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:: Intervista a Michael Ridpath

19 aprile 2011

Ridpath-Anello_dei_ghiacciSalve Mr Ridpath. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Ci racconti qualcosa di lei. Chi è Michael Ridpath? Punti di forza e di debolezza.

Mi piace pensare di essere un marito, padre e amico ragionevolmente affidabile. Per quanto riguarda le debolezze, nonostante anni di tentativi non ho ancora capito come scrivere il thriller perfetto, faccio schifo nel DIY (sì, "il fai da te", insomma, aggiustare le cose in giro per casa) e non so scrivere poesie e nemmeno ho il coraggio di provarci.

Lei è nato nel Devon nel 1961 ed è cresciuto nello Yorkshire. Ci racconti qualcosa del suo background, dei suoi studi, della sua infanzia.

La maggior parte della mia infanzia l’ ho trascorsa nelle valli dello Yorkshire; per le valli e la pastorizia ricorda l'Islanda, ma non è così desolante. Vivevo in un piccolo borgo antico e per me è stato un grande dolore lasciarlo. In seguito infatti ho frequentato l'università in una città di medie dimensioni (Oxford) e poi trovato lavoro in una città veramente grande (Londra). Suppongo che non sorprenda, allora, che alla fine voglia scrivere di valli remote (o "dalur" in islandese).

Come ha maturato l’idea di diventare uno scrittore?

Ho sempre pensato di non esserne in grado, stesso discorso della poesia di qui sopra. Quando avevo 29 anni ho cominciato a pormi il problema che non stavo facendo nulla di creativo e così ho deciso di dilettarmi in segreto con la scrittura creativa. Alla fine ho scritto un romanzo in segreto. In realtà è stato solo quando l’ ho visto su uno scaffale che ho potuto credere di essere davvero uno scrittore.

Come è arrivato alla fiction? Legge anche altri autori contemporanei?

Divido le mie letture in un buon 50%  di thriller e crime e l’altro50% di qualcosa di completamente diverso. E’ il mio modo di prendere le tecniche di altre persone, e anche mantenere la mente aperta a nuove idee anche al di fuori del thriller e del crime.

Ci racconti qualcosa del suo debutto. La sua strada verso la pubblicazione. Ha ricevuto molti rifiuti?

Sono stato estremamente fortunato. Ho trascorso 3 anni a scrivere e riscrivere il mio primo romanzo, Free to Trade, o Dinero Asesino in spagnolo, prima di inviarlo ad una lista di agenti, due alla volta. Il primo agente della mia lista mi ha respinto, il secondo mi ha accettato. Ha fatto un brillante lavoro riuscendo ad ottenere che 5 grandi editori si lanciassero in una guerra di offerte per il libro, e alla fine l'ho venduto per una notevole quantità di denaro. Tanto che ho potuto lasciare il mio lavoro e scrivere a tempo pieno. Ho avuto alcuni periodi di sfortuna da allora, ma non c'è dubbio che sono stato molto fortunato, all'inizio della mia carriera.

Perché ha deciso di scrivere L’anello dei ghiacci?

L’anello dei ghiacci è il primo di una serie che ha per protagonista un detective islandese. Quindi la prima domanda era, perché un detective islandese? Avevo scritto otto thriller finanziari e immaginavo un cambiamento: avevo scritto abbastanza di finanza. Osservando gli scaffali della mia libreria locale ho visto che il crime ha sempre venduto bene, ma ci sono stati tanti detective, come potevo fare la differenza?. Il mio subconscio si avvicinò all’idea  che questa poteva essere l’occasione buona di scrivere finalmente sull’Islanda. Avevo visitato il paese in un tour promozionale per un libro nel 1995 e avevo trovato questo paese un luogo straordinario, bello e selvaggio, piena di gente straordinaria, selvaggia e spesso bella. Ho cercato di essere analitico e pensare ad altre idee, ma la mia mente è rimasta fissa sull’ Islanda. Così l'Islanda è stata.

Quanto è durato il processo di scrittura di L’anello dei ghiacci?

C'è voluto un po 'meno di due anni. I miei libri di norma li scrivevo in circa 18 mesi: 6 mesi di ricerca e pianificazione, 6 mesi per scrivere una prima bozza, 6 mesi di scrittura per le successive stesure. Questo è stato un po’ più  lungo perché avevo molto da imparare sull’ Islanda e sul mio personaggio principale, Magnus.

Quali romanzi hanno l’ hanno ispirata nella scrittura di questo romanzo?

Il Signore degli Anelli, ovviamente (una saga che ha ispirato Il Signore degli Anelli compare nel romanzo). Poi Blood Eagle un libro su un detective di Amburgo, scritto da uno scozzese, che mi ha fatto pensare che potevo farlo anche io. Ma in realtà stavo cercando di scrivere un libro diverso. Il fatto che il giallo nordico fosse di gran moda è stato in un certo senso negativo. Tutto ciò che è di moda può passare di moda. Ho scritto un libro sulla realtà virtuale nel 1996, un soggetto che è riuscito a diventare e passare di moda prima che il mio libro fosse pubblicato.

Può dirci qualcosa sulla trama di questo libro senza rivelare il finale?

Questo è primo caso di Magnus, coinvolge l'omicidio di un professore di letteratura islandese, che era alla ricerca di una saga che era stata tenuta nascosta da una famiglia in Islanda per 700 anni. Emerge che questa saga ha ispirato Tolkien a scrivere Il Signore degli Anelli. E 'quindi preziosa per un sacco di gente.

Può dirci un po’ di più sul suo protagonista, Magnus Jonson?

Il libro è il primo caso di Magnus Jonson, un islandese che si è trasferito in America quando aveva 12 anni. Dopo la morte di suo padre ucciso in circostanze misteriose, diventa un detective della omicidi di Boston. Alla fine si trasferisce nuovamente a Reykjavík per aiutare la polizia lì. Parla naturalmente islandese, ma vede il paese in tutta la sua stranezza attraverso gli occhi di uno straniero. Non è mai sicuro se è un islandese o un americano.

Mi piacerebbe parlare del processo di scrittura. Può descriverci una sua tipica giornata di lavoro?

Lavoro ogni mattina, sempre. Leggo illavoro degli ultimi due giorni e faccio le correzioni. Poi scrivo, con una pausa per una passeggiata e una tazza di caffè circa a metà mattina. Mi impegno a scrivere un minimo di 1.000 parole, fino ad un massimo di 2.000. A volte scrivo nel pomeriggio.
 
I suoi libri sono stati tradotti in vari paesi. È eccitante?

Sì, mi piace il fatto che i miei libri siano letti in molti paesi diversi. E una delle meraviglie di internet è che posso ricevere e-mail da lettori al di fuori del Regno Unito. Oggi ho ricevuto una mail dall’ Austria, ieri da Singapore. Questo è grande.

Progetti di film tratti dai suoi libri?

Ce ne  sono stati un paio, ma poi non se ne è fatto niente. Mi piacerebbe che la  serie di Magnus fosse adattata per una serie televisiva, ma probabilmente per ciò bisognerà aspettate fino a quando non ne avrò scritto ancora qualcuno.

Quali sono i suoi autori viventi preferiti?

William Boyd, Michael Connelly, James Holland (storico militare).

Cosa sta leggendo in questo momento?

Sto leggendo il terzo libro della Millennium Trilogy di Stieg Larsson. Mi è piaciuto il primo libro, ho trovato il secondo lavoro un po’ noioso e il terzo lo sto trovando un po’ duro. Ma è importante per me sapere come Larsson scrive.

Ha un agente letterario?

Penso che tutti gli scrittori commerciali abbiano bisogno di un agente letterario. Mine, Carole Blake e poi Oli Munson, sono uomini d'affari eccellenti. Da profondo conoscitore del commercio nei mercati obbligazionari l’ho fatto per anni, so quanto sia importante conoscere il mercato del bene che si tratta. Questo è ciò per cui gli autori pagano gli agenti. Anche il mio agente è molto bravo a far pubblicare i miei libri in paesi al di fuori del Regno Unito, che è molto importante per me. I miei libri sono stati pubblicati in 38 lingue.

Qual è il suo rapporto come con i suoi lettori? Come possono i lettori mettersi in contatto con lei?

Proprio adesso è come se stessi conversando con i miei i miei lettori. Mi piace sempre ricevere e-mail attraverso il mio sito http://www.michaelridpath.com. Di recente ho sentito un olandese il cui padre di 90 anni era appena morto. Mi ha riferito che ero l’ autore preferito di quest'uomo e la sua famiglia voleva qualcosa di mio da leggere al suo funerale. Ho scritto qualcosa del tipo che mi dispiaceva che la nostra conversazione fosse finita. Dicevo sul serio.

Infine, l'inevitabile domanda: a cosa sta lavorando ora?

