merlino, consigliere e guida, nonché custode dei sogni e dei segreti – ma anche storie più recenti, come Il mio nome è rosso (O. Pamuk), in cui si dipana un’altra intrigante inchiesta ambientata alla fine del 1500. Tutto ciò sembra creare un filo sottile che unisce la tradizione letteraria Occidentale a quella Orientale, e a coloro che hanno avuto modo avvicinarsi alla cultura di Paesi come la Turchia o l’Azerbaijan il collegamento apparirà tutt’altro che casuale.
Volendo riassumere l’essenza di questo romanzo, la prefazione di Franco Cardini, esperto medievalista, evidenzia come Kamal Abdulla ci parli, attraverso i personaggi coinvolti nei tre filoni narrativi, della difficoltà di cogliere la verità, non sempre perché sia troppo sapientemente celata ai nostri occhi, ma perché essa potrebbe semplicemente non esistere, o potrebbero esisterne molte, diverse e legittime versioni. Un libro raffinato e complesso, ma allo stesso tempo capace di catturare la curiosità del lettore. Consigliato agli amanti dei romanzi storici e a coloro che vogliano esplorare l’affascinante cultura caucasica.

Kamal Abdulla (1950) è scrittore e sceneggiatore teatrale, autore di numerosi romanzi, racconti e saggi tradotti in varie lingue. Oggi viene considerato uno dei più importanti intellettuali azerbaigiani, eminente turcologo e slavista, è stato a lungo rettore dell’Università di Studi Slavi di Baku. Attualmente riveste l’incarico di Consigliere di Stato per i Rapporti Multiconfessionali e il Multiculturalismo.

La patria originaria degli Oghuz era la regione Uralo-altaica dell’Asia centrale, che è stata il dominio delle popolazioni turciche fin dall’antichità. Ci sono diverse opinioni riguardo al significato della parola Oghuz, le più quotate sostengono che significhi “tribù”, “unione di tribù”, “unione di tribù affiliate”. La maggioranza degli Oghuz conduceva una vita nomade, dedicandosi principalmente all’allevamento. Tuttavia, vi erano anche gruppi Oghuz sedentari, che venivano chiamati “yatuk”, ovvero pigri, come a sottolineare l’importanza e la funzionalità della condizione nomade per quel tempo. Come si può capire dalla lettura de “Il manoscritto incompleto”, la vita errante non impedì agli Oghuz di sviluppare strutture politiche e sociali ben definite. Alleanze basate sul matrimonio e la parentela erano i tessuti connettivi della loro società. Fu proprio un clan degli Oghuz, i Selgiuchidi, ad abbracciare, primo fra le popolazioni turciche, l’Islam. Lo stesso completò l’espansione-migrazione verso occidente iniziata nell’800. Con la conquista della Persia nacque il Grande Impero Selgiuchide, che soccomberà alla nascente dinastia degli Ottomani.

A chi volesse approfondire l’argomento, o saperne di più sul “Libro di Dede Korkut”, più volte menzionato nel romanzo sopra recensito, consiglio due testi scritti da due dei massimi esperti di turcologia e storia della Turchia: “The book of Dede Korkut” di Geoffrey Lewis (1974, Penguin Classics) e “The Turks in World History” di Carter Vaughn Findley (2004, Oxford University Press).

:: Il fiume del non ritorno, Bee Ridgway (Sonzogno, 2014) a cura di Elena Romanello

