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:: Intervista a Maurizio De Angelis

9 marzo 2010

achei-il-prezzo--giustoBenvenuto Maurizio su Liberidiscrivere. Iniziamo con le presentazioni. Descriviti ai nostri lettori. Chi sei, dove sei nato , che studi hai fatto, pregi e difetti.

Ho avuto i natali a Napoli, ma molti li ho passati a Roccaraso, sulla neve. Al liceo, ho frequentato prima il Tito Lucrezio Caro, poi il Tito Lucrezio Low Cost. Dopo, ho fatto più economia di studi che studi di economia. Sono entrato nell’azienda di famiglia, e mi sono avvicinato alla scrittura solo quattro anni fa. Ancora adesso, quando mi guardo indietro, parcheggio meglio.

Convincimi in due righe che hai un forte senso dell'umorismo.

“Jack cercò di infilare la 44 Magnum nel cruscotto, ma il cassettino era troppo piccolo. Era un cassettino inutile. Era un vano portaoggetti.”.

Parlami dei tuoi esordi. Hai fatto fatica a trovare un editore? Raccontami come è andata.

Ho frequentato il Laboratorio Campanile, diretto da Pino Imperatore ed Edgardo Bellini, prima scuola italiana di scrittura comica. Ho cominciato quindi a conoscere gli scritti dei grandi umoristi del novecento, in primis proprio Campanile. Prima di allora, le mie uniche letture erano state quelle del gas: numeri secchi e precisi. Ho partecipato quindi nel 2006 al Premio Massimo Troisi, vincendolo. È poi successo che ho vinto lo stesso Premio Troisi anche nel 2008. In verità pensavo di essere arrivato sesto, perché ero dietro le quinte. La casa editrice Cento Autori ha scommesso su di me ed ha pubblicato, nel 2009, “Il Padrino parte prima così non trova traffico”. E dopo qualche mese la Boopen, direttore artistico Aldo Putignano, mi ha pubblicato “Achei, il prezzo è giusto!”. Ho scritto pure per cabaret, e per radio e tv locali.

Quali sono i tuoi scrittori preferiti e quelli da cui hai imparato di più.

Non riesco a leggere molto. Mi piace come scrive Maurizio de Giovanni. Riguardo gli umoristi, amo Jerome, Marx, Campanile, Marchesi. E seguo con passione Woody Allen sin dagli esordi. Tra i contemporanei nostrani, preferisco Luttazzi e Vergassola, principi della frecciata improvvisa, fulminea. E poi De Crescenzo e l’immenso Paolo Villaggio: credo che il successo strabiliante dei suoi film ne abbia come oscurato il valore letterario, che ritengo assolutamente altissimo. Naturalmente, leggendo “Fantozzi”, si perde la risata per il tuffo sul tetto dell’autobus o nella piscina vuota, ma si gustano più a fondo le sfumature satiriche.

Descrivimi una tua giornata tipo dedicata alla scrittura.

Riesco a scrivere solo a mente completamente sgombra. Dunque, nelle mattine di sabato e di domenica. In un piccolo studio adiacente al mio appartamento, senza telefono. Le ore del pomeriggio-sera le utilizzo solo per limare e correggere quanto scritto, non sono dedicate alla creatività. Mia moglie, finora, asseconda. Si dice che dietro un grande uomo ci sia una grande donna; io penso che dietro un grande uomo ci sia uno che non vede niente.

Se il grande Troisi fosse ancora fra noi dimmi le parole che useresti per convincerelo a scrivergli le battute per un siparietto comico.

Magari Troisi fosse ancora tra noi! Sarebbe anche uno dei pochi a poter far satira senza essere accusato di faziosità. Chissà: gli suggerirei forse qualche gioco di parole, che lui non adoperava in quanto non ne aveva bisogno.

Parlami della tua Napoli. Cosa ami e cosa odi della tua città.

Odio il modo di rappresentarci e di proporci in sede nazionale. Odio quei napoletani che, per esempio, vanno in tv a far la parte dei simpatici buffoni. O quelli che, sempre in tv, dicono che ad inizio carriera erano dei morti di fame. Anche quelli di altre regioni, prima di sfondare, magari hanno avuto problemi economici, ma non lo vanno certo a sbandierare ai quattro venti. Amo scoprire tanti scorci passeggiando per Napoli, capitale per sette secoli, che fino agli avvenimenti del 1860 è stata la terza città d’Europa. Scandaloso che abbia meno della metà dei visitatori di Bologna, ma questo è colpa nostra. Amo l’energia dei giovani, ed i fermenti in tutti i campi artistici e culturali, di cui la città è ricchissima.

Raccontami l'episodio più imbarazzante che ti è successo durante la presentazione dei tuoi libri.

Alla prima presentazione de “Il Padrino parte prima così non trova traffico”, avvicinai il microfono alla bocca e dissi “Sa… Sa… Sa di plastica”. Non rise nessuno: volevo scomparire dal pianeta.

Definiscimi cos'è per te la libertà.

Libertà, per me, è soprattutto libertà di esprimersi. Ricordo quando proprio Troisi rifiutò di andare ospite a Sanremo perché gli avevano imposto una serie di paletti e divieti: niente politica, chiesa, terremoto. “A questo punto –commentò- posso recitare solo una poesia di Giacomo Leopardi. Che ci vado a fare?”.

Da tifoso del Napoli dimmi che striscione divertente scriveresti per far coraggio alla tua squadra.

Per incoraggiamento: “Quasi quasi mi faccio una Champion…”. Oppure: “De Laurentiis, dacci un regista!”.

Che libro stai leggendo attualmente?

“Donna Cunce’ e la sua corte”, di Giuseppe Della Monica. Mi hanno invitato a recensirlo e presentarlo, dunque… Ma è una lettura molto piacevole. E poi, la formula racconti la trovo molto congeniale al mio essere lettore, cioè totalmente disordinato.

126L4La letteratura umoristica è una miniera di trovate e di perle. Dimmene una.

“Groucho, c’è l’uomo della spazzatura!” “Digli che non ne vogliamo!”. Mica devo spiegarti di chi è? Ti dico solo che un giorno egli disse che era la sua battuta preferita.

E' vero che i comici nella vita sono persone serissime e anche un po' tristi?

Ricordo un’intervista tv con la figlia di Totò, che raccontava di incontri tristissimi, in casa, tra Totò e Peppino. Ed anche nel programma “Milano-Roma”, viaggio in auto casello-casello, osservai che alcuni comici non sono né allegri, né simpatici. I cabarettisti che ho conosciuto di persona, invece, sono tutti molto simpatici: partendo proprio da Gaetano De Martino, per cui scrivo, che è una persona solare e sempre pronta allo scherzo.

Hai amici scrittori? Vi incontrate spesso per uscite goliardiche o per discutere di calcio?

Con gli amici scrittori, di calcio si discute su Facebook: Maurizio de Giovanni e Gianni Puca, per esempio, scrivono sui giornali gustosi commenti alle partite, e ce ne rendono edotti sul social network. Per il resto, presentazioni in librerie o in simpatici localini sono l’occasione di riunioni sempre goliardiche e divertenti: quasi sempre l’argomento è comico! E poi ci sono le antologie comiche a cui partecipiamo, come il simpati
co “L’Enciclopedia degli scrittori inesistenti” (Boopen) o l’irresistibile “Aggiungi un porco a favola” (Cento Autori), le cui presentazioni sono dei veri e propri show. Bisognerebbe far pagare il biglietto!

C'è qualcuno che vorresti ringraziare, che ti ha particolarmente aiutato agli inizi della tua carriera?

In primis Pino Imperatore, mio pigmalione (pigmalione non è un pullover per maiali), creatore del Laboratorio Campanile e direttore del settore humour della “Cento Autori”, scrittore umorista a sua volta, che ha scommesso su di me. E poi Gaetano De Martino, che mi ha introdotto nel mondo del cabaret. Anche da lui ho imparato molto: per esempio, che per passare dal testo “da far leggere” al testo “da far ascoltare”, c’è quasi da fare una vera e propria trasposizione, quasi una traduzione.

Ti piacciono le commedie di De Filippo?

Sì, molto. L’ho visto spesso in teatro, da piccolo. Divertente e commovente allo stesso tempo. E poi è sempre attuale. I drammi familiari ed i problemi economici, purtroppo, resteranno attuali per un bel po’. Eduardo metteva sempre al centro di tutto la famiglia, e questo mi piace molto. Pensa che, ancora oggi, noi parliamo usando detti e motti delle sue commedie. Frasi come “Adda passa’ a nuttata” o “Ti piace ‘o presepe?”, per esempio…

Quale è il libro che hai scritto che ti ha divertito di più?

“Il Padrino parte prima così non trova traffico”, un comic-thriller irresistibile che mi diverte ogni volta che lo rileggo. Quattro battute a pagina, per 150 pagine, fa 600 battute. Oltre ad una satira pungente su Obama, (che chiama Clinton al governo “perché il Paese è in ginocchio”), sui film americani, sul Bel Paese, e naturalmente Napoli. Lui è un supereroe U.s.a. e lei una napoletana fatalista: quando lui avverte “Nemico a ore dodici!”, lei dice “Ah, allora abbiamo tempo…”. Ma anche “Achei, il prezzo è giusto!” ha dei pezzi molto esilaranti. Prende in giro gli Dèi dell’Olimpo (Zeus che li riunisce per fare il Family-Dèi) e gli eroi come Ulisse (che incontra il mostro con tre gambe, Polifemore, e si affida al dio delle previsioni del tempo, Prometeo).

Inventami un breve scambio di battute tra te e Tina Pica

“Quel libertino di tuo padre, il Toro di Sorrento!”.

“Certo! Ha fatto pure il film!”

“Che film?”

“Porno a Surriento”.

Il grande Antonio De Curtis scrisse una poesia intitolata la livella. Condividi lo spirito con cui la scrisse?

Grande poesia. Lo sanno in pochi, ma Totò ha scritto delle poesie grandissime, la maggior parte di sapore amaro. “Quando si muore si è tutti uguali”, questo è il messaggio. Ed acquista ancor più valore detto proprio da lui, mito del cinema, idolo del pubblico, ed egli stesso addirittura principe.

E' vero che i napoletani sono più spiritosi dei lombardi o è un preconcetto?

Non so se siano più spiritosi, ma mediamente i Napoletani fanno quasi tutti i simpatici. E le disgrazie su cui fare ironia sono anche molte. Di quali disgrazie può ridere un Milanese, dello smog? Quello, adesso, ce l’abbiamo pure noi: modestamente, non ci facciamo mancare niente. Ma la nostra città non gode di buona stampa: nessuno sa che, nei giorni dell’emergenza, nelle zone turistiche non c’era nemmeno un sacchetto. Come nessuno immagina che, per numero di reati, Napoli è solo la terza città in Italia, preceduta da Milano e Roma.

Maurizio e la critica. Dimmi la recensione che ti ha fatto più piacere leggere?

Tutte le recensioni mi fanno piacere! Il solo fatto che qualcuno si interessi a me, mi riempie di gioia. Con i libri umoristici, poi, non si sbaglia: o fanno ridere o no. E diciamo che quasi sempre chi ha letto i miei ha passato un bel po’ di tempo in allegria. Se poi fa ridere già il titolo, o la dedica (“Alla mia Musa, che ha fatto pochi chilometri”), siamo già a buon punto! Vuoi la quarta di copertina? “Essere acuti. Nello scrutare, nello scrivere, e Nello Esposito, che è un amico mio”.

Scriveresti mai per il teatro?

I miei due libri, come pure i due racconti coi quali ho vinto i Premi Troisi, son tutti dialoghi, quindi già in forma quasi teatrale. Ho scritto anche due commedie per il teatro, ma finora non son riuscito a rappresentarle. Con l’attore e regista Maurizio Merolla ci stiamo lavorando. Però vorrei sfondare nel cinema, per svaligiare la buvette.

Attualmente stai scrivendo un nuovo libro? Puoi anticiparmi qualcosa?

Anticiparti qualcosa? Perché, quanto prendi?

:: Intervista a Simonetta “Simonoir” Santamaria

5 marzo 2010

vampirisantamariaBenvenuta su Liberidiscrivere. Iniziamo con le presentazioni: descriviti come se fossi un personaggio dei tuoi libri.

"Sono nata libera. Anche se mi volevano incatenata ad un’esistenza che non mi apparteneva, io ero libera dentro, nell’anima. Un’anima non la puoi incatenare.” E “Non vivo più nell’angoscia del Purgatorio, mi sono rassegnato a un’esistenza da medio peccatore e morirò contento di esserlo stato. Male che vada finirò all’Inferno e so che lì sarò in ottima compagnia.” Salve a tutti, amici di Liberi di Scrivere! La prima frase è tratta dal racconto “Nata libera” pubblicato nella mia raccolta “Donne in Noir”, e direi che mi calza a pennello. La seconda è tratta dal racconto “Una foglia, un sasso, un fiore giallo” pubblicato in volume con il più famoso “Quel giorno sul Vesuvio” vincitore del premio Lovecraft. Rispecchia molto il mio modo di vedere la vita, la morte, la fede.  

Parliamo dei tuoi esordi. Come ti sei avvicinata al mondo della scrittura? È una passione che hai sempre avuto o è nata all’improvviso?

Scrivere è venuto subito dopo la passione per la lettura. Ho imparato a leggere presto e presto ho iniziato a divorare libri, a cominciare da Salgari. Il primo manoscritto d’avventura l’ho prodotto a 14 anni, con tanto di illustrazioni. In seguito è arrivata la passione per il giornalismo e le favole, poi lo stop per dedicarmi a crescere i miei due figli che mi ha dato la possibilità di resettarmi e cominciare a convogliare le idee su un unico fronte. Da quando ho rimesso a fuoco l’obiettivo, non ho più smesso. E ora ho due splendidi figli di 22 e 21 anni: la storia migliore che possa mai scrivere.

Come è il tuo metodo di scrittura? Scrivi di getto, fai molte stesure?

No, macché. Ho una scrittura lenta, purtroppo. Finché una frase non mi dà quello che ho in mente in termini di sensazioni e di emozioni, non schiodo. Parlo pure con lo schermo per sentire l’effetto acustico di ciò che scrivo…

Scrivi horror, ami mettere a nudo il lato oscuro che alberga in ognuno di noi. Pensi che l’horror sia una dimensione del reale?

Certo. Tutto intorno a noi è Paura, quella vera, che quotidianamente minaccia noi e i nostri cari. Leggere una storia horror invece dà sì quella dose di paura che lo avvicina al realismo ma anche la tranquillità che tutto resta racchiuso in quelle pagine, nulla può venir fuori e farci del male. In un certo senso l’horror è salvifico, esorcizza le angosce.

