Archive for the ‘Uncategorized’ Category

:: Segnalazione: Le opere di Alda Teodorani in formato ebook grazie alla Kipple

26 aprile 2011

aldaPoco alla volta ma inesorabilmente anche in Italia si stanno affermando gli ebook. Sicuramente all’avanguardia in questo campo è la Kipple Officina Libraria, che presenta in esclusiva le pubblicazioni digitali di Alda Teodorani, dark lady del noir italiano.
Gli e-book (ePub senza drm) sono acquistabili sui maggiori portali di vendita on-line grazie alla Simplicissimus Book Farm (
http://www.simplicissimus.it/).
Ma i prezzi sono ancora più scontati sul sito Kipple, dove si trova il ricco “Angolo di Alda” (
http://www.kipple.it/index.php?route=product/category&path=107): un’intervista e biografia all’autrice e l’introduzione di Valerio Evangelisti a Belve sono liberamente scaricabili; altro materiale verrà aggiunto in seguito. Gli ebook di Organi e Belve sono in vendita a 5 euro.

:: Recensioni: Quando avevo undici anni e Capace di intendere e di volare AV

26 aprile 2011

Non è facile scrivere racconti. Spesso si immagina che un testo breve implichi minori difficoltà nella costruzione della trama, nella caratterizzazione dei personaggi, nella capacità di scrivere dialoghi realistici ed convincenti,  e invece a mio avviso si verifica l’esatto contrario. Il poco spazio fa si che sia indispensabile che l’autore abbia affinata la capacità anche tecnica di snellire le frasi troppo arzigogolate, di scarnificare, se mi si perdona il termine, la struttura narrativa. Perché un racconto sia efficace deve contenere una certa vita propria, una sorta di morale non necessariamente didascalica. Detto questo è sempre interessante vedere dei giovani, non solo anagraficamente parlando, cimentarsi nel genere, che per inciso amo molto. Cornell Woolrich, Raimond Chandler, Flannery O’Connor, Raymond Carver, Dorothy Parker, Katherine Mansfield, Vladimir Nabokov, Anton Cechov, Isaac Asimov, sono tra i miei preferiti ma come non citare Buzzati un maestro del racconto usato in molte scuole di scrittura come esempio tanto i suoi lavori sono  magistrali o Luigi Bernardi capace di illuminare il foglio con pochi tratti.  Ho letto due volumi di racconti entrambi editi da Giulio Perrone Editore e per la consequenzialità vi consiglio di leggerli entrambi Quando avevo undici anni e Capace di intendere e di volare. Il primo narra la fragile età di passaggio dall’infanzia all’adolescenza e il secondo il passaggio subito successivo dall’adolescenza alla maturità, per cui anche l’ordine di lettura è importante. Da segnalare anche che le raccolte sono nate da un originale connubio letteratura – internet, per dare visibilità agli scritti nati sul forum undiciparole http://undiciparole.forumfree.it un sito che ospita autori emergenti segnalatisi grazie alle iniziative editoriali promosse da Perrone Lab. Illustrazioni di copertina di Tiziana d’Este.  

quando avevo 11 anniQuando avevo undici anni

Autori rigorosamente in ordine di pubblicazione: Rosalia Messina, Maria Alberta Fiorino, Andrea Masotti, Trap, Giuseppe Pavich, Lucia Sallustio, Annamaria Trevale, Andrea Bonvicini, Ippolita Cassisa, Stefano Mascella, Alberto Caprara, Daniela Rindi, Giovanna Astori, Francesca Violi, Vanessa Banfi, Arianna Lattisi, Diego Di Dio.
 
Gli undici anni, un’età magica per certi versi, si guarda il mondo con occhi sgranati, occhi ancora innocenti ma già capaci di cogliere le contraddizioni della vita. Come non pensare ai fumetti letti con la pila elettrica sotto le lenzuola: L’uomo ragno, La cosa, L’incredibile Hulk, Dottor Strange, gli X-Men e Capitan America in costume bianco- rosso e blu con lo scudo che ricorda vagamente l’emblema della Cia che la mamma comunista di uno dei personaggi dei racconti assicura avesse preso parte al golpe cileno contro Allende a fianco di Pinochet.  E poi le feste di compleanno a casa dei compagni di scuola, la morte di Luigi Tenco che ha oscurato gli undici anni di chi visse qualche generazione fa, giocare a calcio in cortile fino a tardi, fino a che le madri non ricordano che ci sono i compiti da finire, e i primi turbamenti, i primi baci, i primi amori, teneri e commoventi anche se a volte crudeli. Andare a dormire dopo Carosello, le pagelle a fine anno, i discorsi politici dei grandi, la fine della scuola elementare e l’ingresso nella scuola media, i favolosi anni 60, le discussioni sulle Brigate Rosse. Le amicizie del cuore incrollabili e indimenticabili che neppure la lontananza e la separazione riesce ad incrinare, giocare a Subbuteo, le vacanze al mare con la famiglia, i fratelli e le sorelle maggiori, i tubetti di brillantini rubati nei negozi mentre il commesso è distratto, scrivere il diario a cui confidare i piccoli e grandi segreti, farsi schiumare a Carnevale con le bombolette di schiuma da barba, non al mentolo se no si diventa ciechi, la prima sigaretta fumata facendo attenzione che non arrivi nessuno, domandarsi che fine ha fatto Emanale Orlandi, la musica ascoltata con i walkman, andare al cinema a vedere Flashdance o il Tempo delle mele, e poi Videomusic, le vacanze in colonia, collezionare i peluche di Snoopy,  il primo reggiseno. Tenerezza, malinconia, un briciolo di crudeltà, un viaggio nella memoria insomma. E’ difficile dire quale sia il racconto migliore di questa raccolta, diversificati da tecniche narrative, linguaggi, contenuti differenti seppure a mio avviso una certa omogeneità e fluidità li caratterizza tutti. Se proprio dovessi sceglierne alcuni sarei guidata da criteri prettamente personali, quelli che mi hanno ricordato i miei undici anni sono forse Scusi signore di Andrea Masotti, Quando le bande non scalavano la hit parade di Trap, molto struggente e con un finale amaro Quando la luna perse il suo mistero, di Annamaria Trevale, il bellissimo I negri di Stefano Mascella con dialoghi in stretto romanesco e infine il tenerissimo Il coniglio di Francesca Violi.

Capace---sito-grandeCapace intendere e di volare

Autori rigorosamente in ordine di pubblicazione: Diego Di Dio, Solitaria, Andrea Masotti, Costantino Quarta, Alberto Caprara, Dirce Scarpello, Annamaria Trevale, Rosalia Messina, Arianna Lattisi, Trap, Lucia Sallustio, Annapaola Paparo, Vanessa Banfi, Stefano Mascella, Manola Mineo, Anna Rita Rappa, Lita Cassisa, Maria Alberta Fiorino, firulìfirulà.
 
Diventare adulti. Già sembra facile. Si diventa grandi quando si diventa autosufficienti, autonomi, si affronta la vita da soli senza la protezione di genitori chioccia, con un lavoro, una casa, una famiglia propri. Molti non diventano adulti mai neanche da vecchi, molti restano bambini almeno nell’animo, eterni Peter Pan con la voglia di sognare, di non farsi sommergere dai mille problemi del vivere quotidiano. Ma cosa caratterizza il passaggio dall’adolescenza alla maturità, dall’essere ragazzi a diventare uomini? Diciannove scrittori esordienti o quasi ci hanno provato a descrivere quel momento con risultati, buffi, commoventi, originali a volte anche bizzarri e spesso deliziosi. Diciannove brevi racconti di formazione, come si suole dire nei salotti impegnati. Una donna decide di riprendersi la sua vita dopo un matrimonio forzato con un uomo violento che non la ama. Una ragazza si trova sotto le macerie di un terremoto e ritrova tra i soccorritori il ragazzo con il quale chattava su internet. Un ragazzo da sempre considerato un inconcludente apre una pizzeria con un amico e si avvia verso l’indipendenza. Storie minime, di un minimalismo molto carveriano, delicate, accomunate da uno stile diretto e immediato, da una sobrietà linguistica mai sciatta o dimessa. Come nell’altra raccolta un po’ la lingua varia e le voci femminili e maschili si alternano dando un respiro corale e misurato. Alcuni racconti sono più incisivi, scavano nelle psicologie dei personaggi, altri privilegiano l’epoca, gli ambienti, l’affresco di un età di passaggio, su tutti prevale una prosa spoglia, semplice, un fraseggio essenziale, senza fronzoli o aggettivi e avverbi superflui. Si sente che sono stati curati, magari riscritti, limati, non lasciati al primo impulso dell’ispirazione. In alcuni certo ci sono ingenuità, che un autore professionista eluderebbe, ma d’altro canto proprio questa semplicità,  questa spontaneità conferisce un valore aggiunto molto spesso inesistente nei lavori troppo costruiti. In questa raccolta non mi sento di segnalare preferenze perché ho trovato più omogeneità e una certa difficoltà nell’immedesimarmi nelle storie, tutte hanno particolarità molto spiccate che è difficile non apprezzarli nel complesso. Forse il racconto che mi ha più turbato, se il termine un po’ retrò che uso può rendere bene l’idea, è sicuramente La schiava e l’imperatore di Diego Di Dio, dove una donna abusata, picchiata dal marito, diventa “adulta” per amore del figlio e da schiava si riappropria della sua libertà.