14 ottobre 2014

il-fiume-del-non-ritorno-di-bee-ridgway-L-1cDC8nNick Falcott sta per essere ucciso su un campo di battaglia di una delle tante guerre napoleoniche in Spagna, ma si risveglia di colpo in un ospedale del Duemila, scoprendo che ha viaggiato nel tempo grazie ad una misteriosa organizzazione, la Gilda, e può rifarsi una vita, dimenticando ovviamente quella che ha lasciato quasi duecento anni prima. Alcuni anni dopo viene ricontattato dalla stessa Gilda, che gli propone di tornare indietro nel tempo per una missione per loro: Nick accetta, anche perché spera di ritrovare l’amata Julia, la ragazza scomparsa nei meandri del tempo, e scoprirà alcune verità inquietanti sulla Gilda e sui viaggi nel tempo.
La narrativa di genere fantastico va da diversi anni per la maggiore, cosa interessante per chi la ama, ma che non sempre salva da leggere storie stereotipate e poco originali: non è questo il caso, anche perché questa opera prima, non si capisce se storia a se stante o parte di una futura saga visto che gli spunti ci sono eccome, ha molti punti di interesse e sa combinare tante suggestioni d’immaginazione.
Il richiamo è, evidente, alla sterminata saga de La straniera di Diana Gabaldon, anche qui romanzo storico e viaggio nel tempo, ma senza togliere niente a questa avvincente serie di libri adesso anche trasposta in televisione, qui ci troviamo di fronte ad una storia con un maggiore equilibrio tra la parte storica e la parte fantastica, dove c’è tutta una mitologia e una vicenda intorno ai viaggi nel tempo, ossessione degli esseri umani (chi non vorrebbe tornare indietro per cambiare qualcosa?) e già presenti in un capolavoro della fantascienza poi ripreso dalla corrente steampunk come La macchina del tempo di H.G. Wells.
La Gilda, associazione segreta che regola i viaggi nella corrente del tempo, ha forse un nome non originalissimo, soprattutto per chi legge regolarmente il genere, ma ha un suo interesse, con echi di associazioni segrete già viste e lette nei libri di Dan Brown o in X-Files, ma in un contesto particolare. Gli amanti delle serie tv però potranno trovare qualche riferimento a quello che è un cult da mezzo secolo, Dottor Who, che ha fatto di viaggi nel tempo e punti fissi da non cambiare due punti fermi delle sue avventure.
Il fiume del non ritorno non è soltanto un romanzo di genere fantastico che mescola viaggi nel tempo e complotti: c’è anche una bella storia d’amore, quella tra Nick e Julia, gestita in maniera originale, importante ma che non soverchia tutto il resto, e una buona ricostruzione storica.
In fondo alla fine si vorrebbe tutti poter tornare indietro, per cambiare e migliorare qualcosa. Non sappiamo se ritroveremo Nick e Julia, o la Gilda con i suoi rivali, in altri libri, ma sarà interessante leggere le prossime fatiche, fantastiche o non, di Bee Ridgway.

Bee Ridgway è nata nel Massachusetts, insegna letteratura americana al Bryn Mawr College, e vive a Filadelfia. Il fiume del non ritorno è stato accolto con entusiasmo dalla critica e dai lettori, verrà tradotto in tutto il mondo.

:: Il canto delle sirene, Nicola Fiorin, (Arpeggio Libero 2014) a cura di Viviana Filippini

14 ottobre 2014

il-canto-delle-sireneCoverTorna l’avvocato Angelo Della Morte creato dalla fervida mente dell’avvocato penalista bresciano Nicola Fiorin. Questa volta il simpatico protagonista, pure lui avvocato penalista come il suo creatore, sarà alle prese con uno spinoso caso di omicidio che vedrà come principale imputata Patrizia. La donna, che non è la brava e diligente segretaria di Della Morte, è la ex fidanzata dell’avvocato, quella che lo ha lasciato senza dargli una spiegazione, ed è la stessa persona che nei due romanzi precedenti, Lentamente muore e Il migliore dei mondi possibili (recensito sul blog nel 2013), è sempre stata evocata e mai si è vista in modo concreto. In questo ultimo giallo legale Patrizia c’è eccome, tanto che il suo ritorno improvviso nella vita di Angelo metterà in serio pericolo la tranquillità che il giovane avvocato stava cercando di recuperare. A risentirne non sarà solo il lavoro del penalista (Della Morte accoglierà in studio un giovane praticante e dovrà ascoltare con pazienza le lamentele di un’anziana vicina di casa sempre convinta che tutte le disgrazie capitino a lei), ma la sua stessa vita privata sarà del tutto scombussolata. Le emozioni che tormentavano Angelo in passato sul perché Patrizia lo avesse lasciato senza una ragione precisa riaffioreranno nel presente, mettendo a dura prova la dimensione psicologica di Della Morte e la sua relazione con la psichiatra Francesca. Ma perché Patrizia torna? Patrizia ritorna da Angelo perché lo ritiene l’unica persona in grado di tirarla fuori dai guai e di farla scagionare dalla tremenda accusa che grava su di lei. La donna sarebbe coinvolta in un brutale duplice omicidio (quello della sua datrice di lavoro e del piccolo figlio di lei) avvenuto in una zona residenziale di Brescia. A rendere più complessa la vita delle parti coinvolte non è solo il legame passato della “coppia scoppiata” Angelo-Patrizia, ma anche il fatto che la stampa locale eserciti notevoli pressioni per avere notizie e creare scoop da esclusiva sul caso di cronaca nera che ha scosso la tranquilla cittadina lombarda. Angelo, in bilico emotivo, accetterà il caso, ma i dubbi su Patrizia, sul suo carattere e sul suo agire lo tormenteranno nel rocambolesco camminino di ricerca della verità. Angelo sarà solo in questo percorso, perché né Francesca, né gli amici di sempre – quelli che lo fanno ridere e divertire- potranno aiutarlo in questo diretto confronto con un passato di dolore dal quale l’avvocato non è mai riuscito a staccarsi completamente. La trama de Il canto delle sirene scorre via veloce grazie ad un linguaggio schietto, fluido e ci racconta di un Angelo Della Morte molto temuto in aula dai colleghi per la sua arte oratoria, ma completamente goffo nella vita privata. Questi due aspetti comportamentali sono quelli che ci rendono l’avvocato penalista simpatico, umano e ci fanno capire quanto sia intensa la sua voglia di giustizia. La trama è, come vuole lo stile di Fiorin, ricca di situazioni grottesche e tragicomiche nelle quali si alternano in perfetta armonia l’ironia, gaffe mirabolanti tipiche di Della Morte, le immancabili patacche di caffè sulla camicia, gioie e dolori. Il processo a Patrizia ne Il canto delle Sirene sarà per Angelo Della Morte una prova titanica che lo spingerà a fare il possibile e l’impossibile, dimostrando di agire sempre in nome dell’onestà più vera.

