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:: Recensione di Onda d'Abisso AV a cura di Maurizio Landini

10 Maggio 2011

ondaAutori Vari – “Onda d’Abisso”, trenta autori per trenta storie di mare e di mistero, a cura di Alessandro Morbidelli, pagine 275, l’Orecchio di Van Gogh – Ancona, 2010
 
Il mare.
   Distesa maestosa e sinistra. Voce dei nostri sogni, dei nostri momenti di solitudine dove la paura sussurra. Occhi che si perdono in questa tavola blu e ascoltano racconti di viaggi lontani, sola andata o ritorno in mutazioni incomprensibili e insospettabili…
 
   L’antologia Onda d’Abisso, curata dal bravo Alessandro Morbidelli ed edita dall’Associazione Culturale l’Orecchio di Van Gogh, presenta trenta storie di mare, di mistero e soprattutto di buona qualità. Fameliche creature emergono dal mare nelle notti senza luna: hanno una fame nera e i bambini hanno il cibo giusto per loro, carne marcia dentro; tempeste perfette di puro orrore o visioni degne di un quadro di Hieronymous Bosch.
   L’Abisso del mare è un cimitero, un’astronave, un non-luogo, un non-tempo, un ricordo e al contempo una profezia; nel passato, nel presente e nel futuro l’Abisso inghiotte, ama, culla, uccide, resuscita e sommerge la quotidianità a più riprese, portandosi con sé la banalità del male e del bene. Un de profundis recitato nei fondali, a bocca serrata e ad anima persa. Fra le righe odorose d’alghe marce di questa raccolta, che narra le inquietudini della nostra piccola esistenza umana, siamo tutti nella stessa barca: un veliero in divenire. Cimitero marino.

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:: Intervista a Danilo Arona, Selene Pascarella e Giuliano Santoro, autori de “L’alba degli zombie”

10 Maggio 2011

A cura di Valentino G. Colapinto

Liberi di Scrivere ha già recensito l’ottimo “L’Alba degli zombie. Voci dell’Apocalisse: il cinema di George Romero”, edito da Gargoyle Books  (http://liberidiscrivere.splinder.com/post/24514736/recensione-de-lalba-degli-zombie-voci-dellapocalisse-il-cinema-di-george-romero-di-arona-pascarella-e-santoro). Pubblichiamo adesso un’approfondita intervista ai tre coautori di quello che con ogni probabilità è il miglior libro italiano mai scritto sull’argomento.

Hai compiuto una splendida disamina del genere zombi dalle origini a oggi. Non credi che sarebbe il caso, però, che Romero la smettesse con la Dead Saga? Mi pare che stia rischiando di fare la fine di Dario Argento, rovinando la sua carriera con opere senili prive di creatività e spessore, che offuscano i capolavori della giovinezza. Forse Romero avrebbe dovuto concludere la saga con “Il Giorno degli Zombi”, e a questo proposito perché usare quel formidabile finale alternativo, in cui i morti smettono di risvegliarsi (all’improvviso e senza alcuna spiegazione, così come nessuna spiegazione ci sarà mai della loro resurrezione) e Sarah resta a vegliare su un cadavere che non si rialzerà mai più? Questa era una conclusione perfetta per la trilogia.
Trovo invece ripetitiva e noiosa l’idea, da Zombi in poi, di concludere ogni film sui morti viventi con la solita fuga in elicottero o altro dei due o tre sopravvissuti “buoni”, giusto per lasciare un barlume di speranza (e magari giustificare l’inevitabile sequel…). Non se ne può più: a questo punto, meglio l’estinzione totale del genere umano. Non credi?

DANILO ARONA: Ti ringrazio di cuore per l’apprezzamento. Il problema che poni a proposito della senilità “creativa” di Romero lo si potrebbe estendere di riflesso al destino di molti grandi maestri apparsi negli anni Settanta. Non a caso tu citi Argento, ma potremmo anche parlare di Tobe Hooper, Dante, Craven o – in modo sacrilego per quel che mi riguarda – di Carpenter. Temo però che non se ne esca, se ci “avvitiamo” attorno al tema, un po’ triste per quanto realistico, della lucidità e dello spessore che se ne vanno in modo progressivo con l’età.
Io penso, se non altro perché sto per compiere 61 anni (e porca paletta!), che da un lato occorre essere il più generosi possibile con questi giganti del genere che a settant’anni suonati trovano ancora la voglia e la gioia di mettersi in gioco… E di fare più o meno sempre lo stesso film.
Certo, Survival è deludente e fiacco, e non l’ho nascosto – però vi si percepisce ancora da parte dell’autore una voglia di “giocare” e di divertirsi con i propri archetipi che suscita non tenerezza (il che guasterebbe nei confronti di un artista) ma ammirazione. Personalmente mi piace molto l’immagine di questi “eterni fanciulli” che hanno rifondato il genere in epoca non sospetta e, ogni volta che possono, ce lo ricordano sommessamente con ironica modestia.
Poi, diciamoci la verità… le loro parabole artistiche ancora oggi, in piena terza età, sono lì a dimostrare che si barcamenano tuttora fra l’avanguardia e l’underground, così almeno li percepisce  il sistema. Film che non escono neppure al cinema ma in DVD, set vistosamente ristretti, grane produttive.
Tolto Craven dal mazzo, che è stato il più economicamente fortunato – per quanto nel suo caso la fortuna sia giunta tardiva – dei grandi del New Horror di quegli anni felici, per tutti c’è sempre la progettualità low budget. Problema che spesso non si pone per certi shooter o videoclippari dell’ultima ora. Sul fatto che poi ognuno di noi possa interpretare i percorsi tematici di un autore, opponendone uno proprio, non ho nulla da dire. Siamo in pieno soggettivismo. Ognuno si fa il proprio film. Fa parte delle regole del gioco. Però Romero la palla la lancia ancora bene in mezzo alla sala…

Nel saggio paragoni “La Notte dei Morti Viventi” (1968) a “Uccelli” (1963) di Hitchcock, recentemente al centro di una tua monografia, sostenendo che si tratta in entrambi i casi di “film inconscio” e che Romero fosse in debito nei confronti del grande Hitch. Puoi farci un confronto tra queste due opere seminali?

DANILO ARONA: “Film inconscio” è una definizione del critico canadese Robin Wood che io trovo geniale e molto affine al mio modo di leggere il cinema. Si applica – semplifico molto giusto per capirci – nei confronti di tutti quei film dove le pulsioni del profondo vengono rappresentate nel mondo esterno nella loro dinamica di “attacco” all’Ego.
Giusto ieri sera ne ho visto uno che mi pare perfetto per fregiarsi di tale catalogazione, l’australiano Long Weekend (il remake di Jamie Blanks, non l’originale del ’78 del purtroppo defunto Colin Eggleston), in cui la natura esterna e incavolata incarna i mostri interni della coppia protagonista. Gli uccelli è un film inconscio a 360° e lo spiego, o quanto meno tento di farlo, nella mia monografia pubblicata da Un mondo a parte.
La notte del ’68 lo è di meno perché a Romero non interessa più di tanto la motivazione pulsionale e psicanalitica. Lo è però in certa parte, a dispetto dello stesso autore – il cannibalismo dei tardi anni Sessanta, al cinema, mostrava sempre una solida deriva psicanalitica.
Che il film sia in debito con Gli uccelli lo ha ammesso lo stesso George: la stessa idea di horror en plen air, la casa che diventa un fortino per difendersi dalle forze del male, la catatonia di Barbara che prolunga la catatonia finale di Melania Daniels, i finali a loro modo diverso “aperti”, l’idea della catastrofe dilagante in ogni dove negli Stati Uniti e forse su tutto il pianeta, persino la traccia della radio come ultimo appiglio mediatico (ma questa era già presente nel racconto della Du Maurier). Ma, per dirla, con Joe Lansdale: questo è l’horror, pellegrini, nessuno inventa niente!

Gli zombi non corrono il rischio di stancare il lettore/spettatore con un’inflazione di prodotti, un po’ come sta succedendo coi vampiri?
Proprio per evitare questo, non sarebbe forse il caso che gli autori si prendano più libertà rispetto all’archetipo creato nel 1968 da Romero? E non sto parlando solo di velocità.
A me, per esempio, è piaciuto molto “Monster Island” di David Wellington, che osava reinventare un po’ il genere, mentre – pur apprezzandoli – ho trovato parecchio derivativi, poco originali, i romanzi di Manel Loureiro e altri autori. Tu che ne pensi?

SELENE PASCARELLA: Il punto cruciale non sta tanto nella eccessiva proliferazione dei prodotti e nel rischio di saturazione dell’immaginario collettivo, ma proprio nella capacità di aggredire tutte le forme che in questo si muovono contaminandole non solo a livello superficiale, ma correndo il rischio di divorarle fino all’osso, di distruggerle e farne altro.
Il vampiro che si avvinghia al teen drama ne esce sminuito solo perché si limita a succhiarne la forza e l’appeal giovanilistico senza aggiungere nulla. Il sangue artificiale che permette la convivenza tra revenantes e umani (vedi Finchè non cala il buio) si riduce a un coniglio estratto dal cilindro se non è capace a innescare un meccanismo narrativo che metta alla prova le regole del genere invece di limitarsi a mescolarne gli ingredienti classici.
Lo zombie o non morto o morto vivente – e uso questi termini nella consapevolezza della loro non sovrapponibilità – è da sempre caratterizzato da una tendenza alla mutazione – all’evoluzione in un certo senso – che rende ogni sua forma canonizzata, in primis quella di Romero, la base sperimentale per un processo di contaminazione degli immaginari con cui viene a contatto esaltandone le capacità di innesto.
La guerra mondiale degli zombi di Brooks è un romanzo corale di infinita complessità costruito con una tecnica tipica dei documentari d’argomento storico, che tutti almeno una volta abbiamo visto in televisione. Allo stesso modo la saga di Wellington usa lo zombie come cavalcatura per una scorribanda tra horror, romanzo d’avventura, esoterismo, action-survival, e proprio la coraggiosa, a tratti svergognata, dissipazione dell’aura classica del mostro segna un punto a suo favore nella sua battaglia per la “conquista” dell’industria culturale.

Come da te affermato, questa è l’era del mash-up. Dopo il fortunato esperimento de“I Promessi Morsi”, che ha contaminato il romanzo del Manzoni con vampiri, licantropi e zombi, secondo te quali potrebbero essere altri mash-up azzeccati?

SELENE PASCARELLA: Per restare in casa, darei qualsiasi cosa per vedere il Libro Cuore popolarsi di undead divoratori di carne umana. Tra le immagini ricorrenti che popolano questo mashup deamicisiano virtuale ce ne sono due a me particolarmente care: la maestrina dalla penna rosso sangue e il giovane Franti che evade dal correzionale a capo dei ribelli non viventi.
Potendo avventurarmi oltre lo stivale e senza offesa alcuna per Seth Grahame Smith dovendo scegliere un’eroina femminile da trasformare in cacciatrice di ghoul io avrei puntato su Angela Lansbury. La Signora in giallo, che di suo si lascia dietro una scia di morti ammazzati, sarebbe una zombie-squad leader da manuale.
Ma la verità è che i migliori mashup nascono da soli e si impongono con forza inarrestabile. Per tutta la giornata di oggi Barak Obama ha rivendicato con prova fotografica di aver restituito agli Usa lo scalpo dello non morto più famoso del mondo, Osama Bin Laden. Per sicurezza gli ha fatto sparare alla testa…

Rispetto agli aristocratici vampiri, gli zombi sono sicuramente mostri più democratici. Alcuni hanno visto in loro addirittura le masse rivoluzionarie.
Oggi, però, il forte messaggio politico di Romero sembra essere sparito e lo zombi ridotto a un semplice spauracchio, se non a una caricatura di se stesso (vedi le zom-com, le commedie zombi come il fortunatissimo “Zombieland”). Non è che a 43 anni dalla “Notte dei morti viventi”, ci siamo abituati a convivere con loro e non ci fanno più paura come una volta? Oppure secondo te i morti viventi rimangono i più perturbanti tra i mostri?