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:: Recensione di Niente, tranne la pioggia di Sergio Paoli

20 aprile 2011

niente–  Sto seguendo un caso.
–  Ah, beh, certo! Un caso. Il caso del vendicatore solitario che se ne fotte di tutto e di tutti e indaga per conto suo. Il tipico sbirro romantico e sfigato dei romanzi noir che gira solo nelle notti scure e piovose e combatte contro una società cattiva all’insaputa dei suoi superiori, che sono ancora più malvagi, e di tutto il resto del mondo, compresa me. Senza contare le cospirazioni in corso, ovvio. Per la “Giustizia”, immagino.  

 
Niente, tranne la pioggia terzo romanzo di Sergio Paoli, uscito l’11 aprile per Todaro Editore è decisamente un libro atipico, sconvolgente per certi versi, decisamente controcorrente nel buonismo dilagante che ha contagiato anche molto noir o pseudo noir. Innanzitutto tratta un tema già di per sé scomodo il trafficking  il commercio illegale  di esseri umani per i più rivoltanti fini dalla schiavitù, allo sfruttamento sessuale, al rapimento per trapianti di organi, al lavoro nero e non lo fa un modo edulcorato o attenuato. Ne mostra anzi i lati più violenti e inumani senza paura di turbare l’eccessiva sensibilità di chi si trincera dietro un opportunismo ipocrita e perbenista convinto che cose simili non possano realmente succedere nel nostro civilizzato e prosperoso nord. E invece le organizzazioni criminali di stampo mafioso ormai infiltratesi agevolmente in Lombardia prosperano grazie ai loro traffici illeciti dal contrabbando di droga, al riciclaggio, alla tratta appunto delle ragazze dell’est e soprattutto magari affidano il lavoro sporco a bende di slavi più o meno disperati, ma i mandanti, le teste pensanti sono altrove, seduti nelle comode poltrone dirigenziali di banche compiacenti o industrie magari quotate in borsa. Il mondo della criminalità sta cambiando i nuovi capi mafia magari hanno master alla Bocconi e partecipazioni azionarie ufficialmente pulite. E l’allarme non solo è dato da Roberto Saviano ma anche dalla Direzione Nazionale Antimafia che avverte di quanto l' infiltrazione delle cosche avanzi e mini il tessuto sociale e produttivo di regioni un tempo estranee al fenomeno. In uno scenario così dolorosamente attuale si muove Vasco Lubrano, sovrintendente capo in forza alla Polizia Giudiziaria della Procura di Bergamo, un uomo solo, capace di scoperchiare il calderone di interessi illeciti che prosperano a Bergamo all’avvicinarsi dell’expo di Milano, ostinatamente deciso ad andare fino in fondo fino alle estreme conseguenze. Tutto inizia con il ritrovamento di un sacco della spazzatura al cui interno si trovano dei resti umani. Il corpo smembrato di una prostituta moldava uccisa e abbandonata in un luogo impervio che solo il caso ha fatto si di ritrovare. Ma chi te lo fa fare Lubrano di prendertela così a cuore, è solo una prostituta, una puttana, spazzatura umana e non persona? Ma Vasco Lubrano non ci sta sente puzza di bruciato sente che altre morti sono collegate, sente che un piano criminale ben più ampio sta tessendo le sue trame e vuole vederci chiaro a rischio di perdere la sua donna, a rischio di perdere la sua stessa vita. Nina, Eughenia, Mariana, sono persone, non pezzi di carne senza valore, meritano che qualcuno si occupi di loro, meritano considerazione dopo tanto dolore, meritano giustizia. Forse non tutti i colpevoli pagheranno, forse come al solito i peggiori la faranno franca, ma che importa, quello che conta e che le vite delle vittime non siano vuoti a perdere.
Niente, tranne la pioggia rappresenta sicuramente un’ evoluzione nella scrittura di Sergio Paoli, una trasformazione che porta ad un’ amarezza e ad una disillusione se vogliamo ancora più marcata che nei lavori precedenti. La solitudine del protagonista, il suo essere un uomo incapace di aprirsi agli altri o di istaurare anche solo un rapporto più solido con la sua donna ne fa una sorta di cane sciolto, di outsider, anacronisticamente depositario di principi e di una moralità che lo emargina e lo isola. La pioggia che cade costantemente, la desolata periferia post industriale, le lavanderie dietro alle quali vecchi mafiosi si costruiscono una vita di facciata, i tir carichi di donne disperate senz’acqua, cibo, possibilità di lavarsi, tutto scorre tra le pagine di questo romanzo intriso di dolore e umana compassione e porta con sé un senso di ribellione e di rifiuto. Dopo aver letto questo libro le notizie che si susseguono nei telegiornali di donne uccise e abbandonate in campi, dirupi, argini di fiume perdono impersonalità. Questa è la vita che ci circonda, questo il male che inquina la nostra quotidianità e guardarlo in faccia ogni tanto non può che essere un’ esperienza da fare prima che il nulla ci sommerga.

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:: Intervista a Michael Ridpath

19 aprile 2011

Ridpath-Anello_dei_ghiacciSalve Mr Ridpath. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Ci racconti qualcosa di lei. Chi è Michael Ridpath? Punti di forza e di debolezza.

Mi piace pensare di essere un marito, padre e amico ragionevolmente affidabile. Per quanto riguarda le debolezze, nonostante anni di tentativi non ho ancora capito come scrivere il thriller perfetto, faccio schifo nel DIY (sì, "il fai da te", insomma, aggiustare le cose in giro per casa) e non so scrivere poesie e nemmeno ho il coraggio di provarci.

Lei è nato nel Devon nel 1961 ed è cresciuto nello Yorkshire. Ci racconti qualcosa del suo background, dei suoi studi, della sua infanzia.

La maggior parte della mia infanzia l’ ho trascorsa nelle valli dello Yorkshire; per le valli e la pastorizia ricorda l'Islanda, ma non è così desolante. Vivevo in un piccolo borgo antico e per me è stato un grande dolore lasciarlo. In seguito infatti ho frequentato l'università in una città di medie dimensioni (Oxford) e poi trovato lavoro in una città veramente grande (Londra). Suppongo che non sorprenda, allora, che alla fine voglia scrivere di valli remote (o "dalur" in islandese).

Come ha maturato l’idea di diventare uno scrittore?

Ho sempre pensato di non esserne in grado, stesso discorso della poesia di qui sopra. Quando avevo 29 anni ho cominciato a pormi il problema che non stavo facendo nulla di creativo e così ho deciso di dilettarmi in segreto con la scrittura creativa. Alla fine ho scritto un romanzo in segreto. In realtà è stato solo quando l’ ho visto su uno scaffale che ho potuto credere di essere davvero uno scrittore.

Come è arrivato alla fiction? Legge anche altri autori contemporanei?

Divido le mie letture in un buon 50%  di thriller e crime e l’altro50% di qualcosa di completamente diverso. E’ il mio modo di prendere le tecniche di altre persone, e anche mantenere la mente aperta a nuove idee anche al di fuori del thriller e del crime.

Ci racconti qualcosa del suo debutto. La sua strada verso la pubblicazione. Ha ricevuto molti rifiuti?

Sono stato estremamente fortunato. Ho trascorso 3 anni a scrivere e riscrivere il mio primo romanzo, Free to Trade, o Dinero Asesino in spagnolo, prima di inviarlo ad una lista di agenti, due alla volta. Il primo agente della mia lista mi ha respinto, il secondo mi ha accettato. Ha fatto un brillante lavoro riuscendo ad ottenere che 5 grandi editori si lanciassero in una guerra di offerte per il libro, e alla fine l'ho venduto per una notevole quantità di denaro. Tanto che ho potuto lasciare il mio lavoro e scrivere a tempo pieno. Ho avuto alcuni periodi di sfortuna da allora, ma non c'è dubbio che sono stato molto fortunato, all'inizio della mia carriera.

Perché ha deciso di scrivere L’anello dei ghiacci?