Nicola Fiorin classe 1976, vive e lavora a Brescia dove esercita la professione di avvocato penalista. Ama, non necessariamente in questo ordine, il rock, viaggiare, l’Inter e i budini al cioccolato. Scrive da quando aveva 9 anni e di sé dice Vivo per scrivere e scrivo per vivere. Il suo primo romanzo Lentamente muore è stato il caso letterario dell’estate bresciana nel 2012 ed è stato ristampato sette volte. Il migliore dei mondi possibili è il secondo romanzo della trilogia con protagonista Angelo Della Morte.

:: Un’ intervista con Liz Nugent

13 ottobre 2014

neri_pozza_-_il_mistero_di_oliver_ryanCiao Liz. Grazie per aver accettato questa mia intervista e benvenuta su Liberi di Scrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Liz Nugent? Punti di forza e di debolezza.

Sono essenzialmente una persona che odia stare da sola, così mi circondo di persone e se non c’è nessuno, faccio in modo di radunare gente che mi faccia compagnia. La mia forza è il mio senso dell’umorismo. Riesco a vedere sempre il lato positivo anche nelle situazioni più buie. La mia debolezza è la procrastinazione. Faccio sempre le cose all’ultimo minuto. Ad esempio, sto rispondendo a queste domande invece di scrivere il mio prossimo romanzo e il mio agente lo sta aspettando!

Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

Ho lasciato la scuola con brutti voti e non sono andata al college. Ero un pessimo studente nella maggior parte delle materie. L’unica cosa che volevo fare era leggere libri. Ero la quinta di sei figli. Quando avevo cinque anni, caddi giù dalle scale e ebbi un’ emorragia cerebrale che mi ha provocato una debolezza del mio lato destro. Zoppicavo e non potevo più scrivere con la mano destra. Mi ci sono voluti anni per adattarmi a scrivere con la mano sinistra e anche adesso uso solo la mano sinistra. I miei genitori si sono separati quando avevo sei anni e mia madre ha iniziato a lavorare a tempo pieno. Ero una bambina abbastanza solitaria.

Quando hai capito che volevi fare la scrittrice? Cosa ti ha fatto decidere di iniziare a scrivere narrativa?

Fin da piccola ho sempre scribacchiato piccole storie, ma non ho mai preso proprio la decisione di diventare una scrittrice. Dodici anni fa ho trovato un lavoro in una soap opera televisiva, e ho contribuito alla scrittura della storia. Poi ho scritto alcune storie per bambini per i miei nipoti che li avevo caratterizzati come personaggi, e mi è stato commissionato di scrivere una serie di animazione per bambini per l’emittente TG4. Ho scritto un radiodramma e alcune storie brevi, ma per molto tempo ho avuto la storia di Oliver nella mia testa e alla fine è stato naturale scriverla su carta.