Ho finito il secondo libro della serie Magnus e sono a metà del terzo. Il secondo parla di una cospirazione di un gruppo di manifestanti anti-banchieri che decidono di compiere un assassinio per colpa della stretta creditizia. Il terzo è incentrato sul mistero dell'omicidio di un volontario Wikileaks avvenuto sui fianchi del vulcano Eyjafjallajökull in quanto è in eruzione. Potrebbe essere un paese piccolo, ma la vita non è mai noiosa in Islanda, almeno non nei miei libri.

:: Intervista con Federico Baccomo alias Duchesne

18 aprile 2011

La-gente-che-sta-bene-201x300Benvenuto Federico su Liberidiscrivere e grazie di aver accettato la mia intervista. Ex avvocato, blogger, ora scrittore di successo. Iniziamo con una domanda facile facile che forse ti avranno già fatto in molti. Come è nato il tuo soprannome?
 
Nasce davvero per caso. Da blogger, per definizione, ci si investe di un soprannome. È il tipo di scelta che potrebbe portarti via settimane, una sorta di nuovo battesimo, non si può sbagliare, così per superare lo scoglio, ho pensato di farla breve e aprire un vocabolario di inglese alla rubrica dei nomi, ho preso il primo che m’è capitato, in alto sulla sinistra, questo “Duchesne”, mi pareva suonasse bene, l’ho adottato. Poi ho scoperto che era un cognome, neppure inglese. Non proprio il più edificante degli aneddoti.
 
Come è nato in te l'amore per la scrittura?
 
Uno dei libri cui mi capita di tornare più spesso è “La gioia di scrivere”, una raccolta dell’opera di quella poetessa magnifica che è la Szymborska. E ogni volta che la prendo in mano mi fa pensare a un servizio che vidi da bambino alla televisione, si parlava della Disney, mostrarono un disegnatore all’opera, buttò giù un rapido schizzo di Topolino, proprio una dozzina di tratti e uscì il muso, perfetto, che sembrava stampato. Son corso a prendere un foglio e una matita e ho provato a rifarlo, mi sembrava piuttosto semplice. Non era così. A leggere le poesie della Szymborska, la sensazione è la stessa, la meraviglia di quello che sembra bello e semplice, eppure è così difficile da ripetere, ci vuole un impegno, una dedizione, un sacrificio, un amore per tutta quella vita che riempie quelle pagine. Ecco, quando ho scoperto che quella fatica, quella dedizione, che prima mi bloccavano, sono semplicemente necessarie, la scrittura ha smesso di apparirmi un mestiere indomabile, ha cominciato a diventare l’esperienza appassionante che è ora.
 
Parlami dei tuoi esordi ti hanno mai offerto pubblicazioni a pagamento?
 
I miei primi tentativi di pubblicazione si persero nelle solite nebbie editoriali. Mandavo manoscritti, più o meno illeggibili, più o meno acerbi, e nel caso migliore mi ignoravano, nel peggiore mi spiegavano che “la mia opera non sarebbe stata restituita ma mandata al macero”. Non ho mai pensato di pagare per essere pubblicato, in quello forse c’era la mia professione d’avvocato a suggerirmi che certi meccanismi non erano poi molto limpidi. Poi gli anni son passati, e quando ormai avevo messo da parte ogni velleità, è arrivato il blog di Studio Illegale. A quel punto, è stato tutto un concatenarsi di eventi fortunati, il blog è stato notato da qualche editore, i primi a muoversi sono stati quelli di Marsilio, e nel giro di un paio di anni sbarcavo in libreria con un romanzo che per me rappresentava molto di più di un semplice esordio.
 
Hai letto Fahrenheit 451 dello scrittore americano Ray Bradbury? Che rapporto c’è per te tra la memoria e la libertà di esprimersi nell’arte?
 
Ho letto e amato Fahrenheit 451. Questo tema del libro come manifestazione di libertà e scrigno di memoria, è una cosa cui ho pensato tempo fa, quando, a un matrimonio, mi sono trovato seduto davanti a un signore in pensione, sui settant’anni, che, via via che passavano i piatti in tavola, mi raccontava della sua passione per la pittura, della sua collezione di VHS, del suo amore per il cinema di Truffaut, della letteratura, del suo cane, di innumerevoli altri interessi, passioni. Poi, verso la fine della cena, mi ha confidato una sorta di dispiacere: tutto quel patrimonio di conoscenze e di passioni e di esperienze, tirato su in quella che era davvero una vita intera, ora che aveva una certa età, tutto quel patrimonio, quando lui non ci sarebbe stato più, sarebbe semplicemente andato perduto, dissolto. E allora com’è possibile, mi ha chiesto, riuscire a trasmetterlo? E a me, come una sorta di consolazione, è tornato in mente quel principio secondo il quale, piuttosto che dare un pesce, è meglio insegnare a pescare, e insomma, ho detto, forse, invece di trasmettere qualcosa, è sufficiente comunicare la passione, la curiosità, in un certo senso la fame di sapere. Non era d’accordo, la questione non era così semplice. Ma, soprattutto, ha aggiunto, c’è anche da chiedersi a chi trasmetterlo quel patrimonio? E, purtroppo, in assenza di un figlio o di un nipote, anche questa domanda sembrava senza risposta. Ecco, proprio i libri potrebbero essere una di quelle possibili risposte, la possibilità di trasmettere un immenso patrimonio di conoscenze e di passioni e di esperienze e, soprattutto, la possibilità di farlo nei confronti di un numero enorme di persone, ché, mi sembra di capire, non sempre dare un pesce è meno nobile che insegnare a pescare.
 
Parlami della tua città, la utilizzeresti come scenario per i tuoi libri?
 
Io sono nato a Milano quasi 33 anni fa e qui, alla fine, son sempre stato. È il fondale di entrambi i romanzi che ho scritto, e in entrambi i romanzi io la vedo come un personaggio vivo. In questo senso, è uno scenario splendido, contradditorio, ridicolo, dinamico, disperato. Milano è una città piena di buoni propositi che si sfracellano con la realtà dei fatti.
 
Quali sono i tuoi scrittori preferiti stranieri?
 
È una di quelle domande con cui si potrebbe riempire un pomeriggio. Tralasciando i nomi più grandi e noti, mi piace Borges, forse l’autore che più di ogni altro mi ha fatto capire quanto possa essere potente la fantasia, mi piacciono Golding e il suo Signore delle Mosche, Fitzgerald e il suo Grande Gatsby, Cain e il suo Postino che suona sempre due volte, tre romanzi diversissimi, ma vicini nel loro rappresentare la miseria, la sconfitta dell’uomo, che pure non crolla, e facendo un salto fino ad oggi farei il nome di Richard Powers, lo scrittore che oggi forse seguo con più attenzione.
 
Quale strumento di scrittura preferisci usare, la penna, il computer o la macchina da scrivere?
 
Scrivo al computer. Trovarmi con una penna e un foglio mi blocca, è come se il mio cervello ormai ragionasse solo in termini di digitazione. E mi fa ridere pensare che è stato un sforzo di adattamento non da poco, ricordo che scrissi la tesi tutta a mano, ricopiandomela al PC solo al momento della consegna.
 
Credi nei valori politici o sei un disilluso come molti giovani?
 
Il punto, per quanto mi riguarda, è che non mi piacciono i politici in genere, e non parlo di idee buone o meno buone che possono portare avanti, non mi piace l’idea di qualcuno che, anche se animato da ottime intenzioni, in fondo sta cercando di ottenere quello che chiamiamo “potere”. Poi mi rendo conto che è un discorso forse qualunquista, sicuramente che non porta da nessuna parte, qualcuno che governi è necessario, però questa diciamo antipatia, un po’ mi impedisce di credere fino in fondo a queste persone e di conseguenza ai valori che proclamano.
 
Riguardo la stesura di un libro tu preferisci occuparti della descrizione dei luoghi, della descrizione dei personaggi, o dei dialoghi?
 
Ho una particolare predilezione per i dialoghi, è forse l’unico talento che mi riconosco, quel tipo di orecchio, e se in tanti mi hanno detto che la scrittura dei dialoghi è l’aspetto più difficile di un romanzo, per me rappresenta quasi una scorciatoia. Poi, però, la verità è che bisogna cercare di capire cosa funziona in quel momento, in quello snodo, in quel passaggio, e allora ecco che diventa giusto descrivere un cielo, un gesto, un taglio d’occhi. Quello che mi guida è il pensiero della pazienza del lettore, non vorrei abusarne perdendomi in sovrabbondanze. Un grande scrittore come Franzen, ad esempio, uno che sa bene come costruire una frase, a pag. 333 de “Le correzioni”, ha scritto questa frase: “Aveva una faccia grande, con la pelle un po' ruvida, simile a quella del popolare attore italoamericano che una volta aveva impersonato un angelo e un'altra volta un ballerino da discoteca.” Franzen può chiederti quella pazienza, io se avessi scritto una parola più di “simile a John Travolta” mi sarei sentito di troppo.
 
Pensi che ci siano regole d’oro per sopravvivere tra agenti letterari, editori, sponsor, e lettori?
 