L’anello dei ghiacci è il primo di una serie che ha per protagonista un detective islandese. Quindi la prima domanda era, perché un detective islandese? Avevo scritto otto thriller finanziari e immaginavo un cambiamento: avevo scritto abbastanza di finanza. Osservando gli scaffali della mia libreria locale ho visto che il crime ha sempre venduto bene, ma ci sono stati tanti detective, come potevo fare la differenza?. Il mio subconscio si avvicinò all’idea  che questa poteva essere l’occasione buona di scrivere finalmente sull’Islanda. Avevo visitato il paese in un tour promozionale per un libro nel 1995 e avevo trovato questo paese un luogo straordinario, bello e selvaggio, piena di gente straordinaria, selvaggia e spesso bella. Ho cercato di essere analitico e pensare ad altre idee, ma la mia mente è rimasta fissa sull’ Islanda. Così l'Islanda è stata.

Quanto è durato il processo di scrittura di L’anello dei ghiacci?

C'è voluto un po 'meno di due anni. I miei libri di norma li scrivevo in circa 18 mesi: 6 mesi di ricerca e pianificazione, 6 mesi per scrivere una prima bozza, 6 mesi di scrittura per le successive stesure. Questo è stato un po’ più  lungo perché avevo molto da imparare sull’ Islanda e sul mio personaggio principale, Magnus.

Quali romanzi hanno l’ hanno ispirata nella scrittura di questo romanzo?

Il Signore degli Anelli, ovviamente (una saga che ha ispirato Il Signore degli Anelli compare nel romanzo). Poi Blood Eagle un libro su un detective di Amburgo, scritto da uno scozzese, che mi ha fatto pensare che potevo farlo anche io. Ma in realtà stavo cercando di scrivere un libro diverso. Il fatto che il giallo nordico fosse di gran moda è stato in un certo senso negativo. Tutto ciò che è di moda può passare di moda. Ho scritto un libro sulla realtà virtuale nel 1996, un soggetto che è riuscito a diventare e passare di moda prima che il mio libro fosse pubblicato.

Può dirci qualcosa sulla trama di questo libro senza rivelare il finale?

Questo è primo caso di Magnus, coinvolge l'omicidio di un professore di letteratura islandese, che era alla ricerca di una saga che era stata tenuta nascosta da una famiglia in Islanda per 700 anni. Emerge che questa saga ha ispirato Tolkien a scrivere Il Signore degli Anelli. E 'quindi preziosa per un sacco di gente.

Può dirci un po’ di più sul suo protagonista, Magnus Jonson?

Il libro è il primo caso di Magnus Jonson, un islandese che si è trasferito in America quando aveva 12 anni. Dopo la morte di suo padre ucciso in circostanze misteriose, diventa un detective della omicidi di Boston. Alla fine si trasferisce nuovamente a Reykjavík per aiutare la polizia lì. Parla naturalmente islandese, ma vede il paese in tutta la sua stranezza attraverso gli occhi di uno straniero. Non è mai sicuro se è un islandese o un americano.

Mi piacerebbe parlare del processo di scrittura. Può descriverci una sua tipica giornata di lavoro?

Lavoro ogni mattina, sempre. Leggo illavoro degli ultimi due giorni e faccio le correzioni. Poi scrivo, con una pausa per una passeggiata e una tazza di caffè circa a metà mattina. Mi impegno a scrivere un minimo di 1.000 parole, fino ad un massimo di 2.000. A volte scrivo nel pomeriggio.
 
I suoi libri sono stati tradotti in vari paesi. È eccitante?

Sì, mi piace il fatto che i miei libri siano letti in molti paesi diversi. E una delle meraviglie di internet è che posso ricevere e-mail da lettori al di fuori del Regno Unito. Oggi ho ricevuto una mail dall’ Austria, ieri da Singapore. Questo è grande.

Progetti di film tratti dai suoi libri?

Ce ne  sono stati un paio, ma poi non se ne è fatto niente. Mi piacerebbe che la  serie di Magnus fosse adattata per una serie televisiva, ma probabilmente per ciò bisognerà aspettate fino a quando non ne avrò scritto ancora qualcuno.

Quali sono i suoi autori viventi preferiti?

William Boyd, Michael Connelly, James Holland (storico militare).

Cosa sta leggendo in questo momento?

Sto leggendo il terzo libro della Millennium Trilogy di Stieg Larsson. Mi è piaciuto il primo libro, ho trovato il secondo lavoro un po’ noioso e il terzo lo sto trovando un po’ duro. Ma è importante per me sapere come Larsson scrive.

Ha un agente letterario?

Penso che tutti gli scrittori commerciali abbiano bisogno di un agente letterario. Mine, Carole Blake e poi Oli Munson, sono uomini d'affari eccellenti. Da profondo conoscitore del commercio nei mercati obbligazionari l’ho fatto per anni, so quanto sia importante conoscere il mercato del bene che si tratta. Questo è ciò per cui gli autori pagano gli agenti. Anche il mio agente è molto bravo a far pubblicare i miei libri in paesi al di fuori del Regno Unito, che è molto importante per me. I miei libri sono stati pubblicati in 38 lingue.

Qual è il suo rapporto come con i suoi lettori? Come possono i lettori mettersi in contatto con lei?

Proprio adesso è come se stessi conversando con i miei i miei lettori. Mi piace sempre ricevere e-mail attraverso il mio sito http://www.michaelridpath.com. Di recente ho sentito un olandese il cui padre di 90 anni era appena morto. Mi ha riferito che ero l’ autore preferito di quest'uomo e la sua famiglia voleva qualcosa di mio da leggere al suo funerale. Ho scritto qualcosa del tipo che mi dispiaceva che la nostra conversazione fosse finita. Dicevo sul serio.

Infine, l'inevitabile domanda: a cosa sta lavorando ora?

Ho finito il secondo libro della serie Magnus e sono a metà del terzo. Il secondo parla di una cospirazione di un gruppo di manifestanti anti-banchieri che decidono di compiere un assassinio per colpa della stretta creditizia. Il terzo è incentrato sul mistero dell'omicidio di un volontario Wikileaks avvenuto sui fianchi del vulcano Eyjafjallajökull in quanto è in eruzione. Potrebbe essere un paese piccolo, ma la vita non è mai noiosa in Islanda, almeno non nei miei libri.

:: Intervista con Federico Baccomo alias Duchesne

18 aprile 2011

La-gente-che-sta-bene-201x300Benvenuto Federico su Liberidiscrivere e grazie di aver accettato la mia intervista. Ex avvocato, blogger, ora scrittore di successo. Iniziamo con una domanda facile facile che forse ti avranno già fatto in molti. Come è nato il tuo soprannome?
 
Nasce davvero per caso. Da blogger, per definizione, ci si investe di un soprannome. È il tipo di scelta che potrebbe portarti via settimane, una sorta di nuovo battesimo, non si può sbagliare, così per superare lo scoglio, ho pensato di farla breve e aprire un vocabolario di inglese alla rubrica dei nomi, ho preso il primo che m’è capitato, in alto sulla sinistra, questo “Duchesne”, mi pareva suonasse bene, l’ho adottato. Poi ho scoperto che era un cognome, neppure inglese. Non proprio il più edificante degli aneddoti.
 
Come è nato in te l'amore per la scrittura?
 
Uno dei libri cui mi capita di tornare più spesso è “La gioia di scrivere”, una raccolta dell’opera di quella poetessa magnifica che è la Szymborska. E ogni volta che la prendo in mano mi fa pensare a un servizio che vidi da bambino alla televisione, si parlava della Disney, mostrarono un disegnatore all’opera, buttò giù un rapido schizzo di Topolino, proprio una dozzina di tratti e uscì il muso, perfetto, che sembrava stampato. Son corso a prendere un foglio e una matita e ho provato a rifarlo, mi sembrava piuttosto semplice. Non era così. A leggere le poesie della Szymborska, la sensazione è la stessa, la meraviglia di quello che sembra bello e semplice, eppure è così difficile da ripetere, ci vuole un impegno, una dedizione, un sacrificio, un amore per tutta quella vita che riempie quelle pagine. Ecco, quando ho scoperto che quella fatica, quella dedizione, che prima mi bloccavano, sono semplicemente necessarie, la scrittura ha smesso di apparirmi un mestiere indomabile, ha cominciato a diventare l’esperienza appassionante che è ora.
 
Parlami dei tuoi esordi ti hanno mai offerto pubblicazioni a pagamento?
 
