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:: Intervista con Vania Colasanti.

4 aprile 2011

vaniaGrazie Vania di aver accettato la mia intervista e benvenuta su Liberidiscrivere. Raccontati ai nostri lettori. Che persona sei, che studi hai fatto, dove sei vissuta? Forza e debolezza di Vania Colasanti.
 
Sono nata e cresciuta a Roma. Ho frequentato il Liceo Linguistico e poi ho studiato Storia dell’Arte. Sono giornalista professionista e attualmente lavoro per Rai Internazionale, sono autrice di un programma quotidiano che si chiama Italia è. Ci occupiamo di attualità e in particolar modo seguo la rubrica musicale e quella di libri condotta dalla scrittrice Cinzia Tani. E’ un programma rivolto agli italiani all’estero.    
 
Raccontami qualcosa della tua infanzia, un ricordo solare, un piccolo aneddoto curioso o  insolito.
 
Se penso all’infanzia mi vengono in mente le vacanze al mare d’estate. Penso al sole, ai miei 10 anni, quando trascorrevo il tempo sulla spiaggia dell’Argentario, un luogo che mi è molto caro e in cui torno spesso.
 
Giornalista e autrice Rai ora scrittrice. Puoi parlarci della tua esperienza professionale?
 
Ho iniziato con la carta stampata. Ho cominciato a lavorare a Paese Sera poi ho collaborato per anni al Venerdì di Repubblica. Curavo una rubrica che si chiamava A casa di caratterizzata dalla fotografia del frigorifero. Erano interviste a casa di personaggi famosi, della politica, dello spettacolo. Anche le loro letture erano importanti per conoscere meglio il personaggio: dimmi cosa leggi e ti dirò chi sei. Dopo, era il 1997, Renzo Arbore mi chiamò come autrice a Rai International. 
 
Ciao, sono tua figlia – Storia di un padre ritrovato edito da Marsilio è il tuo primo romanzo. Puoi parlarcene?
 
E’ un libro essenzialmente autobiografico. Narra la mia esperienza. E’ il frutto di un lungo lavoro analitico che mi ha permesso di entrare dentro la mia storia. Io sono una giornalista, scrivere e la mia attività professionale principale. Narrare in fondo è il mio lavoro.
 
Come hai deciso di metterti in gioco e scrivere un vero e proprio romanzo autobiografico in cui parli del tuo rapporto con tuo padre?
 
Mi chiedi per quale motivo l’ho scritto. Innanzitutto è stata un’esperienza positiva, così come è stato positivo l’atteggiamento nell’affrontarla. E spero con la mia testimonianza di poter essere utile a persone che hanno vissuto o vivono situazioni come la mia. 
 
L’assenza di un genitore a volte paradossalmente è una presenza anche ingombrante. A volte si può idealizzare un padre assente o colpevolizzare il genitore presente. A te è successo?
 
Per anni l’ho creduto morto. Era un modo per difendermi dalla sua sparizione. Crederlo morto, in un certo senso, mi aveva permesso di dargli un’identità. E quando sono arrivata all’accettazione del  suo abbandono, ho deciso di cercarlo, grazie anche alla collaborazione di mia madre che ha sempre sostenuto la ricerca di mio padre. Mettendo da parte i suoi risentimenti personali.
 
Fanda1Un padre che ci abbandona può generare sentimenti di frustrazione, rabbia, a volte disprezzo. Pensi che la capacità di perdonare, di comprendere le motivazioni degli altri, le debolezze, possa essere possibile? Si può continuare ad amare un padre assente? Si può perdonare un padre che ci ha abbandonati?
 
Più che perdonare ho accettato mio padre per quello che è. Certamente non condivido il suo comportamento. Sono madre di un figlio di vent’anni e per me è inconcepibile una simile scelta. Devo dire che non ho avuto sentimenti di rabbia, ma il suo abbandono ha generato in me sicuramente delle insicurezze. Paura di essere abbandonata, paura di trovarmi da sola.  
 
E’ stato difficile scrivere questo libro o ho hai trovato in te quasi una spinta automatica a narrare e a narrarti?
 
Per me scrivere è quasi un bisogno fisiologico. Se non scrivo è come se mi mancasse qualcosa, scrivere, per me, è come bere un bicchiere d’acqua quando si ha sete.  E’ stato un processo molto spontaneo. Io sono molto veloce nella scrittura, anche grazie al lavoro che faccio. Il libro è diviso in tre parti. Il primo capitolo è stato scritto un po’ di tempo fa, poi sono successi degli eventi che mi hanno spinto a scrivere il secondo e terzo capitolo in un mese. Un mese è mezzo.
 
Il riavvicinamento è stato un processo graduale o è avvenuto quasi all’improvviso magari in maniera casuale? Il ruolo di tua madre è stato fondamentale?
 
Il ravvicinamento è avvenuto in due fasi. Prima c’è stato un incontro all’uscita del liceo. Erano anni in cui una ragazza madre – come la mia – faceva ancora scalpore. Avevo il suo cognome, ma lei mi aiutò a contattare mio padre, richiamandolo direttamente dopo 16 anni di silenzio. Questo primo incontro piuttosto superficiale a scuola non mi aveva del tutto soddisfatto. Ma io sono una persona cocciuta e tenace, così a distanza di tempo, con un pretesto, l’ho richiamato e rincontrato.  E il nostro rapporto si è consolidato. Tanto che, lo spider della copertina, fu proprio uno dei suoi primi regali. E spero dia quel senso di leggerezza che serve a superare anche momenti difficili.
 
Quanto tempo hai impiegato a scriverlo? Scrivevi nei ritagli di tempo magari la sera o ti sei presa una pausa proprio per scriverlo?
 
Come ti ho detto il primo capitolo l’avevo nel cassetto. Il secondo e il terzo l’ ho scritto in circa un mese, un mese e mezzo. L’ ho scritto d’estate un po’ a tavolino. Il secondo e terzo capitolo sono più incentrati sulla ricerca dei miei fratelli. 
 
Cos’è per te la libertà? Cosa ti fa sentire veramente libera?
 
La libertà è avere la padronanza del proprio tempo. Avere tempo per se stessi. Questo naturalmente non significa venire meno alle proprie responsabilità, alla famiglia, al lavoro. Ma semplicemente poter disporre del proprio tempo in modo libero.
 
Ti senti femminista? Pensi che ci siano ancora molte battaglie da combattere per la vera parità dei sessi?
 
Secondo me uomo e donna sono complementari. Naturalmente non rinnego le battaglie femministe, ci mancherebbe altro! Ma continuare oggi a sottolineare questa differenza, in un certo senso, rimarca il divario. Mi auguro che in futuro non ce ne sia più necessità.     
 
Ciao, sono tua figlia. Storia di un padre ritrovato avrà un seguito o è un’ esperienza conclusiva?
Credo che avrà un seguito. Temevo una reazione negativa di mio padre che invece non c’è stata. Anzi è stato il primo a volere dare un contributo a volere che raccogliessi la sua testimonianza in una sorta di intervista. Non per giustificarsi ma per raccontare le sue motivazioni, cosa l’ ha spinto a comportarsi in quel modo. Raccoglierò il materiale e se vale la pena sì ci sarà un seguito.
 
Puoi anticiparci in esclusiva per Liberidiscrivere i tuoi progetti per il futuro?
 
Essenzialmente continuare a lavorare in Rai come autrice televisiva, è il mio lavoro da anni ed è quello che amo fare, nello stesso tempo anche continuare a scrivere libri, poesie. Una cosa non esclude l’altra.

Per saperne di più la Pagina Ufficiale Facebook: http://www.facebook.com/pages/Ciao-sono-tua-figlia-di-Vania-Colasanti/184224814947250

:: Recensione di “Sangu” a cura di Valentino G. Colapinto

1 aprile 2011

sanguSangu. Racconti noir di Puglia di AA.VV: 144 pp. brossura, prezzo di copertina €12,00 [Manni, 2011].
 
