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:: Il fiume del non ritorno, Bee Ridgway (Sonzogno, 2014) a cura di Elena Romanello

14 ottobre 2014

il-fiume-del-non-ritorno-di-bee-ridgway-L-1cDC8nNick Falcott sta per essere ucciso su un campo di battaglia di una delle tante guerre napoleoniche in Spagna, ma si risveglia di colpo in un ospedale del Duemila, scoprendo che ha viaggiato nel tempo grazie ad una misteriosa organizzazione, la Gilda, e può rifarsi una vita, dimenticando ovviamente quella che ha lasciato quasi duecento anni prima. Alcuni anni dopo viene ricontattato dalla stessa Gilda, che gli propone di tornare indietro nel tempo per una missione per loro: Nick accetta, anche perché spera di ritrovare l’amata Julia, la ragazza scomparsa nei meandri del tempo, e scoprirà alcune verità inquietanti sulla Gilda e sui viaggi nel tempo.
La narrativa di genere fantastico va da diversi anni per la maggiore, cosa interessante per chi la ama, ma che non sempre salva da leggere storie stereotipate e poco originali: non è questo il caso, anche perché questa opera prima, non si capisce se storia a se stante o parte di una futura saga visto che gli spunti ci sono eccome, ha molti punti di interesse e sa combinare tante suggestioni d’immaginazione.
Il richiamo è, evidente, alla sterminata saga de La straniera di Diana Gabaldon, anche qui romanzo storico e viaggio nel tempo, ma senza togliere niente a questa avvincente serie di libri adesso anche trasposta in televisione, qui ci troviamo di fronte ad una storia con un maggiore equilibrio tra la parte storica e la parte fantastica, dove c’è tutta una mitologia e una vicenda intorno ai viaggi nel tempo, ossessione degli esseri umani (chi non vorrebbe tornare indietro per cambiare qualcosa?) e già presenti in un capolavoro della fantascienza poi ripreso dalla corrente steampunk come La macchina del tempo di H.G. Wells.
La Gilda, associazione segreta che regola i viaggi nella corrente del tempo, ha forse un nome non originalissimo, soprattutto per chi legge regolarmente il genere, ma ha un suo interesse, con echi di associazioni segrete già viste e lette nei libri di Dan Brown o in X-Files, ma in un contesto particolare. Gli amanti delle serie tv però potranno trovare qualche riferimento a quello che è un cult da mezzo secolo, Dottor Who, che ha fatto di viaggi nel tempo e punti fissi da non cambiare due punti fermi delle sue avventure.
Il fiume del non ritorno non è soltanto un romanzo di genere fantastico che mescola viaggi nel tempo e complotti: c’è anche una bella storia d’amore, quella tra Nick e Julia, gestita in maniera originale, importante ma che non soverchia tutto il resto, e una buona ricostruzione storica.
In fondo alla fine si vorrebbe tutti poter tornare indietro, per cambiare e migliorare qualcosa. Non sappiamo se ritroveremo Nick e Julia, o la Gilda con i suoi rivali, in altri libri, ma sarà interessante leggere le prossime fatiche, fantastiche o non, di Bee Ridgway.

Bee Ridgway è nata nel Massachusetts, insegna letteratura americana al Bryn Mawr College, e vive a Filadelfia. Il fiume del non ritorno è stato accolto con entusiasmo dalla critica e dai lettori, verrà tradotto in tutto il mondo.

:: Un animo d’inverno, Laura Kasischke (Neri Pozza, 2014) a cura di Elena Romanello

13 ottobre 2014

_un_animo_d_inverno_02Un quartiere residenziale di una città del Nord America non meglio identificata, è il giorno di Natale e una tempesta di neve ha isolato i suoi abitanti: tra di loro c’è Holly, un passato di depressioni familiari e malattie, un presente di lavoratrice, moglie e mamma realizzata, soprattutto da quando tredici anni prima, non potendo avere suoi figli biologici per un’ovariectomia, ha adottato in Siberia la sua adorata figlia Tatiana, oggi una bellissima adolescente.
Il marito e papà è bloccato ad assistere i suoi genitori, suoceri di Holly e nonni di Tatiana, e gli invitati al pranzo di Natale, tra cui due care amiche lesbiche, non possono venire al pranzo lungamente organizzato per via del maltempo. Holly sente che c’è qualcosa di strano che aleggia in casa, come se qualcosa la avesse seguita da quell’orfanotrofio in capo al mondo, dove con il marito ha dovuto andare due volte a distanza di mesi, e dove c’era quella porta sulla stanza degli orrori, dove venivano rinchiusi i bambini deformi, handicappati o che avevano avuto degli incidenti per incuria e maltrattamenti, e dove c’era stato qualcosa di strano e non detto fin dall’inizio.
La storia avviene tutta in un giorno, in questo Natale surreale, dove ogni tanto suona il telefono ma non c’è nessuno dall’alta parte (tipico espediente da thriller o anche da horror), in cui Holly cerca di comunicare con questa figlia ormai adolescente, rievoca i suoi drammi passati e la sua vita, in un’atmosfera sempre più claustrofobica, fino ad un colpo di scena finale che lascia senza fiato e piegati in due, e che si può anche non capire.
Un libro con forti elementi del thriller psicologico e anche dell’horror claustrofobico, non quello splatter, che ricostruisce un inferno quotidiano in maniera piuttosto magistrale, sia pure con qualche stereotipo, che porta per mano il lettore verso l’abisso di Holly, personaggio che o si odia per il suo egoismo e le sue idiosincresie (non ha mai portato la figlia da un medico, seguendo una tendenza ahinoi in crescita in molti Paesi moderni) o la si compatisce in fondo amandola, capendo le sue tragedie, il suo amore fou per quella figlia non sua ma più sua di tanti altri figli, il suo non voler riconoscere una realtà terribile, annunciata da tanti indizi, costruendo un suo mondo virtuale, argomento quanto mai attuale oggi.
Un animo d’inverno è una storia al femminile di oggi sofferta, commossa ed impietosa, in cui l’autrice racconta il tutto con piglio quasi giornalistico, e anche un thriller originale e da consigliare a chi è stufo di serial killer, enigmi e complotti internazionali. I cinefili potranno vederci citazioni di The Others e di A beautiful mind, con la costruzione di un mondo inventato, i letterati riconosceranno nel botto finale, secco come può esserlo solo un verbale di polizia, il finale de La storia di Elsa Morante, un’altra storia di una donna e di amore materno oltre ogni limite.

