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Intervista a Carolina De Robertis a cura di Cristina Marra

16 settembre 2010

tn_200_300_la-bambina-nata-due-volteAutrice di racconti e traduttrice pluripremiata, Carolina De Robertis esordisce come scrittrice con “La bambina nata due volte” (Garzanti, pag.447 euro 18,60) un romanzo che attraverso tre generazioni di donne racconta le vicende storico-sociali sudamericane. Cresciuta in Uruguay e di origini italiane, De Robertis vive in California ma mantiene forte il suo legame con la terra della sua infanzia a cui dedica il romanzo “è la mia lettera d’amore all’Uruguay, e il viaggio per scriverlo mi ha riportato al cuore del mio retaggio familiare”. Nel romanzo c’è tanto della sua famiglia e sono numerosi i personaggi e le situazioni tratte dalla sua vita e dai suoi incontri  in Uruguay. Pajarita, Eva e Salomè sono le tre protagoniste, donne forti, donne speciali che lottano per i loro ideali e per  le loro passioni. Da Montevideo a Buenos Aires a Cuba, le storie delle tre donne si intrecciano con i cambiamenti di un continente in continuo fermento.

 

Carolina, hai scritto il romanzo in otto anni. Mi racconti com’è stato il tuo lavoro di ricerca?

“Ho fatto tantissime ricerche dal primo anno all’ultimo, sempre esplorando, imparando e immergendomi totalmente nel lavoro. Ho letto molti libri, ho studiato vecchie fotografie ed ho ascoltato i racconti della tradizione orale e poi ho camminato per le strade assorbendo sguardi, odori, suoni ed emozioni”.

Quanto sono importanti i colori, gli odori e i sapori nel romanzo?

“ Mentre scrivevo il libro mi sforzavo di includere tutti i cinque sensi per quanto potessi. Spesso gli scrittori si fermano a dettagli visivi o fonetici, ma è importante e utile riuscire a riportare anche tutto il resto, i profumi, tessuti, aromi, gusti di quel mondo che narriamo. Realizzare questo  era importante soprattutto per me perché stavo scrivendo un romanzo storico e volevo trasportare me stessa e il lettore in un altro tempo e in un altro spazio”.

Dedichi il romanzo all’Uruguay. Quanto conta l’ambientazione nel tuo libro?

“Moltissimo. È profondamente importante. Per me, Montevideo e la nazione dell’Uruguay  sono dei veri e propri personaggi. A livello personale il romanzo per me rappresenta una lettera d’amore all’Uruguay.”

Le tre protagoniste sono donne determinate e coraggiose. I personaggi femminili sono più forti di quelli maschili?

“ Non vedrei questa distinzione. Tutti i personaggi hanno i loro difetti, pregi ed esperienze che caratterizzano i loro ruoli in modo differente.

Carolina-lettrice. Che ami leggere?

“Amo leggere qualsiasi cosa ma in particolare romanzi. Quest’anno mi è particolarmente piaciuto “Il mio nome è rosso” di Orhan Pamuk e “l’Odissea” di Omero”.

:: Recensione di La formazione culturale di Antonio Gramsci 1910-1918 di Michele Marseglia

16 settembre 2010

marsegliaNel solco della rinascita dell’interesse per gli studi gramsciani va inserito il saggio di Michele Marseglia La formazione culturale di Antonio Gramsci 1910- 1918, opera notevole che pur nella sua essenzialità e brevità getta uno sguardo su quel periodo delicato e fondamentale in cui  si formarono le basi del pensiero non solo culturale, ma più nello specifico filosofico e politico del celebre pensatore di Ales. Ricostruire la genesi e gli sviluppi del pensiero gramsciano si preannuncia un’ impresa complessa se non titanica ma Marseglia con una lucidità di pensiero e una precisione concettuale di prim’ordine si addentra nella materia e la padroneggia con l’onestà intellettuale dello studioso e nello stesso tempo la vivacità dell’appassionato, non a caso il saggio è risultato vincitore alla XI edizione del prestigioso premio Gramsci  conferitogli dall’ Associazione Casa Natale Gramsci. Filologicamente ineccepibile, il testo di Marseglia, attraverso l’ analisi critica e comparativa delle fonti e la correttezza delle metodologie di indagine giunge ad un livello di analisi così accurato e chiaro da essere comprensibile a tutti pure a coloro che si avvicinano per la prima volta allo studio di queste tematiche. Il saggio si divide in tre capitoli: Gramsci e il sardismo, il garzonato universitario e Gramsci tra positivismo, idealismo e marxismo. Con chiarezza espressiva e una trattazione completa e approfondita inizia ad analizzare la formazione scolastica di Gramsci al liceo Dettori di Cagliari e i suoi primi scritti tra cui il bel saggio scolastico intitolato Oppressi e oppressori in cui è già evidente la precisa dirittura politica del giovane Gramsci e le sue componenti civili e morali. Già in quest’opera inesperta e per molti tratti ingenua sono visibili le caratteristiche di originalità e di interpretazione critica e soggettiva che pongono lo studio ben al di sopra di un semplice scritto scolastico. Certamente bisogna aspettare il periodo universitario torinese per trovare le prime espressioni complete del pensiero gramsciano della sua formazione, ma già nel periodo sardo  sono presenti quei germi e quelle radici che caratterizzeranno tutto il suo pensiero successivo. Marseglia analizza e compara tutti gli scritti giovanili e con intuizioni decisamente originali apre nuove ipotesi di studio e getta una nuova luce su quelle problematiche a lungo trascurate o del tutto ignorate. Interessante è il risalto che l’autore da all’influenza di Salvemini nella formazione culturale e politica del giovane Gramsci e al suo avvicinarsi al socialismo “contadino” e alla sua interpretazione della questione meridionale. Questa ultima tematica è strettamente legata al sardismo di Gramsci ovvero a quel preciso stato d’animo “intriso di patriottismo locale e di risentimento polemico contro i continentali”che lo porterà a intraprendere una vera e propria lotta contro il governo centrale per difendere gli interessi e l’indipendenza della sua isola. Durante il periodo universitario, il fermento intellettuale, la vicinanza con illustri professori capaci di grande erudizione ma anche di trasmettere un più vivido insegnamento umano, tutto contribuisce a spingere Gramsci ad intraprendere un serio studio delle condizioni economiche, sociali e politiche del suo periodo. Si appassionerà per esempio alla glottologia, farà il suo esordio nel giornalismo scrivendo sul Corriere Universitario, verrà influenzato dall’idealismo e infine si avvicinerà a Marx. L’ intransigenza morale, la curiosità intellettuale e lo spirito critico che accompagnano Gramsci sin dagli anni giovanili sono le fondamenta stesse del suo pensiero a capendo questo si potrà fare poi meglio comprendere gli scritti dell’età matura.

La formazione culturale di Antonio Gramsci (1910-1918)  Michele Marseglia Editore Aracne, pagine 200, brossura, anno di pubblicazione 2010, prezzo di copertina Euro14,00 

Michele Marseglia, Avvocato,  Funzionario di  Trenitalia , è nato a Frattamaggiore il 5 agosto 1952, Consigliere comunale 1978-1981  e segretario della locale sezione dell’ex Pci nel 1978. E’ laureato , oltre che in Giurisprudenza,   in Filosofia presso la Facoltà di Lettere e Filosofia presso l’Università  degli Studi di Napoli Federico 2° ed ha conseguito l’abilitazione all’insegnamento  in Filosofia e scienze dell’educazione.

