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:: Intervista a Valerio Varesi & Andrea Villani

4 novembre 2009

Benvenuti su Liberidiscrivere. Inizierei con le presentazioni. Ognuno descriva l’altro anche fisicamente.

Valerio Varesi: Be’, lui è senza dubbio più tondo di me, questo è indiscutibile. Ma piace più alle donne perché porta i capelli lunghi e fuma il sigaro. Siccome è molto permaloso dico anche (con assoluta sincerità) che ha una gran bella mano quando scrive. Sono anche consapevole che questo è un confronto impari: lui è un cabarettista e io no.

Andrea Villani: Valerio è uno sportivo oltre che un intellettuale. Non rinuncia alla corsa e tratta bene il proprio corpo. Ma i suoi lineamenti arguti, il sorriso che riesce a rimanere serio senza cadere nell’ossimoro, non tradiscono la fisiognomica che ne determina i tratti. Non ha un filo di grasso nel corpo. E neppure nel cervello.

Come vi siete conosciuti? Ditemi il primo ricordo che avete l’uno dell’altro.

VV: Ad una presentazione, di chi non ricordo più. M’è rimasto impresso perché non mi ha degnato per tutto il tempo benché mi fossi dato da fare per mostrare al meglio l’autore, il quale, se la memoria non mi tradisce, doveva essere un suo amico. Inoltre era l’unico in sala.

AV: Me lo trovai, una notte senza luna, vestito di una sola tutina nera, a rovistare tra i miei scritti dopo aver forzato la finestra del mio studio. Da quella volta non trovai mai più un mio vecchio manoscritto dal titolo “Le inchieste parmigiane del commissario Doveri”. Scherzo, in realtà lo chiamai per invitarlo a uno spazio letterario, di cui mi commissionarono la gestione a una Festa dell’Unità, qualche anno fa. Ero un po’ imbarazzato perché lui era già un nome altisonante a livello nazionale e io peggio di ciò che sono ora. La sua cortesia e serietà mi sorpresero. Passammo una serata incantevole con le nostre famiglie. Per quanto mi riguarda avvertii una sorta di amicizia e affetto, oltre che stima, subito, da quella sera.

Come vi siete avvicinati alla scrittura? E’ per voi più un lavoro o una malattia?

VV: Io da adolescente. Avevo una fantasia che faticavo a contenere e allora, per essere meno molesto, ho deciso di travasarne un po’ sulle pagine. Non mi sta bene né la definizione di lavoro né quella di malattia, ma delle due sceglierei quest’ultima perché scrivere è qualcosa che ha a che fare con un virus.

AV: Per quanto mi riguarda mi avvicinai alla scrittura, davvero, sin dalla più “tenera” età. Al di là del luogo comune mia madre conserva ancora scritti del’ 68. Avevo circa otto anni quando partecipai alla rivoluzione culturale sociale, artistica, e letteraria. Il mio maestro notò in quel materiale un che di Pasoliniano, al passo con i tempi, ma anche una goccia di Celine. Ora si tratta di uno stile di vita irrinunciabile probabilmente anche il sintomo di una malattia che però si cura solo con sé stessa.

Datemi una vostra personale definizione di “noir”.

VV: E’ quella narrativa che si occupa del lato oscuro della realtà e di fronte al male non si chiede tanto cosa è successo, ma perché.

AV: Oddio, questa si che è diventata una bella pippa: scuola di pensiero, corrente letteraria, stato d’animo, mera etichetta? Di certo non saprei scrivere in nessun altro modo e quando ho iniziato non avevo certo intenzione di scrivere noir. Soprattutto quando parlo della mia terra e della bellezza dimenticata della poesia e della strada. Io sono restato ancorato agli schemi psichici dell’”On the road”. Da lì tutto il resto. Poi oramai siamo arrivati al “Post noir” che ce ne facciamo dei noiristi già scavalcati, in vita, nel proprio genere?

Quale è il libro più bello che avete letto in assoluto , quello che vi ha commosso, segnato, aiutato, sconvolto.

VV: Urca! E’ difficilissimo. Ne cito due tanto per trasgredire: “Lo straniero” di Camus e “Il processo” di Kafka.

AV: Continuo a essere affezionato al ricordo delle strabilianti emozioni che mi suscitò a suo tempo “Cent’anni di solitudine”, ma non sono mai arrivato a capire se è davvero merito di Marquez oppure del momento magico in cui lo lessi e rilessi a Londra, a Baker Street, a soli vent’anni. E allora tutto sapeva di buono, di nuovo, di illuminante. Persino il sesso.

Ditevi una cosa che non vi siete mai detti prima. Senza ridere e non mettetevi a parlare dialetto come l’altra volta.

VV: Sensa ridor lé dificil! Sai, Andrea, che la prima volta che ti ho visto non mi sei sembrato simpatico? Avevi l’aria di uno di quegli sbruffoncelli di sinistra un po’ fighetti. Però ho cambiato subito idea eh!

AV: Certo che sarebbe molto meglio il dialetto in questi casi. E io, che sono un guitto di natura, non riuscirei però a trovare nulla da ridere nel bene che voglio a Valerio Varesi. Non rimane che dire: Valerio, quando a Parma ti intitoleranno una strada, tra cent’anni, vorrei che capitasse una sera in Piazza Garibaldi la seguente conversazione: “Ci vediamo domani per l’aperitivo all’enoteca nuova in Viale Varesi” “Va bene” risponderà l’altro “a che altezza? ” “Proprio all’incrocio con Borgo Villani”

L’aneddoto più curioso della vostra carriera, il più insolito, imbarazzante o divertente?

VV: Uno l’ho vissuto con Andrea: a una rassegna che non dico, l’organizzatore aveva invitato tanti autori e intervistatori che non stavano tutti sul palco. L’altro è relativo al mio primo approccio con l’editor di Frassinelli che mi segue da sei anni: quando mi ha telefonato per annunciarmi che avrebbe pubblicato il mio libro l’ho chiamata per tutto il tempo Lisa invece che Ilde.

AV: Ne avrei uno interessante vissuto con il nostro collega parmigiano Davide Barilli che mi tamponò in auto subito dopo una presentazione da Feltrinelli. Scese un signore dalla casa di fronte, si avvicinò e fece: “Non sono mica venuto giù perché mi incuriosiscono gli incidenti d’auto, sapete? Sono sceso perché è la prima volta che vedo due che si tamponano, scendono dall’auto e si abbracciano”. Ricordo che Valerio voleva scrivere un pezzo su La Repubblica dal titolo: “Scontro di correnti letterarie a Parma”. Oppure quella volta che io e Andrea G. Pinketts finimmo in un canale con una cassa di lambrusco appoggiata sul sedile di dietro che si mise a scoppiettare e inondare di vino l’abitacolo. C’era una ragazza seduta di fianco alla cassa che rischiò di affogare. Pinketts come se non fosse successo nulla, nell’auto rovesciata, riuscì a dare una boccata di Antico Toscano, come se fosse al bar, e nonostante “l’inclinazione particolare della prospettiva” fece con un’espressione tranquillissima: “Beh, questa non ci voleva proprio”.

varesiScrivereste mai un romanzo insieme? Vi piacerebbe essere la nuova coppia Fruttero&Lucentini del giallo italiano?

VV: Perché no? Altroché se mi piacerebbe! Ma temo che ci ingozzeremmo troppo di strolghino e ci ubriacheremmo di malvasia tutti i giorni.

AV: Non esageriamo, Valerio Varesi non ci guadagnerebbe nulla dal connubio.

Quali sono i vostri scrittori preferiti, italiani e stranieri, viventi o no?

VV: Ovviamente Villani (spero che lui mi ricambi). Poi Gadda, Sciascia, Calvino e Fenoglio per gli italiani (butto lì i primi nomi che mi vengono in mente), Chandler, Simenon, Izzo, Marquez, MacCarthy, Dostoevskji, Balzac… E numerosi altri.

AV: Esclusi i presenti, perché poi cadiamo nel ridicolo, ho raccontato mille volte di avere un debole per Francesca Mazzucato, mi piace Ammaniti e mi diverte da impazzire Andrea Pinketts che trovo sia un bell’incrocio tra Jean Claude Izzo e Daniel Pennac. Tengo d’occhio il giovane Gabriele Dadati. Per il resto non ho scrittori, ma libri preferiti. Kafka mi ha colpito in diverse occasioni. Poi tutta la produzione artistica, non solo letteraria, della beat generation che, come ho ripetuto spesso, riesce a farmi battere ancora il cuore.

img_5653Parlatemi del libro che avete scritto a cui siete più legati e ditemi almeno due buoni motivi per convincere un ipotetico lettore che non l’avesse letto a leggerlo.

VV: Sono tutti figli miei! Come potrei preferirne uno anziché un altro? Vabbé, dirò “Le imperfezioni” visto che non è un poliziesco e rischia per questo di essere trascurato. Perché leggerlo? Perché è un viaggio dentro l’animo umano e affronta il mistero dell’arte.

AV: Sono molto legato a “La notte ha sempre ragione” (Todaro) dove opero sulla metafora del rapporto tra Bellezza e Orrore (non spaventatevi è piuttosto scorrevole) cercando dimostrare che la bellezza non può essere uccisa dall’orrore quanto piuttosto dell’idea falsata che abbiamo oggi della stessa idea di bellezza. Il primo motivo per il quale un lettore dovrebbe leggerlo è che credo di esserci riuscito, almeno in buona parte. Il secondo è che ho un mutuo da finire di pagare.

C’è un esordiente che vi ha particolarmente colpito, quale consiglio gli dareste lo stesso che avreste voluto ricevere all’inizio delle vostre carriere.

VV: Non ho letto esordienti negli ultimi tempi. Consigli? Ne ho bisogno io, come faccio a darne agli altri? Ho avuto la fortuna di incontrare un grande letterato come Raffaele Crovi che mi ha condotto per mano nel mondo non facile dell’editoria.

AV: Allora erano altri tempi e bastavano consigli di laboratorio. A uno scrittore giovane dei tempi d’oggi direi invece: “Prima di tutto non cominciare a rompere i coglioni con il sito da scrittore, la pagina su facebook da scrittore, non chiedermi di diventare tuo fan, e non cominciare a farti stampare i biglietti da visita con scritto su scrittore”. Poi possiamo cominciare a parlare.

Parliamo di “tropical nor” termine che mi è entrato nella testa e mi fa pensare a cuba libre, tramonti infuocati, camicie a fiori e cucaracha. Come lo definireste, vi piace, pensate ci siano dei buoni tropical nuaristi in Italia?

VV: Temo di non essere competente abbastanza per rispondere. Di tropical noiristi conosco solo Villani che però ha smesso subito.

AV: A me, chissà perché, ma il Tropical Noir fa tanto venire in mente uno di quei cocktail dolciastri con la frutta e gli ombrellini piantati sopra con dentro la liquirizia. E io sono uno da grappa secca. Cioè tu dici che se si legge un romanzo di Gianni Biondillo a Panama bisognerebbe chiamarlo Italian Noir? O meglio Italian Post noir?

Che rapporto avete con la televisione?

VV: Non la guardo quasi mai. Tranne alcuni programmi, la trovo insopportabile. Ho guardato poco anche “Nebbie e delitti” nella terza serie appena andata in onda.

AV: Quando mi pagano per farla: un rapporto splendido.

La cosa più difficile che vi è toccata di fare durante le vostre carriere.

VV: I racconti a comando. E’ uno di quei momenti in cui scrivere da malattia, diventa veramente lavoro.

AV: Presentare gli autori che soffrono il pubblico. Lo trovo disarmante, ho vissuto situazioni in cui sono dimagrito un paio di chili a presentarei libri di gente che rispondeva a monosillabi del proprio lavoro. Davvero, ragazzi, se siete timidi state a casa.

Se doveste vincere alla lotteria e guadagnare tanti ma proprio tanti soldi, cosa fareste? Quale è il vostro sogno nel cassetto?

VV: Poter rinunciare alla necessità di un lavoro e starmene tranquillo a casa a scrivere e leggere.

AV: Niente di particolare, andrei a vivere vicino al mare e ricomincerei tanti viaggi, ma davvero tanti, e poi comprerei un bell’attico a Roma in un posto dove si possono tenere molti bassotti. Ma in realtà non farei altro che scrivere. La felicità, per ciò che mi riguarda, è solo nell’arte e nell’amore. Per ora li ho entrambi e sono felice da vergognarmene. Ognuno dei miei guai, e maledizioni, e tristezze, me li sono sempre cercati, nutriti, e scovati da solo. Con inaudita perizia. Il denaro sarebbe un eccellente amplificatore se inteso come libertà. Mai come potere.

Avete mai litigato? Cosa avete fatto per fare pace?

VV: Macché! Siamo una coppia affiatatissima!

AV: Neanche per sogno, io sono un libro spalancato e Valerio è troppo sensibile per arrivare sino al malinteso. Ma se dovesse succedere, e in una bella amicizia ci sta pure quello, lo porterei a fare pace alla salsamenteria di Busseto, tra strolghino, lambrusco, parmigiano d.o.c. , noci e grappino. Con musica di Verdi, leggera leggera, in sotto fondo. Voglio vedere se mi resiste.

Vi piacerebbe presentare il libro uno dell’altro con che parole esordireste nel presentarvi?

VV: L’abbiamo già fatto, mi pare. Villani ha esordito così: “Questo libro è come quelle osterie dove si mangia male ma si ride molto e vale la pena andarci.

AV: Farei come nell’ultima presentazione de “La casa del Comandante” al Caffè Letterario di Parma. Esordii dicendo “Signore e signori, permettetemi di anticipare una cosa essenziale: io, Valerio Varesi, lo odio”. Ci fu un momento di panico.

A che libro state lavorando in questo momento?

VV: Sto scrivendo un racconto per un’antologia Guanda.

AV: In attesa dell’uscita del nuovo romanzo per Mursia nel 2010 e del racconto per Giallo Mondadori che sarà in edicola in dicembre, sto terminando il romanzo biografico sulla vita del famoso bandito Luciano Lutring. Sarà una biografia autorizzata, introdotta dallo stesso Lutring, ma raccontata secondo gli schemi della narrativa e non quelli biografici giornalistici.

