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:: Roma vista controvento, Fulvio Abbate (Bompiani, 2015) a cura di Federica Guglietta

26 aprile 2015

wLa Roma di Pasolini non esiste più.

Quella Roma piena di borgate e fermenti culturali, in un tempo in cui l’occhio dell’artista riusciva a cogliere in modo realistico e per nulla edulcorato la vita della gente comune. Una Roma in bianco e nero, ma piena di colore e vitalità. Un cuore pulsante contornato di idee, opinioni politiche, opinioni. Certo, qualcuno dai piani alti si è mosso. Qualcuno che aveva mezzi per mettere a tacere tutto.

Oggi che rimane? Niente? Qualcosa, forse. La Roma dei nostri giorni è diversa. La Roma dei nostri giorni ha in sé un dualismo difficile da raccontare. Anche la Città Eterna di Pier Paolo Pasolini ce l’aveva, questa duplicità, divergenza, questo contrapporsi tra immobilità e brulicare.

Ci è riuscito Fulvio Abbate col suo nuovo libro Roma vista controvento, edito da Bompiani e presentato da Carlo Verdone, curatore della prefazione, e Barbara Palombelli lo scorso 21 aprile presso la libreria Fandango in via dei Prefetti.

Una Roma vista – appunto –  controvento, da una direzione opposta a quella ordinaria, con un altro punto di vista. Più che una guida, come sembrerebbe dalla scritta a caratteri cubitali che campeggia in copertina, un viaggio.

Un viaggio inaspettato, anticonformista, che lascia spazio a tutti e nessuno con l’occhio critico e il cuore ferito di chi Roma la ama e non la sopporta, di chi ne nota bellezza e degrado, benessere e degrado. Volendo essere più precisi: il benessere oligarchico, il disagio dilagante. Questo viaggio spazia dai quartieri alti, rappresentazione architettonica del potere, locus amoenus solo politici, prelati e gente che conta, per chi conosce chi e si guarda le spalle a vicenda, per scandali, inadempienze, raccomandazioni e chi più ne ha più ne metta, ai salotti culturali che ormai vedono la cultura solo come mercificazione ed ostentazione ed arriva ai quartieri dimenticati, quelli dove vive la gente comune. Ed è proprio la gente comune ad essere il cuore pulsante di una Roma che, altrimenti, sarebbe solo scheletro delle glorie passate, dalla maestosità dell’Impero agli anni in cui Roma Capitale non significava corruzione, ma arte e set di film che hanno fatto Storia.  Abbate strizza un occhio alla normalità e mette in evidenza pregi e difetti, riso e pianto, amore e odio.

Tappe parlanti di questo viaggio – analisi minuziosissima sono: il cannone del Gianicolo, il nastro trasportatore bagagli dell’aeroporto “Leonardo da Vinci”, i sanpietrini, i negozi di arredi liturgici e indumenti  religiosi, la storica casa di Alberto Sordi sull’Appia Antica, il baccalà, i luoghi di Pasolini, via Margutta, i cinegiornali dell’Istituto Luce, il balcone di Palazzo Venezia, il ristorante “Cencio La Parolaccia”, il Cimitero Acattolico al Testaccio, i souvenir al Vaticano, la pizza bianca con la mortazza e le pizzerie al taglio, Venditti – De Gregori – Baglioni,  la Garbatella e tanto altro.

Mastodontico anche nella forma, ma anche nella sostanza, questo viaggio – analisi – libro indagine di 697 pagine vi conquisterà dal primo capitolo. Strappandovi sorrisi, seppur, la maggior parte delle volte, amari e spingendosi, sicuramente, alla riflessione.