Mai come negli ultimi anni si sono affermati così tanti scrittori pugliesi, tanto che si è parlato da più parti di un rinascimento letterario in atto nel Tacco d’Italia. Questo fenomeno, però, aveva finora interessato solo marginalmente la letteratura di genere, e in particolare il noir. Tralasciati, infatti, due magistrati scalatori delle classifiche come Gianrico Carofiglio e Giancarlo De Cataldo, non è facile individuare altri pugliesi specialisti di un genere così di moda.
Proprio per smentire questo dato e affermare che anche la Puglia – al di là dell’immagine da cartolina fatta di cime di rapa e taranta – può essere una regione per noir (e basti pensare ai tanti casi mediatici di cui è stata protagonista ultimamente, come il delitto della povera Sarah Scazzi), la Manni Editori ha pensato bene di realizzare l’antologia “Sangu”, chiedendo a dieci autori pugliesi – prevalentemente salentini, come la stessa casa editrice del resto – di raccontare il lato oscuro di questa regione.
Molti i nomi famosi a livello nazionale e apprezzati sia dal pubblico che dalla critica tra Cosimo Argentina (Taranto, 1963), Rossano Astremo (Grottaglie, 1979), Piero Calò (Manduria, 1969), Carlo D’Amicis (Taranto, 1964), Daniele De Michele in arte “donpasta”, Omar Di Monopoli (Bologna, 1971), Elisabetta Liguori (Lecce, 1968), Piero Manni (Soleto, 1944), Livio Romano (Nardò, 1968) ed Enzo Verrengia (Alatri, 1955).
Di tutti questi due soltanto, Di Monopoli ed Enzo Verrengia, avevano già una qualche familiarità col genere, mentre per gli altri si è trattata di una prima volta assoluta e questo emerge chiaramente dalla notevole eterogeneità del volume, che contiene racconti molto diversi tra loro: al pulp tarantiniano si alterna l’horror soprannaturale, al noir vero e proprio lo splatter o il divertissement letterario.
I temi affrontati vanno dalla piaga ancora viva del caporalato a delitti consumati in una banale quotidianità, dalla mafia alla superstizione popolare, ma tenendo sempre al centro una depravazione fisica e morale, che sembra contagiare tutto e tutti.
Si tratta per lo più di storie molto crude, per stomaci forti. Basti pensare che su dieci racconti, tre contengono episodi di necrofilia. Storie in ogni caso non banali, né banalmente raccontate. Gli autori coinvolti, infatti, fanno largo uso della contaminazione col dialetto (o con l’albanese nel caso del racconto di D’Amicis) e di sperimentazioni letterarie più o meno ardite, ma senza cadere quasi mai nello sterile gioco intellettuale. Si tratta pur sempre di narrazioni impastate di terra e di sangue.
Personalmente, ho apprezzato in particolar modo “Maledetta maciàra” di Omar Di Monopoli e “Straordinario” di Enzo Verrengia, che come detto erano i soli due a essere già avvezzi al genere nero e ne danno dimostrazione sfruttando al meglio i meccanismi del noir, con tanto di colpo di scena finale spietato e fulminante.
“Maledetta maciàra” racconta della scomparsa di un bambino, Tommasino, in un indefinito paese salentino, dietro cui non si può non vedere l’eco dei fatti di Avetrana, avvenuti a pochi chilometri dalla Manduria dove risiede da anni Di Monopoli. Del delitto di Tommasino viene incolpata una maciàra, sorta di fattucchiera in salsa pugliese, facile capro espiatorio per il popolino, ma la realtà come al solito non è così scontata. In poche pagine Di Monopoli riesce a tratteggiare una vicenda esemplare, mostrandosi come di consueto maestro nell’invenzione di un dialetto letterario efficacissimo.
“Straordinario” narra la parabola finale della vita di un grigissimo bancario, Alfonso Limosani detto Fonzino, costretto dal suo direttore a farsi saldare di persona il debito contratto dai Fratelli Cioffreda, delinquenti incalliti. Mentre attraversa una suburbia post-apocalittica, in cui non è difficile riconoscere la San Severo amata-odiata dall’autore, Fonzino decide di riscattare la sua mediocre esistenza, salvando una bella prostituta senegalese dal suo sfruttatore. E sarà proprio questo inatteso gesto di bontà a portarlo alla rovina.
Notevole anche l’esercizio di stile di Carlo D’Amicis nel suo “Ammazzare i Morti”, che impastando italiano e albanese è riuscito a raccontare con un ininterrotto flusso di coscienza di oltre venti pagine le vicissitudini picaresche e tragicomiche di uno dei tanti immigrati extracomunitari in cerca di miglior fortuna.
Nel complesso, quindi, un esperimento sicuramente interessante e godibile, di cui sarebbe bello vedere presto un seguito, che coinvolga magari anche altri scrittori pugliesi non necessariamente salentini.
 
Valentino G. Colapinto

:: Recensione di La memoria del destino di Pierpaolo Turitto

1 aprile 2011

Cover_memoria_destinoRoma. Nel marzo del 1944 via Rasella fu teatro di un’azione dimostrativa di un gruppo di partigiani  che attaccarono un reparto delle truppe naziste di occupazione uccidendo 33 militari tedeschi. Ne seguì la sanguinosa rappresaglia che si consumerà nell’eccidio delle Fosse Ardeatine. Sessant’anni dopo nell’anniversario dell’attentato l’apparente suicidio di un anziano professore universitario da l’avvio ad una vicenda in cui storia e memoria, appunto la memoria del destino che da il titolo al romanzo, giocano un ruolo decisivo. L’ispettore Cangemi chiamato a  seguire le indagini inizia in un primo tempo a non credere alla tesi del suicidio. Troppi indizi lo portano ad avere dei dubbi: la porta di casa aperta del professore Friedrick Gius, i fogli sparsi per terra ai piedi della sua scrivania come se qualcuno avesse rovistato tra le carte, la porta di uno sgabuzzino socchiusa come se qualcuno vi ci fosse nascosto per poi scappare via forse in preda al panico o al rimorso, piccoli dettagli certo ma che stonano con il quadro generale. Anche Pietro De Simone, giornalista de il Messaggero, storico quotidiano romano ha le sue idee. E’ il primo a collegare la morte con l’attentato che si svolse proprio lo stesso giorno, in quell’esatto punto, all’incirca alla stessa ora. Anche due ragazzi Marta e Tommaso, veri protagonisti della storia, due studenti universitari, forse gli unici testimoni della morte del professore, si interrogano su cosa possa essere successo. Su chi era l’uomo con cui il professore parlava, forse litigava, poco prima del salto nel vuoto. Ma hanno paura. Chi li crederà innocenti? Chi crederà alla loro assurda storia? Poi l’avvelenamento di un anziano religioso da a Cangemi la certezza che in intorno a quella morte sospetta ci sia sotto qualcosa, qualcosa di terribile. Cangemi ha poco tempo, deve fare in fretta a capire cosa sta succedendo, deve fermare la spietata macchina messa in moto forse proprio dal lontano 1944. Non dirò di più della trama perché di un thriller si tratta, e la suspence e il coinvolgimento emotivo del lettore che ne deriva si basano nello scoprire passo passo i tasselli dell’indagine. La minaccia che incombe per tutta la narrazione che troverà risoluzione solo nel finale è sicuramente la parte più intrigante del romanzo. Roma emerge con le sue chiese, i suoi sotterranei, le sue vie, i suoi monumenti con tutta la sua meraviglia e il suo fascino assoluto. Si vede che l’autore si è documentato con certosina perizia non tralasciando nessun dettaglio e questo lavoro di ricerca è ben ricompensato dal sapore realistico che il testo riflette. Gli elementi esoterici che traspaiono quasi in filigrana assieme alla bellezza che emana dalla Città Eterna scenario ideale per fare confluire la  Storia con il gioco di specchi creato da sette segrete e oscure cospirazioni, rendono questo libro sicuramente interessante per coloro che apprezzano i classici del genere. Per chi ha amato i romanzi   di Dan Brown una lettura da non perdere.