Laura Kasischke è autrice di tre raccolte di poesia e di due altri romanzi, Suspicious River e White Bird in a Blizzard, che, negli Stati Uniti e nei numerosi paesi in cui sono apparsi, sono stati accolti con entusiasmo dalla critica e dal pubblico. Ha vinto numerosi premi letterari, tra i quali il premio della Poetry Society of America e il Bobst Award for Emerging Writers. Vive a Chelsea, nel Michigan.

:: Terror and wonder: the gothic imagination: la letteratura gotica alla British Library di Londra a cura di Elena Romanello

12 ottobre 2014

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La British Library di Londra, una delle più grandi biblioteche del mondo, presenta fino al 20 gennaio prossimo la mostra Terror and wonder: the gothic imagination, dedicata ad uno dei generi del fantastico più popolari di sempre, l’horror classico, ancora oggi letto e rivisitato in varie forme.
In mostra ci sono duecento oggetti rari che ricostruiscono 250 anni di tradizione gotica, ricordando la fascinazione che c’è da sempre per il mistero, il terrificante e il macabro, a cominciare dalla letteratura, in cui gli inglesi sono stati maestri. Tra i pezzi esposti ci sono prime edizioni dei romanzi di autori e autrici come Mary Shelley e il suo Frankenstein, Bram Stoker con Dracula, Le Fanu con Carmilla, Horace Walpole con Il castello di Otranto, i capisaldi di un genere che è stato anche un po’ banalizzato e che va riscoperto partendo dalle origini.
In esposizione trovano spazio anche locandine di film classici e più moderni di genere horror, proiezioni, un kit per uccidere il vampiro, immagini, foto, moda, per un viaggio che iniziò con Il castello di Otranto di Horace Walpole, mescolando il lato oscuro del Medio Evo con castelli e abbazie (e non quello più fantastico come ha fatto il fantasy) con suggestioni sovrannaturali, riprendendo figure del folklore come era il vampiro, già presente nell’antica Roma, e giocando con thanathos, eros, paura, rinnovandosi e sposando via via i vari media, innanzitutto la letteratura, ma poi il cinema, il fumetto, la televisione, i videogiochi, la moda, la fotografia, l’architettura.
L’accesso alla British Library come utenti è libero e bene accetto, per la mostra c’è da pagare un biglietto e esiste anche uno shop tematico dove acquistare gadget in tema, la guida ufficiale della mostra e anche i romanzi gotici trattati, in lingua originale.
In parallelo ci sono anche alcuni eventi, su prenotazione, sul gotico visto nelle sue varie angolazioni: da segnalare il 17 ottobre alle 18 e 30 un approfondimento su Dracula su letteratura e cinema, il 20 ottobre alla stessa ora un incontro con l’autrice Susan Hill, che ha scritto tra gli altri il romanzo La donna in nero, il 29 ottobre alle 22 e 30 il lancio ufficiale del nuovo libro di Anne Rice sul vampiro Lestat, il 18 novembre alle 19 incontro con la fumettista Emily Carroll, il 3 dicembre alle 18 e 30 incontro con Sarah Waters e Kim Newman e il 12 dicembre appuntamento con Kate Moss.
Per informazioni e prenotazioni on line visitare il sito ufficiale della mostra http://www.bl.uk/whatson/exhibitions/gothic/index.html

 

:: Cose che fanno battere più forte il cuore, Mia Kankimaki, (Piemme, 2014) a cura di Elena Romanello