Questo post è presente anche sul portale di commenti e news letterarie Imieilibri.it : http://www.imieilibri.it/?p=3275

:: Intervista con Davide Rondoni a cura di Nicoletta Scano

15 settembre 2010
Nei quattro giorni dedicati dalla città di Pavia al Festival dei Saperi si è  parlato del concetto di "Libertà". Un bellissimo incontro con l'autore, il poeta Davide Rondoni, si è tenuto domenica pomeriggio, giornata di chiusura. In una conversazione multicentrica si è discusso non solo di cosa sia la libertà  e di quanto questa significhi per un artista, ma dell'idea del tempo, del canto trentatreesimo del Paradiso di Dante e dell'opportunità dei metodi d’insegnamento della letteratura nelle scuole italiane. Della didattica tratta infatti l'ultima opera pubblicata dall'autore, un pamphlet pubblicato da Il Saggiatore da pochissimi giorni (Contro la letteratura. Poeti e scrittori. Una strage quotidiana nella nostra scuola), ove Rondoni si interroga sul perché i ragazzi italiani manifestino un sempre più allarmante distacco e disinteresse per la lettura. Questione annosa questa, ma trattata in modo poco retorico e molto concreto dal poeta, il quale al termine di una appassionata indagine del problema, senza risparmiare critiche agli insegnanti che impongono infinite letture obbligate senza saper trasmettere l'amore per un'arte ingabbiata in troppa teoria, lancia una proposta di riforma dell'insegnamento che può apparire come una provocazione: dato che la letteratura è indispensabile ma nessuno lo sa, per renderla davvero necessaria si deve scommettere sulla libertà rendendo facoltativo l'insegnamento della letteratura nella scuola italiana. Restituire la libertà ai ragazzi potrebbe permettere loro di tornare ad essere amanti della parola scritta, offrendo loro l’opportunità di apprezzare quella libertà che per Rondoni non significa incoscienza ma la capacità di non subire condizionamenti, anziché finire per disincentivare il loro interesse nel tentativo di renderli esperti o tecnici della materia. Immancabile la domanda sullo spirito religioso che molto spesso etichetta l'autore come "poeta cattolico": ancora una volta Rondoni offre il proprio punto di vista sull'argomento, osservando che essere cattolico, lungi dall'essere un ostacolo alla creatività, porta ad un'attenzione esagerata verso l'umanità. Disancorandosi da un'etichetta usata troppo spesso con intenti vagamente diminutivi e riagganciandosi al tema della giornata, la libertà, aggiunge che il Cristianesimo è l'unica religione che ponga al centro della propria essenza il libero arbitrio, dando valore al Credente in quanto uomo che decide, che perpetua nella sua scelta quotidiana il proprio atto di fede, senza che possa prevalere l’idea di sottomissione al divino. Gli ultimi minuti vengono dedicati alla lettura di alcune liriche tratte dalla raccolta edita da Mondadori nel 2008 Apocalisse Amore. Davide Rondoni ha fondato e dirige il Centro di Poesia Contemporanea presso l'Università di Bologna, ha pubblicato numerose raccolte di poesia, tradotte e apprezzate in tutto il mondo. Cura le collane di poesia de Il saggiatore e di Marietti, ha tradotto fra gli altri Rimbaud, Péguy, Dickinson e Baudelaire. Dirige la rivista di poesia e arte ClanDestino, conduce programmi televisivi dedicati alla poesia (Stupormundi, Parolà, Antivirus), è stato consulente Rai per la Fiction. Collabora abitualmente in occasioni di readings di suoi testi o di scelte da lui curate con i migliori attori del teatro italiano (tra gli altri, Iaia Forte, Franco Branciaroli, Sandro Lombardi) e con musicisti come Lucio Dalla, Eugenio Finardi, Morgan e altri. E’ direttore artistico del festival DANTE09 a Ravenna ed editorialista di Avvenire, de Il Tempo e de Il Sole24 ore.  

Benvenuto Davide Rondoni su Liberidiscrivere e grazie per aver accettato di rispondere alle mie domande. Lei ha cominciato a scrivere all'età di otto anni. Ha pubblicato una raccolta di poesie, La frontiera delle ginestre, giovanissimo. Come descriverebbe il suo rapporto con la lirica? Ha iniziato a scrivere per vocazione o ‘per avventura’? Diventare poeta era il suo sogno d'infanzia?

Non immaginavo lontanamente cosa sarebbe stata la mia vita. Non esiste una vita da poeta. Quando feci il primo libro non mi aspettavo se non di impegnarmi seriamente in questa strana passione ossessione obbedienza entusiasmo che è la poesia. Il mio rapporto con la poesia? Sono un cane che abbaia contro l'infelicità. La poesia è il morso della vita nel cuore, e la delicatezza del mistero dell'esistente. 

Parlando di approccio alla scrittura e alla lettura, e considerato il suo punto di vista circa la difficoltà dei ragazzi ad innamorarsi della letteratura, ci sono degli autori o delle opere che hanno rappresentato per lei, soprattutto nella giovinezza, una fonte di ispirazione?

Mi innamorai di Baudelaire, Rimbaud e altri poeti assoluti. Poi ne sono venuti tanti…maestri vicini e lontani. Ma uno si interessa alla poesia se è interessato alla propria avventura umana, non alla letteratura. I libri interessano di per sé solo pochi bibliofili o amanti dell'intrattenimento letterario. A meno che la indagine, la passione e la ferita per la vita non ti spingano a cercare nelle parole di uomini che hanno messo a fuoco la propria vita cose che parlano alla tua esperienza. Così vennero Luzi, Testori, Bigongiari e altri maestri, frequentati e studiati. Ma se scrivi un'altra volta "approccio", non risponderò mai più a una tua intervista! 

La accontento e mi impegno solennemente a non usare più questo verbo quando mi rivolgo a lei! 

Ha un sito Internet molto aggiornato e ricco di contenuti (www.daviderondoni.com): quale opinione ha dei nuovi canali di informazione, di Internet e delle nuove possibilità di fruizione dei testi e delle opere? Ci sono riviste, blog o siti di informazione letteraria che segue?

Cambiano i supporti, non l'esperienza della poesia. Una volta si scriveva su pergamena ora su aria elettronica. Di per sé il supporto non rende la poesia né più bella né più moderna, solo i babbei lo credono. Sì certo, ci sono condizionamenti nella nuova situazione: il primo è l'illusoria facilità di pubblicazione/esibizione che rende più arditi coloro che invece dovrebbero attendere un po' di più e lavorare meglio. Mi arrivano tante cose via mail, sono aperto a ogni canale. 

Immagino che più  volte le sia stato chiesto di esprimere un’opinione sulla funzione della poesia. Più in particolare, vorrei sapere se ritiene che questa forma d'arte possa essere apprezzata ancora oggi da un vasto pubblico, fino ad essere riconsiderata un patrimonio di tutti, oppure se in qualche modo la poesia sia destinata a rappresentare una passione d’élite.

Sono contrario all'uso del termine e della categoria di "pubblico" per quel che riguarda la poesia. Si tratta sempre di una esperienza personale. E’ difficile da misurare in termini mercantili e sociologici. I poeti devono offrirsi. Il resto c'è, l'ascolto di tanti c'è. La poesia è già un bene comune. E finché ci sarà un uomo ci sarà la poesia e lo stupore della sua esistenza 

Concludendo questa breve intervista, approfitto del suo eclettismo e della sua personale cultura per chiederle qualche consiglio di lettura: vuole suggerire, a suo gusto, tre opere, una che racconti la passione, una che faccia riflettere sull'etica ed una che semplicemente ispiri l'anima?

Ah, bizzarra sei! Te ne consiglio tre che valgono per tutte e tre le cose: La strada di Mc Carthy. Vita di un uomo di Ungaretti. Hermann (mio, e scuso l'accostamento…).  

:: 5 domande a Ian Rankin

14 settembre 2010

Rankin_COLPOPERFETTOTraduzione a cura di Raffaella Marchese della redazione Longanesi

Grazie Ian e benvenuto su Liberi di scrivere. E’ per me un onore intervistare il padre dell’ispettore Rebus una delle voci più significative del poliziesco non solo europeo. Mi piacerebbe conoscere qualcosa su di te che non hai mai detto nell’interviste, qualche lato privato del tuo carattere. 

Dunque, cosa posso dire che non ho mai detto a nessuno… sono ossessionato dall’idea di avere tutto sotto controllo. Sono una specie di “control freak”. Voglio fare tutto da me: e-mail, telefonate, andare in posta. Non ho mai voluto una segretaria che sbrigasse le cose pratiche al mio posto. Quando vado a fare la spesa mia moglie è terrorizzata perché sistemo tutti i barattoli e le lattine con l’etichetta rivolta all’esterno. Pensa che io sia totalmente matto! 

Sei stato definito da James Ellroy "Il re incontrastato del giallo scozzese". Se dovessi descrivere il panorama del “Tartan noir” quali autori apprezzi di più e cosa vi caratterizza e vi differenzia dal restante poliziesco nordico?

Quando ho iniziato a scrivere crime fiction non c’erano molti scrittori scozzesi. Ora siamo in molti. C’è Chris Brookmyre, Denise Mila, Val McDermid, Allan Guthrie, tutti scrittori che amo molto. C’è sempre stata una tradizione in Scozia legata al Gothic Psychological Novel e anche oggi, nei gialli, c’è una certa predilezione per l’oscurità, la cupezza. Il che ci avvicina agli scrittori scandinavi forse. In Inghilterra è più tipico il detective gentiluomo, la vecchia signora arguta, l’assassinio senza sangue. Il tutto magari si svolge in un tipico villaggio inglese dove si gioca a cricket la domenica. L’equivalente scozzese è ambientato in un paesaggio fortemente urbanizzato ed è caratterizzato da un forte realismo sociale. 

