Archive for the ‘Uncategorized’ Category

:: Recensione di Yellow Medicine di Anthony Neil Smith

8 luglio 2011

yEra così che doveva essere. Per sempre. Ma non lo vedevo possibile. Proteggerla significava smettere di giocare al ranger solitario. Significava dirle la verità. Significava perderla.
Ero una tragedia greca ambulante. Cazzo.

Ragazzi parliamoci chiaro di poliziotti corrotti e dannati è piena zeppa la letteratura noir. Sono un classico del genere, un must come la dark lady perversa e lasciva, rigorosamente bellissima, il detective privato solitario e squattrinato, magari mezzo alcolizzato, o il gangster psicopatico con una ossessione incestuosa per la madre, ma lasciatemelo dire sarà difficile che vi imbattiate di nuovo in un tipo come Billy Lafitte: un energumeno anni Settanta, trentatre anni e duro come l’acciaio, un tripudio di baffi  e basette in questo periodo di rasature e cerette, un uomo del Sud tutto fascino e noncuranza, eccessivo e irriverente protagonista di Yellow Medicine esordio italiano di Anthony Neil Smith, pubblicato da Meridiano Zero e sfolgorante in tutto il suo splendore grazie alla traduzione di Luca Conti, che gli americani dovrebbero pretendere da contratto.
Billy Lafitte è un antieroe e qui ci siamo, un vice sceriffo corrotto, un bad cop violento e senza scrupoli che racchiude in sè tutti i mali possibili esasperati al limite del grottesco, un vero bastardo capace di tutto da speculare sulle disgrazie delle vittime dell’uragano Katrina, migliaia di senza tetto, gente che ha perso tutto, sotto il sole di fine agosto là nel Mississippi, ad estorcere mazzette a piccoli delinquenti strafatti di metanfetamina, pustolosi e fuori di melone,  da mentire a minacciare, da picchiare, finanche ad uccidere, va beh gangsta ricattatori ma la sostanza non cambia.
Niente è abbastanza sordido e immorale per Billy Lafitte, ma quello che è certo che neanche lui nei suoi deliri più estremi avrebbe creduto possibile trovarsi ad avere a che fare con una banda di scalcagnati terroristi islamici dilettanti provenienti dall’Asia sudorientale intenzionati a sovvenzionare con il traffico di droga niente di meno che una serie di attentati capaciti di trasformare il Minnesota, cuore rurale, sonnolento e innevato del Midwest, in uno scenario di guerra.
Ma andiamo con ordine Billy Lafitte lascia gli alligatori e il caldo di Gulfport, Mississippi, con infamia e disonore, licenziato in tronco, tra il biasimo generale degli ex colleghi felici di uscirne puliti, con la patente del corrotto dopo aver perso moglie, figli e un mucchio di quattrini e si trasferisce in esilio a Yellow Medicine, contea agricola sprofondata tra i campi ghiacciati di soia e granoturco del Minnesota, accolto a braccia aperte dall’ ex cognato Graham, un tipo a posto, tranquillo, di moderate tendenze religiose, padre e marito affettuoso,  sceriffo della città e piamente convinto che alle pecore smarrite si debba dare una seconda opportunità non ostante le si consideri delle mine vaganti.
Billy accetta il posto di vice sceriffo e si incammina nell’irta strada verso la redenzione con più dubbi che certezze. Il tempo di ambientarsi e le vecchie abitudini prendono il sopravvento ma finchè ha a che fare con bifolchi improvvisatisi spacciatori, di cui regolarmente si scopa mogli, madri e fidanzate, sempre pronti a sborsare mazzette in cambio della sua protezione, è lui il più duro e il più cattivo e tutto fila liscio, la situazione degenera invece quando arrivano ragazzi da fuori decisi a subentrare nel traffico e pronti a far rotolare le teste di chiunque gli metta i bastoni fra le ruote.
Il nostro Billy, la cui specchiata onestà è stata già messa in forse in ogni modo possibile, si trova così invischiato nel pantano con i federali, tra cui  Rome del Dipartimento della Sicurezza Interna alto, nero, secco come un accidenti con sangue Sioux nelle vene e decisamente sadico e fuori di testa, che lo sospettano di terrorismo, il cognato dubbioso su fin dove spingersi per aiutarlo e la bella Drew, suonatrice di basso di un complesso psychobilly dal nome improbabile come Elvis Antichrist, di cui si è perdutamente innamorato non esattamente ricambiato, incerta se iniziare a maledire l’istante in cui si era fidata di lui e manco a dirlo avrà il suo bel da fare a dimostrare la sua innocenza e più che altro a restare semplicemente vivo.
Narrato in prima persona e al passato dal  protagonista, con allucinata e iperrealistica convinzione, Yellow Medicine è un noir ipercinetico che non lascia tregua in un crescendo di sangue e violenza condito da dosi abbondanti di humour nero, dissacrante cinismo, rabbia e caustica cattiveria tanto scorretta da lasciare il lettore sgomento e disorientato.
Nel seguito Hogdoggin‘  sarà possibile vedere il protagonista da una differente angolatura, non in prima persona, in Yellow Medicine abbiamo la voce diretta di Lafitte, possiamo guardare il mondo con i suoi occhi scoprire dall’interno tutto quello che gli passa per la mente.
E’ inevitabile accostare Anthony Neil Smith a Victor Gischler, suo grande amico e consigliere, ma se proprio vogliamo trovare padri nobili non posso fare a meno di citare James Lee Burke sebbene Anthony Neil Smith ci tenga a precisare che spesso cita come influenze James Ellroy, James Crumley, Chester Himes, George Pelecanos, ma non spesso Burke sebbene lo legga avidamente da anni.
Certo Smith rispetto a Burke è più duro e tagliente, meno tradizionale e i loro approcci in ultima analisi non potrebbero essere più diversi,  non lo si può negare, ma c’è un non so che, una capacità istintiva che entrambi gli scrittori hanno di emozionare, un virtuosismo stilistico o meglio una capacità tecnica di giocare con i registri linguistici che li rende inevitabilmente affini.
E come non notare una sorta di fratellanza con Jim Thompson, anche se il paragone mi sembra abusato, lo si invoca tutte le volte che c’è un nuovo scrittore di noir un po’ più duro, sporco e cattivo degli altri.
La cosa migliore che si può fare per Anthony Neil Smith è di auguragli di essere unicamente simile a se stesso e già avrebbe di che vivere di rendita.

Anthony Neil Smith è nato in Mississippi, sul Golfo del Messico. Editor della prestigiosa rivista letteraria Mississippi Review e del magazine online Plots with Guns, dirige il Centro di Scrittura creativa della Southwest Minnesota State University.
Ha al proprio attivo cinque romanzi noir acclamatissimi da pubblico e critica: Psychosomatic (2005), The Drummer (2006), il presente Yellow Medicine (2008), Hotdoggin’ (2009, di prossima pubblicazione per Meridiano Zero) e All The Young Warriors (2011). Va pazzo per i tacos, le bistecche al sangue e il vino rosso.
Traduzione dall’inglese di Luca Conti

