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:: Recensione di Dormi per sempre di Sabine Thiesler

7 marzo 2011

Luglio. Magda e Johannes Tillmann, ricca coppia berlinese, privilegiata tra i privilegiati, hanno scelto la campagna toscana come terra d’elezione e il bellissimo ex podere di La Roccia, vicino a Montevarchi, come luogo di vacanza estivo. Un piccolo paradiso, una villa silenziosa e isolata vicino al bosco, fresca per i muri spessi, a forma di ferro di cavallo, con una grande terrazza lastricata piena di vasi di terracotta traboccanti di un tripudio di ortensie, gerani a cascata, rosmarino, basilico, salvia.
Un matrimonio perfetto il loro, almeno all’apparenza. Per tutti, gli amici, i conoscenti, i parenti, sono una coppia affiatata, invidiata, due innamorati che dopo tanti anni di convivenza ancora si ritagliano spazi e tempi tutti per loro, in quel romantico eremo prediletto da tanti tedeschi per il clima, l’atmosfera, la vegetazione rigogliosa.
Tutto è così diverso da Berlino: il cibo è migliore, più genuino, c’è l’olio di frantoio degli ulivi che crescono lussureggianti e curati da mani amorevoli, il vino buono, c’è pace quiete e silenzio lontano dal frastuono della grande metropoli, dalla quotidianità del lavoro.
Già, ma osservando meglio, più attentamente il pittoresco quadretto ci sono delle crepe, delle ombre oscure e minacciose. Johannes Tillmann è un traditore, a Berlino ha un’ amante più giovane Carolina, come tanti uomini di mezz’età per vanità, per sentirsi ancora giovane, per sentirsi dire che i suoi muscoli sono ancora tonici e scattanti. O almeno aveva un’amante, perché ormai ha deciso di troncare la relazione, di tornare dalla moglie pentito e pieno di buoni propositi, forte del fatto che sua moglie lo ama e riconquistarla sarà facile, nel romantico scenario della campagna toscana.
Ma il tradimento ormai è stato consumato, non si può tornare in dietro. Johannes non sa che Magda non può perdonare, che non le basterà una seconda luna di miele per scordare l’umiliazione, il dolore, l’irriconoscenza per una vita passata a lavare i suoi panni, a cucinare per lui. Lei non è sua madre. Anche suo padre era un traditore e l’ aveva abbandonata insieme alla madre tanto tempo fa, per fuggire con l’amante.
Questo trauma, mai superato, scava nel suo inconscio e la spinge ad una decisone irreparabile. Loro sono una cosa sola, lui ha rovinato tutto, merita una penitenza esemplare, merita la morte. Con freddezza, determinazione,  progetta tutto nei minimi dettagli: si procura il sonnifero, si procura l’anestetico, lei infondo è una farmacista, sa come fare, sa come ucciderlo senza farlo soffrire. Già perché Johannes non deve provare dolore, ha molta cura nel mettergli il sonnifero nella colazione, nell’iniettargli il veleno che lo paralizzerà e fermerà il suo respiro, il suo cuore, spegnerà dolcemente la sua vita.
Poi da sola, con la forza della disperazione lo trascina nell’orto e lo seppellisce sotto un ulivo, con il suo corpo concimerà quella vegetazione rigogliosa. E’ il suo posto. Lui appartiene a La Roccia. E’ giusto così. Sarà suo per sempre. Nessuno potrà più portarglielo via.
Dopo sempre con la stessa impassibilità, con il più assoluto autocontrollo, si costruisce un alibi quasi perfetto, continua la sua vita come se  niente fosse successo. Compra per lui un biglietto ferroviario per Roma, facendo una scenata, marcando ancora di più il suo forte accento tedesco, per essere sicura che la bigliettaia si ricorderà di lei. Va nel piccolo mercato e gli compra alcuni pigiami con amorevole e sollecita cura. Organizza e invita degli amici per pranzo.
Poi una telefonata imprevista incrina un po’ il suo castello perfetto. Lukas, attore disoccupato e fratello di Johannes, da sempre innamorato di lei, da ancora prima che si sposasse, si autoinvita a La Roccia e lei non può fare che buon viso a cattivo gioco. Lo accoglie e recita la parte della moglie preoccupata che del marito non ha più notizie, da quando è partito per Roma per andare a trovare un amico. Quando l’assenza si fa inspiegabile, assieme Magda e Lukas si recano nella stazione dei carabinieri  e ne denunciano la scomparsa.
E’ l’inizio di una ricerca che solo Magda sa quanto è inutile. Magda ormai ha perso il contatto con la realtà e più confonde Johannes con Lukas e più sprofonda nell’abisso di un segreto che porterà con se altre morti.
Riuscirà Magda a farla franca, a non pagare per il suo crimine? Riuscirà a beffarsi di tutti in questo raffinato thriller psicologico giocato sul contrasto tra verità e menzogna, tra vendetta e follia? Sabine Thiesler porta alle estreme conseguenze il nero dramma di una moglie tradita che non perdona e che nello stesso tempo continua ad amare e la tensione che crea non si stempera neanche nel finale, in cui l’imprevedibile è sempre dietro l’angolo. L’assassina sin dalle prime pagine si rivela come tale, ma la psiche umana è un labirinto davvero complesso, come avevamo già avuto modo di scoprire con La psichiatra di Wulf Dorn, altro psicothriller tedesco sempre edito da Corbaccio, e nel susseguirsi dei capitoli il ribaltamento imprevisto che subiranno i fatti lascerà davvero il lettore spiazzato e disorientato. Un sottile umorismo, mai troppo macabro, ci accompagna per tutta la narrazione e rende meno pesanti e noiose anche le parti più lente e descrittive, a mio avviso le meno riuscite.

Dormi per sempre di Sabine Thiesler, Corbaccio, Collana Narratori Corbaccio, Traduzione dal tedesco di Alessandra Petrelli, Titolo originale dell’opera Die Totengraberin, 2011, 437 pagine, rilegato, Prezzo di copertina Euro 18,60.

:: Recensione di Il vangelo della scimmia di Christopher Wilson

2 marzo 2011

wilsonc1grandeDoveva essere un paese ben bizzarro l’Inghilterra dell’era Thatcher per aver ispirato ad un tranquillo professore del Goldsmiths' College, della London University, Il vangelo della scimmia (Meridiano Zero). Non c’è che dire l’Inghilterra pullulala da sempre di scrittori satirici e lo humour inglese è proverbiale come non pensare a William M. Thackeray che nella Fiera delle vanità fece un esilarante quanto feroce ritratto di vizi privati e pubbliche virtù della società  inglese del diciannovesimo secolo, o Jonathan Swift che ancor prima affilò la penna per colpire al cuore l’ ipocrisia  e la stupidità esaltate come doti nazionali e indelebile per me almeno è il ricordo della sua Modesta proposta in cui consigliava per combattere la povertà di dare da mangiare ai ricchi proprietari terrieri i figli denutriti degli irlandesi poveri. Il vangelo della scimmia, titolo originale Gallimauf 's Gospel, senz’altro si inserisce in questa nobile tradizione e non sfigura sia per stile, agile e brillante, sia per temi drammaticamente seri sotto la patina colorita dell’ironia e dell’umorismo. Protagonista indiscussa di questo breve romanzo è una graziosa scimmietta di nome Maria, per tutta la durata del racconto creduta di sesso maschile e leggendolo capirete bene che questo fatto ha la sua importanza e le sue ripercussioni, una bizzarra creatura un po’ troppo umana quasi la dimostrazione scientifica che la teoria darwiniana non è tanto balzana. Dopo aver vissuto giorni felici su una nave da guerra, e già qua il paradosso si fa marcato, scampa ad un tragico naufragio e approda sull’isola di Iffe aggrappata ad una botte. E’ l’inizio di un’ improbabile serie di eventi che terminerà in un tragico epilogo ma è il durante che ci interessa e per quanto assurdo e paradossale il divertimento è assicurato. Ambientato in un secolo passato, proiezione veritiera del presente contemporaneo all’autore, immaginiamoci l’Inghilterra del 1986 anno in cui fu pubblicato per la prima volta, Il vangelo della scimmia ci costringe a fare uno sforzo d’immaginazione e a vedere dal di fuori un’ isola che ha fatto sua la teoria dello splendido isolamento: tagliata fuori da gran parte del mondo civile, governata da l’eccentrico Lord Iffe, una caricatura gustosa e parodistica di tutti i governanti ottusi e mediocri, da generazioni non ha mai visto uno straniero, e tanto meno una scimmia, per cui è quasi naturale credere per gli abitanti di Iffe che Maria sia un uomo, brutto e peloso quanto volete, ma pure per ironia della sorte con una precisa nazionalità, quella francese. La società di Iffe specchio e metafora del conservatorismo più bieco e dell’oscurantismo più sfrenato e xenofobo racchiude tutti i mali immaginabili come un improbabile vaso di Pandora pronto a rompersi in un culmine di male e di violenza, male e violenza che cova sotto la cenere per tutta la narrazione. Perché il diverso, lo straniero, l’altro da sé va espulso dalla comunità, annientato, distrutto. E anche il personaggio più liberale, l’intellettuale del villaggio Gallimauf, il più aperto di vedute avendo letto ben cinque libri, non fa altro che mimare il gioco delle parti e apparire ridicolo e grottesco anche se a suo modo tragico, parodia smaccata dell’ intellettualismo e razionalismo che ostenta falsa tolleranza e rispetto per il diverso ma in realtà si adegua al conformismo dilagante. Non si salva nessuno in questo pamphlet satirico e politico che sul finale prende i connotati della tragedia anche se è impossibile non invidiare la vera libertà che la scimmietta in sé racchiude, mentre beffarda e istrionica salta da ramo in ramo, felice per il solo fatto di essere se stessa, non condizionata da leggi granitiche, religioni autoritarie, e ottusi conformismi.

Il vangelo della scimmia di Christopher Wilson, Meridiano Zero, Collana Primo parallelo, Traduzione dall'inglese di Luigi Cojazzi, Titolo originale dell'opera Gallimauf's gospel, 2011, 160 pagine, brossura, Prezzo di copertina Euro 13, 00.

:: Segnalazione I Vermi Conquistatori di Brian Keene

1 marzo 2011

vermi-conquistatori-cover-thumbDal 28 febbraio è disponibile sull' eshop della casa editrice lecchese Edizioni XII I Vermi Conquistatori la versione italiana del fortunato romanzo di Brian Keene.  