E ora in dialetto salutatevi e promettetevi amicizia eterna.

VV: Andrea, anca pri ‘ncò jema dit al nostri cojonedi! As vedemà adma’ Sta bè.

AV: Ciao Vale, a tal se belà cat voj ben, ca ghe pù bisogn ca tal ripètà tuti il volti. Oramei con cl’intervista chì a paremà dabon Stanlio e Ollio. Col cam dispies le ca col megor, di dù, at tsi tì. E tal sarè par sempor. E par sempor, mi, at vrò ben. Bon ben.

:: Recensione di Confessioni di un evirato cantore di Achille Maccapani

3 novembre 2009

Confessioni di un evirato cantore” di Achille Maccapani Edizione I Tascabili Fratelli Frilli Editori 467 pagine  Euro 15,90 .

Presentiamo ai lettori di Liberidiscrivere un noir storico di suggestivo interesse. Ambientato tra l’ultima metà del ‘700 e gli inizi dell’ ’800, ha per scenario la Milano asburgica, le campagne della provincia, lo sfarzo sontuoso delle varie capitali europee, da Londra a San Pietroburgo. Romanzo appassionante e accurato in cui emergono le luci e le ombre di un epoca lontana e nonostante tutto molto simile alla nostra. All’ accurata ricostruzione storica si unisce l’amore per l’intrigo, la riflessione politica, il gusto per il paradosso.
Ma chi era Luigi Marchesi il protagonista di questo noir anomalo e originale? A molti questo nome non dirà nulla perché la polvere della storia ha un po’ offuscato la sua fama ma ai suoi tempi era una stella di prima grandezza della lirica, una voce bianca. Maccapani  ce lo presenta vecchio, stanco, malato, angosciato dalla paura della morte: “Il ricordo mi ossessiona. Mi angoscia. La paura di morire, di ritrovarmi a dover affrontare i guai che ho combinato, i peccati che ho commesso, le cose starne che mi sono accadute, non mi abbandona”.
Ritiratosi nella quiete della vita agricola, nella calma e nel silenzio della campagna lontano dal turbinio del bel mondo e desideroso di riappacificarsi con Dio per mezzo di un giovane sacerdote Don Francesco Zoja, bergamasco di Pontirolo Nuovo, di famiglia contadina, lo nomina esecutore testamentario per essere certo che la sua lunga vita da peccatore non sia stata inutile ma le sue ingenti ricchezze finiscano ben spese in opere pie e di misericordia.
Durante una serie di incontri Luigi Marchesi affida a lui le sue sofferte  confessioni ricordando la sua vita scellerata e tumultuosa in un lungo flashback, che inizia dall’infanzia, dal debutto difronte all’ imperatrice Maria Teresa d’Austria che intuisce il suo talento e raccomanda che la sua voce straordinaria non si diperda ma venga curata e lo incoraggia prevedendo che un giorno diventerà un grande cantante lirico conosciuto in tutti i palcoscenici, dalla dolorosissima operazione necessaria che cambierà la sua vita preservando la sua voce angelica la sua voce bianca, chiara fluida, perfetta da sprano pur essendo di sesso maschile ma che gli impedirà per sempre di procrerae e avere figli, alla giovinezza come musico soprano alunno nella Cappella del Duomo e prosegue con i successi della sua vita adulta sui palcoscenici di tutta Europa.
La voce rappresenta tutto per Luigi Marchesi, la sua esistenza, i suoi sacrifici, il suo desiderio di esibirsi davanti ad un pubblico. Ma il successo, la fama, le ingenti ricchezze, le donne sempre ai suoi piedi non bastano a riempire una vita vuota sempre spesa per inseguire grette ambizioni di riscatto sociale.
E’ tuttavia anche la storia di un amore umanissimo e impossibile per la pittrice Maria Cosway ma soprattutto di un rimorso per un omicidio commesso che se anche la giustizia degli uomini non lo persegue, la sua coscienza lo accusa e lo tormenta anche nei sogni.


Pagine dense, ricche di storia e di umanissima pietà, pagine con cui Maccapani con sensibilità e vivacità fa rivivere un mondo dominato da invidie e odi feroci coperti dalla patina scintillante dei lustrini e degli applausi.


:: Intervista con Alessandro Bastasi

31 ottobre 2009

la-fossa-comuneBenvenuto Alessandro su Liberidiscrivere. Presentati ai nostri lettori. I tuoi studi, la tua città, il tuo lavoro. 

Sono nato a Treviso nel 1949, laureato a Padova in fisica. Già alla fine degli anni Sessanta mi venne la passione per il teatro, grazie a un professore di greco che si chiamava Tullio Zanier, ci tengo a ricordarlo perché era una persona davvero speciale. Poi sono entrato  in una compagnia professionista con il grande Gino Cavalieri, il mio vero maestro, con il quale ho recitato Goldoni e altri autori veneti. Contemporaneamente mi sono dedicato anche al teatro politico e militante (erano gli anni Settanta!). Nel 1976 mi sono trasferito a Milano dove tuttora vivo, e qui ho iniziato a scrivere di cronache e argomenti teatrali su varie riviste, compresa Sipario. Professionalmente oggi mi occupo di ICT come amministratore delegato di una società del settore, saltuariamente però continuo a recitare sia in teatro (l’ultimo spettacolo è stato Il malato immaginario di Molière nel 2007) sia, grazie a un filmaker milanese, l’amico Luciano Sartirana, come attore cinematografico. 

Come ti sei avvicinato alla scrittura? Sognavi fin da ragazzo di diventare scrittore? I tuoi genitori ti hanno cresciuto con il mito del posto fisso? 

Ho cominciato a scrivere racconti attorno ai vent’anni, ma all’epoca non sognavo certo di diventare scrittore, pensavo piuttosto a quando avrei vinto il premio Nobel per la fisica o l’Oscar come attore! Scherzi a parte, essendo stato fin da ragazzo interessato all’espressione artistica e ai temi ad essa correlati, dai vent’anni in poi ho sempre scritto qualcosa, racconti, articoli, e nel 1995 un saggio per il movimento “Italia Democratica”, I mezzi di comunicazione di massa – antitrust e pluralismo. Sull’ultima domanda: i miei genitori sì, sognavano per me il posto fisso, ma dopo un’esperienza in una multinazionale durata quasi otto anni ho deciso che non era quella la strada più consona al mio carattere e alle mie aspettative. 

Hai fatto teatro, classico e contempporaneo. Ami Pirandello, Moliere, Checov, Goldoni, Shakesperae? Quanto il tuo talento d’attore ti ha aiutato nella scrittura? 

Amo tutti gli autori che hai citato, anche se i miei pilastri sono i grandi tragici greci. Nelle loro opere c’è già tutto quello che sarebbe poi stato scritto. Più che il mio opinabile talento d’attore penso siano state le messe in scena dei testi in cui ho recitato ad aiutarmi nella scrittura, soprattutto per ciò che riguarda la forma espressiva: il ritmo di una frase, i suoni che ne scaturiscono (quando scrivo rileggo sempre a voce alta), la cura dei dialoghi, che mi immagino sempre recitati da qualcuno. Per non parlare della costruzione dei personaggi, dei quali cerco spesso di vivere in prima persona, dentro di me, ogni sfumatura. Solo un decimo del personaggio poi viene trascritto nel romanzo, il resto deve trasparire, lo deve captare il lettore. E per arrivare a questo l’esercizio di cercare di vivere il personaggio “da attore” dentro di me prima di metterlo sulla carta mi è molto utile. 

Parlaci del tuo debutto letterario, del percorso che hai fatto per arrivare alla pubblicazione. Hai qualche consiglio da dare ai giovani scrittori in cerca di editore?  

Il percorso per arrivare alla pubblicazione è stato, come si può ben immaginare, molto lungo. All’inizio, del tutto ignaro dei meccanismi del mercato editoriale italiano, ho inviato il manoscritto alle maggiori case editrici italiane, le quali, gentilmente ma immancabilmente, mi hanno risposto con un rifiuto. Allora ho usato internet per rintracciare le case editrici di piccole dimensioni che, sulla base dei loro cataloghi, ritenevo più adatte a pubblicare il romanzo. E, miracolo!, ho ricevuto da queste innumerevoli lettere di plauso e di disponibilità a pubblicare, però con un “piccolo” vincolo: pagare! Con tutto il rispetto, sono stato io questa volta a declinare gli inviti. Finché ho ricevuto una mail della Zerounoundici Edizioni che mi proponeva la pubblicazione senza dover sborsare un euro. E il libro è uscito. Sulla base di questa esperienza il mio consiglio a chi cerca un editore è di armarsi di grande pazienza, di non smaniare dal desiderio di vedere il proprio libro sugli scaffali di casa propria e di qualche amico, di considerare bene il fatto che molte cosiddette case editrici sono in realtà delle “tipografie”, che una volta intascati i soldi lasciano all’autore ogni onere per promuovere e vendere la propria “creatura”. Consiglio inoltre di consultare con attenzione i cataloghi delle case editrici cui si propone la propria opera, di rispettarne le modalità di invio dei manoscritti, di presentare un testo editato e stampato con molta cura. Non è sicuramente tempo perso. 

Quali sono gli scrittori che ti hanno più  influenzato nel tuo percorso formativo? Parlaci degli echi che hanno lasciato in te. 

Difficile farne un elenco. I classici, senza dubbio, che mi hanno lasciato il senso profondo della letteratura, che è quello di essere testimoni critici del proprio tempo. E poi molta letteratura del Novecento, Kafka, Pavese, Buzzati, Hemingway, gli autori della Beat Generation, per fare solo qualche esempio. Tra i contemporanei metterei sicuramente José Saramago e Antonio Tabucchi, che mi hanno insegnato a coniugare una letteratura di testimonianza con una ricerca su una forma espressiva che sia essa stessa sostanza di ciò che si vuole esprimere. 

Parliamo adesso del tuo romanzo d’esordio “La fossa comune” un thriller politico ambientato nella Russia post-sovietica dei primi anni ’90. Perché hai scelto questo periodo storico? Che ricerche hai svolto? Hai avuto modo di visitare la Russia?  

Ho scelto quel periodo storico perché c’ero. Voglio dire, per motivi di lavoro ha vissuto per lunghi periodi in Russia tra il 1990 e il 1994, quindi sono stato testimone diretto degli avvenimenti epocali che stavano radicalmente trasformando quel paese, trascinandolo dall’URSS alla Russia post-comunista di Eltzin. Ben consapevole della portata storica di ciò cui stavo assistendo (e in certa misura partecipandovi, dal momento che lavoravo a contatto con ricercatori di vari istituti universitari), giorno per giorno mi annotavo su un diario tutto quello che stava accadendo, sul piano politico, sociale ed economico. Non avevo ancora uno scopo molto chiaro, pensavo che forse ne avrei fatto un saggio, una cronaca, qualcosa… Invece ne è uscito il romanzo. Il mio primo romanzo. A un certo punto ho sentito infatti l’esigenza di analizzare l’impatto di questa rivoluzione su un ex sessantottino, personificato, nel libro, dal protagonista Vittorio Ronca. 

Vittorio Ronca è un po’ un emblema di una generazione di transizione, una generazione che ha visto i propri ideali calpestati, i propri sogni infranti. Ti senti parte di questa generazione?  

Senza dubbio. Lo scenario della vita di Vittorio Ronca è lo scenario in cui anch’io sono vissuto, e penso che leggendo il libro lo si percepisca. Non è comunque un romanzo autobiografico, infatti io non ho mai partecipato a un attentato al Eltzin… J Diciamo che Vittorio è la summa di caratteri che ho effettivamente incontrato nella mia vita, dall’attore di Grotowski che cerca l’Istante Assoluto al di fuori della storia degli storici, fino al terrorista che con il suo gesto vuole liberare l’umanità dalle sue catene. Informazioni sul romanzo si possono acquisire andando su http://lafossacomune.blogspot.com.

Cosa stai leggendo in questo momento? 

Sto leggendo l’ultimo libro di Antonio Tabucchi, Il tempo invecchia in fretta 

Stai cercando un editore per il tuo nuovo romanzo “Gabbia Criminale”. Ci sono offerte? Vuoi parlarci un po’ del romanzo? E’ un noir ? 

La gabbia criminale è un noir, anche se molto sui generis: c’è un delitto, anzi un duplice delitto, c’è un colpevole già processato e condannato nel 1954. Ma quando Alberto Sartini, un uomo di sessantaquattro anni in pensione, nel 2009 torna nella casa in cui ha vissuto i suoi primi nove anni di vita, i personaggi di quella lontana vicenda cominciano a penetrare nella sua mente, chiedendo a lui di risolvere definitivamente il giallo di tanti anni prima, fino ad arrivare all’inaspettata soluzione. L’idea di fondo è di comporre il mosaico di un contesto sociale appartenente a tempi non così lontani come potrebbe sembrare. Forse un aspetto interessante del romanzo è lo stile, che segue la scelta di sovrapporre continuamente il passato (primi anni Cinquanta) al presente: le vicende del passato sono raccontate come se si stessero tuttora svolgendo. Per arrivare a questo, dopo aver introdotto nella narrazione il ricordo, abbandono il tempo verbale passato per raccontare i fatti al presente, come se il protagonista/narratore li vivesse in quel momento. Ciò mi sembra possa rendere il racconto più coinvolgente, e nello stesso tempo suggerire l’idea che l’oggi, per tanti versi, è uguale a ieri. Altre informazioni sono reperibili sul blog dedicato: http://lagabbiacriminale.blogspot.com.

Per questo romanzo sto cercando un editore adatto. Uno di questi mi ha già risposto, dimostrando il suo interesse e allegando anche una scheda di valutazione molto positiva. Ma, come dicevo sopra, non bisogna essere impazienti. 

Hai un agente letterario? Pensi che nell’editoria Italiana questa figura sia ancora un po’ defilata? 