:: Recensione di Il killer di Formentera di Giò Trevisan

4 luglio 2011

killer fomenteraInvestigatore privato italoamericano sotto la Mole, Bob Lancetti si industria nei modi più ingegnosi per guadagnarsi da vivere, per lo più alle prese con storie di corna con l’aiuto della sua assistente Irene un gran pezzo di ragazza ex poliziotta ricca di temperamento, finchè si presenta nel suo studio una distinta coppia di genitori preoccupati. Angelica Ponchielli la loro amatissima figlia non dà da giorni più notizie di sé e le ultime tracce si perdono a Formentera dove lavorava da circa un mese in un ristorante del porto e viveva a casa di un’amica. A Bob basta una telefonata al capitano della Guardia Civil di Formentera Felipe Bugani, suo vecchio amico dai tempi della missione di pace in Somalia per rintracciare la ragazza e rassicurare i genitori. Ma i Ponchielli accolgono la notizia con scetticismo, dopo tutto la loro figlia non si è mai comportata così e ancora preoccupati pensando che magari la ragazza si sia messa nei guai iniziando a frequentare brutte compagnie o peggio ancora sospettando una fuga d’amore, pregano l’investigatore di recarsi sull’isola. Bob lascia Torino e sbarcato a Formentera viene accolto da Felipe alle prese con un duplice omicidio che ha oscurato il clima vacanziero dell’isola. Due turiste tedesche di Dusseldorf Carola e Sabine vengono trovate avvelenate in circostanze che riportano alla mente un vecchio caso frettolosamente chiuso come un suicidio. Bob ritenendo che il suo incarico non presenti difficoltà si offre di dare una mano all’amico con le indagini ma ben presto scopre che i loro casi sono collegati e lo spettro di un serial killer che si aggira sull’isola inizia a turbare la variegata comunità di vacanzieri composta da eccentrici hippy, artisti anticonformisti, coppie gay e giovani turisti provenienti da tutta Europa. Sotto un sole splendente e circondati da spiagge da sogno il nostro scanzonato investigatore privato e l’abile capitano Bugani uniranno le forze e con il provvidenziale aiuto di Irene riusciranno alla fine a far luce sui delitti e a fermare la mano dell’assassino. Se cercate una lettura leggera e veloce, poco impegnativa, ideale per passare qualche ora di relax magari in spiaggia sotto l’ombrellone sorseggiando qualche bibita fresca  Il killer di Formentera fa per voi. Lo stile è fluido e scorrevole davvero piacevole, i personaggi simpatici, l’ambientazione solare e pittoresca. Non ci sono picchi di violenza né venature noir, le scene d’azione sono ridotte al minimo, la trama è semplice, forse la caratterizzazione dei personaggi non è molto profonda né l’intreccio regala sorprendenti colpi di scena ma tutto sommato è un giallo più che discreto di impianto classico supportato da una buona capacità tecnica. Un pizzico di umorismo senza malizia aggiunge un tocco brioso alla narrazione.
"Il killer di Formentera" di Giovanni Trevisan, è  pubblicato da I love books (
http://www.ilovebooks.it/) sotto la modalità del print on demand. La peculiarità del libro, infatti, è questa: la casa editrice lo stampa per i lettori che lo ordinano on line. Ma non si tratta di "editoria a pagamento" (l'autore non ha acquistato per sè alcuna copia e il testo ha seguito l'iter delle normali case editrici: editing, correzione bozze, impaginazione), ma semplicemente di stampa su richiesta. 

L'autore: Giò Trevisan nasce in provoncia di Torino nel 1961 e vive  a Bologna. Autore televisivo di programmi di successo e autore di testi teatrali. Sceneggaitore di sit-com, ha scritto e scrive per numerosi comici noti al grande pubblico. Questo è il suo primo libro.

:: Recensione di Ogni giorno, ogni ora di Nataša Dragnić

2 luglio 2011

ogni oraMakarska, Croazia. Primi anni Sessanta. Luka e Dora sono solo due bambini quando si incontrano all’asilo e inaspettatamente si innamorano. Scatta tra l’oro una scintilla, quel misterioso meccanismo che si può definire colpo di fulmine, e anche se sono così giovani e l’amore non sanno neanche che cosa sia, percepiscono che qualcosa di indissolubile li unirà per sempre, rendendoli anime gemelle, anzi un’ anima sola in due corpi distinti. Per chi non crede all’amore a prima vista sarà difficile da credere ma l’amore ha vie imperscrutabili per manifestarsi e anche nemici potenti che tramano nell’ombra a ricordare come gli dei siano gelosi dell’amore umano e facciano di tutto per tenere separati gli amanti. E questo succede a Luka e Dora. La separazione e la lontananza spezzano questo legame così esile e nello stesso tempo profondo. Dora parte con la sua famiglia per Parigi e lascia Luka a Makarska, splendida località di mare piena di ricordi e di rimpianti. Qualcosa si spezza nel  giovane cuore di entrambi, rendendoli quasi incapaci di amare ancora. Passano gli anni, sia Luka che Dora seguono le loro strade, Luka diventando pittore e Dora attrice finchè il destino non mischia di nuovo le carte e sedici anni dopo la loro separazione fa sì che le loro strade si rincontrino. Il tempo e lo spazio svaniscono e l’amore che credevano perduto si riaccende travolgendoli e lasciandoli senza fiato. Ma è davvero per sempre, è davvero un incontro destinato a riunirli o solo una nuova tappa prima di una nuova separazione? Cosa allontana Luka? Cosa o chi lo rende incapace di costruire con Dora un futuro insieme? C’è un lieto fine nel loro futuro o l’amore per quanto forte e profondo è destinato a soccombere in questo mondo dove i sentimenti sembrano avere così poco spazio? Ogni giorno, ogni ora, opera prima della scrittrice croata Nataša Dragnić, edito da Feltrinelli Editori,  può essere definito come una semplice storia d’amore, e la semplicità infatti è il suo punto di forza e il segreto con il quale l’autrice sa insinuarsi nell’animo del lettore. Con tocchi leggeri, e uno stile piano e immediato la Dragnić scava nell’anima di due amanti che si perdono e si rincontrano un gioco che sembra riportare agli archetipi stessi dell’amore. Già nel Cantico dei Cantici l’amato e presente nel cuore dell’amata anche se lontano e il perdersi e ritrovarsi è quasi una eterna gimcana in cui ci si rincorre incapaci di fare a meno l’una dell’altra e nello stesso tempo impossibilitati a restare uniti. La Dragnić senza eccedere in un zuccheroso sentimentalismo si interroga su cosa sia l’amore e quanto influisca nelle nostre vite e Luka e Dora diventano l’emblema di questo anelito universale alla felicità che infondo appartiene a tutti noi. Sono certa che anche i meno romantici saranno intrigati dal fascino discreto della sua scrittura e dalla capacità quasi involontaria di parlare la lingua dell’uomo moderno così poco avvezzo a far prevalere le ragioni del cuore a quelle della ragione. Ogni giorno, ogni ora è in ultima analisi una delicata storia di sentimenti a tratti poetica, immersa in un’ atmosfera fresca e vivace. Forse la lettura è indicata prevalentemente ad un pubblico femminile anche se non è detto, so per esperienza che il romanticismo ormai è una categoria che supera i generi e quando una storia è ben scritta, come in questo caso, è fruibile indistintamente sia da un pubblico maschile che femminile. 

L'autrice Nataša Dragnić è nata nel 1965 a Spalato, Croazia. Nel 1995 si è laureata in Lingue e letterature straniere (tedesco, inglese e francese) e si è specializzata in studi diplomatici. Oggi vive a Erlangen, Germania, dove insegna Lingue nell’università locale. Ogni giorno, ogni ora è il suo primo romanzo uscito  in Germania per dva a marzo 2011. Molto conteso a livello internazionale, sarà tradotto in ventidue paesi, tra i quali: Spagna (Seix Barral), Gran Bretagna (Chatto & Windus), Usa (Penguin), Francia (Flammarion), Olanda (De Bezige Bij), Cina (Shanghai 99), Canada (Doubleday), Danimarca (Gyldendal), Finlandia (Otava), Israele (Kinneret), Corea (Moonhaksoochup), Norvegia (Gyldendal Norsk).   