Edimburgo è per te più  di una città, ma un vero e proprio personaggio con pregi e difetti, umori e umanissime debolezze. La luce di Edimburgo deve avere qualcosa di magico. Cosa ami di più della tua città e cosa te la rende così speciale tanto da ambientarci frequentemente le tue storie?

Non sono cresciuto a Edimburgo. Ho iniziato a viverci a 18 anni, da studente. Vivendoci volevo però capire questa città, le sue contraddizioni e allora ho cominciato a scrivere e continuo a farlo, è un processo ancora in corso. Edimburgo è una città molto strana, misteriosa, ancora oggi non l’ho capita. Sembra conservare dei segreti. Ci sono castelli, musei, opere d’arte, ogni volta che la visiti si sente il senso del passato, ma non si riesce mai a conoscere bene la superficie, il presente. 

In un colpo perfetto tuo nuovo romanzo in uscita in questi giorni in Italia per Longanesi interrompi la serie di Rebus e ci presenti una banda un po’ bizzarra di aspiranti delinquenti alle prese con il colpo che dovrebbe cambiare la vita. Com’è raccontare il crimine dal punto di vista di chi lo compie? Ti sei divertito in questa nuova veste narrativa?  

È stato molto molto divertente perché i personaggi, la storia sono molto diversi da quelli cui ero abituato, dalla serie su Rebus intendo. Sono uomini d’affari, sono ricchi, colti e annoiati e pensano che la rapina sia una cosa entusiasmante da organizzare, una sfida che valga la pena. Il problema sorge quando il furto viene portato a termine. Da quel momento la loro vita cambierà completamente. 

Rebus tornerà? Attualmente stai scrivendo un nuovo capitolo della sua serie ? Parlaci dei tuoi progetti futuri.

Rebus tornerà, tranquilli. Ma non subito, non tra pochissimo. Ora mi sto occupando di una squadra speciale di poliziotti che esiste in Scozia, sono gli Internal Police Affairs. Sono poliziotti che si occupano di casi irrisolti e ho creato dei personaggi molto diversi, psicologicamente, da Rebus: loro seguono le regole, non le rompono. Scriverò 2 libri su questa serie. Poi forse Rebus tornerà: o da solo o a fianco di qualcuno dei personaggi di questa nuova serie. 

:: Recensione di Devozione di Antonella Lattanzi a cura di Valentino G. Colapinto

13 settembre 2010

Sul_Romanzo__Devozione_Antonella_LattanziDEVOZIONE di Antonella LATTANZI: 372 pp. in brossura, prezzo di copertina € 18,50 [Einaudi Stile Libero Big, 2010]

Esiste una ricca letteratura intorno alla tossicodipendenza. Si pensi a capolavori come “I Ragazzi dello Zoo di Berlino” di Christiane F., “Requiem per un sogno” di Selby Hubert jr o “Trainspotting” di Irvine Welsh. Mancava, però, nella letteratura italiana un romanzo che potesse paragonarsi a quelli succitati. Mancava fino a pochi mesi fa, perché Devozione di Antonella Lattanzi (Bari, 1979) è uno dei più bei libri mai scritti sull'eroina, nonché un capolavoro in assoluto e probabilmente il miglior esordio del 2010. Innanzitutto, è un libro che nasce da quasi cinque anni di lavoro di ricerca sul campo, alla “Gomorra”, durante i quali l'autrice si è finta tossicodipendente (senza provare però mai l'eroina, come avrebbe fatto invece, più o meno discutibilmente, un William T. Vollmann, ma non gliene facciamo certo una colpa, anzi!) e ha frequentato Sert, comunità di recupero, piazze di spaccio come Secondigliano o Scampia, mettendo a repentaglio la sua stessa incolumità fisica. Questa documentazione molto approfondita si unisce a una straordinaria capacità mimetica da parte della Lattanzi, che riesce a identificarsi completamente nei piccoli eroi di Devozione, travolgendo il lettore con un'ondata emotiva più unica che rara. Per rendersene conto, basta provare a leggere le prime pagine e ritrovarsi catapultati di colpo nel mondo feroce e frenetico degli eroinomani di oggi, ben diversi da quelli degli anni '80. Protagonista è Nikita, una ragazza della Bari bene, che – spinta dal ribellismo adolescenziale e dalla fascinazione per Christiane F. e Cesare di “Amore Tossico” di Caligari – si dà all'eroina, cominciando un percorso autodistruttivo che la porterà a vivere esperienze terribili e dolorose. Suo compagno è Pablo, uno studente universitario calabrese, che grazie al metadone riesce a continuare gli studi, a dispetto della sua tossicodipendenza, mantenendo così una parvenza di normalità. Insieme decideranno di rapire una ricca francesina, Annette, alla ricerca della sua prima pera nel quartiere delle stelle cadente, San Lorenzo, a Roma. Non vogliamo raccontare altro, per non rovinare la sorpresa al lettore. Basti sapere che a un intreccio romanzesco molto avvincente, ricco di colpi di scena, si affianca uno stile letterario davvero sapiente e maturo, sorprendente per una scrittrice così giovane, che va sicuramente tenuta d'occhio.

Valentino G. Colapinto 

:: Intervista con Alex Preston

11 settembre 2010

questacittachesanguinaCiao Alex. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Alex Preston?

Grazie per avermi invitato. Alex Preston è un giovane romanziere inglese che di recente è sfuggito ad una  terribile vita da banchiere. Ha una moglie splendida e due bei figli e vive a Londra. Scrive per un giornale di sinistra britannica chiamato The New Statesman e ha appena consegnato il suo secondo romanzo al suo editore inglese, Faber and Faber. Il suo primo libro, Questa città che sanguina, è stato un best-seller in Inghilterra e ha vinto il Spear’s Best First Book Award. Passo ora a smettere di riferirmi a me stesso in terza persona: mi suona molto pretenzioso.

Dove sei nato? Raccontaci qualcosa della tua infanzia.

Sono nato in Surrey, in Inghilterra. E 'appena fuori Londra. Ho vissuto un'infanzia felice che è stata crudelmente interrotta dal collegio all'età di tredici anni. Molti dei miei più cari ricordi d'infanzia sono in Italia: la famiglia di mio padre aveva una casa appena fuori di Asti in Piemonte. Ho trascorso tutte le mie vacanze li in quelle bellissime colline.

Perché sei diventato uno scrittore?

Mio nonno, Samuel Hynes, è uno scrittore e professore di Letteratura Inglese all'Università di Princeton negli Stati Uniti. L’ ho sempre ammirato enormemente. Ho scritto per tutto il tempo che posso ricordare e penso che sia stata sempre come una sorta di omaggio a lui.

Parlaci del tuo esordio e della tua strada verso la pubblicazione.

Questa città che sanguina è la storia di un giovane uomo che tenta di farsi un’ esistenza nel materialistico e oscuro secolo ventunesimo. Charlie Galles frequenta università ad Edimburgo in Scozia e poi va a lavorare per un hedge fund nella City di Londra. Lui è innamorato di una ragazza francese, Vero, e ritiene che se può avere un enorme successo finanziariamente, egli sarà in grado di conquistarla. Poi i colpi della crisi finanziaria colpisce e  tutte le certezze di Charlie vengono eliminate. Il romanzo parla di come lui cerca di rialzarsi da terra e farsi una nuova vita. Mio nonno, ha scritto una grande opera critica, la generazione Auden, ed è stato pubblicato da Faber and Faber, nel 1979, anno della mia nascita. Ho chiesto al mio agente di inviare il mio romanzo solo a loro. Mi ha fatto piacere che l' abbiano accettato. Quindi un percorso indolore ed emotivo per la pubblicazione.

Chi sono i tuoi scrittori preferiti, europei o americani?

Roberto Bolano, WG Sebald, Georges Perec, F. Scott Fitzgerald, PG Wodehouse.

Dimmi qualcosa sul tuo paese, la tua città. Qual è il tuo background?

Il mio trisnonno era primo ministro d'Inghilterra: l'Earl Grey. Il nome del tè è in suo onore. Io vivo ora nel nord-ovest di Londra, vicino a Notting Hill.

Come hai avuto l'idea per il tuo primo libro, Questa città che sanguina edito in Italia da Elliot Edizioni?

Ero stato orribilmente annoiato dal mio posto di lavoro in finanza. Infine, quando la crisi ha colpito, mi sentivo al centro di qualcosa di veramente monumentale. Anche se qualcuno potrebbe pensare che il mondo della City sia troppo astratto, troppo noioso per un romanzo, infatti la straordinaria volatilità dei mercati azionari ha fornito un montaggio parallelo al boom emotivo.

Che tipo di ricerca hai svolto per il tuo primo libro?

Molto poca. Era un mondo che conoscevo molto bene.