Non ho un vero e proprio agente letterario, piuttosto una consulente editoriale che mi ha dato e mi sta dando una serie di dritte su come muovermi in questa giungla, mi segnala delle opportunità, mi suggerisce degli editori possibili. E’ la stessa persona che ha creato il book-trailer de La fossa comune, che si può vedere su youtube: http://www.youtube.com/watch?v=pTsjK_P85mQ. Agenti letterari nel vero senso della parola non ne conosco, forse sono figure un po’ defilate, sì, quindi sospendo qualunque giudizio. 

Stai scrivendo un nuovo romanzo? Puoi anticiparci qualcosa? 

Per la verità  ne sto “pensando” più d’uno, e sto scrivendo appunti sparsi un po’ dovunque… il primo di questi è un po’ il sequel de La gabbia criminale, con i medesimi personaggi (almeno quelli viventi) e altri ancora che si accaniscono contro la madre e la sorella del protagonista Alberto Sartini. Ma non posso dire altro per non rovinare la sorpresa ai lettori de La gabbia criminale. Un altro romanzo invece ha come idea di fondo l’inquietudine di un uomo d’affari occidentale, già avanti con gli anni, nel suo confronto con il senso ultimo della vita, e l’incontro di questo personaggio con la via induista al samsara, con tutti i problemi pratici e affettivi che ciò gli comporta. Va detto che sono un appassionato di cultura indiana, su cui ho condotto studi approfonditi grazie anche ai sette viaggi che nel corso degli anni mi hanno portato in India.

 Ci sono autori esordienti che ti hanno particolarmente colpito? 

Ce ne sono parecchi, ma mi piace qui citarne un paio: Alessio Pracanica con il suo Racconti dell’età del rap e Sergio Paoli con il suo Ladro di sogni, Ci sono poi degli autori che non è corretto definire esordienti, ma che sono poco noti al grande pubblico a causa dei meccanismi perversi del mercato editoriale in Italia. Tra questi mi preme segnalare Carlo Menzinger con i suoi romanzi ucronici, e il duo Laura Costantini e Loredana Falcone, “l’unico esempio esistente (fatti salvi Fruttero e Lucentini) di coppia di fatto di scrittrici.”

Ti piacerebbe scrivere per il teatro? 

Sì, certo mi piacerebbe, anche se non so se ne sarei davvero capace. Ho scritto qualcosa nel passato, ma sono cose che non hanno convinto prima di tutto me stesso. E poi per scrivere per il teatro bisogna viverlo giorno per giorno, secondo me, respirarne l’aria, catturarne gli elementi: i suoni, i materiali, le luci e le ombre, i corpi. Il teatro è fatto di questo, procede per accostamenti analogici e simbolici, e il testo è soltanto uno degli ingredienti, è soprattutto un supporto. Almeno, io la penso così. Temo quindi che, se mi cimentassi, produrrei un testo molto più letterario che teatrale. Comunque, mai dire mai!

:: Intervista con Al Custerlina

29 ottobre 2009

Bene bene Alberto, posso chiamarti Alberto, sei finalmente nelle mie mani, allora iniziamo con una domanda facile facile:classe 65, nato e vive a Trieste chi è Al Custerlina? Definisciti in tre aggettivi e presentati ai nostri lettori.

Tenace, paziente, combattivo. Sono nato e vivo a Trieste, ho fatto un sacco di lavori, vado in snowboard, ho sempre bisogno di stimoli nuovi, mi piace la buona cucina, leggo e guardo serial tv a raffica. E scrivo, ovviamente. 

Iniziamo subito a parlare di “Balkan Bang” edito da Perdisa il tuo scoppiettante e pirotecnico esordio narrativo acclamato da pubblico e critica. Un libro insolito per i temi trattati e per le tue scelte narrative. Lo possiamo definire un noir o a te le classificazioni stanno strette?

Le classificazioni mi piacciono, aiutano il lettore a scegliere. In effetti, Balkan bang! è insolito perché  contiene in sé molte suggestioni miscelate tra di loro. E’ anche un noir, sì, ma è pure un po’ pulp. La definizione giusta l’hanno gli americani: “crime fiction”.  

Perché  hai scelto un’ambientazione balcanica? E’ una terra che conosci? L’hai visitata prima e dopo la guerra? Quale aspetto di questa terra ti ha catturato di più? Anche tu hai in mente la Serajevo dei telegiornali e dei giovani che fanno di tutto per uscire dall’incubo della guerra?

Sono molto vicino ai Balcani sia geograficamente, sia con lo spirito. Li ho vissuti abbastanza, fin da piccolo. L’aspetto che più mi colpisce di questa terra è la sua grande varietà di stili di vita racchiusi all’interno di un’area geografica limitata. Questa, però, è anche la maledizione di questa regione. Riguardo alla guerra, ti posso dire che dopo 13 anni dalla cessazione delle ostilità la situazione non è cambiata molto a livello di attriti tra le etnie. Certo, c’è moltissima gente che vuole buttarsi il passato alle spalle e ricominciare, ma ce n’è altrettanta che cova ancora sentimenti di rivalsa di carattere nazionalista. Io credo che il pericolo non sia ancora passato. 

Raccontaci come sei arrivato alla pubblicazione. Hai fatto fatica a trovare un editore? Un incontro fortuito ti ha  spianato la strada tutta fortuna o duro lavoro di selezione?

Quando pubblichi con una casa editrice seria come la Perdisa non è mai questione di fortuna. Ho lavorato duramente su Balkan bang! e ho avuto la mia contropartita. Inoltre, non ho fatto nessuna selezione: ho spedito il manoscritto solo alla Perdisa perché ci tenevo a pubblicare sotto l’egida di Luigi Bernardi.  

Hai definito “Balkan Bang!” un romanzo di intrattenimento ma tratti anche di temi seri profondi, dilemmi morali, conflitti etnici e religiosi oltre che divertire i tuoi lettori vuoi anche farli riflettere?

Il cosiddetto “intrattenimento” non deve essere per forza pura azione o solo commedia o amore. Io volevo scrivere una storia criminale e ho considerato che le azioni criminali sono sempre accompagnate da effetti collaterali sulla psicologia, la morale e l’etica delle persone che vi sono coinvolte, compresi gli spettatori, così ho voluto esplorare questi aspetti per fornire alla mia storia maggior completezza, soprattutto in relazione all’ambientazione. 

Passiamo al registro linguistico piuttosto forte. Quanto incidono i dialoghi all’interno del tuo tessuto narrativo?

Io credo che i dialoghi siano l’ossatura portante del mio romanzo. Ho lavorato molto per renderli più vicini alla realtà possibile, soprattutto allo scopo di dare vita a personaggi di maggior spessore, che fossero caratterizzati anche per come parlano e non solo per quello che fanno. 

Ci sono progetti per far vivere i personaggi di Balkan Bang in una pellicola cinematografica? Scriveresti tu la sceneggiatura? Quale regista rigorosamente italiano sceglieresti?

Non ci sono progetti cinematografici (magari ci fossero!). Riguardo alla eventuale sceneggiatura, diciamo che mi piacerebbe partecipare al processo di stesura, soprattutto per imparare. Registi italiani? Tarantino! 😉  

Di colpo catapultato nel gran mondo letterario, festival, premi, giurato, passata l’euforia che bilancio trai da  questa esperienza sei soddisfatto o potevi fare di più?

Io cerco sempre di fare di più, ma per essere sincero, stavolta credo di aver dato il giusto. Di più sarebbe stato troppo e forse sarebbe stato rischioso, perché c’è sempre il rischio di bruciarsi per sovra-esposizione. 

E’ previsto un sequel?

Sì,  è già in fase di scrittura. Il titolo provvisorio è Balkan Blues (questa è un’anticipazione esclusiva eh!?) e uscirà alla fine del 2010 (o primi 2011), sempre per Perdisa. Si tratterà di una storia perfettamente indipendente dal precedente, ambientata tra la Bosnia, la Croazia e Trieste. 

Dicevamo prima che sei nato e vivi a Trieste una città  segnata dalla Bora dal suo passato asburgico, una città  intellettuale, mi viene in mente Svevo e James Joyce, una città atipica in cui vecchio e nuovo convivono. Parlaci della tua Trieste privata, raccontaci qualche aneddoto che te la rendono molto amata o odiata.

Trieste è una città molto particolare, che io amo profondamente. A volte, però, mi ritrovo a odiarla. Per esempio, ti posso dire che la città ci ha messo quasi un anno per accorgersi di avere in casa un nuovo scrittore che si era fatto notare in ambito nazionale.  

C’è un aneddoto particolarmente curioso legato a qualche premio letterario o a qualche autore che ti va di raccontarci?

Mh, no. Gli scrittori sono gente noiosa… 😉 

Quali autori hai letto negli anni partendo da quando eri ragazzo e quali ti hanno poi maggiormente influenzato nella tua vita di scrittore? Citeresti Emilio Salgari tra le tue letture?

Da piccolo ero un verniano di ferro (e lo sono ancora). Di Salgari ne ho letti solo due. Divoravo, invece, gli Urania. Andando grossomodo in ordine temporale, da ragazzo a oggi, gli scrittori dai quali ho subito maggior influenza sono: Verne, J.Vance, Musil, Joyce, Buzzati, Gibson, Eco, Simenon, Manchette, Hammet, Pynchon, Leonard, McCharty, DeLillo. Ultimamente ho trovato straordinari i racconti di Pancake.  

E di “Mano nera” puoi dirci qualcosa o è ancora tutto avvolto nel silenzio?

Mano Nera (titolo provvisorio) è il romanzo che ho appena finito di scrivere per Baldini Castoldi Dalai editore. Uscirà verso maggio del 2010. Si tratta di una crime fiction senza sbirri tra i piedi (per questo non posso chiamarlo “poliziesco”) ambientata a Sarajevo e dintorni, un po’ meno pulp e più noir rispetto a Balkan Bang!. 

Al festival Grado Giallo hai discusso del thriller europeo e del romanzo d’avventura moderno, che bilanci che aspettative?

Bilanci e aspettative entrambi ottimi. Come dice l’amico Sergio Altieri, la squadra di romanzieri (di genere) italiani è forse la più agguerrita e la più talentuosa d’Europa. Ora non ci resta che aspettare che gli altri se ne accorgano… 

Che ne pensi della carica degli scandinavi, presenti in massa sugli scaffali delle librerie, da Mankell a Stieg Larsson, ti piace il genere , il freddo e i climi nordici fanno bene al genere poliziesco?

I gialli scandinavi sono ottimi prodotti commerciali (non tutti), ma io li trovo troppo lenti e prolissi. Pur adorando la Scandinavia e il nord-Europa, non riesco proprio a leggerli. 

Abbiamo da poco intervistato Duane Swierczynski un nuovo talento pulp americano, lo conosci, trovi delle rassomiglianze tra il suo stile e il tuo?

Non lo conosco. Tu ci trovi delle rassomiglianze? J 

Al Custerlina e il mondo del fumetto. Cosa leggi? Cosa ti infastidisce?

Leggo il fumetto, ma non con regolarità. Mi piacciono i “classici” come Miller e Moore, non disdegno la Marvel (che ho letto molto da piccolo), Tex, Dylan Dog, Zagor e Dampyr. Mi piacciono Tardi e Igort. E non dimentichiamo la coppia nostrana Bernardi-Catacchio, che sta facendo faville. Non mi da fastidio niente e mi piacerebbe fare la trasposizione di Balkan bang! a fumetti. 

Hai avuto un posto tra i finalisti per il Premio Letteratura Gialla di Camaiore, che esperienza è stata, hai fatto amicizie importanti?

Ottima esperienza e ottime conoscenze. 

Ci sono degli autori esordienti che segnaleresti e che ti hanno particolarmente colpito?

 

Nel 2008 mi ha colpito Francesco Gallone con il suo “Milano è un’arma”. Quest’anno aspetto di leggere Marilù Oliva e Paola Ronco.


:: Intervista a Marco Buticchi

27 ottobre 2009

Respiro_del_deserto_grande2745_imgGrazie Marco di aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Iniziamo con le presentazioni parlaci un po’ di te, i tuoi studi, il tuo ambiente, cosa facevi prima di dedicarti alla scrittura? 

Mi sono laureato in economia e commercio presso la facoltà di Bologna, ma non ho mai “esercitato” la professione di commercialista. Ho infatti incominciato, subito dopo la laurea, a girare il mondo vendendo petrolio, sino a  che non ho dato retta alla voglia di Puerto Escondido che alloggia in ciascuno di noi: chi non ha mai sognato di mandare al diavolo il traffico delle città e i capufficio noiosi e ritirarsi su un’isola deserta? Ecco, io in parte l’ho fatto: più pavidamente, invece di scegliere paradisi caraibici, me ne sono tornato al paese natio, dove ho rilevato uno stabilimento balneare che ancor oggi gestisco.  

Una curiosità  è vero che fai il bagnino in una spiaggia ligure? Ti è mai capitato di salvare qualche bagnante? 

Faccio tutto quello che fa ogni altro imprenditore: dirigo la mia azienda, essendo convinto che, se non la si vive quotidianamente, la stessa azienda può portare solo grattacapi. E siccome vendo vacanze, sole e mare, ogni mattina mi infilo la maglietta rossa con la scritta salvataggio e mi prendo cura che la mia azienda, che conta una trentina di addetti, proceda in maniera soddisfacente. Sì, sebbene la nostra zona non sia eccessivamente pericolosa, mi è capitato, assieme ai miei collaboratori, di effettuare salvataggi: prevalentemente si trattava di persone colte da malore. Ma in mare, anche un banale giramento di testa può risultare estremamente pericoloso.  

la%20nave%20doro%20copertinaSei nato a La Spezia e ora vivi a Lerici una delle perle della liguria. Parlaci della tua città. E’ ancora a misura d’uomo, la preferisci d’inverno o d’estate, cosa pensano del tuo grande successo i tuoi concittadini? 