Dove trovi ispirazione per le tue storie? Anche solo aprendo un giornale o guardando la televisione di spunti horror ce ne sono tantissimi. Horror è più realtà o fantasia?

Un buon 50 e 50, direi. Prendo una situazione reale, la metabolizzo, la manipolo e la restituisco condita di quella necessaria dose di fantastico che alla realtà manca. Gli spunti si possono trovare ovunque, basta avere l’occhio attento e soprattutto… predisposto.

Nel mondo della letteratura le donne che scrivono horror si contano sulla punta delle dita. A bruciapelo mi viene in mente Mary Shelley creatrice di Frankestain e poche altre. Pensi che per una donna sia più difficile fare paura o dipende dalle attitudini di ognuno?

Perché per scrivere horror devi avere una vena di sangue nero che ti circola dentro. Forse la donna non è geneticamente predisposta a pensare in nero, la tendenza è più verso la narrativa classica, intimistica. Noi scrittori horror invece abbiamo la capacità di vedere il macabro dappertutto, pure a una festa di bambini. Ed è una capacità di cui vado fiera, lo confesso.

Dammi la tua personale definizione di “femminismo”.

Riuscire a dimostrare le nostre capacità in un mondo che vede ancora oggi una netta supremazia maschile. Ma non sono “femminista” nel senso dissennato del termine, non potrei perché in me esistono delle peculiarità che sono nettamente maschili. Mi piace sentirmi diversa, sono stata sempre attratta da quello che facevano i maschi, e imitarli era anche un modo per distinguermi dai miei simili tutte tette e shopping a cui non mi accomuno: guido la motocicletta, porto sempre un teschio con me, che sia un anello, una cintura o una spilla,  in palestra faccio attrezzistica con gli uomini e ho praticato il judo. In famiglia sono l’unica donna, pure il gatto è maschio, e sono strafelice di avere due figli che si dicono fieri di questa mamma un po’ speciale. Con loro ho un ottimo rapporto, oggi anche di collaborazione: infatti per il mio “Vampiri” Fabrizio ha disegnato alcune delle creature più strane del loro folklore e Adriano ha curato il graphic design del libro. Inoltre sono due musicisti di grande competenza, studiano musica da 13 anni e hanno un gruppo progressive metal, i Five Sided Room, le cui melodie accompagnano molte delle mie fantasie. Anche mio marito Diego, che è chirurgo, è coinvolto nei miei progetti in qualità di “consulente macabro-scientifico”: il poveretto spesso si sente domandare cose del tipo “ma se infilo una lama tra esofago e trachea…” e di conseguenza ha imparato a dormire con un occhio solo. Il gatto si chiama Byron, ha ereditato il nome da quello del mio romanzo “Dove il silenzio muore”, il che è tutto un programma.

Cosa preferisci di più scrivere in un libro, i dialoghi, la caratterizzazione dei personaggi, la descrizione dei luoghi?

La descrizione degli eventi, più di tutto. Quando arriva un momento importante della narrazione mi eccito come un bambino di fronte al giocattolo nuovo: mi sistemo meglio sulla sedia, mi frego le mani, bevo un sorso della mia immancabile Pepsi e parto. La cosa più tosta sono i dialoghi, invece. È davvero difficile dare un’impronta autentica, mi è capitato di leggerne alcuni davvero improbabili perciò ne ho il sacro terrore. Ecco perché parlo con il mio pc, per “sentirmi”.

Quali sono gli scrittori horror che ami di più e quelli che ti hanno influenzato maggiormente?

Be’, io da ognuno cerco di prendere qualcosa, e la mia “vampirizzazione” (tanto per restare in tema) avviene tutt’oggi. Ma sopra tutti metterei Poe, Lovecraft e il mio Maestro, Stephen King. Il suo modo di fare horror sfruttando la realtà è eccezionale, ed è a lui che io, con la debita deferenza, tendo ad accostarmi. È questo, il mio horror. Però mi piacerebbe citare alcuni dei miei superbi colleghi (e amici) horror writers italiani come Danilo Arona, Alan D. Altieri, Andrea G. Colombo, Claudio Vergnani, Gianfranco Manfredi, Luigi Boccia, Gianfranco Nerozzi, Valerio Evangelisti, Alda Teodorani. E se ho dimenticato qualcuno chiedo pietà e perdono. L’Italia è una grande madre di scrittori horror.

Ami presentare i tuoi libri? Raccontami un episodio particolarmente divertente o insolito che è successo da una tua presentazione.

Oh sì, tantissimo. Il contatto col pubblico mi gasa. Spesso mi piace abbinare dei brev
i reading con la musica giusta per creare quelle certa aura inquietante, scelta e temporizzata a dovere grazie all’aiuto di mio figlio Adriano, un’enciclopedia musicale vivente. Bene: eravamo a piazza del Plebiscito per la presentazione dell’antologia Questi Fantasmi; sera, luci soffuse, atmosfera carica, io davanti al leggio appena illuminato. Parte la musica, tutto perfetto. Poi, una pausa. In quell’istante in cui tutto taceva il campanile della chiesa di san Francesco di Paola scocca i suoi cupi rintocchi. E nel contempo un refolo di vento porta via dal leggio il mio foglio. Se lo volevamo fare apposta non ci saremmo riusciti. Per fortuna ho recuperato foglio e tempi. Alla fine gli applausi si sprecavano, la gente ha pensato davvero ai fantasmi.

Parliamo della tua Napoli, ci sono luohi nella tua città che ami particolarmente, magari quando giunge la sera o c’è un particolare tipo di luce?

Il balcone di casa mia. Da lì si vede tutto il golfo, dal Vesuvio a Posillipo: il castel dell’Ovo, via Partenope, Mergellina, la costiera sorrentina, e poi Capri. Ogni tanto faccio una pausa, mi affaccio e mi ricarico: non c’è posto più bello, credimi. Napoli è tutta lì, incantevole e scintillante, specie all’imbrunire. Anche lei, proprio come l’horror, è stata troppo etichettata e bistrattata. Io ne racconto perché vorrei sfatare gli stupidi pregiudizi che la vogliono sempre – e solo – grigia e sottomessa.

“Vampiri” (Gremese) è il tuo ultimo libro. Ultimamente si parla tanto dell’argomento, ci sono libri, film, manifestazioni. Raccontami in breve per te cos’è un vampiro? Domanda provocatoria. Credi che esistano sul serio o siano esistiti?

Esistono varie tipologie vampiriche, non pensiamo solo al classico Dracula con i canini aguzzi e la bella donna pronta a cedergli il collo. Siamo tutti un po’ vampiri, nella vita. Assimiliamo quello che ci circonda, nel bene e nel male. Anche noi scrittori potremmo definirci tali: succhiamo alla gente momenti, emozioni, e li facciamo nostri perché è quella la nostra sopravvivenza. Nel mio “Vampiri” non mi azzardo neppure a dire se queste creature esistono o meno. Non è mio intenzione deludere aspettative, distruggere convinzioni o convertire seguaci: la fantasia e una buona predisposizione verso tutto ciò che è a noi ignoto sono gli ingredienti basilari per il corretto approccio col mondo delle creature della notte.

Parlami della relazione tra cinema e letteratura. Quale forma d’arte influenza più l’altra?

La letteratura il cinema, direi. Del resto la maggior parte dei film sono tratti da un romanzo. E poi la letteratura lascia ampio spazio all’immaginazione e alla creatività, campi ben fertili per sceneggiatori e registi. Il film invece è un prodotto più diretto: quello è, punto e basta. Tutto ha già un volto, lo scrittore non avrebbe niente su cui lavorare.

Raccontami il tuo segreto per fare paura. Come si fa a far si che il lettore chiuso il libro  guardi preoccupato sotto il letto e sobbalzi ad ogni minimo rumore nel buio?

Francamente? Non lo so. E non credo neppure che esistano ricette segrete in proposito. Per quel che mi riguarda cerco solo di immedesimarmi nel lettore che sono, prima che scrittrice, e utilizzare quegli elementi: che cosa voglio da un libro horror? Che non sia banalmente banale. Che mi incateni alla pagina. Che non spalmi la tensione in capitoli epici. E soprattutto che sia verosimile: l’eccesso di fantasy non mi piace granché (infatti i libri di King della serie La Torre Nera sono gli unici che non ho nella mia collezione). La tangibilità di una storia credo sia la chiave per far fare al lettore quel che dici tu, e pensare “so che non esiste, però…” Con L’Esorcista successe la stessa cosa: generazioni di adolescenti (tra cui la sottoscritta) terrorizzate per anni dalla penombra, dalla luce fioca di quella lampadina sul comodino di Regan, dal viso della ragazzina indemoniata che spuntava nel buio.

Che libro stai leggendo attualmente e quale è il più bello in assoluto che tu hai letto?

“Il sotterraneo dei vivi” di Preston e Child: davvero un bel duo, ogni loro libro è una piacevole sorpresa. Poi sono pronta con “L’estate di Montebuio” di Danilo Arona. Nonostante legga tantissimo non riesco a star dietro ai ritmi di uscita, allora cerco di darmi un certo ordine giusto per non farli invecchiare troppo sul mio comodino. Il libro più bello non esiste. Come ho detto, ognuno mi regala qualcosa, sarebbe un’ingiustizia citarne solo alcuni.

C’è qualcuno che ti ha particolarmente aiutato anche solo con consigli, incoraggiamenti e che ti piacerebbe ricordare e ringraziare?

Giuseppe Cozzolino dell’associazione Mondocult, di cui mi onoro di farne parte, con cui tentiamo di far sì che i progetti di tutti si realizzino. Sergio “Alan D.” Altieri, per aver elogiato le mie capacità orrorifiche e aver ospitato il mio “Quel giorno sul Vesuvio”, vincitore dell’XI Premio Lovecraft, nel suo Giallo Mondadori. I tanti amici, scrittori e non, che mi supportano con affetto e pazienza. E, ultimi ma mai ultimi, mio marito e i miei figli, i miei supporters di prima fila.

Attualmente stai lavorando ad un nuovo progetto? Puoi parlarcene?

Tanti progetti, mica uno solo. Il più impegnativo è il sequel del mio romanzo “Dove il silenzio muore”: il bello è che non so ancora se e chi lo editerà perciò è doppiamente faticoso scrivere senza meta finale… Ma l’idea mi piaceva, i lettori me lo richiedevano e così mi sono lanciata. Approfitto per lanciare un appello: chi mi vuole adottare? E ora grazie a voi, amici di Liberi di Scrivere che ci concedete questi preziosi spazi, e a tutti i lettori che saranno arrivati alla fine di quest’intervista. E mi raccomando: attenti al Buio! http://www.simonettasantamaria.net

:: Intervista ad Alfredo Colitto

2 marzo 2010
fuocoBenvenuto Alfredo su Liberidiscrivere e grazie per aver accettato la mia intervista. Presentati ai nostri lettori: i tuoi studi, i tuoi viaggi, la tua città.

Gli studi: liceo classico, qualche esame di medicina, poi il DAMS a Bologna. Dopo l’università e varie esperienze lavorative ho scoperto che non riuscivo proprio ad adattarmi all’idea di un lavoro fisso. Alla fine ho deciso di seguire la mia passione per i viaggi e sono partito per il Messico, con un biglietto di sola andata e con mille dollari in tasca. Sono stato in giro dieci anni, tra America Latina, USA, India, eccetera. In quel periodo sono tornato anche in Italia, di tanto in tanto, per qualche lavoro stagionale e per nostalgia degli amici, ma la vedevo quasi da turista. Era una sensazione strana. La città dove sono nato e cresciuto è Campobasso, in Molise. Ho profonde radici meridionali, ma il luogo dove ho scelto di vivere è Bologna.

Parliamo dei tuoi esordi. Come è nato il tuo amore per la scrittura e quando e come hai pubblicato il tuo primo libro?

L’amore per la scrittura è nato nell’infanzia, quando divoravo i libri di Salgari e sognavo di inventare un personaggio bellissimo come Sandokan o il Corsaro Nero. Il primo libro l’ho pubblicato nel 1997 per Hobby & Work sotto pseudonimo e poi è uscito di nuovo nel 2005 con il mio vero nome. Si tratta di “Café Nopal”, un noir ambientato in Messico, nato dalla voglia di raccontare i posti che ho amato e dove ho vissuto, ma in una fiction, non in un diario di viaggio o un’autobiografia.

C’è qualcuno che ti ha particolarmente aiutato anche solo con consigli, incoraggiamenti e che ti piacerebbe ricordare e ringraziare?

Le persone che mi hanno aiutato, soprattutto agli inizi, sono troppe per poterle citare tutte. Dovendo scegliere, per motivi di spazio, ringrazio Luigi Bernardi,che mi ha aperto le porte al mondo della narrativa e a quello della traduzione, ai tempi in cui era al timone della mitica Granata Press, e Giancarlo Narciso, scrittore e compagno di avventure messicane, che ha riletto e corretto almeno tre versioni diverse di Café Nopal, prima che approdasse alla pubblicazione. Per la prima pubblicazione, ringrazio Tecla Dozio, ex titolare della Libreria del Giallo di Milano, che all’epoca ha praticamente imposto il mio libro alla Hobby & Work.

Quali sono gli autori che ti hanno più influenzato nel tuo percorso formativo e quelli che non ti stancheresti mai di leggere?

Anche qui, i nomi sono tanti, e ne cito solo alcuni: Salgari, Proust, Eco, Bulgakov, Garcìa Marquez. In tempi più recenti, una messe di autori di thriller, soprattutto americani. 

Hai vissuto molto all’estero soprattutto in Messico. Il mio Messico esce fuori dalle pagine de “Il serpente piumato” di David H Lawrence, c’è molta differenza tra il Messico letterario e il Messico reale?

Direi di sì. Quando un posto reale finisce tra le pagine di un romanzo, non è mai “quel” posto, ma sempre un’interpretazione, l’idea che lo scrittore ha del paese o del luogo in questione. Il Messico di Lawrence, per esempio, è molto diverso da quello di Cafè Nopal, ma non direi che uno dei due è più “vero” dell’altro.

Collabori come editor e traduttore con le principali case editrici italiane. Quale è  lo scrittore che ti diverte di più tradurre e dimmi se ci sono regole d’oro per fare una buona traduzione?

Lo scrittore che mi diverto di più a tradurre è senza ombra di dubbio il grande Joe Lansdale. Tradurre i suoi libri è un vero piacere! In quanto alle regole d’oro, ce n’è una che le riassume tutte. Non cedere alla tentazione di “migliorare” uno scrittore. Se ci sono svarioni vanno corretti, ovviamente, ma lo stile va rispettato, anche se non ci piace. Piuttosto, se proprio non sopportiamo un determinato scrittore, evitiamo di tradurlo…

Come è nato in te l’interesse per il thriller storico e come per esempio in “Cuore di Ferro” , primo libro di una trilogia ambientata nel XIV secolo, hai mixato i riferimenti storici senza apparire didascalico e scontato?