L'esordio nel nostro paese dell'autore americano è stato curato in maniera diretta da tutta la redazione di Edizioni XII, in particolare dal traduttore Luigi Musolino (già vincitore dell'ultimo Trofeo RILL 2010) e viene illustrato da una nuova, visionaria, copertina, opera del duo artistico Diramazioni.
A partire dalla metà del mese di marzo I vermi conquistatori sarà inoltre disponibile in tutte le librerie.  
Uno dei capolavori del fantastico moderno, un'opera che ha ridisegnato il modo di intendere il romanzo apocalittico.
Teddy Garnett è un arzillo vecchietto e non vuole saperne di lasciare la casa in cima agli Appalachi dove ha vissuto per decenni con la compianta Rose. Non gli importa della pioggia incessante, un diluvio catastrofico che ha messo in ginocchio l'intero pianeta, né di essere l'unico essere umano ancora vivo nella piccola comunità di Punkin' Center, ormai ridotta a un isolotto in mezzo alle acque. Senza paura, Teddy aspetta il giorno in cui si avvererà il suo unico desiderio: riabbracciare la moglie.
Ma quando riceve la visita di Carl , il suo migliore amico creduto morto o portato in salvo dalla Guardia Nazionale, scopre che ci sono cose peggiori della pioggia.
Cose che serpeggiano sottoterra, creature striscianti che tarlano il sottosuolo e scavano verso la superficie per rivelarsi al mondo.
E conquistarlo.  

Brian Keene nasce nel 1967 e cresce in Pennsylvania e West Virginia, dove ambienterà la maggior parte dei suoi libri. Autore molto prolifico, ha pubblicato 14 romanzi e svariate antologie in circa dieci anni di attività. Ha vinto due prestigiosi Bram Stoker Awards: nel 2001 con Jobs in Hell e nel 2003 con The Rising; e uno Shocker Award, con  Sympathy for the Devil  nel 2004.
Edizioni XII è il primo editore a proporre una sua opera in italiano. L'autore ha fin da subito espresso il suo entusiasmo per il traguardo raggiunto.

Per ulteriori informazioni si veda l'annuncio ufficiale sul sito di Edizioni XII.

:: L'anteprima: Milano Criminale di Paolo Roversi in libreria dal 2 marzo

1 marzo 2011

roversi3Arriva il 2 marzo in tutte le librerie “Milano Criminale” (p. 422, € 18,90, Rizzoli), il nuovo e atteso romanzo noir di Paolo Roversi (Suzzara, 1975), fondatore e direttore di NebbiaGialla Noir Festival e del portale MilanoNera, definito dalla critica lo Scerbanenco postmoderno e spesso indicato come il golden boy del giallo italiano. Roversi è famoso per la serie di gialli con protagonista il giornalista hacker Enrico Radeschi, nonché per le sue opere dedicate a Charles Bukowski.
Il suo ultimo romanzo descrive la Milano del crimine degli anni Sessanta, partendo da un episodio avvenuto il 27 febbraio 1958: l'assalto a un portavalori in via Osoppo. Le storie private di un poliziotto e di un bandito si intrecciano, in uno spaccato dell'epoca affascinante.
Anche Milano ha avuto i suoi eroi criminali. Erano gli anni del boom economico, dell’uomo sulla Luna, delle grandi passioni politiche e loro rapinavano le banche, assaltavano i furgoni portavalori e sfidavano la polizia in sparatorie a volto scoperto. Amavano i soldi e la bella vita, avevano le donne più affascinanti, bevevano champagne e indossavano abiti firmati. Volevano conquistare la città, e l’hanno presa con la forza.
Per maggiori informazioni:
www.milanocriminale.com e http://hotmag.me/milanocriminale/il-romanzo, mentre su http://www.youtube.com/view_play_list?p=274840EE6927FF90 è disponibile la playlist dei docutrailer di Milano Criminale. Ed ecco l’incipt:

Parte prima
Fine della Ligera
 
Scelte di campo
 
1
L’uomo cammina tranquillo sul ciglio della strada. Scarpe ricoperte di polvere e l’aria di chi ha tutto il tempo del mondo a disposizione. Ogni tanto si guarda intorno con naturalezza, passeggia e tiene una mazza ferrata e una calibro 9 infilate nella cintura.
A qualche metro da lui, un paio di uomini in tuta da lavoro su un furgone grigio. Stanno in silenzio e nessuno bada a loro, tantomeno ai mitra che tengono sulle ginocchia.
Poco distante, un signore, capelli brizzolati e sigaretta appesa a un angolo della bocca, sfoglia un giornale. Lentamente; troppi minuti su ogni pagina per risultare credibile. È seduto dentro una FIAT 1400 nera con un ferro che gli preme contro la coscia destra.
Accanto all’auto, un ragazzo. Immobile. Un rigonfi amento nella giacca: un cannone anche per lui.
Indossano tutti il toni, la tuta blu da operaio; abbigliamento perfetto per confondersi fra i passanti di quella zona piena di fabbriche e opifici manifatturieri.
Un occhio esperto avrebbe capito tutto. Previsto quello che stava per accadere. Ma non c’erano occhi esperti nei paraggi.
 
Le danze si aprono quando il furgone portavalori fa capolino all’imbocco della strada. La filiale della Banca Popolare è a nemmeno cinquecento metri. La prima del giro. Velocità moderata e occhi aperti per i tre uomini a bordo: un autista, un agente di polizia e un funzionario della banca.
Il capo della banda si sforza di rimanere serio. Non può vedere la scena, ma gli basta controllare l’orologio. Tutto è cronometrato al secondo e lui, chiudendo gli occhi, può sapere attimo per attimo quello che sta accadendo.
Mentre ci pensa, sta in fila nel gabinetto di un dentista, dall’altra parte di Milano. Lo fa per procurarsi un alibi inattaccabile visto che, a cose fatte, gli sbirri gli saranno subito addosso. Per questo ha bisogno di testimoni affidabili, non come quelli che potrebbe portare
lui, i suoi compari di Ticinese.
Vorrebbe sorridere al pensiero ma non può. Sta simulando un terribile mal di denti e deve rimanere concentrato. Ha i capelli neri e crespi, un vestito scuro e una rosa bianca all’occhiello: dettaglio che chiunque ricorderebbe. Il piano è di farsi notare il più possibile, così si lamenta a intervalli regolari, ad alta voce.
È un tipo pignolo e riflessivo. Ha preteso che aspettassero proprio quel giorno del mese per agire.
«Lo facciamo il 27 perché è San Paganini, ciula» aveva ripetuto ai suoi fino allo sfinimento, «e sono carichi di soldi per pagare gli stipendi.»
Ci avevano già provato due volte in precedenza, ma qualcosa era sempre andato storto. Un tentativo al mese. Quella mattina tutto sarebbe filato liscio. Se lo sentiva. “Stamattina ce la facciamo” si dice mentre l’infermiera lo fa accomodare.
 
L’uomo sulla 1400, appena vede negli specchietti il bianco del furgone, accartoccia il giornale e pesta sull’acceleratore. L’auto prima si accoda, poi schizza al centro della carreggiata.
Antonio sta sul portone di casa, la bicicletta appoggiata al muro, gli occhi incollati a quell’automobile nera che ha superato il portavalori rombando e ha cominciato a zigzagargli davanti.
«Quel lì l’è matt» urla il guidatore del blindato. Il poliziotto accarezza il calcio della pistola.
El matt non fa nemmeno finta di frenare, scarta a sinistra e attraversa il manto erboso dello spartitraffico. La corsa finisce con uno schianto sordo sul lato opposto della carreggiata, contro un muro. Il conducente se la cava senza un graffio; esce con un guizzo dall’abitacolo e se la dà a gambe mentre una folla di curiosi si raduna sul posto. Anche all’autista del blindato viene spontaneo rallentare per capire cosa succede. Il poliziotto si rilassa. E fa male, perché mentre tutti stanno con la testa voltata, spunta contromano un camion, un Leoncino OM, veloce come se fosse sulle rotaie, che va a scontrarsi con violenza contro il portavalori. Gli uomini nell’abitacolo battono la testa.
È mattina e in strada ci sono parecchie persone. Il botto lo sentono tutti, gli spari pure.
Dal Leoncino scende un uomo con il viso coperto e una pistola. Si avventa urlando verso il furgone della banca e punta il cannone in faccia all’autista che s’immobilizza con le mani alzate.
Alle loro spalle, intanto, in uno stridore di pneumatici, si arresta il furgone grigio: via di fuga bloccata.
Il poliziotto, la faccia rigata dal sangue per un taglio sulla fronte, tenta di intervenire ma il vetro accanto a lui esplode. La mazza ferrata che l’uomo sul marciapiede nascondeva in cintura ha fatto il suo dovere. Il cristallo va in frantumi e l’agente di Pubblica Sicurezza si ritrova la canna di una 38 special in bocca.
«Non fare l’eroe» gli ringhia contro. E lui accetta il consiglio.
Nel frattempo, tre uomini a volto coperto ripuliscono il portavalori e caricano i sacchi coi soldi sul furgone grigio e su una Giulietta Sprint, anch’essa spuntata dal nulla un attimo prima. Nemmeno il funzionario della Popolare ha voglia di prendersi una pallottola, così rimane tranquillo sul suo sedile mentre gli portano via i quattrini da sotto il naso.
Fanno in fretta, meno di due minuti. L’operazione funziona come un orologio svizzero mentre uno dei banditi tiene tutti a bada con il mitra.
Alla fine il furgone parte sgommando, subito imitato dall’Alfa, dalla quale spunta la mano beffarda di uno dei banditi che saluta i curiosi. E qualcuno gli risponde pure.
 