:: Recensione di Due maroni così. Tratto da una storia vera e tosta di Marco Costa

31 marzo 2011

Due maroniPaolo M., protagonista di questo romanzo autobiografico, opera prima di Marco Costa nato nel 1967 a San Secondo Parmense, è un ragazzo come tanti, che vive il disagio sulla sua pelle, la noia, le frustrazioni, le nevrosi, le ossessioni, le depressioni, le tensioni con i genitori, l’incapacità di essere ciò che la società pretende da noi, sempre vincenti, sempre i più forti, sempre padroni delle nostre azioni nel bene e nel male. Paolo M forse più vulnerabile di altri giovani, forse solo più sfigato, si rifugia, nell’alcool, nella droga, nei programmi televisivi in reti di infimo ordine dove ciarlatani travestiti da santoni ti promettono di vedere nella tua anima e darti soluzioni. Paolo M vuole un briciolo di speranza, vuole vivere, ama la vita, crede nell’amicizia, crede nell’amore. E’ una persona positiva, infondo non lasciamoci ingannare dall’aura da cattivo ragazzo, crede in alcuni valori, crede nella solidarietà, forse è troppo sincero questo sì, troppo innocente, troppo fiducioso per trovarsi bene in questo mondo dove “homo homini lupus” Plauto ci insegna. Paolo M è un candido, un puro, sembra un personaggio uscito dalla penna di Mark Twain. Marco Costa da vita a questo altro se stesso di carta con sensibilità e tenerezza, ci riporta a provare simpatia per Paolo M a tifare per lui nella lotta per la vita e per la felicità a cui tutti abbiamo diritto sia i forti sia i deboli sia chi ce la fa da solo sia chi ha bisogno dei centri di ascolto per capire meglio se stesso per vincere le proprie fragilità. La sincerità di Costa è disarmante. L’autore si mette a nudo, parla di cose così personali che quasi il lettore ha la sensazione di profanare un intimità. Ma così non è condividere è l’obbiettivo di Costa, parlare liberatoriamente di sofferenza, disagio, è un modo per esorcizzare il male e trovare qualcuno che ci ascolti a volte è raro come trovare un vero amico. Forse l’eccessiva spontaneità pregiudica lo stile e la fruibilità del testo ma il suo valore di testimonianza non ne risulta minato. Qualche errore grammaticale in meno, qualche periodare più levigato e ricercato infondo avrebbe dato più tono alla forma ma è la sostanza che importa.

Due maroni così. Tratto da una storia vera e tosta di Marco Costa, Altromondo Editore, Collana Iride, 2008, pagine 105, Prezzo di copertina Euro 10,00.      

:: Recensione di L’anello dei ghiacci di Michael Ridpath

30 marzo 2011

Ridpath-Anello_dei_ghiacciTra i diversi scenari in cui siamo abituati a vedere dipanarsi intricate storie di sangue e delitti, nel più puro Nordic style, l’Islanda non compare spesso. Mi viene giusto in mente l’islandese Arnaldur Indridason con la sua serie dedicata al commissario Erlendur Sveinsson ma se già dovessi farvi un secondo nome mi troverei in serie difficoltà. Quindi immaginatevi la mia sorpresa quando sono venuta a conoscenza che Garzanti avrebbe pubblicato L’anello dei ghiacci dell’inglese Michael Ridpath che proprio islandese non è ma ha scelto l’Islanda, questo misterioso paese di ghiacci, montagne, fiumi e vulcani, per raccontarci una storia in cui le antiche saghe scandinave hanno un ruolo rilevante. Per chi ha amato  Il signore degli anelli un’ occasione davvero insolita di vedere il vecchio capolavoro di J.R.R. Tolkien assumere una nuova luce e di essere immersi in un intrigo che proprio di letteratura si nutre. Ma andiamo con ordine e iniziamo dal principio. Magnus Jonson è un poliziotto di Boston, un islandese in America con i problemi di integrazione di tutti gli stranieri, forse in passato ha ecceduto con l’alcool ma ora cerca di restare sulla retta via, ha una fidanzata che infondo ama ma non tutto fila liscio, lei vuole qualcosa di più, una relazione stabile, passare dal ruolo di amante a quella di moglie, e Magnus esita forse un po’ troppo ma soprattutto i suoi guai maggiori dipendono dal suo senso dell’onore, dal suo considerare un poliziotto corrotto un cattivo poliziotto e non un collega al di sopra del bene e del male. Magnus sa che quando sarà chiamato a  testimoniare dirà la verità, farà il suo dovere a costo di passare per una spia e questo significa attirarsi l’ira di killer prezzolati dagli stessi delinquenti che pagavano il suo collega. Senza la sua testimonianza il processo si sgonfierebbe in un nulla di fatto è indubbio e Magnus è stanco di subire attentati e di schivare proiettili in vicoli bui. Vuole restare vivo e per farlo non ha nessuna intenzione di perdere la sua vita e farsi incastrare nel programma di protezione dei testimoni. Così quando si presenta l’occasione di andare a dare man forte alla polizia di Reykjavic fa le valigie e senza guardarsi in dietro parte. Ma anche l’evoluto nord ha i suoi guai: c’è la kreppa parola finlandese che sta per crisi finanziaria, c’è sempre più droga, le bande di spacciatori sono in crescita, il numero di crimini violenti cresce in maniera esponenziale e infatti non fa a tempo a scendere dall’aereo che si trova a dover indagare sull’omicidio del professor Agnar Haraldsson, uno dei più importanti studiosi di Tolkien, un uomo con non pochi lati oscuri. Riuscire a capire in che traffici fosse coinvolto diventa essenziale per scoprire il suo assassino e Magnus e i suoi colleghi islandesi si trovano così ad interrogare un’ ex amante di Haraldsson, una donna piena di segreti, proprietaria di una galleria d’arte e custode di un manoscritto che sembra interessare a troppa gente. Cosa nasconde la bella Ingileif? Che legami ci sono con questa storia e il suo stesso passato? Magnus dovrà dare una risposta a questi e altri interrogativi fino a chiedersi infine se è davvero possibile che un antico anello proprio come ne Il Signore degli anelli  abbia davvero poteri magici che spingano la gente ad uccidere. Ecco in breve la trama, non dirò di più. Come ho già accennato l’insolita ambientazione è sicuramente uno dei punti forti di questo strano thriller in cui saghe e leggende danno vita ad una storia appassionante e ricca di colpi di scena. La caratterizzazione dei personaggi è senz’altro un’altra caratteristica riuscita, specialmente quella del protagonista Magnus Johnson, pieno di luci e di ombre, sfaccettato e in un certo senso simpatico. Ma anche i personaggi minori sono curati e determinanti, come Vigdis , Katrin, Arni,  l’ispettore Baldur Jakobsson, il pastore di Hruni, pur se i nomi completi spesso sono uno scioglilingua non si fa fatica a identificarli e ad inserirli nella storia. L’indagine, seppur anomala, non mi risulta che molti poliziotti leggano testi antichi per trovare indizi risolutivi, è abbastanza interessante e realistica pure nei dettagli più minimi faccio un esempio per esempio il colore esatto in dotazione alla polizia islandese dei nastri segnaletici intorno ai luoghi di un delitto, come anche la ricostruzione dei rapporti gerarchici all’interno della polizia dove tutti si danno del tu e non ci sono formalismi. Michael Ridpath è senz’altro un autore da tenere d’occhio e pure alla mano ci ha concesso un’intervista che merita davvero di essere letta come il suo romanzo.

L'anello dei ghiacci di  Michael Ridpath, Garzanti Libri,  collana Narratori Moderni,  traduzione di Duccio Viani, titolo originale Where the Shadows Lie, 2011, Pag. 364, rilegato, Prezzo di copertina  Euro18,60.