Non credo, forse conviene ascoltare il proprio fiuto, sia nei rapporti con gli altri, sia nei rapporti con la propria scrittura. Posso suggerire di affidarsi a persone e parole cui si crede, non è detto che le une o le altre non finiscano per tradirti, ma è quanto di meglio si possa fare per ridurre le delusioni e i rimpianti.
 
Cosa stai leggendo al momento?
 
“Soffocare” di Chuck Palahniuk e “A Bologna le bici erano come i cani” di Paolo Nori.
 
Ami la letteratura underground?
 
Non saprei dire bene cosa si intende per letteratura underground, però credo che oggi, anche se sembrano un po’ passati di moda, i blog possano essere ancora uno spazio per il talento non filtrato, quello più libero, e tra i blog, lo Sgargabonzi (http://sgargabonzi.leonardo.it/blog/), con la sua anarchia, la sua dirompenza, mi pare possa essere uno splendido esempio di letteratura underground.
 
Un aforisma, un proverbio che ti è caro.
 
Tra le centinaia che ha scritto, c’è un aforisma di Karl Kraus che m’è sempre parso parecchio efficace, dice: “Da qualche parte ho trovato la scritta: «Si prega di lasciare il luogo come si desidera trovarlo». Oh, se chi educa alla vita avesse nel parlare anche solo la metà dell'efficacia dei padroni d'albergo!
 
Studio Illegale. Un blog che è diventato un best seller letterario con 35mila copie vendute, sette ristampe. Per un esordiente che esperienza è stata? Non ti sei sentito in un certo senso travolto?
 
Studio Illegale è stato un piccolo prodigio, è un libro cui voglio molto bene, forse oggi lo scriverei in modo diverso, ci vedo un po’ di ingenuità, ma anche una vivacità che spesso mi pare difficile riuscire a ripetere. Dicevo, è stato un piccolo prodigio anche per come si è comportato, è cresciuto piano piano durante la scrittura, ed è cresciuto piano piano come “prodotto”, s’è conquistato i suoi lettori, ha avuto come una sorta di riservatezza, di circospezione, e questo, per uno che si affaccia in questo mondo, non può che essere una benedizione. Ovvio, tutti poi vorrebbero avere l’attenzione della critica, il nome ai primi posti in classifica o in calce agli editoriali dei quotidiani, ma quel tipo di pressione, quel dover rispondere agli altri, quello smarrimento che ne segue, è facile che si trasformi in qualcosa di molto simile a una gabbia. Studio Illegale magari non mi farà pagare gli affitti per i prossimi anni, ma mi ha dato la possibilità di metter giù delle basi, come primo libro di meglio non poteva offrirmi.
 
Come procede la trasposizione cinematografica?
 
Stiamo lavorando alla sceneggiatura, poi se le cose procedono come si spera a settembre cominceranno le riprese. Devo dire che le persone coinvolte si stanno dimostrando abili, appassionate, era qualcosa che non davo per scontato.
 
La gente che sta bene sempre edito da Marsilio è la tua seconda creatura. Dunque la satira sociale non è morta. Ce ne vuoi parlare?
 
“La gente che sta bene” è, a dispetto del titolo, la storia di un solo uomo, uno che mi pareva potesse essere un ottimo rappresentante di questa categoria molto vaga che è, appunto, la gente che sta bene. Giuseppe, come dice il risvolto di copertina, è uno che ha una famiglia ideale, un solido conto in banca, una carriera in ascesa, degli amici a cui farlo sapere. Mi pare renda bene il suo carattere, un uomo che più che stare bene, è impegnato a convincere gli altri che lui sta bene. In una frase che poi non ho messo nel libro, ad esempio dice: “È vero, ho un divorzio alle spalle ma dire matrimonio fallito, non mi piace, un punto di vista negativo, e non è questo il caso. Io preferisco parlare di una separazione ben riuscita.” Ecco, sta tutto lì, è infantile, vanesio, presuntuoso, eppure in qualche modo così indifeso, inadeguato, un personaggio che offre mille spunti comici, eppure quello che gli sta intorno è in realtà un alone tragico. Mi mette difficoltà parlare con misura, è un personaggio che amo.
 
Viviamo in un periodo di crisi, di recessione, le borse collassano, la disoccupazione aumenta, il titolo del tuo libro ha un sapore un po’ amaro. Per stare bene oggi quali sono le regole del gioco?
 
È difficile indicare una ricetta, si cerca, ognuno a modo suo, di stare a galla. Quello che, nel mio piccolo, ho capito è che c’è questa logica del fare che mi pare un po’ una truffa. Oggi abbiamo il governo “del fare”, un premier che “ha ottenuto i risultati che si prefiggeva”, che invita a darsi “obiettivi ambiziosi”. Anche in televisione ho notato spesso che nelle cosiddette arene, appena si muove una critica, c’è sempre quello che ribatte “ma tu che hai fatto nella vita? Che hai ottenuto?” E questo è il paese che, proprio per il “fare” non poteva fermarsi per la festa della sua unità. Allora mi viene in mente una canzone di Vecchioni, Cyrano, in cui si canta di quest’uomo che prestava le sue parole a un altro perché potesse avere la donna che entrambi, in modi diversi, amavano. Nell’ultima strofa della canzone è proprio Cristiano, il rivale, quello che “ha bagnato d’amore” Rossana, addirittura fino a “che non ha più nessuna voglia”, a dire: “Adesso non lo so, se ho vinto io oppure lui che ti sognava”. Ecco, la logica risultato/fallimento mi pare impedisca di cogliere una storia più ampia, e forse, alla fin fine, non rende davvero l’idea di cosa voglia dire “vincere”.
 
Questo umorismo un po’ sulfureo, caustico che caratterizza i tuoi libri, la tua scrittura, da chi l’ hai ereditato?
 
Credo sia figlio di tutta l’esperienza di una vita, di tutti quelli che hanno esercitato su di me quel potere più o meno oscuro del provocare una risata, siano essi amici, siano essi grandi personaggi come Troisi, Woody Allen, Bill Hicks, Altan, Antonio Rezza, ecc. L’umorismo, soprattutto quello più caustico, è la cifra che oggi sento più vicina quando si tratta di raccontare qualcosa, è la chiave con cui non solo riesco a trovare l’interesse di un possibile lettore, ma anche il mio interesse nel raccontare una storia.
 
Giuseppe Sobreroni fa tanta fatica per emergere per diventare tra virgolette di successo e poi basta un attimo e tutto crolla. Il successo è davvero un’entità così nebulosa e fragile? E’ ancora secondo te un valore per molti giovani?
 
Il successo mi pare oggi un concetto molto vago. Una volta, per dirla banalmente, si era di successo se si avevano i famosi soldi. Oggi mi sembra che il successo, come modalità, abbia invaso molti altri campi, è un po’ la seduzione dell’essere primo, in qualunque cosa si faccia, la seduzione del riconoscimento, della stima e dell’invidia altrui. È un incanto che probabilmente colpisce tutti, giovani e vecchi, bisognerebbe cercare di controllarne la declinazione. Ricordo che i greci parlavano dell’“invidia degli dei” che, di fronte a un uomo che raccoglieva un consenso, una gloria, un potere troppo forte, interveniva a correggere il corso degli eventi, colpendo quello stesso uomo che veniva privato dei suoi privilegi. Mi sembra che sia uno dei modi più belli con cui si è descritta la fragilità del successo.
 
Non so se hai letto Questa città che sanguina di Alex Preston ritratto della società materialistica contemporanea che un po’ mi ha fatto pensare al tuo libro. La felicità è ancora possibile nella nostra società? Quale è il segreto per conquistarla?
 
Credo proprio di sì, voglio crederlo. Di segreti non ce ne sono, ci ha provato anche uno come Bertrand Russell, nel suo “La conquista della felicità”, a indicare delle strade, ma di risultati certi non se ne hanno. Quello che io provo a fare è di non sedermi, di non accettare che le cose siano “così”, che se qualcosa non funziona in fondo vale la pena di provare a cambiarla, che se qualcosa al contrario ci appassiona vale la pena di provare a inseguirla, son insegnamenti ridicoli, me ne rendo conto, ma i miei momenti di felicità son venuti da questo.
 
Progetti per il futuro?
 
La speranza ora è che questo nuovo romanzo possa trovare il suo spazio tra i lettori, nei prossimi mesi poi finalizzeremo la sceneggiatura del film tratto da “Studio illegale”. Provare a dar vita a un terzo libro, il passo successivo.

:: Recensione de ā€œI Giorni Oscuriā€ di Manel Loureiro a cura di Valentino G. Colapinto

14 aprile 2011

Loureiro_Apocalisse Z I giorni oscuriApocalisse Z – I Giorni Oscuri” di Manel Loureiro (trad. di Claudia Marinelli e Daniela Ruggiu): 340 pp. in brossura, prezzo di copertina €16,60 [Edizioni Nord, 2011].
 