Copyright © 2011 Paolo Roversi
Pubblicato in accordo con PNLA/Piergiorgio Nicolazzini Literary Agency ©
2011 RCS Libri S.p.A., Milano

 
Paolo Roversi, Milano criminale – il romanzo, p. 422, € 18,90, Rizzoli
In libreria dal 2 marzo

:: Donne e Islam per Jane Johnson a cura di Elena Romanello

28 febbraio 2011

decimodonoIl rapporto tra l'Occidente e l'Oriente islamico spesso dà vita a storie magari affascinanti e appassionanti ma ligie a certi stereotipi, soprattutto legati al ruolo della donna. La recentissima cronaca di queste settimane, di fronte alle rivoluzioni nel Nord Africa, ha mostrato un'altra volta come sia difficile fare generalizzazioni di tutto un mondo, meno che mai quando si parla delle donne.
Jane Johnson, scrittrice inglese di nascita che ha scoperto in età adulta la cultura islamica del Maghreb sull'onda di importanti cambiamenti della sua vita privata, ha dedicato due romanzi ad una visione originale del mondo musulmano, costruendo due romanzi d'avventura e di scoperta di sé, e andando oltre i soliti luoghi comuni di questo tipo di narrazione.
Il decimo dono è il primo romanzo con cui l'autrice ha esordito, dopo un passato come sceneggiatrice di film di successo come Il signore degli anelli, e in parte Jane Johnson racconta la storia della sua vita nella vicenda di Julia, giovane donna di oggi, che scopre il manuale di ricamo di Catherine, fanciulla della Cornovaglia del Seicento rapita dai barbareschi, venduta come schiava e finita in Marocco, e che decide di ricostruirne la storia, sfidando pericoli e avventure, fino a dare una nuova svolta alla sua vita.

comepioggiasulledune3436_imgCome pioggia sulle dune è la sua seconda fatica, dove Isabelle, professionista in carriera della Londra di oggi, cerca di riannodare la sua vita di ex bambina vivacissima, partendo da una scatola che il padre, amato e odiato, le ha lasciato, una scatola che la porta vicino a Mariata, fanciulla tuareg ribelle come il suo popolo, forse legata a lei da qualcosa di misterioso, che dovrà scoprire, andando lontana da un mondo che non la soddisfa più. Un libro di nuovo su due piani e con due storie, con sullo sfondo un genocidio dimenticato e vergognoso, quello del popolo del deserto, i Tuareg, vittime di giochi economici ma anche dell'odio per la loro eccessiva libertà, come è avvenuto ad altre etnie, a cominciare dai Nativi americani.
Nei romanzi di Jane Johnson c'è amore, avventura e intrigo, ma con cuore e cervello e senza dimenticare l'interesse per culture lontane e vicine, per la ricerca delle proprie origini e di nuove storie, per capire tutte le vie della vita e del destino.
Per chi vuole un altro sguardo sul mondo islamico e le sue donne, oltre stereotipi, luoghi comuni e cose che si credono note, per scoprire sfumature e vite oltre il deserto.
Il decimo dono è disponibile in edizione rilegata da Longanesi e in tascabile da Tea, Come pioggia sulle dune invece è appena uscito per Longanesi.
 
Elena Romanello

:: Estratto da Dormi per sempre di Sabine Thiesler

27 febbraio 2011

corbaccio_-_dormi_per_sempreDormi per sempre
Di Sabine Thiesler

Titolo originale: Die Totengräberin
Traduzione dall’originale tedesco
di Alessandra Petrelli

Per gentile concessione
Casa Editrice Corbaccio srl Milano
http://www.corbaccio.it

 

Aveva pianto tutta la notte. Alle tre e dieci guardò la sveglia per l’ultima volta, e subito dopo cadde in un sonno profondo. Verso le cinque e mezzo si risvegliò. Le rimbombava la testa e sentiva gli occhi gonfi. Si girò sulla schiena e cercò di rilassarsi. Ma le sue paure peggiorarono. Non aveva più il minimo appiglio a cui aggrapparsi.
Johannes non aveva colto niente di tutto questo. Il suo respiro era regolare, dormiva profondamente. Lei provò a immaginare come sarebbe stato non averlo più accanto, non sentire più il suo respiro, e questo pensiero la fece piombare nel panico. Non poteva vivere senza di lui, ma non poteva più neppure vivere con lui.
Alle sei e mezzo sorse il sole e gettò un raggio rossastro sull’antica madia di fronte al letto che Magda usava per la biancheria. Johannes sbuffò piano e si girò su un fianco. La sera precedente non si era accorta che aveva la barba lunga, probabilmente non si radeva da qualche giorno, almeno tre. Come lo detestava. Quando lo accarezzava sulla guancia, le
piaceva sentire la pelle liscia. Senza irregolarità, senza difetti.
Magda si alzò in silenzio, infilò l’accappatoio e le ciabatte. Sebbene fosse luglio, dentro casa faceva ancora fresco per via dei muri spessi. Avevano comprato l’ex podere La Roccia dieci anni prima. Aveva forma a ferro di cavallo, ed era troppo grande e in uno stato miserevole: il tetto era sul punto di crollare, l’intonaco dei muri interni si sfarinava e il pavimento era pericolante; il terreno di pertinenza era coperto di rovi, rose canine, biancospini ed erica.
Da mettersi le mani nei capelli, secondo Magda. Invece Johannes era rimasto incantato dal panorama che da lì si godeva. Verso nord lo sguardo spaziava da Montevarchi fino al Pratomagno, il massiccio montuoso che separa il Valdarno dal Casentino. A ovest si vedeva un paesino di montagna, a est una collina spoglia con una casa solitaria e a sud un fitto bosco e la strada per Solata. Johannes si era innamorato all’istante di questo luogo e vi era tornato ogni volta che aveva tempo, mobilitando amici e artigiani, buttandosi lui stesso nel lavoro con instancabile energia e trasformando nel corso degli anni il podere in un vero gioiello.
Aveva ristrutturato cinque camere, due bagni e la cucina, ma aveva lasciato allo stato originario il muro semidiroccato sul lato ovest, sostituendo le parti crollate con delle vetrate. Una soluzione originale, che dava alla casa un carattere particolare e permetteva di inondare di luce lo studio di Johannes. La terrazza era stata lastricata con vecchi blocchi di pietra e ospitava un pesante tavolo di legno con appesa sopra una lampada di metallo. Magda aveva sistemato tutt’intorno numerosi vasi di terracotta di diverse grandezze dove crescevano rigogliose ortensie, gerani a cascata, rosmarino, basilico e salvia. Quell’ambiente era antico e insieme accogliente: le piaceva trascorrere là fuori le notti d’estate, riparata dal vento dai muri della casa che sprigionavano per ore il calore accumulato durante la giornata.
Ciononostante aveva sempre la spiacevole sensazione di essere osservata. Infatti, dalla strada per Solata era possibile vedere bene alcuni punti della terrazza. Era questo che la disturbava della casa.
Magda uscì piano dalla camera da letto ed entrò nel bagno subito di fronte. Gli occhi gonfi di pianto le davano un aspetto terribile, le ciglia erano quasi del tutto scomparse dietro le palpebre ingrossate.
Decise di far finta di niente e si lavò i denti. Mentre era sotto la doccia e lasciava che l’acqua calda le scorresse lungo il corpo, la sua mente tornò a concentrarsi sull’unico pensiero che da settimane la tormentava: lui aveva rovinato tutto.
Infilò un paio di calzoni estivi leggeri e una maglietta e andò in cucina. Tra un quarto d’ora la radiosveglia in camera da letto si sarebbe accesa. Johannes di solito si alzava subito. Non voleva perdere neppure un attimo della giornata. Si svegliava alla mattina con la testa piena di progetti su quel che poteva riparare o modificare in casa e in giardino, spesso si disperava perché le ferie non gli bastavano per fare tutto quello che si era prefissato.
C’era ancora tempo, perché sarebbe passata una mezz’ora buona prima che scendesse a fare colazione.
Aprì la porta sulla terrazza e uscì. L’aria era limpida e asciutta, sarebbe stata una giornata calda. Magda si stiracchiò e respirò a fondo. La quiete era totale, la strada sterrata per Solata era deserta. Non c’erano auto, non si sentivano voci. Non si vedeva neppure un gatto muoversi nell’erba alta, o crogiolarsi sulle pietre già calde per il sole del primo mattino.
Rimase immobile per qualche istante. Una lieve brezza soffi ava sulla terrazza ora in ombra. Magda rabbrividì sotto la maglietta leggera, tuttavia si sentiva tranquilla e il cuore le batteva lento e regolare. Nemmeno una traccia di nervosismo. Allora era giusto così. Non c’erano dubbi, le riflessioni non erano più necessarie. Lei aveva deciso.
Tornò in cucina e mise sul fornello l’acqua per il tè. Da quando Johannes soffriva di ipertensione, entrambi si erano abituati a non bere più caffè al mattino. Era stata una scelta
molto faticosa eppure la caffettiera giaceva inutilizzata ormai da due anni dentro una piccola credenza sotto la finestra; anzi Magda dubitava che funzionasse ancora.
Johannes aveva sempre preso il caffè con molto latte caldo, con schiuma o senza, era lo stesso. A Berlino beveva Milchkaffee, in Italia cappuccino e in Francia café au lait. Da quando
non poteva più farlo, quella ricarica di calcio gli mancava più del caffè. A volte di pomeriggio entrava in cucina, sudato e stremato dal lavoro in giardino, prendeva il cartoccio del latte dal frigorifero e se ne beveva in un sol colpo almeno mezzo litro. Inoltre si era abituato a mangiare per colazione muesli con frutta annegato nel latte.
Magda guardò il proprio volto riflesso nel vetro della credenza e con la mano sinistra si scostò dalla fronte la frangia troppo lunga.
Tutto quello che faceva costituiva la routine del mattino e avveniva in maniera automatica. Uscì a pulire con un panno umido il pesante tavolo di legno in terrazza. Poi prese le due tovagliette azzurre, posate, piatti e tazze e tirò fuori dal frigorifero il salame toscano, insieme a un pezzo di pecorino e a un cetriolo. Al contrario di Johannes, Magda cominciava la giornata con una colazione sostanziosa. Se avesse mangiato muesli oppure frutta e quark, dopo un’ora si sarebbe sentita male.
L’acqua bolliva e lei la versò sul tè. In quel momento la sveglia in camera da letto iniziò a suonare. Solo restando perfettamente immobile e molto concentrata, riusciva a percepire la musica che attraversava debolmente i muri. Ancora cinque minuti. Al massimo. Poi Johannes si sarebbe alzato.
Tagliò la frutta a dadini. Una mela, mezza banana, mezza arancia. Sopra vi cosparse tre cucchiai di muesli. Sentì sbattere la porta del bagno e poco dopo lo sciacquone. Più o meno dieci minuti ancora prima che arrivasse. Doveva aspettare a versare il latte, il muesli non doveva ammorbidirsi troppo.
Accanto alla casa c’era un piccolo prato dove crescevano i fi ori più diversi, che Magda non conosceva. Fiori di campo indefinibili, molto probabilmente erbacce. Johannes lo tosava soltanto quando era strettamente necessario e così ora le erbe cominciavano a piegarsi sugli steli. Gli piaceva il suo « caos ordinato in giardino » come lo definiva, e tirava fuori il tosaerba dal capanno solo quando riteneva che avesse raggiunto un aspetto « impresentabile ».
Magda raccolse qualche fiore, tra cui dell’aneto giallo, e li mise sul tavolo in un vasetto panciuto acquistato per due euro da un rigattiere di Arezzo.
Ora era il momento del latte. Johannes sarebbe arrivato di lì a poco. Il veleno lo teneva nella tasca dei calzoni. Sapeva che le gocce erano del tutto insapori. Lui non si sarebbe accorto di niente. Almeno non nei primi minuti.

:: Intervista a Lorenzo Mazzoni

26 febbraio 2011

KinshasaCOPERTINABentornato Lorenzo su Liberidiscrivere. C’eravamo sentiti ai tempi del tuo viaggio in Turchia. Sei uno spirito nomade. Sempre in viaggio per il mondo a conoscere, a scattare fotografie, a prendere appunti. Quali sono i tuoi prossimi viaggi in programma?
 