Fulvio Abbate, classe 1956, è nato a Palermo e vive a Roma. Scrittore, ha pubblicato i romanzi Zero maggio a Palermo (Theoria, 1990 – Baldini & Castoldi, 2003), Oggi è un secolo (Theoria, 1992), Dopo l’estate (Bompiani, 1995), La peste bis (Bompiani, 1997), Teledurruti (Baldini & Castoldi, 2002), Il ministro anarchico (Baldini Castoldi Dalai, 2004), Quando è la rivoluzione (Baldini Castoldi Dalai, 2008), Intanto anche dicembre è passato, (Baldini & Castoldi, 2013), Roma vista controvento (Bompiani, 2015), il suo ultimo lavoro. Opinionista, ha scritto dal 1992 al 2008 su l’Unità, collaborando inoltre con Reporter, Rinascita, La Stampa, Tuttolibri, Il Mattino, Il Messaggero, Il Riformista, Sette, Il Foglio, La Lettura, Gli Altri, Il Fatto Quotidiano. Attualmente scrive per Il Garantista. Nel 1998 nasce Teledurruti – una televisione monolocale, ospitata prima da un’emittente romana e poi diventata un canale su YouTube. Nell’agosto del 2012 ha fondato Situazionismo e libertà, partecipando alle primarie del centrosinistra con lo slogan Aboliamo il lavoro, per poi passare ad un messaggio libertario più esplicito e paradossale: Abbasso la realtà. Tra i suoi mille altri scritti troviamo un bellissimo Pier Paolo Pasolini raccontato ai ragazzi (Dalai editore, 2011), seguito da Pasolini raccontato a tutti (Baldini & Castoldi, 2014). Nominato Commandeur Exquis de L’Ordre de la Grande Gidouille a Parigi nel 2012, ha ricevuto il 41° Premio Satira Politica di Forte dei Marmi per l’informazione sul web nel settembre 2013.
(www.teledurruti.it)

:: Wes Anderson – genitori, figli e altri animali, Ilaria Feole (Bietti Edizioni, Collana Bietti Heterotopia, 2014) a cura di Federica Guglietta

23 aprile 2015

51Se vi parlassi di simmetria, cura maniacale di oggetti e dettagli, colori accesi (rosso e giallo, tra i preferiti), microcosmi in cui vivono personaggi che, in realtà, sono uomini – bambini mai cresciuti del tutto quale nome vi verrebbe sicuramente in mente?

Dite la verità, di questi tempi pensereste ad un solo ed unico nome.

Quello di Wes Anderson, regista texano probabilmente noto al grande pubblico per il suo Grand Budapest Hotel (2014), film vincitore quest’anno di ben quattro premi Oscar.

I suoi film possono piacere o no, ovvio, e c’è da dire che, negli ultimi anni, il suo modo di fare cinema è stato proclamato di matrice indie e/o hipster dai più. Grande popolarità e gusti personali (o di nicchia) a parte, Anderson ha alle spalle vent’anni di riprese, di un amore – ossessione per la simmetria, vent’anni di storie in apparenza tanto semplici e godibili alla vista quanto intricate nei rivolgimenti psicologici dei personaggi.

Lo sa bene Ilaria Feole, giovane autrice del saggio Wes Anderson – genitori, figli e altri animali, pubblicato nel giugno 2014 dalla casa editrice Bietti all’interno della collana di saggistica Bietti Heterotopia, dedicata appunto al mondo del cinema e della critica cinematografica.

Prefazione di tutto rispetto quella di Peter Bogdanovich che fa entra nel merito del calore umano che traspare dalle storie di Wes, un calore umano connotato in chiave ironica che, scavando nel profondo, non nasconde uno sguardo serio sul mondo che ci circonda.

Informazione a mio avviso importantissima: questo saggio costituisce la prima monografia in italiano sul lavoro del regista di Houston, artista che ama tanto vivere una parte dell’anno in Francia e l’altra in America, in modo da sentirsi straniero in ogni dove. “La sua vera patria, forse, è uno dei mondi inventati che ha edificato per i suoi personaggi”, ci dice l’autrice già dal primo capitolo di questo fantastico volumetto, molto scorrevole a leggersi, ma dettagliatissimo nei contenuti.

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Per chi non avesse mai visto film di Wes Anderson, questo saggio si rivela un’utilissima guida, una trascrizione su carta di tutto il percorso registico ed esistenziale del regista. Chi già lo ama, beh, lo amerà senz’altro di più.

Punti fermi nelle trame – non trame dei film andersoniani sono i genitori, i figli e svariate specie di animali. Genitori non sempre presenti (come Royal Tenenbaum e Steve Zissou), figli geni incompresi (si pensi a Max Fisher e ai tre fratelli Tenenbaum, Chas, Margot e Richie), animali sempre presenti sulla scena (tutti i personaggi di Fantastic Mr. Fox, primo film d’animazione di Anderson, ispirato al romanzo di Roald Dahl dal titolo Furbo, il signor Volpe e lo squalo – giaguaro in The Life Aquatic with Steve Zissou). Mi sono azzardata a definirle trame – non trame perché, come ha ammesso lo stesso regista durante la conferenza stampa al Festival Internazionale del Film di Berlino ’14, “Non ho un dono per quel tipo di cose. Ogni film che ho fatto è nato dall’accumulo di informazioni circa i personaggi: chi sono e come è il loro mondo. Solo successivamente immagino cosa potrebbe succedere”.