Lerici è davvero una perla unica e rara e come tale bisogna cercare di trattarla e preservarla. Sebbene l’estate sia per noi un bagno di superlavoro, il Golfo dei Poeti regala acque pulite, spiagge incontaminate, servizi d’eccellenza e musei ricchi di storia e di cultura. Naturalmente io la preferisco d’inverno, quando, mentre scrivo, ogni tanto guardo lontano verso un orizzonte infuocato da tramonti difficilmente immaginabili. Spesso, alle presentazioni, sono costretto a tenere gli occhi bassi: incrociare lo sguardo sincero e commosso degli amici di sempre farebbe commuovere anche me mentre sto raccontando avventure mozzafiato. Ecco che cosa pensa la gente che mi conosce da sempre di Marco che “scrive best seller”…

Hai viaggiato molto Africa, Europa, Stati Uniti, Medio Oriente, raccontaci un episodio insolito che ti è successo, il più  avventuroso. 

Ho vissuto brandelli dell’Africa vera: siamo atterrati in emergenza con un piccolo monomotore a corto di carburante nelle radure dello N’goro N’goro. Siamo stati rincorsi da elefanti infuriati, mentre la nostra Land Rover stava per impantanarsi nelle sabbie del Masai Mara. Ho dovuto dire a imprenditori turchi di pochi scrupoli che il contratto petrolifero che avremmo dovuto siglare era saltato e loro, gentilmente, mi hanno detto che avrebbero provveduto a farmi stampigliare il visto sul passaporto per tornare a casa. Ho rivisto il documento venti giorni più tardi: venti giorni di prigionia “dorata” in uno degli alberghi più belli di Ankara, mentre, sempre con gentilezza, i turchi trattavano con l’azienda per la quale lavoravo, le modalità di annullamento degli accordi. Insomma, per raccontare tutte le piccole avventure di questi anni di vita non so se basterebbero le pagine di un mio romanzo… 

Quando la scrittura è entrata nella tua vita? Avresti mai pensato di farne un mestiere? 

Ho sempre scritto, sin da bambino. Non so se avrei mai pensato di renderlo un’occupazione. Per certo non mi sarei mai immaginato tutto il successo che, da una dozzina d’anni, riscuoto in mezza Europa. 

PietrelunarelaxgHai iniziato autoproducendo i tuoi libri, è  un percorso che consiglieresti ai giovani scrittori? Quale è il consiglio migliore che hai ricevuto all’inizio della tua carriera? 

Autopubblicarsi è quello che consiglio sempre a chi si vuole cimentare con la divulgazione dei propri scritti. Ci sono alcune case editrici che, facendo leva sulla passione di chi scrive, propongono contratti per pubblicare il frutto di anni di lavoro e di fatiche, non garantendo neppure la presenza dello scritto in libreria. Mario Spagnol, editore della Longanesi scomparso nel 1999, mi ripeteva spesso che: «Un autore va pagato. Poco, ma va pagato. Il contrario sarebbe un rapporto contro natura.» Quindi – e mi rivolgo a chiunque abbia voglia di misurarsi col pubblico e non riesca a entrare nella rosa di scrittori di una vera casa editrice – non lasciatevi tentare da sterili promesse: se siete convinti di valere fate un conto attendibile di quanti potrebbero, in prima battuta, leggervi. Subito dopo dirigete verso una stamperia più vicina e pubblicatevi, distribuitevi e vendetevi da soli! Se i vostri scritti sono validi, probabilmente emergerete. In ogni caso i vostri nipoti avranno di che leggere in futuro, garantendovi quella sorta di immortalità a cui ogni “scrittore romantico” anela.

Come ti documenti per i tuoi libri, frequenti spesso biblioteche, centri culturali, archivi storici o usi molto internet? 

Le fonti sono le più disparate. Comunque quelle “ortodosse” sono le migliori: libri, documenti d’archivio polverosi e tanto Internet: il sapere universale a portata di mano. 

Raccontaci una tua giornata tipo dedicata a scrivere, hai assistenti, preferisci la solitudine e il silenzio quando crei? 

Un giorno mia moglie mi chiese se avessi preferito, invece di stare in mezzo al salone con il fracasso delle nostre due bambine, avere uno studio vero e proprio: una stanza lontano da tutte le faccende di casa. Durai 2 giorni, poi tornai in mezzo alla quotidianità del nostro salone. E, nel ringraziare nel primo romanzo edito i miei familiari scrissi: “se attorno a me ci fosse quel magico silenzio ovattato che si pensa circondi chi scrive, non riuscirei a buttare giù nemmeno una lettera d’auguri.”

Quali sono gli scrittori che hai più amato nella tua giovinezza, negli anni di formazione? Posso immaginarti leggere i libri di Emilio Salgari, Giulio Verne, Bruno Tacconi? 

Certo, quelli erano i miei beniamini, ma anche Stevenson, Melville e altri. Ma non so mai quando finisca la “formazione”, tanto che in seguito passai agli Harold Robbins, ai Wilbur Smith, Ken Follet, Clive Cussler e molti altri. Un segreto? Ancora oggi mi pare un sogno che alcuni di questi miei idoli sia “compagno di collana editoriale”. 

Tra i tuoi tanti libri che hai scritto quale è  il tuo preferito e perché? 

Sono tutti figli miei e tutti mi assomigliano: in ciascuno dei personaggi che descrivo c’è un po’ del mio codice genetico. Non ho preferenze per nessuno dei miei romanzi. Ognuno ha la sua storia, il suo palmares di successi, di ricordi e di soddisfazioni. E, per parlare di soddisfazioni, una delle più grandi mi è piovuta addosso recentemente, quando il presidente della Repubblica mi ha nominato Commendatore al merito per aver contribuito alla diffusione della lingua italiana nel mondo.

Sei stato accostato allo scrittore sudafricano Wilbur Smith è un paragone che ti diverte? 

Non prendete questa frase come vanagloriosa: ho già  detto che ancora oggi vivo un sogno. Ma mi farebbe piacere se, prima o poi qualcuno si accorgesse che l’italiano Marco Buticchi, scrive come… Marco Buticchi. 

Ed ora parlaci del tuo ultimo libro “Il respiro del deserto”. 

Nasce da una folgorazione, come ogni mio romanzo. Navigando nel golfo della Spezia, mi sono imbattuto in una vecchia nave quasi in disarmo, ma elegante e fiera come un cigno addormentato. La nave si chiama Williamsburg ed è appartenuta al trentatreesimo presidente statunitense, Harry S Truman. E Truman è stato colui il quale ha posto fine alla seconda guerra mondiale ordinando la distruzione di Hiroshima e Nagasaki, è quello che ha voluto strenuamente il processo di Norimberga con il suo carico mediatico. E’ il presidente che ha inventato la guerra fredda per arginare l’avanzata del blocco sovietico. Insomma è uno tra i presidente statunitensi che più  hanno condizionato il nostro vivere moderno. E, studiandone la vita, mi sono imbattuto in una serie di singolari eventi nell’esistenza di Truman. A quel punto la mia fantasia ha spiccato il volo, sorvolando l’impero più grande di ogni tempo e il tesoro dell’imperatore che aveva conquistato più terra di ogni altro. Sono quindi approdato sul ponte delle navi a vela più veloci nella storia della navigazione dei secoli che furono: i Clipper. E sul ponte di quelle navi la mia immaginazione si è imbattuta in un lupo di mare, inseguito da demoni che volevano divorargli l’esistenza…Insomma, non è facile parlare di oltre seicento pagine di romanzo in poche righe… vi consiglio comunque di leggerlo: mi auguro che proviate le stesse folgoranti emozioni che ho provato io nello scriverlo. 

Senza esagerare sei l’unico italiano tra i grandi della letteratura d’avventura della Longanesi con Clive Cussler, Wilbur Smith, Bernard Corrnwell, quale pensi sia il segreto del tuo successo? Hai un taglio di scrittura internazionale? 

Come ho detto prima, penso di avere un mio stile, fatto di salti nel tempo e nello spazio apparentemente incolmabili, ma che poi vengono riavvicinati dalle gesta di condottieri antichi o moderni salvatori del Pianeta. Una cosa è per me importante: divertirmi mentre scrivo e, alla luce del numero di lettori in costante aumento, mi sembra che riesca a divertirsi anche chi mi legge. 

Stai lavorando ad un nuovo libro? Puoi anticiparci qualcosa? 

Per antica usanza, prima di finire un romanzo, ne inizio un altro. Siamo nelle vie di una metropoli europea, un’anziana clochard avanza a passo lento. Pare quasi che il carrello, carico della sua vita, che la precede la trascini. Quella donna ha un passato singolare, dal quale sta fuggendo… e per meglio fuggire a chi la sta inseguendo ha deciso di vagare senza dimora… ma i suoi nemici ormai sono sulle sue tracce.

Recensione su Corpi Freddi qui

::Intervista a Sergio Maffucci di Michele Ciardelli

26 ottobre 2009

Caro Sergio, raccontami com’è nata la tua passione per la scrittura?

Non può definirsi una vera e propria passione, perché  manca il connotato essenziale di essa e cioè: il sacro fuoco che ti divora all’interno e ti spinge a perseguirla sempre e comunque. La chiamerei più un’inclinazione naturale a scrivere che non ho assecondato in modo più organico, distratto, com’ero e sono, in tante altre “passioni” che mi rendono, talvolta, dispersivo ed inconcludente. Certo è, che lasciato il mondo del lavoro è venuta meno la causa d’impedimento più grande, e così quella flebile fiammella che ha sempre albergato nel profondo del mio animo, si è ravvivata ed ha cominciato a brillare con più decisione, accompagnandosi ad una discreta dose di creatività che mi ha consentito di scrivere racconti di varia lunghezza e diversa natura e, contemporaneamente, il libro.

 Hai scritto molti racconti, com’è nata l’esigenza di scrivere un romanzo?

I racconti sono oltre 60, di lunghezza dalle 2 alle 20 cartelle. A questi devono aggiungersi una diecina che fanno parte di un progetto autobiografico dal titolo “Frammenti di una vita qualunque” che non so se vedrà mai la luce, fermo com’è da quattro anni. Vi sono, infine, altri dieci episodi della saga dei filosofi napoletani: personaggi da me inventati anni fa, in seguito ad un’intuizione mattutina, durante uno dei miei numerosi dormiveglia creativi. Essi rappresentano due napoletani (io sono di origini napoletane da parte di entrambi i genitori) che hanno cognomi altisonanti, Gennaro Platone e Ciro Aristotele, retaggio degli antenati cui il popolo napoletano affibbiò questi soprannomi, poi consolidatisi in cognomi, per la loro propensione a ragionare e discutere di tutto e su tutto, con i risultati comici che presumibilmente provocavano, come succede ancora ai loro discendenti. Forse questa raccolta di racconti sarà  il prossimo tentativo di stampa, visto il consenso che questi “filosofi” hanno trovato nei numerosi lettori che hanno avuto la compiacenza di leggere le loro disquisizioni. Per il “romanzo”, l’occasione, più che l’esigenza, è stata determinata da un episodio accessorio al racconto originale, divenuto poi il primo capitolo.

A questo punto parlami del tuo romanzo, “Accadde un giorno”.

 

Appunto! Tutto è avvenuto così: la bozza del racconto, con questo titolo, fu da me consegnato a mia moglie Patrizia, era quasi definitiva, solo alcuni particolari erano da perfezionare, tra cui i nomi dei protagonisti. Quando Patrizia rientrò a casa la sera dall’ufficio (lei ancora lavora tuttora), rispose alle mie domande piuttosto ansiose, si trattava del primo racconto ponderoso, diciannove cartelle, rispose con frasi pronunciate a mezza bocca e senza guardarmi in volto. Preoccupato per quest’atteggiamento, dietro il quale temevo ci fossero delle contestazioni sulla forma, sulla costruzione delle frasi e su eventuali incongruenze, lei affermò che non era questo il problema, ma che, nonostante fosse stata avvertita che la storia, originata da un sogno, fosse del tutto immaginaria, la considerava un espediente per confessare a posteriori un mio tradimento pregresso! Io rimasi stupefatto e lusingato, perché  non dando peso a quella che considerai una battuta, mi compiacqui di essere stato così convincente e realistico! Invece lei insistette e capii che, allora, lo pensava sul serio e non mi parlò  per oltre quindici giorni e non voleva che nessuno dei nostri amici leggesse il racconto! Questo suo comportamento mi stimolò, per reazione a continuare la storia fino a trasformarla in un “romanzo”!

Il libro è una metafora della tua vita: da lavoratore a pensionato. In sostanza dici che la vita migliora. Adesso sei sempre dello stesso avviso?

Questo libro narra di una storia d’amore. Una storia che coinvolge un uomo di cinquantasette anni e una donna prossima ai quaranta. Sposato ed appena andato in pensione lui, divorziata lei. L’incontro avviene durante una sua gita in moto, nel suo agriturismo “Oasi”, vicino a Montalcino. Un incontro occasionale ed imprevedibile che in poche ore si trasforma in un’attrazione fisica e mentale travolgente. Vivranno quattro giorni intensi a Siena e dintorni, scoprendo sempre più  la quantità di affinità intellettuali, artistiche, di pensiero e fisiche in comune. Una vera e propria esplosione di sentimenti e di passione che li coinvolge in maniera assoluta. Lui, ciononostante, fa prevalere la sua parte razionale, enunciando i seri motivi, ad iniziare dalla differenza d’età, che devono indurli a considerare quei giorni solo una parentesi splendida, che dovrà essere chiusa. E così  sarà… Dopo due mesi, quel fuoco che si era tentato d’imbrigliare, si ravviva… per non più spegnersi. Da questo momento il legame riprende e si alimenta ancor di più, finché  lui, non abbandonerà gradualmente tutte le riserve e le remore che gli avevano consigliato di troncare questo sentimento. In un crescendo, anche veloce, dopo aver a lungo meditato e rimeditato da solo e con lei (che non esercita alcuna pressione in proposito, lasciando che sia lui, solo lui, a decidere), il protagonista stabilisce di fare il grande passo: separarsi ed andare a vivere con lei. Una serie di avvenimenti collaterali ruota intorno a questi mesi di ansia e di affanno, che, a modo loro, serviranno a delineare il futuro dei protagonisti: le nuove amicizie, l’immergersi nella realtà sociale e culturale di Siena, Palio dell’Assunta compreso, con l’apparentamento per simpatia alla contrada della Lupa, l’impegno nell’affiancare la gestione dell’agriturismo Oasi ed altri eventi ancora.Tutto prosegue nel migliore dei modi nell’attesa del divorzio. Alcuni episodi, fanno da corollario a questo periodo, come il viaggio in Venezuela a trovare il figlio di lui ed a visitare quel magnifico paese già conosciuto qualche anno prima con la moglie. Seguirà  il matrimonio… e continua la storia… L’epilogo che chiude questa storia, credo contenga, a mio avviso e senza presunzione, una certa originalità. Più  che una metafora è, quindi, la proiezione di un sogno, di un’intima aspirazione: la realizzazione di un rapporto completo, appagante e talmente solido da sfidare qualsiasi ostacolo. Una fuga dalla realtà attraverso la scrittura, cui tutto è consentito, grazie alla sua capacità creativa che può riuscire a dare corpo e vita a qualunque cosa un autore abbia in animo di esprimere e di condividere con il lettore. La vita può sempre migliorare: basta volerlo e profittare della giusta occasione… non c’è un limite d’età per questo!
 