Destinazione trasloco. Appena finito quest’inferno mi godrò, insieme a Federica, la mia compagna,  la casa e i libri. Poi si pensava al Brasile, alle Filippine, alla Cina, alla Giamaica…
 
E’ appena uscito per Momentum Edizioni un noir molto greeniano Le Bestie, Kinshasa Serenade in parte spy story, in parte documento di denuncia sulle guerre dimenticate dell’Africa. Ci vuoi parlare di come è nato il libro?
 
Ho scritto “Le bestie” nell'estate del 2004. Da anni raccoglievo materiale su quella che è stata definita “La Guerra Mondiale Africana”. Un conflitto sempre passato in secondo piano per dare spazio solo ed esclusivamente alle Guerre del Terrore di stampo occidentale. Ero arrabbiato. Sono sempre stato interessato a quelli che purtroppo nel nostro Paese diventano fatti marginali ignorati dai media e ho scritto il romanzo di getto. “Le bestie” è uscito, in formato ridotto, in ebook nel 2005 per Kult Virtual Press Edizioni. Successivamente ho iniziato a postarlo sul mio blog, infine Massimo Di Gruso, editore di Momentum Edizioni, trovandolo un lavoro interessante, mi ha contattato per farne una nuova versione cartacea.
 
Sembra incredibile ma ancora oggi è difficile reperire informazioni sulla situazione in Congo teatro di uno dei genocidi africani più antichi perpetrati dai Belgi in nome dei diamanti. Come ti sei documentato?
 
In realtà non ci sono solo i diamanti, ma cobalto, germanio, rame, stagno, zinco, cadmio, argento, oro, berillio, manganese, uranio, tungsteno, radium, carbone… l’industria mineraria congolese è molto ricca, ed è per questo che i belgi, e non solo, hanno depredato questo Paese.
Mi sono documentato principalmente grazie a decine di articoli che ho raccolto dal 1998 e usciti, prevalentemente, su “Internazionale”. Ho utilizzato inoltre il libro “Vado verso Il Capo” di Sergio Ramazzotti e letto siti di missionari e associazioni laiche che operano in Congo. È stata un'operazione veloce perché non ho dovuto inventare nulla. Non una delle mostruosità narrate ne “Le bestie” è frutto della mia fantasia, c'è una documentazione che lo dimostra. Ho solo assemblato i pezzi, amalgamandoli con il mio metodo di scrittura, attraverso personali scelte critiche.
 
I giornali, le tv occidentali quasi censurano un conflitto che ha causato milioni di morti. Pensi ci sia un latente senso di colpa alla base di questo comportamento?
 
Io non credo che l’Occidente viva sensi di colpa, e non credo nemmeno ci siano state censure particolari, semplicemente un menefreghismo generale. Altre guerre più massmediatiche hanno catturato l’attenzione dei telespettatori. In Congo non ci sono cattivoni “post titini” come in Serbia, non c’è il petrolio dell’Iraq, non c’è un’ apparente facile soluzione come quella scelta per l’Afghanistan. In Congo l’Occidente può andare e depredare con il beneplacito del dittatoruccolo di turno. Non c’è bisogno di inventarsi armi di distruzione di massa, l’Occidente vede la popolazione del Congo non come una minaccia, ma come una forza lavoro utilissima per arricchirsi.
 
Il ruolo delle missioni umanitarie in Africa rientra sempre in quella sorta di fardello dell’uomo bianco che implica un vischioso razzismo psicologico difficile da estirpare. Finirà mai secondo te questa sorta di senso di superiorità Occidentale verso le popolazioni più povere?
 
Se tu pensi che in una zona ricca e, tendenzialmente colta, come il nord Italia spopola un partito razzista come è quello del Carroccio, o come le tv ci fanno recepire il problema immigrati, ti rendi conto che questo senso di superiorità sarà difficile da cancellare. I media ci educano con la favoletta che noi siamo più forti, che le popolazioni del Terzo Mondo vanno considerate alla stregua di bambini irresponsabili e i media hanno il potere.
 

l.mazzoni3Uno dei tuoi personaggi è un reporter tormentato, disilluso, stanco e se vogliamo anche un tantino cinico. Ha perso fiducia nel suo lavoro, ha perso fiducia nella società occidentale. Un po’ ti riconosci? C’è in questo personaggio qualcosa di autobiografico?
 
La perdita di fiducia nella società occidentale. Il nostro sistema non porta la felicità, l’arricchimento spietato e la perdita di interesse nei confronti della cultura sono fattori determinanti per allontanarmi da un modello di vita che reputo “non-vita”.
 
Un altro tuo personaggio Jakov Cohen è una sorta di specchio del cuore nero dell’Occidente membro dei Servizi Segreti sudafricani, faccendiere senza scrupoli o ideologie, torturatore e assassino. Il male è così brutto visto da vicino? 
 
Il male è sempre brutto, e la bruttezza di Jakov Cohen sta nella sua indifferenza verso l’orrore che lui stesso mette in atto. 
 
Dicevo prima un noir molto greeniano. Si sente l’eco di opere come Il nocciolo della questione, I commedianti, Un americano tranquillo, Il potere e la gloria. In cosa ti senti in debito con il grande autore inglese?
 
Ti ringrazio. Graham Greene è stato un grandissimo umanista e un grandissimo letterato. Greene mi ha insegnato che si possono raccontare fatti storici e sociali facendo della buona letteratura. Certo, lui scriveva libri inarrivabili, non voglio assolutamente mettermi al suo livello, stiamo parlando di un mio eroe. Greene mi ha insegnato un metodo per raccontare l’uomo qualunque che si ritrova a vivere grandi cambiamenti epocali, mi ha insegnato a far diventare esperienza letteraria i luoghi che ho visitato e che ho vissuto.
 
Parliamo del tuo editore Momentum, un editore giovane  specializzato in noir, hard boiled, spy story e guidato da Massimo Di Gruso, un vero appassionato. Come vi siete conosciuti? Che tipo di collaborazione avete istaurato?
 
Se in Italia tutta l’editoria operasse con la serietà con cui lavorano Massimo Di Gruso e la redazione di Momentum sarebbe un Paese dove sarebbe davvero piacevole vivere. Ci siamo conosciuti con il più classico dei metodi moderni: internet. Ho trovato un link di Momentum e gli ho sottoposto il romanzo. Il nostro è sempre stato un rapporto paritario e trasparente. Lo scrittore, o almeno il sottoscritto, sogna di avere un editore simpatico, intelligente, che ami il rischio e che creda nel romanzo che promuove più dell’autore stesso… ecco, con Momentum Edizioni è così. Inoltre c’è da parte loro una reale conoscenza dei generi hard boiled, noir e spy, insomma, siamo davvero sulla stessa lunghezza d’onda.
 
Che libro stai leggendo in questi giorni?
 
“La mano del morto”, di Antonio Chiconi, finalmente un esordiente che ha qualcosa da dire e che sa trasportare il lettore in gustose situazioni da spy-story classica ed esotica.
 
Viviamo in tempi tragici. Il Maghreb in fiamme. In Algeria e Tunisia la folla si è riversata nelle piazze, così come in Egitto e ora in Libia con effetti devastanti di repressione disumana. Vento di libertà, lotta per il pane o agenti di paesi esteri che fomentano la ribellione. Che idea ti sei fatto? Tutto in nome del petrolio? Per quello né l’Europa e né gli Stati Uniti intervengono?

 
I regimi non possono vivere per sempre. In tutti questi Paesi (ora anche la Mauritania e la Giordania sono insorte) i dittatori sono stati alleati fedeli dell’Occidente. Lo stesso colonnello Muammar Gheddafi negli ultimi anni ha perso ogni velleità da superstar antiamericana per dedicarsi ai baciamano con i leader dell’Occidente. È una rivolta contro la corruzione, la disoccupazione, la mancanza di prospettive per gli studenti, le discriminazioni religiose e sessuali. Anche il ’68 è stato un effetto a catena, lo è stato anche l’89. Speriamo che da queste rivoluzioni popolari non sorgano leader mediocri come quelli usciti dalle rivolte studentesche degli anni ’60 e dal post-Muro. Io spero che l’Europa e gli Stati Uniti non intervengano, o almeno non nel solito modo fatto di portaerei, militari ignoranti e supersoldati. Tutto quello che interessa all’Occidente è che da queste rivolte non emergano i movimenti islamici radicali, senza però tenere in conto che se tali movimenti in certe nazioni sono così forti è perché il dittatoruccio supportato dall’Europa e/o dagli Stati Uniti si è sempre disinteressato della scuola, della salute e dell’assistenza ai più poveri. Funzione che è stata svolta dalle associazioni religiose, creando una base fra il popolo. Ho abitato a Sana’a, in Yemen, ed era evidente che se ci fosse stata una protesta in qualche modo le associazioni religiose ne avrebbero fatto parte. Ma non c’è solo questo. Il popolo è stanco, non ne può più di colonnelli corrotti, craxiani tunisini fuori moda e sanguisughe reali. Ripeto: un regime non può durare per sempre.
 
Le migrazioni dall’Africa sono un fenomeno ormai inarrestabile, una vera e propria pacifica invasione che forse l’Europa non è pronta a gestire limitandosi a fare una sorta di scarica barile e obbligando a far gestire l’emergenza ai paesi del Mediterraneo su cui gli sbarchi avvengono. Non pensi ci sia miopia e vera e propria follia in questo comportamento? 
 
Se poi ci mettiamo che a gestire questa migrazione in Italia e al Parlamento Europeo ci sono brillanti umanisti dell’integrazione fra i popoli quali Borghezio o Maroni (per fare qualche esempio) la cosa fa un po’ ridere. Europa o no, l’Italia è incapace di fare fronte a una migrazione di grossa portata. Il problema non è che Lampedusa è grande come un campo da calcio o che non abbiamo abbastanza lager, pardon, centri di accoglienza. Il problema è che mancano figure professionali per gestire un’emergenza come questa. Al di là delle cifre deliranti sparate dal governo (due milioni di profughi ha detto ieri lo zelante e preparatissimo Ministro dell’Interno) il problema esiste, è reale, ma c’è una generale impreparazione non solo su come operare in situazioni simili, ma anche sugli usi, i costumi, la lingua e la cultura degli immigrati.
 
Grazie della tua disponibilità e prima di lasciarti un’ ultima domanda. Puoi anticiparci quali sono i tuoi progetti per il futuro?
 
Grazie a voi. Uscirà un mio racconto sull’antologia “Verrà domani e avrà i tuoi occhi.  Frammenti di vita migrante dall’universo del lavoro in Italia”, edito da Compagnia delle Lettere . Dal 1° Marzo in tutte le librerie e in tutte le piazze italiane che celebreranno lo sciopero degli stranieri. Stranieri non dal punto di vista anagrafico, ma perché estranei al clima di razzismo che avvelena l'Italia del presente. Autoctoni e immigrati, uniti nella stessa battaglia di civiltà. Poi sto cercando un nuovo agente e sono in gara per l’International Migration Art Festival e sto prendendo appunti per un paio di romanzi ambientati fra la Turchia, la Lombardia, Tirana e Ferrara… e poi c’è il trasloco.