Scrivi a tempo pieno? O dividi il tuo tempo tra la scrittura e un altro lavoro?

Mentre stavo scrivendo Il Mistero di Oliver Ryan lavoravo a tempo pieno per una soap opera televisiva, ma ho lasciato quel lavoro lo scorso anno per scrivere il secondo libro.

Quali sono le qualità tipiche di un buon scrittore?

Alzarsi presto, scrivere ogni giorno, stare lontano da internet, leggere un sacco di libri. Faccio solo una di queste cose!

Unravelling Oliver, ora pubblicato in Italia con il titolo Il mistero di Oliver Ryan, è il tuo primo romanzo. Un noir psicologico, molto oscuro, molto perturbante. Un ritratto di un Cuore di tenebra. Qual è stato il punto di partenza nel processo di scrittura? Ti sei ispirata a eventi reali per creare la tua trama?

Il punto di partenza di questo libro è iniziato quando ho scritto la prima frase. Pensai che in un anno sarei riuscita a scriverlo. Figurati! E ho sempre trovato molto interessanti i personaggi maschili imperfetti. C’è stato davvero un affascinante caso di omicidio in Irlanda nel 1981, quando un uomo di ceto medio Malcolm Mac Arthur uccise due persone, un’ infermiera e un contadino, e quando alla fine fu catturato, fu trovato nascosto in casa del Procuratore Generale. Fu uno scandalo enorme. Ero solo una bambina, ma ne rimasi affascinata! John Banville ha scritto un libro eccellente sulla base di quel caso intitolato The Book of Evidence, così ho preso spunto dal caso reale e dal resoconto romanzato di John Banville. La mia storia è molto diversa, ma penso che Oliver sia un personaggio in un certo modo simile.

Quanto tempo è durato il processo di scrittura di Unravelling Oliver?

Circa otto anni! Ho scritto il primo capitolo come un racconto ed è stato candidato per un premio. Un anno dopo ho scritto altri due capitoli, ma stavo lavorando a tempo pieno e avevo diverse commissioni di scrittura allo stesso tempo sia per la televisione che per la radio. Circa tre anni dopo sono tornata sulla storia e ho scritto ancora e poi durante le vacanze dal lavoro ho continuato fino a che non ho finito.

Il capitolo di apertura presenta i protagonisti: Oliver e sua moglie. Potresti dire al pubblico che cosa succede?

Nella prima pagina Oliver picchia la moglie per la prima volta. Parla di lei freddamente e senza passione, come se fosse una cosa e non una persona. E non spiega il perché di questo. Voglio che sia il lettore a girare le pagine per scoprire questo perché.

E’un romanzo corale. Molte voci si sovrappongono. Molti punti di vista. Puoi dirci qualcosa sulla trama di questo libro senza rivelare il finale?

Il libro ci parla di un personaggio profondamente danneggiato e di quali eventi l’hanno reso incapace di amare. Il romanzo inizia quando Oliver ormai a cinquant’anni picchia la moglie e la riduce in coma, e il suo carattere è rivelato gradualmente dalle persone che gli stanno attorno e da se stesso raccogliendo testimonianze che vanno indietro nel tempo, ai suoi giorni di scuola e all’estate del 1973, quando lui e la sua ragazza andarono a lavorare in un vigneto francese. Questo romanzo ruota intorno a un uomo emotivamente danneggiato che ricerca la sua famiglia, il suo senso di appartenenza e di identità. E ‘anche divertente in alcuni punti. Beh, penso di sì.

Parlaci dei vari protagonisti principali?

Oliver è emotivamente segnato da non avere avuto una madre, e nemmeno nessuna notizia di lei fino a molto tardi nel romanzo. Non ha relazioni familiari fino ai capitoli ambientati in Francia, ma il suo travolgente desiderio di fare parte di una famiglia, e tutto ciò che fa per ottenerla, a un certo punto si trasforma in tragedia e fa nascere in lui un trauma personale che non potrà mai superare. Da allora in poi egli è incapace di amare, una perdita che non è in grado di sentire. Spero di non avere mai incontrato nessuno come Oliver.
Barney è il mio personaggio preferito. Non è intelligente come gli altri personaggi, ma è il più intelligente emotivamente. Non è sicuro di sé e sacrifica la ragazza che ama perché pensa che lei meriti qualcuno migliore di lui. E sbaglia però.
Michael è un bravo ragazzo che all’inizio della storia è alle prese con la sua sessualità. In Francia è costretto a confrontarsi con essa, ma scopre un’ altra passione- quella per il cibo. Finalmente sereno in un rapporto gay, incontra la sfortuna lungo la strada, quando perde la sua bella sorella nelle più tragiche circostanze.