GIULIANO SANTORO: Non bisogna cedere alle semplificazioni. La figura dello zombie non è un’allegoria a chiave, non siamo di fronte una figura retorica che si svela come una sciarada o che si comprende semplicemente scoprendo la soluzione della metafora.
Lo zombie semina appunti, indicazioni, suggestioni, per questo è perturbante.
Faccio solo un esempio. Romero ci interroga in ogni film sul senso dell’emergenza e sul modo di affrontarla. Di fronte all’apocalisse l’uomo reagisce scontrandosi con altri uomini. Così, il morto vivente diventa quasi una figura sullo sfondo, di fronte alla guerra tra umani.
Per evocare questo paesaggio, possiamo tranquillamente rivolgerci alla narrativa non di genere. Faccio un esempio. Lo scrittore statunitense Dave Eggers ha raccontato in un bellissimo romanzo la storia vera di Abdulrahman Zeitoun, un piccolo imprenditore siriano-statunitense che dopo la devastazione dell’uragano Kathrina, a New Orleans, decide di rimanere in città per dare una mano a chi è rimasto isolato. Finirà in balia delle truppe che hanno occupato la città, scambiato per un terrorista-sciacallo, messo in una prigione segreta allestita prima ancora di mettere in piedi i campi di soccorso.
È una storia che ricorda molto da vicino la tensione dei film di Romero. Bisogna guardarsi da quelli che dovrebbero essere in tuoi simili, ma che approfittano delle “emergenze” per stabilire il comando. All’Aquila, dopo il terremoto, abbiamo vissuto una situazione analoga.

Romero si è sempre rifiutato di esplicitare una causa per la resurrezione dei morti viventi, a parte la ridicola spiegazione delle radiazioni venusiane, e i suoi morti si sono prestati a mille interpretazioni diverse.
Secondo te, gli zombi cosa rappresentano in definitiva? Il risveglio del rimosso, delle nostre pulsioni più inconfessabili? La ribellione delle masse? Il consumismo che divora e assimila ogni cosa? Oppure che cos’altro?

GIULIANO SANTORO: Romero non ha sentito il bisogno di azzardare una spiegazione alla resurrezione dei morti perché non è interessato a elucubrazioni metafisiche, trascendentali.
Come dicevo prima, l’orrore di Romero è materialista, è umano, immanente. Non ha bisogno di costruzioni barocche o voli pindarici.
Seguendo questa strada si arriva a comprendere il senso dell’invasione zombie: la morte torna in vita, il passato si ripresenta a chiederci il conto. Ciò avviene soprattutto nei periodi di passaggio, ogni volta che l’Occidente è in crisi di egemonia e si confronta col mondo.
Lo zombie moderno viene da Haiti, la terra in cui nel diciottesimo secolo gli schiavi africani si ribellarono ai colonizzatori francesi ribaltandogli contro il senso della rivoluzione francese.
Lo zombie postmoderno nasce nel mezzo del conflitto in Vietnam, quando gli Stati uniti cominciarono a perdere la guerra.
Oggi gli zombie dilagano perché quell’immaginario evoca sentimenti a noi familiari. Siamo nel mezzo della fine del mondo Occidentale. Nuove potenze economiche si affacciano sul mercato globale, forme di schiavismo compaiono anche nella “civile” Europa, nelle nostre città l’ipermodernità si affianca a forme di produzione che ritenevamo superate dalla storia.
Peter, uno dei protagonisti di Dawn of the dead, dice la frase che abbiamo messo in quarta di copertina: «Quando non c’è più posto all’inferno, i morti tornano sulla terra.» Significa che l’inferno ha smesso di essere un luogo separato.
L’inferno tracima nel mondo di tutti i giorni. La storia ci presenta il conto. Possiamo vedere questo fenomeno come un’invasione mostruosa e però invincibile, o possiamo accettare di fare i conti con questa complessità. Sta a noi decidere.

Valentino G. Colapinto

:: Recensione di I buoni vicini di Ryan David Jahn

7 Maggio 2011

i-buoni-viciniChe probabilità ha una donna di essere soccorsa se aggredita nel cuore della notte con una schiera di vicini richiamati dalle sue grida ma desiderosi di non farsi coinvolgere? A questa domanda tenta di dare una risposta Ryan David Jahn nel suo bellissimo e nello stesso tempo allucinante romanzo d’esordio I buoni vicini edito da Fanucci e vincitore del The Crime Writers' Association John Creasey New Blood Dagger 2010. Ispirato ad un fatto realmente accaduto il brutale omicidio di Catherine “Kitty” Genovese avvenuto a New York il 13 marzo 1964 e tacciato dal Guardian di aver ostentato una brutalità al limite della pornografia I buoni vicini a mio avviso è un efficace ritratto di una società, quella americana degli anni 60, segnata dalla violenza e da una sconcertante disumanità. L’omicidio Genovese ebbe un impatto devastante sull’ opinione pubblica, divenendo subito al centro di articoli di giornale e finanche di studi sociologici  dove l’effetto bystander ovvero l’effetto spettatore fenomeno per cui la probabilità di ricevere aiuto da parte di una persona in difficoltà decresce con l'aumentare del numero degli spettatori, fu analizzato sotto ogni angolazione. Ryan David Jahn partendo da questo caso di cronaca ricostruisce un affresco corale in cui varie voci si sovrappongono lasciando nel lettore un senso di inquietudine e stordimento. Per essere un romanzo di esordio è senz’altro un’ opera notevole quasi sconvolgente per la profondità psicologica e le leve che riseca smuovere. E’ difficile restare indifferenti leggendo questo libro ed è difficile non chiedersi cosa avremmo fatto noi in quelle drammatiche circostanze. Saremmo davvero capaci di intervenire per aiutare una donna in difficoltà anche solo chiamando la polizia o resteremmo nascosti dietro le tende delle nostre finestre senza fare assolutamente niente? Forse solo le persone addestrate ad intervenire muoverebbero un dito, la gente comune, la brava gente che di per sé è compassionevole e altruista, no. Nell’arco di tre ore le vite di decine di persone vengono analizzate al microscopio sullo sfondo dell’aggressione di Katrina Marino. Non c’è spazio per autocommiserazione o solidarietà, ognuno è così preso dai propri problemi, dalla difficoltà del vivere che le urla strazianti della ragazza risuonano senza eco. Ognuno si fa i fatti suoi sommerso da problemi più o meno gravi, da egoismi, sensi di colpa, fallimenti, laceranti disperazioni, piccoli meschini affari. Su tutti forse emerge il personaggio di Frank, che sicuramente è il meglio riuscito, l’unico ad aver conservato uno scampolo di umanità, l’unico in cui vorremmo identificarci, capace da solo di spostare l’ago della bilancia a favore, che se solo non fosse un nero anche il suo datore di lavoro direbbe che è proprio una gran brava persona.

Ryan David Jahn, è uno scrittore e sceneggiatore statunitense. Ha vissuto in Arizona, California, Georgia, Missouri e Texas. Dopo una breve esperienza nell’esercito, ha lavorato come bidello, operaio e carrellista. Dopo I buoni vicini, che ha ottenuto un grande riconoscimento di pubblico e critica (ha vinto il CWA Joahn Creasey (New Blood) Dagger 2010), ha pubblicato nel 2010 Low Life, di prossima pubblicazione presso Fanucci Editore.

Sito dell'autore: http://www.ryandavidjahn.com/

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:: Intervista con Roger Jon Ellory

6 Maggio 2011

rogerRaccontaci qualcosa del tuo background, i tuoi studi, la tua infanzia.

Sono nato nel 1965. Mia madre non era sposata, e mio padre la lasciò prima che io nascessi. Ancora oggi non ho idea di chi sia. Mia madre e mia nonna materna mi hanno cresciuto fino all’età di sette anni poi mia madre è morta di polmonite, e mi mandarono in una serie di scuole e orfanotrofi. Rimasi lì fino a sedici anni, poi sono tornato a vivere con mia nonna, ma lei morì di un attacco di cuore pochi mesi più tardi, e così – a sedici anni – mi lasciarono con mio fratello, che aveva diciassette anni, essendo senza genitori , né nonni, zie o zii o altri parenti. Abbiamo avuto qualche guaio con la polizia, e siamo andati in prigione per tre mesi, e poi un paio di anni dopo abbiamo preso strade diverse, e non ci siamo visti per circa una quindicina d’ anni. Non avevo idea di cosa volessi fare nella vita. Non avevo qualifiche di alcun genere. Non ho frequentato college nè università. Sapevo a mala pena cosa significasse vivere, quando a 22 ho avuto la consapevolezza che quello che volevo fare nella vita era scrivere. Non avevo mai scritto niente prima di quel momento.

Quali lavori hai fatto in passato?

Lavori d’ufficio più che altro. Ho lavorato nel settore del trasporto merci, ho insegnato ai bambini, ho lavorato con associazioni di beneficenza che aiutano le persone ad uscire dalla droga, ogni sorta di cose!

Quando hai capito che avresti voluto essere uno scrittore?

Ho sempre saputo, in fondo, che avrei voluto fare qualcosa di creativo, ma non avevo idea di cosa. Ero interessato alla musica, all’ arte, alla fotografia, ai film, ma nel novembre del 1987 ho avuto una conversazione con un amico che stava leggendo un libro. Mi ha parlato di questo libro con tale passione e tale intensità, che fu come se qualcuno avesse acceso una luce nella mia mente. ‘Questo è quello che voglio fare!’ Ho pensato. ‘Volevo scrivere libri che facessero sentire le persone così!’, E così – quella sera – ho iniziato a scrivere. Ho amato anche la lettura.

Leggi altri autori contemporanei?

Non leggo molto crime, ma cerco di leggere quanto più posso. Mi piacciono gli autori che sfidano le regole della scrittura. Mi piace leggere autori che mi ispirino a lavorare di più. Mi piace leggere autori che mi facciano sentire a disagio, che mi coinvolgano emotivamente, che mi facciano pensare alla vita, all’amore, alla gente e alla realtà.

Raccontaci qualcosa del tuo debutto. La tua strada verso la pubblicazione. Hai ricevuto molti rifiuti?

Ho iniziato a scrivere il 4 novembre 1987, e da allora al 17 Luglio 1993 ho scritto qualcosa ogni giorno, fatta eccezione per tre giorni in cui stavo attraversando un divorzio. Ho completato 22 romanzi in quel momento, qualcosa come tre milioni e mezzo di parole, e in momenti diversi ho trattato con un paio di agenti e  con alcune case editrici, ma in realtà non ottenni nulla di quello che mi sarebbe piaciuto. Scrivevo prima di tutto a mano, e poi ho avuto una macchina da scrivere e, infine ho utilizzato un programma di videoscrittura Amstrad che ci metteva circa mezz’ora per scaldarsi! Ho trascorso questi sei anni inviando materiale agli editori britannici, e ho ricevuto circa cinquecento lettere molto educate che mi dicevano ‘Grazie, ma no grazie ‘. Ho anche due scatoloni con qualcosa come tre o quattrocento rifiuti diretti. Ma questi solo da società che non hanno  neanche guardato il materiale che gli avevo inviato. Comunque capisco l’enorme volume di lavoro che poche persone di una casa editrice devono smaltire. Alcune persone mi hanno dato le cifre di quanti script non richiesti vengono inviati alle case editrici più importanti ogni settimana, e questa cifra è sbalorditiva. Ero comunque convinto che se avessi continuato ad andare avanti avrei finalmente trovato la persona giusta e la giusta casa editrice al momento giusto. Ho avuto questa certezza da Disraeli che disse ‘Il successo dipende interamente dalla costanza degli intenti’. Tuttavia, dopo sei anni di rifiuti alla fine ho pensato: ‘adesso basta’, e ho smesso di scrivere. Ho poi studiato musica, fotografia, ogni sorta di cose, e non ho ripreso a scrivere fino all’ ultima parte del 2001. La cosa che mia ha spinto a ritornare alla scrittura è stato l’ 11 settembre. Non riuscivo a smettere di pensare alle tre migliaia di persone che sono andate a lavorare quella mattina e non sono mai tornate a casa alla sera. Tutto ciò mi ha fatto pensare a qualcosa che mia nonna diceva: ‘ Nella vita mai guardarsi in dietro e chiedersi e se avessi fatto così .’ Era anche solita dire che seguire la nostra vocazione nella vita è il segreto della felicità. Ho pensato a quando sono stato più felice nella mia vita, ed ho capito che è stato quando stavo scrivendo. Così ho ripreso a scrivere. Ho pensato alla citazione di Disraeli di nuovo, ed sono giunto alla conclusione che forse non avevo provato abbastanza. E ‘stato allora che ho scritto Due piani sopra l’inferno . L’ ho mandato a trentasei editori, trentacinque dei quali me l’ hanno  rimandato indietro. Tutti ad eccezione di Bloomsbury, poi un editor l’ha dato ad un amico che l’ha dato ad un amico,  per finire è giunto a Orion il mio editore attuale, fino ad ora abbiamo lavorato insieme per nove libri. Da Orion con cui ho firmato ci sono stati un paio di osservazioni fatte da un paio di editor che ho incontrato su come avrebbe dovuto essere il libro. La precedente roba inedita probabilmente rimarrà esattamente dove è cioè in soffitta. Era un genere diverso, più soprannaturale in un certo senso, e ora comunque scrivo molto meglio. Penso che il tempo trascorso da allora, tra il 1993 e il 2001, mi ha abbia reso più succinto, mi ha dato una maggiore chiarezza su ciò che volevo dire. Sono tornato da poco e leggere alcuni dei miei lavori precedenti ed effettivamente ero un  po’ prolisso. Ma diavolo, ho fatto pratica!