:. Intervista a Carmelo Musumeci autore di Gli uomini ombra

25 febbraio 2011

Gli-uomini-ombra-380x556Grazie Carmelo di aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Questa è probabilmente l’intervista più difficile che abbia mai fatto ma voglio iniziarla considerandoti uno scrittore prima che un ergastolano. Siciliano, sei nato nel 1955 ad Aci Sant’Antonio in provincia di Catania, laureato in Giurisprudenza, scrittore. Raccontati ai nostri lettori. Chi è Carmelo Musumeci?
 
Sono quello che senz’altro non avrei voluto essere.
Sono un ergastolano ostativo a qualsiasi beneficio, se non metto in cella un altro al posto mio.
Sono un uomo ombra, un cattivo e colpevole per sempre.
Sono anche molte altre cose.
Sono pure un bambino cresciuto troppo in fretta e un uomo che ama essere ancora un bambino.
 
C’è qualche ricordo della tua infanzia che ti è particolarmente caro e vuoi dividere con noi? Parlami, della tua Sicilia. Che profumi, sapori, colori fanno parte dei tuoi ricordi?
 
Ti racconto la prima volta che incontrai l’amore:

La bambina era bellissima.
Era di una bellezza che toglieva il respiro.
Aveva i capelli che le scendevano sulle spalle.
Gli occhi neri come i capelli e le ciglia lunghe.
Le labbra rosse come i papaveri.
Lo sguardo tenebroso.
Vidi in lei la dolcezza e la sensibilità che cercavo.
Aveva un anno meno di me.
L’avevo saputo dal fratello perché lei non parlava mai.
Rimaneva seduta nello scalino della porta di casa a guardarci giocare e dopo un po’ rientrava in casa.
Si chiamava Angela, ma non me l’aveva detto lei, l’avevo saputo dal fratello.
Quando c’incontravamo ci guardavamo senza dirci nulla.
Lei non mi rivolgeva la parola ma mi guardava tutte le volte che c’incontravamo.
Sentivo la tristezza di quella bambina nel mio cuore.
Ero timido!
Non avevo il coraggio di rivolgerle la parola.
Giocavo con suo fratello e con gli altri bambini, ma lei rimaneva sempre seduta in un angolo della viuzza.
Teneva sempre fra le mani un orsetto di colore blu.
Non lo lasciava mai.
Ormai era quasi un mese che eravamo vicini di casa e non ci eravamo mai parlati.
Ma continuavamo a guardarci, felici di guardarci.
Una sera nella viuzza eravamo rimasti soli.
Eravamo seduti ognuno nello scalino della sua porta di casa.
Sentivo il suo dolce odore di bambina.
Odore di latte.
Guardai i suoi piedi nudi e sporchi, ma bellissimi.
 
 
Nessun bambino della viuzza portava le scarpe.
Era un lusso che nessun bambino dei quartieri poveri si poteva permettere.
In quel tempo si cresceva in mezzo alla strada, scalzi e mezzi nudi.
Si faceva a sassate e a cazzotti fra bambini che abitavano nel centro del paese e quelle che abitavano in periferia.
Quella sera pochi metri mi dividevano da Angela.
Ci guardavamo senza dirci nulla.
I suoi occhi parlavano per lei.
Ci guardavamo in silenzio.
Sentivo il mio giovane cuore solitario che batteva.
Io vedevo la sua solitudine e lei vedeva la mia solitudine.
Il buio sbucò all’improvviso.
Non mi accorsi che il sole era sparito all’orizzonte.
Ad un tratto sentimmo tuonare la voce del padre di lei.
Angela vieni a casa che è tardi.
Lei sospirò!
Si alzò.
Mi voltò le spalle per rientrare a casa.
Ci ripensò.
Con passo esitante venne verso di me.
Mi fissò per un attimo negli occhi.
S’inchinò e mi diede un bacio sulle labbra.
E subito dopo scappò in casa.
Rimasi ammutolito.
Sentii un tuffo al cuore.
Sentii la faccia prendermi fuoco.
Mi sentii confuso e disorientato ma felice.
Continuai a stare seduto nello scalino della porta di casa anche quando iniziò a piovere.
Mi bagnai e battei i denti dal freddo ma rimasi fermo lì dov’ero.
Ero felice e non volevo che la felicità si alzasse e se ne andasse da quello scalino.
Venne a prendermi per i capelli mia nonna.
Brutto scemo, sei tutto fradicio, vatti ad asciugare e vai a letto.
Anche quella sera, tanto per cambiare, non c’era nulla da mangiare.
Andai a dormire morto di fame, i miei fratelli si erano mangiati anche la mia parte.
Quella notte in un angolo del mio cuore nascosi l’amore per Angela che mi avrebbe accompagnato tutta la vita.
 
Parlami dei tuoi studi. Mentre eri all’Asinara in regime di 41 bis hai ripreso gli studi e da autodidatta hai terminato le scuole superiori. Nel 2005 ti sei laureato in giurisprudenza con una tesi in Sociologia del diritto dal titolo “Vivere l’ergastolo”. Attualmente sei iscritto all’Università di Perugina al Corso di Laurea specialistica, dove hai terminato gli esami, e attualmente stai preparando la Tesi con il Prof. Carlo Fiorio, docente di Diritto Processuale Penale. Come hai deciso di seguire studi giuridici?
 
Sono entrato in carcere con la quinta elementare.
Le giornate passavano vuote, affannose, tutte uguali, lasciandomi il senso della nullità.
 
Mi capitò di leggere un libro di Don Lorenzo Milani.
Siete proprio come vi vogliono i padroni: servi, chiusi e sottomessi. Se il padrone conosce 1000 parole e tu ne conosci solo 100 sei destinato ad essere sempre servo.
E iniziai a studiare.
Venne il momento d’iscrivermi all’università.
Quale facoltà scegliere?
Scelsi la facoltà di giurisprudenza perché qualsiasi altra laurea che avessi preso non mi sarebbe servita a nulla.
 
Come è nato il tuo amore per la scrittura? Quali sono i tuoi maestri letterari?
 
Un uomo libero può essere libero anche in carcere se ha la forza di scrivere quello che pensa.
Il mio amore per la scrittura è nato per continuare a vivere.
Scrivo solo per continuare a esistere aldilà del muro di cinta perché quando scrivo non mi sento di essere in cella perché mi sembra di essere altrove, dentro i cuori delle persone che mi leggono.
Scrivere mi riscalda il tempo, il cuore e la mente.
Giulia, mi piace scrivere perché vivo quello che scrivo, ed è l’unica maniera che ho per continuare a vivere.
Non ho particolari maestri letterari a cui mi ispiro.
Mi ispiro solo al mio cuore.
A volte, di notte, al buio, guardo per delle ore a occhi aperti il soffitto della mia cella, ascolto il mio cuore, mi alzo e scrivo.
Scrivere mi fa bene e mi aiuta a sapere anche cosa penso.
 
Per Gabrielli Editore hai pubblicato Gli uomini ombra, un libro di racconti social noir. Puoi parlarcene. Hanno elementi autobiografici, o parti dalla realtà per descrivere altro?
 
Molti scrittori per scrivere hanno bisogno d’inventare, di documentarsi, di fare ricerche, io ho solo bisogno di ricordare la mia vita.
Molti scrittori per descrivere il coraggio, l’odio, la paura, il tradimento, la bontà, il male e tante altre sensazioni hanno bisogno di immaginare.
Io ho solo bisogno di scavare nella mia mente.
E nella malavita e in carcere spesso la realtà supera la fantasia.
 
Quale racconto ti è più caro o come figli li ami tutti allo stesso modo? Scrivi un diario? Hai mai pensato di scrivere un’autobiografia?
 
Il racconto, ma più che un racconto è un romanzo, che più mi è caro è ancora inedito ed è quello che ho scritto e donato al mio angelo, dal titolo “Il Senza Dio”.
Da moltissimi anni scrivo un diario pubblico che viene inserito nel sito di
www.informacarcere.it
per cui svolgo regolare attività lavorativa con un contratto a progetto, regolarmente remunerato.
Ho già scritto da anni un’autobiografia dal titolo “Nato colpevole”, ma la pubblicazione non dipende da me, ma dai miei due figli.
Saranno loro che decideranno come, quando e se pubblicarla.
Ti dono alcune righe di questa autobiografia.
 
Già quando nacqui mi sentii solo.
Guardavo con curiosità tutto quello che accadeva intorno a me.
Desideravo fare delle domande ma non sapevo ancora parlare e quando imparai capii che in quel mondo comandavano i grandi.
Credo di essere nato per caso.
Non l’avevo chiesto io e già questo mi dette fastidio, appena vidi in che casino ero nato.
Non ricordo come è successo, ma da quello che ho saputo dopo, cerco d’immaginarlo.
Fin dalla nascita mi sentii perso fra gente sconosciuta.
Sono nato in un paesino in provincia di Catania dopo una iecina di anni ch’era finita la seconda guerra mondiale.
Tutto quello che vedevo intorno a me non mi piaceva, non vedevo amore.
Probabilmente perché l’amore nella mia famiglia era un lusso che nessuno si poteva permettere, forse perché non era roba da mangiare.
Mi raccontarono che presi il latte da mia madre fino a due anni, che altro potevo fare se non c’era nulla da mangiare?
Di giorno dormivo e di notte rimanevo delle ore a occhi spalancati a guardare l’oscurità.
Chissà cosa pensavo!
Ora mi piacerebbe saperlo.
Capii molto presto che in quello strano mondo dove ero nato molte persone avrebbero deciso per me.

 
Nel 2007 hai conosciuto don Oreste Benzi e da tre anni condividi il progetto “Oltre le sbarre”, programma della Comunità Papa Giovanni XXIII. Puoi raccontarci di cosa si tratta?
 
Per la Comunità Papa Giovanni XXIII, ogni uomo buono o cattivo è l’uno e l’altro.
Io sono ateo, ma il Dio di Don Oreste mi piacerebbe conoscerlo.
L’essenza del programma sta nel risarcimento sociale come pena alternativa al carcere.
 
Le condizioni pessime delle carceri italiane è un tema molto dibattuto e doloroso. Il numero dei suicidi non solo tra i carcerati ma anche tra le guardie è in costante aumento. Cosa si dovrebbe fare per contrastare questa autentica piaga sociale?
 
Negli istituti italiani si muore perché nei nostri carceri togliersi la vita è meno doloroso, drammatico e brutto che viverci.
Neppure io so s’è meglio morire o stare chiusi in una cella a sopravvivere.
Cosa si dovrebbe fare per contrastare questa autentica piaga sociale?
Nulla di difficile e complicato, il carcere dovrebbe assomigliare alla vita esterna e non essere uguale all’inferno dove forse andremo nell’aldilà.
Giulia la pena più potente e rieducativi del mondo è l’amore e in carcere manca proprio quello.
 