Progetti di film tratti dal tuo libro?

Credo che ci siano state alcune offerte, ma penso che ci siano un sacco di libri opzionati di cui poi il film non viene mai fatto. Ci crederò quando mi sarò seduta nel cinema alla prima.

Hai un agente letterario?

Sì, due! Il mio agente primario è Marianne Gunn O’ Connor e il mio agente per i diritti internazionali è Vicki Satlow, con base a Milano.

Che ne pensi dell’ epublishing?

Onestamente ne so molto poco. Non mi importa come la gente legge i libri, a patto che li leggano!

Leggi scrittori contemporanei? Chi sono i tuoi scrittori preferiti? Da chi ti sei sentita maggiormente influenzata?

Sì, ho letto un sacco! Ho amato molto Io non ho paura di Niccolò Ammaniti, La storia segreta di Donna Tartt, Profumo di Patrick Suskind, City of Bohane di Kevin Barry e tutto William Trevor.

Che cosa stai leggendo in questo momento?

The Playground di Julia Kelly, un racconto dolorosamente onesto di una madre single. Mi sta piacendo molto.

Ti piace fare tour letterari? Racconta ai nostri lettori italiani qualcosa di divertente accaduto durante questi incontri.

Sono sempre terribilmente nervosa prima di ogni evento e porto sempre con me una bottiglia di Rescue Remedy, ma di solito cinque minuti più tardi sono molto rilassata e ben in grado di parlare! Ho la fortuna che il libro sia piaciuto a persone di ogni età, mi è stato infatti chiesto di visitare gruppi di lettori di più di 60 anni e gruppi scolastici di adolescenti di età compresa tra 15 a 18 anni e mi piace molto incontrare i lettori. A volte mi dicono perché a loro non piacciono alcune parti del libro e io devo sorridere educatamente. Non esiste niente come un parere negativo!

Come possono mettersi in contatto con te i lettori?

Rispondo ad ogni e-mail e i lettori si possono mettere in contatto con me attraverso il mio sito web: http://liznugent.ie/about-liz/ o via Facebook: https://www.facebook.com/liz.nugent.399 o Twitter: https: / /twitter.com/lizzienugent

Verrai in Italia a presentare il tuo romanzo?

Sono stata in Italia due volte, una a Roma e una volta in Toscana. Che bel paese! E il cibo! Mi piacerebbe molto tornare, ma purtroppo, non so parlare italiano. Ancora!

Infine, per concludere, a cosa stai lavorando ora?

Sto lavorando al mio secondo romanzo. Tratterà di un senso di colpa ereditato e di un ragazzo obeso cresciuto nel 1980.

:: Tango a Istanbul, Esmahan Aykol (Sellerio, 2014)