Perché hai deciso di scrivere Due piani sopra l’inferno?

Ho deciso innanzitutto di scrivere il tipo di libro che mi sarebbe piaciuto leggere, e non il tipo di libro che magari sarebbe piaciuto agli altri. La base di Due piani sopra l’inferno era semplice. Ho voluto coprire un periodo ampio di tempo: gli anni ’50, ’60 e ’70. Volevo scrivere sui Kennedy, sul Vietnam, sul Watergate e Nixon. Ho voluto costruire una storia che seguisse questi temi  e non ho fatto fatica a farlo. Ho posto  un contesto storico autentico sul quale ho potuto porre i miei personaggi. Ho voluto mettere la gente comune in situazioni straordinarie e vedere come le avrebbe gestite. Tratta di persone, scende sempre tra la gente. Le persone sono ciò che mi affascina più di ogni altra cosa. Il più grande consiglio che abbia mai ricevuto per quanto riguarda la scrittura è stato quello di scrivere sempre su ciò che ci interessava. E’ più che probabile che anche gli altri lo troveranno interessante. Beh, ho sempre voluto sapere di più sulle persone, e questo è quello che cerco di fare con tutto il mio lavoro. Entrare nella testa della gente ‘, capire le loro ragioni, le loro motivazioni, i loro sogni e aspirazioni. Metterle in situazioni in cui debbano affrontare determinate difficoltà e allora sì che le cose funzionano, ma al tempo stesso cercare di riflettere anche elementi di umorismo, quell’umorismo che sembra farci sorridere anche davanti alle avversità. Davvero è iniziato con l’idea del conflitto tra ciò che si doveva fare, e ciò che si voleva fare. Si trattava di persone di fronte a scelte che non erano in realtà scelte. Come poteva un ragazzo bianco mantenere l’amicizia con un ragazzo nero e viceversa, a fronte di conflitti  di dissensi e di pregiudizi. Come essere in prigione, essere nel braccio della morte, infatti, e descrivere la sensazione che non si potesse fare nulla per cambiare quello che è successo. E ‘tale questione, quella della gente comune in situazioni straordinarie, è al centro del libro.

Quanto è durato il processo di scrittura di Due piani sopra l’inferno?

Ho scritto Due piani sopra l’inferno in circa tre mesi, per quanto posso ricordare. Tendo a scrivere quaranta o cinquanta mila parole al mese, e quindi un romanzo di 150.000 parole mi porta via circa tre mesi. Questa è la mia velocità di lavoro, ed è sempre stata così.

Altre opere ti hanno ispirato nella scrittura di questo romanzo?

Beh, altre opere mi hanno sicuramente ispirato, ma non so quali siano! Penso che Due piani sopra l’inferno sia stato il culmine di una grande esperienza e il frutto di una grande quantità di letture, di film visti, di documentari. E ‘stata davvero una sintesi di molti pensieri e idee, di tutto ciò che avevo trovato interessante.

Vendetta è una storia di mafia. Puoi dirci qualcosa sulla trama di questo libro senza rivelarci il finale?

Beh, come molti, ho sempre avuto un profondo interesse verso la  mafia. La criminalità organizzata, è sicuramente un campo di indagine molto affascinante specialmente il modo in cui una famiglia può diventare un impero che può controllare una città o un paese per anni e anni. Inoltre, vi è la questione della famiglia stessa. La mafia basa tutto sulla famiglia. La fedeltà è legata alla famiglia. Questa è stata la cosa più importante di tutte. Per quanto mi riguarda io sono sempre alla ricerca delle connessioni emotive in una storia, e con questo libro è stato facile crearle – il senso di lealtà generato nelle persone per nessun altro motivo che il sangue. Inoltre, ho voluto scrivere un romanzo sul peggior tipo di essere umano che potessi pensare, e scrivere di lui in modo che il lettore quando arriva alla fine del libro l’abbia quasi perdonato, che forse comprenda  perché era così, perché ha fatto le cose che ha fatto, e forse anche quasi gli auguri di eludere la legge. Questa era l’idea dietro il libro, e da quanto mi hanno detto mi sembra di aver compiuto lo scopo. Molte persone che hanno letto il libro in realtà finiscono per provare simpatia per lui! Quel personaggio, il personaggio centrale di Vendetta, è Ernesto Perez, un cubano, e lo seguiamo per tutta la sua vita, attraverso il suo coinvolgimento con le famiglie italo americane del crimine organizzato, per tutto il percorso dal 1930 ad oggi. Ho cercato di tessere un filo immaginario attraverso un quadro generale, quindi il suo coinvolgimento con i capi delle cinque famiglie, con la morte dei Kennedy, di Marilyn Monroe, la rivoluzione cubana, l’assassinio di Jimmy Hoffa, tutte queste cose insomma. Volevo scrivere in modo tale che i fatti  potessero essere tutti possibilmente veri. Quando tutto quello che si descrive è reale, allora sì abbiamo una buona storia. Deve interessare e coinvolgere e  in una sorta di sfida, e penso che sia una storia potente e che le persone che la leggono ne rimangono presi . Vendetta occupa un posto speciale per me. È stato scritto molto velocemente, in circa otto settimane, e ho lavorato su di esso per molte ore ogni giorno. Volevo scrivere velocemente. Sapevo che sarebbe stato un romanzo importante, e sapevo che se avessi trascorso mesi e mesi a scriverlo allora sarebbe forse stato anche letto  molto lentamente. Questa era la mia preoccupazione principale. Volevo scrivere rapidamente in modo da mantenere un po ‘di energia e immediatezza quella che viene dal lavorare così velocemente. Ho fatto molte ricerche storiche sui fatti trattati nel libro. E  ho vissuto in quel mondo per tutto quel tempo. Ho speso tutte le mie ore di veglia a pensare alla storia, ai personaggi, a ciò che sarebbe accaduto. Io non lavoro sui libri prima di iniziarli. Io non faccio riassunti o sinossi. Attacco subito con la prima scena  che mi da una idea di base su quello che voglio che il libro sia, e da li costruisco la trama. Spesso succede che non conosco il finale del libro fino a quando sono trenta o quaranta pagine di distanza dal suo completamento. Vendetta è un libro complesso, potente, evocativo, un  romanzo molto impegnativo sulla mafia. Ho sentito che era qualcosa che dovevo fare. Anche se non ho letto il Padrino di Puzo  Ho visto comunque i film, anche ‘Goodfellas’, ‘C’era una volta in America’, altro film molto bello, e ho voluto creare qualcosa che fosse epico come il cinema che tratta queste tematiche. Non so se potrò mai più scrivere un altro libro basato sulla Mafia. Mi sembra che Vendetta esaurisca tutto sull’argomento  e sono molto orgoglioso di come ho scritto questo romanzo.

Ora parliamo di La voce degli angeli. Cosa ti ha spinto a scriverlo? Qual è stato il punto di partenza nel processo di scrittura?

Quando sono andato a visitare un mio amico in Austria, avevo una copia di A sangue freddo da leggere sul volo. Ho pensato che fosse un libro magnifico. L’ho letto una seconda volta, e da quel momento mi sono interessato sempre di più a Capote, chiedendomi come il libro fosse nato, chi fosse Capote, ecc ho letto i suoi lavori pubblicati, alcuni articoli su di lui, e sono arrivato alla conclusione che fu un scrittore che diede la vita per un libro. ‘A sangue freddo’ lo ha reso molto ricco, molto rispettato, l’autore più famoso in America per molti, molti anni, ma alla fine lo ha ucciso. Poi non ha mai realmente pubblicato niente, e certamente non ha mai completato un altro romanzo, e ha iniziato a bere fino a morirne. Quindi ho pensato: Un libro può salvare la vita di qualcuno, ma può anche ucciderti. L’altro aspetto è stato il fatto che Capote trascorse l’infanzia a Monroeville, in Alabama e poi andò a New York. Il lavoro di ricerca per ‘A sangue freddo’ (su cui si è impegnato con il suo amico e vicino di casa, Harper Lee, autore di ‘To Kill A Mockingbird’ e amico d’infanzia di Capote) lo ha portato da New York a tornare a Smalltown, Mid-West America, poi a  Holcomb, Kansas. Così ci fu l’altra idea interessante: la giustapposizione di due mondi – Smalltown mid-west America e bigtown New York. Questi furono  le ispirazioni di base per la stesura di questo libro. E volevo scrivere qualcosa che (si spera) faccia sentire i lettori come mi ero sentito io quando leggevo cose come To Kill a Mockingbird, In Cold Blood, The Heart Is A Lonely Hunter ecc ecc Un dramma meridionale. Sudato appiccicoso, intenso, quasi un dramma claustrofobico che tratti la  apparente indomabilità dello spirito umano, contro ogni avversità. Non volevo scrivere un libro su  un’ indagine poliziesca  che portasse alla cattura di un assassino, sono poche le pagine che analizzano psicologicamente perché il killer ha fatto quello che ha fatto, la gelosia, il complesso della madre, i disperati tentativi di uccidere qualcuno ecc ecc non volevo scrivere la storia è di un killer, ma analizzare l’effetto che le azioni del killer avevano – non sulle persone che aveva ucciso – ma sulle persone la cui vita era stata toccata anche indirettamente!

Qual è stata la parte più laboriosa?

Oh, non credo che ci sia stata una parte laboriosa. Mi piace molto scrivere. Mi piace il processo vero e proprio giorno per giorno, che porta a  creare i personaggi e le storie. Mi piace la ricerca. Questo è quello che faccio. John Lennon ha detto: ‘Trova qualcosa che ami e non dovrai mai lavorare un solo giorno’, e io amo scrivere. Non lo sento come un lavoro. E ‘altrettanto emozionante e interessante per me oggi come lo era dieci anni fa, vent’anni fa.

Puoi parlarci un po ‘del protagonista?

Joseph Vaughan, il personaggio centrale di La voce degli angeli, è un bambino con molta più saggezza ed empatia di quanto vi aspettereste da un dodicenne. Il libro inizia con la morte del padre, e Joseph così  ancora adolescente, deve affrontare la responsabilità di essere un membro contributivo della sua famiglia, e deve anche prendersi cura di sua madre. Vive in un piccolo paese nel sud dell’America. E ‘la fine del 1930, l’America ha visto la Grande Depressione, e presto saranno coinvolti nella Seconda Guerra Mondiale. E ‘in questo contesto che avvengono una serie di omicidi , gli omicidi di giovani ragazze che sono amiche di Joseph, sue compagne di scuola. Joseph sente un grande senso di responsabilità per evitare che questi omicidi accadendo, e così – tra tensione, bigottismo e razzismo – fa quello che può per difendere la città in cui vive contro i terribili effetti di questi omicidi. Gli effetti e le conseguenze di queste uccisioni seguiranno Joseph come un fantasma per tutta la sua vita fino all’ età adulta. Volevo creare un personaggio che fosse turbato, afflitto, ma al tempo stesso possedesse un grande senso di integrità morale, una integrità che lo avrebbe aiutato a superare tutti gli ostacoli che avrebbe dovuto affrontare nel tentativo di scoprire la verità su questi omicidi. La voce degli angeli  non è un libro su un serial killer in quanto tale, ma più un libro sugli effetti che tali eventi hanno sulle persone, su una città, una comunità, una società.

A Simple Act of Violence verrà presto pubblicato in Italia? Puoi dirci qualcosa sulla trama?