È un romanzo sulla City con trama romantica? Perché hai deciso di scriverlo?

Non sto cercando di discolpare i banchieri. La maggior parte di loro erano persone terribili. Ma ho pensato che vederli solo come dei mostri non sarebbe giusto, poi potrebbero aiutarci a capire cosa è successo nel 2008. Volevo aprire le menti di questi personaggi, cercare di capire cosa li ha resi così. Mentre la stampa inglese ha naturalmente fatto uno enorme rumore circa gli elementi del romanzo che riguardano la City, è per me soprattutto una storia d'amore: la storia di un giovane, ossessionato da una ragazza e le cose folli che facciamo nella ricerca dell’ amore .

La crisi finanziaria del 2007 fino ad oggi è un tema importante del tuo libro. Ogni giorno giungono notizie allarmanti. È il materialismo del tuo personaggio principale conseguenza di questo?

Assolutamente. Egli è, in fondo, una brava persona, ma è stato orribilmente sfregiato dal materialismo del suo tempo. Il romanzo è incentrato sui suoi tentativi di rimpiazzare i comfort inconsistenti e deprimenti del materialismo con più autentiche esperienze di lunga durata.

I tuoi personaggi sono di fantasia, o molto spesso ti somigliano? Ci sono pezzi autobiografici?

Meno di quanto si possa pensare. Io non sono certo Charlie Galles. Forse c’è qualcosa di me nel suo amico Henry: un osservatore, sempre un po' scostato dal cuore delle cose.

Preferisci in un libro la descrizione del luogo, la descrizione di caratteri o i dialoghi?

Mi piace descrivere i luoghi, ma è soprattutto nel dialogo che si rivelano i personaggi di un romanzo.

Cos’ è per e il talento? Un regalo o un lavoro artigianale?

Un regalo che si deve trattare di tanto in tanto con tutta la serietà  che ci mettiamo quando facciamo le  dichiarazioni dei redditi o spacchiamo legna. E 'importante non farsi troppo prendere ad immagine un autore come un creatore divino.

Il tuo  scrittore debuttante preferito?

Salinger? Se si intendi uno recente, poi mi è piaciuto molto A Whole Wide Beauty di Emily Woof.

Ci sono progetti cinematografici tratti dal tuo libro?

Sì. E 'stato opzionato da Films Hartswood e sono attualmente in trattative con la BBC.

Che cosa stai scrivendo in questo momento?

Ho appena finito il mio secondo romanzo che sarà pubblicato alla fine dell'anno prossimo.

Racconta ai nostri lettori italiani qualcosa di divertente su di te.

Io gioco a calcio con l'attore James McAvoy (che era in Espiazione e L'ultimo re di Scozia).

Cosa stai leggendo in questo momento?

Haunts of the Black Masseurdi Charles Sprawson. Una storia meravigliosa di nuoto.

Hai un agente letterario?

Sì: Anna Power della  Johnson e Alcock.

Hai senso dell’umorismo? Dimmi una barzelletta famosa nella City.

Un uomo in abito da sera entra in un bar con un alligatore al guinzaglio.
"Servite i banchieri qui?" chiede.
"Certo", risponde il barista.
"Bene. Per me una birra e due banchieri per il mio coccodrillo, per favore."

Che cosa
è la libertà per te?

Camminare a piedi nudi nella sabbia con il mio bambino.

Come possono i lettori mettersi in contatto con te?

Tramite il mio sito web: http://www.alexhmpreston.com.

Vincitori II Concorso Letterario Nazionale ā€œGiri di paroleā€- Navarra Editore

10 settembre 2010

Si conclude oggi venerdì  10 Settembre 2010 la seconda edizione del concorso letterario nazionale “Giri di Parole – Io e gli altri” indetto dalla siciliana Navarra Editore, casa editrice specializzata in autori emergenti, e rivolto a racconti o romanzi inediti. Oggi, tra tutti i testi pervenuti, la giuria di qualità, presieduta da Beatrice Agnello e Gian Mauro Costa ha reso noti i nomi dei selezionati le cui opere saranno pubblicate nel catalogo della casa editrice. La premiazione dei vincitori avverrà a Palermo all’interno di un speciale evento organizzato dalla casa editrice a fine ottobre. Nei prossimi giorni la comunicazione dei testi segnalati anche dalle due giurie speciali: Giuria popolare di face book e Giuria giornalistica. (Nella giuria Facebook c'eravamo anche noi).

L'elenco dei vincitori per le due sezioni:

Vincitori Sezione a) Racconti

Il vincitore assoluto, primo classificato della sezione è  Marco Minnucci con “Il Baldacchino di uomini”.

Vincitori Sezione b) Romanzi 

La giuria indica come vincitore del concorso il romanzo “Pimmicella e la comunità” di Francesca Picone. 
 
 

:: Intervista con Elisabetta Bucciarelli

10 settembre 2010

bucciaBenvenuta Elisabetta su Liberidiscrivere e grazie per aver accettato la mia intervista. Come tradizione la prima domanda è dedicata alle presentazioni. Iniziamo da quello che so io di te: sei nata a Milano, oltre che scrittrice sei anche giornalista, ti sei diplomata in Drammaturgia presso il Laboratorio di Scrittura Drammaturgica del Piccolo Teatro di Milano, lavori per Booksweb.tv. Vuoi aggiungere qualcosa, magari qualche lato del tuo vissuto più privato?

Grazie a te Giulia per la tua attenzione. Amo il teatro e il cinema, vengo da lì. 

Un ricordo di Elisabetta bambina. Eri un maschiaccio o una bimba timida e introversa?

Ero estroversa e molto socievole. Poi la vita mi ha modificata. Tra i ricordi? Mia nonna paterna. E' stata lei a insegnarmi a raccontare storie.

La scrittura non è solo un mestiere ma è una vera e propria passione, per alcuni addirittura un male necessario. Come è nato in te l’ amore per la scrittura e soprattutto per  il noir genere che sembra particolarmente adatto alle tue corde?

L’esistenza del male mi angoscia. Il noir  mi permette di guardarlo da vicino, “per finta”. La scrittura c’è sempre stata, non ricordo un inizio.

Hai pubblicato fino ad oggi numerosi  romanzi: Happy hour, Dalla parte del torto, Femmina de luxe, Io ti perdono e il bellissimo Ti voglio credere. Raccontaci per ognuno di essi una frase che lo caratterizza.

Il primo è acerbo e nervoso, con una rabbia ingenua. Dalla parte del torto è barocco nel linguaggio e racconta più storie (forse troppe) che hanno un peso specifico molto alto (un paio si sono avverate negli anni successivi, mi fa paura a volte). Femmina de luxe è un libro a cui sono molto legata, crudele  e sincero. Io ti perdono è un concentrato emotivo, ho lavorato sulla scrittura per renderla tagliente e fastidiosa, così come la storia, difficile  ma  intensa. Ti voglio credere sta iniziando a vivere adesso, l’onda lunga di Io ti perdono continua e non gli sta lasciando lo spazio che si merita  (sorride) . Non so ancora cosa ho scritto davvero. Le mie intenzioni erano di lavorare sulla differenza tra verità e giustizia. Ma i pareri che mi arrivano dicono anche altro.  

Io ti perdono si è aggiudicato la Menzione speciale della giuria al Premio Scerbanenco 2009. Il tema del perdono è un tema molto forte che ha radici profonde. Pensiamo solo alle vittime del terrorismo, ai genitori che vedono il proprio figlio falcidiato da un pirata della strada. Il perdono è davvero lo strumento migliore per essere veramente liberi? Perché è così difficile perdonare?

Per il mio personaggio, Maria Dolores Vergani, perdonare è persino impossibile. Però lei, che è una donna normale, non vendicativa, senza rabbie represse sconosciute, ma normalmente al centro di torti inflitti e subiti, decide di non scartare mai nessuna possibilità di cambiamento. La sua vita puo’ e deve migliorare. Quindi vuole capire cosa significhi il perdono per chi lo “pratica” quotidianamente. Un prete pedofilo con una comunità omertosa intorno. Un crimine senza scampo contro la purezza e il candore. L’ipocrisia del quotidiano, che alimenta tanti rapporti di coppia.  

Dolores Vergani è un personaggio complesso e sfaccettato una donna dall’apparenza molto forte ma con un cuore fragile e sensibile. Ti riconosci in lei o è solo frutto della tua fantasia?
S
ono esattamente il contrario. All’apparenza fragile e insicura, ma in realtà molto forte e determinata.(Anche la Vergani si sta rafforzando, però J) In un paio di cose invece siamo simili: detestiamo la guerra e la violenza, gratuita o fintamente motivata. Non è per carità cristiana ma per profondo senso civico. E non ci piacciono gli opportunismi. Le cose si fanno perché si ha il piacere di farle, non per avere qualcosa in cambio.