13 ottobre 2014
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Kati Hirschel, libraia con l’hobby dell’investigazione e Istanbul, città ai confini tra Oriente e Occidente, sono le protagoniste dei briosi romanzi gialli della scrittrice e giornalista turca Esmahan Aykol, già autrice di Hotel Bosforo (2010), Appartamento a Istanbul (2011) e Divorzio alla turca (2012).
Sorta di Miss Marple turco-tedesca, Kati Hirschel, si distingue nel panorama del giallo per la sua verve, per la sua eccentricità, per una sorta di sconsideratezza che non le impedisce di buttarsi a capo fitto, con acume e sagacia, nelle indagini che le si presentano di volta in volta, quasi per caso.
Forse il suo essere libraia, specializzata in gialli, come ama ricordare quando parla della sua professione, e il suo amore per i libri polizieschi l’hanno aiutata negli anni a sviluppare quelle qualità di perspicacia e intuito che fanno, come direbbe Poirot, il buon investigatore. E Kati, non ostante la sua svagatezza, è un buon investigatore. Sa fare le domande giuste, fare i giusti collegamenti, non fermandosi davanti alle apparenze e all’ovvietà, sa impegnarsi anche ostinatamente a risolvere enigmi e misteri, sempre con leggerezza, quasi con inevitabilità.
In Tango a Istanbul (Tango Istanbul, 2014) tradotto dal tedesco da Emanuela Cervini e pubblicato a Zurigo da Diogenes Verlag e in Italia da Sellerio, come tutti i precedenti romanzi della Aykol, abbiamo un’indagine, una ragazza ricoverata in ospedale dopo un malore, un romanzo scomparso, e una pioggia di indizi, coincidenze, anomalie che spingeranno la nostra libraia, investigatrice dilettante, a capire che qualcosa non torna, che è il caso di vederci più chiaro.
Non veri e propri noir, i romanzi della Aykol sono gialli umoristici, caratterizzati da un’ambientazione esotica e insolita elevata a personaggio stesso della narrazione. In questo romanzo poi c’è qualcosa in più, una venatura sociologica e un grado di autocoscienza, che aggiungono profondità a una narrazione di per sé leggera. Verrà trattato infatti, anche se in modo forse marginale, il tema dei desaparecidos argentini, delle vittime dell’ autoritarismo turco, il cosiddetto “stato profondo”, della sorveglianza della popolazione, della apparente modernizzazione in una società tendenzialmente conservatrice, e sebbene non si raggiungano sfumature di vera e propria denuncia sociale, la sensazione di approfondire temi proco noti e forse ancora poco metabolizzati, è forte.
La Turchia è senz’altro un paese misterioso e affascinante, poco conosciuto, parte dell’Europa e nello stesso tempo altro. E’ interessante scorgere come da una finestra socchiusa la sua vita di ogni giorno, il caos delle sue strade, la vita dei bar, dei ristoranti, dei mercati, tra quartieri fatiscenti, in cui i muri delle case sembrano appoggiati l’uno all’altro, e zone residenziali di lusso. E questo assieme all’ironia, e all’anticonformismo contenuti nelle pagine, sono i punti forti di un romanzo forse un po’ in bilico, tra il gusto di svagare e l’ambizione di fare riflettere con temi seri e impegnativi. Un limite? Forse, o forse solo uno stadio nel processo di crescita di un’autrice interessante e capace di trasmettere simpatia e allegria. Buona lettura.

Esmahan Aykol, nata nel 1970 a Edirne, Turchia, vive tra Berlino e Istanbul. Durante gli studi universitari in giurisprudenza ha lavorato come giornalista per radio e giornali turchi. Oggi, dopo una parentesi come barista, si dedica completamente alla scrittura. Della serie con protagonista Kati Hirschel questa casa editrice ha pubblicato Hotel Bosforo (2010), Appartamento a Istanbul (2011) e Divorzio alla turca (2012).

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Maurizio dell’Ufficio Stampa Sellerio.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Cronache di Principi e Viandanti, Michael Chabon (Indiana editore, 2014) a cura di Davide Mana