Le storie raccontate da Wes sono metastorie: partono sempre da qualche spunto: un libro, una rappresentazione teatrale, uno sfondo paesaggistico altamente simmetrico, una lettera.

In quasi tutti i suoi lavori sono gli attori sceglie per impersonare al meglio le caratteristiche di determinati personaggi, come dire, i suoi attori feticcio, a divenire una garanzia del suo stile fiabesco e colorato eppure così attuale: Bill Murray, Anjelica Houston, Owen Wilson e Jason Schwartzman, capaci di interpretare ruoli psicologici di grande rilevanza e profondità con altrettanta leggerezza e caratterizzazione del personaggio di cui rivestono i panni.

Sono quasi certa che non avreste mai immaginato cosa sto per dirvi e vi confesso che neanch’io ci avrei mai pensato, se non avessi letto questo saggio, ma… sì, quello che sto per rivelarvi è verissimo: gran parte delle storie immaginate, raccontate e girate da Wes Anderson contengono moltissimi elementi autobiografici.

Volete qualche esempio? Etheline, ovvero Mrs. Tenenbaum è un’archeologa, proprio come la madre di Wes; i fratelli Tenenbaum sono tre, proprio come nella famiglia di Wes (lui è il secondogenito) e di Owen Wilson, compagno di studi, amico, attore feticcio e co-produttore del regista che ha due fratelli, Luke ed Andrew (anche loro presenti in più di qualche film) e proprio come i fratelli Whitman in The Darjeeling Limited

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E ancora dovete sapere che lo stesso Wes ha frequentato una scuola privata identica a quella di Rushmore. Ce ne sarebbero di altre similitudini e leitmotiv da individuare, ma per non banalizzare quello che è l’immenso ed intricatissimo mondo raccontato in diverse forme e luoghi geografici anche molto lontani tra di loro vi invito a recuperare gran parte della filmografia andersoniana, nel caso ce ne fosse bisogno, e poi consiglio caldamente di leggere il saggio Wes Anderson – genitori, figli e altri animali perché ne vale davvero la pena.

Ilaria Feole, critico cinematografico per il settimanale “Film Tv” e la testata online “Gli Spietati”, collabora con i mensili “Duellanti” e “Nocturno”.

Wes Anderson, classe 1969, regista, sceneggiatore e produttore cinematografico statunitense. Inimitabile ed inconfondibile per stile e per impostazione registica, negli ultimi vent’anni ha diretto, sceneggiato e co-prodotto diversi film, suggello definitivo e climax crescente delle sue capacità artistiche. Le sue storie sono veri e propri mondi a parte dove non esistono veri e propri cattivi e la realtà ci appare filtrata da simmetria, disposizione degli oggetti e colori sgargianti. Filmografia: Un colpo da dilettanti – Bottle Rocket , 1996 (cortometraggio); Rushmore, 1998; I Tenenbaum – The Royal Tenenbaums 2001; Le avventure acquatiche di Steve Zissou – The Life Aquatic with Steve Zissou, 2004; Il treno per il Darjeeling – The Darjeeling Limited, 2007; Fantastic Mr. Fox, 2009 (film d’animazione); Moonrise Kingdom – Una fuga d’amore, Moonrise Kingdom 2012; Grand Budapest Hotel – The Grand Budapest Hotel 2014.

:: Il Nao di Brown, Glyn Dillon (Bao Publishing, 2013) a cura di Federica Guglietta

13 aprile 2015

1Ci sono libri che vanno letti e poi riletti. Una. Due. Cento. Mille volte. Succede anche a persone come me che raramente rileggono qualcosa più volte.

Era un giorno come tanti altri quello in cui mi capitò di riprendere per la seconda volta un volume che, meno di un anno fa, mi ha fatto scoprire il mondo delle storie a fumetti, quei romanzi illustrati, graphic novel così ben scritti, strutturati e colorati con dedizione da sembrare – no, ma che dico -, così da essere dei veri tesori da custodire gelosamente. Sul comodino, incisi nella mente e nel cuore.  Proprio quel giorno, quando ripresi quel volume dal ripiano della libreria, pensai per un secondo a come Nao dovesse vivere la sua quotidianità. Se solo esistesse in carne ed ossa.