Proust assaggiando una madeleine si sentiva travolto dai ricordi. Quale senso evoca di più in te la memoria e la creatività: il gusto, il tatto, l’odorato, la vista?

Ho la sfortuna di avere un olfatto molto sviluppato. Le cose brutte sono legate a questo senso. Le belle, invece, alla vista.

C’è qualcuno che ti ha particolarmente aiutato anche solo con consigli e incoraggiamenti all’inizio della tua carriera che vuoi ringraziare?

Ti dirò che all’inizio non mi ha aiutato proprio nessuno. Non sono abituata a chiedere. E’ stata dura ma le soddisfazioni, dicono, siano maggiori. Dal secondo libro in poi ho cominciato a incontrare persone che hanno apprezzato il mio lavoro e di conseguenza hanno creato consenso e opportunità nuove. L’elenco è lunghissimo, ho provato a farlo ma avrei riempito una cartella solo di nomi e cognomi. Posso dire, però, che per la maggior parte sono donne e di questo sono molto felice. Adesso che ci penso un nome lo faccio, la mia insegnante di Italiano del Liceo Donatelli. Si chiamava Miranda Carrea, sto cercando di rintracciarla in tutti i modi ma non ci riesco… chissà mai che qualcuno dei tuoi lettori la consca…

Quanto l’ambientazione influisce sulla creazione dei tuoi personaggi? Ti senti legata ai luoghi. Quale ti fa sentire di più a casa?

Ogni luogo che racconto ha con me un rapporto speciale. Non ho sempre vissuto a Milano, ma è la mia città e non la scambierei con un’altra. Ma anche la Valle d’Aosta, Cefalù, Roma, Torino e Ancona hanno un posto privilegiato nella mia vita.

Hai vinto numerosi premi letterari l’ultimo in ordine di tempo il premio prestigioso premio Fedeli quest’anno. Che esperienza è stata? Ti emozioni sempre come se fosse la prima volta?

I premi sono un’occasione promozionale. Se vinci o arrivi in finale è bello. Non mi piace quando lo scrittore deve fare spettacolo sul palco. Quel tipo di emozione non mi rende felice. Assistere alle votazioni in diretta, per esempio. Abolirei questo meccanismo a vantaggio di premiazioni che riconoscano le differenze dei libri e dei gusti del pubblico. Per esempio oltre a un primo classificato, assegnerei agli altri finalisti un alloro per la trama, uno per stile, uno per i personaggi… così sarebbero tutti ugualmente presenti per lo show e finalmente si parlerebbe dei libri e dei loro contenuti, più che delle performance di chi li ha scritti. E servirebbe anche allo scrittore, per valutare i punti di forza e di debolezza del suo lavoro.

Parliamo del tuo processo di scrittura. Come passi dall’idea imbastita ancora solo nella mente alla prima stesura del romanzo. Sei una perfezionista, rivedi molte volte il testo prima di considerarlo la stesura definitiva?

Lavoro tanto, con istinto e costanza. Ma solo dopo aver lasciato a lungo nel pensiero l’idea, magari dei mesi (anche degli anni).

So che sei una lettrice instancabile. Cosa ami leggere di più nel tuo tempo libero? Quali sono i tuoi autori preferiti? Cosa stai leggendo in questo momento? 

In questo momento ho appena finito di leggere Tutti gli uomini sono bugiardi, di Alberto Manguel (Feltrinelli). Le mie autrici culto sono Simone de Beauvoir e Clarice Lispector. Leggo molta poesia, cartacea e in rete. E saggi filosofici che qualche amico fissato mi consiglia a seconda del periodo emotivo che sto attraversando.

Nel panorama letterario italiano c’è un esordiente che ti ha particolarmente colpito per originalità , contenuti, coraggio? 

Il coraggio degli esordienti (quelli veri, non quelli autopubblicati o a pagamento…) mi colpisce sempre tanto. Sono carne da macello in questo momento, quindi sto dalla loro parte a prescindere da quello che scrivono.

Definiscimi cosa è per te l’amore? Sei una donna romantica?
Siccome sono molto romantica, tengo Psiche lontana da Amore e mi sembra una buona strategia.

So che il  teatro è un tuo grande amore. Hai collaborato alla stesura di diversi testi teatrali e cinematografici. In cosa scrivere per il teatro differisce dallo scrivere un romanzo?

Il teatro ha la forza del gesto che sostituisce le parole e l’emozione fortissima del rapporto diretto con il pubblico. Il libro è un tango a due, pieno di silenzi.

Hai pubblicato oltre ai romanzi anche due saggi Io sono quello che scrivo. La scrittura come atto terapeutico e Le professioni della scrittura. Come trasformare una passione in un lavoro di successo. Come ti sei documentata per la stesura di questi libri?

Li ho scritti dopo aver lavorato per dieci anni con un gruppo di malati di mente cronici e di portatori di handicap psicofici. La scrittura, per molti di loro, era l’unico canale espressivo. Ho iniziato a condurre corsi di scrittura prima ancora di pubblicare. Corsi strani,  avventurosi. Tipo: “Sai come iniziano ma non come finiscono”. Nel primo libro c’è parte di questa esperienza. Nel secondo invece c’è la mia attesa di pubblicazione. Mentre aspettavo l’uscita di Happy Hour ho provato a chiedermi cosa avrei potuto fare con la scrittura se l’editoria non mi avesse accolto. Per questo il libro è dedicato a tutti coloro che sanno scrivere ma non raccontare.

Progetti per il futuro?

Sto cercando di vivere il presente. Che è intenso, estetico e molto stimolante.

Grazie Giulia per la tua intervista e grazie a i lettori del tuo blog.

Grazie a te Elisabetta è stato un piacere.

:: Recensione di ā€˜I love mini shopping’ di Sophie Kinsella a cura di Nicoletta Scano.

10 settembre 2010

iloveminishopping1Okay. Niente panico. Ho la situazione sotto controllo. Sono io, Rebecca Brandon (nata Bloomwood), l'adulta. Non la mia bambina di due anni. Il problema è che non so bene se lei se ne renda conto. "Minnie, tesoro, dammi il pony." Cercò  di assumere un tono pacato deciso, come quello che ha Tata Sue in televisione.’

Una delle prime scene raccontate dall'autrice, giunta al sesto capitolo delle divertenti vicende di Becky Bloomwood, l’inimitabile e ormai leggendaria shopaholic famosa in tutto il mondo per le sue strampalate avventure tra centri commerciali, carte di credito, debiti ed esilaranti trovate che la salvano sempre ad un passo dall’inevitabile caduta libera nel baratro finanziario in cui riesce a catapultarsi in ogni episodio, fa il verso alle precedenti peripezie, richiamando l'apertura del primo episodio di questa saga moderna e divertente, tutta al femminile. Ma questa volta non è solo la bizzarra protagonista a creare pasticci, ad essere al centro di situazioni imbarazzanti e a stupire il lettore suscitando il sorriso, ma la sua piccola figlia di due anni che, nemmeno a dirlo, sembra aver ereditato dalla mamma l'amore per l'acquisto e la passione per i guai. Questo romanzo, come i precedenti cinque, è un inno al buonumore, una cordiale presa in giro che coinvolge un po' tutte le donne di oggi, fatalmente attratte dalle shopping, sbadate, forse ingenue ma in fondo sognatrici e generose, alle prese con le sfide della vita quotidiana, con la creazione di una famiglia, con l'amore e le difficoltà economiche. I critici possono anche storcere il naso, ma se pensate, come la sottoscritta, che la lettura debba essere anche uno svago, questo libro, come tutte le altre opere di Sophie Kinsella, è un garbato capolavoro di umorismo, una creazione leggera ma intelligente, che regala alle lettrici l'opportunità di ridere sui piccoli difetti comuni quasi tutte le donne, filtrandoli attraverso la sconcertante, vulcanica ed inattesa personalità della protagonista. Confermando la tendenza già mostrata nella sua penultima opera edita in Italia da Mondadori, ‘La ragazza fantasma’ (2009), l'autrice posa il suo sguardo anche sulle difficoltà emotive ed affettive delle famiglie moderne, raccontando con delicatezza i contrasti generazionali, le tensioni tra genitori e figli che non riescono a riconciliare un passato di separazione e mostrando una particolare predisposizione a suscitare il desiderio di un'armonia familiare del tutto moderna e sfrondata dalla retorica, ma pervasa da buoni sentimenti. Non si tratta di un libro imperdibile, ma questa è un'opera che non inganna il lettore, che è scritta per far sorridere ed intrattenere, obbiettivo che centra pienamente, presentandosi come un prodotto perfettamente confezionato, di qualità, di certo adatto per chi voglia prendersi una pausa e liberare la mente senza abbandonare un pizzico di autoironia.