L’interesse per il thriller storico è nato per caso, da una proposta semiseria da parte di un editore. In quanto ai riferimenti storici, da scrittore cerco di evitare una cosa che mi disturba da lettore: dare troppe spiegazioni a spese della storia. Ogni volta che una spiegazione rallenta o disturba lo svolgersi dell’azione, la tolgo. Finora mi sembra che i lettori siano d’accordo con me. 

I “Discepoli del Fuoco” è il tuo ultimo libro puoi parlarcene?

Ne “I discepoli del fuoco” Mondino de’ Liuzzi è chiamato a dare un parere medico su una morte davvero strana: un uomo è bruciato nel suo studio, senza che nulla intorno a lui abbia preso fuoco, neppure la sedia su cui si trovava. Mondino resta invischiato nella vicenda, scopre un culto mitraico sopravvissuto alla caduta dell’impero romano e aiutato dall’ex templare Gerardo da Castelbretone deve evitare che Bologna sia data alle fiamme la notte del 25 dicembre, che per inciso è l’anniversario della nascita di Mithra, poi usurpato dai cristiani, che lo chiamano Natale…

Mondino de Liuzzi protagonista di “Cuore di Ferro” e poi dei “Discepoli del Fuoco” è un personaggio realmente esistito, come ti sei documentato per narrare le sue avventure?

Per Mondino mi sono documentato su fonti dell’epoca, sui libri di storia e leggendo il suo trattato di anatomia del 1316, curato in edizione moderna dal professor Piero Giorgi. Per la ricostruzione della Bologna dell’epoca ho letto tutto il possibile e mi sono avvalso dell’aiuto del professor Rolando Dondarini, del dipartimento di Discipline Storiche dell’Università di Bologna. 

Hai letto “Il Nome della Rosa” di Umberto Eco. E’ stato per te fonte di ispirazione?

Eco è stato il padre del thriller storico, almeno in Italia, e penso che chiunque abbia scritto romanzi di quel tipo dopo di lui abbia dovuto fare i conti con “Il nome della rosa”. 

Quali sono i segreti per scrivere un buon thriller storico?

Documentarsi bene ma non appesantire il romanzo di spiegazioni, creare personaggi credibili e plausibili per l’epoca in cui si svolge la storia, non dimenticare che anche se si tratta di un romanzo storico, per un thriller la suspense è un ingrediente fondamentale.

Stai scrivendo un nuovo libro, puoi parlarcene?

Il nuovo libro è il terzo e (forse) ultimo della trilogia dedicata a Mondino. Sarà ambientato a Venezia, stavolta il mistero riguarda i templari e un antico testo sacro ebraico. Torna anche Adia Bintaba, l’affascinante alchimista araba conosciuta da Mondino in “Cuore di ferro”. 

Recensione di Imperfetto di Alessandro Zannoni

27 febbraio 2010

Troppe sigarette, Merisi, datti una regolata.
Ormai hai quarant’anni è tempo di bilanci, non puoi più metterti nei guai con le donne, con il lavoro, con la vita. Anche gli investigatori privati con la faccia da giovani bastardi devono mettere la testa a posto, conservarsi una donna, fare figli,  pagarsi il mutuo e le vacanze, calmarsi. Non è più tempo di scorribande con gli amici, ci vogliono certezze, ragioni valide per alzarsi alla mattina, e che cavolo più diplomazia, non puoi metterti contro al mondo intero, devi piantarla di fare il piantagrane.
Certa gente è intoccabile, ha i soldi, il potere, la stima dell’opinione pubblica, contro di loro hai solo da perdere come adesso che ti mettono in mezzo. Addirittura la polizia vuole il tuo aiuto per un caso che scotta, un caso che si trascina da un anno senza sviluppi, prospettive, garanzie.
Un ragazzo è stato trovato morto, nudo in un bosco, trafitto con violente coltellate, con odio, rabbia, disperazione. Un figlio di papà, omosessuale, ma questo che cambia. Le vittime sono vittime si sono guadagnate morendo un occhio di riguardo un bricciolo di pietà. La polizia si è arresa, non ne può più, ma la famiglia no, vuole giustizia, vuole un colpevole, così tirano in ballo te. Sei un parafulmine,  niente altro ricordati.
Ti pagheranno bene ma devi stare attento, fare carta, ripercorrere i sentieri già tracciati, non vuoi mica risolvere il caso e fare fare una figura da incompotente al comandante Palma, ti ricordi dell’ultima volta come è andata? Già ma tanto tu non ascolti i buoni consigli, fai di testa tua come al solito.
Seconda stesura di un romanzo già edito nel 2006, Imperfetto approda grazie a Luigi Bernardi alla Perdisa, nella collana Walkietalkie con copertina di Onofrio Catacchio. Tutto è imperfetto in questo noir, Zannoni mi perdoni, con venauture esistenziali, a partire dall’investigatore, un uomo in crisi, pieno di difetti, con il volto scavato, la barba sfatta e un personale senso dell’onore e della giustizia.
Imperfetto è il caso che deve affrontare, un delitto che poi si proietta, si moltiplica, porta a tanti delitti uguali, aberranti. La scrittura è decisa, tesa, venata di malinconica tristezza, piena di un romanticismo nero che travalica i generi e va a scavare nelle pieghe profonde dell’anima. Insolita l’ambientazione, la lunigiana, insolito il punto di vista dell’assassino che appare a sprazzi, in prima persona, insolito il finale, un pugno diretto nello stomaco.
Zannoni ha un modo di scrivere personalissimo, pieno di sfaccettature, pieno di autenticità, si sente che molte delle cose che scrive le ha vissute. Zannoni è Merisi prendere o lasciare.

:: Intervista a Paola Ronco

19 febbraio 2010
cop_paola-roncoBenvenuta Paola, è un piacere per me ospitarti su Liberidiscrivere. Come prima cosa inizierei con le presentazioni. Descriviti ai nostri lettori, studi, abitudini, difetti, pregi. Raccontati come se fossi un personaggio dei tuoi libri.

Se fossi uno dei miei personaggi non descriverei quasi niente, cercherei di far capire che tipo sono nel corso della lettura. Dovendo andare di fretta, ecco, userei suggestioni sparse. Il rigore geometrico delle strade torinesi e il caos sfaccettato di certi vicoli a Genova. Una laurea inutile in storia medievale, un’irritante tendenza al nottambulismo e all’insonnia, l’insofferenza verso gli anziani che si lamentano sugli autobus. Scrivere, cucinare, camminare per ore, ridere al ristorante cinese insieme agli amici. L’arrabbiatura facile, il pianto non ne parliamo. Più pessimista che ingenua, a tratti contenta, rannuvolata variabile.

Quando hai iniziato a scrivere? C’è stato un momento preciso in cui ti sei detta quella sarà la mia strada?

Nessuna folgorazione sulla via di Damasco, nel mio caso la questione è stata graduale, un po’  come la maggior parte delle cose per me importanti. Da che mi ricordo ho sempre amato scrivere e raccontare storie. Da ragazzina tenevo un diario e mi piacevano le storie lunghe, un po’ fantasy; crescendo mi sono appassionata anche ai gialli, visto che mia madre ne aveva una bella collezione. Ci è voluta la permanenza in Inghilterra, dove ho passato quasi cinque anni, a farmi deviare decisamente verso scritture più forti, dalle sfumature nere. 

C’è qualcuno che ti ha particolarmente aiutata nel tuo esordio anche solo con consigli, incoraggiamenti e che vorresti ringraziare?

Non rivelo un segreto dicendo che questo romanzo non sarebbe mai nato senza l’incoraggiamento, i consigli e la generosità di Luigi Bernardi. È stato lui a leggere il mio ‘Corpo Estraneo’, il racconto che conteneva l’abbozzo delle vicende in cui è coinvolto l’agente Cabras, ed è stato lui a stroncarlo, suggerendomi di provare a farne qualcos’altro, e spingendomi a uscire da una dimensione ‘amatoriale’.

Hai pubblicato con Perdisa Pop il tuo romanzo d’esordio “Corpi estranei”, un romanzo duro, lucido, maturo, inconsueto per una ragazza di trent’anni. Parlaci della sua genesi e del processo che ha portato dall’originario racconto al romanzo.

Non so se si tratti di un romanzo inconsueto, di sicuro devo dire che a trentatré  anni non mi sento più tanto una ‘ragazza’… Come dicevo prima, ho cominciato a lavorare partendo da un corpo estraneo, declinato al singolare. Pensavo, agli inizi, di raccontare solo la storia di Cabras, trasformando il racconto in un romanzo breve; durante la stesura, però, sono spuntati i personaggi di Silvia e Alessia, e sono stata contentissima di assecondarli. 

Quando Luigi Bernardi ti ha detto che era pronto per la pubblicazione, quali sono stati i tuoi primi pensieri, eri felice, tesa, emozionata?

Un po’  tutte queste cose insieme, certo, con una grossa sfumatura di terrore puro. A differenza di molti aspiranti autori (troppi, se posso permettermi…), non ho mai visto la pubblicazione come il traguardo finale, la meta che annulla ogni altro obiettivo. È una cosa che è capitata, e sarei stupida se dicessi che non ne sono contenta, ma preferisco tenere i piedi per terra e guardare avanti.

So che ci tieni a dire che “Corpi estranei” è un romanzo a tutto tondo  e non un reportage giornalistico, un saggio, o un pamphlet di critica sociale, ciò non toglie che racchiude molti spunti di riflessione seria e articolata, il disagio giovanile, le forme di precariato diffuse in modo esponenziale, la violenza trattenuta a stento dai meccanismi di controllo sociale, la prevaricazione dei più forti sui più deboli, l’incertezza politica e sociale che caratterizza questi primi anni del nuovo millennio. Sei pessimista o la tua critica è tesa a provocare un moto di ribellione nel lettore?

Mi è già capitato qualche volta, durante le presentazioni che ho fatto, di sentirmi dire che noi trentaequalcosenni siamo passivi e incapaci di reagire, e che i personaggi del romanzo descrivono perfettamente, anche troppo, questo modo di essere. La riflessione successiva, a quel punto, si lega alla nostra incapacità di immaginare il futuro, come se fossimo condannati a un eterno presente precario.

Di solito me la cavo rispondendo che, se riuscissi a immaginare una via di fuga decente, scriverei un manifesto politico invece che un romanzo. Il fatto è che scrivendo non punto a crogiolarmi nelle mie tendenze pessimiste, ma neanche a cambiare il mondo: non sono così ambiziosa da pensare di poterlo fare. Mi parrebbe già un ottimo risultato riuscire a offrire un punto di vista differente, uno spunto di riflessione in più.

Solitamente gli scrittori amano proiettare se stessi in alcuni personaggi dei loro libri, mentre nel tuo caso ho avuto la forte sensazione che i personaggi femminili di Silvia e Alessia si discostino da te, correggimi se mi sbaglio.

A essere sincera credo di aver messo parti di me in tutti e tre i personaggi principali (ebbene sì, persino in Cabras). Poi è chiaro che nessuno di loro mi rispecchia veramente, nel senso che non ho inserito nessuna autobiografia mascherata. Certo è che, come Silvia, anch’io ho lavorato da precaria in un paio di agenzie di pubbliche relazioni. E, come Alessia, sono stata una studentessa universitaria impegnata e squattrinata. Le somiglianze finiscono qui; era la loro storia che volevo raccontare, non la mia.

Parlaci della tua Torino, in un certo senso scelta obbligata per l’ambientazione del tuo libro, dato che la conosci bene e ci hai vissuto molti anni. C’è qualche luogo privilegiato, qualche via, qualche viale che ami particolarmente, che ti trasmette sensazioni positive di pace, benessere?

Torino è la mia città, nel bene e nel male. Vivo a Genova dal 2007 e mi ci trovo benissimo, ma non posso dimenticare il posto in cui ho passato i primi venticinque anni della mia vita. Come tutti gli universitari di Palazzo Nuovo ho molti ricordi legati alla zona di via Po, ai suoi negozietti alternativi, ai bar dove passare i pomeriggi e alle pizzerie al taglio. Mi è sempre piaciuta piazza Vittorio, in ogni stagione adoro affacciarmi a vedere il fiume, proprio sopra i Murazzi. E poi le passeggiate in via Garibaldi, il meraviglioso mercato di Porta Palazzo, il Balon e la bellezza esagerata della Consolata, con i suoi ex voto e l’aria barocca; una chiesa in cui mi piacerebbe molto ambientare qualche scena di romanzo…

Torino ha una forte tradizione di impegno, di militanza, di attenzione per gli strati più marginali, mi riferisco all’Arsenale della Pace, al Gruppo Abele di Don Ciotti ed ad altre realtà impegnate nel sociale. Da cosa pensi derivi questa tradizione, ne senti la presenza quando ti capita di tornarci ?

Spero di sbagliarmi, ma sospetto che molto impegno nasca dalla constatazione di una crudeltà che riesce
a essere più  spietata che altrove. Torino sa essere muta e scostante come soltanto certe città del nord, e mi pare che non sia riuscita a cogliere in pieno le potenzialità positive portate dai numerosi immigrati arrivati qui in tempi e ondate successive, contagiandoli anzi con la sua diffidenza fredda. Non è un caso, credo, che alcuni dei più arrabbiati sostenitori della Lega Nord a Torino siano di origini meridionali.

Se dovessi definire il tuo romanzo in una categoria, un genere, quale sceglieresti o le limitazioni ti stanno strette?

Non ho le basi culturali né, lo ammetto, la voglia di mettermi a pensare che genere di romanzo ho scritto. Mi piace il suono della parola noir, ma è più una questione sentimentale che altro.

Quali sono i tuoi scrittori preferiti e quali ti hanno influenzato di più, italiani o starnieri, viventi o del passato?

Ogni volta che rispondo a questa domanda mi capita di rileggermi e dire, ossignore, e quello perché non l’ho citato? E quell’altro? Che poi son cose che cambiano a seconda del momento storico, dello stato d’animo, delle circostanze. Direi comunque che il mio autore preferito in assoluto è Beppe Fenoglio. Lo leggo, lo rileggo e trovo sempre qualcosa da imparare, nonostante il suo stile sia del tutto diverso dal mio, o forse proprio per questo motivo. In ordine sparso e a botta calda, oggi ti direi Manchette, Erri De Luca, Lucarelli, Daeninckx, Foster Wallace.

La colpa e la redenzione sono temi importanti nei tuoi racconti e romanzi?