A Simple Act of Violence, il sesto libro, è essenzialmente composto da due storie – una tratta di una serie di omicidi a Washington DC e di come questi omicidi siano collegati alle azioni sotto copertura della CIA in Nicaragua nel 1980. Il libro tratta tutto, dalla fondazione della CIA, come vengono indottrinate le  persone e reclutate dalla CIA, come le azioni della CIA  hanno cambiato nel corso degli anni la politica estera americana, e la corruzione che ha circondato queste azioni. Allo stesso tempo, seguiamo le orme di un tormentato detective della omicidi di Washington, Robert Miller, che cerca di dare un senso a una serie di omicidi che non sembrano possedere alcun motivo coerente, e le vittime non possiedono un’identità verificabile. Le storie – sia della CIA, che degli omicidi di Washington – alla fine  diventano  la stessa storia.

Scrivi anche racconti o solo romanzi ?

Ho scritto tre o quattro racconti per riviste, ma sono un romanziere innanzi tutto.

Vuoi descrivere una tua tipica giornata di lavoro?

Scrivere un libro è una sorta di continuo processo organico. Ho acquistato un notebook, di buona qualità, perché so che dovrò portarmelo in giro  per due o tre mesi, e nel notebook dovrò scrivere le idee così come mi vengono. Piccoli pezzi di dialogo, cose del genere. A volte ho un titolo, a volte no. Prima per me era molto importante avere un buon titolo prima di cominciare a scrivere un libro, ma ora – considerato che  almeno la metà dei libri che ho pubblicato hanno finito poi per avere un titolo diverso –  non sono così ossessivo al riguardo! Inoltre, sembra che ci siano due tipi di scrittori – quelli che scrivono la trama e quelli che non lo fanno. Io sono del secondo tipo. Ho una vaga idea del tipo di storia che voglio raccontare, una buona idea sull’ emozioni che voglio creare, e una precisa prospettiva  su quando e dove gli avvenimenti accadranno. L’immediatezza e la spontaneità di non pianificare un romanzo completo è per me importante. Posso essere coinvolto con i personaggi, e qualche volta mi limito a cambiare idea su dove voglio che loro vadano, o come voglio gestire certe cose. Siccome la storia  evolve così come i personaggi, le decisioni che poi devono prendere possono quindi influenzare la trama e viceversa. Io non scrivo polizieschi procedurals metodicamente pianificati. Più che altro scrivo drammi umani in cui il reato è in realtà un problema secondario. I libri trattano di più degli effetti che queste cose hanno sulle persone, ed è questo che mi ha sempre interessato. Penso che se mi sedessi a tavolino e pianificassi un libro – capitolo per capitolo, sezione per sezione – si perderebbe la flessibilità e l’imprevedibilità del processo. E’ la stessa scrittura che mi entusiasma, e l’ elemento di incertezza rende ancor più interessante e stimolante un libro. E per quanto riguarda la giornata di lavoro effettivo. Beh, io cerco di scrivere tre o quattro mila parole al giorno, e su questa base scrivo circa quindici o ventimila parole alla settimana. Questa è la routine per me. Lavoro ogni giorno, vedo dove sta andando il libro, scopro quello che voglio fare, prendo decisioni, cambio la trama ecc Quando ho tracciato la prima bozza torno al punto di partenza. Poi rivedo le stesure finchè non sono soddisfatto.

Pensi che i critici abbiano influenzato il tuo lavoro?

Beh, la critica fa il suo corso, ma  non penso che abbia influenzato granché quello che faccio e come scrivo. E ‘qualcosa che si deve accettare sarà sempre lì. Mi infastidisce molto quando leggo le recensioni su Amazon, e qualcuno dice: ‘Questa è spazzatura. Ho un bambino di sei anni che sarebbe in grado di scrivere meglio di così ‘. A volte i commenti sono decisamente scorretti  e sgradevoli. La cosa frustrante per me è che mi capita di incontrare un sacco di persone che hanno letto e apprezzato i libri, e tuttavia non mettono recensioni in rete. Amazon – per fortuna o purtroppo – è uno dei pochi forum pubblici dove le persone possono pubblicare le opinioni che verranno lette da migliaia di persone. Nella mia esperienza, il numero di persone che pubblicano le opinioni rispetto al numero di persone che hanno letto i libri è infinitesimale. Mi piacerebbe che la gente pubblicasse le proprie opinioni! Indipendentemente da ciò, la linea di fondo è che non si può accontentare tutti, e se voi spendete tutto il vostro tempo a preoccuparvi di cosa pensa la gente poi non farete mai niente per paura delle critiche. Si impara ad accettarle, per cercare di non essere troppo disturbati da esse, ma a volte le cose che si leggono sono così ostili che ti chiedi quale sia lo scopo di quella persona cosa stia cercando di ottenere dicendo queste cose. Tuttavia, il più delle volte, la gente è molto gentile e si complimenta per il mio lavoro, e i critici dei giornali e delle riviste sono stati particolarmente buoni con me.

Ti piacciono i tour promozionali? Dì qualcosa ai tuoi lettori italiani  di divertente su questi incontri.

Mi piace fare tour promozionali. E ‘l’unico modo in cui si può effettivamente incontrare persone che hanno letto i libri e ottenere un feedback diretto. Ho girato molto l’anno scorso, più di quaranta città in undici paesi, e nella seconda metà di quest’anno farò un nuovo tour. Qualcosa di divertente? Beh, i lettori che  incontro sono spesso molto divertenti e stimolanti e molto interessanti. Ognuno è diverso, ognuno trova significati diversi nei miei libri, e le domande che a volte mi vengono richieste a volte lo sono e sicuramente quando il lettore ritiene che la mia vita sia come la vita dei personaggi che ho creato! Si è tenuti a ricordare tutto quello che si ha scritto, e ci si aspetta di essere in grado di rispondere a ogni domanda che ti viene richiesta, e a volte questo è impossibile!

Verrai in Italia a presentare i tuoi romanzi?

Ebbene, nel dicembre del 2010 ero a Courmayeur per il Noir Festival, e  sarò a Piacenza a giugno di quest’anno, e poi a Mantova.

Progetti di film tratti dai tuoi libri?

Beh, ho ricevuto una e-mail lo scorso anno da un regista francese che si chiama Olivier Dahan. Era l’uomo che ha scritto e diretto il film premio Oscar ‘La Vie En Rose’. Aveva finito di leggere la traduzione in francese di La voce degli angeli, e mi ha scritto chiedendomi se sarei stato interessato a scrivere una sceneggiatura per lui. Sono andato a Parigi per incontrarlo, e ci siamo messi d’accordo. Avevamo un accordo ben preciso su come il film potesse essere fatto dal libro. Ho lasciato Parigi con la sensazione che sarebbe potuto venir fuori un buon film. Poche settimane più tardi ho saputo che la casa di produzione ‘Legende Films’ era pronta ad andare avanti, e poi ho firmato il contratto per scrivere la sceneggiatura per il film. Ora ho completato la prima bozza, ma sono incerto se il progetto andrà avanti. La differenza fondamentale tra un libro e un film che è un libro tratta di cosa le  persone pensano e sentono, mentre un film parla di quello che dicono e fanno. E ‘stata una sfida adattare un libro così introspettivo e intimo in un film, ma credo davvero di aver fatto un buon lavoro. E ‘stata un’esperienza molto positiva per me, e mi ha insegnato molto sulla scrittura concisa. E mi ha insegnato molto a dire di più con meno parole. L’industria cinematografica è fatta così. Può non accadere nulla per due anni, e poi tutto accade in due settimane. Vedremo cosa succederà.

Cosa stai leggendo in questo momento?

Sto finendo Dispatches  di Michael Herr. Questo è un grande libro, e ho iniziato a leggerlo siccome sto scrivendo un libro con un personaggio centrale che ha prestato servizio in Vietnam, quindi questo è parte della ricerca. Dopo aver finito Dispatches leggerò ‘Twilight‘ di William Gay.

Qual è il tuo rapporto come con i tuoi lettori? Come possono i lettori mettersi in contatto con te?

Beh, la gente mi può trovare su facebook o tramite il mio sito web (www.rjellory.com). Ricevo un sacco di e-mail – circa cinquanta volte al giorno – e rispondo ad ognuno di loro personalmente.

Infine, la domanda inevitabile. Stai attualmente lavorando a un nuovo romanzo? Eventuali altri progetti?

Beh, ho un nuovo libro in uscita in Gran Bretagna nel mese di ottobre intitolato Bad Signs, e poi un altro libro è completato per il 2012. Attualmente sto lavorando al libro per il 2013, e poiché questo libro non deve essere consegnato al mio editore per più di un anno ho intrapreso un progetto a lungo in sospeso per formare una band e registrare un CD. Io sono il cantante e chitarrista dei The Whiskey Poets, un trio blues / rock, e speriamo di poter registrare in studio nel prossimo paio di mesi.

:: Recensione di Il Codice Atlantide di Charles Brokaw

4 Maggio 2011

il-codice-atlantide1Thomas Lourds, professore di linguistica di Harvard, è decisamente un tipo interessante. Nel suo campo è il migliore: conosce e parla una quantità spropositata di lingue, compresi i dialetti; ha amici sparsi nei quattro angoli del globo pronti ad aiutarlo e a toglierlo dai guai; è adorato dai suoi studenti e dalle donne che sembrano cadere come birilli ai suoi piedi per colpa del suo fascino un po’ stropicciato da bel tenebroso, con un unico amore, il suo lavoro. Deve la sua fama mondiale ad un libro intitolato Passatempi in camera da letto, una sorta di manuale erotico-pornografico che, seppure causa di un certo imbarazzo, gli permette un tenore di vita ben superiore a quello di un semplice professore universitario. E’ telegenico, cosa che ha convinto il suo rettore a spedirlo ad Alessandria d’Egitto a girare un documentario della BBC intitolato Antichi mondi, antichi popoli, condotto dalla giornalista televisiva Leslie Crane, una sorta di Lolita inglese con piercing all’ombelico, che naturalmente non resta immune al suo fascino e gli mostra un reperto davvero misterioso: un’ antichissima campana di terracotta su cui sono incisi dei caratteri in una lingua sconosciuta. Lourds subito si sente attratto dalla sfida, ma non fa a tempo ad approfondire lo studio che un gruppo di persone armate irrompe negli studi televisivi e sottrae il manufatto. Quasi nello stesso momento in Russia la professoressa Julija Hapaeva, archeologa e amica di Lourds, è alle prese con l’iscrizione misteriosa su un cembalo di terracotta che la sta facendo impazzire. Non fa a tempo a chiedere aiuto a Lourds che viene uccisa, il suo studio dato alle fiamme, il reperto rubato, proprio sotto gli occhi della sorella Natasa, un ispettore di polizia di Mosca decisa a trovare a tutti costi gli assassini. Lourds saputa la notizia si reca immediatamente in Russia con al seguito Leslie e Gary, un operatore della BBC, e unitosi a Natasa  inizia una rocambolesca corsa in giro per il mondo sulle tracce di cinque strumenti musicali, cimeli addirittura della mitica civiltà di Atlantide. Naturalmente non mancano i cattivi, interessati agli stessi reperti e capeggiati da un malvagio Cardinale, facente parte di una setta segreta vaticana, la Società di Quirino, depositaria di segreti millenari. Ma quale è il segreto che i cinque strumenti riuniti permetterebbero di scoprire? Causerebbero davvero la fine del mondo dando a chi li possiede un potere sconfinato? La città sepolta scoperta a Cadice da una troupe archeologica vaticana è davvero Atlantide? E soprattutto, riuscirà il protagonista a decifrare le misteriose iscrizioni prima che sia troppo tardi? Il Codice Atlantide ha sicuramente tutte le carte in regola per divertire e intrattenere gli appassionati di avventura. C’ è una cospirazione orchestrata da cattivi decisamente sopra le righe, un protagonista accattivante, anche se a mio avviso un po‘ troppo maschilista nei suoi rapporti con il gentil’ sesso, anche se è doveroso notare che l’autore non è misogino affatto e anzi fa sì che il personaggio più d’azione del romanzo sia Natasa, una sorta di Rambo in gonnella capace di sgominare frotte di uomini armati fino ai denti con una certa naturalezza. C’è azione, suspence, colpi di scena, un finale degno dei più classici  romanzi di genere. La trama è sicuramente la parte più risuscita del romanzo, intricata al appunto giusto e ben congegnata. Certo si parla di Atlantide, di un mito con ripercussioni come minimo improbabili, ma l’autore ha un certo talento nel dare verosimiglianza a fatti di per sé incredibili. Avrei posto un po’ più di scetticismo, per dare un sapore più realistico alla storia, ma va a gusti e per chi ama l’avventura pura e le sfumature da Codice da Vinci è sicuramente uno di quei libri da non perdere.            