:: Malapunta: un giorno sull’Isola – le risposte, sesta e ultima tranche

1 luglio 2011

malapunta-giorno-partner1Complimenti, avete trovato la sesta e ultima parte del viaggio. Continua la visita guidata (da Danilo Arona) lungo le impervie coste di Malapunta l’Isola più misteriosa d’Italia!

 42) Susanna Raule
 Sei davvero certo che sia sicuro pubblicare il suo libro postumo? Ci sono soglie che è meglio non mettere alla prova, in fondo…
 
 Mi inviti a nozze. Ho attraversato soglie che voi umani… Sono più che certo.

 43) Susanna Raule
 Davvero escludi che, un giorno, Morgan non ritorni a tirarti le lenzuola? Ti sembrerà strano, ma l'altro giorno l'ho sentito parlare alla radio. E visto che è "morto"…

 Non escludo mai nulla per mia forma mentis. Quindi accolgo con gioia (e anche con stupore) la notizia che l'hai sentito parlare alla radio. Mi dovresti dire, se vuoi anche in privato, dove l'hai captato. Sulle onde corte?

 44) Miriam Mastrovito
 In una famosa conferenza a Busalla nel 2007, Morgan Perdinka ha dichiarato di scrivere perchè c'era qualcosa che lo inseguiva. E tu Danilo, perchè scrivi? Hai anche tu qualcosa che ti insegue?

 Sempre. Conosci la teoria di Lacan (eh, certo, rompo un po' troppo con la psicanalisi, mi rendo conto…) dell'inconscio esterno, che sostiene più o meno che l'inconscio è un effetto di superficie. Nella mia estate del '62, qualcosa emerse dal mio inner space e non ha più voluto saperne di rientrare. Se solo riuscissi a capire cosa… “L'Estate di Montebuio” è un tentativo di svelarlo. Perfettamente riuscito – a quel che mi dicono i lettori – sul piano della visualizzazione del Male, ma fallito dal mio punto di vista personale. Perché io non ho “visto” il mio mostro dell'Id. O magari è lui, Perdinka. Ma quest'ultima considerazione è solo frutto di un'elaborazione intellettuale. Che è troppo facile, data la mia passione per i Doppelganger.

45) Giovanni De Matteo
 In "Malapunta" realtà onirica e oggettiva – mi sembra di intuire – ancora una volta si fondono sul piano della narrazione, intrecciando suggestioni che scaturiscono dal lato "occulto" della scienza, quegli aspetti misteriosi del mondo che ci circonda, non ancora chiariti alla nostra conoscenza (penso per esempio alla risonanza di Schumann). Si tratta di una caratteristica che permette ai connettivisti come me di sentire Arona molto vicino come sensibilità, oltre a vederlo come solido riferimento letterario. Quello che vorrei chiedere ad Arona dopo questa premessa è se anche lui considera la scrittura di genere (horror, fantascienza, weird), come un approccio di interpretazione/rappresentazione della realtà basato sull'immaginario, laddove gli strumenti della scienza non si siano ancora dimostrati efficaci e capaci di sciogliere gli enigmi che ci circondando.
 
 Analisi perfetta. Questo dovrebbe essere la scrittura di genere. Uno strumento di confronto con le nostre paure reali e un tentativo, condiviso con altri scrittori affini come sensibilità, di andare oltre e di capire, magari svelando verità scomode, dove siamo diretti, soprattutto “se” siamo diretti. Riuscire a scavalcare, poi, le definizioni e riuscire e dare alla letteratura praticata un significato esistenziale e aperto il più possibile al mondo.

 46) Fabrizio Vercelli
 Sia dalle tue opere che da quelle di Morgan emerge la certezza che la realtà non sia solo ciò che i nostri sensi ci trasmettono e questo si riflette nella vostra capacità di mescolare fantastico e reale al punto da renderli indistinguibili. Quali sono gli eventi chiave che hanno fatto nascere in voi questa convinzione? (domanda dello staff XII fuori concorso)
 
 Di prima botta mi viene in mente l'11 settembre, un evento per nulla fantastico. E di certo successivo a molte “nostre” storie in cui il mix di fiction e realtà era già stato sperimentato (la strage di Matamoros legata al Palo Mayombe, le stragi del sabato sera e altro ancora…), ma il crollo in diretta mondiale delle Torri Gemelle mi sembra proprio l'evento-chiave per rendersi conto, quanto meno, dell'incertezza della visione, dello iato fra percezione e interpretazione della medesima. Se si pensa che tutte le teorie del complotto nascono da quelle stesse riprese, la contraddizione interna alla “visione” è evidente. Non voglio tirarmela da Davide Icke (io poi sono uno scettico perché l'autentico ricercatore così ha da essere), ma quella giornata sin da subito mi è sembrata come un gigantesco, planetario e condiviso atto di magia (nera) ben orchestrato da un'occulta regia che ha applicato il principio della massima visibilità al “segreto più nascosto”, citando il teorico dei Rettiliani. Una regia “quasi” perfetta peraltro con una falla di cui non tutti si accorsero, ovvero la BBC che annuncia mezz'ora prima il crollo del WTC7 (la terza torre), mentre stava ancora in piedi. Un crollo con nessuna spiegazione attendibile, a voler fare i pignoli. Ma con il casino di quel giorno, si era in pieno clima da allucinazione consensuale. Ecco, con l'11 settembre quella convinzione, già latente e circolante nella mente, sull'indistinguibiltà del reale si è radicata… A ciò hanno anche contribuito pure i “fuori campo” della giornata. Dal grottesco interludio del Pentagono all'altro dell'United Airlines 93, che proprio non sta in piedi. Eppure quel giorno è stato ampiamente dimostrato che una coalizione di cervelli può farti “vedere” qualsiasi cosa, contando su una devastante interferenza emotiva sulle strutture del pensiero.

47) Fabrizio Vercelli
 La vostra visione del mondo, pur legata al misterioso e al difficilmente spiegabile è assai distante da quella di personaggi che annunciano apocalissi con periodicità, vedono complotti ovunque e/o inseguono foto o filmati sgranati e incomprensibili alla ricerca di prove di un soprannaturale o alieno. Spesso, in questi individui, approfondendo si riscontrano semplici desideri di lucro o di proselitismo. Sulla base del vostro approccio, qual è l'opinone che tu e, a suo tempo Morgan, avete di queste persone? (domanda dello staff XII fuori concorso)
 

 Bah, sono i truffatori dell'Apocalisse. La truffa è il crimine più praticato al mondo e, ancor di più, in Italia. Adesso che stiamo entrando nell'imbuto del 2012, costoro ce ne faranno vedere, e sentire, delle belle. A discapito magari di chi ha qualcosa d'interessante da comunicare al mondo. Tipo gli scrittori collegati con una dimensione “altra” e “connessi”.

 48) Andrea Viscusi
 Leggendo gli indizi finora trapelati su Malapunta, mi è venuto subito in mente Lost, il telefilm che è stato un fenomeno notevole degli ultimi anni (e di cui io stesso sono stato un accanito sostenitore). alcuni elementi in comune possono essere l'isola misteriosa e disabitata, il gruppo di sopravvissuti e quello dei ricercatori che svolgono strani esperimenti, i sogni inspiegabili, eccetera. Non so se possa esserci stata un'influenza, ma uno degli elementi che più caratterizzava Lost era il fatto che l'isola stessa non era solo un'ambientazione, ma di fatto un personaggio della storia: l'isola sembra avere una sua volontà, degli obiettivi e dei poteri particolari, che utilizza per muovere (e anche richiamare) i suoi occupanti. Malapunta (intesa proprio in quanto isola) è qualcosa del genere? Ha una sua "vita", una sua personalità che trascende quella di località geografica? È essa stessa un personaggio del libro?
 