Una ragazza come altre, almeno all’apparenza. Se la incrociassimo per strada, probabilmente, non la noteremmo nemmeno. Tuttavia, se prestassimo un briciolo di attenzione in più, se fossimo davvero disposti ad aprire la sua scatola cranica ed entrarci dentro, noteremmo che lei, giovane donna per metà inglese e per metà giapponese, oltre a quell’aria disincantata che si porta sempre dietro, ha un segreto. Più di uno.
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Nao, infatti, è affetta da OCD, in particolare da una forma di disturbo ossessivo compulsivo che, contrariamente a quanto solitamente accade, non ha per sintomi la fissazione per l’igiene e il conseguente lavarsi le mani duecento volte in un giorno, disporre cose secondo il giusto cromatismo o cose simili. Tutt’altro.  Nella sua testa si manifestano visioni violente che riescono a fondere realtà ed immaginario, rendendole la vita impossibile.

Si tratta quasi una outcast à la Dickens trapiantata negli anni duemila, una persona che non riesce a stare bene con gli altri, che non riesce ad andare oltre la formalità nei rapporti lavorativi e sentimentali, perché non sta bene con se stessa. Nao non esiste, non è una persona reale, non la si può concretamente identificare in qualcuno, questo è vero. Eppure, se esistesse, potrebbe essere mille persone diverse, stando alla velocità con cui frullano i pensieri nella sua mente. Oppure potrebbe essere le nostre paure, ossessioni, fantasmi, demoni che girano ad una velocità devastante.
3Nao resta solo la protagonista di un bel graphic novel di Glyn Dillon, edito in Italia fine 2013 da Bao Publishing. Un prezioso volume cartonato, dalla copertina candida con in rilievo raffigurato un ensō (円相), simbolo che, in giapponese, vuol dire cerchio ed è proprio il concetto di ciclicità ad essere onnipresente in tutto lo svolgersi della storia.
Vivida l’influenza nel tratto e nei colori ad acquerello (è il rosso a predominare) di maestri quali Moebius e di Hayao Miyazaki.

Per l’edizione italiana, è stata scelta come sovracoperta un’immagine raffigurante il mezzo busto di giovane donna che ha, al posto della testa, una lavatrice sempre in azione, come se fosse sempre intenta a centrifugare.
Non fa altro che colpevolizzarsi dicendo di essere cattiva. Il presente si mescola alle immagini nella sua testa e si  4intreccia con un meta fumetto, un’altra storia a fumetti che l’autore ha inserito nella trama principale per intervallare le montagne russe che concorrono a formare il flusso di pensieri ossessivi presenti nella mente della protagonista.

Un racconto e una vita destinate alla decadenza e al baratro più nero che, ad un certo punto, saranno risollevate dall’arrivo di un gigante buono, un riparatore di lavatrici che, per Nao, rappresenterà una certezza nel suo mondo di paure e che l’aiuterà a capire una cosa importantissima: non tutto è sempre o bianco o nero, ma che esiste anche una via di mezzo. Questo compromesso tra un eccesso e l’altro non è il grigio, aspettate, ma il marrone.

Gyl Dillon, inglese, classe 1971, è figlio e fratello minore di altri due disegnatori. Comincia la sua carriera nel fumetto, ma prosegue principalmente come storyboarder e concept designer per il cinema e la televisione. Vive a North West London con la moglie e figli. Il Nao di Brown è il suo ultimo lavoro.

:: Il richiamo di Alma, Vanna Vinci (Bao Publishing, 2014) dal romanzo di Stelio Mattioni (Adelphi, 1980) a cura di Federica Guglietta

2 aprile 2015

1Non sono mai stata a Trieste. O forse sì. Conosco solo un frammento di quella città, un frammento sicuramente piccolo, fatto di vignette che formano un insieme di strisce rese quasi impalpabili dall’acquerello, dai tratti nitidi e descrizioni minuziose di strade, monumenti, luoghi. Eppure non ci sono mai stata, davvero. Eppure è successo che pochi giorni fa mi è stato regalato un volumetto dal packaging molto curato, immaginato in orizzontale, all’italiana.

Di cosa sto parlando?