Sei promotore della campagna “Mai dire mai” per l’abolizione della pena senza fine. Che parole avresti per convincere un ipotetico scettico che la tua campagna è ragionevole, che un ergastolo ostativo senza benefici, senza mai un giorno di permesso, impedisce qualsiasi forma di recupero, rieducazione e giustizia?
 
Più che rivolgermi agli uomini liberi devo prima convincere gli stessi ergastolani ostativi per questo va a loro questo mio appello:
 
Compagni,
tutti noi abbiamo un sogno: un fine pena, ma i sogni non si realizzano da soli, hanno bisogno del nostro aiuto.
Alcuni di noi aspettano che quelli di fuori lottino per noi, ma quelli di fuori sono già impegnati a risolvere i loro problemi, i ricchi a diventare più ricchi, i poveri a sopravvivere e i politici ad andare con le minorenni o a difendere chi ci va.
Non possiamo riscattare le nostre vite se i “cattivi” non lottano, non educano al perdono, alla legalità i “buoni”, i nostri politici, i nostri “educatori” e i nostri giudici di sorveglianza.
La paura non ci deve condizionare, se non lottiamo è ancora peggio,  non abbiamo più nulla da perdere, possiamo perdere solo le nostre catene.
Molti uomini ombra stanno fermi nelle loro celle e aspettano non si sa cosa, ma se continuano a fare nulla la nostra sorte è già segnata.
 
Grazie Carmelo della tua disponibilità e spero di leggere al più presto i tuoi prossimi libri.
Giulia.
 
Il mio cuore dice grazie a te Giulia.
Il mio prossimo libro sarà “Le avventure di Zanna Blu”.
Non lo comprare e non lo leggere perché parla di uno stupido lupo che è innamorato dell’amore, della luna e delle stelle.
E mi sta rubando l’affetto di tutte le persone che mi vogliono bene perché chi legge le sue avventure dopo vuole più bene a lui che al suo scrittore, sic!
Colpa mia che nell’ultima avventura non l’ho fatto morire, ma i miei figli e i miei nipotini mi hanno minacciato che se lo avessi fatto morire non mi sarebbero più venuti a trovare.
Il mio cuore ti sorride.

:: In anteprima estratto di Altri regni di Richard Matheson Fanucci

24 febbraio 2011

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Sono nato a Brooklyn, New York, il 20 febbraio del 1900. Figlio del capitano Bradford Smith White e di Martha Justine Hollenbeck. Avevo una sorella, Veronica, più piccola di me, morta nello stesso anno in cui ebbero inizio questi strani avvenimenti.
Il capitano Bradford Smith White era un porco. Ecco, l’ho scritto, dopo tanti anni. Era un porco calzato e vestito. No,non lo era. Era un uomo malato. Il suo cervello era contorto; infestato dalle ombre, si potrebbe dire.
Veronica e io (specialmente Veronica) soffrimmo moltissimo il suo carattere violento. La sua era una disciplina ferrea. Credo che l’arruolamento in marina gli abbia risparmiato l’internamento in un manicomio. Dove altro avrebbe potuto sfogare il suo temperamento quasi da demente? Nostra madre, dolce ed emotiva, morì prima di compiere quarant’anni. Dovrei dire ‘se la cavò’ prima di compiere quarant’anni. Il suo matrimonio fu un soggiorno prolungato all’inferno.
Vi offro un piccolo esempio. Un giorno di marzo del 1915 mamma, Veronica e io ricevemmo un invito (un ordine) a partecipare a un pranzo sulla nave di papà (una nave ausiliaria, ricordo). Nessuno di noi voleva andarci, ma in pratica non avevamo scelta: o il pranzo sulla nave di papà oppure, in caso di rifiuto, diverse settimane (forse un mese) di punizioni non ben precisate. Così indossammo i nostri vestiti migliori e raggiungemmo l’arsenale marittimo, e lì scoprimmo che la nave di papà era ancorata lungo il fiume Hudson, spazzato da un vento fortissimo che provocava movimenti ondosi simili a piccoli tsunami.
Un marito e padre sano di mente poteva mai permettere alla sua famiglia di affrontare una situazione tanto pericolosa? Vi chiedo, un marito e padre sano di mente non avrebbe annullato un programma tanto folle per portare la sua famiglia in un ristorante degno di questo nome?
Naturalmente sì. E il capitano Bradford Smith White, della marina degli Stati Uniti, si comportò come chi si ritenesse sano di mente? Giudicate voi. Era programmato che dovessimo partecipare al pranzo a bordo di quella dannata nave comandata dal dannato – dal porco – White, e se nell’occasione fossimo tutti annegati – com’è che si dice oggi? – peggio per noi. Spiacevole, ma inevitabile.
Salimmo con passo malfermo a bordo della barca a remi del capitano – la sua lancia privata – e partimmo. Le tendine laterali erano abbassate, senza dubbio una concessione di papà al maggior realismo possibile. Il vento comunque soffiava con tale violenza che le tendine continuavano a sbatacchiare anche così calate, e il fiume ci riempiva di spruzzi. È inutile dirlo, ma lo dico lo stesso, il fiume era ben più che increspato: c’erano dei cavalloni veri e propri. La lancia rollava e beccheggiava, si inclinava di lato e si sollevava. Mamma implorava il capitano di tornare indietro, ma quello rimase irremovibile, con le labbra strette ed esangui. Avremmo raggiunto la nave ‘lisci come l’olio’ – fu questa la frase che usò – oppure, ma questo lo pensai io, ci saremmo sfracellati contro di essa. Mamma si teneva un fazzoletto sulle labbra, certamente per impedirsi di rigettare ciò che aveva mangiato quel giorno. Veronica piangeva. Quanto a me, ricordo che tentavo (invano) di non piangere perché il capitano detestava le lacrime di Veronica, e non cessava di sottolinearlo con occhiatacce critiche.
In qualche modo, nonostante la mia convinzione che fossimo tutti destinati a finire in fondo al fiume, alla fine raggiungemmo – vivi ma fradici – la nave di papà. E questa, caro lettore, non fu affatto la conclusione del nostro incubo a base di mal di mare. Non c’era una scala vera e propria che portava in coperta, capisci, ma solo una rampa metallica esterna che per via delle ondate era flagellata  dall’acqua. La famiglia White si arrampicò per questi gradini scivolosi, assolutamente convinta che una morte di qualche tipo – per caduta o per annegamento – fosse imminente. Anzi, prima la caduta, poi l’annegamento in quell’abisso salmastro. Il faro della lancia era rimasto acceso, intensificando la nostra salita alla cieca, un po’ anche perché abbagliati dal faro di coperta, e mamma salì per prima, aiutata alla meno peggio da un marinaio terrorizzato. Con mia grande meraviglia – e incredulo sollievo – non cadde né annegò, e raggiunse la coperta zuppa come un pulcino, ma incolume.
Subito dopo salì Veronica. In quel momento chiamai a raccolta tutti gli angeli custodi. Veronica rinunciò del tutto al suo tentativo di non piangere per non offendere il capitano e si impegnò al massimo, aiutata, su per la scala fangosa, scivolando più di una volta e concedendosi lacrime e singhiozzi in abbondanza. La seguii, stringendo la ringhiera gelata con tale violenza che le mani mi si intorpidirono. Nessuno mi aiutò. O mio padre era convinto che fossi abbastanza forte da cavarmela da solo, oppure nutriva la segreta speranza che perdessi la vita in acqua e lo liberassi dal fastidio di un figlio irritante.
Comunque stessero le cose salii da solo afferrandomi alla ringhiera con entrambe le mani. Mi sforzai di non guardare su, ma lo feci lo stesso, e avvistai la gonna di Veronica che svolazzava furiosamente; a un certo punto vidi di sfuggita le sue mutandine e notai che erano bagnate.
Niente di strano. Succedeva anche a me. E mi domandai se anche a mamma fosse capitata la stessa cosa. La debolezza non poteva essere frutto dell’eredità genetica di papà. Se ne aveva una, era la totale incapacità di immedesimarsi in altri esseri umani.
Aun certo momento della sua salita nella quale sfidava la morte, Veronica scivolò del tutto fuori dalla scala, urlando per il terrore. Il tacco della sua scarpa sinistra (ma perché non si era messa degli scarponi da montagna?) mi colpì alla testa (ma perché non mi ero messo un casco da pompiere?) e cominciai a sanguinare. Fu un attimo pieno di tensione. Veronica sarebbe precipitata nel fiume? Io avrei sanguinato fino a morire? Nessuna delle due. Veronica, singhiozzante, terrorizzata, povero angelo, riuscì a rimettere il piede sul gradino, aiutata dal marinaio che era con lei, e venne sollevata sul ponte da un altro marinaio, un villanzone grande e grosso dai capelli rossi che sghignazzava sotto i baffi. Poi salii io, e subito dopo, con mio grande disappunto, il capitano Bradford Smith White della marina degli Stati Uniti, con un leggero sorriso sulle labbra di granito. Tutto ciò che era successo lo aveva divertito. Sono sicuro che mamma avrebbe potuto ucciderlo. Idem per me. Più di lei. Naturalmente adesso darete per scontato che tanto furore fosse la fine di tutto. Non fu così. Il buon capitano aveva altri terrori in serbo per noi.
Ma prima qualche parola su mia sorella. Veronica era davvero un’anima gentile. Una volta, durante un violento temporale, raccolse un cucciolo sanguinante che era stato investito (e abbandonato) da un automobilista lanciato a tutta velocità. Lo portò a casa – cinque isolati più in là – tenendolo in braccio. Per colmo di sfortuna quel pomeriggio il capitano si trovava in casa e le ordinò di togliere di mezzo ‘quella maledetta bestia frignante’ prima che insanguinasse tutto il tappeto cinese lavorato a mano.
Solo un piagnucolio isterico di Veronica, e un insolito pestar di piedi da parte di mamma – per non parlare di qualche pungente aggressione verbale da parte mia, unita ad alcune impulsive volgarità (per cui in seguito pagai un pesante pedaggio, e lascio alla vostra immaginazione figurarsi quale) – convinse il capitano Bradford Smith White della marina degli Stati Uniti, sia pure controvoglia, a lasciare che Veronica portasse quel bastardaccio di cane ancora silenzioso, tremante e sanguinante, in un angolo non utilizzato della cantina.
Vi andai con lei, contravvenendo all’ingiunzione del buon capitano di ritirarmi ‘nella mia fottuta camera’(un’altra manchevolezza per la quale pagai il pesante pedaggio numero due) e lì vidi quella dolce creatura, benedetto sia il suo nobile cuore, che piangeva sommessamente, scossa da singhiozzi, amorevolmente preoccupata per quel cucciolo (era, poverina, una Florence Nightingale in erba), che lo lavava e lo fasciava utilizzando la biancheria di casa (‘Questo cucciolo ne ha più bisogno di lui’, rivelandomi così, se mai avessi necessità di saperlo, quanto odiasse suo padre). Medicò le ferite e le escoriazioni del cagnolino, poi lo baciò sulla testa bagnata, piangendo di nuovo quando l’animale le leccò la mano.
Lieto fine? Volete un lieto fine? Scordatevelo. La mattina presto Veronica si precipitò in cantina per vedere se il cucciolo stava bene. Era sparito, e lei corse con l’intenzione di chiedere notizie al capitano Bradford Smith White della marina degli Stati Uniti e mamma le disse che era uscito per assolvere al suo dovere di comandante… Probabilmente per picchiare a morte qualche marinaio con la catena.
Ma sto divagando. Veronica si mise a urlare come una disperata e, sospettando (secondo logica) il peggio, corse fuori. Trovò il cucciolo sul portico posteriore, tutto raggomitolato in una scatola di cartone aperta. Inutile dirlo – e lo dico quasi con vendicativo compiacimento – pioveva ancora e il cucciolo tremava in modo incontrollato, ormai moribondo. Infatti morì il pomeriggio stesso. Vorrei descrivere la cerimonia funebre celebrata da una Veronica col cuore spezzato, ma il ricordo è troppo doloroso per scendere nei particolari.
Un altro aneddoto sul capitano Bradford Smith White della marina degli Stati Uniti. Un altro capitolo nero nel suo Libro delle porcherie. La conclusione? Punì (severamente) Veronica per aver rovinato una tovaglia, per aver usato la biancheria di casa, per aver scavato una tomba senza autorizzazione nel cortile posteriore e, inoltre, per aver celebrato un funerale ‘non cristiano’ senza l’esplicito permesso
della chiesa. Scherzava? Proprio no.
Veronica non ha mai goduto di buona salute, né tantomeno è stata mai robusta. Mamma la portava in macchina – un tragitto lungo e scomodo – fino a un ospedale della marina per farla curare. Il capitano Sapete Chi non permetteva a Veronica, a me o a mamma di farsi curare da un medico locale. Lui era un ufficiale della marina (perdio) e le cure mediche per la famiglia di un ufficiale della marina dovevano (ripeto, dovevano) essere eseguite in un ospedale o in una clinica della marina. (Perdio). Veronica divenne più debole ogni anno che passava. Quando l’epidemia di influenza raggiunse gli Stati Uniti, lei fu tra le prime vittime, così poco resistente com’era. Povera, dolce, cara Veronica. Sento ancora la sua mancanza e piango per la sua infelicità.
Il capitano esercitò il suo brutale effetto su di me, particolarmente nell’età preadolescenziale. Nato sotto il segno dei pesci (che qualcuno aveva definito il secchio della spazzatura dello zodiaco), anch’io piansi molto prima di arrivare a quindici anni. Poi il mio ascendente, qualunque fosse (in realtà lo so), dev’essere cresciuto con prepotenza e si manifestò, poiché cominciai a tenermi alla larga dal capitano B.S. W. e lui non riuscì più a mettermi le mani addosso.
Se fossi stato il felice proprietario di una pistola carica, probabilmente (non dico indubbiamente) gli avrei sparato in più di un’occasione: per Veronica, per mamma, per me stesso. Nessun senso di colpa. Avevo le idee chiare. Più che altro un senso di ghignante giustificazione.
Ho evitato abbastanza a lungo la divulgazione del mio ‘spaventoso racconto’(ricordate naturalmente che è anche un racconto straordinario). Avrete già capito che sono stato troppo condizionato emotivamente per rivelarlo in questi sessant’anni e passa. Perciò perdonatemi se dimentico me stesso e consento al mio alter ego commerciale, Arthur Black, di emergere e di sostituirsi gentilmente alla mia persona, insensibile e affamato di denaro com’è. Vi prometto che tutto ciò che sto per raccontarvi non è frutto del mio cervello dissestato. È successo.
Ritornate con me al 1917. Avevo diciotto anni e la Prima guerra mondiale infuriava ancora. Naturalmente il capitano Bradford Smith White della marina degli Stati Uniti voleva che entrassi in marina; ci avrebbe pensato lui a farmi ottenere una posizione ‘adeguata’. Resterete sorpresi se vi dico che non ne volli sapere? Mi arruolai nell’esercito. Non riesco a descrivere in modo compiuto il  piacere intenso che provai quando vidi l’espressione di totale repulsione sul suo viso mentre gli comunicavo la ‘bella notizia’( andavo a fare la guerra per conto dello Zio Sam!). Eccomi lì, una recluta dell’esercito, senza dubbio destinato a un viaggio in Francia. Non fu esattamente l’inizio del mio incubo-di-là-da-venire, ma di certo fu un buon avvio.