I miei primi tentativi di pubblicazione si persero nelle solite nebbie editoriali. Mandavo manoscritti, più o meno illeggibili, più o meno acerbi, e nel caso migliore mi ignoravano, nel peggiore mi spiegavano che “la mia opera non sarebbe stata restituita ma mandata al macero”. Non ho mai pensato di pagare per essere pubblicato, in quello forse c’era la mia professione d’avvocato a suggerirmi che certi meccanismi non erano poi molto limpidi. Poi gli anni son passati, e quando ormai avevo messo da parte ogni velleità, è arrivato il blog di Studio Illegale. A quel punto, è stato tutto un concatenarsi di eventi fortunati, il blog è stato notato da qualche editore, i primi a muoversi sono stati quelli di Marsilio, e nel giro di un paio di anni sbarcavo in libreria con un romanzo che per me rappresentava molto di più di un semplice esordio.
 
Hai letto Fahrenheit 451 dello scrittore americano Ray Bradbury? Che rapporto c’è per te tra la memoria e la libertà di esprimersi nell’arte?
 
Ho letto e amato Fahrenheit 451. Questo tema del libro come manifestazione di libertà e scrigno di memoria, è una cosa cui ho pensato tempo fa, quando, a un matrimonio, mi sono trovato seduto davanti a un signore in pensione, sui settant’anni, che, via via che passavano i piatti in tavola, mi raccontava della sua passione per la pittura, della sua collezione di VHS, del suo amore per il cinema di Truffaut, della letteratura, del suo cane, di innumerevoli altri interessi, passioni. Poi, verso la fine della cena, mi ha confidato una sorta di dispiacere: tutto quel patrimonio di conoscenze e di passioni e di esperienze, tirato su in quella che era davvero una vita intera, ora che aveva una certa età, tutto quel patrimonio, quando lui non ci sarebbe stato più, sarebbe semplicemente andato perduto, dissolto. E allora com’è possibile, mi ha chiesto, riuscire a trasmetterlo? E a me, come una sorta di consolazione, è tornato in mente quel principio secondo il quale, piuttosto che dare un pesce, è meglio insegnare a pescare, e insomma, ho detto, forse, invece di trasmettere qualcosa, è sufficiente comunicare la passione, la curiosità, in un certo senso la fame di sapere. Non era d’accordo, la questione non era così semplice. Ma, soprattutto, ha aggiunto, c’è anche da chiedersi a chi trasmetterlo quel patrimonio? E, purtroppo, in assenza di un figlio o di un nipote, anche questa domanda sembrava senza risposta. Ecco, proprio i libri potrebbero essere una di quelle possibili risposte, la possibilità di trasmettere un immenso patrimonio di conoscenze e di passioni e di esperienze e, soprattutto, la possibilità di farlo nei confronti di un numero enorme di persone, ché, mi sembra di capire, non sempre dare un pesce è meno nobile che insegnare a pescare.
 
Parlami della tua città, la utilizzeresti come scenario per i tuoi libri?
 
Io sono nato a Milano quasi 33 anni fa e qui, alla fine, son sempre stato. È il fondale di entrambi i romanzi che ho scritto, e in entrambi i romanzi io la vedo come un personaggio vivo. In questo senso, è uno scenario splendido, contradditorio, ridicolo, dinamico, disperato. Milano è una città piena di buoni propositi che si sfracellano con la realtà dei fatti.
 
Quali sono i tuoi scrittori preferiti stranieri?
 
È una di quelle domande con cui si potrebbe riempire un pomeriggio. Tralasciando i nomi più grandi e noti, mi piace Borges, forse l’autore che più di ogni altro mi ha fatto capire quanto possa essere potente la fantasia, mi piacciono Golding e il suo Signore delle Mosche, Fitzgerald e il suo Grande Gatsby, Cain e il suo Postino che suona sempre due volte, tre romanzi diversissimi, ma vicini nel loro rappresentare la miseria, la sconfitta dell’uomo, che pure non crolla, e facendo un salto fino ad oggi farei il nome di Richard Powers, lo scrittore che oggi forse seguo con più attenzione.
 
Quale strumento di scrittura preferisci usare, la penna, il computer o la macchina da scrivere?
 
Scrivo al computer. Trovarmi con una penna e un foglio mi blocca, è come se il mio cervello ormai ragionasse solo in termini di digitazione. E mi fa ridere pensare che è stato un sforzo di adattamento non da poco, ricordo che scrissi la tesi tutta a mano, ricopiandomela al PC solo al momento della consegna.
 
Credi nei valori politici o sei un disilluso come molti giovani?
 
Il punto, per quanto mi riguarda, è che non mi piacciono i politici in genere, e non parlo di idee buone o meno buone che possono portare avanti, non mi piace l’idea di qualcuno che, anche se animato da ottime intenzioni, in fondo sta cercando di ottenere quello che chiamiamo “potere”. Poi mi rendo conto che è un discorso forse qualunquista, sicuramente che non porta da nessuna parte, qualcuno che governi è necessario, però questa diciamo antipatia, un po’ mi impedisce di credere fino in fondo a queste persone e di conseguenza ai valori che proclamano.
 
Riguardo la stesura di un libro tu preferisci occuparti della descrizione dei luoghi, della descrizione dei personaggi, o dei dialoghi?
 
Ho una particolare predilezione per i dialoghi, è forse l’unico talento che mi riconosco, quel tipo di orecchio, e se in tanti mi hanno detto che la scrittura dei dialoghi è l’aspetto più difficile di un romanzo, per me rappresenta quasi una scorciatoia. Poi, però, la verità è che bisogna cercare di capire cosa funziona in quel momento, in quello snodo, in quel passaggio, e allora ecco che diventa giusto descrivere un cielo, un gesto, un taglio d’occhi. Quello che mi guida è il pensiero della pazienza del lettore, non vorrei abusarne perdendomi in sovrabbondanze. Un grande scrittore come Franzen, ad esempio, uno che sa bene come costruire una frase, a pag. 333 de “Le correzioni”, ha scritto questa frase: “Aveva una faccia grande, con la pelle un po' ruvida, simile a quella del popolare attore italoamericano che una volta aveva impersonato un angelo e un'altra volta un ballerino da discoteca.” Franzen può chiederti quella pazienza, io se avessi scritto una parola più di “simile a John Travolta” mi sarei sentito di troppo.
 
Pensi che ci siano regole d’oro per sopravvivere tra agenti letterari, editori, sponsor, e lettori?
 
Non credo, forse conviene ascoltare il proprio fiuto, sia nei rapporti con gli altri, sia nei rapporti con la propria scrittura. Posso suggerire di affidarsi a persone e parole cui si crede, non è detto che le une o le altre non finiscano per tradirti, ma è quanto di meglio si possa fare per ridurre le delusioni e i rimpianti.
 
Cosa stai leggendo al momento?
 
“Soffocare” di Chuck Palahniuk e “A Bologna le bici erano come i cani” di Paolo Nori.
 
Ami la letteratura underground?
 
Non saprei dire bene cosa si intende per letteratura underground, però credo che oggi, anche se sembrano un po’ passati di moda, i blog possano essere ancora uno spazio per il talento non filtrato, quello più libero, e tra i blog, lo Sgargabonzi (http://sgargabonzi.leonardo.it/blog/), con la sua anarchia, la sua dirompenza, mi pare possa essere uno splendido esempio di letteratura underground.
 
Un aforisma, un proverbio che ti è caro.
 
Tra le centinaia che ha scritto, c’è un aforisma di Karl Kraus che m’è sempre parso parecchio efficace, dice: “Da qualche parte ho trovato la scritta: «Si prega di lasciare il luogo come si desidera trovarlo». Oh, se chi educa alla vita avesse nel parlare anche solo la metà dell'efficacia dei padroni d'albergo!
 
Studio Illegale. Un blog che è diventato un best seller letterario con 35mila copie vendute, sette ristampe. Per un esordiente che esperienza è stata? Non ti sei sentito in un certo senso travolto?
 
Studio Illegale è stato un piccolo prodigio, è un libro cui voglio molto bene, forse oggi lo scriverei in modo diverso, ci vedo un po’ di ingenuità, ma anche una vivacità che spesso mi pare difficile riuscire a ripetere. Dicevo, è stato un piccolo prodigio anche per come si è comportato, è cresciuto piano piano durante la scrittura, ed è cresciuto piano piano come “prodotto”, s’è conquistato i suoi lettori, ha avuto come una sorta di riservatezza, di circospezione, e questo, per uno che si affaccia in questo mondo, non può che essere una benedizione. Ovvio, tutti poi vorrebbero avere l’attenzione della critica, il nome ai primi posti in classifica o in calce agli editoriali dei quotidiani, ma quel tipo di pressione, quel dover rispondere agli altri, quello smarrimento che ne segue, è facile che si trasformi in qualcosa di molto simile a una gabbia. Studio Illegale magari non mi farà pagare gli affitti per i prossimi anni, ma mi ha dato la possibilità di metter giù delle basi, come primo libro di meglio non poteva offrirmi.
 