Il concetto di colpa mi pare estremamente interessante, soprattutto nel contesto di un paese smemorato e imbevuto di cattolicesimo come il nostro. Le volte che mi è capitato di parlarne con persone appartenenti a una cultura anglosassone ho spesso sentito la teoria per cui noi ‘latini’, per così dire, saremmo più corrotti per colpa dell’istituto della confessione. Facciamo qualcosa di male, corriamo dal prete, due pater ave gloria e torna tutto a posto. Quando ero in Inghilterra mi ci arrabbiavo molto, si sa che la nostalgia di casa rende patriottici. Il brusco ritorno mi ha costretta a rivedere parecchie cose. Di redenzione, devo ammettere, ne ho sempre vista pochina in giro.

Sei una persona curiosa? Di solito come ti documenti per i tuoi libri? Ami registrare testimonianze, scavare negli archivi, fare approfondite ricerche tramite internet?

Normalmente faccio ricerche su internet, credo come tutti. Mi piace molto sapere di cosa sto parlando, anche per evitare di dire stupidaggini, ma c’è da dire che mi capita di scrivere quasi esclusivamente di argomenti che mi interessano…

Da esordiente, c’è qualche esordiente che ti ha sorpeso, di cui ammiri il lavoro o magari invidi lo stile? Se dovessi promuoverne uno, non pensarci dimmi il primo nome che ti viene in mente.

Sarò  campanilista, ma il primo nome che mi viene in mente è quello della collega di scuderia Silvia Tebaldi, che l’anno scorso ha esordito con un romanzo particolarissimo, “Vuoto Centrale”. È  una storia evocativa e poetica, fatta di suggestioni e parole che rimangono impresse a lungo nella memoria.

Hai scritto numerosi racconti, genere che adoro, quali sono per te le qualità di un buon racconto?

Detto in confidenza, scrivere racconti per me è un po’ una tortura, e di solito preferisco il passo lento dei romanzi. Lo faccio per esercitarmi, quando ho voglia di complicarmi la vita o se ci sono progetti interessanti di mezzo. Direi comunque che un buon racconto deve saper rendere un’atmosfera in poche righe, avere personaggi tridimensionali e una storia che spicchi su qualsiasi esercizio di bello stile.

Ci sono progetti cinematografici per “Corpi Estranei”? Quali attori vedresti bene nelle parti di Mauro, Silvia e Alessia?

Non lo dico neanche sotto tortura! Sono molto scaramantica su queste cose e non ho pensato a nessuno dei protagonisti. Certo che, se mai si facesse un film tratto dal romanzo, proverei a insistere per avere Claudio Santamaria nei panni dell’agente Mongardi…

Raccontami un episodio bizzarro, divertente, inconueto accaduto durante una delle presentazioni dei tuoi libri.

Come spesso succede quando capitano domande di questo tipo, non mi viene in mente nemmeno un episodio. Beh, forse il ricordo della faccia compunta dei miei genitori alla presentazione genovese, quando il giornalista Raffaele Niri ha sparato una domanda a bruciapelo sulle scene di sesso in “Corpi Estranei”…

Che libro stai leggendo attualmente?

Non uno, ma due insieme (lo faccio spesso); La vita agra di Bianciardi, che vergognosamente non avevo ancora letto, e ‘Un contadino nella metropoli’, di Prospero Gallinari.

Attualmente stai scrivendo? Puoi anticiparci qualcosa sui tuoi prossimi progetti?

Sto scrivendo, sì, ma da buona superstiziosa non dirò  nulla…

:: Intervista a Sacha Naspini

18 febbraio 2010
i%20cariolantiCiao Sacha e benvenuto su Liberidiscrivere. Partiamo con il tuo identikit, sei nato a Grosseto nel 76, fai lo scrittore, so che sei una persona con un forte senso dell’umorismo e dell’amicizia, ami i ragni, vuoi aggiungere qualcosa?

Boh, che ti dico. Mi piacciono i viaggi lunghi, il vino nero d’inverno e quello bianco d’estate, correre un’ora al giorno in qualunque posto mi trovi, sventrare nell’ascensore chi ascolta il pop italiano melenso… Queste cose qui, come tutti. Sono una persona normale.

Di carattere sei un ribelle o uno che ama il quieto vivere?

Amo il quieto vivere a modo mio. Non lo so se sono ribelle, ma poco rilassato di sicuro. Coltivo con attenzione la mia intolleranza quotidiana, e questo momento storico mi mette alla prova ogni minuto. Non riesco a stare staccato dalle cose che mi succedono attorno, e se trovo un crepa dove mi infurio, mi ci ficco a testa bassa senza problemi. Accendi la televisione, e dimmi come fai a non ribellarti a TUTTO. Se non lo fai e ti va bene, sei un cretino, stop. Ieri sera ho acceso sull’uno e mi sono ritrovato davanti le prime note di Pupo a Sanremo. Alla fine della “canzone” ero pronto a partire con un cinturone caricato a molotov per incendiare la città. Quella “canzone” è pura e semplice incitazione alla violenza. Se poi cascano le statuette dal cielo, ci si lamenta anche.

C’è stato un giorno che ti sei detto “Beh, da domani farò lo scrittore”, o è stato un processo graduale?

È sempre successo, fin da quando ero bimbo. Sto ancora cercando di capire a chi affibbiare la colpa. Perché lo sai, vero: quando si affibbia la colpa a qualcuno, poi si vive cento volte meglio.

Quale è stato il tuo primo lavoro che hai pubbicato e quanto è stato difficile trovare un editore?

Il mio primo romanzo è stato L’ingrato, che ho pubblicato con Effequ. È uscito nel marzo del 2006, ma io mi trovavo in Inghilterra. Dall’invio del testo, non dovetti attendere molto, Fernando Quatraro mi chiamò dopo pochissimo tempo, forse neanche venti giorni. È cominciata così. Ma già pubblicavo racconti da un paio d’anni.

Pensi che in Italia si possa vivere di scrittura o è ancora un settore di elite?

Certo che è possibile vivere di scrittura – specie se la intendi a tuttotondo: collaborazioni di vario genere con giornali e sceneggiatori, laboratori, poi ci sono le pubblicazioni… Io non mi pongo il problema delle elite: lavoro, faccio il mio. Si dice che uno scrittore a quarant’anni è sempre un “giovane” scrittore. Ho appena passato i trenta, quindi sono nella fase degli ormoni e del corpo in fiamme. E come ogni buon adolescente con la testa bacata, non me ne frega niente di elite e robe così. Poi bisognerebbe capire per bene cosa intendi con “elite”.

Hai spaziato dall’horror al noir senza farti mancare spruzzi di esistenzialismo. C’è un genere che prediligi e in cui ti senti di dare il meglio?

In realtà  non ho mai scritto un horror in vita mia, né un noir inteso nel senso stretto. Non mi interessano i mostri o i commissari che devono risolvere un caso – almeno, per ora è così. Quel che mi interessa sono le suggestioni che possono trapelare qua e là volando attorni ai bordi dei generi. Ma poi anche Stephen King, per dire uno che ha sfondato un pochino, si definisce lui stesso “Scrittore di emozioni”, o un cosa così. Se proprio dobbiamo dire dove sguazzo meglio, credo che sia nelle miserie umane. Il mio obiettivo è sempre un po’ quello di provare a mettere in discussione le certezze – o quelle che ci passano per tali. Insomma, destabilizzare. Far crollare il castello di carte.

I “Sassi” diciamo è il tuo romanzo più “classico” se mi perdoni il termine, un noir che ti ha fatto accostare a Scerbanenco, ambientato nel mondo degli antiquari, con un finale spiazzante che mi guardo bene da anticipare. Puoi parlarcene?

I sassi è il romanzo più contaminato che ho scritto, su vari versanti, e con la trama forse più intrigata. L’ho buttato giù di getto in un paio di settimane dopo il mio primo viaggio a Praga, tenendo su quella suggestione lì. Volevo scrivere una storia sulla vendetta cieca, di chi vuole riappropriarsi del suo posto nel mondo, del suo ruolo, della sua vera identità. Si va avanti e indietro nel tempo, nell’arco di trent’anni, alla ricerca di questa cosa. È una storia che consiglio caldamente a chi ha qualche conto in sospeso importante.

Ora dimmi qualcosa su “I Cariolanti” per la Elliot Edizioni. Una casa editrice importante per un libro difficile, estremo, poco rassicurante, se vogliamo dire proprio inquietante. Come è nato il personaggio di Bastiano?

Bastiano mi è venuto a trovare un anno fa, forse proprio di questi tempi. La prima bozza de I Cariolanti l’ho buttata fuori in cinque giorni di scrittura intensa. Quello che mi ha subito preso di più, è stata la spontaneità della voce che mi stava uscendo, che aveva una sua struttura per così dire “anomala”, ma mi partiva proprio da in fondo alle budella e io non ci potevo fare niente. Partendo da quell’intonazione lì, la storia è venuta giù da sola, con una sua compagine solida. Mentre scrivevo, mi veniva solo chiesto di abbaiare sulle pagine per come sentivo dentro, di avere il coraggio di avere coraggio e continuare per la mia strada. Alla fine è saltato fuori un romanzo tagliato bene, ma che doveva trovare una casa altrettanto coraggiosa dove abitare. Elliot – e con l’entusiasmo di Massimiliano Governi – se ne è presa cura in modo totale.

Raccontami una tua giornata tipo dedicata alla scrittura, hai riti, pratiche scaramantiche, abitudini? Ti piace scrivere ascoltando musica?

No, niente musica, mi dànno fastidio anche gli uccellini che cinguettano davanti alla finestra. E non ho riti, né pratiche strane. Mi bastano le sigarette, un po’ di umanità fuori dalle scatole e posso cominciare a lavorare tranquillo.

Oltre che scrittore sei anche musicista. Parlaci del tuo gruppo. Scrivi anche canzoni? Dimmene alcuni versi.

Per il momento ho stoppato, che altrimenti mi servivano giornate di quaranta ore. Ma è strano come accadono le cose: fermo i lavori, e arriva giusto giusto un buon contratto, proprio in questi giorni. Prima di dire che magari se ne riparla più avanti ci ho pensato un po’, perché la musica mi piace, io le ho dato molto e lei troppo poco. Ma è proprio il mercato musicale underground che fa acqua, proprio come certe realtà editoriali, quindi la musica in sé non c’entra niente, sono gli squaletti che se la mettono all’occhiello a farla diventare brutta. Se scrivo canzoni, mi dici. Ne ho scritte, certo – sennò uno che impara a suonare a fare? Ho all’attivo una cosa come circa duecento pezzi, musicati e arrangiati. Solo una piccola parte di questi sono s
tati pubblicati, diciamo una cinquantina o giù di lì. Poi ci sono i pezzi strumentali, che sono forse altrettanti, se non di più. Ho collaborato per dei documentari, e mi sono divertito un sacco. Per quanto riguarda i versi no, dài, così è brutto, si fa la figura ignobile della Clerici con Morgan. Se cerchi in rete, qualcosa trovi.

Quanto incide la musica sul tuo scrivere?

Forse incide il senso musicale che ho appreso in quasi vent’anni di composizione e scrittura. La cadenza, gli appoggi, ma non è che li ragiono, ormai vado in automatico – e poi non è detto che se funzionano a me, funzionano anche per chi legge. Ma la cosa più importante che ti insegna lo scrivere in musica, è forse la cura del non detto, del sottotesto, e di quanto si può espandere la parola su una progressione armonica, come cambia anche il senso, come si amplifica, volendo. Questo è molto utile per chi scrive storie.

Quali sono i tuoi scrittori preferiti e quali ti hanno maggiormente influenzato?

Non lo so, immagino quelli che rileggo più spesso. Sono uno che a periodi legge veloce e molto, ma sempre per la questione “tempo”, devo fare dei compromessi: o leggo o scrivo. Quindi a volte mi blocco proprio. Nel fiume che mi lascio dietro, alcune pepite sparse possono essere Calvino, Fante, Palahniuk, Pollock, Kristof, Carver, Pullman e boh, forse altri cento.

Ci sono molte ragazze toste che stanno esordendo nella narrativa, ti senti un po’ spiazzato dalla loro grinta o ami le sfide?

La sfida mi piace, ma in questo caso non ce la vedo proprio: che siano donne o uomini, per me cambia poco. E poi sfida per cosa? Sulle vendite? I testi? Mi sembrerebbe un po’ triste… Semmai sono contento se viene pubblicato qualcosa di bello, così me lo leggo e vedo se c’è da imparare qualcosa.

Che ruolo svolge internet nella ricerca e nella promozione dei tuoi libri?

È senz’altro uno strumento utile, che ti offre l’opportunità di entrare in contatto con i lettori, cosa importante e bellissima. Gente che poi magari ti ritrovi fisicamente alle presentazioni, e con cui dopo ti bevi una birra, parli un po’.

Che libro stai leggendo in questo momento?

Ho finito da poco L’umanità, di Emiliano Gucci, compagno di scuderia in Elliot, nella collana Heroes. L’umanità è un libro che consiglio sinceramente, ed è stato il primo testo che ho letto di Gucci, adesso mi dovrò procurare anche gli altri. È una storia apparentemente “piccola”, senza grandi scossoni, ma in realtà ti si muove sotto ai piedi. È l’abilità di uno scrittore che sa raccontare le cose piccole in un modo grande. E questo modo grande è soprattutto la voce che usa Gucci, affilata, senza possibilità di equivoco, ma lasciando aperta la borsa emozionale, sempre. Insomma, un bel libro, davvero. Una decina di giorni fa scrissi a Emiliano che gli avrei detto cosa ne pensavo, ma non ho mai avuto tempo. Be’, ne ho approfittato qui. Adesso sto leggendo Le braci.

Sacha e la critica. Più gioie o dolori? Quale è la recensione che in assoluto ti ha fatto più felice leggere?

Di recensioni ne ho ricevute molte e ognuna, a modo suo, è la migliore. Forse quelle che mi hanno lasciato di più senza fiato sono state quelle di Ermanno Paccagnini sul Corriere della Sera e di Valeria Parrela per Grazia. Ma anche vedermi sulle pagine de Il mucchio a firma di Carlotta Vissani e su Il Venerdì di Repubblica con la Pingitore, è stata una bella sensazione. Una cosa che ricordo veramente bene, è l’entusiasmo con cui Loredana Lipperini mi ospitò a Fahrenheit. Dopo scrisse de I Cariolanti sul suo blog Lipperatura, e anche quella è stata un’emozione pazzesca.

Ti piace la poesia? Quali sono i tuoi poeti preferiti, inclusi anche i musicisti che hanno scritto canzoni particolarmente significative?