Grazie alle Edizioni Nord, oggi 14 aprile arriva nelle librerie di tutta Italia “I Giorni Oscuri”, seguito del fortunato Apocalisse Z dello scrittore galiziano Manel Loureiro (Pontevedra, 1975), soprannominato lo Stephen King spagnolo.
I Giorni Oscuri comincia esattamente dove finiva Apocalisse Z, ossia coi quattro superstiti (un anonimo avvocato galiziano, il pilota ucraino Viktor Pritchenko, l’infermiera Suor Cecilia e la bellissima adolescente Lucìa) a bordo di un elicottero, mentre cercano disperatamente di raggiungere le Canarie – ultimo baluardo dell’umanità, ridotta in pochi mesi ai minimi termini da una pandemia che trasforma gli uomini in zombi antropofagi, proprio come nei film di George Romero.
Purtroppo per loro, le Canarie si riveleranno non essere affatto quel paradiso che sognavano. Certo, qui non ci sono morti viventi (o almeno così pare…), ma le isole sono sovraffollate, la benzina e i farmaci scarseggiano e per di più i sopravvissuti sono impegnati in una guerra civile senza senso tra repubblicani di Tenerife e monarchici di Gran Canaria.
In questo secondo romanzo Loureiro svela finalmente il segreto dell’epidemia zombesca, provocata dal TSJ, un virus a metà tra l’ebola e la rabbia, prodotto in laboratorio dai russi e liberato nell’atmosfera da una malaccorta incursione di terroristi islamici del Daghestan.
In virtù della loro esperienza di sopravvissuti, l’avvocato protagonista e Pritchenko sono obbligati a partecipare a una missione praticamente suicida: andare a Madrid per recuperare le scorte di farmaci ormai indispensabili.
Nel frattempo, suor Cecilia lotta tra la vita e la morte e Lucìa dovrà sfuggire alla furia omicida di un marinaio poco onesto, finendo per scatenare involontariamente la diffusione del virus TSJ anche a Tenerife.
I Giorni Oscuri ha una cinquantina di pagine in meno ed è decisamente più agile di Apocalisse Z, che dopo un inizio molto intrigante si dilungava in qualche prolissità di troppo.
Mentre nel primo romanzo, tutta la vicenda era narrata attraverso gli occhi dell’avvocato di Pontevedra, alter ego dell’autore, nei Giorni Oscuri Loureiro, sicuramente più a suo agio coi meccanismi narrativi, decide di osare, alternando la narrazione in prima persona dell’avvocato con quella in terza persona delle disavventure di Lucia, non tralasciando per qualche pagina di mostrarci anche la “visione del mondo” di un morto vivente.
Dopo il successo riscosso dalla sua opera prima, grande era l’attesa intorno al seguito, ma possiamo dire che non è andata affatto delusa.
I Giorni Oscuri è un romanzo molto godibile, che si legge in una notte o due, senza lasciare scampo né annoiare il lettore. Peccato per qualche inverosimiglianza della trama, che indebolisce un po’ la struttura narrativa, ma nel complesso Manel Loureiro si conferma un autore da seguire con attenzione, ennesima dimostrazione della vitalità artistica spagnola.
A questo punto aspettiamo il capitolo finale della trilogia, che sicuramente non si farà attendere troppo.
 
Valentino G. Colapinto

:: Intervista con Pierpaolo Turitto

14 aprile 2011

Cover_memoria_destinoGrazie Pierpaolo di aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscirvere. Parlami di te. Descriviti come se fossi un personaggio di un tuo libro.
 
Pierpaolo è un quarantunenne, appassionato di giochi e per questo, alla metà degli anni che ha ora, ha lasciato un tranquillo posto in banca per aprire un negozio.
Il suo amore per la scrittura l’ha portato a collaborare con riviste dedicate ai videogiochi prima e a dirigerne una poi.
Oggi è un padre di famiglia che si divide tra il suo lavoro nutritivo (che gli dà da mangiare) e la scrittura.
 
Com’è nato in te l'amore per la scrittura?
 
Preferirei non inciampare in luoghi comuni ma sin da bambino scrivevo racconti brevi, amavo la corrispondenza con gli amici lontani e vicini. Perché non lo so, pensandoci bene non leggevo nemmeno molto.
 
Raccontami un episodio insolito, bizzarro dei tuoi esordi.
 

Nel mese di febbraio in una bellissima libreria romana gli amici del blog corpifreddi mi hanno accompagnato nelle mia prima presentazione.
Era un venerdì sera e il giorno seguente al mio posto sarebbe stato seduto Glenn Cooper.
I due libri presentati erano esposti in vetrina e sul bancone: La memoria del destino e La mappa del destino. Per assonanza e vicinanza qualcuno li ha comprati entrambi! Grazie Glenn!
 
Quali sono i tuoi scrittori preferiti? Che libro stai leggendo attualmente?
 
Recentemente leggo più gialli e thriller ma la mia libreria è popolata di ogni genere. L’autore più presente è Benni, passione di gioventù. Poi c’è Hornby, Ammaniti, Carofiglio, Mastrocola, Cunningham, solo per citare quelli che vantano almeno una cinquina.
Attualmente ho iniziato il primo libro di Marco Malvaldi, sono pronti già gli altri tre. Prima di lui ho letto con piacere i quattro libri di Maurizio De Giovanni.
 
Parliamo del tuo libro La memoria del destino. Com’è nato? Da che idea, suggestione, ricordo si è generato?
 
Suggestione è il termine giusto. Ero al cinema che vedevo “La finestra di fronte” di Ozpetek e mi sono appassionato all’idea di scrivere una storia ambientata a Roma il 16 Ottobre del 1943, il triste giorno in cui oltre mille ebrei furono deportati dalla capitale.
Poi per supposta incapacità o traghettato da altre idee mi sono spostato al 23 Marzo dell’anno seguente (attentato partigiano di Via Rasella che portò all’eccidio delle Fosse Ardeatine) e di lì al suo anniversario sessanta anni dopo.
 
Come ti sei documentato per la stesura del romanzo? Preferisci frequentare biblioteche o fare ricerche su internet?  
 
Faccio entrambe le cose. Le biblioteche sono di certo più affascinanti, sfogliare non è come cliccare.
 

pierpaoloHai visitato tutti i luoghi di Roma presenti nel libro? La tua visione della città nasce da un esperienza diretta o filtrata per esempio dai racconti di uno scrittore, di un nonno, di un amico?
 
Sono stato in tutti i posti del romanzo e a dire il vero in tanti altri che poi ho scartato. E’ stata un’esperienza direttissima, emozionante e di incredibile accrescimento personale.
 
Passato e presente si intrecciano molto strettamente in La memoria del destino. Come l’ hai dosati nel tuo romanzo?
 
Il passato è motivo e ragione del presente. La memoria del primo è la causa del secondo, un po’ come vedere un tuono e attenderne il fragore.
La storia si svolge però tutta nel presente.
 
La memoria dopo tutto è la chiave che porterà alla soluzione del caso. Come ti è venuta l’idea di creare un espediente così insolito?
 
Ho pensato che ricordare e ricostruire sia la chiave della soluzione di ogni thriller, nel mio caso si deve ricordare e ricomporre ciò che è accaduto molti anni prima.
 
Come nasce la suspence nel tuo romanzo? Dall’intreccio, dai dialoghi, da particolari tecniche narrative, o è scaturita spontaneamente?
 
Il lettore credo che avverta pagina dopo pagina l’imminenza di un nuovo evento o la necessità di un nuovo tassello nel mosaico che si sta componendo. Il resto lo fa il ritmo, i personaggi corrono e con essi la narrazione. Se ho usato delle tecniche narrative non l’ho fatto in modo consapevole!
 
Come nascono i personaggi? Crei una scaletta con le caratteristiche salienti o si evolvono durante la narrazione? Ti è mai successo che un personaggio uscisse diciamo dalla carta e prendesse connotazioni sue proprie, magari diverse da come l’avevi immaginato all’inizio?
 
A dire il vero i miei personaggi sono un po’ sacrificati alla storia e a Roma che fagocita tutti coloro che corrono lungo le sue strade. Non sono mai delineati dalla testa ai piedi. Il lettore credo li conosca più per quello che pensano e provano che per come sono fatti fisicamente. Non sono ispirati a persone reali e come tali hanno una vita propria. Talvolta li immagino quando passo in un posto che ho utilizzato nel romanzo.
 
Tecnicamente come hai proceduto. Diverse stesure, una sola? Hai scritto un capitolo per volta rivedendolo prima di proseguire o hai proceduto a scrivere tutto in una volta per procedere solo dopo alla revisione?
 
Leggo ogni paragrafo alla sua conclusione e faccio lo stesso con il capitolo, sempre a voce alta. Ho fatto una sola stesura che ho corretto e rivisto decine di volte.
 