So che leggi molto. Le tue letture influenzano i tuoi scritti, oppure no?

Sì, leggo abbastanza e di tutto, dai due quotidiani giornalieri, ai libri di autori attuali e alle opere di autori del passato. Ho ampliato la biblioteca anche con l’opera completa della letteratura italiana del Ricciardi edita da Treccani e se vivrò 120 anni, come dicono alcuni medici, forse riuscirò a leggerne buona parte (sono solo 45 volumi!). Non disdegno Topolino (la mia prima lettura a meno di cinque anni, di cui posseggo oltre 2.500 numeri, il più  vecchio è del 1956, i precedenti, per prestarli agli amici non sono mai tornati indietro) e Tex. Le letture influenzano gli scritti certamente, anche perché io prendo spesso nota delle parole che scopro e mi soffermo sul costrutto delle frasi. La lettura è certamente propedeutica allo scrivere, anche se ritengo più importante ciò che si scriva, perché se le parole si modulano nel giusto verso e riescono a produrre emozioni che scuotono il lettore ed è questo ciò che conta. Come il musicista che conosce bene le sette note e la tecnica della musica e riesce a comporre delle melodie che emozionano di più di altri che hanno analoghe conoscenze musicali.

Quali libri ti sono rimasti nel cuore?

Nel cuore… non saprei dire, perché la mia memoria è sempre stata fallace, in ogni caso quelli che mi sono piaciuti e sono stati tanti, mentre è più facile che mi ricordi di quelli che non sono riuscito a finire, non tanti, ma ce ne sono stati: ognuno di noi ha le sue preferenze ed i suoi limiti. Sono ancora molti, troppi quelli che dovrei leggere!

Oltre al romanzo “Accadde un giorno”, hai pubblicato altro?

No! 

Come sei arrivato a pubblicarlo. Hai faticato molto prima di trovare la casa editrice che credesse in te?

Questa è una bella e subdola domanda! Quando uno sconosciuto come me e come gli altri nelle mie stesse condizioni, è lusingato da una proposta che comporta un congruo contributo per le spese di stampa, è difficile affermare che “credano” nelle tue capacità. Nel mio caso mi sono recato presso la sede dell’editore a Viterbo, non molto lontano da me, che vivo a Tivoli, per parlare di persona della proposta contrattuale ed ingenuamente gli ho chiesto quale fosse il discrimine tra l’attività editoriale e quella più propriamente commerciale che anche una casa editrice deve perseguire. Fu come chiedere all’oste se il suo vino fosse buono… Mi dissero che se un manoscritto dopo 20/30 pagine non li convinceva, lo cestinavano. Io, che sono un buono, ho preso nota, firmai e feci il bonifico di 2.887,5€!

Quando scrivi, so che sei un perfezionista. Studi leggi e fai ricerche anche, talvolta, per una sola parola. Come mai nel tuo libro, ti sei lasciato andare, in certi dialoghi, all’eloquio toscano?

È vero, sono un perfezionista, controllo scrupolosamente le parole, i modi di dire i costrutti delle frasi e dei dialoghi. Mi documento se devo trattare di cose che non conosco bene e faccio ricerche sui luoghi, sui monumenti, sulla storia e sulle manifestazioni, nella fattispecie “Il Palio”, quando è necessario. L’eloquio toscano, come lo definisci tu, è appena accennato in diversi dialoghi e non ho potuto ampliarlo perché non ho trovato un sito che mi consentisse di usare le espressioni toscane con precisione, come faccio, per esempio, per i miei due personaggi napoletani. Più  che di eloquio, infatti, parlerei di calata toscana, accento, nulla di più. Ho ritenuto di usare questo espediente per colorire i dialoghi e renderli più frizzanti e salaci. Il libro si svolge prevalentemente a siena ma parte da Roma, come gran parte della tua vita. Come hanno condizionato la tua vita queste due città? E come hanno influenzato i tuoi racconti? A Roma ci sono nato e vissuto fisicamente sino a venticinque anni fa, quando mi sono trasferito a Villa Adriana, frazione di Tivoli, accanto al mio “amico” Adriano, l’imperatore, la cui dimora è a meno di un chilometro, in linea d’aria, da me. Continuo, ovviamente a vivere Roma sempre, perché lì vi sono quasi tutte le amicizie ed i legami anche materiali della mia quotidianità. Siena è una città che ho visitato più  volte, in una regione che mi piace molto e che è una meta molto apprezzata soprattutto dai motociclisti veri come il sottoscritto. L’idea quindi di fare una gita in Toscana è all’origine della storia del libro: la moto simbolo di libertà, d’indipendenza, di amore per la natura, per il paesaggio e per la storia che in essi si racchiude, ha fatto sì che Giulio scoprisse cosa può sempre offrire la vita, anche inaspettatamente! Parlare d’influenze è, comunque, eccessivo o poco pertinente. 

Hai altri progetti in cantiere?

Sì! Per ora l’antologia dei filosofi napoletani, poi forse anche l’autobiografia redatta per “frammenti”, fotografie di ricordi ed avvenimenti, descritti singolarmente. Un’eventuale antologia dei racconti brevi e poi… non mettiamo limiti alla provvidenza.

Scrivi di giorno, di notte… hai un metodo di lavoro? Oppure scrivi quando ti va?

Nessun metodo. Molte sono le cose di cui mi occupo, quindi, sono discontinuo e scrivo solo quando sono conscio di aver metabolizzato una buona idea, giorno o sera che sia non fa differenza. Qualche volta mi alzo dal letto per fissare degli appunti…Il mio metodo è, quindi, non avere un metodo, ma solo buone idee! Per scrivere questo romanzo, ti sei creato uno schema, ti sei scritto una traccia o cosa? Un canovaccio contenente le situazioni e le scene da rappresentare. Una bozza aggiornata man mano che procedevo e che spesso era modificata dall’intuizione del momento. 

Intraprenderesti mai un corso di scrittura?

Ormai non mi resta che intraprendere l’ultimo corso… della vita! Eh, eh, eh.

Li ritieni utili?

Non avendoli mai fatti, non saprei. Sono molto scettico in proposito. Secondo me, forse, sono utili agli artigiani della scrittura, così imparano un “mestiere” formalmente valido e strutturalmente ineccepibile ma l’emozione dell’anima, il trasporto creativo ed il coinvolgimento fisico che, nel mio caso, spesso si manifesta con sudorazione, mani fredde, e commozione vera fino alle lacrime, non te lo può insegnare nessuno! Tutto questo, per parafrasare il manzoniano don Abbondio: ” la capacità di scrivere se uno non l’ha, non se la può dare!” (se ricordo bene).Forse sono stato un po’ lungo, ma come spesso accade, la penna prende il sopravvento e scorre da sola…

Ciao e grazie 

Ringrazio pubblicamente l’amico Sergio, da cui imparo spesso molti termini, dell’intervista che mi ha rilasciato per Liberi di scrivere…

Alla prossima!!!


Recensione di Emanuele Serra: Try rolling on my wheells di Marisa Cecchetti

24 ottobre 2009

copj13Rotoville, un paese situato in un isola sconosciuta a tutto il mondo, abitato da personaggi psicotici con in comune una malattia endemica che li costringe a vivere sulle sedie a rotelle.

Questo è il quadro nel quale ci si imbatte leggendo il romanzo di Marisa Cecchetti: “Try rolling on my whells”, una storia surreale che sembra uscita da un fumetto di Giorgio Cavazzano.

 Rotoville è un’ inedita Paperopoli, popolata da personaggi come Benjamin, il maestro del paese che sente in differita di tredici secondi, Alain, un ragazzo accompagnato dalle visioni di conigli bianchi, Joe il meccanico-inventore, alter ego del buon vecchio Archimede Pitagorico.

 Un paese stravolto dalla nascita di Ninfea, una bambina anormale perché già dalla nascita muove le gambe. Come reagiranno i genitori e i cittadini di fronte a questa capovolta diversità?

L’autrice ci racconta una storia da una prospettiva alternativa, dove le difficoltà architettoniche, i pregiudizi e le problematicità sono vissuti da chi a Rotoville è differentemente abile: Ninfea.

Un romanzo suggestivo, irreale, ironico, di una fantasia esaltante che scorre veloce di pagina in pagina senza fronzoli letterari da parte dell’autrice e il dubbio costante che possa mancare qualcosa, nella narrazione o nella trama, ma in grado di consegnarti una lettura nella sua semplicità disorientante e la consapevolezza sincera che sarebbe stato un peccato non leggerlo.

Autore: Marisa Cecchetti

Editore: MJM Editore

Pagine: 69

Prezzo di copertina: 10 euro

:: Intervista a Luca Foglia Leveque

24 ottobre 2009
Come ti sei avvicinato alla scrittura?

Alle elementari, se non ricordo male in terza, la maestra chiese alla classe di scrivere una poesia. Ne scrissi una, per il compito, e poi riempii un intero quaderno. Sentii una scintilla, una vibrazione. Ma è stato verso i 13 anni che decisi  di scrivere , per non smettere più. Ho iniziato con la poesia, passione che coltivo ogni giorno, per poi  scrivere racconti. Al momento ho pronti tre romanzi brevi,Blu, Nessuno e Ishtar (Se Non Credi Alle Streghe Allora Prova A bruciarmi).

Hai pubblicato un libro vuoi parlarcene?

Ho pubblicato il mio primo romanzo breve “Blu” nel 2007 con una piccola casa editrice. In realtà il manoscritto è stato scritto tra il 1997 e il 1999. L‘ho presentato alla libreria Babele di Milano nel marzo 2007. Purtroppo il libro non è più disponibile. Attendo una nuova pubblicazione, dello stesso, con un’altra casa editrice. Spero prestissimo!

Hai fatto fatica a pubblicarlo?

Ho inviato il manoscritto a varie case editrici. Alcuni rifiuti, alcuni silenzi e qualche proposta di pubblicazione a pagamento…Ho accettato. Non per disperazione o poca fiducia nel testo. Semplicemente per darmi un via.

Che rapporti hai con le casi editrici?

Al momento direi nessuno in particolare. Come tanti altri scrittori contatto le case editrici e valuto, tramite il loro catalogo, se inviare o meno i miei scritti.

Ci sono agenzie che fanno editing ti sei mai rivolto a loro?

Non ancora. Anche se ci sto seriamente pensando.

Ti piace concedere interviste?

Questa è la prima in assoluto. Mi piacerebbe avere l’opportunità di parlare dei miei scritti e della scrittura. Su facebook ho una pagina, Blu Il Poeta, dedicata al protagonista del mio primo romanzo breve “Blu”. Ogni tanto inserisco qualche poesia o brano estratto dai miei scritti. E’ il mio modo per parlare di scrittura e interagire con i lettori. Spero di poterne avere presto tanti, tantissimi.

Quali sono i tuoi autori di narrativa preferiti?

Amo molto Marguerite Yourcenar, di cui ho letto molto. Tra i miei preferiti ci sono anche Anne Rice, Marguerite Duras, Annie Messina…Diciamo che preferisco la scrittura al femminile.

Ti piace la poesia cosa leggi?

Amo la poesia. Adoro la grande Emily Dickinson e la sublime Alda Merini.

Sei alla ricerca di una casa editrice con quale ti piacerebbe lavorare?

Assolutamente si. Mi piacerebbe lavorare con una casa editrice pronta a valorizzare i miei testi e che non veda nel manoscritto solo un ricco o misero bottino da spremere. In fondo, molti testi non ritenuti commerciali si sono rivelati con il tempo anche alberi molto fruttuosi. E spesso le case editrici, almeno questa è la mia impressione, scartano ottimi lavori perché nell’immediato non sarebbero produttivi.

Cosa ne pensi delle recensioni dei critici letterari?

E’ utile, sempre, un buon onesto parere. Se onesto ben venga la critica di un recensore. Il nome poi non è importante.

Leggi Moravia?

Ho letto solo due libri di Moravia. Sicuramente un grande scrittore. Ma non è tra i miei preferiti.

Ti piacerebbe fare il giornalista?

Al momento scrivo recensioni letterarie per due riviste. MFL Magazine For Living e Hot Magazine. Spero di poter presto scrivere per altre molte riviste.

Hai frequentato corsi di scrittura creativa?

No.

Hai un agente letterario?

In realtà ho pensato, proprio recentemente, di contattare un agente lettarario…

E’ una figura che in Italia non ha ancora preso piede. Gli italiani sono diffidenti. Di conseguenza, nel nostro paese, se ne sente ancora parlare poco.

Ti piacerebbe scrivere testi teatrali?

Sto adattando uno dei miei tre scritti per il teatro!Incrocio le dita affinché ne venga fuori qualcosa di buono ed emozionante.

Quanto conta per te il successo?

Conta il poter vivere delle mie parole. Questa è la mia ambizione. Molti soldi e notorietà potrebbero essere bellissimi accessori…ma sarei felice anche senza. Anche se non nego che l’idea di essere letto da molte persone mi piace e non poco.