:: Recensione di La passione del calcio. Un romanzo autobiografico di Franz Krauspenhaar

29 marzo 2011

PerdisaImager.aspxAmmetto, lo confesso, sono una ragazza, beh un po’ più di una ragazza, una donna ormai che di calcio non ne capisce niente pure se si crede una tifosa tutto per colpa di un portiere dell’Inter degli anni 80 Walter Zenga. Lo confesso è imbarazzante me ne vergogno quasi come un ladro che ruba di notte e non vuol dividere il suo bottino con i suoi complici. Hanno cercato di spiegarmi cos’è il fuorigioco, ma niente io di coccio ancora guardo inebetita i guardalinee alzare la bandierina e giudicare nulli gol sacrosanti almeno dal mio ignorante punto di vista. Detto ciò, che mi sembra una premessa doverosa, per rispetto verso chi il calcio lo apprezza veramente, immaginatevi la mia perplessità quando si è presentata l’occasione di leggere La passione del calcio. Un romanzo autobiografico di Franz Krauspenhaar autore che conosco e apprezzo ma di cui ignoravo questa passione. Allora dopo rincuoranti rassicurazioni che il calcio è solo un pretesto, che si parla di altro, di vita, di letteratura, di poesia ho messo La partita di pallone di Rita Pavone in sottofondo, mi son fatta coraggio, ho guardato la zolla di prato che campeggia in copertina e ho iniziato a voltare le pagine. Krauspenhaar eleggendo il lettore ad intimo amico, con il suo stile affabulante e carismatico, inizia a parlare della sua infanzia, dei lontani anni Sessanta, evocati con malinconia e una sorta di rimpianto per un' epoca più pulita e leale e pian piano ci trasmette la sua stessa passione ed euforia di un tempo per un calcio che non c’è più o forse non c’è mai stato prima che intrallazzi, beveroni, corruzioni lo contaminassero deprivandolo da quell’aura di sacralità che oggi ahimè ha irrimediabilmente perduto. Sarà colpa della disillusione che la maturità porta con sé, sarà colpa della memoria che gioca strani scherzi e sovradimensiona il passato trasformandolo nella magica isola che non c’è non c’è dato di saperlo. In un continuo saliscendi nel pozzo dei ricordi Krauspenhaar riporta in superficie come in tanti flashback emozioni ormai sopite forse rimpianti che hanno accompagnato gli anni dell’infanzia, dell’adolescenza e infine della maturità legandosi a filo doppio con personaggi ed episodi calcistici come le prime emozioni vissute allo stadio di San Siro o le forti sensazioni provocate da una radiocronaca di Coppa Uefa o ancora i ricordi rievocati dai vari mondiali di calcio seguiti nei contesti più disparati e con i più svariati stati emotivi. Così si fanno spazio nell’ album dei ricordi i vari Sivori, Maradona, Pelè, Rosato, Albertosi fino ad arrivare ai meno conosciuti e osannati Rojo e Iordanescu, comunque tutti accomunati dall'incedere del tempo, quando le passioni scemano a poco a poco, dando ancora origine a picchi di emozioni ed adrenalina. Con questo romanzo Krauspenhaar ci descrive con la sua solita profondità che rifugge da ogni bassezza o fanatismo, con una nostalgia di fondo che non lascerà insensibili molti suoi coetanei che hanno vissuto esperienze simili, la vita nel suo essere crudele e feroce a volte, altre meravigliosa. E quel senso di meraviglia traspare incorrotto da queste pagine sincere e vere che come dicevo prima hanno il tono di una confidenza fatta tra amici. E’ bello quando la letteratura riesce a fare questo, ed è vero che il calcio è solo un pretesto, un’ opportunità per parlare d’altro anche se un po’ di disillusione resta, un retrogusto un po’ amaro come quello di certe birre che si ama condividere. Il tempo passa e le passioni e le emozioni si appiattiscono quasi si raffreddano, diventando ricordi frusti come abiti smessi di un'altra epoca rinchiusi in un armadio, che ci appartengono ancora, ma non ci identificano più, simboli di un mutamento inarrestabile che non ci fa più essere gli uomini e le donne di ieri. Ecco queste sono le sensazioni che questo libro mi ha trasmesso, per cui che amiate il calcio o meno questo libro è un’ esperienza leggerlo. Vi lascio con l’ultimo paragrafo dell’ultimo capitolo che racchiude bene a mio avviso lo spirito del libro.
Il grande, lungo canto a Mexico 86, contro l’Inghilterra detestata, quel mezzo giro di trottola a metà campo e la lunga corsa, il saltello continuato di sinistro a sfiorare la sfera, dentro il dribbling di cerveza ubriacante, mezza Inghilterra lasciata col sedere per terra, fino al gol, il capolavoro d’azione, il grande, il lungo canto di Maradona, che ricordo vidi in bianco e nero – perché la tv principale s’era rotta, davanti ad una carbonara a fumare, nel caldo della prima sera, e la mia giovinezza – io, coetaneo del Pibe- all’esplosione, promettente e rapace. Il gol più bello, la passione del calcio riassunta in quel gesto, in quell’atto che è canto d’amore.

La passione del calcio di Franz Krauspenhaar Perdisa Editore Collana Arrembaggi, pagine 154, 2011, Prezzo di copertina Euro 10,00.

:: Recensione di Black city di Victor Gischler a cura di Stefano Di Marino

25 marzo 2011

blackNon fatevi ingannare dalla copertina dell’edizione  italiana che, per seguire una tendenza dell’attuale mercato, vorrebbe farvi credere che si tratti di un romanzo di  vampiri. Go-go Girls fo the Apocalypse è uno di quei romanzi che, se l’editoria italiana me ne lasciasse l’occasione mi piacerebbe scrivere. Una ‘extravaganza’ in cui si mescolano tutti i generi pulp e che, inevitabilmente, finisce per essere una riflessione su questo modo di narrare, fracassone , esagerato, volutamente oltraggioso ma anche libero nell’espressione senza lasciarsi imbrigliare da format o generi. Non è un horror malgrado vi siano momenti di autentico terrore, non è fantascienza anche se siamo in un territorio decisamente  Dopo-bomba, non è neanche un western benché le sparatorie non manchino. Ci sono un sacco di ballerine che corrono mezze nude, una donna con un occhio solo, un esercito privato chiamato le Strisce  Rosse, un boss che controlla i locali di strip-tease rimasti come i santuari medioevali unico punto di riferimento civile in un paese devastato dove agli occhi di Mortimer che riemerge alla vita dopo una catastrofe mondiale e una personale (il suo divorzio) l’America non è più la stessa. O forse lo è ancora ma a toni talmente esasperati ed esagerati da apparire ostile. Ma è anche il mondo dove Mortimer deve vivere. Tra cannibali, strane comunità terapeutiche popolate solo da una società matronale e femminista che non lascia via d’uscita. C’è azione e riflessione in questa folle girandola che ricorda il miglior Lansdale ma ha qualcosa di più. Tra tanti libri che ho scartato in questi giorni perché incapaci di procedere con la storia, avvitati su frasi messe lì ad annoiare a morte il lettore, il romanzo di  Gischler è una fucilata in testa al prossimo zombie. Schizza energia e sangue che, se ti macchiano ti trasmettono un virus. Quello della scrittura come divertimento assoluto.

:: Intervista a Miriam Formenti tra amore e storia a cura di Elena Romanello

25 marzo 2011

MIRIAM FORMENTIMiriam Formenti è un nome noto a tutte le lettrici (e perché no i lettori) di romanzi sentimentali a sfondo storico, e sarà ospite sabato 26 marzo a La vie en rose, insieme a Sveva Casati Modignani, Ornella Albanese, Mariangela Camocardi, Roberta Ciuffi, Maria Masella, Theresa Melville, Paola Picasso, Sylvia Z. Summers (sito ufficiale sotto http://www.lavieenroseevento.it/).
Ma cosa vuol dire scrivere romance? Lo abbiamo chiesto appunto a Miriam Formenti.

Come sei arrivata a scrivere e perché?