Il lavoro di editing è spesso lungo e impegnativo. Migliorare un testo è sempre possibile ma influire sul testo di un altro senza snaturarlo implica sensibilità, misura ed esperienza. Che esperienza è stata per te farlo revisionare da un editor?
 
Il testo è passato prima sotto le grinfie di un correttore di bozza severo e poi nelle mani di un editor che ha ritoccato pochissimo e ha sempre trovato la mia totale approvazione.  
 
Hai ricevuto proposte di traduzione per l’estero?
 
No e non credo che ne arriveranno. Forse per queste servirebbe un buon agente e/o un editore grande.
 
E cinematografiche? Se ne facessero un film chi ti immagineresti nel ruolo dei protagonisti?
 
Al momento no e su queste non escludo che possa accadere, qualche tentativo è in essere. Faccio troppa fatica a dare un volto ai protagonisti, non mi viene in mente nessuno.
 
La memoria del destino avrà un seguito?
 
Credo di no. Se me lo chiedessero esplicitamente con tanto di contratto di pubblicazione forse ci penserei su, ma al momento la storia è chiusa.
 
A cosa stai lavorando attualmente?

 
Sto scrivendo un nuovo romanzo la cui idea mi gira in testa da qualche anno. Non è un giallo ma più un’avventura con una strana coppia formata da un’anziana benestante e un extracomunitario musicista.

:: Recensione di La gabbia dei matti di Luca Rinarelli

13 aprile 2011

gabbiaIl periodo d’oro del noir sociale intriso di alti ideali forse un po’ utopistici ma nobilitati da profonde convinzioni ideologiche e umanitarie, a mio avviso ma prendete questa affermazione come un opinione del tutto personale, si colloca negli anni settanta e tra gli esponenti più significativi non posso non citare Jean-Patrick Manchette uno scrittore che fece dell’ impegno politico e civile la sua caratteristica predominante, come non pensare ad opere come Piovono morti e Piccolo blues. Più tardi negli anni ottanta e novanta fino ai giorni nostri autori per lo più francesi penso a Didier Daeninckx, Serge Quadruppani, Thierry Jonquet e Marc Villard, ma anche scandinavi e statunitensi hanno parlato di degrado delle periferie, di sfruttamento, di razzismo, di emarginazione, di antisemitismo. Il noir sociale è stato da sempre una delle declinazioni del noir che più mi hanno coinvolto per cui quando ho saputo che l’editrice Agenzia X affidandosi alla cura di uno scrittore come Matteo Di Giulio inaugurava la collana Inchiostro rosso dedicata appunto al noir di denuncia incentrato su temi scomodi come l’omofobia, il razzismo, il precariato, ho accolto la notizia con una forte carica di aspettativa e devo dire che il primo noir che ho letto di questa collana ha sicuramente superato brillantemente la prova. Di Luca Rinarelli ho avuto modo di leggere In perfetto orario che in un certo senso già conteneva una forte carica di critica sociale per cui non mi stupisco che Di Giulio abbia scelto proprio lui per inaugurare questa collana. Questa volta non ci sono killer venuti dall’est ne padri in cerca di giustizia ma sempre di giustizia si parla quella che vogliono ottenere con metodi più o meno ortodossi un gruppo di ragazzi con handicap mentali inseriti in un progetto riabilitativo, il loro tutor Marco, Daniela una collega della cooperativa di recupero e l’uomo forte del gruppo l’ex legionario Franco. Giuseppe uno dei ragazzi del gruppo è morto in circostanze sospette dopo un arresto. Caduto dalle scale mentre scappava dicono i poliziotti, ma Marco non ci crede. Sa che non è vero. Per obbligare i responsabili ad ammettere le proprie colpe Marco progetta di rapire il vicequestore Cagnazzo, affinché finalmente dica la verità. La confessione poi affidata a Youtube porterebbe finalmente giustizia e pace per la memoria dell’amico, questo almeno sperano in buona fede i ragazzi ma naturalmente non tutto andrà per il verso giusto fino al finale che  non vi anticipo anche se non è difficile da immaginare. Noir di denuncia nel più puro senso del termine, La gabbia di matti, parla di disagio, di marginalità, ma anche di amicizia, di senso di responsabilità, di solidarietà e pur nella sua drammaticità, casi reali che hanno sicuramente ispirato l’autore ce ne sono decisamente troppi, un rosario di nomi che scorrono nelle coscienze come una condanna, non è un noir cupo o pessimista. Anzi spinge a reagire, a non rassegnarsi agli abusi e alla violenza tanto generalizzata specie negli strati che per loro preciso compito dovrebbero arginarla. Ci si interroga, si riflette, si prova anche rabbia, Rinarelli è capace di coinvolgere il lettore nelle sue battaglie, e forte è il messaggio che le cose possono, anzi devono, cambiare perché Federico, Carlo, Stefano siano gli ultimi. Davvero gli ultimi.

:: Recensione de ā€œLa cittĆ  del sessoā€ di Leonardo Palmisano a cura di Valentino G. Colapinto

11 aprile 2011

palmisanoLa città del sesso. Dominazioni e prostituzioni fra immagine e corpo” di Leonardo Palmisano: 128 pp. ill. e rilegato, prezzo di copertina 15,00€, disponibile anche in formato epub a soli 2,99€ [CaratteriMobili, 2010].
 
Leonardo Palmisano(Bari, 1974), sociologo ed etnografo nonché romanziere (Trentaquattro, Il Grillo Editore 2010), è l’autore di un’indagine senza veli su un fenomeno oggi più che mai attuale: la prostituzione.
Il campo di ricerca è ristretto alla città di Bari, ultimamente al centro delle cronache per vicende di escort e scandali assortiti.
La città del sesso” è frutto di un grande lavoro di ricerca sul campo, che ha portato Palmisano a intervistare oltre cinquanta persone tra professioniste della prostituzione, protettori o clienti, di cui vengono riportati molti stralci.
Le prostitute sono divise per aree geografiche omogenee tra nigeriane, rumene-albanesi e sudamericane. Ne esce fuori uno spaccato crudo, privo di ogni malinteso pudore o romanticismo, che ci mostra la prostituzione per quello che è, ossia riduzione in schiavitù di esseri umani, la cui carne viene mercificata da sfruttatori senza scrupoli e clienti incapaci di una vita affettiva e sessuale soddisfacente.
Tra tutte le nigeriane sembrano trovarsi sul gradino più basso del mercato, sottoposte a ogni genere di abusi e spesso soggiogate anche psicologicamente dalla magia tribale delle “madame” (le protettrici, a loro volta ex prostitute, cui spetta fino al 60% dei guadagni).
A spingerle, come sempre, la miseria e il miraggio di un lavoro onesto e ben retribuito. Ma spesso sono le stesse famiglie a vendere le proprie figlie pur di sopravvivere.
Dopo un viaggio infernale, che prevede una sosta di parecchi mesi nei campi di lavoro forzato della Libia, quando le sventurate approdano in Italia, scoprono che la realtà è molto diversa dai loro sogni. Le aspetta una vita durissima, in cui il poco tempo libero viene impiegato essenzialmente per riposarsi, e priva di ogni integrazione nel tessuto sociale della città, in cui restano corpi alieni.
Sembrano più smaliziate, invece, le prostitute dell’est europeo, ben consapevoli di quello cui vanno incontro quando si trasferiscono in Italia, eppure spesso costrette a questo passo dai debiti familiari, da cui non di rado è impossibile affrancarsi, a causa di tassi usurai che non lasciano scampo.
Palmisano analizza anche il discusso mondo della prostituzione dell’alto bordo, in cui non è raro imbattersi in ragazze che esercitano la libera professione, affittando coi propri risparmi un appartamento in centro e procurandosi i clienti grazie ad annunci pubblicati sui giornali e sulla rete. Qui i prezzi salgono esponenzialmente ed è realmente possibile per una professionista accumulare finalmente un piccolo capitale, ma non ci si lasci ingannare. Dietro ogni escort c’è sempre una vita traumatica, spesso tragica, che ha costretto in un modo o nell’altro queste ragazze a scegliere un simile mestiere.
L’autore passa quindi ad analizzare il funzionamento del mercato del sesso, strettamente correlato a quello della droga (cocaina soprattutto). Figura chiave è diventata quella del ragazzo di buona famiglia ma con qualche vizietto di troppo, che per sdebitarsi si ritrova a fare da intermediario tra clienti danarosi e clan malavitosi, permettendo a questi ultimi di infiltrarsi in ambienti altrimenti inaccessibili.
L’indagine si conclude con un’interessante riflessione sull’influsso della pornografia online sui modelli di consumo della prostituzione.
Impreziosito dalla prefazione del noto semiologo Omar Calabrese e da un saggio finale del ricercatore di storia dell’arte Christian Caliandro, il libro di Palmisano unisce al rigore scientifico la scorrevolezza dell’inchiesta giornalistica, senza dimenticare l’ottima cura dei particolari e della veste grafica, cui Caratteri Mobili ci ha abituato.
 