Come procede la trasposizione cinematografica?
 
Stiamo lavorando alla sceneggiatura, poi se le cose procedono come si spera a settembre cominceranno le riprese. Devo dire che le persone coinvolte si stanno dimostrando abili, appassionate, era qualcosa che non davo per scontato.
 
La gente che sta bene sempre edito da Marsilio è la tua seconda creatura. Dunque la satira sociale non è morta. Ce ne vuoi parlare?
 
“La gente che sta bene” è, a dispetto del titolo, la storia di un solo uomo, uno che mi pareva potesse essere un ottimo rappresentante di questa categoria molto vaga che è, appunto, la gente che sta bene. Giuseppe, come dice il risvolto di copertina, è uno che ha una famiglia ideale, un solido conto in banca, una carriera in ascesa, degli amici a cui farlo sapere. Mi pare renda bene il suo carattere, un uomo che più che stare bene, è impegnato a convincere gli altri che lui sta bene. In una frase che poi non ho messo nel libro, ad esempio dice: “È vero, ho un divorzio alle spalle ma dire matrimonio fallito, non mi piace, un punto di vista negativo, e non è questo il caso. Io preferisco parlare di una separazione ben riuscita.” Ecco, sta tutto lì, è infantile, vanesio, presuntuoso, eppure in qualche modo così indifeso, inadeguato, un personaggio che offre mille spunti comici, eppure quello che gli sta intorno è in realtà un alone tragico. Mi mette difficoltà parlare con misura, è un personaggio che amo.
 
Viviamo in un periodo di crisi, di recessione, le borse collassano, la disoccupazione aumenta, il titolo del tuo libro ha un sapore un po’ amaro. Per stare bene oggi quali sono le regole del gioco?
 
È difficile indicare una ricetta, si cerca, ognuno a modo suo, di stare a galla. Quello che, nel mio piccolo, ho capito è che c’è questa logica del fare che mi pare un po’ una truffa. Oggi abbiamo il governo “del fare”, un premier che “ha ottenuto i risultati che si prefiggeva”, che invita a darsi “obiettivi ambiziosi”. Anche in televisione ho notato spesso che nelle cosiddette arene, appena si muove una critica, c’è sempre quello che ribatte “ma tu che hai fatto nella vita? Che hai ottenuto?” E questo è il paese che, proprio per il “fare” non poteva fermarsi per la festa della sua unità. Allora mi viene in mente una canzone di Vecchioni, Cyrano, in cui si canta di quest’uomo che prestava le sue parole a un altro perché potesse avere la donna che entrambi, in modi diversi, amavano. Nell’ultima strofa della canzone è proprio Cristiano, il rivale, quello che “ha bagnato d’amore” Rossana, addirittura fino a “che non ha più nessuna voglia”, a dire: “Adesso non lo so, se ho vinto io oppure lui che ti sognava”. Ecco, la logica risultato/fallimento mi pare impedisca di cogliere una storia più ampia, e forse, alla fin fine, non rende davvero l’idea di cosa voglia dire “vincere”.
 
Questo umorismo un po’ sulfureo, caustico che caratterizza i tuoi libri, la tua scrittura, da chi l’ hai ereditato?
 
Credo sia figlio di tutta l’esperienza di una vita, di tutti quelli che hanno esercitato su di me quel potere più o meno oscuro del provocare una risata, siano essi amici, siano essi grandi personaggi come Troisi, Woody Allen, Bill Hicks, Altan, Antonio Rezza, ecc. L’umorismo, soprattutto quello più caustico, è la cifra che oggi sento più vicina quando si tratta di raccontare qualcosa, è la chiave con cui non solo riesco a trovare l’interesse di un possibile lettore, ma anche il mio interesse nel raccontare una storia.
 
Giuseppe Sobreroni fa tanta fatica per emergere per diventare tra virgolette di successo e poi basta un attimo e tutto crolla. Il successo è davvero un’entità così nebulosa e fragile? E’ ancora secondo te un valore per molti giovani?
 
Il successo mi pare oggi un concetto molto vago. Una volta, per dirla banalmente, si era di successo se si avevano i famosi soldi. Oggi mi sembra che il successo, come modalità, abbia invaso molti altri campi, è un po’ la seduzione dell’essere primo, in qualunque cosa si faccia, la seduzione del riconoscimento, della stima e dell’invidia altrui. È un incanto che probabilmente colpisce tutti, giovani e vecchi, bisognerebbe cercare di controllarne la declinazione. Ricordo che i greci parlavano dell’“invidia degli dei” che, di fronte a un uomo che raccoglieva un consenso, una gloria, un potere troppo forte, interveniva a correggere il corso degli eventi, colpendo quello stesso uomo che veniva privato dei suoi privilegi. Mi sembra che sia uno dei modi più belli con cui si è descritta la fragilità del successo.
 
Non so se hai letto Questa città che sanguina di Alex Preston ritratto della società materialistica contemporanea che un po’ mi ha fatto pensare al tuo libro. La felicità è ancora possibile nella nostra società? Quale è il segreto per conquistarla?
 
Credo proprio di sì, voglio crederlo. Di segreti non ce ne sono, ci ha provato anche uno come Bertrand Russell, nel suo “La conquista della felicità”, a indicare delle strade, ma di risultati certi non se ne hanno. Quello che io provo a fare è di non sedermi, di non accettare che le cose siano “così”, che se qualcosa non funziona in fondo vale la pena di provare a cambiarla, che se qualcosa al contrario ci appassiona vale la pena di provare a inseguirla, son insegnamenti ridicoli, me ne rendo conto, ma i miei momenti di felicità son venuti da questo.
 
Progetti per il futuro?
 
La speranza ora è che questo nuovo romanzo possa trovare il suo spazio tra i lettori, nei prossimi mesi poi finalizzeremo la sceneggiatura del film tratto da “Studio illegale”. Provare a dar vita a un terzo libro, il passo successivo.

:: Recensione de ā€œI Giorni Oscuriā€ di Manel Loureiro a cura di Valentino G. Colapinto

14 aprile 2011

Loureiro_Apocalisse Z I giorni oscuriApocalisse Z – I Giorni Oscuri” di Manel Loureiro (trad. di Claudia Marinelli e Daniela Ruggiu): 340 pp. in brossura, prezzo di copertina €16,60 [Edizioni Nord, 2011].
 
Grazie alle Edizioni Nord, oggi 14 aprile arriva nelle librerie di tutta Italia “I Giorni Oscuri”, seguito del fortunato Apocalisse Z dello scrittore galiziano Manel Loureiro (Pontevedra, 1975), soprannominato lo Stephen King spagnolo.
I Giorni Oscuri comincia esattamente dove finiva Apocalisse Z, ossia coi quattro superstiti (un anonimo avvocato galiziano, il pilota ucraino Viktor Pritchenko, l’infermiera Suor Cecilia e la bellissima adolescente Lucìa) a bordo di un elicottero, mentre cercano disperatamente di raggiungere le Canarie – ultimo baluardo dell’umanità, ridotta in pochi mesi ai minimi termini da una pandemia che trasforma gli uomini in zombi antropofagi, proprio come nei film di George Romero.
Purtroppo per loro, le Canarie si riveleranno non essere affatto quel paradiso che sognavano. Certo, qui non ci sono morti viventi (o almeno così pare…), ma le isole sono sovraffollate, la benzina e i farmaci scarseggiano e per di più i sopravvissuti sono impegnati in una guerra civile senza senso tra repubblicani di Tenerife e monarchici di Gran Canaria.
In questo secondo romanzo Loureiro svela finalmente il segreto dell’epidemia zombesca, provocata dal TSJ, un virus a metà tra l’ebola e la rabbia, prodotto in laboratorio dai russi e liberato nell’atmosfera da una malaccorta incursione di terroristi islamici del Daghestan.
In virtù della loro esperienza di sopravvissuti, l’avvocato protagonista e Pritchenko sono obbligati a partecipare a una missione praticamente suicida: andare a Madrid per recuperare le scorte di farmaci ormai indispensabili.
Nel frattempo, suor Cecilia lotta tra la vita e la morte e Lucìa dovrà sfuggire alla furia omicida di un marinaio poco onesto, finendo per scatenare involontariamente la diffusione del virus TSJ anche a Tenerife.
I Giorni Oscuri ha una cinquantina di pagine in meno ed è decisamente più agile di Apocalisse Z, che dopo un inizio molto intrigante si dilungava in qualche prolissità di troppo.
Mentre nel primo romanzo, tutta la vicenda era narrata attraverso gli occhi dell’avvocato di Pontevedra, alter ego dell’autore, nei Giorni Oscuri Loureiro, sicuramente più a suo agio coi meccanismi narrativi, decide di osare, alternando la narrazione in prima persona dell’avvocato con quella in terza persona delle disavventure di Lucia, non tralasciando per qualche pagina di mostrarci anche la “visione del mondo” di un morto vivente.
Dopo il successo riscosso dalla sua opera prima, grande era l’attesa intorno al seguito, ma possiamo dire che non è andata affatto delusa.
I Giorni Oscuri è un romanzo molto godibile, che si legge in una notte o due, senza lasciare scampo né annoiare il lettore. Peccato per qualche inverosimiglianza della trama, che indebolisce un po’ la struttura narrativa, ma nel complesso Manel Loureiro si conferma un autore da seguire con attenzione, ennesima dimostrazione della vitalità artistica spagnola.
A questo punto aspettiamo il capitolo finale della trilogia, che sicuramente non si farà attendere troppo.
 