13 ottobre 2014

cronache_3D_244x294Cronache di Principi e Viandanti, di Michael Chabon (Indiana Editore, 2014), è stato originariamente pubblicato sul New York Times, in quindici puntate, come si faceva coi romanzi d’appendice; successivamente è uscito in una sontuosa edizione (Sceptre) che emulava i vecchi romanzi per ragazzi – copertina cartonata, mappa pseudo-antica, e all’interno le illustrazioni, splendide, di Gary Gianni, uno dei maestri contemporanei del fumetto e dell’illustrazione d’avventura.
L’operazione di Chabon è dichiaratamente “ideologica” e in linea con altri lavori dell’autore (incluso il saggio Maps & Legends, anche questo ora tradotto in italiano da Indiana Editore). L’idea è riportare all’attenzione di un pubblico che si è lasciato distrarre dalla letteratura alta, i piaceri della narrativa avventurosa. Restituire dignità al genere, riappropriarsi dell’escapismo come funzione centrale della scrittura e della lettura.
Per fare ciò, l’autore americano ha studiato i classici del genere (la lista compilata da Chabon e pubblicata a suo tempo dal Times include Dumas padre, Harold Lamb, Fritz Leiber, Jack Vance, Michael Moorcock, Robert Howard e George MacDonald Fraser), e ne ha distillata l’essenza, al fine di proporla al suo pubblico di riferimento.
E la questione è poi tutta qui – cosa ricaverà, il lettore di riferimento al quale è destinata questa storia, dalla lettura di Principi e Viandanti?
Onestamente non lo so – io, dopotutto, non sono il destinatario di questo libro.
Non solo non ho idea di cosa sia la letteratura alta, ma ho letto Dumas, Lamb, Leiber, Vance, Moorcock, Howard e MacDonald Fraser, e mi sono piaciuti. Senza che me ne dovessi vergognare.
E non ho mai pensato che la narrativa avventurosa e d’intrattenimento debba vedersi restituire una dignità, perché credo che la sua dignità, la storia d’avventura, l’abbia persa casomai agli occhi di lettori troppo impegnati a specchiarsi per godersi semplicemente la storia.
L’operazione di Chabon, a me che non ne sono il destinatario, pare una di quelle cose un po’ dubbie – come il grande chef internazionale che prepara una spaghettata aglio, olio e peperoncino, assicurandoci che nonostante siano solo spaghetti, sono comunque ottimi.
Altrimenti lui non li preparerebbe, giusto?
È snob.
Perciò sì, lo ammetto, la premessa dell’operazione di Chabon mi risulta fastidiosa.
Ma manteniamo una certa oggettività, o per lo meno proviamoci.
Di cosa parla, Cronache di Principi e Viandanti?
La storia si svolge sulla Via della Seta, nel decimo secolo, ed ha per protagonisti una coppia di amabili cialtroni, entrambi ebrei: Amram è un africano colossale armato d’ascia vichinga, e Zelikman è un franco, un albino dall’aria emaciata, un medico che predilige lo stocco come arma. Per quanto entrambi sembrino più portati alla discussione ed alla pedanteria che non all’azione. Ma l’azione non manca: nel caso specifico, l’avventura dei nostri eroi coinvolge un principe detronizzato che vuol tornare al posto che gli spetta di diritto, ed un imprevedibile scambio di persona.
È un buon libro?
Il linguaggio di Chabon è colto e ironico, e non manca di strizzare l’occhio al lettore. Questo romanzo, dopotutto, ci informa l’autore, si intitolava originariamente “Ebrei con le spade”.
Al di là di questo, la storia è debole, molto debole.
Ed è possibile, possibilissimo, che il lettore di riferimento, il destinatario di questa storia, cresciuto a letteratura “alta”, rimanga a tal punto abbagliato dal gioco intellettuale e metanarrativo, talmente coinvolto nella complicità che l’autore tenta disperatamente di suscitare, da gridare al capolavoro.
E gli altri?
Gli altri probabilmente no.
La quasi totalità delle storie di Harold Lamb sono ambientate lungo la Via della Seta.
Amram e Zelikman sono due copie abbastanza squallide di Fafhrd e del Gray Mouser, protagonisti delle storie di Fritz Leiber.
Certo, Zelikman è un albino che veste di nero – come Elric, il personaggio più popolare di Michael Moorcock.
Lo scambio fitto di chiacchiere all’apparenza insulse e forbite è il marchio di fabbrica di ogni personaggio uscito dalla penna di Jack Vance, a cominciare da Cugel, detto l’Astuto.
Quanto alla trama, che sia il Dumas de La Maschera di Ferro, che sia il MacDonald Fraser di Royal Flash o il Bob Howard di A Witch Shall Be Born, siamo già stati qui, abbiamo già letto questa storia – ed era scritta meglio.
Perché, ed è questo che è importante, il vero problema non è che Principi e Viandanti sia derivativo e raffazzonato, una specie di mostro di Frankenstein messo insieme cucendo pezzi di storie tutte ottime, ma già lette.
E non è neanche la quantità di sciocchezze, anacronismi e incongruenze inseriti per il gusto dell’effetto – lo stocco di Zelikman, per altro “un grosso bisturi modificato” è in anticipo di sette secoli sulla realtà… e poi, davvero, un “grosso bisturi” usato come stocco? Settanta centimetri di bisturi?
Ma no, non è questo il problema, no.
Il problema è che Chabon fallisce proprio dove si impegna di più – emulare l’esuberanza, la freschezza e la meraviglia di quelle storie avventurose, per sdoganarle presso un pubblico di lettori snob.
Fallisce, probabilmente, perché l’autore è troppo impegnato a “darsi un tono” e a strizzare l’occhio al suo lettore di riferimento.
O forse chissà, davvero non la si può emulare, quella vitalità – bisogna possederla.
Due ultime note, prima di chiudere, sull’edizione italiana.
La prima: è indispensabile segnalare l’eccellente traduzione di Francesco Graziosi, che riesce ad iniettare un po’ di vita e di energia nella narrazione, migliorando il romanzo, e non poco.
La seconda: purtroppo, l’edizione italiana non include le illustrazioni di Gary Gianni, che erano e sono la cosa migliore dell’edizione originale.