La poesia mi piace anche, ma deve avere il cazzo dritto. Quelle robe sulla primavera, i tuoi occhi algebrici e l’epocale tristezza della mia anima davanti al mare, mi fanno spavento. Davvero, lo giuro: ci vuole niente a scrivere una poesia. Invece ci vuole un bel po’ d’anima carica a scrivere una poesia che non sappia solo di lamento – o estasi, che poi è uguale. Ci vuole vita fatta, non ci sono storie. E forte senso del testo. E quell’altra cosa là che non si spiega. Sulla musica è più facile, a volte sono anche “fortuite” combinazioni. Ma chiaramente non nel caso di poeti come De Andrè, certo, ma anche Gaber, Guccini, Agnelli, Gaetano, Edda, Ferretti…

Nella tua carriera ci sono stati errori che hai commesso che con l’esperienza non rifaresti più?

Assolutamente sì. Alcuni anche veramente pesanti, come accettare collaborazioni che ti mettono comunque in evidenza, per dei soldi. Per dirla alla povera: marchette. Ma d’altronde anche alcuni grandi ne hanno fatte, se lo faccio anch’io non do noia a nessuno. Chiaramente ora basta.

Raccontami un episodio divertente avvenuto durante una presentazione di un tuo libro. Se non te ne venisse in mente nessuno, anche una barzelletta andrebbe bene.

Le barzellette le elimino dalla testa un momento dopo che ho finito di ridere – se ci ho riso. Di episodi divertenti non me ne viene manco uno. Di solito quando ci si diverte io sono da un’altra parte.

Definiscimi il noir.

E te dài con questo noir… Non si sente parlare d’altro. Ultimamente è proprio un pallino generale, te lo definisco così: come girare e rigirare il cucchiaio in un piatto di minestra. Alla fine si fredda, eh. (I noiristi non se la prendano, scherzo)

Se Dario argento girasse “I Ragni”che effetto ti farebbe?

Strano, perché sarei veramente curioso di sapere come ha fatto a fare un film da un racconto di tre cartelle, come lo ha sviluppato, e se davvero – dio gliene sarebbe veramente grato, molto più di satana – ha trovato un buon addetto agli effetti speciali, nonché attori che almeno sappiano simulare uno starnuto.

Stai lavorando ad un nuovo libro? Puoi anticiparci qualcosa?

Certo. Sono in fase di atterraggio con il nuovo romanzo per Elliot. In questi mesi ne ho scritti due, questo è il terzo. Gli altri li ho messi un attimo da parte, perché quando è arrivato questo ha spezzato le ginocchia a entrambi e mi ha chiesto di vivere solo per lui, e così sto facendo. L’ultimo bisturi, comunque, è di Massimiliano Governi. Parallelamente sto scrivendo un testo sui Noir Désir che mi ha commissionato Luigi Bernardi, per Perdisa, entrerà nella nuova collana Rumore Bianco. Inoltre proprio in questi giorni sto dando dei colpetti di finitura al racconto La comune dei sentimenti, che farà parte del Best Off 2011 di Minimum Fax.

Senza Marco Piva, che mi ha detto che in fondo sei un bravo ragazzo, non avrei mai avuto il coraggio di conttattarti. Digli qualcosa per ringraziarlo, o minaccialo come farebbe il Greco de I Sassi nel caso non ti fossero piaciute le mie domande.

Marco, Marco, Marco. Tu non sai quanto è sfortunato questo nome accostato a quello del Greco. Povero ragazzo mio, riuscirai ad arrivare all’incontro di Mantova? Spero di non trovarti nella hall di un hotel, sotto a un mucchio di Corpi Freddi…

:: Intervista a Franco Limardi

17 febbraio 2010

L1340564Benvenuto Franco su Liberidiscrivere e grazie per aver accettato la mia intervista. Racconta qualcosa di te ai nostri lettori. Chi è Franco Limardi?

Grazie a te Giulia e a Liberidiscrivere per l‘ospitalità che mi viene offerta. Inizi subito con una domanda difficile… devo declinare le mie generalità o le mie singolarità, come dice Paolo Conte?  Battute a parte questa è veramente una domanda a cui non so rispondere: un insegnante che fa anche lo scrittore, uno scrittore che s’intrufola a scuola tutte le mattine…diverse altre cose, nessuna trascurabile e nessuna importante… forse sarebbe meglio chiederlo a qualcuno che mi conosce, quello che potrei dire io credo sarebbe parziale e forse auto compiacente.

Parlaci del tuo primo amore l‘insegnamento. Sei un professore di un Istituto superiore, molto amato dai giovani. Lo vedo dai messaggi che ti inviano. Come si crea questo rapporto di fiducia e rispetto?

Devo essere sincero: la scuola non è  il mio “primo amore” come lo chiami tu, anzi per dirla tutta, se da giovane mi avessero detto che avrei fatto questa professione, sarei scappato; diciamo che poi la vita provvede a farti rivedere i tuoi piani e le tue intenzioni e così mi sono “ritrovato” a fare l’insegnante, spero in modo dignitoso e utile per i miei studenti, ma non sono sicuramente all’altezza di tanti insegnanti molto più preparati di me. Con i ragazzi c’è un rapporto di estrema chiarezza e, soprattutto, non faccio finta di essere uno di loro, oppure il loro padre aggiunto o, peggio ancora, un loro amico; sono uno che ha il compito di aiutarli a crescere e che passa con loro una parte della giornata, spero in modo costruttivo, sanno che possono contare su di me, perché per un “difetto costituzionale” non tiro fregature, così si stabilisce, il più delle volte quel rapporto di cui mi chiedi. L’insegnamento è un mestiere a volte gratificante, impegnativo, che costringe chi vuol farlo al meglio ad ascoltare i ragazzi e rimanere vigili sulla realtà che loro vivono, che è quella presente e, in nuce, futura; è un lavoro che ti porta in mezzo alle persone e per chi scrive, c’è un bisogno vitale di questi bagni di umanità.

Insegni letteratura italiana, avrei letto molti temi dei tuoi alunni. Da cosa pensi si riconosca il talento narrativo?

Vedi, nelle scuole in cui io insegno si bada al concreto, al pratico. Di solito i ragazzi non amano assolutamente leggere, figurati scrivere, così, come lettore, sono abituato a leggere narratori già “patentati”, scrittori che hanno capacità e strumenti, tecniche già assodate e certificate. Posso dirti che come misura della capacità narrativa altrui, ho il metro del “rapimento”, nel senso che quando non riesco a staccarmi dalla pagina, quando leggo e rileggo delle frasi, quando sono attraversato dalle emozioni, allora ho la convinzione di trovarmi di fronte ad un grande narratore.

Quali libri consiglieresti di leggere ai tuoi ragazzi, gli stessi che hanno formato te negli anni giovanili?

Da ragazzo sono stato ( lo sono tuttora) un lettore disordinatissimo, tanto che non ho seguito alcun tipo di “canone”. Andavo a fiuto, m’innamoravo di un autore per averci “inciampato” casualmente; poi mi bevevo tutto ciò che trovavo di quello scrittore. Da ragazzo ho letto Poe, Buzzati, Pasolini, Jan Potocki, Mary Shelley, Anthony Burgess, Calvino, Malaparte, Hesse, Salgari, Conrad, Pavese e un mucchio di altri che adesso non mi vengono in mente, compresa una quantità industriale di fumetti d’autore; per farti capire, il primo volume di comics che ho comprato con i miei risparmi fu “La ballata del mare salato” che è un romanzo a tutti gli effetti. Ah! Ero un divoratore dei libri di Sven Hassel…e voglio vedere se c’è qualcuno che se lo ricorda…Tornando alla domanda, provo a suggerire loro dei libri, con esiti il più delle volte sfortunati. Avevo trovato un libro di Primo Levi intitolato “La chiave a stella”in cui compariva la figura di Faussone, un operaio specializzato, un mago della messa in opera di impianti sofisticatissimi e pensavo che a dei futuri periti meccanici potesse interessare, invece…è andata meglio un altro anno, con un’altra classe a cui ho proposto “Il diavolo sulle colline” di Pavese…sono imprevedibili…soprattutto però i ragazzi, in generale,  non hanno nessuna abitudine alla parola scritta, di nessun tipo.

Sei uno scrittore di noir. Come è nato il tuo amore per la scrittura e per questo genere particolare di letteratura?

Mi è sempre piaciuto “ascoltare” storie, leggerle e, a quanto dicevano i miei insegnanti, mi risultava facile scrivere, così ad un certo punto ho pensato che potevo inventarmele io le storie, soprattutto quelle che mi sarebbe piaciuto leggere o “ascoltare”. Più avanti negli anni, mi sono accorto che scrivere è, inevitabilmente, scrivere per gli altri, cercare cioè di darle agli altri le storie che inventi, perché scrivere per sé è una situazione sterile e frustrante. Gli altri, poi, ti danno anche la misura della tua capacità, della legittimità delle tue aspirazioni di autore o, almeno per me, di “contastorie”. Le storie noir, quelle dell’Hard Boiled americano o del Polar francese mi sono sempre piaciute per la loro visione della esistenza umana e dei rapporti sociali che esistono nella nostra società, ma autore noir mi ci sono un po’ “trovato”. Quando DeriveApprodi ha pubblicato il mio primo romanzo, dall’ufficio stampa della casa editrice mi mandarono la locandina di lancio del libro e la scritta recitava “Un autore emergente del noir”, così mi sono detto “Ah!…sono un autore noir…oh, va bene, mi piace!”. Adesso, più semplicemente dico che mi interessa, mi piace raccontare un certo tipo di storie, che vengono definite “noir” ma non sto lì a controllarmi mentre scrivo se ciò che racconto e come lo faccio rientri nei canoni del genere o meno.

Hai esordito nel 2001 con il noir “L’età dell’acqua” (DeriveApprodi). Come è nato questo libro? Raccontaci la tua strada verso la pubblicazione.

Il romanzo nacque un paio di anni prima, una storia molto compatta e tirata, una specie di blocchetto, un cubetto di porfido strappato alle strade di Roma che mi andava di lanciare, nemmeno io so bene dove o contro chi. Avevo accumulato una serie d’impressioni, di immagini della città e della gente che ci viveva che si erano coagulate poi nei cinque personaggi del libro. La scrittura è sicuramente molto “sporca”, praticamente non feci editing, salvo che per correggere gli errori più banali; poi diedi da leggere il romanzo ad un amico, Giuseppe “Joe” Giustini e fu lui a suggerirmi di spedirlo al  Premio Calvino. Arrivare tra i primi tre finalisti fu una sorpresa assoluta per me. Poi il romanzo arrivò a Luigi Bernardi e, grazie a lui, a DeriveApprodi che lo pubblicò. Devo dire di essere stato veramente fortunato a poter “saltare” tanti gradini e arrivare direttamente
alla pubblicazione.

Va di moda definire il “noir”. Puoi darmene una tua personale definizione?

No, credo di non essere in grado, anche perché ci sono state decine di dibattiti, convegni, interventi e articoli e stiamo ancora qui a chiederci cosa sia questo “Noir”. Io stesso ho partecipato a diversi dibattiti, l’ultimo a Roma pochi giorni fa nel ambito di Roma noir 2010 e devo confessarti che speravo di avere io stesso una qualche risposta definitiva, ma non c’è stata. Anche perché poi, alla fine, in questa non definizione, ci si può mettere tutto e il contrario di tutto ed è un contenitore comodo e, come dici tu, di moda. Poi, penso anche che ormai questo tentativo di definire i caratteri del genere sia diventato, a suo modo, una sorta di genere, nel senso che ci si esercita a tentare di definire per il gusto di farlo o perché è, in qualche modo, d’obbligo interrogarsi sul genere in ogni presentazione o in ogni incontro tra autori, tanto poi si sa che non si arriva mai ad una risposta definitiva…

Io sono una grande appassionata di Cornel Woolrich, definito da alcuni il “maledetto” e sicuramente uno dei più neri scrittori di sempre. In cosa pensi i vostri stili si somiglino?

Caspita! Ma lo dici tu che il mio modo di scrivere assomiglia a quello di Woolrich? Sarebbe un grandissimo complimento, perché io non mi azzarderei mai a mettermi sullo stesso piano…Woolrich è un autore che mi piace molto, soprattutto per quel senso del destino, della ineluttabilità della sorte dei suoi personaggi che, secondo me, dà ai suoi romanzi un tono epico, ma di una epicità dimessa, dolente. I suoi personaggi sono degli sconfitti, probabilmente sanno con certezza di esserlo, tuttavia percorrono la loro strada fino in fondo, per un profondo senso di dignità, per mantenere fede ad un impegno che hanno preso; pensa per esempio ad “Appuntamento in nero”. Quanto allo stile c’è da dire che confesso di averlo letto solo in italiano e questo sai quanto tolga alla percezione del valore più pieno del modo di scrivere di un autore straniero.

Quali sono i tuoi scrittori preferiti non solo noir e quelli che ti hanno influenzato maggiormente?

Qualcuno l’ho già citato rispondendo ad una domanda precedente; sicuramente Manchette, McCarthy, Bunker, Fante, Marias, Houllebecq, lasciamo da parte i classici, dell’Ottocento…la Yourcenar, Mishima, Celine, Durrennmatt, Hrabal e Kafka, Svevo, Orwell, Vonnegut. Ho pudore a dire che mi hanno influenzato, significherebbe dire che possiedo uno stile paragonabile ai loro e non spetta a me dire se effettivamente ho questo stile oppure no.

Ti piace il noir americano degli anni 50’? O preferisci le gangster story americane degli anni 30’?

Facciamo una via di mezzo. Mi piacciono le storie degli anni ‘40 hanno il sapore della transizione, soprattutto quelle ambientate subito dopo la guerra, anche se in mente mi vengono soprattutto film, come “Giungla d’asfalto” o i comics come “Rip Kirby”

Chandler o Hammett?

Eh…bella lotta. Diciamo Hammett, però in questo giudizio sono influenzato dalle vicende biografiche dei due autori. Non che Chandler abbia avuto una vita facile e la sua dose di “maledizione” l’aveva anche lui, ma Hammett, con quello che ha subito durante il Maccartismo…insomma mi sta più simpatico. Bella lotta però!

So che sei un grande appassionato di cinema e che apprezzi la narrazione cinematografica, quanto c’è di cinematografico tra virgolette nei tuoi libri?

Credo molto, anche perché le mie scuole di scrittura creativa sono state delle scuole di sceneggiatura. Ho imparato prima a scrivere per lo schermo e poi, successivamente, per la pagina, portando però sul foglio un’impostazione decisamente visiva. Io penso per immagini, nel senso che “vedo” i miei personaggi agire, e parlare tra loro, poi cerco di descrivere le loro azioni o i loro dialoghi, cercando di trovare “la” parola, quella che da sola riesca a trasmettere esattamente il significato che io credo ci sia in un gesto, in uno sguardo, in un silenzio o in una parola. Forse la mia preoccupazione più grande quando scrivo, è di asciugare il testo il più possibile, fino a raggiungere, quando possibile, questa “parola”. Forse in questo sono poco letterario e, probabilmente, la mia scrittura a molti sembrerà povera.