Per caso, in una giornata in cui stranamente non avevo nulla da fare e, aggiungo, quasi per gioco.
In pratica, pur avendo una discreta fantasia non immaginavo, né sognavo, di fare dello scrivere la mia professione. Adoravo leggere: in metropolitana quando andavo e tornavo dall’ufficio; al parco, seduta su una panchina mentre le mie bambine giocavano o, semplicemente, quando riuscivo a ritagliarmi un momento tutto mio fra le varie incombenze. Insomma, appena potevo tenevo un libro fra le mani, che fosse  fantascienza, giallo o romance. Se un libro non mi convinceva, lo cancellavo semplicemente dalla mia mente dopo averlo comunque letto fino alla fine; se invece mi conquistava, mi capitava di immaginare cos’altro mi sarebbe piaciuto trovare in quella storia, perché diventasse davvero perfetta per i miei gusti. 
Un giorno mi sono chiesta se sarei stata capace di scrivere qualcosa. Mi sono quindi  messa alla prova, abbastanza sicura, conoscendomi,  che il giorno dopo non avrei più ripreso fra le mani quel quaderno. Invece non solo l’ ho ripreso; ho recuperato una vecchia Olivetti che i miei suoceri avevano in casa e in pochi mesi ho finito il mio primo romanzo contemporaneo,  adattissimo a una collana rosa,  seguito a  breve distanza dal secondo. Sono stata anche molto fortunata, poiché entrambi sono stati pubblicati quasi subito.

Tu scrivi letteratura al femminile, genere bistrattato: cosa diresti ai suoi detrattori?

Direi di allontanare tutti i pregiudizi; di  acquistare un romance senza lasciarsi forviare dalla copertina e concedersi qualche ora  di tempo sdraiati comodi su un  divano. Così potrebbero immergendosi completamente nel racconto, immaginando le scene che scorrono capitolo dopo capitolo, vedendole, persino, proprio come guardiamo un film nel buio di una sala cinematografica. 
Sono sicura che verrebbero conquistati dai sentimenti descritti; sentimenti che tutti nella vita proviamo e di cui non ci vergogniamo, poiché l’amore è il perno della nostra esistenza. Si lascerebbero prendere dall’avventura e probabilmente chiuderebbero il libro soddisfatti, magari già pronti ad acquistarne un altro.  

Scrivi sia romanzi contemporanei che storici: quali preferisci e che tipo di differenze c'è tra uno e l'altro?

Nei contemporanei esiste grande libertà di scelta nel costruire una storia: viaggi veloci per raggiungere posti esotici; telefoni, cellulari, computer e una grande apertura mentale rispetto a molte questioni sociali.  Ma ci sono dei limiti che ci pone proprio il progresso. Diciamolo, al giorno d’oggi alcune situazioni  sarebbero improbabili,  anche se non impossibili. Negli storici, che certamente preferisco, si può osare con l’inverosimile di questo secolo;  si  può scrivere di matrimoni combinati e forzati,  di figli scambiati, di rapimenti,  di ricevimenti  di cui possiamo solo sognare e  di uomini coraggiosi e sprezzanti della morte, che per il loro amore darebbero veramente la loro vita. E poi, anche se a volte sono piuttosto lunghe,  le  ricerche storiche mi piacciono e si impara sempre qualcosa. 

Prossimi progetti?

Sicuramente un altro romance, probabilmente ambientato nel XVIII secolo. Tuttavia il periodo non è ancora certo.  

Consigli per gli aspiranti scrittori?

Sarebbe presuntuoso da parte mia cercare di offrirne, proprio perché, come detto sopra, io ci sono arrivata per caso. Tuttavia credo che leggere possa aiutare  molto chi si porta dentro questo desiderio. Direi di cominciare a mettere qualcosa su carta ed evitare, se possibile, di chiedere poi  conferma ai parenti e agli amici. Non dimentichiamo che chi ci ama non ci dirà mai che il nostro lavoro non è buono. Fra l’altro troppi complimenti, a parer mio, non aiutano. Se crediamo di essere troppo bravi non miglioreremo mai.

:: Recensione di Rapsodia su un solo tema. Colloqui con Rafail Dvoinikov di Claudio Morandini

20 marzo 2011

2Rapsodia su un solo tema. Colloqui con Rafail Dvoinikov (Manni Editore) ultimo romanzo di Claudio Morandini, di cui avevo letto pochi mesi fa un racconto davvero singolare nell’antologia Nero Piemonte e Valle D’Aosta  Geografie del Mistero di Peronne Editore, è un’ opera che affronta un tema complesso e per molti versi controverso se non tragico, ovvero il legame che unisce l’arte e il potere. Ed è un rapporto conflittuale e doloroso come tutti i rapporti che vedono contrapposte due forze antitetiche e instabili. L’arte è per sua ragione d’essere libera ed autonoma, la creatività che l’alimenta necessita di non essere soggetta a regole per esprimersi, il potere al contrario anche il più blando è un forza repressiva e coercitrice che non disdegna l’uso della violenza per sussistere.
Le luci e le ombre di questo scontro impari non disdegnano compromessi e ambiguità, per sopravvivere si accettano espedienti poco nobili a volte abbietti ma ritagliarsi scampoli di libertà diventa pressante e vitale anche sotto i regimi più repressivi e liberticidi.
Il compositore russo  Rafail Dvoinikov, personaggio fittizio ma nello stesso tempo più che realistico nato come riflesso dal confluire delle vite di tanti grandi compositori del Novecento come Stravinsky e Shostakovich, vero e ingombrante protagonista di questo romanzo strutturato come un trattato di musicologia, figura quasi mitica e carismatica pur nel suo canto declinante di vecchio prossimo alla morte, incarna con la sua cupa risolutezza di prescelto, di sacerdote di un culto per adepti difficili da accontentare, di sopravvissuto, queste luci e queste ombre.
Nello stesso tempo diventa l’emblema dell’artista che si scontra contro il potere, in questo caso rappresentato dalle sanguinarie vesti dell’oppressione stalinista, e nella fattispecie duella con Vladimir Galavamov, l’antagonista, il capo della Commissione dei Musicisti di Stato, organo che avrebbe dovuto vigilare sul rispetto dell’ortodossia socialista e sul controllo degli artisti visti come possibili voci critiche e sovversive, il servo del regime, a sua volta compositore mediocre e invidioso del genio e  del talento altrui, che non disdegna il ricatto anche il più infimo e spregevole, basti pensare a quando minaccia Dvoinikov di volergli togliere la patria potestà della figlia Vasilisa, o mezzi che rasentano il ridicolo e il grottesco come quando utilizza nani fatti passare per bambini come informatori, o quando durante gli interrogatori a cui sottopone i musicisti reprobi si fa sostituire da improbabili sosia seguendo le orme e l’esempio di Stalin.
Certo Dvoinikov non è l’eroe romantico che si erge titanicamente contro le imposizioni del regime, resistendo invitto e irriducibile utilizzando unicamente le armi invincibili della bellezza, del talento e della passione artistica. Dvoinikov visse anche sulla sua pelle la lunga stagione della sottomissione, accettò adeguamenti umilianti, si piegò ad opportunismi e rinunce ma questo non ne fece un meschino e mediocre creatore di opere caricate e propagandistiche, anche nelle ore più buie, anche quando si ritrasse in se stesso domandandosi impotente “A che serve scrivere musica?” anche allora la musica in modo anarchico e misterioso trovò il modo di conservare la sua voce più autentica e più pura.
Quando il giovane compositore di Philadelphia Ethan Prescott, l’allievo americano, l’adepto che venera il maestro, si reca in Russia nella sua dacia presso San Pietroburgo, per intervistarlo con l’ambizioso progetto di raccogliere le sue memorie per dare voce al mito quasi dimenticato, non sa cosa il destino ha in serbo per lui, non sa che la sua vita cambierà irreversibilmente.
Come uno spartito scritto in un linguaggio misterioso Rapsodia su un solo tema compone un ritratto del genio che si astrae dalle banalità del vivere comune per portare ad una dimensione superiore l’umano e quel che resta del divino presente in tutti noi. Non a caso gli angeli sono i custodi dell’armonia,  e di angeli musicanti sono piene le pagine della Bibbia e le tele dei maestri del Rinascimento. La scrittura elegante di Morandini è un valore aggiunto che impreziosisce una trama già densa di significati e di suggestioni. Per gli amanti della musica è inoltre un occasione in più per approfondire, grazie ad un autore dotato di sensibilità e competenza, un ambito non spesso trattato dalla letteratura.