Valentino G. Colapinto

:: Intervista con Pierpaolo Turitto

14 aprile 2011

Cover_memoria_destinoGrazie Pierpaolo di aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscirvere. Parlami di te. Descriviti come se fossi un personaggio di un tuo libro.
 
Pierpaolo è un quarantunenne, appassionato di giochi e per questo, alla metà degli anni che ha ora, ha lasciato un tranquillo posto in banca per aprire un negozio.
Il suo amore per la scrittura l’ha portato a collaborare con riviste dedicate ai videogiochi prima e a dirigerne una poi.
Oggi è un padre di famiglia che si divide tra il suo lavoro nutritivo (che gli dà da mangiare) e la scrittura.
 
Com’è nato in te l'amore per la scrittura?
 
Preferirei non inciampare in luoghi comuni ma sin da bambino scrivevo racconti brevi, amavo la corrispondenza con gli amici lontani e vicini. Perché non lo so, pensandoci bene non leggevo nemmeno molto.
 
Raccontami un episodio insolito, bizzarro dei tuoi esordi.
 

Nel mese di febbraio in una bellissima libreria romana gli amici del blog corpifreddi mi hanno accompagnato nelle mia prima presentazione.
Era un venerdì sera e il giorno seguente al mio posto sarebbe stato seduto Glenn Cooper.
I due libri presentati erano esposti in vetrina e sul bancone: La memoria del destino e La mappa del destino. Per assonanza e vicinanza qualcuno li ha comprati entrambi! Grazie Glenn!
 
Quali sono i tuoi scrittori preferiti? Che libro stai leggendo attualmente?
 
Recentemente leggo più gialli e thriller ma la mia libreria è popolata di ogni genere. L’autore più presente è Benni, passione di gioventù. Poi c’è Hornby, Ammaniti, Carofiglio, Mastrocola, Cunningham, solo per citare quelli che vantano almeno una cinquina.
Attualmente ho iniziato il primo libro di Marco Malvaldi, sono pronti già gli altri tre. Prima di lui ho letto con piacere i quattro libri di Maurizio De Giovanni.
 
Parliamo del tuo libro La memoria del destino. Com’è nato? Da che idea, suggestione, ricordo si è generato?
 
Suggestione è il termine giusto. Ero al cinema che vedevo “La finestra di fronte” di Ozpetek e mi sono appassionato all’idea di scrivere una storia ambientata a Roma il 16 Ottobre del 1943, il triste giorno in cui oltre mille ebrei furono deportati dalla capitale.
Poi per supposta incapacità o traghettato da altre idee mi sono spostato al 23 Marzo dell’anno seguente (attentato partigiano di Via Rasella che portò all’eccidio delle Fosse Ardeatine) e di lì al suo anniversario sessanta anni dopo.
 
Come ti sei documentato per la stesura del romanzo? Preferisci frequentare biblioteche o fare ricerche su internet?  
 
Faccio entrambe le cose. Le biblioteche sono di certo più affascinanti, sfogliare non è come cliccare.
 

pierpaoloHai visitato tutti i luoghi di Roma presenti nel libro? La tua visione della città nasce da un esperienza diretta o filtrata per esempio dai racconti di uno scrittore, di un nonno, di un amico?
 
Sono stato in tutti i posti del romanzo e a dire il vero in tanti altri che poi ho scartato. E’ stata un’esperienza direttissima, emozionante e di incredibile accrescimento personale.
 
Passato e presente si intrecciano molto strettamente in La memoria del destino. Come l’ hai dosati nel tuo romanzo?
 
Il passato è motivo e ragione del presente. La memoria del primo è la causa del secondo, un po’ come vedere un tuono e attenderne il fragore.
La storia si svolge però tutta nel presente.
 
La memoria dopo tutto è la chiave che porterà alla soluzione del caso. Come ti è venuta l’idea di creare un espediente così insolito?
 
Ho pensato che ricordare e ricostruire sia la chiave della soluzione di ogni thriller, nel mio caso si deve ricordare e ricomporre ciò che è accaduto molti anni prima.
 
Come nasce la suspence nel tuo romanzo? Dall’intreccio, dai dialoghi, da particolari tecniche narrative, o è scaturita spontaneamente?
 
Il lettore credo che avverta pagina dopo pagina l’imminenza di un nuovo evento o la necessità di un nuovo tassello nel mosaico che si sta componendo. Il resto lo fa il ritmo, i personaggi corrono e con essi la narrazione. Se ho usato delle tecniche narrative non l’ho fatto in modo consapevole!
 
Come nascono i personaggi? Crei una scaletta con le caratteristiche salienti o si evolvono durante la narrazione? Ti è mai successo che un personaggio uscisse diciamo dalla carta e prendesse connotazioni sue proprie, magari diverse da come l’avevi immaginato all’inizio?
 
A dire il vero i miei personaggi sono un po’ sacrificati alla storia e a Roma che fagocita tutti coloro che corrono lungo le sue strade. Non sono mai delineati dalla testa ai piedi. Il lettore credo li conosca più per quello che pensano e provano che per come sono fatti fisicamente. Non sono ispirati a persone reali e come tali hanno una vita propria. Talvolta li immagino quando passo in un posto che ho utilizzato nel romanzo.
 
Tecnicamente come hai proceduto. Diverse stesure, una sola? Hai scritto un capitolo per volta rivedendolo prima di proseguire o hai proceduto a scrivere tutto in una volta per procedere solo dopo alla revisione?
 
Leggo ogni paragrafo alla sua conclusione e faccio lo stesso con il capitolo, sempre a voce alta. Ho fatto una sola stesura che ho corretto e rivisto decine di volte.
 
Il lavoro di editing è spesso lungo e impegnativo. Migliorare un testo è sempre possibile ma influire sul testo di un altro senza snaturarlo implica sensibilità, misura ed esperienza. Che esperienza è stata per te farlo revisionare da un editor?
 
Il testo è passato prima sotto le grinfie di un correttore di bozza severo e poi nelle mani di un editor che ha ritoccato pochissimo e ha sempre trovato la mia totale approvazione.  
 
Hai ricevuto proposte di traduzione per l’estero?
 
No e non credo che ne arriveranno. Forse per queste servirebbe un buon agente e/o un editore grande.
 
E cinematografiche? Se ne facessero un film chi ti immagineresti nel ruolo dei protagonisti?
 
Al momento no e su queste non escludo che possa accadere, qualche tentativo è in essere. Faccio troppa fatica a dare un volto ai protagonisti, non mi viene in mente nessuno.
 
La memoria del destino avrà un seguito?
 
Credo di no. Se me lo chiedessero esplicitamente con tanto di contratto di pubblicazione forse ci penserei su, ma al momento la storia è chiusa.
 
A cosa stai lavorando attualmente?

 
Sto scrivendo un nuovo romanzo la cui idea mi gira in testa da qualche anno. Non è un giallo ma più un’avventura con una strana coppia formata da un’anziana benestante e un extracomunitario musicista.