“I cinquanta nomi del bianco” pubblicato da Marsilio, nella sua collana “Le farfalle – i gialli” è risultato finalista allo Scerbanenco e mi pare di essere stata io stessa a dirtelo se non ricordo male. Te lo aspettavi? Che cosa hai provato quando l’hai saputo?

Si, credo sia stata tu a comunicarmi la notizia. No, a dir la verità non me lo aspettavo, anche se pure il precedente romanzo “Anche una sola lacrima” era riuscito a entrare nella fase finale del Premio nel 2005. Ho provato contentezza alla notizia e seguendo le votazioni della giuria popolare, ho avuto la soddisfazione di trovarmi con un discreto numero di voti, e dei giudizi positivi; “I cinquanta nomi del bianco” non è stato molto fortunato poi, nel senso che non ha incontrato assolutamente il favore dei componenti della giuria “tecnica”, tanto che da loro non ho avuto nemmeno un voto; eppure non mi sembrava che fosse così male, in fondo…

Hai pubblicato con Perdisa la raccolta di racconti “Lungo la stessa strada”. Quale è il segreto per scrivere un buon racconto?

Eh…un’altra bella domanda…non saprei, anche perché qui da noi, non c’è una attenzione verso il racconto, così che è difficile mettersi alla prova e sperimentarsi, correggersi e individuare la giusta misura, le giuste dimensioni. Luigi Bernardi mi ha detto spesso che sono logorroico nei miei racconti: infatti quando ho scritto quello per la raccolta “Lama e trama 4”, non so come Luigi, Zona e Silvia Tessitore abbiano resistito alla tentazione di tagliarlo.  A parte le battute, credo che dietro un racconto ci debba essere comunque un’idea forte, un’idea solida, qualcosa che renda credibile e “ascoltabile” ciò che stai scrivendo. Una volta lessi su una rivista, legata ad una casa editrice che promuove i suoi autori, un insopportabile racconto sul ricordo di un trasloco e tutto si basava sul fatto che uno dei trasportatori, trovava in garage un vecchio motorino scassato e da lì in poi, giù con uno sbrodolamento di melanconici flashback assolutamente personali, tra rimembranze scolastiche e primi turbamenti adolescenziali, poi il narratore-protagonista, provava a metterlo in moto senza riuscirci, così che quando il giovanotto di fatica chiedeva di poterselo prendere, il nostro glielo concedeva di buon grado e allora, inaspettatamente, il motorino, subito, partiva…grandi misteri dell’esistenza! Sicuramente c’era un significato profondo, io, grezzo come sono non l’ho capito, e allora la rivista ha attraversato volando la stanza, accompagnata da un sano improperio. Tanto per sintetizzare: scrivo racconti quando la mia idea deve essere, necessariamente, costituzionalmente, breve, incisiva e, anche in grado di coinvolgere chi legge.

So che Luigi Bernardi ti apprezza molto. Raccontami qualche episodio divertente che lo riguarda.

Una volta dovevamo incontrare un gruppo di appassionati di enogastronomia, nell’ambito di una manifestazione che combinava letteratura e buo
n cibo. Credo che i partecipanti fossero del tutto disinteressati ai nostri libri e aspettassero solo che ci togliessimo di torno per poter stappare in santa pace una mezza dozzina di vini diversi. Luigi, che peraltro è astemio, gli sparò a bruciapelo un “Io bevo cocacola e di solito vado a mangiare al fastfood…” Credo che si sia impressionato vedendo le facce smarrite di quella gente, tanto che ha detto subito dopo uno “Scherzo…” anche se aveva un ghignetto divertito. Poi siamo fuggiti e quando siamo andati a cena, poco dopo, il maitre con aria compresa ci ha detto “Posso consigliare ai signori un robusto rosso di produzione locale?” Credo si stia ancora chiedendo perché ridessimo.

Non vorrei essere eccessiva ma dai tuoi libri traspare una sorta di nichilismo, un pessimismo corrosivo e affatto rassicurante. Mentre al contrario sei una persona divertente e solare. Come spieghi questa incongruenza?

Colpa della mia schizofrenia galoppante… scherzo (scherzo?!). Quello che hai percepito è esatto: io ho una visione pessimistica della esistenza e della natura umana, e l’osservazione della realtà mi conferma questa convinzione. Mi piace la definizione di nichilista, perché il nichilista, contrariamente ai pregiudizi è, a mio avviso, non tanto un distruttore, quanto, soprattutto, uno in grado di vedere oltre la retorica e gli inganni. Detto questo però, apprezzo moltissimo l’ironia e l’umorismo; mi piace poter ridere in maniera intelligente, mi fa piacere stare insieme agli amici e ridere con loro, mi piace scherzare e tra le mie letture che ricordo con più affetto, ci sono due libri umoristici di Jerome K. Jerome, “Tre uomini in barca” e “Tre uomini a zonzo”. Ancora oggi se rileggo “Come zio Podger attaccava un quadro” posso cadere dalla sedia per le risate. Una volta invce, ho provato a leggere Woodhouse…è stato un dramma…

“Anche una sola lacrima” è un noir davvero tosto. Lorenzo Madralta è davvero un personaggio singolare, ricco di sfaccettature, ma sicuramente non uno che si voglia rendere simpatico. Come è nato questo personaggio?

Proprio partendo dalla sua misantropia. Mi piaceva descrivere un personaggio che, apparentemente, avesse fatto una scelta definitiva di distanza dagli altri; uno capace di rinunciare agli affetti, all’inserimento in un ambiente sociale o di lavoro, una specie di chirurgo dei sentimenti che era riuscito ad amputare quella parte di sé che lo rendeva vulnerabile. Lorenzo è uno che ha visto in faccia la realtà e decide di non caderci più; vive, ma a modo suo, appartato e senza concedere sconti né a sé né a gli altri. Anche il suo cognome non è scelto a caso: Il cognome Madralta non esiste in Italia, non c’è nessun Madralta, il cognome è la “italianizzazione” della parola gaelica Maadr’alta, che significa “cane randagio” o “lupo”. Mi piaceva questo eroe antipatico, questo protagonista che gioca con i suoi lettori a carte scoperte, conquistandosi, credo, pagina dopo pagina, l’affetto. Ho scoperto poi che questo antipatico è piaciuto molto al pubblico femminile, chissà perché?

Che libro stai leggendo attualmente?

Guarda, tu non ci crederai, ma sto leggendo proprio Woolrich “La sposa in nero”. Avevo visto, tanto tempo fa, il film di Truffaut, ma non avevo mai letto il romanzo; l’ho trovato pochi giorni fa in libreria e così…poi passo a Hugo, “L’uomo che ride”.

Stai scrivendo un nuovo libro? Puoi anticiparci qualcosa?

Si, sto lavorando ad un nuovo romanzo, anzi, a dire il vero i progetti che ho in ballo sono tre, ma dato che, malgrado la schizofrenia, ancora non riesco ad avere a disposizione contemporaneamente tre “autori”, mi devo accontentare di scriverne uno per volta. Per tutta una serie di fisime personali e scaramanzie varie, non ti anticipo nulla, se non che questo in lavorazione, si discosta un po’ da quelli precedenti, nel senso che a voler essere “ortodossi” non è “noir” al 100%, è un…mah?! Spero sia un buon romanzo, soprattutto.

:: Recensione di Carenze di Futuro di Roberto Saporito

16 febbraio 2010
CARENZE_DI_FUTURO_-_copertina_solo_primaIl gioco d’azzardo per alcuni può essere una malattia, una condanna, una dannazione. Non è una attività innocente, senza conseguenze. Si può perdere tutto: la posizione, l’impresa di famiglia, la casa, gli amici, la moglie, i figli, la stima di se stessi. Oltre a questo come se non bastasse si entra in contatto con individui equivoci, pericolosi, gente che ti presta i soldi magari per poi richiederti interessi che ti scavano dentro, ti distruggono completamente. E’ quello che succede al protagonista di Carenze di Futuro edito da Zona Editrice di Roberto Saporito, un noir insolito, breve, disperato, un noir in cui i demoni interiori deformano le vite dei personaggi crocifiggendoli e lasciandoli in balia di una vita senza futuro, persa, sconfitta. Ma la sete e la fame di futuro è un’ esigenza primaria, insita nell’uomo, se non avessimo la speranza o almeno l’illusione di un domani, di una risoluzione dei nostri guai, di un ipotesi di riscatto, moriremo mummificati. In questo noir potremo dire esistenziale tutte queste sensazioni vengono analizzate, corteggiate, e non sempre è il pessimismo a farla da padrone. No, il protagonista si ribella, accetta la sua condizione di disperato, di emarginato in una società che idolatra il successo e il benessere ma inizia una fuga, dagli usurai, dalle sue responsabilità, da tutto, una fuga che lo porterà dal Piemonte nel sud della Francia a fingere di fare il custode di un residence nella stagione morta. Qui sempre braccato, solo, arrabbiato con se stesso e con il mondo avrà modo di incontrare una donna, Sophie, anch’essa sola, tormentata da un passato misterioso e senza scampo. Ma il destino non fa sconti a nessuno, rema contro, separa i due naufraghi per sempre, non lasciando spiragli e al protagonista non resta che continuare la fuga da solo e  a bordo di una sgangherata bici dirigersi verso Parigi, la città della sua giovinezza, di una donna amata e perduta, un’ oasi, un miraggio o per meglio dire l’ultima occasione che gli resta per guadagnarsi una fetta di futuro. Carenze di futuro, terzo romanzo di Roberto Saporito, è un romanzo si può dire breve, immediato, tagliente come una lama, che mette addosso un’ansia sottile un desiderio di punti fermi, di certezze. Scritto alternando la prima e la terza persona ci porta ad analizzare sia da dentro che da fuori una realtà scomoda, ma nello stesso comune, quotidiana. Pregio maggiore di quest’opera è l’essenzialità, ogni parola ha un suo perché, una sua funzione, un suo operare silenzioso e terminata la lettura si resta incerti, incuriositi, in attesa forse di una possibile seconda occasione. 

:.Intervista a Nick Quantrill

12 febbraio 2010
nickCiao Nick e benvenuto su Liberidiscrivere! Parlaci un po’  di te e dell’ inizio del tuo interesse per la scrittura.

Ciao e grazie per avermi invitato! Sono uno scrittore di polizieschi di Hull, una città isolata sulla costa nord-est dell’Inghilterra ed ho pubblicato il mio primo romanzo di Joe Geraghty, intitolato ‘Broken Dreams’ . Ho scritto sul serio per circa quattro anni, quando ho preso la laurea e appeso le scarpe di calcio al chiodo.Il mio interesse per la scrittura è nato sicuramente perché io amo leggere. Sono sempre stato un appassionato della lettura sin da bambino e, a parte una pausa quando ero adolescente, quando altre cose all’improvviso mi sembravano più interessanti, io sono sempre stato affascinato dai libri.

Qual è stato il tuo primo lavoro scritto? Parlaci della tua strada verso la pubblicazione.

Sono stato estremamente fortunato poichè il mio primo racconto che ho scritto, ‘punizione’, ha vinto il HarperCollins 2006 Crime Tour. Il premio consisteva nel vedere la mia storia stampata in ‘Crime Time magazine’ che ha un gran numero di lettori. Da lì, ho scritto altri racconti, cercando di parlare di me stesso ogni volta prima di scrivere un romanzo poliziesco. Anche se non è stato un successo enorme, mi ha insegnato come è in realtà l’approccio per scrivere un romanzo. Ho quindi scritto ‘Broken Dreams’ e a Caffeine Nights Publishing è piaciuto abbastanza, tanto da darmi un’ occasione.

Chi sono i tuoi scrittori viventi preferiti?

Ho letto un sacco di romanzi polizieschi, quindi ho un sacco di favoriti.In cima alla mia lista c’è George Pelecanos, che è maturato diventando un bravo scrittore nel corso degli anni. Sono un grande fan di Graham Hurley, che scrive procedurals inglesi – Mi meraviglio sempre che non sia letto e conosciuto di più . Amo Ray Banks, anche. La sua serie Cal Innes è magnifica. La lista è infinita … Elmore Leonard, Lee Child, Ian Rankin, Michael Connelly, James Ellroy, Don Winslow, Waites Martyn … Anche se non leggo romanzi troppo al di fuori del genere crime, sono sempre ansioso di leggere i nuovi libri di Roddy Doyle, Irvine Welsh e Nick Hornby.

Che consiglio daresti a giovani scrittori in cerca di un editore?

Il lavoro è assai duro e bisogna essere fortunati. Anche se a me è stato offerto un contratto con Caffeine Nights Publishing circa un mese dopo che l’avevo di finirlo, ho trascorso un paio d’anni precedenti in rete con numerosi editori e professionisti, solo cercando di capire con chi mi piacesse idealmente lavorare e chi sarebbe sarebbe stato adatto per la mia scrittura. Vorrei anche suggerire di presentare i propri racconti a siti web come http://www.a-twist-of-noir.blogspot.com e http://www.thrillskillsandchills.blogspot.com, che sono buone palestre di scrittura e ti permettono di far conoscere alla gente che fai sul serio. E ‘anche un ottimo modo per ottenere un feedback.

Cosa pensi dell’ e-publishing? Avrà un futuro?

Se potessi rispondere a questa domanda, sarei un uomo ricco! Non credo che i libri scompariranno presto, ma sono sicuro che, come è cambiato il nostro modo di ascoltare la musica, così si sta evolvendo anche il modo di leggere i libri. I libri sono come qualsiasi altra forma di intrattenimento – Tu devi renderli disponibili in qualsiasi forma, il consumatore vuole. Se c’è un numero crescente di persone che vogliono leggere i libri sul loro computer o sul loro telefono ecc, l’industria deve adattarsi. Riesco a vedere che ci sono dei vantaggi e dei tempi se si vogliono utilizzare le nuove tecnologie per la lettura. Detto questo, mi ci è voluto tempo per  per ottenere un telefono cellulare e lettore mp3, almeno dieci anni!

Quali sono le qualità tipiche di un buon scrittore?

Solo in pochi fortunati riescono a vivere di scrittura, il resto di noi hanno alle spalle quando tornano a casa una giornata di lavoro ed è dura motivare noi stessi a ricominciare da capo. A volte è difficile e mi piacerebbe molto, piuttosto riposarmi o fare qualcosa di diverso. Se sei uno scrittore, devi essere un self-starter. Credo che tu debba anche aver avuto modo di sviluppare una sorta di auto-convinzione in quello che stai facendo per capire a cosa  stai mirando. Ho il sospetto, cche io come molti altri crittori abbiamo molti pià giorni cattivi che buoni, e per questo la determinazione è importante. Più di ogni altra cosa, quello che conta è la capacità di andare avanti.

Puoi dirci qualcosa sull’editore che ha pubblicato il suo libro?