:: Recensione di Senza traccia di David Levien

9 settembre 2010

senza-traccia-2806144Strano detective Franck Behr, faccia rubizza, baffoni cespugliosi, naso schiacciato, massiccio, con le mani grosse come mattoni, ex poliziotto decorato, ora investigatore privato pronto a rovistare nella spazzatura per togliere dai guai il “Tribune” in causa per un articolo diffamatorio. Ecchecavolo si deve pur vivere, mica si può fare sempre gli schizzinosi. Franck Behr non ĆØ un santo, certo quando era in polizia… giĆ  altri tempi, altra vita, quasi fossero passati miriadi di anni, prima dei rapporti di scarsa efficienza, prima delle ordinanze di retrocessione di grado, prima che diventasse un paria, prima che tutto andasse a puttane. Ma ĆØ la vita. Si tira su col naso e punto e a capo si va avanti. Poi un giorno senza preavviso, a causa di un poliziotto troppo solerte e leggermente in colpa, si vede piombare nella sua vita Paul Gabriel, un ipotetico cliente con una storia da raccontare. Jamie suo figlio, il suo unico figlio, un ragazzino di dodici anni, ĆØ scomparso una mattina di ottobre senza lasciare traccia. Dopo un anno e due mesi, il caso ĆØ ormai freddo, la polizia dopo le allerte per la scomparsa di minori, i controlli nel quartiere, dopo aver tappezzato di avvisi i rifugi per sbandati si ĆØ arresa, ha ritirato gli uomini che si occupavano del caso eĀ  li ha destinati ad altri incarichi. E’ la prassi, non c’è alternativa. Qualcosa stride nella coscienza di Behr, qualcosa gli riporta alla mente che anche lui ha perso un figlio, Tim,Ā  anche lui conosce quanto può essere nera la disperazione di un padre. All’inizio ĆØ tentato di rifiutare, di lavarsene le mani, ma poi, qualcosa, un tarlo, un rimorso, un presentimento lo spingeono ad accettare l’incarico pur se la certezza che il ragazzino ormai sia morto ĆØ quasi assoluta. E cosƬ partendo da zero, senza uno straccio di indizio, un testimone, un sospetto, Behr si mette in cerca del ragazzino con il padre sempre tra i piedi che gli soffia sul collo e non gli dĆ  tregua. Ma tutto ĆØ più difficile del previsto, giĆ  solo entrare nella stanza di Jamie gli costa uno sforzo sovrumano, vedere i regali ancora incartati di Natale o di compleanno per un figlio che non c’è più, vedere sugli scaffali i romanzi di Harry Potter accanto ai modellini in plastica di F15. Combattendo i fantasmi del proprio passato Behr si trova invischiato nell’ indagine più difficile della sua vita, che lo porterĆ  lontano in Messico sulle orme di una vera e propria tratta di bambini rapiti, e scoprire la veritĆ  diventerĆ  per lui questione di vita o di morte.

Senza traccia romanzo d’esordio di David Levien, primo della serie dedicata a Frank Behr, uscito il 2 settembre per Fanucci, ĆØ diciamolo subito un thriller duro e tagliente come una lama con un retrogusto vagamente noir che mi ha ricordato la rabbia e il realismo di Truman Capote in A sangue freddo nel descrivere la realtĆ  brutale e violenta che si nasconde sotto la patina di moralismo e di ipocrisia della societĆ  americana contemporanea. Un cuore nero pulsa incessante per tutto il libro e crea disagio, malessere, se non repulsione nel lettore. Levien non risparmia i particolari più sgradevoli, ne li anestizza con rassicuranti consolazioni, ma incide a sangue la carne nel trattare il tema centrale del libro ovvero la scomparsa dei minori, argomento scabroso e doloroso soprattutto in America dove il fenomeno ha tali dimensioni drammatiche da risultare addirittura agghiaccianti se si pensa che secondo le statistiche governative, ogni anno spariscono nel nulla circa un milione di bambini. Bambini perduti, divorati, per lo più morti, violentati, venduti, usati nel mercato del sesso e della pornografia. Scritto al presente, Senza traccia ĆØ tecnicamente un’indagine, una ricerca senza tregua, condotta da due padri che sebbene con esperienze diverse si trovano uniti nel voler fare luce su uno dei più rivoltanti lati oscuri della civiltĆ  contemporanea. Di traffici sordidi ce ne sono molti, ma le violenze perpetrate sull’ infanzia e il loro relativo lucrarci su raggiungono stadi addirittura intollerabili. Levien come dicevo non risparmia al lettore particolari atroci, raccapriccianti e li descrive con una naturalezza e una semplicitĆ  che li rendono ancora più efferati. Non si prova alcuna compassione per i rapitori, per l’affarista che regge le fila e lucra sulla distruzione sistematica di tante innocenze, di tante famiglie che difficilmente si riprenderanno dopo queste esperienze. In questo caso se anche ci sarĆ  un lieto fino, e questo toccherĆ  a voi scoprirlo leggendo il libro, beh ĆØ certo che avrĆ  un sapore amaro e ben poco consolatorio.
Senza traccia di David Levien, Fanucci Editore, collanaĀ gli Aceri, 2010, pagine 316, traduzione di Maurizio Nati, prezzo di copertina Euro 14, 90.Ā Ā Ā Ā Ā Ā Ā Ā Ā Ā Ā Ā Ā Ā Ā Ā Ā Ā Ā Ā Ā Ā 

:: Intervista con Enzo "Bodycold" Carcello redattore capo del sito Corpi freddi – Itinerari noir

9 settembre 2010


lansdale_bodycoldBenvenuto Enzo su Liberidiscrivere e grazie per aver accettato la mia intervista. E’ un onore oltre che un piacere ospitare uno dei più carismatici caporedattori di blogs letterari. Raccontaci qualcosa di più su di te: quanti anni hai, dove sei nato, descriviti con pregi e difetti.

Oddio! Ho riletto la domanda tre volte e puntualmente mi sono chiesto se l’intervista fosse davvero indirizzata a me…eheheh. Allora, sono siculo di nascita e (per adesso) romano d’adozione. 36 anni portati malissimo, sento più dolori io che un novantenne. Cocciutissimo ma non arrogante, forse un po’ troppo spesso sottovaluto le mie potenzialità e non prendo mai la vita sul serio.

Puoi raccontarci una tua giornata tipo? E’ dura capitanare la ciurma di Corpi Freddi?

Non ho una giornata tipo. Mi alzo per andare a lavoro, faccio finta di lavorare quando sto in ufficio, nel frattempo leggo, recensisco e cazzeggio. I Corpi Freddi sono una ciurma molto autonoma oramai, ogni tanto devo frustarli ma sono dei bambinetti molto in gamba. A parte gli scherzi, “capitanare” è un termine molto grosso poiché il tutto va avanti con stimoli propri e l’amicizia che ci lega è talmente forte che la nave viaggia a 10 nodi pure a mare piatto.

 Partiamo dall’inizio: “Corpi freddi” era il nome di un gruppo nato sul social network Anobii.com. Vuoi parlarcene?

 Esatto. Il gruppo nasce da una costola del gruppo anobiiano omonimo creato dalla nostra Stefania che oramai ha raggiunto un numero vasto di iscritti (circa 2.800) e che, ti assicuro, in alcuni momenti non è facile da gestire e per questo è doveroso un gran plauso alla Stefania per la capacità di moderare i più scalmanati.

Poi circa un anno fa nacque il sito, uno dei più visitati dagli amanti di thriller non a caso il nome completo è Corpi freddi – Itinerari noir. E’ una idea tua? Quanti collaboratori siete?

L’idea iniziale è nata circa due anni fa, quasi per gioco. Mi venne in mente di aprire una pagina web scrivendo il nome corpi freddi a mò di mosaico in cui ogni tassello rappresentava l’avatar dei membri più presenti. Non avendo altro da fare nella vita (ride), ho pensato bene di avventurarmi in questa “pazzia” con altri 15 malati di letteratura di genere che continuano a leggere, recensire e intervistare a oltranza.

 Blogs e siti letterari online ce ne sono molti cosa pensi bisogna fare per distinguersi ed emergere?