Valentino G. Colapinto

:: Recensione di ā€œPalo Mayombeā€ di Danilo Arona a cura di Valentino G. Colapinto

8 aprile 2011

palo mayombePalo Mayombe” di Danilo Arona: 266 pp. brossura, prezzo di copertina €15,00 – Ebook acquistabile a 4,50€ da www.kipple.it [Kipple Officina Libraria, 2011].
 
Palo Mayombe, diciamolo subito, è un fottuto capolavoro. Danilo Arona è un mostro sacro dell’horror italiano e questo romanzo è una sorta di “Voodoo chile” letterario, un pezzo di bravura che dovrebbe far tremare i polsi a chiunque voglia accingersi a scrivere storie dell’orrore.
Mescolando sapientemente fatti di cronaca ai frutti “malati” di un’immaginazione sfrenata, Arona costruisce un horror perfetto che avvince, diverte, sorprende e inquieta capitolo dopo capitolo, senza stancare mai per oltre 260 pagine fitte di disavventure, colpi di scena, protagonisti intriganti, indagini che portano a esiti sconvolgenti.
C’è davvero tanta roba in Palo Mayombe: rock di qualità e occultismo post-moderno, avventure esotiche e sano splatter, l’amata-odiata Bassavilla e una sequela di paradisi (o inferni?) tropicali da Key West alla Giamaica, dalle Los Roques al Messico. E così è davvero difficile riassumerne la trama in poche righe.
Al centro di tutto, c’è il Palo Mayombe, oscuro e terribile culto sincretista di origine africana, sviluppatosi poi nei Caraibi. Ma ognuno degli undici capitoli di questo romanzo è una storia a sé, raccontata da un personaggio diverso, ciascuno vivo, credibile e a suo modo sorprendente.
Undici storie che si intrecciano, si sovrappongono e ruotano tutte attorno a un terribile rituale magico, la Cazuela, il maleficio della mano mozza, che colpisce uno dopo l’altro una serie di chitarristi, rei di aver sognato di possedere la “mano del diavolo”, ossia la mano di un genio come Jimi Hendrix o piuttosto quella di Endoqui, terribile demone delle selve congoliane?
Così tra cantanti pop scomparse e musicisti falliti, vescovi esorcisti e cacciatori di celebrità, iettatori che si improvvisano investigatori e zombi in fondo non troppo cattivi, Danilo Arona trascina il lettore in una sarabanda scatenata, in cui diventa difficile se non impossibile riuscire a distinguere la realtà dalla fantasia.
Solo alla fine del libro, tramite delle ricerche online, ho scoperto che il narcosatanista Adolfo de Jesús Constanzo e i fatti di Matamaros non sono affatto invenzioni letterarie, per quanto perfettamente amalgamate nel contesto. E inserito nel libro c’è anche un Requiem scritto da Sergio “Alan D.” Altieri per l’11 settembre e un articolo di Gianni Riotta scritto per Il Corriere della Sera. Perché Palo Mayombe ha una struttura narrativa ciclica e senza fine: «il Malongo ha sempre più fame. In giro, per il mondo, prolificano le Cazuele. Serve più gente, ogni giorno di più.»
Un’ultima nota: Palo Mayombe è stato originariamente pubblicato da Dario Flaccovio nel 2004, ma la qui presente è un’edizione riveduta e corretta dallo stesso autore, che ha provveduto a limare e arricchire un romanzo già di per sé fenomenale. Il libro è disponibile sia nel classico formato cartaceo che come ebook a un prezzo molto accessibile.
 
Valentino G. Colapinto

:: Segnalazioni: Nero di Puglia e Altrisogni

7 aprile 2011

Segnalo ai nostri lettori che volessero cimentarsi nella scrittura due interessanti Concorsi lettearari entrambi gratuiiti che si distinguono per la serietà e l'inventiva: Nero di Puglia e Nel Buio Altrisogni.

bozza manifestoSi chiama Nero di Puglia, ma non è un vino

 È nato “Nero di Puglia 2011. Il noir in tutte le sue gradazioni.” No, non è un vino, ma un nuovo concorso letterario nazionale dedicato a racconti inediti di genere giallo, noir, thriller o mystery, non più lunghi di 20.000 caratteri (spazi inclusi) e ambientati in Puglia.
Tasse d’iscrizione? Nessuna. Premi? 1.000€ al primo classificato, 400€ al secondo e 200€ al terzo, che in questi tempi di crisi non sono pochi.
Giurati scelti tra scrittori e appassionati del genere. Presidente di Giuria lo scrittore di Manduria Omar Di Monopoli, autore di una trilogia pulp-noir ambientata in Puglia, con cui si è guadagnato i favori di pubblico e critica.
Nero di Puglia vuole affermarsi come un concorso serio e autorevole e per questo i dattiloscritti dovranno pervenire in forma anonima (il nome dell’autore sarà indicato solo nella lettera di presentazione). C’è tempo fino al 31/05/11 per inviare le proprie opere. Per maggiori informazioni:
http://nerodipuglia.wordpress.com/ e associazioneurloacquaviva@yahoo.it.

Nel buio– concorso gratuito per racconti e fotografie

Prende il via il 10 Aprile il primo concorso letterario e fotografico a tema di Altrisogni e D&N, in palio la pubblicazione
 
Nel buioè un concorso gratuito per racconti e fotografie, organizzato dalle riviste digitali Altrisogni e D&N. Il concorso è aperto a racconti inediti di genere horror, fantascientifico o weird da 10.000 caratteri, oppure a fotografie in tema. Requisito fondamentale, le opere proposte devono essere in sintonia con il tema Nel buio.
È possibile partecipare con racconti, fotografie o con entrambi. Per i racconti, il punto di riferimento è la redazione della rivista digitale di narrativa Altrisogni. Per le fotografie, il punto di riferimento è la redazione della rivista di ottica e fotografia D&N. Le opere dovranno essere inviate entro il 30 giugno 2011.
Ogni redazione identificherà le 10 migliori opere per la categoria afferente. Le opere così selezionate verranno pubblicate in un’antologia in formato ebook, realizzata dall’editore
dbooks.it. Il racconto primo classificato e la fotografia prima classificata verranno, inoltre, pubblicati in contemporanea su Altrisogni e su D&N. L’annuncio dei vincitori avverrà sui numeri di settembre 2011 di entrambe le riviste.
Per ulteriori informazioni si rimanda alle pagine web di Altrisogni e di D&N. Il bando completo del concorso è presente anche sulle pagine delle riviste.
Per informazioni sulla sezione letteraria del concorso si rimanda alla
pagina dedicata del blog di Altrisogni
 

Altrisogni – rivista digitale di narrativa horror, sci-fi e weird

Email: altrisogni@dbooks.it
Blog: http://altrisogni.blogspot.com
Sito dell’editore: www.dbooks.it

D&N – rivista online di ottica e fotografia

Email: redazione@denonline.it
Sito: http://denonline.it

:: Recensione de ā€œL’Eroe dei Due Mariā€ di Giuliano Pavone a cura di Valentino G. Colapinto

7 aprile 2011

eroe_pavoneL’Eroe dei Due Mari” di Giuliano Pavone: 298 pp. in brossura, prezzo di copertina €17,00 – Disponibile anche come ebook a 9,99€ [Marsilio, 2010].
 