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:: Recensione de “L’Alba degli Zombie. Voci dell’Apocalisse: il Cinema di George Romero” di Arona, Pascarella e Santoro

3 Maggio 2011

L_alba_zombie-617x937A cura di Valentino G. Colapinto

“L’Alba degli Zombie. Voci dell’Apocalisse: il Cinema di George Romero” di Danilo Arona, Selene Pascarella e Giuliano Santoro: 266 pp. ill., prezzo di copertina €17 [Gargoyle Books, 2011].

Torniamo a parlare di zombi, un argomento quanto mai di attualità, questa volta con un saggio, sicuramente il più completo mai apparso finora in Italia. Non lasciatevi però ingannare dal titolo. L’Alba degli Zombie non è semplicemente un trattato sulla saga cinematografica dei morti viventi ideata da George Romero (New York, 1940). È anche questo, ma non solo.
Questo saggio, infatti, analizza l’argomento zombi praticamente da ogni angolazione ed è una vera miniera di curiosità, imperdibile per ogni appassionato dei morti viventi che si rispetti, ma intrigante anche per il neofita del genere. Per non parlare della chicca finale, costituita da un’intervista molto approfondita a George Romero in persona, e senza dimenticare il ricco apparato fotografico che lo correda.
Insomma, l’ennesimo imperdibile saggio cinematografico di Gargoyle Books, che dopo gli stupendi “The Dark Screen. Il mito di Dracula sul grande e piccolo schermo” e “Peter & Chris. I Dioscuri della notte” (dedicato a Peter Cushing e Christopher Lee), entrambi scritti dai bravissimi F. Pezzini e A. Tintori, continua a viziare i suoi lettori con un’opera davvero molto curata.
Frutto di un ottimo lavoro di gruppo, il libro si apre con una breve biografia di Romero a cura dello studioso e cultore romeriano Paolo Zelati, cui spetta anche il compito di chiudere il libro con l’intervista al vecchio George cui abbiamo già accennato.
Il saggio vero e proprio ha una struttura tripartita, con una prima sezione curata da Danilo Arona (Alessandria, 1950), sicuramente tra i più importanti scrittori e studiosi italiani dell’orrore, che si dedica a un’analisi molto approfondita e ricca di curiosità sul cinema di Romero, con puntate anche su altri film di zombi, precedenti o meno la “Dead Saga”, che conta fino ad oggi ormai ben cinque titoli: La notte dei morti viventi (1968), Zombi (1978), Il giorno degli zombi (1985), La terra dei morti viventi (2005), Le cronache dei morti viventi (2007) e L’isola dei sopravvissuti (2009).
Personalmente, ho trovato molto interessante scoprire gli ispiratori dei morti viventi (ben diversi dagli zombi haitiani e dagli body snatchers extraterrestri, che avevano imperversato nei decenni precedenti). Si sapeva di “Io sono leggenda” (sia il romanzo di Matheson del 1954 che la versione cinematografica di Ubaldo Ragona del 1964 con Vincent Price), ma quanti si ricordano di film come “Invisible Invaders-Assalto dallo spazio” (1957) o “The Plague of the Zombies-La lunga notte dell’orrore” (1966), alla base della mitologia romeriana?
Ancora più interessante, poi, conoscere le versioni originali dei film di Romero e i finali alternativi e mai filmati, in alcuni casi migliori di quelli che tutti conosciamo. Per dirne una, originariamente Il giorno degli zombi si doveva concludere con la fine della misteriosa resurrezione dei morti viventi, che sarebbe terminata così com’era cominciata. Senza alcuna spiegazione.
Arona è bravissimo nell’esplicitare il carattere rivoluzionario dei film di Romero, soprattutto del primo, La notte dei morti viventi, forse il più riuscito b-movie di sempre, che finalmente porta l’orrore nel mondo contemporaneo, svincolandolo dal gotico della Hammer e di Corman fino ad allora imperante, senza aver paura di scioccare lo spettatore con scene di un’efferatezza forse fino ad allora mai vista sullo schermo (per quanto attenuata da un bianco e nero dovuto essenzialmente a questioni di budget, ma poi rivelatosi scelta artistica azzeccatissima) e senza sentire il bisogno di spiegare le cause del risveglio dei morti, né di apporre un consolatorio happy end.
E poi si trattava del primo horror smaccatamente di sinistra: contro l’autorità, contro la famiglia, contro il razzismo (il protagonista è per la prima volta un afroamericano), contro la guerra (molti vi hanno visto riferimenti al Vietnam), autentico preludio al maggio francese e a quello che ne sarebbe seguito.
Seguono il lavoro di Arona “La città dei morti. Appunti per una filosofia politica degli zombie” di Giuliano Santoro (Alatri, 1976), giornalista e redattore del settimanale Carta, e “Dead Zone. Per una sociologia dell’era zombie” di Selene Pascarella (Taranto, 1977), anche lei giornalista e redattrice di Carta, nonché scrittrice.
Si tratta di analisi molto acute ed eclettiche, che sviscerano (mai termine fu più appropriato) gli zombi da moltissimi punti di vista differenti: storico, antropologico, linguistico, sociale, politico, letterario, perfino medico-scientifico.
Praticamente impossibile riassumerne la ricchezza di spunti in poche parole. Non resta che correre a procurarsi L’alba degli zombie prima che sia troppo tardi. Come annuncia Giacobbo, il 2012 è ormai alla porte e con esso l’apocalisse (zombie, ovviamente).

Valentino G. Colapinto

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:: Intervista con Tamara Deroma a cura di Elena Romanello: scrivere spaventi e fantasia

29 aprile 2011

DSCN9520Tamara Deroma, torinese, è un nome emergente nella letteratura di genere fantastico, con i due romanzi I sette demoni reggenti e Il portale oscuro, editi dalla Sabinae di Roma, che avranno presto un seguito.

Come mai hai scelto di raccontare una storia di genere horror?

Non definirei la mia saga solo un horror, quanto piuttosto un horror fantasy, e comunque questo è un genere che mi è sempre piaciuto, ho sempre avuto una grande attrazione per il macabro, l'oscuro, l'occulto, quello che non si riesce a spiegare. E in questo mi ha dato tanto anche la mia città, Torino, capitale della magia sia bianca che nera.

Come sei arrivata a far pubblicare il tuo romanzo?

Molto semplicemente raccogliendo informazioni su Internet sulle varie case editrici, in particolare su quelle che pubblicano esordienti e il genere di storie che scrivevo io. La Sabinae nasce come casa editrice specializzata in libri di di cinema, ma ha creduto nel mio romanzo e l'ha usato per lanciare la sua collana di letteratura di genere fantastico, Immaginarium.

Il fantasy e l'horror sono generi di moda: che ne pensi?

A me piacciono a prescindere, non seguo le mode. Adesso gli scaffali delle librerie sono pieni di romanzi di genere horror gothic, in particolare sui vampiri (io mi occupo invece di demoni!), molti dei quali sono stati ripescati da pubblicazioni di anni fa. Ho letto i romanzi della Meyer, io amo leggere, e penso che abbiano avuto il grande merito di avvicinare i giovanissimi alla lettura, ma l'horror vero, così come il gothic, è altro, per me la regina dell'horror resta Anne Rice. Penso che il problema di fondo di queste saghe sia quello di non diventare ripetitive, come è successo con la serie The vampire diaries di Lisa Jane Smith.

Perché hai scelto i demoni come protagonisti della tua saga?

Perché trovo da sempre la demonologia affascinante, e comunque il genere horror non è né deve essere solo vampiri e simili. Ho iniziato comunque a lavorare a questa storia nel 1999.

Quali sono i tuoi modelli come autori?

Ovviamente Anne Rice che ho già citato, ma anche Terry Brooks, non tanto per la sua celeberrima saga di Shannara ma per quella del Demone incarnato. Poi mi piacciono molto anche Stephen King, John Steakley, autore prematuramente scomparso di storie di vampiri, e tra i manga adoro Go Nagai, I cavalieri dello zodiaco e di più recenti ho apprezzato molto Death Note.

Quali sono i tuoi prossimi progetti?

Sto scrivendo il terzo libro della saga, poi ho tante altre idee, non solo horror fantasy, ma preferisco non parlarne per scaramanzia.

Che consiglio daresti agli autori esordienti?

Di tenere gli occhi molto aperti, l'editoria è un mondo di lupi e di squali, è facile incappare in una fregatura. Consiglio anche di essere umili, un rifiuto può capitare, sbagliatissimo è sparare a zero contro chi ce l'ha fatta. Soprattutto consiglio di stare alla larga da chi chiede soldi, in molti autori esordienti c'è purtroppo questa superbia di voler pubblicare a tutti i costi. E accettate i buoni consigli.
 
Il sito di Tamara Deroma è http://www.tamaraderoma.com
Elena Romanello

:: Segnalazione: Le opere di Alda Teodorani in formato ebook grazie alla Kipple

26 aprile 2011

aldaPoco alla volta ma inesorabilmente anche in Italia si stanno affermando gli ebook. Sicuramente all’avanguardia in questo campo è la Kipple Officina Libraria, che presenta in esclusiva le pubblicazioni digitali di Alda Teodorani, dark lady del noir italiano.
Gli e-book (ePub senza drm) sono acquistabili sui maggiori portali di vendita on-line grazie alla Simplicissimus Book Farm (
http://www.simplicissimus.it/).
Ma i prezzi sono ancora più scontati sul sito Kipple, dove si trova il ricco “Angolo di Alda” (
http://www.kipple.it/index.php?route=product/category&path=107): un’intervista e biografia all’autrice e l’introduzione di Valerio Evangelisti a Belve sono liberamente scaricabili; altro materiale verrà aggiunto in seguito. Gli ebook di Organi e Belve sono in vendita a 5 euro.

:: Recensioni: Quando avevo undici anni e Capace di intendere e di volare AV

26 aprile 2011

Non è facile scrivere racconti. Spesso si immagina che un testo breve implichi minori difficoltà nella costruzione della trama, nella caratterizzazione dei personaggi, nella capacità di scrivere dialoghi realistici ed convincenti,  e invece a mio avviso si verifica l’esatto contrario. Il poco spazio fa si che sia indispensabile che l’autore abbia affinata la capacità anche tecnica di snellire le frasi troppo arzigogolate, di scarnificare, se mi si perdona il termine, la struttura narrativa. Perché un racconto sia efficace deve contenere una certa vita propria, una sorta di morale non necessariamente didascalica. Detto questo è sempre interessante vedere dei giovani, non solo anagraficamente parlando, cimentarsi nel genere, che per inciso amo molto. Cornell Woolrich, Raimond Chandler, Flannery O’Connor, Raymond Carver, Dorothy Parker, Katherine Mansfield, Vladimir Nabokov, Anton Cechov, Isaac Asimov, sono tra i miei preferiti ma come non citare Buzzati un maestro del racconto usato in molte scuole di scrittura come esempio tanto i suoi lavori sono  magistrali o Luigi Bernardi capace di illuminare il foglio con pochi tratti.  Ho letto due volumi di racconti entrambi editi da Giulio Perrone Editore e per la consequenzialità vi consiglio di leggerli entrambi Quando avevo undici anni e Capace di intendere e di volare. Il primo narra la fragile età di passaggio dall’infanzia all’adolescenza e il secondo il passaggio subito successivo dall’adolescenza alla maturità, per cui anche l’ordine di lettura è importante. Da segnalare anche che le raccolte sono nate da un originale connubio letteratura – internet, per dare visibilità agli scritti nati sul forum undiciparole http://undiciparole.forumfree.it un sito che ospita autori emergenti segnalatisi grazie alle iniziative editoriali promosse da Perrone Lab. Illustrazioni di copertina di Tiziana d’Este.  

quando avevo 11 anniQuando avevo undici anni

Autori rigorosamente in ordine di pubblicazione: Rosalia Messina, Maria Alberta Fiorino, Andrea Masotti, Trap, Giuseppe Pavich, Lucia Sallustio, Annamaria Trevale, Andrea Bonvicini, Ippolita Cassisa, Stefano Mascella, Alberto Caprara, Daniela Rindi, Giovanna Astori, Francesca Violi, Vanessa Banfi, Arianna Lattisi, Diego Di Dio.
 