Quali sono gli errori che un giovane scrittore dovrebbe evitare?

Forse il voler pensare alla propria scrittura solo ed esclusivamente come ad un lavoro. Mettendo da parte tutta la passione. Cercare di mantenere viva la passione in modo che collabori con lo scrittore. Questo è l’unico consiglio che mi sento di dare.

Sei mai andato controccorrente impegnandoti anche a costo di rinunce personali?

La mia scrittura è stata spesso giudicata poco vendibile e commerciale. Scrivere per essere felice e rinunciare magari a prodotti di facile inserimento è stata, se volete una rinuncia a qualcosa di più sicuro. Non ho riscritto i miei racconti o cambiato stile cercando così strade più facili. Non rinunciare al mio percorso artistico è una rinuncia gradevolissima.

Quanto pensi conti la fortuna nella carriera di uno scrittore?

Molto. Bisogna proporre un buon lavoro, un lavoro amato e sudato, e avere la fortuna di trovare qualcuno in grado di capirti e capire la tua estensione fatta di parole.

Ti piace il genere noir?

Non particolarmente.

Che progetti hai per il futuro?

Al momento non riesco a vivere di sola scrittura. Il mio più grande progetto per il futuro è quello di impegnarmi, lavorando, per vivere delle mie sole parole.

Che libro stai leggendo attualmente?

Ho appena terminato “No panic” di Rossella Canevari e poi un libro “per ragazzi”…Ebbene si!Un libro che volevo leggere quando avevo dieci anni e che non sono mai riuscito ad avere. The Incredible Tide(Conan il ragazzo del futuro) da cui è stato tratto un cartone animato giapponese famosissimo e che amo. Ieri sera ho iniziato a leggere Metropolis da cui è stato tratto l’omonimo e celebre film. Una scrittura densa ed emozionante.

Hai un blog?

Non ancora.

Ti piacerebbe andare in tv a parlare di scrittura?

Potrebbe essere interessante. Ma preferirei parlare di scrittura semplicemente scrivendo.

Pensi che nel panorama editoriale italiano prevalga il marketing o il talento?

Prevale il marketing senza dubbio. Prevale il prodotto. Bisogna riempire lo scaffale, come al supermercato, il prodotto deve primeggiare e scintillare.

Hai amici scrittori?

Si. Tra le persone che conosco molte amano, come me, la scrittura.

Leggi i romanzi storici?

Si ogni tanto. mi piace leggere di tutto.

Quanto scrivi in media al giorno?

Scrivo molto spesso ma non tutti i giorni. Non voglio che una passione realmente amata diventi costrizione. Comunque ogni giorno butto giù idee e pensieri.

Cosa pensi degli editori a pagamento?

Un editore, così come uno scrittore, deve avere passione e voglia di lavorare per l’arte e la cultura. Certo, mi rendo conto che ogni semplice e minima cosa è legata alle vendite e ai costi. Di conseguenza, anche molti editori seri, propongono allo scrittore esordiente pubblicazioni a pagamento. Vista come trampolino di lancio, la pubblicazione con contributo da parte dell’autore, può rivelarsi comunque utile per farsi conoscere. L’importante, ribadisco, è la buona fede dell’editore.

Hai mai fatto il ghost writer cosa ne pensi?

Non mi è mai capitato.

::Intervista a Massimo Leitempergher

23 ottobre 2009

Parlami del tuo libro non ho dormito mai quanto ci hai messo a scriverlo?

Ci ho messo parecchio perchè non ho assolutamente costanza nello scrivere, soffro di momentismo, possono passare mesi senza scrivere una riga, quando sento lo stato d’animo giusto allora scrivo.

C’è molto di autobiografico?

Una parte c’è sempre nei libri che scrivo, anche perchè  mi sentirei un bugiardo a scrivere e descrivere cose che non ho provato, mi sembrerebbe di fregare il lettore e me stesso

Hai fatto fatica a trovare un editore?

Abbastanza, anche se ho fatto un lavoro di cernita in internet,  mi ha aiutato un sito molto valido, il rifugio dell’esordiente. E’ inutile puntare ai grossi editori, non ti cagano per nulla.

Che consigli daresti ad autori in cerca di editore?

Forse è meglio non dare molti consigli, visto che io dopo aver trovato il mio editore non sono ancora riuscitoa a farmi pagare un centesimo di diritti, come da contratto.

Frequenti concorsi premi letterari, sei mai arrivato anche solo in finale?

Ho partecipato solo a due premi letterari, uno l’ho vinto, l’altro non sono trai i finalisti…poco male, ma forse varrebbe la pena partecipare di più…se sei interessato ai soldi è una strada da non scartare.

Ti piacciono le opere cooperative?

Lavoro in una cooperativa….quindi si….si intende solo leggerle, è assai difficile scriverne una, anche se ho provato più volte.

Ti senti un futurista?

Da ragazzo molto di più, adesso che ho compreso qualcosa in più  sulla cultura futurista un po’ meno,.

In una tua intervista on line dici che non ami concedere interviste perchè per noi hai fatto un eccezione?

Non ho detto che non mi piace concedere interviste, non sono così snob, cretino o furbo, scegli tu, ho solo detto che non mi piacciono le interviste, ma forse è perchè sono solo pigro.

Quali sono i tuoi autori preferiti?

Fante, Pasolini, Tondelli, Fenoglio, Palahniuk e Roth

Ti piace leggere in pubblico le tue opere?

Non direi, o meglio, sentirle leggere mi fa piacere e se mi prende la serata giusta e la fancazzaggine giusta mi piace interagire con il lettore

Quale è  il tuo metodo di scrittura?

Il sentimentalismo e la cruna dell’emotività…Solo se sono attraversato da forti emozioni scrivo, nel resto del tempo vivo, alle volte sopravvivo.

Hai un agente letterario?

Ah, ah,ah….tu che dici?

Hai un sito, un blog, quale è il futuro della letteratura su internet?

Questa domanda dovresti rivolgerla ad un rappresentante della generazione successiva alla mia, io scrivo il mio blog per me stesso, se qualcuno legge condivide una stato d’animo momentaneo mio. Così ho conosciuto alcuni “scrittori” veramente bravi.

Quali lettori preferisci?

Quelli che non chiedono di regalare il libro, a parte gli scherzi, non molto poi, quelli che fanno domande, ma non  credo necessariamente che un libro debba far scaturire delle grandi domande all’autore, magari se ogni tanto facesse solo emozionare sarebbe già un gran risultato.

Stai leggendo attualmente?

Sto leggendo America America di Ethan Canin, ma non lo trovo particolarmente interessante.

Ti piace la poesia di Saba?

Non capisco la domanda, ma la poesia la leggevo a scuola, poi sempre più  raramente, non sono capace di trovare un metodo soddisfacente, se leggo una poesia alla volta mi soccio, se le leggo di seguito mi sembra di fare un torto al poeta. Mi imbarazza.

Parlami della tua città che rapporto vi lega?

Ti rispondo con una cosa che avevo scritto tempo fa per un enciplopedia su Torino che cambia:Poi quando scendi e ti vedi tutta quella natura, ti chiedi comunque se sei veramente in città. Il fiume, non il placido Don, ma l’irrequieto Po, che sale per incontrare la sua vecchia amica Dora, ha un colore d’autunno, anche quando è piena estate. Ma sei in mezzo a cani e padroni, tombe e ciclisti, erba e corridori, alberi e vento, passerelle e vecchi e tu cammini attratto da una corrente alternata e rovescia, che ti porta verso un centro così vicino, ma così distante. Vedi di fronte, guardi, ma non distingui, ma che importa? Repubblica perfetta di rappresentanza equa e solidale, dalle prime ore del mattino fino alle ultime della sera, non sei mai solo. Una via abitata da uomini e donne da una parte e pesci dall’altra, pareggio perfetto di una natura sempre più imperfetta, di certo non per sua colpa. Nell’arteria centrale, edilizia anni 50, 60, 70, ma anche “intrusioni” settecentesche, ottocentesche, per poi aprirsi in quelle vene, piccole e grandi, diritte, come tagliate da un preciso coltello. E poi sai, se hai la fortuna del principiante e la stagione del saggio, puoi anche vedere uomini con strani arnesi, immersi nell’acqua fin sotto le spalle, lottare contro gli abitanti anfibi, amanti dell’umido, che se non sei abituato, sei già pronto con la tua tecnologia vocale in mano, per chiamare, ma sei indeciso se formare il numero del pronto soccorso, per quel pazzo, che, poco poeticamente, imita un piccolo povero Ernest Hemingway o quello della polizia, per far soccorrere un mentecatto, che ha deciso di togliersi i dubbi, sulla validità di una vita spesa male. Se decidi di volger lo sguardo verso il ponte Regina, allora puoi dire che alla tua destra, in un percorso poco più lungo di un chilometro, non è presente nessun negozio, nessuno, un solo bar, ma quasi nascosto, una piazza circolare, con un parco nel mezzo, tanto per non smentire l’ideologia del verde che accompagna il tuo cammino, una scuola, che a dirla tutta stona con il resto dei compagni edifici, sarà perché assomiglia ad un vecchio operario, in mezzo ad una serie di colletti bianchi?
Se sei uno che segue la corrente e te ne vai verso il ponte Sassi, potrai vedere che c’è ancora chi si ostina a vivere sull’acqua, ma qualcuno ha detto loro che ci vuole il duro cemento per non essere portati via da quella realtà che noi tutti chiamiamo casa? Canadese con veranda vendesi a modico prezzo…Ah allora hai capito anche tu no?
Se smetti di blaterare su tutta questa falsa filosofia e ti concentri sul terreno, invece, ti accorgi che gli argini segnalano il passaggio quasi costante, anno per anno, dell’acqua a quote elevate e paurose, ma quelli a rimetterci sembrano solo gli alberi, piegati e piagati dalle piene, che han risparmiato quasi sempre agli abitanti un bagno indesiderato.
Si, perché, quando al piccolo grande Po gli girano, è capace di far scappare tutti dal suo letto, anche se fino ad un momento prima di bagnarti i piedi, ti incanta con la sua danza obesa e allora tutti, dai bimbi di quattro anni ai vecchi di cent’anni, magari passati in solitudine, son tutti lì a blandire il vecchio fiume ed a dire “dai che non esce, secondo me, non esce”; poi, in un attimo, è un fuggi fuggi generale, verso i lidi alti, la collina.

Utilizzi nei tuoi libri gerghi, dialetti, slang, linguaggi in codice?

Alle volte, come i Sigur Ros, mi invento delle parole o meglio dire nelogismi, mi diverte.

Ti piacciono i libri di Dan Brown pensi sia un successo orchestrato a tavolino tutto marketing e niente altro?

Non ho mai letto nulla di Dan Brown, forse non so nemmeno chi sia, aspetta cerco su google…ecco il codice da vinci…ho visto a pezzi il film, un film come molti altri….non saprei rispoindere a questa domanda, se ignoro sto zitto, di solito.

Leggi libri gialli, thriller, polizieschi ?

Rarissimamente perchè non sono interessato a quel genere, teso e costruito attorno ad una storia che non deve farsi scoprire fino alla fine…di solito, come ho già detto, ricerco l’emozione nei libri.

Scrivi per rivsite, giornali, siti di letteratura on line?

Non sarei capace, non ho costanza, non ho tempo, cerco di fare il mio lavoro, quello in cooperativa intendo, al meglio, ho una famiglia, riesco solo a scrivere sul blog e anche li di rado

Quali sono le doti di un buon scrittore?

Se riesco a contattarne uno, poi ti faccio avere la risposta.

Quali errori hai fatto che non rifaresti nella tua carriera letteraria?

Non ho fatto nessun errore, vado bene così, soprattutto perchè non ho nessuna carriera letteraria, quindi è facile fare affermazioni come quella precedente.

Cosa ne pensi delle scuole di scrittura creativa come la Holden di Baricco?

Che mi mancano 3000/4000 euro per poterti dire com’è…se citano, nel sito, il dato che oltre l’ottanta percento di persone che si iscrive alla scuola poi trova lavoro mi sembra dia una messaggio preciso, ma non so cos’abbia a che fare con la creatività nello scrivere.

Cosa ne pensi della letteratura punk e underground?

Se parli di musica ti faccio una lezione di due ore, se parli di letteratura, ripeto se ignoro, sto zitto.

Credi nei book trailers?

Si molto, mi piacciono, i miei li giro tutti io,  ne ho visti parecchi, ma devo dire che alcuni li trovo teatrali o caricaturali rispetto ad un trailer cinematografico e questo mi dispiace

Ti piacciono i tour promozionali come si usano fare in America?

Se uno riesce a vivere con quello che scrive è  già tanto, non serve andare in giro a mostrare la faccia, sono solo le tue parole che valgono, non il tuo volto

Che suggerimenti daresti per invogliare la gente a leggere di più?

Togliete il televisore dalla camera da letto, non dico dalla casa, che mi sembra una stupidata, ma dalla camera da letto si, magari fate anche un po’ più l’amore.

Definisciti in tre aggettivi?

Generoso, lunatico, irascibile

Quando scrivi sei felice?

Ci mancherebbe altro, certo che no!  


:: Intervista a Ghonim Mohamed

22 ottobre 2009

Nelle sue opere la cultura araba e quella occidentale si incontrano. E’ un incontro felice?