Non credo esista una ricetta. Posso cercare di spiegare come noi ci muoviamo. Aborriamo qualsiasi tipo di marchetta letteraria, "autori amici" non vengono mai recensiti dal redattore amico. Esempio: se io sono molto amico di Marilù Oliva, non recensirò mai un libro di Marilù anche se tengo a precisare che semmai dovessi farlo sarei comunque privo di ogni tipo di favoritismo verso l'autrice. Questa almeno è la base su cui ci si muove. Poi altri ingredienti sono di sicuro la ricerca degli autori e dei loro contatti per interviste. Presto inizierò a scrivere editoriali libriferi, non perchè ci si è montati la testa, ma al fine di esprimere il nostro pensiero, anche se magari fotte nulla a chi ci legge e ancor meno a chi non ci legge šŸ˜›

Recentemente ho visto alcune tue foto nel soggiorno di Andrea Camilleri, come è nata questa intervista?

Il problema non è stato tanto vederla nascere, quanto la gestazione! Una delle cose più complicate che abbia mai fatto in vita mia. Premetto che Andrea Camilleri per me è il Dio in terra, vuoi perchè è del mio stesso paese, vuoi perchè ho iniziato a leggere tantissimo rapito dai suoi libri, quindi ti lascio immaginare che quando siamo arrivati ad un accordo per una data per intervistarlo a casa sua, ho chiamato tutta la rubrica del cellulare per annunciare il lieto evento. Siamo andati lì armati di videocamera e cannoli siciliani e quando ci ha aperto la porta volevo morire. Inutile dire che è una persona assolutamente alla mano e di una squisitezza unica.

Tu e Alessandra Buccheri de l’Angolonero avete organizzato a Roma un ciclo di incontri letterari. Il ciclo ha anche un iniziativa gemella a Mantova a cura di Marco Piva alias il killer mantovano. Vuoi parlarcene?  Pensate di riproporli il prossimo anno?

"Corpi Freddi – Itinerari noir" è un ciclo che ci ha regalato davvero delle grandi emozioni ad ogni presentazione. Marco, Alessandra Buccheri ed io stiamo replicando l'esperienza per la seconda volta in un anno. Il killer ha già stilato il calendario degli eventi (http://corpifreddi.blogspot.com/2010/09/corpi-freddi-itinerari-noir-presenta.html), mentre io e Ale lo finiremo a giorni (speriamo!!). La cosa più difficile è sicuramente decidere chi tener fuori dagli incontri, nel senso che, da lettore e da appassionato, io terrei incontri tutti i giorni, ma fisicamente non tengo botta per più di 10 incontri a ciclo e quindi bisogna necessariamente fare una scrematura e, come detto prima, è davvero difficile. Il Killer, che invece è un pazzo furioso da camicia di forza, andrebbe ad oltranza tutto l'anno. A fine anno gli regalerò un test antidoping!

So che tu e Marco Piva vi volete bene come fratelli. Digli qualcosa che non hai mai osato dirgli.

Hihihihih questa è una domanda stronza però šŸ˜€
Diciamo che per carattere difficilmente se ho da dirti una cosa te la nascondo, ma se mi sforzo un pò… mmmm…. tenetevi forte: "

Raccontami l’episodio più bizzarro o divertente che ti è successo legato a Corpi Freddi .

Ne avrei centinaia da raccontare. A mente fredda posso ricordare di un raduno dei corpi freddi tenutosi a Roma l'anno scorso a ridosso della fiera della piccola e media editoria. Avevamo sistemato tutti i Corpi Freddi vicino casa mia e, non l' avessi mai fatto, intorno alle 6.30 di una domenica mattina sento citofonare. Rinco dal sonno mi alzo bestemmiando in nepalese per via dell'orario e rispondo. Dall'altra parte sento una vocina femminile con un accento dell'estremo Nord Italia che mi dice "Ciao Enzo, noi siamo gente di montagna e non siamo abituati ad alzarci tardi e non sapendo che fare siamo venuti da voi." Beh, adesso posso anche confessarlo, ho tappato la cornetta del citofono e ho iniziato ad inveire contro gli austriaci perché non ci hanno conquistato quel pezzo di Italia, più altre parolacce che pare brutto ripetere tra le vostre pagine. La mia risposta fu "Ma ca**o! Sono le 6.30, io manco sapevo che esistesse quest'ora pure di mattina!". Continuando a inveire, apro a Martina "Palazzo Lavarda" e marito e vedo Marco Killer e Giulia Principessa affacciarsi dalla camera degli ospiti e, appena saputo del loro imminente arrivo, gridare in coro "E tu gli hai aperto?" …
Se ci penso tuttora mi sganascio dalle risate šŸ˜€

Tempo fa girava la voce che Marco Piva avrebbe curato un programma radiofonico legato a Corpi Freddi. Come procede la cosa? Vuoi parlarcene?

Ti dico la verità, sai che non lo so!? šŸ˜€ Ho composto i jingle per la trasmissione (Sottofondo Criminale e  Radio Criminale]. So che Marco si stava prodigando per partire ma non so davvero a che punto stia. Mò che me l'hai ricordato glielo chiedo šŸ˜€

Parliamo di cosa ami leggere nel tuo tempo libero. Quali sono i tuoi autori preferiti? Cosa stai leggendo in questo momento?

Adesso sto leggendo "Certezze Provvisorie" di Cristina Cattaneo. Ciò che adoro leggere rappresenta anche il mio più grande difetto, ovvero io sono un lettore monogenere quindi non riesco a leggere libri lontani dal giallo/thriller/noir con qualche capatina sul fantasy (tipo la Zimmer Bradley); di conseguenza gli autori che più amo sono Lansdale, da poco sto adorando Gischler (grazie Matteo per avermelo fatto conoscere!!) e hardboiled in generale. Ritengo geniali gli autori che hanno come caratteristica quella di unire sangue a fiumi e umorismo nero.

 Quale è il segreto per una buona recensione?

Essere intellettualmente onesti e, personalmente, evitare paroloni. Alcune volte mi sono trovato davanti a recensioni che analizzavano un libro con termini che manco un ingegnere aerospaziale avrebbe utilizzato e ti porta al punto che per capire l'analizzato devi analizzare l'analizzante. Lo ritengo assurdo in un Paese dove già si è in quattro a leggere e se uno di quei quattro ti vuole consigliare un libro ti rincoglionisce di frasi che metà basterebbero a buttare nel cesso il romanzo e attaccarti alla X-Box.

Cosa ne pensi della critica letteraria in Italia. Pensi sia sufficientemente autonoma e indipendente?

Un "no comment" non ti basta vero? grrrrr lo sapevo… Diciamo che la critica letteraria fatta sul web la ritengo bene o male indipendente. Quella cartacea è piena di marchettari e parlando con alcuni di loro ne ho anche avuta conferma. Davvero triste come cosa.

Quali sono i tuoi blogs letterari più amati? Conosci Liberidiscrivere? Ci leggi ogni tanto?

Devi sapere che ogni mattina mi alzo circa 30/40 minuti prima del dovuto solo per attaccarmi al pc e farmi il giro dei miei siti "quotidiani", tra cui il vostro che conosco bene e che leggo quotidianamente. Mi appizzo a Angolonero, Thriller Cafè, ecc. Li ritengo ben fatti e aggiornati.

Nel panorama letterario italiano c’è un esordiente che ti ha particolarmente colpito per originalità , contenuti, coraggio?

Ti svelo una cosa: prima di creare il sito dei Corpi Freddi leggevo quasi esclusivamente romanzi di autori stranieri, ma grazie ai vari consigli dei ragazzi della redazione ho imparato ad amare anche gli autori nostrani tanto che ad un certo punto mi ci ero pure incaponito. Adoro tuttora leggere autori emergenti di case editrici piccole/medie. In questo modo ho avuto modo di conoscere Sacha Naspini (che ritengo un genio), Luigi Carrino (un altro autore di cui leggerei anche gli scontrini se scritti da lui), Pandiani, Custerlina, ecc.

 Cosa ti piace e cosa non ti piace dell’editoria italiana?

Ti giuro, ho tenuto questa domanda per ultimo perché ritengo difficile darti una risposta. Forse la cosa che mi piace meno è che la voglia di investire sui nuovi talenti nelle case editrici grandi è davvero poca e che, diciamoci la verità, saremo anche un popolo che legge poco, ma è anche vero che i prezzi dei libri non incentivano poi così tanto l'acquisto. Adoro invece il fermento delle piccole case editrici, dove spesso riesco a leggere delle perle letterarie che farebbero invidia alle holding della letteratura. Poi se mi chiedi cosa mi fa schifo, ti rispondo: la legge ad aziendam fatta dall'imprenditore Berlusconi per parare il culo alla figlia Maria Elvira Berlusconi detta Marina che ha frodato il fisco per svariati miliardi.

Gli italiani leggono poco, soprattutto i giovani. Luogo comune o realtà? Che strategie si dovrebbero attuare per avvicinarli alla lettura?