L’Eroe dei Due Mari è il primo romanzo scritto Giuliano Pavone (Taranto, 1970), già giornalista e autore di saggi sul cinema e il calcio nonché libri umoristici.
Si tratta di un’opera originale e divertente, godibilissima, scritta in maniera varia e scorrevole; ignoriamo quanto pesante sia stato l’editing cui è stato sottoposto, ma Pavone mostra di possedere un sicuro talento narrativo.
Questo libro ha una storia bizzarra, che vale la pena di essere raccontata, in quanto è diventato un “caso” prima ancora di essere pubblicato, grazie a una recensione del manoscritto fatta da Tommaso Labranca sulla rivista Film Tv, ripresa poi da alcuni blog, la quale ha creato un tam tam mediatico che ha convinto un editore come Marsilio ad assicurarsene i diritti. 
Il romanzo risente fortemente delle tre grandi passioni di Pavone: la sua città natale che ha abbandonato anni fa per trasferirsi a Milano, il calcio e la commedia all’italiana.
Taranto, innanzitutto. La città più dissestata d’Italia e più inquinata d’Europa. Una città in crisi nera da decenni, il cui benessere e la cui salute sono fortemente correlati al gigantesco Siderurgico. Una città che sembra aver perso la capacità di sognare un riscatto.
Abbiamo imparato a conoscere bene questo scenario post-apocalittico, grazie ai romanzi di Cosimo Argentina o ai saggi di Giuliano Foschini, ma Pavone decide di raccontarcelo usando le corde a lui più congeniali della commedia all’italiana, e qui sta la prima nota d’originalità.
La seconda trovata è quella di raccontare Taranto attraverso il calcio. Non ci sono infatti molti romanzi calcistici nella letteratura italiana e questo sport è sempre stato trattato con una punta di disprezzo e snobismo da parte degli intellettuali, a differenza di quanto avvenuto altrove (penso all’Inghilterra, per esempio).
Ma quale lente può aiutare un romanziere a raccontare l’Italia di oggi meglio del gioco del pallone con tutto il suo splendore e la sua corruzione, le esagerazioni e i vizi?
Tutto comincia con Luìs Cristaldi, il più forte calciatore del mondo, che si trasferisce a costo zero nell’A.S. Taranto Calcio, persuaso da Fratello Egidio – un tele-predicatore d’accatto che sostiene di averlo guarito da un male incurabile –, rianimando così la città dall’atavico torpore. Ed ecco che tutti i tarantini si ritrovano proiettati nel sogno della tanto agognata Serie A, come se questo fosse il traguardo più importante del mondo, dimentichi delle miserie che li circondano.
Pavone tratteggia con delicatezza una teoria di personaggi spassosi come il sindaco Filippo Panìco, calcisticamente analfabeta e sempre alle prese col tifosissimo usciere Santino (che bene avremmo visto in una commedia con Lino Banfi) oppure Armando, epitome del bamboccione meridionale, o ancora Gaia, avvenente e sprovveduta telecronista, che spezzerà il cuore a Pierangelo Giummo, grigio giornalista di provincia.
Tante vicende si intrecciano abilmente sullo sfondo delle vicissitudini calcistiche del Taranto fino a un finale sorprendente, che vedrà comunque un lieto fine per la maggior parte dei protagonisti.
Dopo tante storie catastrofiche e thriller sanguinolenti, fa decisamente bene allo spirito leggere ogni tanto un libro che strappa sorrisi a ogni pagina e non finisce con l’estinzione del genere umano.
 
Valentino G. Colapinto

:: Intervista con Vania Colasanti.

4 aprile 2011

vaniaGrazie Vania di aver accettato la mia intervista e benvenuta su Liberidiscrivere. Raccontati ai nostri lettori. Che persona sei, che studi hai fatto, dove sei vissuta? Forza e debolezza di Vania Colasanti.
 
Sono nata e cresciuta a Roma. Ho frequentato il Liceo Linguistico e poi ho studiato Storia dell’Arte. Sono giornalista professionista e attualmente lavoro per Rai Internazionale, sono autrice di un programma quotidiano che si chiama Italia è. Ci occupiamo di attualità e in particolar modo seguo la rubrica musicale e quella di libri condotta dalla scrittrice Cinzia Tani. E’ un programma rivolto agli italiani all’estero.    
 
Raccontami qualcosa della tua infanzia, un ricordo solare, un piccolo aneddoto curioso o  insolito.
 
Se penso all’infanzia mi vengono in mente le vacanze al mare d’estate. Penso al sole, ai miei 10 anni, quando trascorrevo il tempo sulla spiaggia dell’Argentario, un luogo che mi è molto caro e in cui torno spesso.
 
Giornalista e autrice Rai ora scrittrice. Puoi parlarci della tua esperienza professionale?
 
Ho iniziato con la carta stampata. Ho cominciato a lavorare a Paese Sera poi ho collaborato per anni al Venerdì di Repubblica. Curavo una rubrica che si chiamava A casa di caratterizzata dalla fotografia del frigorifero. Erano interviste a casa di personaggi famosi, della politica, dello spettacolo. Anche le loro letture erano importanti per conoscere meglio il personaggio: dimmi cosa leggi e ti dirò chi sei. Dopo, era il 1997, Renzo Arbore mi chiamò come autrice a Rai International. 
 
Ciao, sono tua figlia – Storia di un padre ritrovato edito da Marsilio è il tuo primo romanzo. Puoi parlarcene?
 
E’ un libro essenzialmente autobiografico. Narra la mia esperienza. E’ il frutto di un lungo lavoro analitico che mi ha permesso di entrare dentro la mia storia. Io sono una giornalista, scrivere e la mia attività professionale principale. Narrare in fondo è il mio lavoro.
 
Come hai deciso di metterti in gioco e scrivere un vero e proprio romanzo autobiografico in cui parli del tuo rapporto con tuo padre?
 
Mi chiedi per quale motivo l’ho scritto. Innanzitutto è stata un’esperienza positiva, così come è stato positivo l’atteggiamento nell’affrontarla. E spero con la mia testimonianza di poter essere utile a persone che hanno vissuto o vivono situazioni come la mia. 
 
L’assenza di un genitore a volte paradossalmente è una presenza anche ingombrante. A volte si può idealizzare un padre assente o colpevolizzare il genitore presente. A te è successo?
 
Per anni l’ho creduto morto. Era un modo per difendermi dalla sua sparizione. Crederlo morto, in un certo senso, mi aveva permesso di dargli un’identità. E quando sono arrivata all’accettazione del  suo abbandono, ho deciso di cercarlo, grazie anche alla collaborazione di mia madre che ha sempre sostenuto la ricerca di mio padre. Mettendo da parte i suoi risentimenti personali.
 
Fanda1Un padre che ci abbandona può generare sentimenti di frustrazione, rabbia, a volte disprezzo. Pensi che la capacità di perdonare, di comprendere le motivazioni degli altri, le debolezze, possa essere possibile? Si può continuare ad amare un padre assente? Si può perdonare un padre che ci ha abbandonati?
 
Più che perdonare ho accettato mio padre per quello che è. Certamente non condivido il suo comportamento. Sono madre di un figlio di vent’anni e per me è inconcepibile una simile scelta. Devo dire che non ho avuto sentimenti di rabbia, ma il suo abbandono ha generato in me sicuramente delle insicurezze. Paura di essere abbandonata, paura di trovarmi da sola.  
 
E’ stato difficile scrivere questo libro o ho hai trovato in te quasi una spinta automatica a narrare e a narrarti?
 
Per me scrivere è quasi un bisogno fisiologico. Se non scrivo è come se mi mancasse qualcosa, scrivere, per me, è come bere un bicchiere d’acqua quando si ha sete.  E’ stato un processo molto spontaneo. Io sono molto veloce nella scrittura, anche grazie al lavoro che faccio. Il libro è diviso in tre parti. Il primo capitolo è stato scritto un po’ di tempo fa, poi sono successi degli eventi che mi hanno spinto a scrivere il secondo e terzo capitolo in un mese. Un mese è mezzo.
 
Il riavvicinamento è stato un processo graduale o è avvenuto quasi all’improvviso magari in maniera casuale? Il ruolo di tua madre è stato fondamentale?
 
Il ravvicinamento è avvenuto in due fasi. Prima c’è stato un incontro all’uscita del liceo. Erano anni in cui una ragazza madre – come la mia – faceva ancora scalpore. Avevo il suo cognome, ma lei mi aiutò a contattare mio padre, richiamandolo direttamente dopo 16 anni di silenzio. Questo primo incontro piuttosto superficiale a scuola non mi aveva del tutto soddisfatto. Ma io sono una persona cocciuta e tenace, così a distanza di tempo, con un pretesto, l’ho richiamato e rincontrato.  E il nostro rapporto si è consolidato. Tanto che, lo spider della copertina, fu proprio uno dei suoi primi regali. E spero dia quel senso di leggerezza che serve a superare anche momenti difficili.
 
Quanto tempo hai impiegato a scriverlo? Scrivevi nei ritagli di tempo magari la sera o ti sei presa una pausa proprio per scriverlo?
 
Come ti ho detto il primo capitolo l’avevo nel cassetto. Il secondo e il terzo l’ ho scritto in circa un mese, un mese e mezzo. L’ ho scritto d’estate un po’ a tavolino. Il secondo e terzo capitolo sono più incentrati sulla ricerca dei miei fratelli. 
 
Cos’è per te la libertà? Cosa ti fa sentire veramente libera?
 
La libertà è avere la padronanza del proprio tempo. Avere tempo per se stessi. Questo naturalmente non significa venire meno alle proprie responsabilità, alla famiglia, al lavoro. Ma semplicemente poter disporre del proprio tempo in modo libero.
 
Ti senti femminista? Pensi che ci siano ancora molte battaglie da combattere per la vera parità dei sessi?
 
Secondo me uomo e donna sono complementari. Naturalmente non rinnego le battaglie femministe, ci mancherebbe altro! Ma continuare oggi a sottolineare questa differenza, in un certo senso, rimarca il divario. Mi auguro che in futuro non ce ne sia più necessità.     
 
Ciao, sono tua figlia. Storia di un padre ritrovato avrà un seguito o è un’ esperienza conclusiva?
Credo che avrà un seguito. Temevo una reazione negativa di mio padre che invece non c’è stata. Anzi è stato il primo a volere dare un contributo a volere che raccogliessi la sua testimonianza in una sorta di intervista. Non per giustificarsi ma per raccontare le sue motivazioni, cosa l’ ha spinto a comportarsi in quel modo. Raccoglierò il materiale e se vale la pena sì ci sarà un seguito.
 