Gli undici anni, un’età magica per certi versi, si guarda il mondo con occhi sgranati, occhi ancora innocenti ma già capaci di cogliere le contraddizioni della vita. Come non pensare ai fumetti letti con la pila elettrica sotto le lenzuola: L’uomo ragno, La cosa, L’incredibile Hulk, Dottor Strange, gli X-Men e Capitan America in costume bianco- rosso e blu con lo scudo che ricorda vagamente l’emblema della Cia che la mamma comunista di uno dei personaggi dei racconti assicura avesse preso parte al golpe cileno contro Allende a fianco di Pinochet.  E poi le feste di compleanno a casa dei compagni di scuola, la morte di Luigi Tenco che ha oscurato gli undici anni di chi visse qualche generazione fa, giocare a calcio in cortile fino a tardi, fino a che le madri non ricordano che ci sono i compiti da finire, e i primi turbamenti, i primi baci, i primi amori, teneri e commoventi anche se a volte crudeli. Andare a dormire dopo Carosello, le pagelle a fine anno, i discorsi politici dei grandi, la fine della scuola elementare e l’ingresso nella scuola media, i favolosi anni 60, le discussioni sulle Brigate Rosse. Le amicizie del cuore incrollabili e indimenticabili che neppure la lontananza e la separazione riesce ad incrinare, giocare a Subbuteo, le vacanze al mare con la famiglia, i fratelli e le sorelle maggiori, i tubetti di brillantini rubati nei negozi mentre il commesso è distratto, scrivere il diario a cui confidare i piccoli e grandi segreti, farsi schiumare a Carnevale con le bombolette di schiuma da barba, non al mentolo se no si diventa ciechi, la prima sigaretta fumata facendo attenzione che non arrivi nessuno, domandarsi che fine ha fatto Emanale Orlandi, la musica ascoltata con i walkman, andare al cinema a vedere Flashdance o il Tempo delle mele, e poi Videomusic, le vacanze in colonia, collezionare i peluche di Snoopy,  il primo reggiseno. Tenerezza, malinconia, un briciolo di crudeltà, un viaggio nella memoria insomma. E’ difficile dire quale sia il racconto migliore di questa raccolta, diversificati da tecniche narrative, linguaggi, contenuti differenti seppure a mio avviso una certa omogeneità e fluidità li caratterizza tutti. Se proprio dovessi sceglierne alcuni sarei guidata da criteri prettamente personali, quelli che mi hanno ricordato i miei undici anni sono forse Scusi signore di Andrea Masotti, Quando le bande non scalavano la hit parade di Trap, molto struggente e con un finale amaro Quando la luna perse il suo mistero, di Annamaria Trevale, il bellissimo I negri di Stefano Mascella con dialoghi in stretto romanesco e infine il tenerissimo Il coniglio di Francesca Violi.

Capace---sito-grandeCapace intendere e di volare

Autori rigorosamente in ordine di pubblicazione: Diego Di Dio, Solitaria, Andrea Masotti, Costantino Quarta, Alberto Caprara, Dirce Scarpello, Annamaria Trevale, Rosalia Messina, Arianna Lattisi, Trap, Lucia Sallustio, Annapaola Paparo, Vanessa Banfi, Stefano Mascella, Manola Mineo, Anna Rita Rappa, Lita Cassisa, Maria Alberta Fiorino, firulìfirulà.
 
Diventare adulti. Già sembra facile. Si diventa grandi quando si diventa autosufficienti, autonomi, si affronta la vita da soli senza la protezione di genitori chioccia, con un lavoro, una casa, una famiglia propri. Molti non diventano adulti mai neanche da vecchi, molti restano bambini almeno nell’animo, eterni Peter Pan con la voglia di sognare, di non farsi sommergere dai mille problemi del vivere quotidiano. Ma cosa caratterizza il passaggio dall’adolescenza alla maturità, dall’essere ragazzi a diventare uomini? Diciannove scrittori esordienti o quasi ci hanno provato a descrivere quel momento con risultati, buffi, commoventi, originali a volte anche bizzarri e spesso deliziosi. Diciannove brevi racconti di formazione, come si suole dire nei salotti impegnati. Una donna decide di riprendersi la sua vita dopo un matrimonio forzato con un uomo violento che non la ama. Una ragazza si trova sotto le macerie di un terremoto e ritrova tra i soccorritori il ragazzo con il quale chattava su internet. Un ragazzo da sempre considerato un inconcludente apre una pizzeria con un amico e si avvia verso l’indipendenza. Storie minime, di un minimalismo molto carveriano, delicate, accomunate da uno stile diretto e immediato, da una sobrietà linguistica mai sciatta o dimessa. Come nell’altra raccolta un po’ la lingua varia e le voci femminili e maschili si alternano dando un respiro corale e misurato. Alcuni racconti sono più incisivi, scavano nelle psicologie dei personaggi, altri privilegiano l’epoca, gli ambienti, l’affresco di un età di passaggio, su tutti prevale una prosa spoglia, semplice, un fraseggio essenziale, senza fronzoli o aggettivi e avverbi superflui. Si sente che sono stati curati, magari riscritti, limati, non lasciati al primo impulso dell’ispirazione. In alcuni certo ci sono ingenuità, che un autore professionista eluderebbe, ma d’altro canto proprio questa semplicità,  questa spontaneità conferisce un valore aggiunto molto spesso inesistente nei lavori troppo costruiti. In questa raccolta non mi sento di segnalare preferenze perché ho trovato più omogeneità e una certa difficoltà nell’immedesimarmi nelle storie, tutte hanno particolarità molto spiccate che è difficile non apprezzarli nel complesso. Forse il racconto che mi ha più turbato, se il termine un po’ retrò che uso può rendere bene l’idea, è sicuramente La schiava e l’imperatore di Diego Di Dio, dove una donna abusata, picchiata dal marito, diventa “adulta” per amore del figlio e da schiava si riappropria della sua libertà.

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:: Recensione di Niente, tranne la pioggia di Sergio Paoli

20 aprile 2011

niente–  Sto seguendo un caso.
–  Ah, beh, certo! Un caso. Il caso del vendicatore solitario che se ne fotte di tutto e di tutti e indaga per conto suo. Il tipico sbirro romantico e sfigato dei romanzi noir che gira solo nelle notti scure e piovose e combatte contro una società cattiva all’insaputa dei suoi superiori, che sono ancora più malvagi, e di tutto il resto del mondo, compresa me. Senza contare le cospirazioni in corso, ovvio. Per la “Giustizia”, immagino.  

 
Niente, tranne la pioggia terzo romanzo di Sergio Paoli, uscito l’11 aprile per Todaro Editore è decisamente un libro atipico, sconvolgente per certi versi, decisamente controcorrente nel buonismo dilagante che ha contagiato anche molto noir o pseudo noir. Innanzitutto tratta un tema già di per sé scomodo il trafficking  il commercio illegale  di esseri umani per i più rivoltanti fini dalla schiavitù, allo sfruttamento sessuale, al rapimento per trapianti di organi, al lavoro nero e non lo fa un modo edulcorato o attenuato. Ne mostra anzi i lati più violenti e inumani senza paura di turbare l’eccessiva sensibilità di chi si trincera dietro un opportunismo ipocrita e perbenista convinto che cose simili non possano realmente succedere nel nostro civilizzato e prosperoso nord. E invece le organizzazioni criminali di stampo mafioso ormai infiltratesi agevolmente in Lombardia prosperano grazie ai loro traffici illeciti dal contrabbando di droga, al riciclaggio, alla tratta appunto delle ragazze dell’est e soprattutto magari affidano il lavoro sporco a bende di slavi più o meno disperati, ma i mandanti, le teste pensanti sono altrove, seduti nelle comode poltrone dirigenziali di banche compiacenti o industrie magari quotate in borsa. Il mondo della criminalità sta cambiando i nuovi capi mafia magari hanno master alla Bocconi e partecipazioni azionarie ufficialmente pulite. E l’allarme non solo è dato da Roberto Saviano ma anche dalla Direzione Nazionale Antimafia che avverte di quanto l' infiltrazione delle cosche avanzi e mini il tessuto sociale e produttivo di regioni un tempo estranee al fenomeno. In uno scenario così dolorosamente attuale si muove Vasco Lubrano, sovrintendente capo in forza alla Polizia Giudiziaria della Procura di Bergamo, un uomo solo, capace di scoperchiare il calderone di interessi illeciti che prosperano a Bergamo all’avvicinarsi dell’expo di Milano, ostinatamente deciso ad andare fino in fondo fino alle estreme conseguenze. Tutto inizia con il ritrovamento di un sacco della spazzatura al cui interno si trovano dei resti umani. Il corpo smembrato di una prostituta moldava uccisa e abbandonata in un luogo impervio che solo il caso ha fatto si di ritrovare. Ma chi te lo fa fare Lubrano di prendertela così a cuore, è solo una prostituta, una puttana, spazzatura umana e non persona? Ma Vasco Lubrano non ci sta sente puzza di bruciato sente che altre morti sono collegate, sente che un piano criminale ben più ampio sta tessendo le sue trame e vuole vederci chiaro a rischio di perdere la sua donna, a rischio di perdere la sua stessa vita. Nina, Eughenia, Mariana, sono persone, non pezzi di carne senza valore, meritano che qualcuno si occupi di loro, meritano considerazione dopo tanto dolore, meritano giustizia. Forse non tutti i colpevoli pagheranno, forse come al solito i peggiori la faranno franca, ma che importa, quello che conta e che le vite delle vittime non siano vuoti a perdere.
Niente, tranne la pioggia rappresenta sicuramente un’ evoluzione nella scrittura di Sergio Paoli, una trasformazione che porta ad un’ amarezza e ad una disillusione se vogliamo ancora più marcata che nei lavori precedenti. La solitudine del protagonista, il suo essere un uomo incapace di aprirsi agli altri o di istaurare anche solo un rapporto più solido con la sua donna ne fa una sorta di cane sciolto, di outsider, anacronisticamente depositario di principi e di una moralità che lo emargina e lo isola. La pioggia che cade costantemente, la desolata periferia post industriale, le lavanderie dietro alle quali vecchi mafiosi si costruiscono una vita di facciata, i tir carichi di donne disperate senz’acqua, cibo, possibilità di lavarsi, tutto scorre tra le pagine di questo romanzo intriso di dolore e umana compassione e porta con sé un senso di ribellione e di rifiuto. Dopo aver letto questo libro le notizie che si susseguono nei telegiornali di donne uccise e abbandonate in campi, dirupi, argini di fiume perdono impersonalità. Questa è la vita che ci circonda, questo il male che inquina la nostra quotidianità e guardarlo in faccia ogni tanto non può che essere un’ esperienza da fare prima che il nulla ci sommerga.

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:: Intervista a Michael Ridpath

19 aprile 2011

Ridpath-Anello_dei_ghiacciSalve Mr Ridpath. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Ci racconti qualcosa di lei. Chi è Michael Ridpath? Punti di forza e di debolezza.

Mi piace pensare di essere un marito, padre e amico ragionevolmente affidabile. Per quanto riguarda le debolezze, nonostante anni di tentativi non ho ancora capito come scrivere il thriller perfetto, faccio schifo nel DIY (sì, "il fai da te", insomma, aggiustare le cose in giro per casa) e non so scrivere poesie e nemmeno ho il coraggio di provarci.

Lei è nato nel Devon nel 1961 ed è cresciuto nello Yorkshire. Ci racconti qualcosa del suo background, dei suoi studi, della sua infanzia.

La maggior parte della mia infanzia l’ ho trascorsa nelle valli dello Yorkshire; per le valli e la pastorizia ricorda l'Islanda, ma non è così desolante. Vivevo in un piccolo borgo antico e per me è stato un grande dolore lasciarlo. In seguito infatti ho frequentato l'università in una città di medie dimensioni (Oxford) e poi trovato lavoro in una città veramente grande (Londra). Suppongo che non sorprenda, allora, che alla fine voglia scrivere di valli remote (o "dalur" in islandese).

Come ha maturato l’idea di diventare uno scrittore?