10 ottobre 2014

indexMia è una redattrice pubblicitaria finlandese che, a quasi quarant’anni, sente la sua vita inutile e senza scopo, con un lavoro poco stimolante e ormai un ex fidanzato con tanto di casa simile ad uno zoo di animali esotici. Sulla sua strada incontra, sia pure da un punto di vista letterario, Sei Shonagon, dama di corte e scrittrice giapponese, vissuta in quel decimo secolo in cui nel Paese del Sol levante la cultura era in mano alle donne, e decide di occuparsi di lei, scrivendo un libro sulla sua opera, Note del guanciale, considerata nell’immaginario nipponico e occidentale a torto un testo pornografico.
Mia prende quindi un periodo sabbatico e parte per Kyoto, la capitale culturale e morale del Giappone, scoprendo un mondo lontano e diviso tra passato e presente, capace di attirare persone di culture diverse, e inizia la sua ricerca su Sei, per differenziarla dalla contemporanea, più nota e sua rivale Murasaki Shikibu, autrice di quel capolavoro che è il Genji Monogatari. Un viaggio che si rivelerà rivelatore anche e soprattutto per far ritrovare a Mia il senso della vita, tra soggiorni di fortuna in Tailandia quando arriva lo tsunami che porta alla catastrofe di Fukushima, una puntata a Londra, un ritorno in Finlandia e poi di nuovo a Kyoto, sulle tracce di So e del suo mondo, per finire poi in Normandia a tirare le fila di questa vita nella sua vita.
Cose che ti fanno battere più forte il cuore, ispirato alla reale esperienza dell’autrice, è un’opera prima molto interessante, innanzitutto per il tema molto attuale della ricerca di nuovi spunti nella propria vita, senza contare il confronto tra culture diverse in viaggio e fisse.
Gli amanti del Giappone troveranno in queste pagine pane per i loro denti, tra l’altro l’autrice tributa al Paese un omaggio molto interessante, non cadendo negli stereotipi soliti, e parlando di un’epoca fondamentale per la sua cultura, il X secolo, quando le lettere e le arti, caso abbastanza unico a livello mondiale, erano in mano alle donne, alla base di una cultura al femminile che si è perpetrata fino ai giorni nostri in maniera più pop con i moderni shojo manga.
Un viaggio in mondi diversi e un viaggio dentro di sé, quello dell’autrice, e anche il confronto tra due donne di due epoche diverse, una dama di un’epoca remota e su cui non c’è più molto e una protagonista dell’oggi, in cerca di un senso alla sua vita, che alla fine si può trovare in parole scritte un millennio fa e vagando in luoghi cambiati tantissimo da allora ma rimasti immutabili. Un libro non comune nel panorama editoriale di oggi e per questo molto interessante e prezioso, in attesa magari di nuove esperienze di Mia Kankimaki, nel suo Giappone o anche altrove.

Mia Kankimaki, nata nel 1971, ha lavorato come editor presso varie case editrici in Finlandia. Appassionata di cultura giapponese, ha vissuto in Giappone ed è diventata anche maestra di ikebana. Cose che fanno battere più forte il cuore è il suo primo libro, bestseller in patria e vincitore di diversi premi.

:: Torna anche quest’anno Portici di Carta, a cura di Elena Romanello

2 ottobre 2014

imagesSabato 4 e domenica 5 ottobre torna nel centro di Torino, tra piazza Carlo Felice e piazza Castello, Portici di carta, l’appuntamento fisso ormai da otto anni con bancarelle di libri usati, librerie, autori, incontri vari.
Al timone anche quest’anno la Fondazione per il Libro, la Musica e la cultura, per rendere il centro di Torino tutto sui libri, anche se non ci saranno solo libri. Gli amanti della lettura non rimarranno a bocca asciutta, con i bouquinistes partecipanti al Libro ritrovato (appuntamento che c’è comunque ogni prima domenica del mese in piazza Carlo Felice), con ospiti d’onore quelli della Liguria e della Lombardia, varie librerie torinesi e non solo, case editrici. Accanto ai libri ci sarà la Via del Gusto in piazza San Carlo con i maestri cioccolatieri torinesi, il Festival dell’Oralità Popolare in piazza Carlo Alberto con tra le altre cose un incontro sulle biblioteche condominali, gli eventi sportivi di MoveWeek promosse da Uisb e la domenica ecologica il 5.
In piazza San Carlo si terranno gli eventi culturali che comprendono un ricordo a Dino Campana nel centenario dell’uscita dei suoi Canti orfici, l’omaggio a Giorgio Faletti con vari amici e parenti, un intervento di Giorgio Fontana, Premio Campiello quest’anno, la presentazione di Biennale democrazia. Altri eventi, tra cui un incontro con Bruno Gambarotta, si terranno al non lontano Circolo dei lettori. Inoltre a Portici di carta si parlerà anche di come stanno le librerie in Italia, e qui ci sono dolenti note, visto che la sola Torino ha perso in questi ultimi due mesi due nomi di prestigio come Zanaboni e Fogola.
Nella rinnovata Galleria San Federico ci sarà invece l’angolo per bambini e ragazzi, con tanti incontri, tra cui la premiazione del concorso Nati per leggere. Gli editori ospiti sono Marcos y Marcos e Edt Giralangolo, che si rivolge ai più giovani, con la presenza di alcuni disegnatori come la torinese Ilaria Urbinati.
Domenica mattina sono da segnalare anche i sette itinerari per Torino, uno in bici e gli altri a piedi, con prenotazione obbligatoria mandando una mail a cavallo@salonelibro.it. Tra di essi c’è quello nel centro storico di Torino con Giovanna Viglongo, dell’omonima casa editrice, e Rocco Pinto, della libreria Ponte sulla Dora, quello in San Salvario sulle tracce di Primo Levi e Carolina Invernizio, il tributo nel Quadrilatero a Fruttero e Lucentini e Mario Soldati e l’omaggio a Bianca Guidetti Serra con Paolo Hutter a Santina Mobiglia.