Quando sono giunto in Italia ho incontrato il mio ” primo amore”, non ho trovato alcuna differenza tra di noi perché la cultura che l’uomo acquisisce fin dalla culla, è costituita dall’ambiente, dal clima, da tradizioni, patrimoni filosofico-storico-sociale che si incontrano in un punto tra due estremi di un’equazione o più: l’io e l’altro, il sonno e la veglia, la lontananza e l’avvicinamento, il primo giorno e l’ultimo, la fame e la sazietà. Ci sono molte equazioni che formano la struttura umana e si incontrano nel punto focale fra le due parti per realizzare un impellente necessità di completamento. A questo punto, se noi guardiamo a Occidente o ad Oriente dobbiamo riconoscere il punto di congiungimento perché a est corrisponde ovest; a ovest corrisponde est, perché a nord corrisponde sud; e a sud corrisponde nord. Questo punto non è altro che la distanza tra il confine che oltrepassiamo alla ricerca della conoscenza e all’acquisizione di una sapienza e di una consapevolezza che permetta di raggiungere la felicità.
Io non sono venuto qui a mani vuote, ma trasportando la mia cultura che mi ha permesso di incontrare il mio primo amore: quindi di aprirmi un varco all’interno della comunità, tra il mondo intellettuale, politico e giornalistico: non ho trovato preoccupazione, disturbo, stato d’ansia e agitazione che abbiano diminuito la mia felicità. Al termine del discorso voglio aggiungere che la cultura deve essere un atto di fedeltà, diretta verso il luogo dove l’uomo intende vivere e per la durata della sua vita. Avrei potuto dialogare, in questo contesto, in modo accademico ispirato a testi, libri, opinioni, studi mediatici che sono all’ordine del giorno ma che però confondono il pensiero umano, la sua immagine e la disperdono dato il divario tra Nord e Sud o Est e Ovest. La prova di ciò è la disparità tra Nord e Sud anche se il paese ha un unico confine. Tuttavia, come ho affermato all’inizio del discorso, il luogo e l’ambiente determinano la differenza dal punto di vista culturale, degli stati d’animo e delle abitudini: il fatto di riuscire ad integrare in maniera corretta e sincera questi fattori  produrrebbe come effetto il fatto di creare un’orchestra melodiosa che, con la sua dolcezza e con la sua musicalità porterebbe ad un “incontro felice”, dove il fattore determinante è dettato dalla fedeltà al luogo e nel tempo.

Il suo mondo letterario è un mondo poetico e fiabesco, quali autori l’hanno maggiormente influenzata?

La lettura mi ha sempre appassionato fin dalla mia adolescenza; mi ricordo quando mio padre ripeteva ossessivo di studiare con diligenza e di non smettere mai di leggere per questo mi sono avvicinato al mondo della letteratura e della poesia :mi hanno sempre entusiasmato le letture dei testi di Dostoevskij, Shakespeare, Tolstoj, Dante, Boccaccio, Voltaire, Baruch Spinoza, Umberto Eco,Ariosto, Petrarca,Pirandello,Goethe e per quanto riguarda gli arabi Yehia Haqy, Taha Hussein,  Tawfiq Al-hakim, Youssef Idris, ect. Ect (è il mondo globale della scrittura che mi ha influenzato, non un genere o un altro)


Il suo primo libro è il segreto di Burhume pubblicato per la prima volta nel 1994 dall’associazione Les Cultures, ci parli dei temi da lei trattati.

Il tema trattato in questo libro viene racchiuso in una rappresentazione allegorica della condizione umana; dove viene descritto in termini filosofici un repertorio di conflitti interiori ed esteriori che appartengono alle figure umane in esso rappresentate;c’è il barbiere, lato oscuro del libro;c’è una maga, rappresentante esoterica,Agolungo l’uomo allampanato ricco di saggezza anche se considerato lo “scemo del villaggio”, l’uomo giallo identikit dello stato tecnocratico del ventesimo secolo e un ‘infinità di personaggi che ci permettono un viaggio in interiore homine.


Nel libro “il Ritorno” affronta tematiche più drammatiche come la perdita dell’identità, la schiavitù, lo sfruttamento, i pericoli di una società tecnocratica, è più pessimista di dieci anni fa?

Non è questione di pessimismo è anche un fatto di essere realisti perché per me l’umano ha in se una miriade di sentimenti che determinano delle scelte di vita ben precise e che si ripetono nei secoli; l’uomo è sempre uomo e determinate situazioni fanno parte di esso. Il punto bianco, il filo conduttore non sono altro che la speranza che nutre l’umanità, la chiave per raggiungere la felicità e la pace interiore. (Non parlerei assolutamente di pessimismo). 

Ha anche scritto piéces teatrali ce ne vuole parlare?

L’esperienza teatrale che mi vede coinvolto è di vecchia data, più precisamente corrisponde al periodo adolescenziale dove mi ritrovo a mettere in scena opere di Shakespeare dirette da mio fratello in un teatro paesano; successivamente ho interpretato le grandi opere teatrali classiche di Pirandello e altre. Dopo la mia esperienza ho scritto diverse pieces come l’Immigree-Il ritorno dall’assenza, l’Asino di paglia, e altre.”Dammi un teatro e ti darò un popolo”(Shakespeare) è il motto che da sempre mi accompagna.

E’ nato in Egitto sul finire degli anni 50. Che ricordi ha della sua infanzia? Sogna di tornare a vivere in Egitto?

Sono nato in un villaggio dove la maggior parte della popolazione è formata da brava gente; un paese di nome Il Milliten (Milla più Milla corrisponde a Milliten) che significa le due religioni. Non ho capito, da giovane, il vero significato di tale parola anche se vivevo e frequentavo una scuola circondata da abitazioni di cristiani, da chiese, professori e studenti cristiani che insieme a noi musulmani formavamo un unico tessuto e nessuno ha mai distinto questo dualismo. Il rintocco della campana si fondeva con il richiamo dei minareti; in questi ultimi tempi ho capito il vero significato di Milliten dopo aver visto mani invisibili tramare in quel tessuto e aver creato uno scontro tra umani. Il mondo per me è un paese dove non ci devono essere confini geografici.

La verità è  un tesoro prezioso da tramandare alle nostre nuove generazioni, pensa ci sia spazio e rispetto nel nostro mondo per la verità o siamo troppo influenzati dalle distorsioni dei mezzi di informazione? 

La verità, a mio avviso, è la somma del miscuglio cosmico e il perno di essa è l’uomo, che si differenzia e si distingue dal punto di vista cerebrale. L’intelletto rende esuberante l’uomo e trascina a se una parte di questo mix; trascorre il tempo tra contrasti, conflitti, sentimenti di paura, speranza, convinzione, avidità, amore, odio, attività, inattività, pigrizia, difficoltà: il conflitto che si pone tra due opportunità ha sottratto all’uomo stesso la capacità di concentrazione ed egli si ritrova da un estremo all’altro del conflitto.
All’universo è indifferente il fatto che l’uomo si trovi con una schiera o con un’altra perché non è limitato nel tempo: ma l’umano sa bene quanto breve sia la sua esistenza e il fatto di venire sostituito da un altro essere vivente; come una generazione verrà sostituita da un’altra ( sa’ di questa verità) e una civiltà ergersi su di un’altra. Il nocciolo della questione è che una visione è diversa da un’altra; quello che io credo verità non è condiviso da altri poiché i tempi, le epoche trascorrono; nel passato l’accordo su qualche verità era inferiore al disaccordo e la causa di ciò sono stati i conflitti tra i due estremi di ciò che è stato fatto per una classe di ideali d’amore, di bontà, di bellezza, di giustizia, e una dinamica d’odio, di cattiveria, di avidità. Il conflitto tra due squadre è esistito in vita fin dall’origine, ha cementato il miscuglio cosmico e trattato con esso la guerra fredda in corso. La verità sincera è che l’umano è nato con l’attitudine di scoprire le contraddizioni dentro di se’ e avere la forza del libero arbitrio nella vita.
Il messaggio alle generazioni future è quello di fare uno sforzo mentale, compiere un percorso di riflessione, ovunque e comunque, nonostante la varietà di lingue, in modo che la nuova generazione riesca a migliorare le sue scelte: che non attenda “ il sole” in presenza di dense nubi; essa deve cercare il calore attraverso l’ intreccio di una trama e di un ordito multietnico che percorra una via migliore. Questo sguardo sognante fa parte di quella verità considerata tesoro sepolto sotto la coscienza umana; bisogna rispolverare la sua energia per un lavoro inter- homine. La politica ha una grande influenza sui mass-media che sono diretti da chi li sovvenziona e che rimarranno in tale direzione; che siano diretti verso la zona A o verso la zona B. Per zona A intendo gli assetati, gli affamati, i desiderosi d’amore, di bellezza, di giustizia,ovvero del bene; per la zona B, i desiderosi di fama, di lussuria,e di danaro.
Finchè comparirà “il mass-media” che porterà l’equilibrio tra le due parti e formerà un recinto per proteggere l’umanità da se stessa. 

Quale è il libro più bello che ha letto e quali preziosi insegnamenti le ha dato?

E’ approssimativo affermare di aver letto un libro più bello di tutti; ma posso confermare che la raccolta di novelle “Le mille e una notte” appartengono ad un libro che spesso rileggo volentieri perché in esso prodigio e normalità si intrecciano e si disciolgono l’uno nell’altra, e dove la magia diventa il perno attorno al quale ruota il racconto e l’essenza delle cose. Questo è ,secondo me, un libro di un certo spessore che ti propone un viaggio in un mondo dove vi è una netta distinzione tra il Bene e il Male; dove vengono tramandati messaggi spirituali, soprannaturali attraverso delle allegorie che altro non sono che immagini fantastiche di altri mondi, trionfo di incontaminazione, purezza, spontaneità, ingenuità, e spontaneità di cuore, cose che io bramo nei miei racconti e poesie.

Lei vive in Lombardia la regione più internazionale di Italia, il processo di integrazione tra culture a che punto è?

La Lombardia ha raggiunto un buon sviluppo industriale, tecnico, tecnologico e per questo si ritiene la regione più internazionale d’Italia ma per quanto riguarda la regionalizzazione degli stranieri essa non può avvenire completamente affinchè l’individuo residente non sia in grado di permettere l’integrazione stessa: ciò perché quest’ultimo nel suo bagaglio culturale è ricco di pregiudizi, di preconcetti e di arroganza inoltre non tiriamo in ballo il discorso religioso che in modo più assoluto non deve venire considerato l’eterna causa di atti immorali che vengono compiuti. Il processo di integrazione è ancora rudimentale, c’è ancora molto da fare però con parsimonia e con diligenza si può ancora raggiungere lo scopo.

Lei ha pubblicato “Cento memorie per il futuro millennio”, quanto incide la memoria sulla sua creatività?

La memoria è tutto; è l’individuo: la sua storia, la sua coscienza, la sua conoscenza che è indispensabile perché se non sai chi sei non saprai dove andrai-  cosa vale un individuo senza memoria? La memoria per la mia creatività è tutto, senza di essa non potrei scrivere perché non avrei coscienza e opinioni, sarei un burattino. Per quanto riguarda il libro esso ha voluto congelare delle folgorazioni di artisti, poeti, fotografi e musicisti sotto forma di aforismi, graffianti sberleffi, disegni e concetti seri e non. In questo contenitore sono stati raccolti alcuni manufatti artistici che trovano valore e fascino nella loro imprevedibilità. La cosa più importante è che  con esso sono stati finanziati progetti sociali e umanitari.
Anche questo significa “memoria”.

Ha pubblicato la raccolta di poesie “Il canto dell’amore” contro il razzismo e la xenofobia, cos’è per lei l’amore?

Ho cantato l’amore in tutte le mie poesie e ho scritto un inno all’amore nel testo “Il canto dell’ amore” ovazione di amore e di pace. Nella silloge “Colombe raggomitolate” tratto da IL MIO CANTO:

/io non intendo linguaggi oltre quello che comprendo.

Lo esprimo con parole, incise tra i margini del foglio

lo leggo dalla prima nascita,

da quando sono nato la mia bocca ha conosciuto

il capezzolo del seno

l’ho abbracciato tra le mie labbra../

Un amore del quale mi sono nutrito dalla nascita; l’amore significa vita, di conseguenza colui che ne è privo è un essere morto; l’amore è  un conforto per l’anima che ci dà un equilibrio psichico e ci permette di vivere la vita intensamente, un termine letterario che lo riveste: fine affascinante,dolce, fresco, melodioso, luminoso che rende esplicito la bellezza della vita e che mi rende amalgama d’amore; se tu mi chiedessi quale fosse il mio desiderio in questa vita, ti risponderei che sarebbe l’augurio di venire amato fini all’ultimo respiro.

Ha curato “Siamo venuti a cantarvi le nostre canzoni”, opera che fa dialogare con la poesia ragazzi stranieri della scuola media Tito Livio di Milano. Che impressioni ha avuto da questa esperienza?

Questa è una tra le innumerevoli esperienze del genere nell’ambito scolastico avvenute a Lecco, a Como, a Milano, a Rimini, ect . Le impressioni sono molto positive come esprimono i ragazzi stessi nei miei confronti, nell’interesse nutrito in tali esperienze dove taluni commenti affermano che le mie parole hanno una forza vitale, donano amore con la A maiuscola; altri ribattono che l’utilizzo della poesia per sottolineare l’uguaglianza di tutti, al di là delle apparenti differenze è un valore inestimabile. Altri ancora descrivono le mie parole come un vero e proprio atto d’amore che “silenziosamente” vengono sparse, perché germoglino in noi il seme della tolleranza. Che altro aggiungere? 

E’ direttore del giornale egiziano News of the World. Si può fare ancora “buona” informazione? 

Penso di aver risposto, riflettendoci bene, con l’analisi dettagliata compiuta nella risposta numero7

Ci sono autori esordienti che l’hanno particolarmente colpita?

Io amo la lettura, soprattutto quella classica ma credo che anche autori esordienti abbiano il diritto di esprimere i loro sentimenti e a questo proposito vorrei aggiungere che sono in contatto con diversi scrittori e per questo motivo mi sembra irriverente fare un nome piuttosto di un altro.

E’ una persona religiosa? Chi è per lei Dio? Quale suo volto le è più  vicino?

Dio è colui che mi ha plasmato; a Lui sono sottomesso come ognuno di noi: beviamo della sua acqua, respiriamo la sua aria, camminiamo sulla sua terra, ci esponiamo al suo sole e Lui è il Creatore…noi creiamo? Il volto a me più vicino corrisponde a quello della pace, del perdono,dell’amore,della misericordia,della nascita, della morte sono alcune tra una miriade di sfaccettature che gli appartengono perché Egli è il Tutto.