Ho sempre pensato di non esserne in grado, stesso discorso della poesia di qui sopra. Quando avevo 29 anni ho cominciato a pormi il problema che non stavo facendo nulla di creativo e così ho deciso di dilettarmi in segreto con la scrittura creativa. Alla fine ho scritto un romanzo in segreto. In realtà è stato solo quando l’ ho visto su uno scaffale che ho potuto credere di essere davvero uno scrittore.

Come è arrivato alla fiction? Legge anche altri autori contemporanei?

Divido le mie letture in un buon 50%  di thriller e crime e l’altro50% di qualcosa di completamente diverso. E’ il mio modo di prendere le tecniche di altre persone, e anche mantenere la mente aperta a nuove idee anche al di fuori del thriller e del crime.

Ci racconti qualcosa del suo debutto. La sua strada verso la pubblicazione. Ha ricevuto molti rifiuti?

Sono stato estremamente fortunato. Ho trascorso 3 anni a scrivere e riscrivere il mio primo romanzo, Free to Trade, o Dinero Asesino in spagnolo, prima di inviarlo ad una lista di agenti, due alla volta. Il primo agente della mia lista mi ha respinto, il secondo mi ha accettato. Ha fatto un brillante lavoro riuscendo ad ottenere che 5 grandi editori si lanciassero in una guerra di offerte per il libro, e alla fine l'ho venduto per una notevole quantità di denaro. Tanto che ho potuto lasciare il mio lavoro e scrivere a tempo pieno. Ho avuto alcuni periodi di sfortuna da allora, ma non c'è dubbio che sono stato molto fortunato, all'inizio della mia carriera.

Perché ha deciso di scrivere L’anello dei ghiacci?

L’anello dei ghiacci è il primo di una serie che ha per protagonista un detective islandese. Quindi la prima domanda era, perché un detective islandese? Avevo scritto otto thriller finanziari e immaginavo un cambiamento: avevo scritto abbastanza di finanza. Osservando gli scaffali della mia libreria locale ho visto che il crime ha sempre venduto bene, ma ci sono stati tanti detective, come potevo fare la differenza?. Il mio subconscio si avvicinò all’idea  che questa poteva essere l’occasione buona di scrivere finalmente sull’Islanda. Avevo visitato il paese in un tour promozionale per un libro nel 1995 e avevo trovato questo paese un luogo straordinario, bello e selvaggio, piena di gente straordinaria, selvaggia e spesso bella. Ho cercato di essere analitico e pensare ad altre idee, ma la mia mente è rimasta fissa sull’ Islanda. Così l'Islanda è stata.

Quanto è durato il processo di scrittura di L’anello dei ghiacci?

C'è voluto un po 'meno di due anni. I miei libri di norma li scrivevo in circa 18 mesi: 6 mesi di ricerca e pianificazione, 6 mesi per scrivere una prima bozza, 6 mesi di scrittura per le successive stesure. Questo è stato un po’ più  lungo perché avevo molto da imparare sull’ Islanda e sul mio personaggio principale, Magnus.

Quali romanzi hanno l’ hanno ispirata nella scrittura di questo romanzo?

Il Signore degli Anelli, ovviamente (una saga che ha ispirato Il Signore degli Anelli compare nel romanzo). Poi Blood Eagle un libro su un detective di Amburgo, scritto da uno scozzese, che mi ha fatto pensare che potevo farlo anche io. Ma in realtà stavo cercando di scrivere un libro diverso. Il fatto che il giallo nordico fosse di gran moda è stato in un certo senso negativo. Tutto ciò che è di moda può passare di moda. Ho scritto un libro sulla realtà virtuale nel 1996, un soggetto che è riuscito a diventare e passare di moda prima che il mio libro fosse pubblicato.

Può dirci qualcosa sulla trama di questo libro senza rivelare il finale?

Questo è primo caso di Magnus, coinvolge l'omicidio di un professore di letteratura islandese, che era alla ricerca di una saga che era stata tenuta nascosta da una famiglia in Islanda per 700 anni. Emerge che questa saga ha ispirato Tolkien a scrivere Il Signore degli Anelli. E 'quindi preziosa per un sacco di gente.

Può dirci un po’ di più sul suo protagonista, Magnus Jonson?

Il libro è il primo caso di Magnus Jonson, un islandese che si è trasferito in America quando aveva 12 anni. Dopo la morte di suo padre ucciso in circostanze misteriose, diventa un detective della omicidi di Boston. Alla fine si trasferisce nuovamente a Reykjavík per aiutare la polizia lì. Parla naturalmente islandese, ma vede il paese in tutta la sua stranezza attraverso gli occhi di uno straniero. Non è mai sicuro se è un islandese o un americano.

Mi piacerebbe parlare del processo di scrittura. Può descriverci una sua tipica giornata di lavoro?

Lavoro ogni mattina, sempre. Leggo illavoro degli ultimi due giorni e faccio le correzioni. Poi scrivo, con una pausa per una passeggiata e una tazza di caffè circa a metà mattina. Mi impegno a scrivere un minimo di 1.000 parole, fino ad un massimo di 2.000. A volte scrivo nel pomeriggio.
 
I suoi libri sono stati tradotti in vari paesi. È eccitante?

Sì, mi piace il fatto che i miei libri siano letti in molti paesi diversi. E una delle meraviglie di internet è che posso ricevere e-mail da lettori al di fuori del Regno Unito. Oggi ho ricevuto una mail dall’ Austria, ieri da Singapore. Questo è grande.

Progetti di film tratti dai suoi libri?

Ce ne  sono stati un paio, ma poi non se ne è fatto niente. Mi piacerebbe che la  serie di Magnus fosse adattata per una serie televisiva, ma probabilmente per ciò bisognerà aspettate fino a quando non ne avrò scritto ancora qualcuno.

Quali sono i suoi autori viventi preferiti?

William Boyd, Michael Connelly, James Holland (storico militare).

Cosa sta leggendo in questo momento?

Sto leggendo il terzo libro della Millennium Trilogy di Stieg Larsson. Mi è piaciuto il primo libro, ho trovato il secondo lavoro un po’ noioso e il terzo lo sto trovando un po’ duro. Ma è importante per me sapere come Larsson scrive.

Ha un agente letterario?

Penso che tutti gli scrittori commerciali abbiano bisogno di un agente letterario. Mine, Carole Blake e poi Oli Munson, sono uomini d'affari eccellenti. Da profondo conoscitore del commercio nei mercati obbligazionari l’ho fatto per anni, so quanto sia importante conoscere il mercato del bene che si tratta. Questo è ciò per cui gli autori pagano gli agenti. Anche il mio agente è molto bravo a far pubblicare i miei libri in paesi al di fuori del Regno Unito, che è molto importante per me. I miei libri sono stati pubblicati in 38 lingue.

Qual è il suo rapporto come con i suoi lettori? Come possono i lettori mettersi in contatto con lei?

Proprio adesso è come se stessi conversando con i miei i miei lettori. Mi piace sempre ricevere e-mail attraverso il mio sito http://www.michaelridpath.com. Di recente ho sentito un olandese il cui padre di 90 anni era appena morto. Mi ha riferito che ero l’ autore preferito di quest'uomo e la sua famiglia voleva qualcosa di mio da leggere al suo funerale. Ho scritto qualcosa del tipo che mi dispiaceva che la nostra conversazione fosse finita. Dicevo sul serio.

Infine, l'inevitabile domanda: a cosa sta lavorando ora?

Ho finito il secondo libro della serie Magnus e sono a metà del terzo. Il secondo parla di una cospirazione di un gruppo di manifestanti anti-banchieri che decidono di compiere un assassinio per colpa della stretta creditizia. Il terzo è incentrato sul mistero dell'omicidio di un volontario Wikileaks avvenuto sui fianchi del vulcano Eyjafjallajökull in quanto è in eruzione. Potrebbe essere un paese piccolo, ma la vita non è mai noiosa in Islanda, almeno non nei miei libri.

:: Intervista con Federico Baccomo alias Duchesne

18 aprile 2011

La-gente-che-sta-bene-201x300Benvenuto Federico su Liberidiscrivere e grazie di aver accettato la mia intervista. Ex avvocato, blogger, ora scrittore di successo. Iniziamo con una domanda facile facile che forse ti avranno già fatto in molti. Come è nato il tuo soprannome?
 
Nasce davvero per caso. Da blogger, per definizione, ci si investe di un soprannome. È il tipo di scelta che potrebbe portarti via settimane, una sorta di nuovo battesimo, non si può sbagliare, così per superare lo scoglio, ho pensato di farla breve e aprire un vocabolario di inglese alla rubrica dei nomi, ho preso il primo che m’è capitato, in alto sulla sinistra, questo “Duchesne”, mi pareva suonasse bene, l’ho adottato. Poi ho scoperto che era un cognome, neppure inglese. Non proprio il più edificante degli aneddoti.
 
Come è nato in te l'amore per la scrittura?
 
Uno dei libri cui mi capita di tornare più spesso è “La gioia di scrivere”, una raccolta dell’opera di quella poetessa magnifica che è la Szymborska. E ogni volta che la prendo in mano mi fa pensare a un servizio che vidi da bambino alla televisione, si parlava della Disney, mostrarono un disegnatore all’opera, buttò giù un rapido schizzo di Topolino, proprio una dozzina di tratti e uscì il muso, perfetto, che sembrava stampato. Son corso a prendere un foglio e una matita e ho provato a rifarlo, mi sembrava piuttosto semplice. Non era così. A leggere le poesie della Szymborska, la sensazione è la stessa, la meraviglia di quello che sembra bello e semplice, eppure è così difficile da ripetere, ci vuole un impegno, una dedizione, un sacrificio, un amore per tutta quella vita che riempie quelle pagine. Ecco, quando ho scoperto che quella fatica, quella dedizione, che prima mi bloccavano, sono semplicemente necessarie, la scrittura ha smesso di apparirmi un mestiere indomabile, ha cominciato a diventare l’esperienza appassionante che è ora.
 
Parlami dei tuoi esordi ti hanno mai offerto pubblicazioni a pagamento?
 
I miei primi tentativi di pubblicazione si persero nelle solite nebbie editoriali. Mandavo manoscritti, più o meno illeggibili, più o meno acerbi, e nel caso migliore mi ignoravano, nel peggiore mi spiegavano che “la mia opera non sarebbe stata restituita ma mandata al macero”. Non ho mai pensato di pagare per essere pubblicato, in quello forse c’era la mia professione d’avvocato a suggerirmi che certi meccanismi non erano poi molto limpidi. Poi gli anni son passati, e quando ormai avevo messo da parte ogni velleità, è arrivato il blog di Studio Illegale. A quel punto, è stato tutto un concatenarsi di eventi fortunati, il blog è stato notato da qualche editore, i primi a muoversi sono stati quelli di Marsilio, e nel giro di un paio di anni sbarcavo in libreria con un romanzo che per me rappresentava molto di più di un semplice esordio.
 
Hai letto Fahrenheit 451 dello scrittore americano Ray Bradbury? Che rapporto c’è per te tra la memoria e la libertà di esprimersi nell’arte?
 
Ho letto e amato Fahrenheit 451. Questo tema del libro come manifestazione di libertà e scrigno di memoria, è una cosa cui ho pensato tempo fa, quando, a un matrimonio, mi sono trovato seduto davanti a un signore in pensione, sui settant’anni, che, via via che passavano i piatti in tavola, mi raccontava della sua passione per la pittura, della sua collezione di VHS, del suo amore per il cinema di Truffaut, della letteratura, del suo cane, di innumerevoli altri interessi, passioni. Poi, verso la fine della cena, mi ha confidato una sorta di dispiacere: tutto quel patrimonio di conoscenze e di passioni e di esperienze, tirato su in quella che era davvero una vita intera, ora che aveva una certa età, tutto quel patrimonio, quando lui non ci sarebbe stato più, sarebbe semplicemente andato perduto, dissolto. E allora com’è possibile, mi ha chiesto, riuscire a trasmetterlo? E a me, come una sorta di consolazione, è tornato in mente quel principio secondo il quale, piuttosto che dare un pesce, è meglio insegnare a pescare, e insomma, ho detto, forse, invece di trasmettere qualcosa, è sufficiente comunicare la passione, la curiosità, in un certo senso la fame di sapere. Non era d’accordo, la questione non era così semplice. Ma, soprattutto, ha aggiunto, c’è anche da chiedersi a chi trasmetterlo quel patrimonio? E, purtroppo, in assenza di un figlio o di un nipote, anche questa domanda sembrava senza risposta. Ecco, proprio i libri potrebbero essere una di quelle possibili risposte, la possibilità di trasmettere un immenso patrimonio di conoscenze e di passioni e di esperienze e, soprattutto, la possibilità di farlo nei confronti di un numero enorme di persone, ché, mi sembra di capire, non sempre dare un pesce è meno nobile che insegnare a pescare.
 