Caffeine Nights Publishing (www.cnpublishing.co.uk) è un editore relativamente nuovo, che ha sede appena fuori Londra e il loro scopo è quello di produrre ‘fiction rivolta al cuore e alla testa.’ Fino a poco tempo fa, la società è stata un veicolo per il proprietario , Darren, per pubblicare i suoi libri. L’anno scorso, Darren ha espanso la società e ha iniziato a prendere su alcuni nuovi scrittori. Visto che eravamo in contatto da un paio d’anni, ci conoscevamo abbastanza bene, così anche se avevo proposte altrove per pubblicare il mio libro, è stata una decisione facile da prendere scegliere lui. Così come la pubblicazione in paperback, Caffeine Nights Publishing sono molto aggiornati sulle nuove tecnologie e sulle opportunità che ne derivano, quindi sono in buona posizione per avere successo in un mercato difficile.

Che ruolo svolge Internet, nella ricerca e nella promozione dei tuoi libri?

Internet mi ha aiutato molto. In materia di marketing, è sicuramente mi ha aiutato a raggiungere i lettori in luoghi non avrei potuto raggiungerli altrimenti. Non mi sarei mai aspettato di parlare con un sito italiano, ma è fantastico per me condividere lo spazio con grandi scrittori come Tess Gerritsen e Allan Guthrie. Le possiblitò di  Internet sono grandi in questo senso, così ne approfitto, offrendo un sacco di mie racconti e contenuti sul mio sito web (www.hullcrimefiction.co.uk). Internet è grande anche dato il poco tempo che scrittori possono dedicare alla ricerca. E certamente  mi ha aiutato ad andare nella giusta direzione. E ‘un potente strumento da avere, ma la maggior parte delle ricerche che ho fatto per’ Broken Dreams ‘è stata  fatta dalla lettura di libri locali e parlando con la gente, quindi internet è solo una delle molte opzioni.

Quali cambiamenti hai notato nel mondo della narrativa dal momento in cui hai iniziato a scrivere?

Io probabilmente non vedo le cose in termini di ‘cambiamento’, in quanto io sono ancora un  novizio per quanto riguarda l’attività di pubblicazione. Qui nel Regno Unito, sembra essere sempre più difficile per i nuovi scrittori trovare editori e agenti. Purtroppo la recessione continua a mordere, è ben documentato che le case editrice stanno lottando, e il risultato sembra essere che stanno prendendo la scelta più facile di vendere libri solo delle celebrità. Non c’è fantasia reale o passione in ciò. Certamente un cambiamento che ho notato come  lettore è che le librerie indipendenti del Regno Unito stanno scomparendo velocemente e anche le catene più importanti non riescono ad andare avanti. E’ sempre maggiore il numero di libri che  vengono venduti n
ei supermercati, ma solo rivolti ad una gamma ristretta di lettori. Non è una situazione sana per i lettori o gli scrittori.

Ti capita mai di utilizzare le tue paure o le tue esperienze personali nelle tue storie?

Solo in senso molto più ampio. Il mio lavoro quotidiano mi porta a contatto con un sacco di persone diverse, in modo che a volte involontariamente raccolgo qualcosa di interessante, forse solo una frase o un atteggiamento, ma può innescare possibilità interessante. Immagino che questo sia uno dei dilemmi più grandi per gli scrittori professionali. Da un lato, avere il tempo esclusivamente per scrivere sarebbe un sogno, ma dall’altro, non essere nel mondo reale significa che stai perdendo un sacco di contatti con la gente. E’ piuttosto complicato ottenere il giusto equilibrio. I miei timori sono probabilmente gli stessi di tutti gli altri. Ora ho circa trent’anni e  sto iniziando a sperimentare la perdita e il dolore in modi che non mi hanno mai toccato quando ero più giovane.

Cosa stai leggendo in questo momento?

Sto leggendo il primo romanzo di Tony Black, ‘Paying For It. Tony è ancora un altro di questi grandi scrittori scozzesi, che continuano a comparire. Il personaggio principale, Gus Drury, è un giornalista alcolizzato, ma il libro rimane ben lontano da cliché. Amici mi dicono che il follow-up, ‘Gutted’ è ancora meglio. Tony è su http://www.pulppusher.com, per chi volesse sapere qualcosa lui.

Progetti di film tratti dai tuoi  libri?

Non ci sono piani di sorta in questo senso. ‘Broken Dreams’ è il mio primo romanzo pubblicato, così mi sono concentrato a fare tutto il possibile per affermarmi me scrittore. Tutto il resto sarebbe un bonus. Ovviamente, la mia porta è sempre aperta per la  televisione e per i dirigenti delle case cinematografiche…

Scrivi non-fiction?

Dedico il mio tempo occupandomi di narrativa, ma ogni tanto scrivo non-fiction. E ‘bello essere in grado di finire qualcosa in fretta, invece di lavorare per mesi e mesi su un romanzo senza fine. A volte contribuisco con i miei articoli a una fanzine indipendente per la mia squadra di calcio, Hull City, che viene venduta intorno allo stadio i giorni di partita. Scrivo anche di tato in tanto per http://www.thisisull.com, un sito web locale. Potrebbe essere una recensione su un CD, un libro o un concerto – tutto ciò che si la mia fantasia mi ispira.

Cosa ne pensi del poliziesco moderno?

Penso che sia in gran forma in questo momento. Il romanzo poliziesco è un ottimo modo per analizzare la società al microscopio. Se hai qualcosa di interessante da dire, puoi fare fermare qualcuno per un attimo a pensare da una prospettiva diversa, e grazie ad una storia divertente, hai più possibilità di essere ascoltato. Non credo che ci sia un modo migliore per farlo che usando il poliziesco. Il poliziesco moderno sembra essere fiorente. Se cercate su Internet, c’è una gran ricchezza di talenti che scrivono davvero bene, ci sono un sacco di siti web di grande popolarità e quasi tutti stanno trovando un pubblico. Penso che il futuro è roseo.

Nei tuoi romanzi  preferisci usare la prima persona o la terza persona?

Ho scritto in entrambi i modi, così ho apprezzato i vantaggi e gli svantaggi di entrambi i metodi. Io in realtà all’inizio ho scritto  Broken Dreams in terza persona, prima di rendermi conto che vi era una buona ragione se la maggior parte dei romanzi PI sono scritti in prima persona! Credo che stavo cercando di essere troppo intelligente. Una volta speso un po ‘di tempo per prendere confidenza nella pelle di Joe, ho ritenuto che la scrittura in prima persona fosse naturale e giusta.

Puoi parlarci un po’ del tuo ultimo libro?

Ecco la trama di ‘Broken Dreams’: Ha per protagonista un uomo d’affari locale  Geraghty e il suo piccolo team. Quando Jennifer Murdoch viene trovata morta dissanguata nel suo letto, Geraghty si trova rapidamente intrappolato nel mezzo di una indagine della polizia, che risale ai giorni in cui la città aveva una fiorente industria della pesca. Indagando sull’intricata vita privata della donna, Geraghty si trova sulle orme di un gangster locale e di un rispettabile uomo d’affari, Frank Salford, un uomo con una partecipazione significativa nei piani di ristrutturazione della città. Ancora ossessionato dalla morte della moglie in un incendio casa, Geraghty vuole aiutare la polizia e Salford vuole la sua collaborazione per i propri fini. E ‘anche la storia di una città che si è dimenticata del suo passato, presente e futuro. Hull soffre generalmente di una cattiva reputazione, per cui questo è stato il mio tentativo deliberato di andare oltre l’apparenza e tentare di offrire alcune riflessioni sul perché di certe cose.

A quali progetti stai lavorando ora?

Sto lavorando al prossimo romanzo di Joe Geraghty, che ha per titolo provvisorio ‘The Late Greats.’ Joe diventa il portavoce di una band musicale di Hull che è divisa da oltre dieci anni. Il lavoro cambia presto, quando il cantante scompare, e si teme che sia morto. Joe si trova presto a dover scegliere con cura da che parte stare. Soprattutto, è una storia sull’ amicizia e sulla lealtà. Spero di finire una stesura decente entro l’estate. Dopo di che ho un paio di idee su cui lavorare. Staremo a vedere cosa succede.

:: Intervista con Dennis Tafoya

11 febbraio 2010
dennistafoya350250Grazie Dennis per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te, il tuo background, i tuoi studi.

Sono nato a Philadelphia, e cresciuto in Pennsylvania e Maryland. Bocciato al college e ho lavorato negli allevamenti e nei ristoranti, ho lavorato anche come imbianchino e negli ospedali prima di iniziare la carriera nel settore vendite industriali, dove ho lavorato per gli ultimi venti anni. Ho tre figli cresciuti e vivono appena fuori Philadelphia. Non ho una laurea, ma ho sempre letto in modo compulsivo. Trascorro troppo tempo sui libri – amo la storia, scienze sociali, romanzi. E ‘una malattia.

Perché sei diventato uno scrittore? Era il tuo sogno già da bambino?

Ho sempre scritto, quindi credo che si tratti di un sogno d’infanzia. Quando i miei figli erano piccoli scrivevo nel bel mezzo della notte o la mattina presto. Penso che sia naturale quando si ama leggere e ci si chiede se è possibile produrre storie noi stessi. Si comincia a pensare a diverse storie, le si scrive nella propria testa, e alla fine si inizia a scrivere sul serio.

Mi piacerebbe sapere quali sono gli scrittori che in qualche modo ti hanno influenzato.

Ci sono tanti scrittori il cui lavoro mi piace, è difficile farne un elenco. Gli scrittori da cui ho imparato molto sono gente come Elmore Leonard, Lawrence Block, Cormac McCarthy, Annie Proulx, Madison Smartt Bell e EL Doctorow. Credo che potrebbero rimanere tutti sconvolti nel sapere che sono stati citati come mie influenze, ma mi sembra di imparare sempre qualcosa ogni volta che li leggo.

Qual è stato il tuo primo lavoro scritto? Parlaci del tuo esordio e della tua strada verso la pubblicazione.

Quando avevo circa nove anni ho scritto la storia di un mostro con il mio amico Keith Parker. Abbiamo pensato che fosse abbastanza eccitante, ma dopo non essere riusciti ad avere un agente abbiamo rinunciato al nostro sogno di pubblicazione. Probabilmente è un bene, perché abbiamo fondamentalmente parlato di  una puntata di uno show televisivo chiamato ‘One Step Beyond’, e ci sarebbe state ripercussioni legali. Il mio primo romanzo, Thief Dope, è uscito l’anno scorso con la  Minotaur Books. Fondamentalmente, una donna molto bella della California, una scrittrice e produttrice di nome Cori Stern si è interessata al mio lavoro e mi ha guidato verso la pubblicazione. Lei mi ha fatto conoscere il suo manager, Brooke Ehrlich, che ha accettato di rappresentarmi. Brooke mi ha trovato un agente letterario sorprendente, Alex Glass della Trident Media, che ha venduto il libro alla  Minotaur. E’ stato tutto così indolore, mi sento in colpa quando sento altri scrittori raccontarmi che hanno cercato per anni di trovare chi li rappresentasse e presentasse il loro lavoro di fronte agli editori. Come per Blanche Dubois, tutto dipendeva dalla gentilezza degli estranei, ma è andata molto meglio per me che per Blanche.

Quali sono le tue scrittrici preferite?

Molti dei miei scrittori preferiti sono donne: Amy Hempel, che scrive narrativa breve molto divertente ed emotivamente coinvolgente. Annie Proulx, un’ altra scrittrice che ha prodotto alcuni dei migliori racconti brevi che io abbia mai letto. Riesco a leggere "A Killing Paese" più e più volte e imparare qualcosa di nuovo ogni volta. Flannery O’Connor, naturalmente. Credo che " A Good Man is Hard to Find" è una di quelle classiche storie che viaggia davvero all’altezza della sua reputazione. Un altro racconto, "How I Contemplated The World From The Detroit House Of Correction…” di Joyce Carol Oates è stato probabilmente il primo pezzo serio di fiction che io abbia mai letto, e mi ha colpito così profondamente che mi ricordo ancora quando stavo seduto in aula nella mia scuola media a leggere quella storia. Il mio amico August Tarrier scrive narrativa breve assolutamente convincente e ha vinto un sacco di premi per la letteratura di rilievo. Mi rendo conto che sto parlando per lo più di racconti qui, ma io amo le storie brevi e ne leggo un sacco. Kate Atkinson e Shirley Jackson e Patricia Highsmith sono tutte nel mio pantheon, di sicuro. Potrei andare avanti per tutto il giorno.

Dimmi qualcosa sul tuo paese.

Il mio paese è gli Stati Uniti, e credo che si possa passare la vita a cercare di capire un posto come questo. Gli americani sono pazzi, le persone  amano Gesù, ma credono agli oroscopi e si fanno tatuaggi di simmboli pagani. Noi americani amiamo la legge e l’ ordine, ma proprio abbiamo quasi 200 milioni di armi. Votiamo per i conservatori  un anno e per progressisti l’anno dopo. Possiamo agire con grande crudeltà e con grande carità e tendiamo ad ammirare le profonde convinzioni anche quando fare ciò è pericolosamente sbagliato. Forse siamo davvero come tutti gli altri, ma tendiamo a non conoscere molto di ogni luogo, a parte la nostra stessa città di origine. In questi ultimi anni mi sono innamorato del deserto e ho cercato di andare negli Stati del sud-ovest ogni volta che potevo. Non ne ho mai abbastanza di guidare senza meta tra il Nevada e l’ Arizona e la California del sud-est. Sono luoghi spaziosi e caldi e per niente simili alla Pennsylvania dove vivo.

Dove sei nato? Raccontaci qualcosa della tua infanzia.

Ho vissuto la maggior parte della mia vita all’interno di cinquanta miglia di Philadelphia, dove sono nato. In Thief Dope scrivo in merito al fatto che gran parte della mia parte degli Stati Uniti appare esattamente la stessa cosa. E ‘ fatta tutta di quartieri di periferia, centri commerciali  e parchi industriali che supportano l’ espansione urbana e ci sono differenze tra la periferia per esempio di Washington DC e rispetto alle zone suburbane di Philadelphia o extraurbane di Boston che sono piuttosto sottili e di solito hanno a che fare con il termine che usiamo per descrivere un panino grande. A Philadelphia c’è una Hoagie, a Boston è una smerigliatrice, a New York è un sub. Diversi sono anche i nostri accenti, anche se ormai tendono tutti ad appiattirsi. Sono stato allevato come cattolico, ma i miei genitori non erano molto religiosi. Devo a  mia madre l’amore per la lettura. Leggeva a me e a mio fratello quando eravamo giovani e in casa abbiamo sempre avuto un sacco di libri. Mio nonno amava leggere anche . Quando morì, dalla sua biblioteca ho ottenuto solo una copia de The Hunted di Elmore Leonard.