Ha scritto un bellissimo libro di fiabe dal titolo “L’aquila magica”. E’ indirizzato prevalentemente ai bambini o si rivolge anche agli adulti?

I miei libri sono rivolti a chi ama leggere; non esiste una fascia d’età prestabilita; principalmente scrivo perché ho delle cose da dire e non mi pongo il problema di chi si appresta a comprare i miei testi.

Pensa come la Sherazahde della “Mille e una notte” che raccontare fiabe ci salvi la vita?

Io credo di si, perché do un grande valore alla parola, come dimostrano i versi della mia poesia:
La parola non e’ un gioco

nè un divertimento

la parola è il pegno della vita

la parola e’ una spada di cui si cinge il cavaliere

sguainata davanti agli occhi dell’ingiustizia

svelle le radici dei morti. (Colombe raggomitolate)

In principio era la Parola …la parola può essere la salvezza se noi sapessimo raccontare ai nostri figli le novelle come quelle di Sherazahde…cosa accadrebbe se li nutrissimo con del cibo avariato? E se invece porgessimo loro del cibo sano?

Quale poeta occidentale preferisce?

Potrei citare un’infinità di artisti come Leopardi, Malarmé, Baudelaire, ma quello che spesso mi ritrovo a leggere è Dante Alighieri degno rappresentante degli artisti italiani.

A che opera sta lavorando attualmente , può anticiparci qualcosa sulle tematiche che tratterà?

Una fiaba per bambini “La dimora incantata” contro il razzismo e la xenofobia; “Il mio amore Barbara” storia d’amore tra un egiziano e una italiana, per l’incontro di due civiltà; una novella sulla circoncisione femminile e sto per portare a termine un libro di poesie.

.: Intervista a Valentina Maran

20 ottobre 2009

uomo che mi lavaValentina benvenuta su Liberidiscrivere. Presentati ai nostri lettori. Chi è Valentina Maran?

Ciao! Valentina Maran è una copywriter (una cioè che scrive per la pubblicità), che vive tra Varese e Milano e si dedica, tra le altre cose, alla letteratura erotica. 

Parlaci del tuo lavoro di copywriter, ti appassiona, ti concede tempo libero per scrivere, ti permette di incontrare persone interessanti?

Il mio lavoro è bellissimo e difficile al tempo stesso: è un mestiere inebriante perché ti permette di parlare a tantissime persone mostrando il tuo talento… quello che di solito sfugge ai pubblicitari, però, è che è un mestiere che si fa con i soldi degli altri. E bisogna capire che i veri obiettivi non sono quelli personali ma sono quelli in funzione del successo del cliente. Questa è una questione che i pubblicitari travisano, sbagliando obiettivi, mettendo prima l’interesse personale rispetto a quello del cliente. E’ comunque un lavoro privilegiato che ti mette in contatto con tantissime persone interessanti: cantanti, registi, scrittori… spesso si arriva ad avere contatti con gente di altissimo livello senza meritarselo davvero. Per quel che riguarda la scrittura nuda e cruda, dipende dai periodi: se uno ha voglia di scrivere il tempo lo trova indipendentemente dal lavoro. Certo è che- facendo un lavoro creativo che ti occupa la mente 12 ore al giorno, una volta arrivati a casa è difficile aver voglia ancora di scrivere. 

Parlaci dei tuoi esordi perché hai iniziato a scrivere?

 

Ho iniziato a scrivere per pura necessità: scrivo per gli altri, per farmi ascoltare, per avere un pubblico. E’ un desiderio innato. La necessità del racconto. Insieme c’è anche la presunzione di raccontare le cose come nessuno ha ancora fatto. 

“L’uomo che mi lava” come è nato? Nove racconti accomunati dall’obbiettivo di stupire, intrigare far riflettere? Quali scrittori ti hanno particolarmente influenzato?

 

Il libro ha una strana gestazione: un amico si trovava in Germania e non aveva con sé nulla da leggere… mi ha chiesto un racconto lungo “di quelli che so scrivere io”. Quasi per scherzo mi ha dato delle consegne mensili e da lì è nato un libro. Diciamo che uscito dal piacere di far leggere qualcun altro. Non ha l’obiettivo di far parlare… non ho scelto l’erotismo come facile soluzione alle vendite: semplicemente è stato un bel banco di sfida. Era un argomento che mi interessava. Per il resto non ho scrittori di riferimento. Leggo molti autori italiani contemporanei, quello si. 

Hai fatto fatica a trovare un editore? L’hai proposto a molte case editrici? Raccontaci il percorso che hai seguito per arrivare alla pubblicazione.

 

Degli amici autori mi hanno dato un paio di contatti per alcune case editrici che però hanno risposto picche. Poi Raul Montanari mi ha segnalato quella che poi è diventata la mia validissima agente: Agnese Incisa. Lei all’inizio è stata molto dura, mi ha detto che sarebbe stato difficile, poi per fortuna la PIEMME si è innamorata del libro… ed eccomi qui! C’è voluto quasi un anno. Mi rendo conto che comunque sia molto difficile.  

Su Tina di Matteo Bianchi c’è il racconto Diritto alla meta che ha vinto il premio chiara della narrativa per autori giovani, scrittura veloce, folgorante, un pizzico di ironia, è questa la ricetta per un buon racconto breve?

Come in tutte le cose, più  che l’ironia credo che sia il talento la vera chiave per un buon racconto. E’ importante stupire, scavare sotto la soglia della realtà, andare dove gli altri non si spingono. Scardinare l’ovvio e trovare nuovi punti di vista.  
 
 
Abbiamo letto le recensioni dei lettori su ibs per “L’uomo che mi lava” niente mezze misure o ti amano o ti odiano, perché pensi di suscitare reazioni così nette e contrastanti?

E’  un libro difficile che tratta argomenti “fastidiosi”: alcuni hanno visto una scorciatoia per la pubblicazione… in realtà per me è stata una sfida raccontare le cose in un modo così saturo di carne e sudore. Ho voluto calare i lettori in una realtà palpabile. Quando vai a far leva in maniera così forte sulla sensibilità, è normale che capiti. 
 
Chi preferisci tra Charles Bukowski e Banana Yoschimoto?

Bukowsky. Amo la gente sporca 
 

Valentina e l’erotismo. Cosa ti intriga di più, sei consapevole che spesso il non detto ha valenze erotiche maggiori che il palese. Perché hai scelto un genere così controverso per il tuo libro d’esordio?

Perché era un bel banco di sfida: il sesso è un argomento che tutti conoscono. Non puoi barare: scrivi di cose che tutti fanno, sanno e praticano. Se riesci a far vedere cose nuove, a far percepire le cose come nessuno ha ancora fatto… beh, allora hai fatto un buon lavoro. L’importante è che non diventi una gabbia. Se succede, un genere ti può anche soffocare. E io vorrei evitarlo.

Valentina e Facebook. Cosa pensi dei social network?

Mi divertono. Sono la soglia di inizio di relazioni di qualsiasi tipo. Sono dei bacini di trame pazzeschi. Hanno annullato le distanze tra le persone, ma allo stesso tempo stanno mettendo alla prova il livello di intimità e di consapevolezza di ciascuno.Mi incuriosiscono. 
 
Sul tuo blog c’è un post sul caso di Roman Polaski, uno stupro è un crimine a prescindere da chi lo commette, essere artisti non è un alibi perché pensi ci sia tanta opinione pubblica innocentista?

Credo che sia dovuto soprattutto all’immagine che il regista porta con sé: lo si vive molto come vittima, prima per i trascorsi della famiglia ebrea perseguitata, poi per il massacro della moglie incinta… in più c’è anche l’inattaccabile talento filmico. Questo però secondo me non deve alleviare il punto di vista della colpa. Non si va a credito con quello che ti capita nella vita. Se hai sbagliato devi pagare. E’ un uomo che da trent’anni sfugge alla giustizia in modo pubblico. Questo mi fa orrore. Non mi interessano i giochi di potere che ci sono tra Svizzera e America. Questi sono solo fatti a traino della situazione. E’ sbagliato il principio primo: un uomo commette un delitto, scappa all’estero e non viene punito. Non va bene. 

Cosa stai leggendo attualmente?

Trilogia di K. 

Sei di Varese, parlami della tua città cosa ti piace e cosa invece ti rattrista?

Varese è una sorta di paesone: non ha ancora deciso che identità avere. Soffre la vicinanza con Milano e non riesce a trovare gli spazi per ritagliarsi un diritto alla notorietà. Vedo troppo spesso i soliti noti alla guida di iniziative autoreferenziali e poche idee nuove.Le cose più interessanti capitano invece dalle aggregazioni spontanee: il centro città  sta riscoprendo la movida… chissà che da quella non si riesca a far nascere un fenomeno come Torino… ma per quello servono più artisti affermati, capaci di dare nuovi stimoli, aggregare persone che arrivano dall’estero.Ho molta fiducia nei musicisti e nei graffitari. Vedremo. 

Che consigli daresti ai giovani narratori in cerca di editore?

Di non aver paura nel cestinare i lavori. Un buon lavoro trova sempre un editore, prima o poi. Il vostro scopo deve essere prima di tutto scrivere. E’ inutile intasare le case editrici con plichi di carta stampata. Affidatevi ad agenti e agenzie letterarie. E quello che ripeto sempre è di fare un’attenta analisi critica verso sé stessi: la voglia di scrivere spesso non coincide con un vero talento. E’ importante capire se si hanno le carte per diventare un narratore oppure no. Io, nonostante abbia già pubblicato, continuo comunque a chiedermelo.

Hai una scrittura personalissima, cosa ti ispira, usi spunti autobiografici, fai molte stesure?

Una sola stesura e una correzione definitiva. Uso di tutto: spunti personali, racconti sentiti, storie rubate ai tavolini del bar. 

Fai parte di una generazione di trentenni, affermata, consapevole informata, cosa ami di più della tua generazione e quali sono i suoi limiti?

Quello che amo nella mia generazione è la caparbietà. Stiamo attraversando un periodo difficile è il momento giusto per mettere alla prova le persone. Credo più ai momenti di stenti perché aiutano a tirare fuori il meglio e il tragico in ogni persona. Sono i momenti di dramma e non quelli di quiete, quelli che innescano i sistemi creativi migliori. Mi aspetto grandi artisti dalla mia generazione.

Stai scrivendo? Sempre racconti? Quando inizierai la stesura di un romanzo?

In realtà scrivo molto poco. Sto lavorando alla stesura di un romanzo, ma in genere sono molto avara: tendo a scrivere poco, con parsimonia e solo quando sono certa che sto scrivendo la cosa giusta.  

Pensi siano più  brave le donne o gli uomini a parlare e scrivere di erotismo?

Le donne. Abbiamo per natura un tipo di approccio multisensoriale al sesso. Gli uomini sono molto visivi. Il nostro percorso d’ascesa dell’erotismo è più complicato. Siamo in un periodo dove stiamo rimettendo in discussione i nostri ruoli, i nostri nuovi obiettivi.

Ti piacciono i libri di Anais Nin?

Ne ho letto qualcuno, ma come ti dicevo non ho autori di riferimento. 

Hai un innato talento comico hai pensato di scrivere sceneggiature per cortometraggi, chi immagineresti come regista?

No. Scrivo già spot, che in un certo senso sono delle microstorie. Amo molto Tarantino e Gondry. Ma non credo di avere nulla nelle loro corde. 
 

Ti piace la poesia? Quale è il tuo poeta preferito?

Onestamente non ne capisco molto, ma un po’ di tempo fa ho letto la raccolta “Tema dell’addio” di Milo de Angelis e l’ho trovato meraviglioso. 

“Contare i secondi, i vagoni dell’Eurostar, vederti 
scendere dal numero nove, il carrello, il sorriso, 
il batticuore, la notizia, la grande notizia. 
Questo è avvenuto, nel 1990. È avvenuto, certamente è avvenuto. E prima ancora, il tuffo nel Ticino, 
mentre il pallone scompariva. È avvenuto.” 

Bello, no? 

:: “Pozzoromolo” di Luigi Romolo Carrino (Meridiano Zero 2009)

17 ottobre 2009

carrino2grandePresentiamo ai lettori di Liberidiscrivere il nuovo secondo romanzo di Luigi Romolo Carrino “Pozzoromolo” (Meridiano Zero 2009) l’ultimo nato di una casa editrice di Padova diretta dal simpatico Marco Vicentini che ci ha spesso regalato gradite sorprese. Ambientato in un manicomio criminale, all’ombra di una gigantesca quercia dall’aria materna e protettiva descrive con un linguaggio decostruito e nello stesso tempo poetico una discesa nell’inferno della follia. Il protagonista non solo racconta in prima persona una storia di abusi, di sofferenza, di delitto, ma tenta di ricostruire la sua memoria frammentata e interrotta. Carrino utilizza versi di poesie, frasi spezzate di canzoni, alternandoli a nitide descrizioni di squarci di vita vissuta confusa e dolente. Un percorso che porta verso una possibile guarigione, agognata, desiderata e nello stesso tempo irraggiungibile. La solitudine della malattia, la gentilezza dell’ infermiera Anna, i pazienti del manicomio troppo disturbati per scontare le loro pene in carceri normali, tutto viene raccontato senza reticenze o ipocrisie. C’è chi ha ucciso la moglie perché il sugo non era abbastanza salato, chi ha ucciso il figlio, la sorella, la madre, persone pericolose per sé e per gli altri accomunate da un destino di detenzione e di separazione dalla gente così detta normale. In questo ambiente disperato il protagonista tenta con angoscia di riappropriarsi della sua identità anche sessuale, della sua memoria, di capire il mistero della sua detenzione, di ricordarsi i motivi che l’hanno portato al delitto. E’ anche una storia d’amore tragico e malsano un amore che non porta felicità ma costringe a vendere il proprio corpo sulla tangenziale tra travestiti e viados. Carrino non giudica, non condanna, trascrive con umana compassione gli sbalzi di una mente malata, corrosa, devastata e ci conduce per mano  a provare sentimenti di simpatia, di commozione e infine di perdono.