Puoi anticiparci in esclusiva per Liberidiscrivere i tuoi progetti per il futuro?
 
Essenzialmente continuare a lavorare in Rai come autrice televisiva, è il mio lavoro da anni ed è quello che amo fare, nello stesso tempo anche continuare a scrivere libri, poesie. Una cosa non esclude l’altra.

Per saperne di più la Pagina Ufficiale Facebook: http://www.facebook.com/pages/Ciao-sono-tua-figlia-di-Vania-Colasanti/184224814947250

:: Recensione di ā€œSanguā€ a cura di Valentino G. Colapinto

1 aprile 2011

sanguSangu. Racconti noir di Puglia di AA.VV: 144 pp. brossura, prezzo di copertina €12,00 [Manni, 2011].
 
Mai come negli ultimi anni si sono affermati così tanti scrittori pugliesi, tanto che si è parlato da più parti di un rinascimento letterario in atto nel Tacco d’Italia. Questo fenomeno, però, aveva finora interessato solo marginalmente la letteratura di genere, e in particolare il noir. Tralasciati, infatti, due magistrati scalatori delle classifiche come Gianrico Carofiglio e Giancarlo De Cataldo, non è facile individuare altri pugliesi specialisti di un genere così di moda.
Proprio per smentire questo dato e affermare che anche la Puglia – al di là dell’immagine da cartolina fatta di cime di rapa e taranta – può essere una regione per noir (e basti pensare ai tanti casi mediatici di cui è stata protagonista ultimamente, come il delitto della povera Sarah Scazzi), la Manni Editori ha pensato bene di realizzare l’antologia “Sangu”, chiedendo a dieci autori pugliesi – prevalentemente salentini, come la stessa casa editrice del resto – di raccontare il lato oscuro di questa regione.
Molti i nomi famosi a livello nazionale e apprezzati sia dal pubblico che dalla critica tra Cosimo Argentina (Taranto, 1963), Rossano Astremo (Grottaglie, 1979), Piero Calò (Manduria, 1969), Carlo D’Amicis (Taranto, 1964), Daniele De Michele in arte “donpasta”, Omar Di Monopoli (Bologna, 1971), Elisabetta Liguori (Lecce, 1968), Piero Manni (Soleto, 1944), Livio Romano (Nardò, 1968) ed Enzo Verrengia (Alatri, 1955).
Di tutti questi due soltanto, Di Monopoli ed Enzo Verrengia, avevano già una qualche familiarità col genere, mentre per gli altri si è trattata di una prima volta assoluta e questo emerge chiaramente dalla notevole eterogeneità del volume, che contiene racconti molto diversi tra loro: al pulp tarantiniano si alterna l’horror soprannaturale, al noir vero e proprio lo splatter o il divertissement letterario.
I temi affrontati vanno dalla piaga ancora viva del caporalato a delitti consumati in una banale quotidianità, dalla mafia alla superstizione popolare, ma tenendo sempre al centro una depravazione fisica e morale, che sembra contagiare tutto e tutti.
Si tratta per lo più di storie molto crude, per stomaci forti. Basti pensare che su dieci racconti, tre contengono episodi di necrofilia. Storie in ogni caso non banali, né banalmente raccontate. Gli autori coinvolti, infatti, fanno largo uso della contaminazione col dialetto (o con l’albanese nel caso del racconto di D’Amicis) e di sperimentazioni letterarie più o meno ardite, ma senza cadere quasi mai nello sterile gioco intellettuale. Si tratta pur sempre di narrazioni impastate di terra e di sangue.
Personalmente, ho apprezzato in particolar modo “Maledetta maciàra” di Omar Di Monopoli e “Straordinario” di Enzo Verrengia, che come detto erano i soli due a essere già avvezzi al genere nero e ne danno dimostrazione sfruttando al meglio i meccanismi del noir, con tanto di colpo di scena finale spietato e fulminante.
“Maledetta maciàra” racconta della scomparsa di un bambino, Tommasino, in un indefinito paese salentino, dietro cui non si può non vedere l’eco dei fatti di Avetrana, avvenuti a pochi chilometri dalla Manduria dove risiede da anni Di Monopoli. Del delitto di Tommasino viene incolpata una maciàra, sorta di fattucchiera in salsa pugliese, facile capro espiatorio per il popolino, ma la realtà come al solito non è così scontata. In poche pagine Di Monopoli riesce a tratteggiare una vicenda esemplare, mostrandosi come di consueto maestro nell’invenzione di un dialetto letterario efficacissimo.
“Straordinario” narra la parabola finale della vita di un grigissimo bancario, Alfonso Limosani detto Fonzino, costretto dal suo direttore a farsi saldare di persona il debito contratto dai Fratelli Cioffreda, delinquenti incalliti. Mentre attraversa una suburbia post-apocalittica, in cui non è difficile riconoscere la San Severo amata-odiata dall’autore, Fonzino decide di riscattare la sua mediocre esistenza, salvando una bella prostituta senegalese dal suo sfruttatore. E sarà proprio questo inatteso gesto di bontà a portarlo alla rovina.
Notevole anche l’esercizio di stile di Carlo D’Amicis nel suo “Ammazzare i Morti”, che impastando italiano e albanese è riuscito a raccontare con un ininterrotto flusso di coscienza di oltre venti pagine le vicissitudini picaresche e tragicomiche di uno dei tanti immigrati extracomunitari in cerca di miglior fortuna.
Nel complesso, quindi, un esperimento sicuramente interessante e godibile, di cui sarebbe bello vedere presto un seguito, che coinvolga magari anche altri scrittori pugliesi non necessariamente salentini.
 
Valentino G. Colapinto

:: Recensione di La memoria del destino di Pierpaolo Turitto

1 aprile 2011

Cover_memoria_destinoRoma. Nel marzo del 1944 via Rasella fu teatro di un’azione dimostrativa di un gruppo di partigiani  che attaccarono un reparto delle truppe naziste di occupazione uccidendo 33 militari tedeschi. Ne seguì la sanguinosa rappresaglia che si consumerà nell’eccidio delle Fosse Ardeatine. Sessant’anni dopo nell’anniversario dell’attentato l’apparente suicidio di un anziano professore universitario da l’avvio ad una vicenda in cui storia e memoria, appunto la memoria del destino che da il titolo al romanzo, giocano un ruolo decisivo. L’ispettore Cangemi chiamato a  seguire le indagini inizia in un primo tempo a non credere alla tesi del suicidio. Troppi indizi lo portano ad avere dei dubbi: la porta di casa aperta del professore Friedrick Gius, i fogli sparsi per terra ai piedi della sua scrivania come se qualcuno avesse rovistato tra le carte, la porta di uno sgabuzzino socchiusa come se qualcuno vi ci fosse nascosto per poi scappare via forse in preda al panico o al rimorso, piccoli dettagli certo ma che stonano con il quadro generale. Anche Pietro De Simone, giornalista de il Messaggero, storico quotidiano romano ha le sue idee. E’ il primo a collegare la morte con l’attentato che si svolse proprio lo stesso giorno, in quell’esatto punto, all’incirca alla stessa ora. Anche due ragazzi Marta e Tommaso, veri protagonisti della storia, due studenti universitari, forse gli unici testimoni della morte del professore, si interrogano su cosa possa essere successo. Su chi era l’uomo con cui il professore parlava, forse litigava, poco prima del salto nel vuoto. Ma hanno paura. Chi li crederà innocenti? Chi crederà alla loro assurda storia? Poi l’avvelenamento di un anziano religioso da a Cangemi la certezza che in intorno a quella morte sospetta ci sia sotto qualcosa, qualcosa di terribile. Cangemi ha poco tempo, deve fare in fretta a capire cosa sta succedendo, deve fermare la spietata macchina messa in moto forse proprio dal lontano 1944. Non dirò di più della trama perché di un thriller si tratta, e la suspence e il coinvolgimento emotivo del lettore che ne deriva si basano nello scoprire passo passo i tasselli dell’indagine. La minaccia che incombe per tutta la narrazione che troverà risoluzione solo nel finale è sicuramente la parte più intrigante del romanzo. Roma emerge con le sue chiese, i suoi sotterranei, le sue vie, i suoi monumenti con tutta la sua meraviglia e il suo fascino assoluto. Si vede che l’autore si è documentato con certosina perizia non tralasciando nessun dettaglio e questo lavoro di ricerca è ben ricompensato dal sapore realistico che il testo riflette. Gli elementi esoterici che traspaiono quasi in filigrana assieme alla bellezza che emana dalla Città Eterna scenario ideale per fare confluire la  Storia con il gioco di specchi creato da sette segrete e oscure cospirazioni, rendono questo libro sicuramente interessante per coloro che apprezzano i classici del genere. Per chi ha amato i romanzi   di Dan Brown una lettura da non perdere.