Ti piacciono giallisti scandinavi? Cosa ne pensi di questo fenomeno? Stieg Larsson, Jo Nesbø?

Io in realtà non ho letto i libri di Larsson ancora, ma mi piace Henning Mankell e Yrsa Siguroardottir  (i libri di Yrsa sono pubblicati dal mio editore negli Stati Uniti). Credo che la popolarità dei libri non è troppo difficile da capire. La qualità dei libri rivolti ad un pubblico mondiale tende ad essere alta, e combinano la familiarità delle tecniche procedurali della polizia con il divertimento per luoghi esotici e per la descrizione di culture molto diverse. Gli scandinavi tendono anche ad analizzare le questioni sociali parlando di temi  come l’immigrazione. E ‘un modo interessante per imparare un po’ di cose di tutto il mondo.

N
uovi progetti per le versioni italiane dei tuoi libri?

Wow, mi piacerebbe vedere le versioni italiane dei miei libri. Nessuno ha parlato di diritti per l’estero ancora, ma spero che accadrà presto.

Il tuo scrittore debuttante preferito?

Sono davvero impaziente di leggere l’opera di debutto di Carla Buckley. L’anno scorso ho letto alcuni grandi romanzi in primo luogo, di Rebecca Cantrell A Trace of Smoke l ‘eccellente Pyres di Derek Nikitis, ma penso che la mia preferita sia Kelly Simmons con ‘Standing Still. Il lavoro di Kelly mi piace, ha una buona trama che funziona – una qualità rara – e il libro parla di un personaggio che tenta di comprendere  la sua vita e la sua storia e le sue relazioni più intime, cosa che ho trovato davvero interessante .

Progetti di film tratti dai tuoi libri?

Ancora niente.

Cosa stai scrivendo al momento?

Sto lavorando al mio terzo romanzo, Black Horse Pike, ambientato nel sud del New Jersey. Si tratta di una gang che fa una rapina a mano armata.

Ti piace l’Italia?

Io amo l’Italia. Sono stato in Toscana un paio di anni fa e non vedo l’ora di tornarci  e scoprire di più del paese. La famiglia di mia mamma è abruzzese, quindi mi piacerebbe vedere un po’ di Abruzzo. Ho trascorso un po’ di tempo a Firenze, San Gimignano, Volterra e Siena. Eravamo in nove così abbiamo affittato quello che penso sia stato il furgone più grande d’Italia. Nessuno di noi sapeva usare il cambio manuale, così abbiamo temuto spesso di uscire di strada.

Racconta ai nostri lettori italiani qualcosa di divertente su di te.

Ci sono stati alcuni momenti di grande divertimento durante gli autografi dei miei libri. Ricordo una ballerina esotica che comprò alcune copie dei miei libri e che mi corse incontro.

:: Intervista a Barbara Baraldi

6 febbraio 2010

E’ un vero piacere Barbara poterti intervistare per Liberidiscrivere. Come prima cosa vorrei che ti descrivessi anche fisicamente ai nostri lettori.

Non sono mai stata brava a descrivermi. Ho sempre pensato che a seconda dell’umore e dello stato d’animo si sia differenti. Oggi ho gli occhi grigi. Indosso un paio di orecchini appartenuti alla mia bisnonna che mi fanno sentire bene. Amo vestirmi di nero con piccoli dettagli colorati. Qualcuno dice che fisicamente non sono cambiata dalla terza media, non so se è un complimento.

Negli ambienti alternativi sei un’icona, quasi una musa che ispira musicisti e scrittori, ti piace questo ambiente un po’ bohemien dove l’arte ha una così grande importanza?

Sono cresciuta leggendo i poeti maledetti. Sulle pareti della mia stanza scrivevo con lo smalto nero per unghie i versi di Baudelaire e Rimbaud. L’arte è essenziale per me e da sempre ho sentito il bisogno di esprimermi attraverso la creatività. Allo stesso tempo mal sopporto gli ambienti finto bohemien, che danno importanza solo alla posa.

Fotografa, scrittrice, modella, collezionista di bambole e carillon. C’è in te qualcosa di antico, misterioso, quasi fiabesco quando penso a te mi vengono in mente le grandi eroine romantiche del passato, le eteree figure femminili dei preraffaeliti, ti riconosci in queste sensazioni?

Conservo qualcosa di antico dentro di me. Adoro perdermi nei mercatini di antiquariato e non resisto di fronte a un paio di guanti di raso o a una veletta di pizzo nero. Colleziono oggetti del passato e amo immaginare a chi siano appartenuti. Li scelgo a tatto, d’istinto. Adoro i musei e i film in bianco e nero.

Come è  nato in te l’amore per la scrittura? E’ un sogno che avevi fin da bambina?

Ho sempre amato raccontare storie. La scrittura è forse nata dal bisogno di custodirle.

Quali sono i tuoi scrittori preferiti e quelli che ti hanno maggiormente influenzato?

Adoro Herman Hesse. “Narciso e Boccadoro” è uno dei miei romanzi preferiti insieme a “L’amante” di Marguerite Duras.

Nel panorama italiano le donne che si occupano di noir si contano sulle dita di una mano, pensi sia più difficile per una donna accostarsi a questo genere letterario o dipende solo dal carattere di ognuno?

Forse è davvero una questione di carattere, ma anche di educazione. Mi viene in mente la puntata in cui Lisa Simpson lotta contro la bambola parlante che dice solo frasi conformiste. In fondo, in Italia, già a fine ottocento, Carolina Invernizio scriveva romanzi gotici a tinte fosche. Basta leggere i titoli delle sue opere per indovinarne i contenuti: “Il marito della morta”, “La fata nera”, “La vergine dei veleni”, tanto per citarne alcuni. Mi sono sentita attratta da questo genere fin da piccola: le storie che raccontavo erano sempre popolate da streghe, case abbandonate e inafferrabili gatti neri.

Scrivere è  un arte molto solitaria, ci sei tu la carta e la penna, come compensi questa tendenza all’isolamento?

Fa un po’ parte del mio carattere, quindi non mi pesa passare lunghi periodi in casa, a scrivere. Compenso con un bel concerto live, in cui ci si trova immersi in un bagno di folla e per ballare devi sgomitare.

 Hai esordito utilizzando lo pseudonimo, che poi hai abbandonato, di Luna Lanzoni, perché questa scelta?

Non ho scelto io di abbandonare lo pseudonimo; Luna è il nome che mi ero scelta e con cui ero conosciuta nell’ambiente dark. Poi ho vinto due importanti concorsi letterari di genere e quando è arrivato il momento di pubblicare “La collezionista di sogni infranti”, la scelta è stata obbligata. Luna è rimasta legata al mio primo romanzo, una storia di formazione sentimentale con risvolti di raffinato erotismo.

(Foto di Carmine Stellaccio)

“La ragazza dalle ali di serpente” pubblicato con Zoe nel 2007 ha avuto un grande successo, ti ha sopreso o ha confermato le tue certezze?

Mi ha sorpresa e, soprattutto, spaesata. Le prime presentazioni, le prime mail dei lettori, la prima recensione positiva. Queste conferme mi hanno dato la forza di continuare nel difficile percorso dell’editoria.

“La collezionista di sogni infranti” è una lenta discesa nell’incubo, nel magma oscuro che la paura genera. Per creare questo clima quasi claustrofobico utilizzi le tue stesse paure o è tutto invenzione?

A volte il processo comincia con la rielaborazione delle mie paure. Ma sono i protagonisti del romanzo che con la loro personalità finiscono per contagiare la mia fantasia. A volte è la vita che mi circonda ad ispirarmi.

Ti piacciono i romanzi gotici di fine ottocento? Ti hanno ispirato le opere di Poe o di Lovecraft o le atmosfere del Frankenstein di Mary Shelley?

Adoro quelle atmosfere! Spesso rileggo Poe e Lovecraft; non smettono mai di sorprendermi. Frankenstein mi strappa sempre una lacrima, ma non ditelo in giro (sorride).

C’è molta sensualità e forza nei tuoi libri, sei conscia di trasmetterla o è un meccanismo del tutto involontario?

È un meccanismo involontario. Leggendo le mail dei miei lettori, spesso rimango colpita dalle emozioni che mi descrivono, scaturite dalla lettura, e rimango profondamente emozionata. È come se uno specchio me le regalasse, arricchite.

In una tua recente intervista apparsa sui giornali affermi di raccontare l’anima “noir” di Modena; che rapporto ti lega con la tua città?

Modena la sto imparando a conoscere negli ultimi anni. Mi consideravo una bolognese d’adozione. Modena, come Bologna, ha un’anima gotica che impari ad amare perdendoti tra le sue vie.

Caso molto raro tu scrivi sia racconti che romanzi, quale dei due generi ti riesce più facile scrivere e personalmente perché pensi che in Italia sia così difficile pubblicare libri di soli racconti?

Amo scrivere sia romanzi, che racconti; dipende molto dalla storia che voglio raccontare. Non so perché sia difficile pubblicare raccolte di racconti in Italia, io le leggo più che volentieri. Tra i miei libri preferiti c’è “Racconti dell’orrore” di Edgar Allan Poe, ma forse cito un classico ed è troppo facile.

Hai vinto numerosi premi letterari: Mario Casacci nel 2006 e nel 2007, Orme gialle nel 2009 e il Gran giallo città di Cattolica nel 2007. Nel 2008 con “La collezionista di sogni infranti” sei risultata finalista nella cinquina del pubblico al Premio Scerbanenco. Oltre che premiata dal pubblico sei anche apprezzata dalla critica, che effetto ti fa? Quale è la recensione più bella che hai ricevuto?

Ricevere apprezzamenti sprona a proseguire con determinazione. Inoltre i consigli degli esperti aiutano a migliorarsi, ma presto attenzione anche alle riflessioni dei miei lettori. Non ho una recensione preferita, ma molte frasi preferite che ho letto e riletto fino a impararle a memoria; le recito a me stessa nei momenti di sconforto.

Quanto il cinema influenza la tua scrittura? Ti piaciono i film noir americani degli anni 50 pieni di personaggi belli e complessi ma immersi in un’aura quasi maledetta?

Il cinema influenza tantissimo la mia scrittura. Quando scrivo procedo a visioni, come se un film mi scorresse davanti. Adoro i film anni 50; quando sono giù di corda me li riguardo e mi ricaricano. “La morte corre sul fiume” è uno dei miei film preferiti di sempre. Love. Hate.

Che libro stai leggendo attualmente e dimmi se c’è un esordiente che ti ha particolarmente impressionato?

Il libro che sto leggendo ora è proprio di un’esordiente: Malinda Lo. Si tratta di “Ash” (Elliot) una rivisitazione arguta della fiaba di Cenerentola.

Barbara Baraldi (foto di Mirella Malaguti)Dal 4 febbraio è in edicola per il Giallo Mondadori “Bambole pericolose”. Vuoi parlarcene?

“Bambole pericolose” è ambientato in una Bologna gotica e oscura. La protagonista è Eva, antieroina seducente e pericolosa che uccide per un ideale. E poi ci sono combattimenti clandestini, amore e odio, tradimenti e la luna piena, che scandisce gli incontri come ancestrali riti di sangue. C’è voluto tempo e dedizione per prepararmi sulle tecniche di combattimento. Ho frequentato,  ma solo da spettatrice, un corso di kick boxe, e assistito ad alcuni incontri.  Passione che del resto coltivo da anni. Adoro l’atmosfera del ring e ho imparato tanto, documentandomi per questo libro, anche a livello umano. (Foto di  Mirella Malaguti)

Stai lavorando ad un nuovo libro? Puoi anticiparci qualcosa?

Posso anticiparvi il titolo della mia prossima uscita: “Lullaby, la ninna nanna della morte”. Uscirà a marzo nella nuova collana Torpedini per i tipi di Castelvecchi. È un noir avvolgente, e una struggente melodia fa da sottofondo a un incubo da cui è impossibile svegliarsi.

Grazie Barbara.

Grazie a voi per avermi ospitata nel vostro sito.(sorride)

:: Patrizia Catenuto intervista Jonathan Anthony Burkett

5 febbraio 2010

Jonathan_Burkett_9_-238x250Chi e Jonathan Burkett?

Il mio nome è Jonathan Anthony Burkett e sono nato 1 febbraio 1987, io sono un giovane scrittore, e poeta. Mi piace scrivere racconti e poesie. Ho intenzione di diventare un giorno un attore.

Vuole parlarci dei suoi libri?

Sì mi piacerebbe condividere con voi  tutti i miei libri tuttavia al momento attuale sono ancora in cerca di una società editrice che li pubblichi.

Dove trova ispirazione per i suoi libri?

Sono stato ispirato a scrivere i miei libri da molte persone nella mia vita, per lo più dai miei nonni e dalle famiglie che mi hanno aiutato nella vita, mentre io vivevo per la strada ad un età giovanissima mi dicevano di  non mollare mai, non importa quali ostacoli  si incontrano nella vita bisogna ricordarsi sempre che  Dio è un padre orgoglioso dei suoi figlii. Ho scelto di condividere la mia storia con la gente per mostrare che non sono l’unico che stia attraversando un periodo difficile nella vita, anche se  una volta ho sentito che la mia vita è stata peggiore di molte altre tuttavia, se si prende una  ferma presa di posizione in tutto si vedrà la vittoria alla fine di tutto questo.

Ha mai pensato di fare tradurre i suoi libri in altre lingue?

Sì, ho intenzione di far tradurre i miei libri in diverse lingue.

Da quanto tempo  scrive?

Scrivo da 2 anni, però ho iniziato a scrivere poesie sin da quando avevo 8 anni

Le piacerebbe parlare con noi del luogo in cui vive?

Sì mi piacerebbe parlare con chiunque in qualsiasi momento.

Sta lavorando a qualche altro progetto, ha un libro nel cassetto?

Sì ho un libro su cui sto attualmente lavorando.

E ‘facile per lei  pubblicare i suoi libri?

No, non è facile trovare una casa editrice professionale a causa della quantità di concorrenza che c’è là fuori al giorno d’oggi, ma avere fede e non rinunciare vi guiderà attraverso la strada giusta.

Oltre a scrivere cosa fa?

Io amo gli sport e ho intenzione di essere un uomo d’affari nel futuro.

Le piace l’Italia? E’ mai venuto in Italia?

Sì mi piace, ho sentito molto parlare dell’Italia e mi piacerebbe visitare il vostro paese un giorno perché ho sentito che la gente è molto gentile e affabile.

Ha qualche sito dove potremmo conoscerla meglio?

Sì, è possibile visitare il mio sito http://www.jonathanburkett.com per saperne di più su di me. Spero di poter pubblicare presto i miei libri in Italia e farmi conoscere dal pubblico italiano.