 Quando ho visto “Lost” per la prima volta, mi è venuto un coccolone. E ho pensato: “J.J. Abrams è stato dall'altra parte, quella in cui viveva Morgan, e ha comperato e letto 'Malapunta'!” Poi in verità, al di là di evidenti elementi in comune, le storie sono molto diverse. Per fortuna di chi le fruisce. Certo, i disinformati e i distratti diranno che il romanzo è una costola di “Lost”… Magari, potrei rispondere, fosse vero. Posso comunque rispondere in parte: sì, per un verso Malapunta ha una sua “quintessenza” vitale che si trasmette per via onirica. Ma qui mi fermo perché c'è un ennesimo rischio di spoiler. Perchè nulla, a Malapunta, è ciò che sembra. Anche se la frase, dopo anni di opere – libri e film – sull'incertezza del Reale, è ormai fatta.

 Le precedenti tappe già pubblicate: 

 http://xii.forumfree.it/?t=56396641
http://latelanera.forumfree.it/?t=56422402
http://forum.webtool.it/ShowThread.aspx?idconfig=477&idforum=10041&idthread=140255
http://lideablog.wordpress.com/2011/06/30/malapunta-un-giorno-sullisola-le-risposte-quinta-tranche/

  

 

 

:: Recensione di “Pesca alla trota in America” di Richard Brautigan a cura di Valentino G. Colapinto

29 giugno 2011

bragMeglio forse di chiunque altro Richard Brautigan (1935-1984) ha saputo incarnare in letteratura gli ideali hippie e il loro fallimento. Poeta e scrittore postmoderno, accostabile per certi versi alla beat generation e per altri ad autori geniali come Kurt Vonnegut, Brautigan è purtroppo poco noto in Italia. Va reso merito, quindi, alle Edizioni ISBN di aver pubblicato le sue opere, compresa infine Pesca alla trota in America – senza dubbio il suo libro più famoso e importante, a lungo introvabile in Italia.

Di questo “romanzo”, se così possiamo definire l’insieme di racconti brevi e brevissimi, lettere, ricette di cucina, pagine di diario e così via che lo compongono, è stato detto che rappresenta il lato più luminoso e ottimistico dell’utopia degli anni ’60. Quella stessa utopia il cui lato oscuro è stato invece raccontato in romanzi come Un oscuro scrutare di P. K. Dick o in saggi come Sway di Zachary Lazar.

Ma qui non c’è stata ancora la svolta negativa del ‘69, non si sono ancora manifestati Charles Manson o i danni provocati dalla cultura della droga, né si è passati dall’Estate dell’Amore a quella dell’Orrore.

Pesca alla trota in Americaè, infatti, stato scritto non a caso nel 1961 e pubblicato a San Francisco nell’autunno del 1967, appena terminata la Summer of Love.

Figlio di un contadino e di una cameriera, Brautigan visse un’infanzia terribile, fatta di estrema povertà e maltrattamenti, che lo segnarono per sempre. Dopo una giovinezza turbolenta, in cui finì prima in carcere e poi in manicomio (lo stesso di Qualcuno volò sul nido del cuculo) dove fu sottoposto più volte a elettroshock, il futuro scrittore si trasferì a S. Francisco, partecipando attivamente alle prime manifestazioni del movimento hippie. Scrisse Pesca alla Trota di getto, durante un campeggio in Idaho.

Quando il libro fu pubblicato dopo sei anni da una piccolissima casa editrice, Brautigan diventò suo malgrado un simbolo della sua generazione alla pari di Bob Dylan o Timothy Leary.

Pesca alla trota, infatti, vendette in poco tempo oltre due milioni di copie e il suo autore, definito dai critici come il più rappresentativo della controcultura, finì sulla copertina di Life e dietro una cattedra ad Harvard. Il successo però spesso può essere più destabilizzante del fallimento, e Brautigan non ci si abituò mai completamente.

Questo allampanato (era alto quasi due metri) cowboy dandy, affascinato dai grandi spazi dell’America profonda e dal buddismo zen, fu perseguitato per tutta la vita dall’alcolismo e concluse la sua triste parabola con un colpo di pistola alla testa nel pieno dei reaganiani anni ’80, quando tutti i suoi ideali sembravano sconfitti e la vena creativa esaurita. Negli anni ‘70 la sua popolarità, infatti, era calata sempre di più ed era ormai stato dimenticato sia dalla critica che del pubblico. Il suo cadavere fu ritrovato in stato di decomposizione ormai molto avanzato.

Ma torniamo al libro. Si tratta della prima opera narrativa di Brautigan, che a quel tempo scriveva soprattutto poesie, e consiste in una silloge di prose molto brevi, spesso di una sola pagina, il cui unico filo conduttore è Pesca alla trota in America, un’enigmatica entità che a seconda dei casi assume significati diversi, diventando di volta in volta un oracolo, il vestito di Jack lo squartatore, un alberghetto, uno stato mentale, un barbone alcolizzato, ecc.

Alcuni hanno visto in Pesca alla trota (che nel mezzo del libro viene anche sottoposta ad autopsia e poi seppellita) la fine dell’American Dream oppure dell’innocenza dei non più giovani Stati Uniti, altri una reincarnazione moderna e autoironica di Moby Dick.

In questo romanzo originalissimo Brautigan procede per associazioni libere e nonsense; i suoi raccontini sono irresistibilmente comici, anche se spesso racchiudono un retrogusto amaro; la sua immaginazione sfrenata e satirica prende di mira tutto e tutti: dalla tradizione culturale all’America contemporanea, da Nixon agli stessi hippie.

In definitiva, Pesca alla trota in America è un libro allegro e naif, un inno genuino alla natura e alla vita che ci riporta i sapori di un’epoca non troppo lontana eppure irripetibile.

:: Recensione di Quello che le mamme non dicono di Chiara Santamaria a cura di Barbara Balbiano

29 giugno 2011

bannerlibroQUELLO CHE LE MAMME NON DICONO
Di Chiara Cecilia Santamaria edizioni Rizzoli
 
Donne, mamme presenti e future, ragazze che pensate di mettere in cantiere un bel bimbo o voi che vi state domandando se e quanto la maternità cambierà la vostra vita … non potete assolutamente perdere questo libro.
Ironico, divertente, ma soprattutto coraggiosamente sincero!
Tutte vi diranno che avere figli è la cosa più bella del mondo, che la gravidanza è un momento magico, fantastico un'esperienza unica, e quando vi ci troverete in mezzo, ad affrontare terrorizzate un nuovo stato in cui il vostro corpo che cambia accompagna una mente piena di paure, dubbi e sentimenti contrastanti, con le lacrime agli occhi e gli ormoni in subbuglio, vi rinchiuderete nel silenzio della vostra stanza a chiedervi "ma cosa ho fatto"?
Ed accadrà. Anche se quel nano che vi cresce dentro è la cosa che avete sempre voluto. Ve lo dico per esperienza personale.
Bhe "Quello che le mamme non dicono" vi può davvero aiutare, perché vi sentirete finalmente meno sole e per tutti i nove mesi potrete farvi cullare dalle 259 pagine che l'autrice vi regala con una disarmante e cruda sincerità.
Vi farà sentire meno comprese e vi preparerà a ciò che verrà dopo, ma … come in ogni favola che si rispetti ci sarà un lieto fine vedrete.
Perché la maternità e il rapporto fra madre e figlio è davvero un incubo che se affrontato con la giusta prospettiva può diventare una fiaba.
La protagonista è una ragazza di ventisette anni, con una vita divisa fra feste, amici, aperitivi e un mini appartamento dove vive col fidanzato.
Un bel giorno le due lineette blu sul test di gravidanza le cambiano tutto.
E si ritrova a chiedersi se ce la farà a far coincidere tacchi a spillo e pannolini.
Lascio a voi il piacere della scoperta.
A proposito … cari uomini, forse non capirete lo stesso… ma se quella donna sensuale che avevate accanto fino all'altro ieri si sta trasformando in un essere tondo, isterico e con addosso  perennemente il pigiama … bhe forse vale la pena provare a leggerlo.
Tanti auguri!