:: Recensione di Up & under racconti di ragby di Andrea Pelliccia

23 febbraio 2011

UpUnder_cover1In concomitanza  con lo svolgimento del famoso Torneo delle 6 Nazioni di rugby (a cui partecipa da qualche anno anche l’Italia) e nell’anno dei Mondiali (in autunno, in Nuova Zelanda, anche qui l’Italia sarà presente), ecco un libro di racconti su questo sport tanto coraggioso e leale quanto poco reclamizzato e osannato.
Lo scrittore ha inteso rappresentare storie di vario genere in contesti differenti per cercare di far avvicinare più soggetti possibile a questo nobile sport, anche se ignari delle sue regole base (che vengono comunque riportare in un appendice).
Si parte con l’esordio di un ragazzino che si avvicina al rugby non spinto da una propria passione ma dal volere del padre, per passare poi alle attese e alle perplessità del primo arbitro italiano designato ad arbitrare un incontro del 6 Nazioni nel tempio inglese della palla ovale di Twickenham, tre sole settimane dopo i gravi attentati che hanno sconvolto il Regno Unito, per poi ricollegarsi al primo episodio con un viaggio in pulmann verso Parma di una squadra di giovani rugbisty accompagnati da un’autista lucano che ripercorrendo aspetti della sua vita che lo hanno spinto a emigrare a Padova, ne disegnano anche il suo lento coinvolgimento verso questo misterioso quanto affascinante sport.
La raccolta prosegue poi con il racconto di uno strano incontro in una strada gallese tra un avvocato di successo e un mendicante silenzioso che custodisce un pallone da rugby tra le sue mani, un incontro che significherà molto per entrambi e che li segnerà profondamente in un modo o nell’altro; si arriva così a un racconto autobiografico di un allenamento particolare svolto con la nazionale italiana di rugby con i ricordi di una esperienza irripetibile per finire con una storia thriller, dove il rugby svolge solo una funzione di contorno, dove un' altezzosa coppia di coniugi intenta soprattutto a organizzare feste private a scopo esibizionistico si ritrova coinvolta in un misterioso rapimento al quale, nell'indifferenza (o addirittura nell'approvazione generale) sembra solo preoccuparsi la figlia minore della coppia, sicuramente la più matura della famiglia. Un libro in sostanza consigliato a chi è un amante dello sport in generale ed è desideroso di avvicinarsi ancor di più a questo gioco che sta prendendo sempre più piede anche in Italia e che lontano da isterie e bizzarrie comuni ad altri sport più ricchi ed affermati, prevede sempre il rispetto reciproco e l'applauso finale che accompagna sia vinti che vincitori.

Up & under racconti di ragby di Andrea Pelliccia Absolutely Free Editore, 2011, 211 pagine, Prezzo di copertina Euro 13,00

:: Intervista con Antonello De Sanctis: quando le parole diventano musica.

22 febbraio 2011

1446745049Benvenuto Antonello su Liberidiscrivere e grazie per aver accettato la mia intervista. Si racconti ai nostri lettori. Chi è Antonello De Sanctis?

Sono uno come un altro che ha una grande voglia di comunicare. Ognuno lo fa a modo suo, come può e come sa. Il prete che predica dall’altare o, meglio, tra la gente, il politico che argomenta da uno scranno, il pugile tra le corde di un ring. Io cerco colleganze riempiendo fogli bianchi e mi realizzo appieno quando le pagine da silenzio diventano parole.

Inizia la sua attività di paroliere negli anni ’70 tra gli altri ha lavorato per Mia Martini, Cugini di Campagna, il celeberrimo Anima mia è suo,  Fred Buongusto, Gigi Proietti, Mietta, Nek. Scrivere un testo che poi sarà musicato che difficoltà presenta? Sapeva già chi l’avrebbe interpretato e ha adattato il suo stile all’artista?

Quando ho iniziato questo mestiere, scrivevo pezzi “dispari” come li chiamo io. Brani cioè che nascevano senza una precisa destinazione, poi si cercava di affidarli a qualche interprete. La cosa non mi entusiasmava molto perché comporre una canzone al buio era come avere una macchina e non sapere dove andare o averne solo una vaga idea. Così ho preferito un tipo di collaborazione più mirata e ho lavorato gomito a gomito con artisti, quasi sempre debuttanti, cercando di dire cose che aderissero il più possibile alla loro personalità. E’ andata abbastanza bene, devo dire. Preciso che sono rarissimi i compositori che sanno musicare un testo, nel novantanove per cento dei casi accade il contrario, purtroppo.

Ha mai conosciuto Mia Martini? C’è un ricordo legato a lei che le è particolarmente caro?

Avevo un buon feeling artistico con Mimì. Uno tra i ricordi più cari che mi rimane di lei è una passeggiata in una stradina di lato all’ex Rca. Era reduce da una seduta in sala di registrazione e voleva fare un po’ di decompressione. Ci conoscevamo da poco, parlammo e scoprii la sua intensità di donna e la sua pulizia interiore, come racconto in “Non ho mai scritto per Celentano”. Le sue straordinarie capacità d’interprete le sappiamo tutti. Il fatto è che non esistono grandi artisti se, prima di tutto, non sono grandi persone.

Quale è la canzone in assoluto cui è più legato?

Indubbiamente “Padre davvero” e “In te”, brani dai contenuti antitetici che raccontano una grande rabbia il primo e un amore immenso, il secondo. Sentimenti che si toccano alla fine, facce diverse di una stessa medaglia che è la nostra vita.

C’è un aneddoto, divertente, bizzarro, insolito legato a questi artisti che le va di ricordare?

Mi diverte ripensare a un esordiente per il quale avevo scritto un brano molto delicato che nell’incipit recitava: “Se io/fossi un passero verrei/ogni notte su da te/a spiare la tua intimità”. Questo ragazzo debuttò al Festivalbar senza grossi esiti, a dire il vero. Tornato a Roma, mi disse: “Antonello, non capisco perché appena ho iniziato a cantare, tutti si sono messi a ridere.”. Lo osservai meglio. Era un tipo grassoccio, pesante, impacciato, l’esatto contrario insomma di quello che è un passero nel nostro immaginario. Solo allora capii di avere sbagliato il tiro quella volta.