:: Il gioco di Ripper, Isabel Allende, (Feltrinelli, 2014) a cura di Elena Romanello

24 settembre 2014

130d19b87eL’abbiamo conosciuta come autrice di alcune delle cronache romanzate più struggenti della recente storia cilena, basate sulla sua vera esperienza, ma poi Isabel Allende non ha smesso di stupirci provando vari generi, buon ultimo il thriller con Ii gioco di Ripper, dove ad un’efficace storia di investigazione all’ultimo respiro fanno da contraltare le tematiche che le sono care, il ruolo delle donne, il rapporto tra le generazioni, la coesistenza di culture diverse.
Teatro stavolta della sua storia è San Francisco, città emblematica della California e non solo, simbolo di libertà e incontro, di cui ci ha già raccontato gli albori ne La figlia della fortuna, quando era un crocevia di gente in cerca di fortuna durante la caccia all’oro: da queste nuove pagine emerge la San Francisco di oggi, immersa in un inverno che la vede insanguinarsi di omicidi efferrati, all’apparenza senza un filo conduttore ma che si dimostreranno parte di un delirio più ampio.
Anche stavolta le eroine scelte dall’autrice sono interessanti e fuori dagli schemi: Indiana è una ex ragazza madre divorziata, curatrice olistica con il forte appoggio del padre farmacista, ancora in cerca del grande amore e con un’indole da sognatrice. Sua figlia Amanda è invece una nerd intelligentissima, destinata ad un brillante futuro al MIT di Boston, che passa molto del suo tempo in partite di un gioco di ruolo on line (inventato dall’autrice ma simile a molti di quelli reali), Il gioco di Ripper, in cui si fanno indagini poliziesche e in cui la ragazza e i suoi compagni reali nascosti dietro ad uno schermo cominciano ad indagare sui delitti di San Francisco, con vittime così diverse ma con in comune alcune cose da nascondere.
Gli appassioanti di thriller, dai romanzi di Thomas Harris e Patricia Cornwell a telefilm come Criminal Minds e Bones troveranno pane per i loro denti, in una ricerca che crea false piste, vari piani di storie e personaggi, nella migliore tradizione del genere, mentre chi ama Isabel Allende trova in pieno il suo stile pieno di vita e di amore per la medesima, di attenzione al mondo e all’umanità, di ricostruzione della tanto variegata realtà di oggi, dove spesso si dimenticano le sfumature, come i reduci del Medio Oriente e gli abusi di potere delle istituzioni. Belli i personaggi di Amanda e Indiana, ma interessanti anche due delle figure maschili, l’anziano e protettivo nonno Blake e il tragico reduce dell’Afghanistan Ryan, che ha visto la guerra davvero e non in tv.
Nelle pagine del libro trovano spazio anche strizzate d’occhio al mondo dei giocatori di ruolo, agli appassionati di fantasy e thriller scandinavi: il tutto in attesa del prossimo esperimento dell’autrice, e forse non spiacerebbe un giorno o l’altro ritrovare Indiana, Amanda, nonno Blake e tutto il mondo che c’è intorno a loro.

Isabel Allende è nata a Lima, in Perù, nel 1942, ma è vissuta in Cile fino al 1973 lavorando come giornalista. Dopo il golpe di Pinochet si è stabilita in Venezuela e, successivamente, negli Stati Uniti. Con il suo primo romanzo, La casa degli spiriti del 1982 (Feltrinelli 1983), si è subito affermata come una delle voci più importanti della narrativa contemporanea in lingua spagnola. Con Feltrinelli ha pubblicato anche: D’amore e ombra (1985), Eva Luna (1988), Eva Luna racconta (1990), Il Piano infinito (1992), Paula (1995), Afrodita. Racconti, ricette e altri afrodisiaci (1998), La figlia della fortuna (1999), Ritratto in seppia (2001), La città delle Bestie (2002), Il mio paese inventato (2003), Il Regno del Drago d’oro (2003), La Foresta dei pigmei (2004), Zorro. L’inizio di una leggenda (2005), Inés dell’anima mia (2006), La somma dei giorni (2008), L’isola sotto il mare (2009), Il quaderno di Maya (2011), Le avventure di Aquila e Giaguaro (2012), Amore (2013), Il gioco di Ripper (2013). Negli Audiolibri Emons Feltrinelli: La casa degli spiriti (letto da Valentina Carnelutti, 2012) e L’isola sotto il mare (letto da Valentina Carnelutti, 2010). Inoltre Feltrinelli ha pubblicato Per Paula. Lettere dal mondo (1997), che raccoglie le lettere ricevute da Isabel Allende dopo la pubblicazione di Paula, e La vita secondo Isabel di Celia Correas Zapata (2001).

:: Jane Austen i luoghi e gli amici, Mary Constance Hill, (Jo March, 2014) a cura di Elena Romanello