Michael Chabon (1963), scrittore e sceneggiatore americano, ha esordito nel 1988 con il romanzo I misteri di Pittsburgh, seguito da Wonder Boys (1995), da cui è stato tratto l’omonimo film con Michael Douglas. Nel 2001 ha vinto il premio Pulitzer con Le fantastiche avventure di Kavalier e Clay. Indiana ha già pubblicato Mappe e leggende (2013).

:: Un animo d’inverno, Laura Kasischke (Neri Pozza, 2014) a cura di Elena Romanello

13 ottobre 2014

_un_animo_d_inverno_02Un quartiere residenziale di una città del Nord America non meglio identificata, è il giorno di Natale e una tempesta di neve ha isolato i suoi abitanti: tra di loro c’è Holly, un passato di depressioni familiari e malattie, un presente di lavoratrice, moglie e mamma realizzata, soprattutto da quando tredici anni prima, non potendo avere suoi figli biologici per un’ovariectomia, ha adottato in Siberia la sua adorata figlia Tatiana, oggi una bellissima adolescente.
Il marito e papà è bloccato ad assistere i suoi genitori, suoceri di Holly e nonni di Tatiana, e gli invitati al pranzo di Natale, tra cui due care amiche lesbiche, non possono venire al pranzo lungamente organizzato per via del maltempo. Holly sente che c’è qualcosa di strano che aleggia in casa, come se qualcosa la avesse seguita da quell’orfanotrofio in capo al mondo, dove con il marito ha dovuto andare due volte a distanza di mesi, e dove c’era quella porta sulla stanza degli orrori, dove venivano rinchiusi i bambini deformi, handicappati o che avevano avuto degli incidenti per incuria e maltrattamenti, e dove c’era stato qualcosa di strano e non detto fin dall’inizio.
La storia avviene tutta in un giorno, in questo Natale surreale, dove ogni tanto suona il telefono ma non c’è nessuno dall’alta parte (tipico espediente da thriller o anche da horror), in cui Holly cerca di comunicare con questa figlia ormai adolescente, rievoca i suoi drammi passati e la sua vita, in un’atmosfera sempre più claustrofobica, fino ad un colpo di scena finale che lascia senza fiato e piegati in due, e che si può anche non capire.
Un libro con forti elementi del thriller psicologico e anche dell’horror claustrofobico, non quello splatter, che ricostruisce un inferno quotidiano in maniera piuttosto magistrale, sia pure con qualche stereotipo, che porta per mano il lettore verso l’abisso di Holly, personaggio che o si odia per il suo egoismo e le sue idiosincresie (non ha mai portato la figlia da un medico, seguendo una tendenza ahinoi in crescita in molti Paesi moderni) o la si compatisce in fondo amandola, capendo le sue tragedie, il suo amore fou per quella figlia non sua ma più sua di tanti altri figli, il suo non voler riconoscere una realtà terribile, annunciata da tanti indizi, costruendo un suo mondo virtuale, argomento quanto mai attuale oggi.
Un animo d’inverno è una storia al femminile di oggi sofferta, commossa ed impietosa, in cui l’autrice racconta il tutto con piglio quasi giornalistico, e anche un thriller originale e da consigliare a chi è stufo di serial killer, enigmi e complotti internazionali. I cinefili potranno vederci citazioni di The Others e di A beautiful mind, con la costruzione di un mondo inventato, i letterati riconosceranno nel botto finale, secco come può esserlo solo un verbale di polizia, il finale de La storia di Elsa Morante, un’altra storia di una donna e di amore materno oltre ogni limite.

Laura Kasischke è autrice di tre raccolte di poesia e di due altri romanzi, Suspicious River e White Bird in a Blizzard, che, negli Stati Uniti e nei numerosi paesi in cui sono apparsi, sono stati accolti con entusiasmo dalla critica e dal pubblico. Ha vinto numerosi premi letterari, tra i quali il premio della Poetry Society of America e il Bobst Award for Emerging Writers. Vive a Chelsea, nel Michigan.