2Ad ottobre 2014 Bao Publishing ha pubblicato una graphic novel capace di colpire emotivamente già dall’illustrazione di copertina, trasmettendo un senso di leggerezza che si estende al di là della visuale dello spettatore che guarda questa figura nitida, chiara, quasi fosse una donna – angelo dello tanto cantata dal Dolce Stil Novo e da Dante. Una donna che è purezza, ma anche presenza ignota, inafferrabile, evanescente. Di spalle, sta in piedi su una balaustra bianca come il suo vestito ed apre le braccia al vento, in punta di piedi. Lo spettatore è un ragazzo anonimo, capitato di lì per caso. La guarda assorto, quasi fosse una visione, come se si sentisse attratto da quella ragazza che non conosce. Lei è Alma, donna – ragazzina dalle mille facce che si sottrae all’ inseguimento di quel ragazzo che vorrebbe tanto conoscerla, ma non riesce mai nel suo intento. Alma diventerà un’ossessione, il suo primo pensiero al mattino così come è l’ultimo prima di dormire e sarà lui stesso a farsi narratore di questa storia, molti anni dopo.

Si tratta di uno splendido lavoro a fumetti nato dalla delicatissima mano di Vanna Vinci ed ispirato dall’omonimo romanzo dell’autore triestino, Stelio Mattioni, Il richiamo di Alma (Adelphi, 1980).
Alma, questa donna che è più una figura, una presenza – assenza, una sorpresa emette un vero e proprio richiamo, che attira a sé mille e mille volte il ragazzo – narratore ed anche il lettore, in un clima che si fa denso di incertezza e, allo stesso tempo, voglia di conoscere l’ignoto e se stessi, fino in fondo. Una realtà che diventa sogno, un sogno che si fa realtà, tant’è che il nostro ragazzo, uno come tanti, con una vita ordinaria, indietro con esami all’universitaria, una famiglia come tante altre spesso indifferente, comincerà ad isolarsi e a pensare solo ad una cosa, o meglio ad una persona, mettendo in discussione la sua vita e il labile confine che si è creato nella sua mente, il confine tra mondo reale e mondo onirico.

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Per Vanna Vinci, il personaggio di Alma, protagonista del romanzo di Stelio Mattioni, è la sorella gemella della sua Aida al confine (Kappa Edizioni, 2003), non per caso sempre ambientato a Trieste.
La trasposizione a fumetti di questo romanzo ci presenta una Trieste descritta con meticolosità e tratti acquarellati, in cui Vanna Vinci si dimostra capace di trasportarci in una storia che mantiene perfettamente la stessa trama di Mattioni, accelerandone il ritmo narrativo e prediligendo l’illustrazione di paesaggi sconfinati ed evocativi.
Forse avrei dovuto premettere di essere neofita per quanto riguarda il mondo di fumetti e graphic novel, ma la lettura di questo vero e proprio romanzo disegnato mi ha catturato fin dalla prima pagina, sorprendendomi per delicatezza ed intensità.

Vanna Vinci, cagliaritana, lavora come illustratrice per ragazzi, fumettista ed insegnante. A partire dai primi anni novanta lavora nel mondo del fumetto ha pubblicando le sue storie per Bao Publishing, Dargaud, Rizzoli Lizard, Hachette, Planeta, Kappa Edizioni, Kodansha. I suoi libri sono stati pubblicati in Italia, Francia, Spagna. Nel 1999 vince lo Yellow Kid come miglior disegnatore di fumetti e nel 2005 il Gran Guinigi. Nel 2001, il suo libro L’età selvaggia (Kappa Edizioni) vince il premio Romics come miglior opera di scuola europea. La bambina filosofica è forse il suo soggetto più conosciuto ed amato. Vive e lavora tra Milano e Bologna.

Stelio Mattioni è considerato uno dei protagonisti della cultura triestina del secondo dopoguerra, scomparso nel 1997. Nel 1956 pubblica, per l’editore Schwarz di Milano, una raccolta di poesie, La città perduta, e inizia a frequentare il mondo letterario della sua città, avvicinandosi anche ad Umberto Saba. Tuttavia, non troppo soddisfatto delle proprie opere poetiche, pur suscitando l’interesse degli intellettuali del suo ambiente, decide di imboccare la strada della narrativa.   Degno esponente della letteratura mitteleuropea e “di confine”, caratterizzata da un’introspezione psicologica degna di Svevo.

:: Funny Girl, Nick Hornby, (Guanda, 2014) a cura di Federica Guglietta

26 marzo 2015

Reginette degli anni ’60, Swinging London e la ragazza che sognava di far ridere la gente.