Le piace la musica jazz?

Moltissimo, anche se ne capisco poco. Una volta a Giovanni Sanjust, sublime clarinettista jazz, cantai improvvisando: “Sha da ba dabi, sha da ba dabi…”. “E’ buon jazz, Giovanni?” gli chiesi. “No, è una stronzata” mi rispose. Il jazz, un grande amore non corrisposto direi.

E’ appena terminato il Festival di San Remo, una manifestazione che nel bene e nel male è entrata nel costume e nella storia italiana. Cosa ne pensa dell’edizione di quest’anno? E la considera un bene per la musica italiana?

Ogni anno, animato dalla migliore buona volontà, mi metto a guardarlo anche per necessità professionale. Solitamente mi addormento verso la terza canzone. Raramente arrivo alla quinta ed è già record. Se ho qualche brano che partecipa dico a mia moglie: “Mi svegli quando passa la mia canzone?”. Conosco Gianni da tempo, sapevo che era una garanzia e non ha fallito, mi pare. Ma Sanremo è ormai un grande Barnum televisivo e le canzoni che una volta avevano una loro centralità, ora sono diventate quasi un accessorio.

Ha esordito come narratore nel 2007 con Non ho mai scritto per Celentano, un’opera autobiografica in cui racconta uno spaccato di 35 anni di musica leggera italiana.Tra i suoi vari interessi come è nato l’amore per la scrittura?

L’ho adorata fin da ragazzino. La scrittura è un’amante imprevedibile, estrosa, volubile, passionale, che spesso si lascia desiderare ma quando ti abbraccia, lo fa come poche persone al mondo. Ha una natura infedele e spesso ti tradisce andandosene chissà dove, ma poi si ripresenta e conosce il modo per farsi perdonare. Così io, innamorato perso, aspetto pazientemente che le idee, le parole si decidano a tornare. Sciaguratamente mi capita spesso di esercitare un’astinenza quasi monastica. Spero solo che questa mia non voluta continenza possa essere alla fine un valido passaporto per il Paradiso.

Lei che conosce una gran parte dei retroscena della musica leggera italiano si è fatto un’idea sul mistero del suicidio di Tenco? Ha qualche teoria?

Mille voci di corridoio, mille ipotesi spesso divergenti non fanno la verità. Non ho avuto modo di conoscere a fondo Luigi, mi rimane però il dolore per la perdita di un uomo e un artista immenso.

Nel  2010 pubblica il suo primo romanzo, Oltre l’orizzonte. Una semplice storia d’amore, i cui proventi sono in parte devoluti alla ricerca sul cancro. Ce ne vuole parlare.

Raccontare un romanzo è per me piuttosto complicato. Mi frena tra l’altro l’inadeguatezza della sintesi nel momento che si sovrappone a una narrazione che vive di virgole, frasi cercate, pause, respiri, dialoghi e via dicendo. E’ comunque la storia di tre figli che si riuniscono intorno al letto della madre malata di tumore, ma questo è solo per dare una traccia dell’argomento. Il resto è da leggere.

E’ una storia in parte autobiografica, o ispirata a fatti reali?

E’ un po’ realtà e un po’ fantasia, come tutto quello che ci circonda del resto. Non so vedere grandi differenze tra suggestioni dissimili, antitetiche a volte, come il progetto e il sogno, la speranza e la delusione, la realtà o la fantasia, appunto. Penso che tutto sia passaggio, transizione, contrapposizione, evoluzione a volte, in questo gioco fascinoso che è la vita.

Ci sono progetti cinematografici tratti dal suo romanzo?

Oltre l’orizzonte è una storia molto filmica, mi pare. Proposte di questo tipo però non ne ho avute, né le ho cercate, sinceramente.

Quali sono i suoi scrittori preferiti? Quale è il libro che attualmente ha aperto sul classico comodino?

Indubbiamente Hemingway e Bukowski. Sul comodino ho “Il talismano” di Stephen King, ma il segnalibro si è testardamente posizionato all’inizio del romanzo e non ha alcuna intenzione di muoversi da là.

Se dovesse fare un bilancio della sua carriera cosa salverebbe e cosa cambierebbe?

Salverei me dalla mia carriera. Nella prossima vita voglio essere un albero, un pazzo, un mendicante o un gatto. Le ambizioni e la carriera sono specchi deformanti e mistificatori, vere e proprie prigioni che privilegiano l’apparenza all’essenza e soffocano la nostra libertà. Personalmente, credo che l’essere liberi sia in assoluto uno dei primi valori da difendere nella vita.

Per concludere ringraziandola ancora della sua disponibilità può anticiparci a cosa sta lavorando? Quali sono i suoi prossimi progetti?

Le canzoni le ho lasciate in stand by rifiutando anche proposte interessanti. Sto lavorando sul prossimo romanzo e, visti i proventi dell’editoria libraria, comincio fin d’ora ad allenarmi a fare il morto di fame.

:: Recensione di La gabbia criminale di Alessandro Bastasi

18 febbraio 2011

gabbia_criminale_webAvete presente Peppone e Don Camillo, il sindaco comunista e il combattivo parroco di Brescello nella riduzione cinematografica, personaggi letterari creati dalla penna di Giovannino Guareschi, emblemi della Bassa Padana nell’ Italia rurale e provinciale del dopoguerra. L’Italia di Coppi e Bartali, per intenderci, altra coppia antagonista questa volta del ciclismo, quando sport, politica e società  era un tutt’uno e rispecchiavano il contrapporsi di due Italie quella comunista di ispirazione laica e quella democristiana cattolica e conservatrice. Se ci aspettiamo un idilliaco scontro culturale, fatto di stima e rispetto reciproco dobbiamo ricrederci, non fu affatto così. Alessandro Bastasi ci ricorda che democristiani e comunisti si odiavano davvero e non era vero quello che si vedeva al cinema nei film su Don Camillo e Peppone dove litigavano tanto ma poi in fondo erano solidali. Tanto che quando uscì il film un prete di Bologna di nome don Lorenzo Tedeschi si scagliò contro Guareschi scrivendo su un periodico: “L’irenismo di Don Camillo è un pernicioso equivoco… Una terribile realtà di abdicazione” e un vaticanista scrisse sulla Gazzetta del Popolo di Torino: “Gli ambienti vaticani contro l’ormai famoso romanzo di Guareschi”. Bastasi per delineare bene il clima scrive: “Alla Messa della domenica il parroco, invece che amore cristiano, predicava odio contro i comunisti scomunicati, immorali e senza Dio”. Ecco in questa Italia e per la precisione nel dicembre del 1953 ha inizio il noir la Gabbia criminale. In un borgo alla periferia di Treviso vengono rinvenuti cadavere due anziani, Saverio Dotto, ucciso con tre coltellate nella schiena e la moglie ancora in camicia da notte con una coltellata al cuore. Un delitto sanguinario che scuote il torpore di una città della Bassa in cui l’attività principale è tagliare i panni addosso, dire maldicenze, sparlare di vicini e conoscenti con morbosa cattiveria ma per vigliaccheria, quieto vivere o pigrizia veri delitti non se ne compiono. E’ una zona tranquilla, certo durante la guerra di fattacci ne sono accaduti, ma erano circostanze eccezionali, scusabili, altri tempi. Saverio Dotto proprietario di vigne e di immobili, un infame arricchito in tempo di guerra con la borsa nera, ex fascista della milizia, usuraio, capace di correre dietro ai bambini con il fucile se vedeva minacciata qualche sua proprietà, ne aveva di scheletri nell’armadio, di gente che lo odiava, come Caterina la matta che quando lo vedeva sussurrava piano: “stupratore e assassino”. Molti hanno una ragione per vederlo morto, forse tra tutti una ragione in più ce l’ ha Carlo Bettini, uno dei comunisti immorali e senza Dio, bersaglio dei preti come sopra accennato, che quando morì Stalin piansero e si misero al braccio la fascetta del lutto. Si mormora in paese che fu il Dotto a violentargli e  uccidergli la moglie nel 44 e tanto basta per servirgli da movente. Una vendetta insomma e così lo portano via, lo processano e lo condannano a vent’anni, poco importa se per il crepacuore non scontò interamente la pena morendo nel 1965, poco importa se era poco più che un capro espiatorio. Alberto Sartini, un bambino all’epoca dei fatti, dopo anni trascorsi a Brescia a fare il professore di filosofia, ormai in pensione torna nella vecchia casa dei genitori e inizia a interrogarsi su quegli antichi delitti. Fu davvero il Bettini l’assassino, o non fu altro che una scelta di comodo e il vero colpevole nascosto dall’omertà di un paese bigotto e rinchiuso nella gabbia criminale del titolo, l’ ha fatta franca e impunito ha vissuto per anni nel rispetto e nella considerazione della comunità? Sartini vuole sapere la verità e quello che scopre perché alla fine la verità la scopre, cambierà per sempre la sua vita e il suo futuro. La Gabbia criminale del noir più che del giallo classico ha molti elementi, ci sono le vittime che suscitano ben poca pietà, ci sono gli innocenti fatti passare per colpevoli, c’è chi cerca la verità ma alla fine avrebbe preferito non scoprirla, c’è un affresco sociale che rispecchia in maniera fedele il perbenismo bigotto di un’Italia di provincia che ancora vive nei piccoli borghi rurali dove tutti si conoscono, dove l’asfissiante maschera fatta di ipocrisia e falsità nasconde odi, rancori, vendette,  rivalità e tutto si fa in nome dell’apparenza, l’unica cosa da salvare in un mondo gretto e ottuso e schiavo di quel che dice la gente. Quest’ultima a mio avviso e la parte più riuscita del romanzo, capace da sola di tenere in piedi l’impalcatura su cui si regge. Se devo trovargli un limite forse la sovrapposizione dei piani temporali rende un po’ faticosa la lettura ma spinge semplicemente a fare più attenzione e ad evitare una lettura frettolosa. Bastasi scrive bene, è attento ai particolari ci sono elementi che da soli racchiudono un’atmosfera, basta citare la descrizione della cucina, una delle scene del delitto: “ il tavolo di legno con le quattro sedie, la credenza con il pane, il santino di papa Pio XII sul muro, la cucina economica con il fuoco acceso, l’acqua che bolle nella grossa pentola, la boule sul tavolo pronta per essere riempita” basta questo per descrivere l’interno di una semplice casa contadina, se ne sente la familiarità, l’intimità e si respira più agghiacciante per contrasto l’aura mefitica del delitto che si è appena commesso.

La gabbia criminale di Alessandro Bastasi Prezzo di copertina € 12,00, 2010, 248 p. Editore Eclissi collana I Dingo