:: Segnalazione La sera della prima di F. G. Parke

28 giugno 2011
ba100F. G. Parke, LA SERA DELLA PRIMA
(1931, First Night Murder)
I bassotti n. 100 – 288 pagine – Euro 13,90
 
Per la “prima” del nuovo spettacolo dell’acclamato autore Martin Ellis, l’Olympic Theatre di Broadway è quasi al completo. L’ultimo atto si sta avviando alla conclusione e lo svelamento dell’assassino è imminente. Le luci si spengono e un acuto grido femminile echeggia straziante nel teatro: pura finzione scenica, naturalmente. Ma l’urlo che proviene dalla platea pochi istanti dopo non è in copione: quando le luci si riaccendono, Julius Brandt, noto produttore nonché comproprietario dell’Olympic, viene trovato senza vita nella sua poltrona con due profonde ferite sul collo. Il panico si diffonde nel teatro, la polizia sbarra le uscite e perquisisce tutti gli spettatori, ma senza successo. Dov’è finita l’arma del delitto? E, soprattutto, chi può averlo commesso? Brandt si era fatto molti nemici nel suo lavoro, a partire dall’uomo che lo aveva minacciato durante l’intervallo e che era arrivato a teatro in compagnia della moglie del produttore. Anzi, ex moglie, poiché da pochi giorni Brandt aveva ottenuto il divorzio e quello stesso pomeriggio si era risposato in segreto con Sheila Manning, la giovane star della serata. In questo mystery del 1931, finora inedito in Italia, toccherà al tenente Gradey fare luce sul caso con il prezioso aiuto di Martin Ellis, segretamente innamorato di Sheila e determinato a scoprire cosa si nasconde dietro questo groviglio di affari, gelosia e vendetta.
 
F. G. Parke era con ogni probabilità uno pseudonimo e l’identità dell’autore, o dell’autrice, resta a tutt’oggi un mistero. L’edizione originale del volume – The Dial Press, New York – non riporta alcuna nota biografica, ma nel risvolto di copertina il personaggio di Martin Ellis viene paragonato a Philo Vance, il celebre investigatore creato da Van Dine nel 1926. E se la trama del libro rimanda a quella di La poltrona n. 30, il romanzo d’esordio di Ellery Queen in cui il delitto veniva commesso durante uno spettacolo teatrale, va detto che quest’ultimo era stato pubblicato due anni prima. Nonostante l’alta qualità dell’opera che fa pensare a un autore di prim’ordine, tali elementi non bastano per ipotizzare che sotto lo pseudonimo di F. G. Parke si celi uno dei due scrittori americani.

L’uscita del Bassotto numero 100 sarà accompagnata da uno speciale volume celebrativo
 
Per celebrare questo importante traguardo, la Polillo editrice propone ai suoi affezionati lettori l’esclusivo COFANETTO “I bassotti – 100”, contenente “La sera della prima” e lo speciale volume “Gli autori dei primi 100 bassotti – Vita e opere”, che raccoglie le biografie di tutti gli autori pubblicati nella collana “I bassotti”, in una versione riveduta e aggiornata.

:: Intervista con Anthony Neil Smith

23 giugno 2011

yellowmedicineCiao Anthony. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Anthony Neil Smith? Punti di forza e di debolezza.

Sono un uomo del sud "esule" nel gelido nord (Minnesota). Sono uno scrittore di crime che ha iniziato ad amare la narrativa pulp già in tenera età. Sono un po' grasso, perché mi piacciono i tacos. Sono un professore universitario e dirigo il Corso di Laurea di Scrittura Creativa. Punti di forza sono schivo, creo orribili storie piene di efferati delitti , e guardo tanta TV. Sono debole a golf e nel ballo. Mi piace il golf, ma non mi piace ballare.

Raccontaci qualcosa del tuo background, i tuoi studi, la tua infanzia.

Sono cresciuto sulla Costa del Golfo del Mississippi, non lontano da New Orleans, così che quella cultura – i frutti di mare, la spiaggia, il Mardi Gras, il blues-  è entrata dentro di me. Mio padre morì in un incidente stradale quando avevo dieci anni. Quindi forse questa esperienza mi ha spinto ulteriormente verso il macabro. Mia mamma era molto interessata al processo legato alla morte e alla sepoltura. Entrare nei dettagli aiuta ad affrontare le situazioni, e per un po’ ha venduto anche bare. Ho fatto anche parte della Chiesa pentecostale per circa otto anni. Si chiamano “holy rollers " giù al Sud, perché saltano, ballano, urlano, e parlano in lingue differenti durante i servizi. Ma non faceva per me. Così sono andato all’università e mi sono specializzato in scrittura creativa e letteratura. E’ stata la miglior decisione che abbia mai preso, perché davvero mi ha aperto un nuovo mondo davanti a me. Dopo la laurea ho trovato lavoro in Michigan, facevo l'insegnante, e pochi anni dopo, ho trovato il mio attuale lavoro in Minnesota. Adoro insegnare ai nostri studenti scrittura, e mi piace soprattutto quando essi iniziano ad apprendere come tutto funziona.

Quando ti sei reso conto che quello che davvero volevi fare era fare lo scrittore?

Molto presto, probabilmente quando avevo sette o otto anni. Amavo i fumetti, e nella biblioteca della scuola, trovai un libro della serie Hardy Boys con una grande copertina (alcuni ragazzi intrappolati in un piccolo aereo che si avviava verso l'oceano), e volevo scoprire a tutti i costi cosa fosse successo dopo. Il bibliotecario pensò che fossi troppo giovane per il libro, ma poi mi diede una chance, e così gli dimostrai che lo potevo leggere. Da allora in poi non ho più smesso .

Leggi altri autori contemporanei?

Tanti, davvero tanti. Penso che uno scrittore abbia bisogno di sapere che cosa i suoi coetanei stiano facendo piuttosto che nascondere la testa sotto la sabbia o dire: "Ho letto solo i classici." Ho un sacco di amici scrittori, e mi piace leggere il loro lavoro. Per esempio, Victor Gischler, Sara Gran, James Lee Burke, James Ellroy, Vicki Hendricks, Stephen Graham Jones, Kyle Minor, tanti altri, e anche scrittori non-crime come John Banville, Sherman Alexie, China Mieville, e così via .

Raccontaci qualcosa del tuo debutto. La tua strada verso la pubblicazione. Hai ricevuto molti rifiuti?

Il mio primo romanzo, Psychosomatic, fu rifiutato circa 27 volte prima che trovassi una piccola casa editrice. Il mio agente odiava il mio secondo romanzo The Drummer, così dovetti licenziarlo e trovarmi un editore per conto mio. Con il tempo ho incontrato Allan Guthrie il mio attuale agente, e avevo già finito un altro romanzo che non riuscivamo a vendere, quando finalmente Yellow Medicine ha rotto l’incantesimo. Ci sono voluti quasi nove mesi prima di riuscire a venderlo, ma sono contento di aver resistito. Prima di scrivere romanzi, ho pubblicato un sacco di storie brevi, troppe, ma devo dire che mi ha aiutato. Ho affrontato circa 900 rifiuti se conto tutti i miei tentativi di vendere racconti, anche se solo circa 40 sono stati poi pubblicati. Ho sempre creduto in quelle storie, e alla fine ho trovato gli editori che erano d'accordo con me.

Parliamo di Yellow Medicine appena pubblicato in Italia con Meridiano Zero. Perché hai deciso di scriverlo? Qual è stato il punto di partenza nel processo di scrittura?

