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:: Un’intervista con Dario Gallazzi, a cura di Giulietta Iannone

31 agosto 2026

Benvenuto Dario su Liberi di scrivere e grazie di averci concesso questa intervista. Parlaci di te, dove sei nato, che studi hai fatto, parlaci della tua famiglia.

Sono nato a Milano, ma sono cresciuto nel Golfo di Patti (ME), da 20 anni vivo a Padova. Ho studiato storia dell’arte all’università.

Partiamo dalla tua storia personale: quali esperienze della tua vita hanno avuto un ruolo decisivo nel tuo avvicinamento alla poesia?

La fortuna di avere, a casa, una libreria che è la risultante di almeno tre generazioni di lettori e lettrici: da mio nonno e mia nonna materni, mia mamma e mio zio e poi io e mia sorella. Quella libreria è una sorta di “tesseratto” per dirla alle Interstellar, contiene svariati libri su molti argomenti provenienti da generazioni diverse e opposte.

Quando hai scritto la sua prima poesia? Ricordi cosa ti spinse a farlo e che cosa rappresentava per te, allora, quel gesto?

Ricordo di averne scritte varie negli anni, non ricordo la prima, ricordo che la poesia, in forme e presenza varie, ma c’è sempre stata. 

Che rapporto c’è oggi tra la tua vita quotidiana e la tua scrittura? La poesia nasce più dall’esperienza vissuta, dall’osservazione o dall’immaginazione?

Scrivo quotidianamente, la scrittura è una pratica continua che si nutre di ogni forma del mio stare.

Che cosa significa per te essere poeta oggi? E, soprattutto, pensi che la poesia abbia ancora una funzione nella società contemporanea?

Poeta, romanziere… sono classificazioni che non sempre rispecchiano scelte etiche o politiche. La forma in cui si manifesta il mio dire è anche quella poetica. L’urgenza di dire a volte prende questa forma, non certo autonomamente, ma quando senti che hai finito di dire qualcosa, metti un punto. Tutto qui. Poi verrà chi vuole arrivare a dire che si tratta di una poesia o meno, quello che per me conta è aver condiviso la mia urgenza.

Quando scrivi, da dove parti generalmente? Da un’immagine, da una parola, da un’emozione, da un ritmo, da un ricordo o da qualcosa di completamente diverso?

Da tutto. A volte da un ricordo come in “Cono piccolo”, altre da un’emozione come in “Narcisio”, altre da un fatto di cronaca e da un’incapacità politica come in “Pesce”.

Qual è il tuo rapporto con la forma? Quanto sono importanti per te il ritmo, la musicalità, la metrica e la scelta delle parole rispetto al contenuto?

Ritmo e musicalità sono fondamentali nella poesia orale, in questo modo di condividere la poesia, ossia su un palco declamandola, urlandola ad un pubblico. La metrica per me non è indispensabile. La scelta delle parole è la parte più difficile: io non la gestisco mai, sto con le parole che mi arrivano, non rileggo con la lente dell’editor.

Ci sono poeti, italiani o stranieri, del passato o contemporanei, che consideri particolarmente importanti per la tua formazione? E c’è una poesia che avresti voluto scrivere tu?

Petrarca, Leonora della Ghengia, Montale, Lamarque Vivian, Judith Viorst, Fabrizio De Andrè, Brunello Robertetti, Sanguineti, Michele Stilo, Bartolo Cattafi, Gregory Corso, Patrizia Cavalli, Raffaello Baldini, Ghiannis Ritsos, al momento mi vengono loro.

Quanto conta la lettura nella tua attività poetica? Ci sono libri o autori ai quali torni periodicamente e che continuano a modificare il tuo modo di guardare il mondo?

Leggo molto così come guardo film, vado alle mostre e parlo con la gente. Vivere e restare vigili è l’unico modo che ho per scrivere. Autori e autrici che leggo e rileggo sono quelli della domanda precedente più altri e altre ancora. Al momento però ti direi le tragedie greche del V secolo a.C., tutte.

Qual è, secondo te, il rapporto tra poesia e tempo presente? La poesia deve confrontarsi con la cronaca, la politica, le trasformazioni sociali e tecnologiche, oppure può permettersi di essere completamente altrove?

La poesia è viva solo se è contemporanea e coerente al proprio sentimento della realtà. Per me, la poesia può affrontare tutto quello che nella realtà mi colpisce in qualsiasi ambito, dalla politica alla carbonara.

Guardando al futuro, che cosa vorresti ancora cercare attraverso la poesia? C’è una domanda, un tema o una forma che senti di non aver ancora esplorato fino in fondo?

La poesia non guarda al futuro, non fornisce scenari e soluzioni, al massimo mette in guardia, ma anche qui, buh, e da capire: in guardia da cosa? la poesia non è premonitrice.