Parlami della tua città, la utilizzeresti come scenario per i tuoi libri?
 
Io sono nato a Milano quasi 33 anni fa e qui, alla fine, son sempre stato. È il fondale di entrambi i romanzi che ho scritto, e in entrambi i romanzi io la vedo come un personaggio vivo. In questo senso, è uno scenario splendido, contradditorio, ridicolo, dinamico, disperato. Milano è una città piena di buoni propositi che si sfracellano con la realtà dei fatti.
 
Quali sono i tuoi scrittori preferiti stranieri?
 
È una di quelle domande con cui si potrebbe riempire un pomeriggio. Tralasciando i nomi più grandi e noti, mi piace Borges, forse l’autore che più di ogni altro mi ha fatto capire quanto possa essere potente la fantasia, mi piacciono Golding e il suo Signore delle Mosche, Fitzgerald e il suo Grande Gatsby, Cain e il suo Postino che suona sempre due volte, tre romanzi diversissimi, ma vicini nel loro rappresentare la miseria, la sconfitta dell’uomo, che pure non crolla, e facendo un salto fino ad oggi farei il nome di Richard Powers, lo scrittore che oggi forse seguo con più attenzione.
 
Quale strumento di scrittura preferisci usare, la penna, il computer o la macchina da scrivere?
 
Scrivo al computer. Trovarmi con una penna e un foglio mi blocca, è come se il mio cervello ormai ragionasse solo in termini di digitazione. E mi fa ridere pensare che è stato un sforzo di adattamento non da poco, ricordo che scrissi la tesi tutta a mano, ricopiandomela al PC solo al momento della consegna.
 
Credi nei valori politici o sei un disilluso come molti giovani?
 
Il punto, per quanto mi riguarda, è che non mi piacciono i politici in genere, e non parlo di idee buone o meno buone che possono portare avanti, non mi piace l’idea di qualcuno che, anche se animato da ottime intenzioni, in fondo sta cercando di ottenere quello che chiamiamo “potere”. Poi mi rendo conto che è un discorso forse qualunquista, sicuramente che non porta da nessuna parte, qualcuno che governi è necessario, però questa diciamo antipatia, un po’ mi impedisce di credere fino in fondo a queste persone e di conseguenza ai valori che proclamano.
 
Riguardo la stesura di un libro tu preferisci occuparti della descrizione dei luoghi, della descrizione dei personaggi, o dei dialoghi?
 
Ho una particolare predilezione per i dialoghi, è forse l’unico talento che mi riconosco, quel tipo di orecchio, e se in tanti mi hanno detto che la scrittura dei dialoghi è l’aspetto più difficile di un romanzo, per me rappresenta quasi una scorciatoia. Poi, però, la verità è che bisogna cercare di capire cosa funziona in quel momento, in quello snodo, in quel passaggio, e allora ecco che diventa giusto descrivere un cielo, un gesto, un taglio d’occhi. Quello che mi guida è il pensiero della pazienza del lettore, non vorrei abusarne perdendomi in sovrabbondanze. Un grande scrittore come Franzen, ad esempio, uno che sa bene come costruire una frase, a pag. 333 de “Le correzioni”, ha scritto questa frase: “Aveva una faccia grande, con la pelle un po' ruvida, simile a quella del popolare attore italoamericano che una volta aveva impersonato un angelo e un'altra volta un ballerino da discoteca.” Franzen può chiederti quella pazienza, io se avessi scritto una parola più di “simile a John Travolta” mi sarei sentito di troppo.
 
Pensi che ci siano regole d’oro per sopravvivere tra agenti letterari, editori, sponsor, e lettori?
 
Non credo, forse conviene ascoltare il proprio fiuto, sia nei rapporti con gli altri, sia nei rapporti con la propria scrittura. Posso suggerire di affidarsi a persone e parole cui si crede, non è detto che le une o le altre non finiscano per tradirti, ma è quanto di meglio si possa fare per ridurre le delusioni e i rimpianti.
 
Cosa stai leggendo al momento?
 
“Soffocare” di Chuck Palahniuk e “A Bologna le bici erano come i cani” di Paolo Nori.
 
Ami la letteratura underground?
 
Non saprei dire bene cosa si intende per letteratura underground, però credo che oggi, anche se sembrano un po’ passati di moda, i blog possano essere ancora uno spazio per il talento non filtrato, quello più libero, e tra i blog, lo Sgargabonzi (http://sgargabonzi.leonardo.it/blog/), con la sua anarchia, la sua dirompenza, mi pare possa essere uno splendido esempio di letteratura underground.
 
Un aforisma, un proverbio che ti è caro.
 
Tra le centinaia che ha scritto, c’è un aforisma di Karl Kraus che m’è sempre parso parecchio efficace, dice: “Da qualche parte ho trovato la scritta: «Si prega di lasciare il luogo come si desidera trovarlo». Oh, se chi educa alla vita avesse nel parlare anche solo la metà dell'efficacia dei padroni d'albergo!”
 
Studio Illegale. Un blog che è diventato un best seller letterario con 35mila copie vendute, sette ristampe. Per un esordiente che esperienza è stata? Non ti sei sentito in un certo senso travolto?
 
Studio Illegale è stato un piccolo prodigio, è un libro cui voglio molto bene, forse oggi lo scriverei in modo diverso, ci vedo un po’ di ingenuità, ma anche una vivacità che spesso mi pare difficile riuscire a ripetere. Dicevo, è stato un piccolo prodigio anche per come si è comportato, è cresciuto piano piano durante la scrittura, ed è cresciuto piano piano come “prodotto”, s’è conquistato i suoi lettori, ha avuto come una sorta di riservatezza, di circospezione, e questo, per uno che si affaccia in questo mondo, non può che essere una benedizione. Ovvio, tutti poi vorrebbero avere l’attenzione della critica, il nome ai primi posti in classifica o in calce agli editoriali dei quotidiani, ma quel tipo di pressione, quel dover rispondere agli altri, quello smarrimento che ne segue, è facile che si trasformi in qualcosa di molto simile a una gabbia. Studio Illegale magari non mi farà pagare gli affitti per i prossimi anni, ma mi ha dato la possibilità di metter giù delle basi, come primo libro di meglio non poteva offrirmi.
 
Come procede la trasposizione cinematografica?
 
Stiamo lavorando alla sceneggiatura, poi se le cose procedono come si spera a settembre cominceranno le riprese. Devo dire che le persone coinvolte si stanno dimostrando abili, appassionate, era qualcosa che non davo per scontato.
 
La gente che sta bene sempre edito da Marsilio è la tua seconda creatura. Dunque la satira sociale non è morta. Ce ne vuoi parlare?
 
“La gente che sta bene” è, a dispetto del titolo, la storia di un solo uomo, uno che mi pareva potesse essere un ottimo rappresentante di questa categoria molto vaga che è, appunto, la gente che sta bene. Giuseppe, come dice il risvolto di copertina, è uno che ha una famiglia ideale, un solido conto in banca, una carriera in ascesa, degli amici a cui farlo sapere. Mi pare renda bene il suo carattere, un uomo che più che stare bene, è impegnato a convincere gli altri che lui sta bene. In una frase che poi non ho messo nel libro, ad esempio dice: “È vero, ho un divorzio alle spalle ma dire matrimonio fallito, non mi piace, un punto di vista negativo, e non è questo il caso. Io preferisco parlare di una separazione ben riuscita.” Ecco, sta tutto lì, è infantile, vanesio, presuntuoso, eppure in qualche modo così indifeso, inadeguato, un personaggio che offre mille spunti comici, eppure quello che gli sta intorno è in realtà un alone tragico. Mi mette difficoltà parlare con misura, è un personaggio che amo.
 
Viviamo in un periodo di crisi, di recessione, le borse collassano, la disoccupazione aumenta, il titolo del tuo libro ha un sapore un po’ amaro. Per stare bene oggi quali sono le regole del gioco?
 
È difficile indicare una ricetta, si cerca, ognuno a modo suo, di stare a galla. Quello che, nel mio piccolo, ho capito è che c’è questa logica del fare che mi pare un po’ una truffa. Oggi abbiamo il governo “del fare”, un premier che “ha ottenuto i risultati che si prefiggeva”, che invita a darsi “obiettivi ambiziosi”. Anche in televisione ho notato spesso che nelle cosiddette arene, appena si muove una critica, c’è sempre quello che ribatte “ma tu che hai fatto nella vita? Che hai ottenuto?” E questo è il paese che, proprio per il “fare” non poteva fermarsi per la festa della sua unità. Allora mi viene in mente una canzone di Vecchioni, Cyrano, in cui si canta di quest’uomo che prestava le sue parole a un altro perché potesse avere la donna che entrambi, in modi diversi, amavano. Nell’ultima strofa della canzone è proprio Cristiano, il rivale, quello che “ha bagnato d’amore” Rossana, addirittura fino a “che non ha più nessuna voglia”, a dire: “Adesso non lo so, se ho vinto io oppure lui che ti sognava”. Ecco, la logica risultato/fallimento mi pare impedisca di cogliere una storia più ampia, e forse, alla fin fine, non rende davvero l’idea di cosa voglia dire “vincere”.
 
Questo umorismo un po’ sulfureo, caustico che caratterizza i tuoi libri, la tua scrittura, da chi l’ hai ereditato?
 
Credo sia figlio di tutta l’esperienza di una vita, di tutti quelli che hanno esercitato su di me quel potere più o meno oscuro del provocare una risata, siano essi amici, siano essi grandi personaggi come Troisi, Woody Allen, Bill Hicks, Altan, Antonio Rezza, ecc. L’umorismo, soprattutto quello più caustico, è la cifra che oggi sento più vicina quando si tratta di raccontare qualcosa, è la chiave con cui non solo riesco a trovare l’interesse di un possibile lettore, ma anche il mio interesse nel raccontare una storia.
 
Giuseppe Sobreroni fa tanta fatica per emergere per diventare tra virgolette di successo e poi basta un attimo e tutto crolla. Il successo è davvero un’entità così nebulosa e fragile? E’ ancora secondo te un valore per molti giovani?
 
Il successo mi pare oggi un concetto molto vago. Una volta, per dirla banalmente, si era di successo se si avevano i famosi soldi. Oggi mi sembra che il successo, come modalità, abbia invaso molti altri campi, è un po’ la seduzione dell’essere primo, in qualunque cosa si faccia, la seduzione del riconoscimento, della stima e dell’invidia altrui. È un incanto che probabilmente colpisce tutti, giovani e vecchi, bisognerebbe cercare di controllarne la declinazione. Ricordo che i greci parlavano dell’“invidia degli dei” che, di fronte a un uomo che raccoglieva un consenso, una gloria, un potere troppo forte, interveniva a correggere il corso degli eventi, colpendo quello stesso uomo che veniva privato dei suoi privilegi. Mi sembra che sia uno dei modi più belli con cui si è descritta la fragilità del successo.
 
Non so se hai letto Questa città che sanguina di Alex Preston ritratto della società materialistica contemporanea che un po’ mi ha fatto pensare al tuo libro. La felicità è ancora possibile nella nostra società? Quale è il segreto per conquistarla?
 
Credo proprio di sì, voglio crederlo. Di segreti non ce ne sono, ci ha provato anche uno come Bertrand Russell, nel suo “La conquista della felicità”, a indicare delle strade, ma di risultati certi non se ne hanno. Quello che io provo a fare è di non sedermi, di non accettare che le cose siano “così”, che se qualcosa non funziona in fondo vale la pena di provare a cambiarla, che se qualcosa al contrario ci appassiona vale la pena di provare a inseguirla, son insegnamenti ridicoli, me ne rendo conto, ma i miei momenti di felicità son venuti da questo.
 
Progetti per il futuro?
 
La speranza ora è che questo nuovo romanzo possa trovare il suo spazio tra i lettori, nei prossimi mesi poi finalizzeremo la sceneggiatura del film tratto da “Studio illegale”. Provare a dar vita a un terzo libro, il passo successivo.