Mi ero appena trasferito in Minnesota, e l'atmosfera del luogo – intendo il modo in cui le persone mi guardavano e mi parlavano- , era un po' fredda. Per non parlare del gelido inverno con tanto ghiaccio, neve e vento. Ero infelice durante il mio primo semestre in Minnesota. Mentre Victor Gischler era venuto a trovarmi, gli stavo raccontando del luogo, passammo davanti ad un cartello che diceva, "Yellow Medicine County", dove avevo preso in affitto una casa. Egli mi disse: "Questo è un gran bel titolo. È necessario che usi questo." Non passò molto tempo che la mia rabbia mi portò a creare il vice sceriffo Lafitte, che aveva il potere di fare qualcosa per risolvere i suoi problemi, un distintivo e una pistola. Così ho vissuto indirettamente attraverso di lui, maledicendo tutto quel maledetto posto. Quando ho incontrato la donna che poi ho sposato, lei mi ha fatto scoprire cose sul Minnesota che non avevo visto fino ad allora, e mi sono innamorato di lei e dello stato al tempo stesso. Così, mentre Yellow Medicine nasce dalla rabbia, nello stesso tempo ha portato nella mia vita invece qualcosa di molto più bello.

Puoi raccontarci qualcosa sulla trama di questo libro senza rivelarci il finale?

Un cattivo poliziotto riceve una seconda possibilità in Minnesota, dove diventa anche peggio. Billy Lafitte è un esule dell’Uragano Katrina. Il suo ex-cognato così gli propone di diventare il suo vice sceriffo. In Minnesota, Billy se la cava bene con i vecchi trucchi, infrangendo la legge e proteggendo dei piccoli spacciatori, ma poi arriva gente di fuori città ed inizia a provare a spingersi nel suo territorio. Da questo momento in poi tutto comincia ad andare male.

Quanto hai impiegato a scrivere Yellow Medicine?

Circa un anno. Come la maggior parte dei miei romanzi impiego circa un anno a scriverli e un paio di mesi per rivedere il tutto.

Altre opere ti hanno ispirato nella scrittura di questo romanzo?

Penso che la serie televisiva The Shield abbia avuto un grande impatto. Ho pensato spesso al protagonista, Vic Mackey, sorprendentemente cattivo e carismatico, ma sempre molto legato alla sua famiglia. Sì ho creato il mio cattivo poliziotto sul suo tipo anche se prende in un certo modo le distanze dalla sua famiglia. Penso che anche i romanzi di Dave Robicheaux di James Lee Burke abbiano avuto una certa influenza  su di me anche se ho fatto di tutto per combatterla. Ma si può dire che ho letto un sacco di Burke.

Puoi dirci qualcosa in più sul tuo protagonista, Billy Lafitte?

Billy è il tipo di ragazzo a cui offriresti qualcosa da bere in un bar perché le sue storie sono affascinanti, ma poi lui avrebbe il sangue freddo di chiederti un passaggio a casa. Ho voluto creare un personaggio per cui fai il tifo e contemporaneamente ti fa rabbrividire. Nel libro successivo, Hogdoggin ', si inizia a vederlo da una diversa angolazione, e si vede anche quanto lontano è disposto ad andare per rimanere vivo e libero.

Chi ha disegnato la copertina italiana?

In realtà non lo so. Spero di scoprirlo al più presto. Tutto quello che so è che un giorno, Matteo Strukul (di Merdiano Zero) ha mostrato su Facebook tre versioni della stessa copertina e poi ha chiesto ai lettori quale era quella che preferivano. Non sorprende, che abbia vinto quella con  più giallo! Amo la bellezza austera di questa cover.

Descrivici una tipica giornata di lavoro.

Scrivo in estate circa dalle 9 o 10 del mattino fino all' 1 o 2, a seconda di ciò che sta succedendo in quel giorno. Scrivo direttamente sul mio computer, e ascolto molta musica durante la scrittura, una gran varietà di generi, qualunque pezzo sembri corrispondere all'energia del giorno. Durante i semestri scolastici, scrivo meno forse 3 o 4 giorni alla settimana. Mi piace di più scrivere la mattina. Mi sento davvero bene. Ma non troppo presto (prima prendo il caffè e guardo la TV ) e mai di notte (sembra che i miei poteri creativi chiudano dopo le  5:00). Invidio i ragazzi che conosco e che possono rimanere alzati fino a tarda notte e scrivere. Io non ci riesco proprio. Vado a letto presto, prima di mezzanotte.

I tuoi libri sono stati tradotti in vari paesi. È eccitante?

Assolutamente. E 'veramente fantastico. Mi ricordo il mio traduttore svedese che mi chiedeva cose che davo per scontate- per esempio cosa fossero le caramelle M & M , che lui pensava fossero una "droga", o il gioco Twister, quindi sono davvero impaziente di parlare con Luca Conti. Quando leggo i libri tradotti, spesso mi chiedo perché il traduttore abbia scelto un determinato fraseggio o determinate parole, e mi immagino come sarebbe stato leggere il libro in lingua originale (in particolare mi è capitato durante la lettura di Murakami in inglese). E sono entusiasta di sapere che Luca ha anche tradotto il lavoro del mio amico Victor. Mi chiedo spesso come sia pensare le nostre parole in un'altra lingua. E ha anche lavorato traducendo Chester Himes, un altro dei miei autori preferiti in assoluto.

Progetti di film tratti dai tuoi libri? Se Hollywood si facesse viva, chi suggeriresti per la parte di Billy Lafitte?

Oh, non c’è alcuna prospettiva reale per i film in questo momento, anche se so che il grande scrittore, Bill Rabkin, sta lavorando su una sceneggiatura tratta da Yellow Medicine. Prima che firmassi, c'era un po 'di interesse in televisione, ma mai nulla di concreto. Se potessi scegliere chi far recitare la parte di Billy, sarei indeciso tra due ragazzi: Sam Rockwell e Johnny Knoxville. Se Knoxville riuscisse a tirar fuori la sua parte "seria", allora sarebbe davvero perfetto per il ruolo.

Chi sono i tuoi autori viventi preferiti?

Moltissimi. Mi limiterò a dirti quelli che mi fanno impazzire. Allora: James Lee Burke, James Ellroy, Richard Price, T. Jefferson Parker, Sara Gran, Kyle Minor, Stephen Graham Jones, Megan Abbott, Victor Gischler, Vicki Hencricks, Daniel Woodrell, e Sean Doolittle

Cosa stai leggendo in questo momento?

Sto leggendo di James W. Hall Tropical Freeze and Hell’s Bay. Mi piacciono molto i suoi romanzi con Thorn. Inoltre, del mio grande amico Frank Bill Crimes in Southern Indiana, che è stato uno dei libri rivelazione dell'anno. Mi piacerebbe molto se ne facessero una traduzione italiana.

Ti piace fare tour promozionali? Raccontaci qualcosa di divertente accaduto durante questi incontri.

Mi piace promuovere il mio lavoro on line con il mio blog, con alcuni video, o altri scritti. Sto vendendo molti ebooks con Feacbook e Twitter. Ma il discorso cambia quando sono in tour, sono molto agitato. A volte si sono presentate solo due persone  (e allora non acquistavano un libro), o mi è successo che abbia prenotato una libreria solo per scoprire che il proprietario odiava il mio libro, e non mi voleva lì. Naturalmente, il mio libro era elencato sul sito web del suo negozio. Una volta mi hanno chiesto se volevo fare una presentazione, con firma dei libri,  in una libreria di New Orleans, ma avrei dovuto dargli una cinquantina di nomi, indirizzi e numeri di telefono delle persone che sarebbero state presenti. Così ho iniziato a fare la lista, erano un bel po', ma anche così mi è stato detto dal negozio che, anche se avevo inviato la lista, ancora non mi permettevano di fare la presentazione. Poi però, vi posso anche dire che in diversi negozi mi trattano come uno di famiglia:. Once Upon a Crime a Minneapolis, Murder by the Book a Houston, I Love a Mystery a Kansas City, Square Books ad Oxford, MS., sono stati tutti meravigliosi. Ed è sempre meglio viaggiare con gli amici, ho avuto grandi soddisfazioni con Sean Doolittle e Victor Gischler. Molto meglio che farlo da soli.