22 settembre 2014

Jane Austen I Luoghi e Gli Amici - Constance HillSe c’è un’autrice iconica e capace di andare oltre il tempo e lo spazio, questa è Jane Austen, morta a poco più di quarant’anni nel 1817, autrice di libri pubblicati sotto pseudonimo ancora oggi popolarissimi, alla base della moderna chick lit, ma anche di riletture, seguiti e adattamenti sia cinematografici che a fumetti, dai manga ai comics.
I Janeite, così si definiscono gli appassionati di Jane Austen, organizzano gruppi di lettura, pellegrinaggi nei luoghi dove è vissuta l’autrice, dibattiti in rete, e sono un fenomeno che non è nuovo, ma che è andato crescendo nel corso degli anni, raggiungendo una popolarità oggi che stupirebbe la stessa scrittrice.
La casa editrice umbra Jo March, che ha messo al centro della sua attività editoriale la scoperta o riscoperta di classici al femminile dell’Ottocento inglese, presenta nel suo catalogo una vera e propria chicca, finora inedita nel nostro Paese, imperdibile per chi ama Jane Austen e il suo mondo, tra paesini inglesi, canoniche, castelli, balli, pettegolezzi, donne in anticipo sui loro tempi.
Jane Austen i luoghi e gli amici è una guida molto particolare alla scoperta del mondo dell’autrice, scritta da Constance Hill con i disegni di Ellen G. Hill, due sorelle sue grandi stimatrici, vissute tra Otto e Novecento. Il dinamico duo (è il caso di dirlo) nel 1901 affittarono un calesse, misero in valigia taccuini e matite e girarono i luoghi citati dall’autrice nei suoi libri, creandone poi un libro, che viene riprodotto in maniera fedele, e che è ancora una guida interessante, tenendo presente che molti dei posti citati, acqua corrente e automobili a parte, non sono cambiati tanto.
Il risultato è un lavoro certosino, tra citazioni dei libri e comparazione di quello che le autrici trovarono, oltre che un invito a ripercorrere un percorso molto articolato, tra cittadine e campagne, in cerca di angoli tra Bath, Steventhon, Lyme, Southampton, Stoneleigh Abbey, Chawton, Gomershaw, Chawton, Winchester con una puntata a Londra, per scoprire forse il lato più genuino della Gran Bretagna, di ieri e di oggi. Nonostante Bath sia oggi la città che si è arrogata più l’eredità della Austen, con un museo in tema, l’autrice girò molto e non fu molto legata alla pur bellissima località termale, che resta in ogni caso un luogo da visitare.
Jane Austen i luoghi e gli amici è un viaggio biografico nei luoghi di una grande della letteratura, tra omaggio, commozione e voglia di tracciare nuove strade. Da segnalare inoltre nel catalogo di Jo March un altro omaggio a Jane Austen, Vecchi amici e nuovi amori, uscito nel 1913 ad opera dell’autrice Sybil G.Brinton, seguito delle sue opere, con un cross over di tutti i personaggi dei suoi romanzi. In attesa delle prossime proposte.

Mary Constance Hill (1844-1929), scozzese di nascita, ha vissuto nel sobborgo londinese di Hampstead sin da bambina. Scrittrice e biografa, nel 1917, in occasione del centenario della morte di Jane Austen, il 18 luglio 1917, insieme alla sorella Ellen (artista che ha illustrato quasi tutte le sue pubblicazioni) si recò a Chawton, nello Hampshire, dove si svolse una cerimonia di commemorazione durante la quale venne inaugurata una targa in onore della celebre scrittrice. Qualche anno prima, nel 1901, le due sorelle avevano compiuto un viaggio nei “luoghi” della “cara zia Jane”, esperienza dalla quale prese vita la biografia “Jane Austen: i luoghi e gli amici”.

:: Natura morta con briciole, Anna Quindlen (Cavallo di Ferro, 2014) a cura di Elena Romanello

18 settembre 2014

indexAnna Quindlen, già premio Pulitzer per il giornalismo e attivista femminista degli ultimi decenni, torna alla narrativa raccontando una storia al femminile abbastanza insolita ma molto attuale. Se negli anni Novanta, con Una figlia esemplare si era concentrata su una ragazza in carriera che si trova a dover fare da badante alla madre casalinga malata di cancro, storia poi trasposta anche al cinema magistralmente ne La voce dell’amore con due grandi interpreti come Renée Zellweger e Meryl Streep, qui invece decide di occuparsi di una donna sessantenne, ex femminista ora alle prese con l’età che avanza e non solo.
Rebecca è diventata un’icona del movimento delle donne con il suo lavoro di fotografa d’arte, e grazie a questo ha potuto arricchirsi, liberarsi da un matrimonio ormai opprimente con un intellettuale che l’ha tradita per anni, accudire i genitori anziani in ospizio e seguire economicamente il figlio: ma tutte queste spese cominciano a farsi sentire, e la donna lascia il suo appartamento a New York per trasferirsi in un cottage di un paesino di montagna, anche in cerca di un nuovo inizio professionale e personale.
Dopo alcuni intoppi iniziale, la sua si rivelerà la scelta giusta, visto che Rebecca troverà nella natura e nei paesaggi nuovi spunti per nuove foto con cui far ripartire una nuova carriera artistica, e conoscerà nuove persone, tra cui Jim, suo vicino di casa di cui si innamorerà ignorando un dramma che ha vissuto nel passato e che è legato a quelle strane croci che ha scoperto e immortalato con il suo obiettivo durante le sue passeggiate in cerca di fonti di ispirazione.

Natura morta con briciole, che deve il titolo ad una delle foto più famose di Rebecca ai tempi d’oro, simbolo dell’alienazione della condizione della donna, è un libro fatto di tante suggestioni e tematiche, tutte attuali e sentite, sia negli Stati Uniti che in Italia. Il tema degli anni che passano e della vecchiaia sembra essere sempre più sentito soprattutto da molte autrici (anche nostrane, a cominciare da Lidia Ravera) e vuole essere non solo un modo per parlare di rimpianti ma anche di nuovi progetti e inizi, in particolare se si parla della generazione che ha fatto il femminismo, che quarant’anni fa era giovane ma che oggi per ovvi motivi è entrata in quella terza età che allora sembrava tanto lontana ma che c’è. Connesso al tema dell’invecchiare, c’è quello di avere nuove opportunità, come amori e cambiamenti, anche in età non più giovanile, ma anche la questione mai risolta e di cui non si parla mai abbastanza delle responsabilità doppie di accudimento dei genitori anziani e dei figli non ancora autosufficienti sul piano economico, tema caldo in Italia ma presente anche negli Stati Uniti come problema. Altro tema interessante il rapporto tra città e campagna, dove la seconda sembra andare incontro ad una riscoperta, anche solo per uno stile di vita e di ritmi meno caotici, anche se ovviamente non è tutto positivo e i disagi ci sono.
La storia della nuova vita di Rebecca è un libro che piacerà alle coetanee della protagonista, ma anche a chi più giovane cerca ancora una sua strada e un suo inizio, e magari ha una mamma o conosce qualche donna che somiglia a questa fotografa diventata icona suo malgrado che scopre che la vita può iniziare di nuovo in un bosco e cambiare completamente di nuovo, dando speranza in una società che sembra offrirne sempre meno.