“Barbara sapeva di non voler diventare reginetta per un giorno, e nemmeno per un anno. Non voleva diventare reginetta e basta. Voleva solo andare in televisione a far ridere la gente. Le regine non facevano mai ridere, o comunque non quelle di Blackpool, e neanche quelle di Buckingham Palace.”

Anni ’60. Ci troviamo a Blackpool, cittadina a circa sessanta chilometri a nord di Londra, e Barbara non è che una delle tante ragazze in costume da bagno che concorrono per l’annuale concorso di bellezza del posto. Non una fra tante, è la più bella. Che sia la più bella tra tutte lo dice la gente di Blackpool, secondo cui aveva la vittoria già assicurata. Si faceva notare, eccome se si faceva notare, Barbara. Bionda, bel faccino, fisico da far invidia. O meglio, sarebbe meglio dire che tutti la notavano in quel posto di provincia, che le stava decisamente stretto, lei che avrebbe desiderato tutt’altro nella vita.

2015-03-26 14.29.34Non desiderava diventare una Miss, ma destino volle che stesse per succedere.

Era diversa, Barbara. Lei non voleva essere guardata per l’aspetto fisico, voleva far ridere la gente grazie a battute intelligenti e tanto buon umore. Il suo mito era la star americana Lucille Ball e chissà cosa dato per avere un quarto della sua bravura ed ironia. Anche per questo motivo non si perdeva uno solo dei suoi show in tv ogni domenica.

Desiderava essere felice, era naturale; non avrebbe voluto essere diversa dalle altre.”

Tuttavia si rende conto che il suo, al momento, poteva rimanere solo e soltanto un sogno. Aveva una vita ordinaria, un lavoro ordinario, una bellezza notevole, sapeva pensare con la propria testa e sapeva a memoria tutte le battute che sentiva e risentiva mille volte in tv.

Dopo aver partecipato a Miss Blackpool, Barbara decide di tagliare i ponti con la vita di provincia e si trasferisce a Londra, nella Swinging London di quegli anni, capitale ricca di opportunità ed altrettanto insidiosa.

piccadilly-circus-1968-london-440x260“Temeva di non essere attraente quanto lo era a Blackpool; o meglio, che a Londra la sua bellezza fosse meno eccezionale. […] Era abbastanza certa, però, nessuna di quelle ragazze voleva far ridere la gente”.

Qui fa diverse esperienze, all’inizio del tutto negative, ma, tutt’un tratto, dalla sconosciuta Barbara arrivata dalla cittadina di Blackpool che era, conosce quello che diventerà il suo agente e diventa Sophie Swan, starlette della (sua amata) tv. La scritturano per una serie in onda sulla BBC dal titolo Barbara (e Jim).

banner-BB-470x330Sophie è la protagonista e lavora fianco a fianco di un cast formato da persone altrettanto attratte dal loro lavoro. Accanto a loro troviamo gli sceneggiatori, Tony e Bill, e Dennis, il produttore.

Il protagonista maschile si chiama Clive, praticamente un narciso che si sente sminuito dalla televisione e vorrebbe lavorare a progetti.

In quest’ambiente Sophie, pur facendo quello che aveva sempre sognato, si ritroverà ad interpretare una parte scritta su un copione che si rivelava, scena dopo scena, sempre più simile a quello della sua vita ed è proprio adesso che definitivamente sbatterà il visto contro una serie di scelte che, in un modo o nell’altro, cambieranno ciò che è e ciò che era stata in passato.

Anche quest’ultimo lavoro, nato dalla penna dell’ormai affermato Nick Hornby, non delude. Anzi. La sua narrazione fluida, ma minuziosa di dettagli ci trasporta automaticamente nell’ atmosfera patinata della Londra degli anni ’60, mostrandoci colori, musiche, attrazioni, non nascondendo paure, compromessi e fallimenti.

Nick Hornby, classe 1957, vive a Londra. Inizialmente lavora come insegnante, giornalista freelance e poi scrittore – sceneggiatore. La sua attività di scrittore comincia nel 1992 con Febbre a 90°, di stampo autobiografico, ma è con Alta fedeltà (1995) che verrà conosciuto dal grande pubblico, anche grazie all’adattamento cinematografico dal titolo omonimo diretto da Stephen Frears nel 2000. Seguiranno Un ragazzo (1998), Come diventare buoni (2001), Non buttiamoci giù (2005). Funny Girl, la sua ultima creatura, come per tutti i libri di Hornby, in Italia è pubblicata dalla casa editrice Guanda a novembre scorso.