E lo chiedi a me? Sarò anche poco originale, ma il tutto deve partire necessariamente dalla scuola. Ritengo assurdo che nel 2010, solo in Italia, un bambino con la "mania" di leggere venga guardato come un malato o un diverso. All'estero è il contrario, tant'è vero che in Europa siamo tra i Paesi in cui si legge meno e se consideri che in Finlandia (che ha lo stesso numero di abitanti del mio palazzo, credo…) si leggono in media due libri al mese per abitante, questo, oltre a far riflettere, induce ad una depressione intellettuale enorme. I politici chiaramente non fanno un cazzo e passano il tempo a cambiare metodo di esame, ordinamenti, ecc. ad ogni legislatura. Non ho capito manco come si svolgono gli esami adesso. Mi pare che la Gelmini ti faccia fare prima la prova scritta in aramaico e poi l'orale sollevando pesi. Boh!

Quale è la recensione più difficile che hai scritto? Ti è mai capitato di destreggiarti con uno scrittore scontento dopo una tua stroncatura?

Ci siamo ritrovati a dover tenere a bada editor e autore per la stroncatura di un libro orrendo. Chiaramente non dirò il titolo, e probabilmente noi abbiamo esagerato un tintinino, ma ti assicuro che alcune volte ti viene il sangue al cervello quando ti ritrovi a leggere romanzi oggettivamente squallidi e ti vien da pensare quando magari leggi interviste di autori che dicono "Inizialmente ho avuto difficoltà a trovare una casa editrice..". Per quanto riguarda la recensione più difficile, personalmente ritengo complicatissimo recensire libri che ti hanno entusiasmato per la loro bellezza. Ho sempre paura di essere additato come quello che ".. fa solo recensioni positive". Difficilmente grido al miracolo ma quando lo faccio è perché ci credo.

Il fenomeno dei blogs letterari più o meno professionali che forniscono recensioni e consigli di lettura sta vivendo un vero e proprio boom. Da semplici strumenti di promozione stanno assumendo il ruolo di coscienza critica. Quanto pensi facciano bene al fenomeno libro?

Quanto faccia bene al fenomeno libro a me poco interessa e ti dirò il perché. Chi recensisce libri non dovrebbe essere al servizio dell'autore o della casa editrice, bensì del compratore. Quindi se la critica è onesta ed è positiva io compro il libro e SOLO di conseguenza ne giova l'autore, la casa editrice e il mercato in generale. Del resto, lo facciamo anche quando dobbiamo vedere un film al cinema: leggiamo opinioni e se ci convince spendiamo 7 euro, altrimenti usi qualche animale da fattoria (epecore, ecavalli, emuli, ecc). Questo vale anche per i libri e forse è pure amplificato visto che oramai per comprare 10 libri devi chiedere un finanziamento a Findomestic (li mortacci vostra!).

Definiscimi il concetto di libertà. Nel tuo ambito c’è reale libertà? Pensi ci sia in questo momento un serio tentativo di imbavagliare la stampa e limitare il potere di critica? Ti è mai capitato di ricevere pressioni?

Allora, pressioni dirette no. Ma uffici stampa che sanno fare bene il loro lavoro (ovvero insinuarsi viscide come bisce per riuscire a convincerti di averti mandato il libro dell'anno), si. Molti di questi uffici stampa non mi mandano più i libri šŸ˜€

L’ebook sostituirà mai il libro di carta?

Romanticamente, vorrei dirti di no, ma ahimé è semplicemente un ricambio generazionale necessario per riuscire ad acquisire nuove leve di lettori, tipo i 15enni del 2015 che avranno il loro IPhone 10XL che fa anche da lettore Ebook. Anni fa mi occupavo di musica e spesso, al solo pensiero di veder sparire i vinili, mi si accapponava la pelle. Oggi il vinile è materiale quasi solo da cultori. Stessa fine farà il libro cartaceo.

So che hai presentato a La Spezia un importante festival della letteratura nera organizzato dallo scrittore Alessandro Zannoni. Vuoi farci un bilancio della manifestazione?

Ogni festival letterario a cui si partecipa ti lascia dentro qualcosa. "Leggere Fa Male" di per sé è un titolo bellissimo e il patron (Zannoni) è stato encomiabile per lo sbattimento. Ti dico solo che il giorno del rientro lo chiamai al cellulare e gli chiesi dove fosse, la sua risposta fu "Sto in piazza e sto smontando a mano il palco sotto al sole". Il bilancio non può che essere positivo. Avere a che fare con gente (che non oso chiamare colleghi) del calibro di Serino, Forlani, Buccheri, Maugeri è stato molto istruttivo e per di più la scelta degli autori, fatta dallo Zannoni, è stata molto interessante. Ma diciamoci la verità: il divertimento (da gita scolastica) erano le scorazzate con la mia auto che portava, oltre me e mia moglie, Maugeri, Carrino e Palazzolo!! 8 km di tornanti per arrivare al Castello di Fosdinovo dove alloggiavamo. Un continuo ridere e maledire Palazzolo per le storie sui fantasmi del castello che ci raccontava durante il viaggio.

Progetti per il futuro?

Nell'imminente futuro? Dopo 23 domande? šŸ˜€ Andare a dormire!!! Poi, domani, mandarti la mail con le risposte e 3miliardi di scuse per il ritardo. Chiudendo a chiave l'Enzo idiota nell'armadio e ridando la tastiera all'Enzo serio, posso dirti che di progetti legati ai Corpi Freddi ce ne sono davvero tanti. Alcune cose fattibilissime e a cui stiamo già lavorando e che naturalmente non vi anticipo (prrrrrrrr), altre sicuramente più complicate e dispendiose che spero di riuscire a realizzare almeno nel lungo termine. Personalmente sto lavorando come agente letterario con (dicono) ottimi risultati… vedi la mia prima cliente Marilù Oliva uscita a luglio per Elliot con ¡Tú la pagarás!.

:: Recensione di Canto africano di Federica Gazzani

8 settembre 2010

cantoafricanoCi sono paesi, continenti, terre come l’Africa che non sono semplicemente luoghi ma sono dimensioni dell’anima, sono spazi in cui il senso di libertà, l’amore per l’avventura, per l’ignoto trovano una dimensione, un colore, un sapore se vogliamo unici. Forse molti di noi sognano di lasciare tutto, le comodità di una vita precostituita, regolare, scandita dal tran tran, per iniziare questo viaggio ma non ostante le buone intenzioni forse non troveranno l’incoscienza o meglio il coraggio per farlo, bene Federica Gazzani questo coraggio l’ ha avuto e nel 1979 a soli 24 anni ha lasciato la moderna e cosmopolita Milano per visitare l’Africa. Di questa esperienza emozionante, non priva di pericoli e scomodità, ha voluto farne un libro autobiografico, un diario di viaggio, semplice, sereno, in cui descrive il suo incontro con questa terra lontana e sconosciuta, fatta di musica, usanze tribali, odori, percezioni in cui i sensi si affinano e avvertono l’altrove come dimensione dell’essere, come ricerca di sé. Senza pretenziosità, con un linguaggio chiaro, immediato, capace di trasmettere sentimenti ed emozioni forti quasi primitive, la Gazzani ci trasporta in un mondo molto concreto. La sua Africa non è tratta dai depliant turistici , o un luogo di sogno dove fare volare la fantasia, l’Africa di Federica è un luogo reale in cui si possono incontrare i Tuareg, o essere derubati, in cui i mezzi di trasporto sono improvvisati e le comunicazioni sono difficoltose. Perché l’Africa è una terra povera economicamente ma ricca di calore, di entusiasmo, una terra giovane che ama ballare, cantare, una terra dove la luna è immensa e le albe e i tramonti tropicali tolgono il fiato. Si perde qualcosa vistando l’Africa ma quello che si acquista dal lato umano è immensamente più prezioso e indispensabile. Federica ricorda questo viaggio con rimpianto, si sente che un angolo del suo cuore è rimasto per sempre in questa terra e ci lascia uno struggimento e una nostalgia che alcuni chiamano mal d’Africa altri più semplicemente amore per la vita. 
Canto africano di Federica Gazzani, Editore il Ciliegio, 2008, 176 pagine, Euro 15,00.

L’autrice Nata e cresciuta in diverse località del nord Italia, Federica Gazzani si é trasferita a Milano per frequentare la facoltà di architettura. Dopo diverse esperienze professionali, é approdata al mondo dei media, precisamente a Canale 5 (allora Telemilano e poi Videotime). Si é trasferita in Svizzera nel 1982 dove si é occupata di montaggio, post-produzione e aiuto regia. Attualmente lavora alla RSI, Radiotelevisione svizzera. Canto africano è il suo romanzo d’esordio.