Anna Quindlen ha collaborato negli ultimi trent’anni con i più importanti quotidiani e magazine americani, e i suoi libri hanno scalato le classifiche dei bestseller del «New York Times». Nel 1992 è stata insignita del Premio Pulitzer per la sua rubrica “Public and Private” proprio sul «New York Times».
Nel 1995 ha lasciato il mondo del giornalismo per dedicarsi unicamente alla carriera di scrittrice. Da uno dei suoi romanzi è stato tratto il film La voce dell’amore con Meryl Streep.
Nel 2000, con l’uscita di La vita è meravigliosa, Anna Quindlen è stata la prima autrice a comparire nella classifica del «New York Times» contemporaneamente nelle categorie fiction, non-fiction e self-help. I suoi libri sono tradotti in numerosi paesi stranieri.

:: Un’ intervista con Fabio Negro, autore di La perla di Labuan. Una leggenda salgariana (Il Foglio, 2014) a cura di Elena Romanello

17 settembre 2014

PerlaFabio Negro è uno studioso dei libri e dell’opera di Emilio Salgari, il maestro italiano dell’avventura, e a questa sua passione ha dedicato l’opera La perla di Labuan Una leggenda salgariana, appena uscito presso l’editore Il Foglio, omaggio letterario al Capitano partendo da un suo libro che si dice che sia andato perduto.

Come è nata l’idea del tuo libro?

Mentre scrivevo il mio saggio sull’isola di Mompracem. Felice Pozzo, che ne ha curato la postfazione, fece accenno agli studi di Giuseppe Fragale, citando il fatto che egli avesse per primo dato notizia del romanzo perduto “La Perla di Labuan”. La cosa mi affascinò moltissimo e volli approfondire. Felice mi procurò copie dei dattiloscritti di Fragale, contenenti ampi stralci della trama per come gli era stata riferita. Potete ben capire come mi sia facilmente entusiasmato e abbia deciso di “resuscitare” questo “fantasma salgariano”. Avevo questa scarna ossatura di partenza per costruire un bel romanzo salgariano (una sfida ovviamente, che poteva risolversi in un totale disastro), che però andava necessariamente integrata. Riesumai quindi alcuni scritti giovanili, avventure che – molto infantilmente – avevo creato per il malese Sharat e il portoghese Joao. C’era ancora qualche buona intuizione in quelle pagine confuse e, rivedute e corrette, sono confluite nella mia “Perla di Labuan”.

Perché continuare a rifarsi ad Emilio Salgari, cosa ha detto a te e cosa può dire agli altri?

Io ne ho tratto l’amore per il mare e la navigazione (ho frequentato l’Istituto Nautico, senz’altra vocazione marittima); la passione per i viaggi e la scoperta di culture lontane e diverse. Ma il mondo di Salgari, vasto quanto ricco, è un mondo di ideali e idealisti; un mondo dove i corsari sono gentiluomini, fanno la “guerra leale”. Dove contano la giustizia, l’onore, il rispetto, l’amicizia: tutte parole che via via stanno perdendo di significato.Un mondo dove in maniera del tutto anticipatoria, è cosa naturale l’integrazione fra popoli, senza nessun pregiudizio religioso o razziale.

L’opera di Salgari è poi una finestra sul mondo, attraverso la quale si apprendono nozioni geografiche e naturalistiche, storiche, di costume. E mica è poco!…

Oltre a Salgari quali sono le tue altre passioni letterarie?

In qualche modo sono tutte riconducibili alla stessa matrice. Amo molto Tolkien, i romanzi di mare di Patrick O’ Brian e di C.S. Forester, e i racconti western di Louis L’Amour.

Chi è secondo te oggi un erede di Salgari?

Se si considera quale fenomeno fu Salgari alla sua epoca, non si possono fare nomi di “eredi”. Che sia per l’incredibile quantità di libri scritti, o per il fascino del “diverso”, dell'”ignoto”, dell'”esotismo” – oggi impossibile da ritrovare – contenuto nelle sue storie, o ancora per il fatto che Salgari fu uno scrittore estremamente popolare non nei circoli letterari, ma tra le “masse”, nessuno, a mio avviso, complici il mutamento e il trascorrere del tempo può essere considerato come un Salgari moderno.

Forse la TV, negli anni Cinquanta o Internet ai giorni nostri…

Prossimi progetti?

La tentazione di scrivere altri romanzi con gli eroi salgariani è forte quanto pericolosa: “La Perla di Labuan” ha un suo perché e un’affascinante leggenda alle spalle. Andare oltre vorrebbe dire abusare e andarsi a collocare tra le centinaia di epigoni che approfittarono del successo di Emilio dopo la sua morte. Mi sto dunque dedicando alla stesura del resoconto dei miei viaggi avventurosi, raccconati con vena goliardica che giustifica il titolo “In giro per il mondo come se fossi Yanez”.