Rapsodia su un solo tema. Colloqui con Rafail Dvoinikov di Claudio Morandini, Manni Editore, Collana Pretesti, 2010, pagine 267, brossura, Prezzo di copertina Euro 18,00

:: Recensione di Charleston di Cinzia Tani a cura di Riccardo Falcetta

18 marzo 2011

Charleston_Cinzia_taniCharleston – Cinzia Tani, Mondadori, 2010, pp. 360, € 19,50
di Riccardo Falcetta
 
Mentre prende la mira con il fucile del padre, Claire è ancora innocente. Fra pochi secondi si chiederà se voleva colpire il bersaglio o la donna vestita di giallo che vedrà cadere sul prato.
     Prima di premere il grilletto non le è parso di scorgere un movimento laggiù tra gli Oleandri?”
 
     È con la forza ineccepibile del mistero e dell’ambiguità che Cinzia Tani incolla il lettore ai successivi venticinque capitoli di “Charleston”, suo ultimo imponente romanzo.
     Siamo a Cannes, in una domenica d’estate del ‘29. A più di dieci anni dalla fine della Grande Guerra, l’Europa e il mondo intero vivono l’abbaglio dorato degli anni venti e il tracollo di Wall Street, che segnerà presto la fine di quell’illusione di prosperità illimitata, è ancora di lá da venire.
     Mentre trascorre il pomeriggio nella villa di famiglia esercitandosi nel tiro a segno, la giovane Claire Simmons, frivola e sensibile figlia di un petroliere americano, si convince di aver colpito Stella, danzatrice dal fascino algido e inaccessibile, ingaggiata da suo padre in un locale per insegnarle la danza e con cui da subito la ragazza instaura un relazione di silenziosa conflittualità. Quando diverse ore dopo Claire trova il coraggio di controllare, del corpo di Stella in giardino non c’è traccia, ma forse qualcosa è successo, poiché la ballerina da quel momento scompare nel nulla.
     Una premessa tanto semplice quanto geniale; un mistery che una volta “servito”, consente all’autrice di afferrare il lettore e condurlo altrove, lungo l’ascesa e il declino della famiglia Simmons e lungo il doloroso percorso di crescita che per Claire inizia dal ritrovamento del diario di Stella e prosegue, dopo il crollo della Borsa e il suicidio di suo  padre, nel tormentato rapporto che instaura con Michel, il sassofonista che con Stella viveva e lavorava, in realtà un esponente della guerriglia  siriana.
     Da quando Stella scompare, tutto ciò che Claire scopre su di lei e Michel la spinge a riconsiderare radicalmente la propria vita, i valori, i punti di riferimento, a cercare con ostinazione, anche nel sacrificio, una libertà di crescere che la gabbia delle consuetudini borghesi fino a quel momento le ha precluso.
     “Charleston” è una storia di passioni umane, ideologiche e artistiche, un racconto di amicizia e riscatto che trova il proprio nucleo tematico nello scontro tra la necessità dei legami e l’anelito alla libertà: la libertà che Stella trova nella sua passione esclusiva per la danza e nella figura della grande ballerina Isadora Duncan; la libertà che Michel brama per il suo popolo. La libertà nuova e selvaggia che il jazz e il charleston portano alle giovani generazioni, diventando autentici leit motiv, elementi di coesione di una narrazione particolarmente densa, che dilaga di continuo tra passato e presente.
     A dominare il tutto, la presenza costante e simbolica del mistral, “vento freddo e impetuoso” che reca il cambiamento, e l’assenza di Stella, certamente una delle grandi figure femminili della letteratura recente: è lei, col fascino dirompente di una bellezza imperscrutabile e con la forza delle sue scelte, sempre dettate da una radicale libertà e dall’insofferenza ai condizionamenti, la vera protagonista che, alla stregua di un’invisibile presenza mitica sembra tessere i destini degli altri, fino all’inattesa epifania finale.
     “Charleston” è anche un’epica corale ricca di suggestioni “vintage” che dal cuore dell’America di inizio secolo, alla Corniche di Cannes, da Sanremo ai jazz club e sui sentieri ridenti e pullulanti di crimine del Panier di Marsiglia, fino alla Genova della guerra partigiana, si snoda attraverso una serie di luoghi ed episodi simbolo del Novecento, distillando un cocktail di storia e immaginario pop da un secolo che come pochi ha saputo produrre meraviglie e tragedie.
     Lontana dalle grafie cinematiche che imperano nella produzione letteraria odierna, l’autrice di straordinari romanzi quali “L’insonne” e “Sole e ombra” (selezione Campiello 2008), si affida ancora una volta agli stilemi del grande romanzo ottocentesco attualizzandoli e realizzando un libro notevole. Forse, il suo capolavoro.

:: Recensione di Vita privata di una sconosciuta di Elena Mauli Shapiro

16 marzo 2011

vita privata sconosciutaPer le nostre lettrici più romantiche, ma anche consigliatissimo a qualche maschietto che volesse scoprire i misteri e i segreti del cuore femminile, presento Vita privata di una sconosciuta, edito da Garzanti  un tenero romanzo sentimentale dal gusto un po’ retrò che unisce ad una certa grazia ed eleganza leggermente decadente e vecchio stile un indubbio fascino ben superiore al classico romanzo rosa tout court. Innanzi tutto l’ambientazione è suggestiva. Cosa c’è di più romantico e intrigante di Parigi come scenario di una storia che vede i sentimenti e le emozioni al primo posto.
Ma veniamo alla trama. Tutta la storia ruota intorno ad una semplice scatola quadrata, il cui coperchio di plastica bianca presenta una curiosa fantasia di sottili linee intrecciate, giunta per gli strani echi del destino e per intercessione di Josianne, una bibliotecaria parigina dai lisci capelli rosso fuoco e dagli occhi nocciola, nelle mani di Trevor Stratton un professore americano piuttosto freddo e formale, studioso di letteratura francese del XIX secolo, e residente in Francia con il progetto di tradurre le poesie di Paul Valery. Al suo interno il curioso professore trova alcune lettere ingiallite dal tempo, pagine di diario, suggestive fotografie in bianco e nero di uomini e di donne sconosciute vissute tra la fine del XIX secolo e il periodo tra le due guerra mondiali, alcune monete, guanti di pizzo, un rosario, cartoline, fiori secchi, tutti oggetti appartenuti ad una donna misteriosa, Louise Brunet, abitante al numero 13 di Rue Thérèse, indirizzo che costituisce anche il titolo originale dell’opera.
Per tutto il romanzo le immagini di questi oggetti si alternano alle parti scritte e rendono più evocativa una narrazione che con discrezione e garbo tutto francese porta il lettore a seguire le investigazioni del protagonista intorno a questa donna capace dopo tanti anni trascorsi di affascinare e sedurre. Veniamo così a scoprire i perduti amori di Louise Brunet per il cugino Camille, per il marito non troppo amato, per l’affascinante professore di francese e pian piano il puzzle si compone e compare una donna bizzarra e delicata, capace si scherzi eccentrici come le false confessioni in cui racconta al prete particolari intimi di relazioni adulterine solo per divertimento. Nelle note conclusive l’autrice Elena Mauli Shapiro nata e cresciuta a Parigi ma americana di adozione, ci racconta di come questa scatola sia venuta davvero in suo possesso e sebbene la Louise Brunet che lei ha tratteggiato sia una sua invenzione, in una certa misura è sempre stata lei ad ispirarla.
Infondo è una storia d’amore, soffusa da un pizzico di magia che confonde passato e presente e ci porta a rivalutare le  buone cose di pessimo gusto di gozzaniana memoria. Tutto è giocato su echi e suggestioni un po’ demodé e alterna le memorie del passato tratteggiate con struggente malinconia e nostalgia al presente in cui la storia d’amore tra Trevor e Josianne prende forma trasformando tutta la ricerca e le misteriose lettere che lui scrive in un complesso gioco di corteggiamento e seduzione. Per saperne di più il blog dell'autrice: emshapiro.wordpress.com.