Raccontaci qualcosa sugli altri tuoi libri ancora non tradotti in Italia.

Il prossimo romanzo di Billy Lafitte, Hogdoggin ', dovrebbe uscire per Meridiano Zero fra poco. Non sono ancora sicuro sulla data. Ma ho tre altri romanzi editi Psychosomatic, The Drummer, and Choke on Your Lies che potrebbero interessare ai miei lettori italiani. Hanno tutti troppo sesso e violenza e per questo  motivo alcune persone negli Stati Uniti li odiano e altri li amano. Chiamo Psychosomatic il mio "cartoon noir" perché è decisamente sopra le righe.

Sai se Meridiano Zero tradurrà in italiano qualche altro tuo libro?

Credo che tradurrà Hogdoggin , ma come per gli altri, spero che la gente convinca Marco a tradurli tutti!

Verrai in Italia a presentare di nuovo i tuoi romanzi?

Mi piacerebbe tornare in Italia e vedere di più il vostro paese, e incontrare i miei  lettori italiani. Il mio amico Victor è stato più di tre o quattro volte ormai, e sono un po 'geloso, quindi spero di fare come lui e di essere invitato a tornare più volte.

Parlami del rapporto con i tuoi lettori? Come possono mettersi in contatto te?

Mi piace parlare con i miei lettori. Molti di loro sono scrittori, troppi a dire il vero, e chiedono il mio parere sul loro lavoro. Sono sempre onesto, brutalmente anche, ma apprezzano. Sono anche felice di trovare nuovi lettori e sentire la loro. Mi possono seguire su Twitter @ DocNoir, o visitare il mio blog e lasciare commenti: http://anthonyneilsmith.typepad.com.

Infine, nel salutarci l’ultima domanda: a cosa stai lavorando ora?

Sto lavorando al terzo romanzo con protagonista Billy Lafitte, così come ad alcuni racconti brevi che parlano dei suoi giorni da poliziotto in Mississippi. Allo stesso tempo, sto lavorando ad un follow-up di un thriller che ho finito di recente e ho intitolato All the Young Warriors. Spero di trovare presto un editore in modo che possa scrivere una nuova serie con protagonista un ex capo banda che diventa un "bravo ragazzo".

:: Recensione de “L’ultimo lupo mannaro” di Glen Duncan a cura di Valentino G. Colapinto

22 giugno 2011

Lultimo_lupo_mannaroL’ultimo lupo mannaro” di Glen Duncan: 480 pp., prezzo di copertina €16,90 [ISBN, 2011].
 
Gli appassionati di vampiri e lupi mannari si erano ormai rassegnati a vedere le loro amate creature dell’orrore ridotte a icone glitterate del paranormal romance, la versione aggiornata e fantastica dei romanzi rosa di una volta. Tutta colpa di Twilight (2005) e del suo enorme successo (abbastanza inspiegabile, visto che la Meyer scopiazza a destra e a manca). Be’, si sbagliavano.
Le creature immaginarie, lo sappiamo, si prestano a mille reinterpretazioni, ognuna di per sé legittima. E il britannico Glen Duncan (Bolton, 1965) con L’ultimo lupo mannaro riesce in un’impresa che molti credevano per l’appunto impossibile: ridare credibilità e vitalità agli uomini lupo, sottraendoli alle storie d’amore teenager-oriented per riportarli nel loro ambito naturale, l’orrore.
Perché di vero horror si tratta, seppure scritto con uno stile letterario, ricco di citazioni e allusioni, divertito e autoironico. Un horror con solide venature filosofiche ed erotiche: insomma, uno splendido banchetto per noi affamati lettori, perennemente alla ricerca di qualcosa di valido e originale.
 
Primo di una trilogia i cui diritti cinematografici sono già stati acquisiti dai fratelli Scott (Ridley e Tony), gran parte del romanzo è narrata in prima persona dal bicentenario Jacob Marlowe, l’ultimo lupo mannaro rimasto in vita. Tutti i suoi simili, infatti, sono stati sterminati dal WOCOP, un’associazione paramilitare segreta il cui scopo è dare la caccia alle creature soprannaturali (vampiri esclusi, giacché con loro hanno stipulato un proficuo accordo).
Finora Jacob l’ha sempre fatta franca, grazie anche all’aiuto del fedele Harley – membro del WOCOP ma suo amico da sempre, poiché gli deve la vita –, ma adesso è stanco di tutto e di tutti. Stanco di scappare e stanco della vita da uomo lupo, tutta imperniata sulla mensile trasformazione in bestia affamata di vite umane. A proposito, Jacob finora ha ne ha divorate circa 1.650, assimilandone dentro di sé i ricordi.
 
Altra ossessione licantropesca è quella del sesso. Vista la mancanza di un’esponente femminile della propria specie con cui accoppiarsi (un misterioso virus impedisce il contagio delle donne), Jacob è costretto a ricorrere a costose escort, pur di saziare i suoi appetiti animali.
Sì, perché la prima vittima del nostro poco fortunato eroe – aggredito per sbaglio da un lupo mannaro durante una scampagnata nei boschi – è stata proprio l’adorata moglie, per di più incinta di suo figlio (unica possibilità per lui di diventare padre, giacché i licantropi sono sterili), dopodiché ha deciso di rinunciare per sempre all’amore.
 
Arrendersi, quindi, e farla finita. Questa i progetti di Jacob, che saranno però imprevedibilmente scombinati da molti colpi di scena. I cacciatori del WOCOP, infatti, non gradiscono vincere facile, mentre i vampiri per qualche misteriosa ragione lo vogliono vivo e, come se non bastasse, forse Jacob non è davvero l’ultimo della sua specie…
Di più non diciamo per non rovinare la sorpresa al lettore, ma è evidente che qui abbiamo roba ben più sostanziosa dei soliti romanzetti per young adults e che i lupi mannari di Duncan, assassini, amorali e dotati di una fortissima carica sessuale, poco o nulla hanno a spartire con quelli della Meyer e molto col superuomo di Nietzsche.
 
Da segnalare il sito dedicato della casa editrice:
http://isbnedizioni.it/l-ultimo-lupo-mannaro/, dove tra le altre cose troverete le informazioni per partecipare a un interessante concorso. In palio un soggiorno alla Buchmesse di Francoforte, dal 14 al 16 ottobre 2011, e la possibilità di pubblicarne il reportage su Rolling Stone. Non dovrete fare altro che scrivere l’incipit del secondo capitolo della trilogia. E non perdetevi neppure il sito del WOCOP: http://www.thelastwerewolf.org/
 
Valentino G. Colapinto

Acquistalo su Libreriauniversitaria http://www.libreriauniversitaria.it/ultimo-lupo-mannaro-duncan-glen/libro/9788876382222

:: Intervista con Adriano Barone a cura di Riccardo Falcetta

21 giugno 2011

il_ghigno_dellTendenze recenti della narrativa fantastica italiana – Intro
 
Prima di entrare nel cuore del discorso, urge qualche considerazione preliminare.
 