:: Recensione di La gabbia dei matti di Luca Rinarelli

13 aprile 2011

gabbiaIl periodo d’oro del noir sociale intriso di alti ideali forse un po’ utopistici ma nobilitati da profonde convinzioni ideologiche e umanitarie, a mio avviso ma prendete questa affermazione come un opinione del tutto personale, si colloca negli anni settanta e tra gli esponenti più significativi non posso non citare Jean-Patrick Manchette uno scrittore che fece dell’ impegno politico e civile la sua caratteristica predominante, come non pensare ad opere come Piovono morti e Piccolo blues. Più tardi negli anni ottanta e novanta fino ai giorni nostri autori per lo più francesi penso a Didier Daeninckx, Serge Quadruppani, Thierry Jonquet e Marc Villard, ma anche scandinavi e statunitensi hanno parlato di degrado delle periferie, di sfruttamento, di razzismo, di emarginazione, di antisemitismo. Il noir sociale è stato da sempre una delle declinazioni del noir che più mi hanno coinvolto per cui quando ho saputo che l’editrice Agenzia X affidandosi alla cura di uno scrittore come Matteo Di Giulio inaugurava la collana Inchiostro rosso dedicata appunto al noir di denuncia incentrato su temi scomodi come l’omofobia, il razzismo, il precariato, ho accolto la notizia con una forte carica di aspettativa e devo dire che il primo noir che ho letto di questa collana ha sicuramente superato brillantemente la prova. Di Luca Rinarelli ho avuto modo di leggere In perfetto orario che in un certo senso già conteneva una forte carica di critica sociale per cui non mi stupisco che Di Giulio abbia scelto proprio lui per inaugurare questa collana. Questa volta non ci sono killer venuti dall’est ne padri in cerca di giustizia ma sempre di giustizia si parla quella che vogliono ottenere con metodi più o meno ortodossi un gruppo di ragazzi con handicap mentali inseriti in un progetto riabilitativo, il loro tutor Marco, Daniela una collega della cooperativa di recupero e l’uomo forte del gruppo l’ex legionario Franco. Giuseppe uno dei ragazzi del gruppo è morto in circostanze sospette dopo un arresto. Caduto dalle scale mentre scappava dicono i poliziotti, ma Marco non ci crede. Sa che non è vero. Per obbligare i responsabili ad ammettere le proprie colpe Marco progetta di rapire il vicequestore Cagnazzo, affinché finalmente dica la verità. La confessione poi affidata a Youtube porterebbe finalmente giustizia e pace per la memoria dell’amico, questo almeno sperano in buona fede i ragazzi ma naturalmente non tutto andrà per il verso giusto fino al finale che  non vi anticipo anche se non è difficile da immaginare. Noir di denuncia nel più puro senso del termine, La gabbia di matti, parla di disagio, di marginalità, ma anche di amicizia, di senso di responsabilità, di solidarietà e pur nella sua drammaticità, casi reali che hanno sicuramente ispirato l’autore ce ne sono decisamente troppi, un rosario di nomi che scorrono nelle coscienze come una condanna, non è un noir cupo o pessimista. Anzi spinge a reagire, a non rassegnarsi agli abusi e alla violenza tanto generalizzata specie negli strati che per loro preciso compito dovrebbero arginarla. Ci si interroga, si riflette, si prova anche rabbia, Rinarelli è capace di coinvolgere il lettore nelle sue battaglie, e forte è il messaggio che le cose possono, anzi devono, cambiare perché Federico, Carlo, Stefano siano gli ultimi. Davvero gli ultimi.

:: Recensione de ā€œLa cittĆ  del sessoā€ di Leonardo Palmisano a cura di Valentino G. Colapinto

11 aprile 2011

palmisanoLa città del sesso. Dominazioni e prostituzioni fra immagine e corpo” di Leonardo Palmisano: 128 pp. ill. e rilegato, prezzo di copertina 15,00€, disponibile anche in formato epub a soli 2,99€ [CaratteriMobili, 2010].
 
Leonardo Palmisano(Bari, 1974), sociologo ed etnografo nonché romanziere (Trentaquattro, Il Grillo Editore 2010), è l’autore di un’indagine senza veli su un fenomeno oggi più che mai attuale: la prostituzione.
Il campo di ricerca è ristretto alla città di Bari, ultimamente al centro delle cronache per vicende di escort e scandali assortiti.
La città del sesso” è frutto di un grande lavoro di ricerca sul campo, che ha portato Palmisano a intervistare oltre cinquanta persone tra professioniste della prostituzione, protettori o clienti, di cui vengono riportati molti stralci.
Le prostitute sono divise per aree geografiche omogenee tra nigeriane, rumene-albanesi e sudamericane. Ne esce fuori uno spaccato crudo, privo di ogni malinteso pudore o romanticismo, che ci mostra la prostituzione per quello che è, ossia riduzione in schiavitù di esseri umani, la cui carne viene mercificata da sfruttatori senza scrupoli e clienti incapaci di una vita affettiva e sessuale soddisfacente.
Tra tutte le nigeriane sembrano trovarsi sul gradino più basso del mercato, sottoposte a ogni genere di abusi e spesso soggiogate anche psicologicamente dalla magia tribale delle “madame” (le protettrici, a loro volta ex prostitute, cui spetta fino al 60% dei guadagni).
A spingerle, come sempre, la miseria e il miraggio di un lavoro onesto e ben retribuito. Ma spesso sono le stesse famiglie a vendere le proprie figlie pur di sopravvivere.
Dopo un viaggio infernale, che prevede una sosta di parecchi mesi nei campi di lavoro forzato della Libia, quando le sventurate approdano in Italia, scoprono che la realtà è molto diversa dai loro sogni. Le aspetta una vita durissima, in cui il poco tempo libero viene impiegato essenzialmente per riposarsi, e priva di ogni integrazione nel tessuto sociale della città, in cui restano corpi alieni.
Sembrano più smaliziate, invece, le prostitute dell’est europeo, ben consapevoli di quello cui vanno incontro quando si trasferiscono in Italia, eppure spesso costrette a questo passo dai debiti familiari, da cui non di rado è impossibile affrancarsi, a causa di tassi usurai che non lasciano scampo.
Palmisano analizza anche il discusso mondo della prostituzione dell’alto bordo, in cui non è raro imbattersi in ragazze che esercitano la libera professione, affittando coi propri risparmi un appartamento in centro e procurandosi i clienti grazie ad annunci pubblicati sui giornali e sulla rete. Qui i prezzi salgono esponenzialmente ed è realmente possibile per una professionista accumulare finalmente un piccolo capitale, ma non ci si lasci ingannare. Dietro ogni escort c’è sempre una vita traumatica, spesso tragica, che ha costretto in un modo o nell’altro queste ragazze a scegliere un simile mestiere.
L’autore passa quindi ad analizzare il funzionamento del mercato del sesso, strettamente correlato a quello della droga (cocaina soprattutto). Figura chiave è diventata quella del ragazzo di buona famiglia ma con qualche vizietto di troppo, che per sdebitarsi si ritrova a fare da intermediario tra clienti danarosi e clan malavitosi, permettendo a questi ultimi di infiltrarsi in ambienti altrimenti inaccessibili.
L’indagine si conclude con un’interessante riflessione sull’influsso della pornografia online sui modelli di consumo della prostituzione.
Impreziosito dalla prefazione del noto semiologo Omar Calabrese e da un saggio finale del ricercatore di storia dell’arte Christian Caliandro, il libro di Palmisano unisce al rigore scientifico la scorrevolezza dell’inchiesta giornalistica, senza dimenticare l’ottima cura dei particolari e della veste grafica, cui Caratteri Mobili ci ha abituato.
 
Valentino G. Colapinto

:: Recensione di ā€œPalo Mayombeā€ di Danilo Arona a cura di Valentino G. Colapinto

8 aprile 2011

palo mayombePalo Mayombe” di Danilo Arona: 266 pp. brossura, prezzo di copertina €15,00 – Ebook acquistabile a 4,50€ da www.kipple.it [Kipple Officina Libraria, 2011].
 
Palo Mayombe, diciamolo subito, è un fottuto capolavoro. Danilo Arona è un mostro sacro dell’horror italiano e questo romanzo è una sorta di “Voodoo chile” letterario, un pezzo di bravura che dovrebbe far tremare i polsi a chiunque voglia accingersi a scrivere storie dell’orrore.
Mescolando sapientemente fatti di cronaca ai frutti “malati” di un’immaginazione sfrenata, Arona costruisce un horror perfetto che avvince, diverte, sorprende e inquieta capitolo dopo capitolo, senza stancare mai per oltre 260 pagine fitte di disavventure, colpi di scena, protagonisti intriganti, indagini che portano a esiti sconvolgenti.
C’è davvero tanta roba in Palo Mayombe: rock di qualità e occultismo post-moderno, avventure esotiche e sano splatter, l’amata-odiata Bassavilla e una sequela di paradisi (o inferni?) tropicali da Key West alla Giamaica, dalle Los Roques al Messico. E così è davvero difficile riassumerne la trama in poche righe.
Al centro di tutto, c’è il Palo Mayombe, oscuro e terribile culto sincretista di origine africana, sviluppatosi poi nei Caraibi. Ma ognuno degli undici capitoli di questo romanzo è una storia a sé, raccontata da un personaggio diverso, ciascuno vivo, credibile e a suo modo sorprendente.
Undici storie che si intrecciano, si sovrappongono e ruotano tutte attorno a un terribile rituale magico, la Cazuela, il maleficio della mano mozza, che colpisce uno dopo l’altro una serie di chitarristi, rei di aver sognato di possedere la “mano del diavolo”, ossia la mano di un genio come Jimi Hendrix o piuttosto quella di Endoqui, terribile demone delle selve congoliane?
Così tra cantanti pop scomparse e musicisti falliti, vescovi esorcisti e cacciatori di celebrità, iettatori che si improvvisano investigatori e zombi in fondo non troppo cattivi, Danilo Arona trascina il lettore in una sarabanda scatenata, in cui diventa difficile se non impossibile riuscire a distinguere la realtà dalla fantasia.
Solo alla fine del libro, tramite delle ricerche online, ho scoperto che il narcosatanista Adolfo de Jesús Constanzo e i fatti di Matamaros non sono affatto invenzioni letterarie, per quanto perfettamente amalgamate nel contesto. E inserito nel libro c’è anche un Requiem scritto da Sergio “Alan D.” Altieri per l’11 settembre e un articolo di Gianni Riotta scritto per Il Corriere della Sera. Perché Palo Mayombe ha una struttura narrativa ciclica e senza fine: «il Malongo ha sempre più fame. In giro, per il mondo, prolificano le Cazuele. Serve più gente, ogni giorno di più.»
Un’ultima nota: Palo Mayombe è stato originariamente pubblicato da Dario Flaccovio nel 2004, ma la qui presente è un’edizione riveduta e corretta dallo stesso autore, che ha provveduto a limare e arricchire un romanzo già di per sé fenomenale. Il libro è disponibile sia nel classico formato cartaceo che come ebook a un prezzo molto accessibile.
 