Vita privata di una sconosciuta di Elena Mauli Shapiro, Garzanti, Collana Narratori moderni, Traduzione dall'inglese di Stefano Beretta, Titolo originale dell'opera 13, rue Thérèse, 2011, 260 pagine, rilegato, illustrato, Prezzo di copertina Euro 16, 60   

::Intervista con Maddalena Lonati

16 marzo 2011

Maddalena_LonatiGrazie Maddalena di aver accettato la mia intervista e benvenuta su Liberidiscrivere. Iniziamo con le presentazioni. Sei nata in provincia di Milano, ti sei laureata in lingue e letterature straniere, hai frequentato i corsi di scrittura creativa della scuola Holden.Oltre che libri scrivi recensioni di romanzi e mostre d'arte e redigi una rubrica sui gioielli d’epoca.Raccontati ai nostri lettori. Punti di forza e di debolezza. Chi è Maddalena Lonati?

Grazie a te per l’intervista. Sono una grande appassionata di letteratura e di arte in tutte le sue forme, e sicuramente una grande esteta nel senso più alto e complesso del termine. Il mio punto di forza e di debolezza coincide: sono eclettica. Questo mi porta per fortuna a ricevere ed elaborare molteplici stimoli contaminando più discipline e sperimentando, ma allo stesso tempo ad essere un po’ dispersiva, distraendomi fra i troppi elementi interessanti che vorrei approfondire.

Come è nato il tuo amore per la letteratura? Quali sono state le tue prime letture?

Ho avuto la fortuna di nascere in una famiglia di lettori, e quindi il mio approccio con la lettura è stato estremamente precoce e, soprattutto, naturale. I libri hanno sempre fatto parte della mia vita, sono una presenza per me irrinunciabile.
I primi libri in assoluto sono stati quelli in cartone della Walt Disney, con splendide illustrazioni e brevi frasi in caratteri molto grossi. Subito dopo sono seguiti tutti quelli di Gianni Rodari, ricordo in particolare “Favole al telefono”, e da lì è stato tutto un susseguirsi di letture, è una passione che non mi ha mai abbandonata.
Sebbene abbia sempre scritto, ed ogni romanzo mi abbia in qualche modo fornito degli stimoli e sia stato in un certo senso fonte di ispirazione, la prima vera folgorazione è arrivata con la lettura di “ Il ritratto di Dorian Gray”. La scoperta di Oscar Wilde è stata una grande emozione, l’ho amato profondamente sin dal primo istante.

Hai pubblicato il romanzo Decadent doll per i tipi di Prospettiva Editrice. Ce ne vuoi parlare?

“Decadent doll”, tratta di un tema impegnato, in quanto la protagonista è afflitta da schizofrenia e si trova ad affrontare tutta una serie di esperienze piuttosto estreme, tra le quali la prostituzione, il sadomaso, l’uso di cocaina durante il suo percorso di annullamento e di fuga dalla realtà mentre costruisce i suoi mondi paralleli nei quali rifugiarsi. Incapace di provare empatia emotiva con le persone si limita a studiarle ed analizzarle, è anestetizzata dai sentimenti sinché, grazie ad un’adeguata terapia psichiatrica e all’amore, non riesce a guarire, riappropriarsi dell’autostima ed apprezzare la normalità della vita che aveva rifuggito sino a quel momento.

Con Robin edizioni hai pubblicato L’apostolo sciagurato. Un libro di racconti apparentemente slegati che a sorpresa compongono le mille facce di un romanzo, di una storia unica e compiuta. Frutto di una scelta improvvisata o c’è qualcosa di più?

Il progetto di scrivere questo libro esisteva già da tempo sebbene alcuni dei racconti presenti fossero già stati pubblicati in precedenza su varie riviste. “L’apostolo sciagurato” è nato innanzitutto dall’esigenza di confrontarmi con una nuova sfida e sperimentare una struttura, un intreccio ed uno stile totalmente differenti rispetto al precedente romanzo, per me è infatti fondamentale percorrere nuove strade per mettermi alla prova ed imparare esercitandomi. Ho deciso così di non dedicarmi all’impostazione canonica del romanzo, ma di scrivere una raccolta di racconti che diviene romanzo perché tutte le storie sono collegate da un preciso filo conduttore, e tutti i racconti sono nati grazie alla particolare relazione erotica e cerebrale dei due protagonisti.

Come è nato il titolo? E’ un po’ un ossimoro. Cosa simboleggia?

L’apostolo sciagurato è l’unica definizione che viene data a quel Lui senza nome, chiamato così sin dalle prime righe perché il tredicesimo giunto a quella cena che cambierà per sempre la vita di Lei, e soprattutto perché è colui che la condurrà a compiere il proprio destino. E’ proprio questo il ruolo dello sciagurato, farle conoscere profondamente se stessa e liberarla dalle convenzioni ma, donandole la conoscenza e la consapevolezza, portarla anche a dannarsi e soffrire perché non potrà mai più accontentarsi di nulla nella vita.La sciagura inoltre non è rappresentata solo dalla sua assenza che scandirà il tempo di Lei negli anni successivi, ma anche dall’ossessione che Lui riuscirà a generare. Lei e Lui sono ossessionati l’uno dall’altra, è un’attrazione così totalizzante che è come se volessero fagocitarsi reciprocamente per divenire un tutt’uno, e questo rapporto così morboso genera sicuramente una sorta di prigionia. Eppure, paradossalmente, sono del tutto liberi di esprimere appieno se stessi e rivelarsi in ogni istante per ciò che sono davvero, senza mai censurarsi, senza mai porre freni o limiti ai propri desideri. E’ un’affinità elettiva così totalizzante che lascia spazio a tutto ciò che vogliono perché nulla può separarli, se non il loro eccessivo amore che li spaventa e diventa ingestibile.
 
La scrittura come sublimazione di un’assenza, di un amore metabolizzato e spiritualizzato. Anche per te la scrittura ha questa valenza o è stato solo un pretesto narrativo?

E’ un tema letterario che mi affascina e che ho desiderato affrontare per analizzarlo profondamente. Per me la scrittura ha molteplici valenze, è simbolo stesso di vita, necessità impellente e desiderio irrinunciabile. La mia è  una raccolta-romanzo, pensata e strutturata per mantenere una solida coerenza interna e per scrivere del  tema dell’assenza negli ambiti più diversi e con i risvolti psicologici più dissimili; sono intrigata da questo argomento, e così avevo deciso di trattarlo in modo un po’ inusuale, e declinandolo nelle situazioni più svariate nonostante rappresenti sempre il vuoto lasciato da Lui. Non è stato semplice mantenere sempre in ogni racconto questo filo conduttore e trattarlo ogni volta da una nuova angolazione, e soprattutto non rendere subito così evidente alla lettura quale sia la chiave che li unisce per lasciare una parte di sorpresa nel finale.
Nell’epigrafe del libro vengono citati i versi della poesia “Eterna presenza” di Salinas, ed era proprio questo il significato più profondo che desideravo conferire al romanzo: la passeggera corporea assenza che deve diventare possessione totale, eterna presenza. 

E’ un romanzo che ha per tema l’amore, e i suoi mille volti: la seduzione, l’erotismo, la passione, il desiderio, l’ossessione. E’ così complesso questo sentimento? Il tuo essere donna quanto ha influito nel delinearlo?