:: Il sentiero dei profumi, Cristina Caboni, (Garzanti, 2014) a cura di Elena Romanello

2 settembre 2014

Copia di Caboni DEFL’hanno paragonato a Il linguaggio segreto dei fiori di Vanessa Diffenbauch, ma Il sentiero dei profumi di Cristina Caboni è comunque un libro diverso, certo una storia al femminile anche sentimentale ma con alcune peculiarietà e comunque non così pessimista e angosciante come il suo modello, anche se non mancano contrasti, peripezie, drammi passati e problemi attuali.
In questo romanzo per Garzanti l’autrice racconta una storia contemporanea, ambientata nel magico mondo dei profumi, tra Firenze e la Francia, in quei laboratori in cui nascono le essenze che da secoli creano una dimensione diversa all’esistere umano.
La protagonista del libro, Elena, abbandonata dalla madre da piccola, è cresciuta con la nonna, artigiana profumiera fiorentina, e dopo una delusione d’amore parte per Parigi per portare avanti la tradizione di famiglia e cercare di creare il profumo perfetto. Troverà più di quello che aveva pensato e sperato.
Il sentiero dei profumi presenta la classica storia d’amore, ma sarebbe riduttivo presentarlo solo come un romanzo rosa, visto che per fortuna si inserisce nella tradizione di tanta letteratura contemporanea al femminile, lontana dalle sfumature e altre amenità, in cui si costruiscono ritratti di donne a tutto tondo, in cerca di una loro realizzazione personale e di un loro inizio.
Parigi è un’ambientazione che a molti può sembrare inflazionata, ma che è sempre funzionale, soprattutto quando della Ville Lumiere vengono presentati aspetti poco noti, come il mondo dei profumieri, della cui realtà si conosce solo il prodotto finito nei negozi specializzati ma non tutto il lavoro che c’è dietro alla costruzione di un profumo. Non può mancare, parlando di profumi, la Provenza, terra celebrata dai pittori ma non sempre così presente nei romanzi contemporanei, ed è bello ritrovarsi anche a Firenze, città emblema dell’Italia di ieri e di oggi, nota ed amata in tutto il mondo, qui raccontata proprio attraverso il lavoro dei suoi artigiani, eccellenza dal Medio Evo di una parte del made in Italy.
Il sentiero dei profumi è un romanzo per chi ama i sentimenti ma per chi cerca anche una storia con un po’ di spessore attorno alla sola vicenda d’amore, con una scelta di ambienti, luoghi e situazioni che comunque è originale. Tra l’altro, in un periodo di crisi come quello attuale, è tutt’altro che male che un’autrice di casa nostra scelga di raccontare realtà di eccellenza di cui si parla sempre troppo poco e che potrebbero essere un’occasione di riscossa e rilancio per la nostra economia.
Leggendo le pagine del libro ci si appassiona senz’altro alla vicenda umana di Elena, eroina di oggi alla ricerca di affetto e considerazione come molte sue lettrici, ma non si può non provare un po’ di interesse e di voglia di scoprire e sapere di più cosa c’è dietro quei piccoli gioielli che sono le boccette di profumo, in particolare quelle artigianali. E magari da cosa può nascere cosa, e si possono scoprire nuove strade per la propria vita, come avviene alla protagonista del libro.

Cristina Caboni vive con il marito e i tre figli in provincia di Cagliari, dove si occupa dell’azienda apistica di famiglia. Appassionata coltivatrice di rose, studia da tempo il mondo delle essenze e delle fragranze naturali. Il sentiero dei profumi è il suo primo romanzo. Segui l’autrice su Facebook Cristina Caboni – autrice

:: Marguerite, Sandra Petrignani, (Neri Pozza, 2014) a cura di Elena Romanello

1 settembre 2014

marguerite_02Dopo aver raccontato la vita di alcune autrici in La scrittrice abita qui, Sandra Petrignani decide di occuparsi di una scrittrice feticcio della letteratura francese, nota in Italia essenzialmente per uno dei suoi ultimi libri, L’amante: Marguerite Duras, nata in Indocina e poi trasferitasi in Francia, intellettuale impegnata in letteratura, cinema e teatro e donna scandalosa per i suoi amori turbinosi, attivista comunista e femminista poi rinnegata dai movimenti, persona dal carattere impossibile ma considerata comunque un’icona non solo oltralpe, ma soprattutto lì.
L’autrice non vuole scrivere una biografia documentata della Duras, scomparsa nel 1996 lasciando la sua eredità in mano ad un figlio trascurato e all’ultimo amante molto più giovane di lei, dopo essersi fatta ancora una volta la fama di intrattabile per la stroncatura espressa al film su L’amante di Annaud, che però le ha procurato indubbiamente nuovi lettori, soprattutto tra le giovani generazioni, che si sono appassionate all’ennesima ma originale e struggente rilettura dell’amour fou e impossibile, aggravato da differenze etniche e sociali.
Il risultato del libro della Petrignani è una ricostruzione della vita dell’autrice, dalla sua infanzia a Saigon fino alla vecchiaia, tra amori, lavoro, militanza, nevrosi, in cui viene dato molto per scontato e vengono presentati vari quadri di vita senza una precisa contestualizzazione, per ricostruire un percorso umano comunque unico forse anche perché molto discusso, ma d’eccezione in ogni caso, sia umanamente che come carriera e contributo alla cultura.
Senz’altro Marguerite è un libro interessante, scritto con uno stile anche insolito e originale, anche perché l’argomento ha fascino e carisma: ma non è un testo adatto a chi non sa niente della vita e degli eccessi di Marguerite Duras, o a chi la conosce solo grazie a L’amante, storia struggente dell’amore impossibile che l’autrice visse da adolescente per un giovane di famiglia benestante cinese, rimasto come rimpianto per tutta la sua esistenza malgrado altre compensazioni e relazioni, in una ricerca bulimica dell’amore capace di scandalizzare anche ambienti comunque moderni e non certi bigotti. Marguerite di Sandra Petrignani ricostruisce il mondo della Duras ma non per neofiti, ma per chi conosce e stima già l’autrice ed è dentro a tutte le sue vicissitudini lavorative e personali, due percorsi che fecero scalpore, tralasciando un po’ e spiace la militanza politica della scrittrice, che abbracciò in maniera totalizzante varie cause, dalla Resistenza al Sessantotto, dal comunismo al femminismo, venendo spesso sottovalutata quando non criticata per comunque un individualismo e un anticonformismo che erano visti come scomodi.
Marguerite è un libro da leggere per chi conosce molto bene vita e annessi di Marguerite Duras, magari grazie a studi in lingua originale o a una passione che viene da lontano, tenendo conto che tolto L’amante, non è che in italiano si trovi poi molto scritto dall’autrice, popolarissima in Francia come tutte le icone culturali, anche se discusse, ma molto meno nota in Italia. Per chi volesse scoprire di più sull’autrice, conviene rivolgersi a testi più tradizionali e convenzionali, che diano un’idea più chiara di accadimenti e vicende, e poi solo in un secondo tempo affrontare un libro affascinante ma non di facile comprensione.