Valentino G. Colapinto

:: Segnalazioni: Nero di Puglia e Altrisogni

7 aprile 2011

Segnalo ai nostri lettori che volessero cimentarsi nella scrittura due interessanti Concorsi lettearari entrambi gratuiiti che si distinguono per la serietà e l'inventiva: Nero di Puglia e Nel Buio Altrisogni.

bozza manifestoSi chiama Nero di Puglia, ma non è un vino

 È nato “Nero di Puglia 2011. Il noir in tutte le sue gradazioni.” No, non è un vino, ma un nuovo concorso letterario nazionale dedicato a racconti inediti di genere giallo, noir, thriller o mystery, non più lunghi di 20.000 caratteri (spazi inclusi) e ambientati in Puglia.
Tasse d’iscrizione? Nessuna. Premi? 1.000€ al primo classificato, 400€ al secondo e 200€ al terzo, che in questi tempi di crisi non sono pochi.
Giurati scelti tra scrittori e appassionati del genere. Presidente di Giuria lo scrittore di Manduria Omar Di Monopoli, autore di una trilogia pulp-noir ambientata in Puglia, con cui si è guadagnato i favori di pubblico e critica.
Nero di Puglia vuole affermarsi come un concorso serio e autorevole e per questo i dattiloscritti dovranno pervenire in forma anonima (il nome dell’autore sarà indicato solo nella lettera di presentazione). C’è tempo fino al 31/05/11 per inviare le proprie opere. Per maggiori informazioni:
http://nerodipuglia.wordpress.com/ e associazioneurloacquaviva@yahoo.it.

Nel buio– concorso gratuito per racconti e fotografie

Prende il via il 10 Aprile il primo concorso letterario e fotografico a tema di Altrisogni e D&N, in palio la pubblicazione
 
Nel buioè un concorso gratuito per racconti e fotografie, organizzato dalle riviste digitali Altrisogni e D&N. Il concorso è aperto a racconti inediti di genere horror, fantascientifico o weird da 10.000 caratteri, oppure a fotografie in tema. Requisito fondamentale, le opere proposte devono essere in sintonia con il tema Nel buio.
È possibile partecipare con racconti, fotografie o con entrambi. Per i racconti, il punto di riferimento è la redazione della rivista digitale di narrativa Altrisogni. Per le fotografie, il punto di riferimento è la redazione della rivista di ottica e fotografia D&N. Le opere dovranno essere inviate entro il 30 giugno 2011.
Ogni redazione identificherà le 10 migliori opere per la categoria afferente. Le opere così selezionate verranno pubblicate in un’antologia in formato ebook, realizzata dall’editore
dbooks.it. Il racconto primo classificato e la fotografia prima classificata verranno, inoltre, pubblicati in contemporanea su Altrisogni e su D&N. L’annuncio dei vincitori avverrà sui numeri di settembre 2011 di entrambe le riviste.
Per ulteriori informazioni si rimanda alle pagine web di Altrisogni e di D&N. Il bando completo del concorso è presente anche sulle pagine delle riviste.
Per informazioni sulla sezione letteraria del concorso si rimanda alla
pagina dedicata del blog di Altrisogni
 

Altrisogni – rivista digitale di narrativa horror, sci-fi e weird

Email: altrisogni@dbooks.it
Blog: http://altrisogni.blogspot.com
Sito dell’editore: www.dbooks.it

D&N – rivista online di ottica e fotografia

Email: redazione@denonline.it
Sito: http://denonline.it

:: Recensione de ā€œL’Eroe dei Due Mariā€ di Giuliano Pavone a cura di Valentino G. Colapinto

7 aprile 2011

eroe_pavoneL’Eroe dei Due Mari” di Giuliano Pavone: 298 pp. in brossura, prezzo di copertina €17,00 – Disponibile anche come ebook a 9,99€ [Marsilio, 2010].
 
L’Eroe dei Due Mari è il primo romanzo scritto Giuliano Pavone (Taranto, 1970), già giornalista e autore di saggi sul cinema e il calcio nonché libri umoristici.
Si tratta di un’opera originale e divertente, godibilissima, scritta in maniera varia e scorrevole; ignoriamo quanto pesante sia stato l’editing cui è stato sottoposto, ma Pavone mostra di possedere un sicuro talento narrativo.
Questo libro ha una storia bizzarra, che vale la pena di essere raccontata, in quanto è diventato un “caso” prima ancora di essere pubblicato, grazie a una recensione del manoscritto fatta da Tommaso Labranca sulla rivista Film Tv, ripresa poi da alcuni blog, la quale ha creato un tam tam mediatico che ha convinto un editore come Marsilio ad assicurarsene i diritti. 
Il romanzo risente fortemente delle tre grandi passioni di Pavone: la sua città natale che ha abbandonato anni fa per trasferirsi a Milano, il calcio e la commedia all’italiana.
Taranto, innanzitutto. La città più dissestata d’Italia e più inquinata d’Europa. Una città in crisi nera da decenni, il cui benessere e la cui salute sono fortemente correlati al gigantesco Siderurgico. Una città che sembra aver perso la capacità di sognare un riscatto.
Abbiamo imparato a conoscere bene questo scenario post-apocalittico, grazie ai romanzi di Cosimo Argentina o ai saggi di Giuliano Foschini, ma Pavone decide di raccontarcelo usando le corde a lui più congeniali della commedia all’italiana, e qui sta la prima nota d’originalità.
La seconda trovata è quella di raccontare Taranto attraverso il calcio. Non ci sono infatti molti romanzi calcistici nella letteratura italiana e questo sport è sempre stato trattato con una punta di disprezzo e snobismo da parte degli intellettuali, a differenza di quanto avvenuto altrove (penso all’Inghilterra, per esempio).
Ma quale lente può aiutare un romanziere a raccontare l’Italia di oggi meglio del gioco del pallone con tutto il suo splendore e la sua corruzione, le esagerazioni e i vizi?
Tutto comincia con Luìs Cristaldi, il più forte calciatore del mondo, che si trasferisce a costo zero nell’A.S. Taranto Calcio, persuaso da Fratello Egidio – un tele-predicatore d’accatto che sostiene di averlo guarito da un male incurabile –, rianimando così la città dall’atavico torpore. Ed ecco che tutti i tarantini si ritrovano proiettati nel sogno della tanto agognata Serie A, come se questo fosse il traguardo più importante del mondo, dimentichi delle miserie che li circondano.
Pavone tratteggia con delicatezza una teoria di personaggi spassosi come il sindaco Filippo Panìco, calcisticamente analfabeta e sempre alle prese col tifosissimo usciere Santino (che bene avremmo visto in una commedia con Lino Banfi) oppure Armando, epitome del bamboccione meridionale, o ancora Gaia, avvenente e sprovveduta telecronista, che spezzerà il cuore a Pierangelo Giummo, grigio giornalista di provincia.
Tante vicende si intrecciano abilmente sullo sfondo delle vicissitudini calcistiche del Taranto fino a un finale sorprendente, che vedrà comunque un lieto fine per la maggior parte dei protagonisti.
Dopo tante storie catastrofiche e thriller sanguinolenti, fa decisamente bene allo spirito leggere ogni tanto un libro che strappa sorrisi a ogni pagina e non finisce con l’estinzione del genere umano.
 
Valentino G. Colapinto