Trovo sia il sentimento più complesso, profondo e pericoloso che si possa sperimentare, ed anche uno dei più affascinanti che si possano analizzare scrivendo. Lei e Lui vivono un amore assoluto, totalizzante, è come se si trovassero sulla cima di una vetta e per questo contemporaneamente sull’orlo di un baratro. Dell'Eros ho una visione profondamente legata al suo significato originario, per gli antichi greci rappresentava un'attrazione così forte ed incontrollabile, totalizzante, da indurre a perdere la ragione o distruggere.
Non credo di essere stata influenzata dal mio essere donna, quando scrivo cerco semplicemente di analizzare in profondità il tema che tratto, qualunque esso sia.

Utilizzi una scrittura sperimentale, destrutturata, surrealista e molto visuale. Associ spesso le cose ai colori: avorio, cannella, viola,  blu,  rosso. Come hai deciso questa scelta?

Cerco di stimolare tutti i sensi del lettore mentre creo, anche se di certo la vista rimane quello più facilmente percepito e sfruttato nella cultura contemporanea occidentale, per questo lo utilizzo ampiamente. Da sempre studio le arti visive, una delle mie maggiori passioni, da qui deriva il mio interesse verso i colori ed il loro simbolismo che veicolo per enfatizzare dei concetti. Vi è una grande potenza ed una lunga tradizione nell’uso dei colori, ed io cerco di attingervi. Talvolta il riferimento ad un colore, se ben utilizzato, può evocare e sintetizzare un concetto più di molte parole.

Il lavoro di ricerca sulla parola è molto meticoloso, di sapore vagamente barocco e decadente, quasi lo stesso lavoro che un poeta compie per cesellare le sue rime. Prosa e poesia sono così separate e inconciliabili?

No, non le trovo affatto inconciliabili, la mia prosa indubbiamente si nutre della musicalità della poesia, la trovo un punto di riferimento molto utile per trovare il giusto ritmo da adeguare alla narrazione e per evocare certe atmosfere, certe suggestioni. Le frasi, per essere davvero efficaci, necessitano di rigore nella scelta delle parole, eppure tutto quello studio non dovrebbe poi essere evidente nel corso della lettura, la prosa non deve rimanere soffocata dalla pesantezza dello sforzo ma risultare leggera e cadenzata. Mi è stato spesso detto che la mia prosa è tinta di poesia, e trovo che sia un grande complimento perché lavoro con dedizione sullo stile, il ritmo e la musicalità. Per me la forma è importante quanto il contenuto, e mi piace sperimentare modalità differenti di scrittura per mettermi alla prova ed apprendere.

Sempre parlando di poesia, quali sono i tuoi poeti preferiti?

Amo soprattutto i versi evocativi dei poeti maledetti, ne subisco il fascino irresistibile e ciclicamente mi capita di rileggerli rapita da quelle atmosfere. Sono una grande esteta e sono anche irrimediabilmente attratta da ciò che ha la forza di rompere gli schemi sperimentando nuove realtà, quindi non posso che amare Verlaine, Rimbaud, Baudelaire.
Per quanto riguarda gli italiani trovo di una musicalità ineguagliabile D’Annunzio, soprattutto ne “La pioggia nel pineto”, che sa incantarmi quanto una perfetta sinfonia.
 
Nell’epigrafe del libro vengono citati i versi della poesia “Eterna presenza” di Salinas, sono versi che già conoscevi o ti sono capitati per caso mentre ti documentavi per la stesura del libro?

Avevo già terminato di scrivere il libro, e da tempo stavo riflettendo sull’epigrafe da scegliere per sintetizzare al meglio il concetto di assenza vissuta come ossessione, dell’amore come necessità vitale che non può essere incrinato dalla lontananza corporea. Stavo ascoltando Radio DeeJay ed ho sentito Fabio Volo leggere i versi di “Eterna presenza”: è stata una folgorazione, ho compreso immediatamente che quella sarebbe stata la mia epigrafe.

Parlami del tuo processo di scrittura: Quali sono le ore del giorno in cui preferisci scrivere? Fai molte revisioni, riscritture? Scrivi di getto o dopo lunghe riflessioni?

Non ho mai creduto che si possa scrivere qualcosa di veramente valido e ben strutturato facendolo di getto. L’improvvisazione può esistere solo per l’idea iniziale dalla quale si è attraversati, ma dopo aver preso appunti in merito inizia il lavoro vero e proprio, fatto di dedizione e costanza. Sì, faccio innumerevoli revisioni, e non ho ore preferite durante le quali scrivere. Scrivo il più spesso possibile, anche durante la notte quando i processi creativi sono tendenzialmente più liberi.

Ti senti femminista? Pensi che una donna abbia una sua peculiare sensibilità e una visione del mondo? O non credi alle classificazioni uomo donna?

No, non mi sono mai sentita femminista e, in generale, detesto le classificazioni. Comprendo siano utili per comunicare dei concetti e sintetizzarli, ma qualunque classificazione mi venga rivolta tende a farmi sentire ingabbiata. Mi paiono troppo rigide e poco attinenti alla mia personalità complessa che necessita di fluttuare esprimendosi contemporaneamente su più fronti, talvolta anche apparentemente contraddittori.

Hai mai avuto il blocco dello scrittore? Cosa hai fatto per superarlo?
 

Sì, purtroppo mi è capitato più volte, come probabilmente a quasi tutti gli scrittori. E’ uno dei maggiori incubi per chi crea, e l’unico modo per esorcizzarlo credo che sia continuare a lavorare, senza farsi ossessionare. La scrittura è composta di tante fasi, non solo di pura creazione, ma anche di ricerca, studio, esercizio, appunti, revisioni e molto altro. In quei momenti di blocco è importante concentrarsi su questi altri punti senza costringersi a trovare nuove idee che non arrivano. Con il tempo, all’improvviso, il blocco scomparirà spontaneamente.

Puoi parlarmi del tuo rapporto con gli editori?

Ho un buon rapporto con gli editori, fatto di stima e collaborazione reciproca. E’ indispensabile lavorare in sinergia e su più fronti per promuovere i libri e cercare di diffonderli, compito sicuramente non facile.

Che libro stai leggendo attualmente?

Leggo di continuo, in genere alternando più libri. In questo momento mi sto dedicando a “La mandorla” di Nedjma, “ Ritratto di un ragazzo da buttare alle ortiche” di Djaidani, e “Belli e dannati” di Fitzgerald.

Quale è in assoluto il libro che ti ha più sconvolta, commossa, indignata?

Direi il “ De profundis” di Oscar Wilde, un libro di un’intensità ed una profondità sconvolgenti, una lunghissima lettera scritta all’amante durante gli anni di prigionia e che narra di tutta la sua sofferenza e del suo amore.

Hai un blog, un sito? Come possono i tuoi lettori mettersi in contatto con te?

No, per ora non ho né blog né sito, ma non escludo di crearne uno in futuro. Per ora mi farà piacere incontrare i lettori, quando possibile, durante le presentazioni dei miei libri. Trovo sempre molto interessante avere un contatto diretto ed ascoltare le loro opinioni.

Parlaci dei tuoi progetti futuri.

Entro giugno uscirà un mio nuovo libro, “In bianco e nero”, che narrerà di erotismo, di arte e di ossessione secondo schemi e prospettive piuttosto inusuali. E’ anche questo un lavoro abbastanza sperimentale, nel quale mi sono voluta confrontare con una nuova sfida. E poi proseguirò a scrivere recensioni, a redigere la rubrica sui gioielli d’epoca, e ad intervenire a varie trasmissioni radiofoniche e televisive nel corso delle quali parlerò d’arte, letteratura e ovviamente di gioielli d’epoca. Alcune di queste interviste saranno visionabili su youtube digitando il mio nome. Invito inoltre i lettori a guardare il booktrailer, che sintetizza efficacemente in pochi istanti “L’apostolo sciagurato”.
http://www.youtube.com/watch?v=nSrssJfvIts&feature=fvsr