Sandra Petrignani, autrice negli anni ’80 e ‘90 del romanzo postmoderno Navigazioni di Circe (premio Morante opera prima), dell’incantevole Catalogo dei giocattoli, del preveggente Vecchi, delle interviste a grandi scrittrici italiane Le signore della scrittura, è nata a Piacenza nel ’52. Vive a Roma e nella campagna umbra. Le sue opere più recenti sono l’autofiction Dolorose considerazioni del cuore (Nottetempo, 2009) e il vagabondaggio E in mezzo il fiume. A piedi nei due centri di Roma (Laterza, 2010). Nel catalogo Neri Pozza: il fortunato La scrittrice abita qui, pellegrinaggio nelle case di grandi scrittrici del ‘900;  i racconti di fantasmi Care presenze; il libro di viaggio Ultima India.

:: Il sentiero delle stelle, Amy Brill, (Piemme, 2014) a cura di Elena Romanello

30 luglio 2014

amy brillIn Italia e non solo ha goduto fama e stima la compianta astronoma Margherita Hack, ma è dall’Ottocento almeno che l’astronomia ha attratto le donne, aiutate dal fatto che era un’attività che si poteva coltivare da casa, in notti in cui la luna e le stelle erano ancora le uniche luci presenti nel cielo.
In Il sentiero delle stelle l’autrice Amy Brill, esordiente da tenere d’occhio, racconta la storia inventata di una di loro basata sull’astronoma Maria Mitchell, Hannah Price, bibliotecaria e appassionata di stelle per diletto che sull’isola di Nantucket, al largo del Massachussets, impegnata a trovare un suo posto in un mondo in cui alle donne veniva riservato, più ancora di oggi, un ruolo subalterno. Una strada che Hannah troverà, anche se ad un prezzo non basso.
Hannah è curiosa, in anticipo su tempi in cui comunque la scienza mise solide radici in una concezione ormai moderna dell’osservazione del cielo, durante il quale si scoprirono costellazioni e comete: il libro ricorda l’impegno delle donne nella ricerca, fotografando anche un’epoca e un ambiente particolare, quello delle isole nell’Atlantico, ancora più arretrate e difficili da vivere che non la terraferma, dove si viveva di caccia alle balene e dove le città erano costruite tutte in legno, in un periodo in cui era altissimo il rischio di incendi e si rischiava letteralmente di perdere tutto, come effettivamente accadde più di una volta.
Accanto alla storia di un’affermazione scientifica e intellettuale, non manca la vicenda d’amore, insolita e soprattutto proibita per l’epoca, perché Hannah conoscerà il marinaio di colore Isaac, con il quale rimarrà per sempre in contatto, in un mondo in cui non concedeva altro, tenendo conto che Hannah appartiene ad una famiglia di religione quacchera, anche se suo padre e suo fratello, imbarcato su una baleniera, sono comunque diversi e le hanno permesso più libertà di altre, una libertà che la porterà a viaggiare e a insegnare quella materia a cui si è appassionata da autodidatta.
Il sentiero delle stelle è un libro insolito e curioso, una storia al femminile e femminista originale e non scontata, oltre che una pagina di Storia poco nota, ma in fondo importantissima anche per l’oggi: non sono mancati negli anni i libri ambientati nell’Ottocento, non più solo come secolo romantico e stereotipato, né le storie di donne anche controcorrente né i ritratti di realtà insolite, ma questo libro mette insieme vari elementi in maniera interessante e non scontata, con una storia di ricerca di sé attraverso le stelle.
Un libro che può piacere agli amanti del romanzo storico non legato a schemi, a chi ama le storie in rosa non scontate, a chi cerca qualcosa comunque di diverso ed è incuriosito da stili di vita di ieri poco praticati e oggi scomparsi.
La vera Maria Mitchell visse davvero a Nantucket, oggi luogo di villeggiatura fuori dal mondo, più vicino alla modernità ma sempre abbastanza un mondo a parte, sospeso nel tempo, con in alto una coperta di stelle che forse nemmeno l’invenzione della luce elettrica, con cui si chiude il libro, è riuscita a cancellare.

Amy Brill Ha cominciato a scrivere a 14 anni con un romanzo rimasto nel cassetto, e ha continuato con articoli, saggi, racconti pubblicati su diverse riviste letterarie. Uno di questi è stato finalista al Pushcart Prize. Il sentiero delle stelle è il suo primo romanzo, che ha avuto un enorme successo negli Stati Uniti ed è in corso di traduzione in diversi Paesi.