Prima considerazione: il fantastico letterario è, per propria essenza originaria, il luogo primo e privilegiato della creazione. Lo è dai tempi dei miti: Genesi, Teogonia, Edda cos’erano se non storie inventate per raccontare (spiegare/ordinare) in resoconti simbolici l’origine delle cose? I racconti mitici sono da sempre principio e canone di ogni narrazione, fantastica e non. Va da sé allora che il fantastico, prima di ogni altra forma narrativa, è la ‘letteratura di idee’ per eccellenza. Non ci ingannino, nell’era dell’arte al consumo, desacralizzata e riproducibile, i meccanismi seriali, gli universi condivisi, le migliaia di storie nate da dispositivi paraletterari come i giochi di ruolo o come epigone di modelli esemplari. Il fantastico è una letteratura che non può rinunciare alle radici della narrazione (essendo essa stessa il terreno in cui dette radici affondano), e quelle radici le ripercorre coi flussi di sensibilità storiche e artistiche sempre diverse, spesso del tutto nuove.
 
Seconda considerazione: il racconto fantastico, per tale sua costituzione, è probabilmente la modalità narrativa più potenzialmente autoreferenziale, vale a dire la più incline non solo a produrre miti, ma anchequellapiù orientata a riflettere il valore mitopoietico dei racconti.
 
Terza considerazione: coincidendo coi primordi della narrazione tout-court, e con l’esigenza di rendere comprensibile il caos della storia e del reale, il fantastico è il luogo della narrazione popolare. Cosa sono gli archetipi narrativi se non modelli d’esperienza umana stilizzati, resi universali per essere comprensibili alle masse? Non serve forzare il discorso per arrivare a considerare gli archetipi (l’eroe, la nemesi, l’Ombra, il Messaggero…) come miti pop ante-litteram, caratteri di riferimento per l’immaginario collettivo. Eterni, riproducibili all’infinito, e ogni volta ‘altri’. Ogni volta: ‘creazione’.
 
     I preamboli erano doverosi al fine d’introdurre un discorso su alcunenuove tendenze che si delineano tra i lavori recenti di giovani scrittori italiani. Essendo storicamente accertato il sospetto con cui il mainstream culturale guarda alle letterature che considera ‘di consumo’, era importante ricordare alcuni dei motivi per i quali non è strano ma persino naturale che certi fenomeni si realizzino nell’ambito di un produzione di massa, intrisa di caratteri di genere, come quella fantastica.
     Eccomi al dunque.
     Nella primavera del 2009 Marsilio pubblica “Pan”, un romanzo dello scrittore horror Francesco Dimitri. L’anno dopo l’autore replica con “Alice nel paese delle vaporità” e, qualche mese più tardi, la giovane e intraprendente editrice Asengard lancia “Il sentiero di legno e sangue” e “Il Ghigno di Arlecchino”  rispettivamente di Luca Tarenzi e Adriano Barone.
Urban fantasy, steam fantasy, new weird, le etichette con cui si tenta una ‘sistemazione’ di opere che alle definizioni sfuggono per una sorprendente originalità concettuale. Romanzi diversissimi che per scelte, modalità e procedure denotano una certa coincidenza di intenti.
     La coincidenza principale è che tutti i testi citati, sin dai titoli, fanno rilevare corrispondenze evidenti con classici della tradizione moderna occidentale: sono tutte reinterpretazioni, riletture libere di opere o figure immortali della letteratura fantastica. Un corpus di opere che documenta una profonda conoscenza dei miti, delle favole e degli archetipi di tempi e tradizioni diverse, riletti in modi eclettici, filtrati attraverso idee speculative (biologia, universi paralleli, campi morfici…), la passione per le arti visive (surrealismo, metafisica, astrattismo e biomeccanica), il cinema e fumetto più anarchici e radicali.
     Un approccio comune che denota una possibile evoluzione del fantastico, che su binari molteplici e paralleli, sembra viaggiare qui da noi verso una definiva maturità. La questione merita il tentativo di un dibattito.
     Per questo nostro viaggio prevediamo, tre tappe. Ogni tappa affronterà una discussione con uno degli autori sopra citati. Partiamo dall’ultimo e andiamo a ritroso. Partiamo subito, la nascita di un inquietante buffone ci porta nel vivo della prima discussione.
 
1-     Il Barone e “Il ghigno di Arlecchino”
 
Un Multiverso sconvolto. Devastato da una guerra tra semidei (allusivi i loro nomi: Odin, Apollo) detti Tracciatori, entità che viaggiano tra le realtà del Multiverso e ambiscono al controllo assoluto.
     Nel tracciato di Sophia, il Barone, sorta di Frankenstein con un indice di pazzia all’ennesimo livello, ha già tentato di viaggiare tra le realtà del Multiverso ma i tutori dell’Ordine lo hanno respinto. Nondimeno al Barone rimane ben poco di umano: con la follia di una scienza ormai non più distinguibile dalla magia, dà vita a organismi di improbabile mostruosità, come la cavia con cui potrà sperimentare il passaggio tra i Tracciati del Multiverso. Ma, ontologicamente superiore per potere e mostruosa intelligenza, l’umanoide sfugge al controllo del suo padre/padrone per intraprendere un viaggio tra gli universi, verso il compimento della sua essenza divina primordiale: il trionfo del Caos!
     Adriano Barone, conosciuto per i racconti di “Carni (E)strane(e)”(Epix Mondadori) e per graphic novel come “L’era dei titani”, straccia i decaloghi delle regole del fantastico e li ricompone in modi narrativamente estremi, terminali. “Il ghigno di Arlecchino” è un romanzo che reca il fascino incerto e assillante che ti prende quando sei al cospetto di qualcosa di totalmente nuovo e alieno. Un’opera viscerale, di geniale osticità, a un passo dalla totale autoreferenzialità – che in casi come questo può non essere affatto un limite. “Il ghigno di Arlecchino”  è un racconto allegorico sull’essenza caotica e sul potere della Creazione, quando nasce e si libera dalle redini del proprio demiurgo, per esistere da sé, per sondare possibilità e ricreare interi rivoli di immaginario.
     La prima domanda all’autore viene ovvia:
 
     Per delineare il tuo ‘demone del caos’ ti rifai alla figura di Arlecchino, personaggio tra i più noti della Commedia dell’Arte italiana che però vanta una lunga e curiosa tradizione: la sua origine è infernale. Lo hai riletto come un trickster, un’ombra, con riferimenti estetici a “The Killing Joke” di Alan Moore e alla cultura neogotica. Vuoi raccontarci queste scelte e il processo di nascita di un personaggio tanto composito?
 
     Mi piace l’idea dell’outsider che crea scompiglio in una comunità chiusa. In generale preferisco i rompipalle agli eroi. Il trickster è un casinista, a me piacciono le persone e i personaggi così. La mitologia comparata poi è da sempre uno dei miei interessi e mi intrigava l’idea di far ‘collassare’ in un personaggio solo tutte le idee sul trickster. Tutte queste identità avevano bisogno di un collante e, pensando al racconto “Pentiti Arlecchino, disse l’Uomo del Tic-Tac” (di Harlan Ellison, nda), dove appariva un Arlecchino portatore di disordine in una società iper-organizzata, ho immaginato che la maschera di Arlecchino fosse la più adatta allo scopo.
     Poi, dato che il mio immaginario è prevalentemente visivo, i personaggi che mi sono venuti in mente per primi sono stati il Gatto del Cheshire di Carroll e il Joker. Tuttavia, la filosofia del mio Arlecchino è diversa rispetto a quella del Joker in “The Killing Joke”: lì il Joker proclama che la risata sia la risposta all’assurdità dell’universo. Arlecchino compie una riflessione sul suo ruolo di ‘re dell’inferno’, poi va oltre: decide di non distruggere, ma di creare – in diversi miti il trickster è anche il creatore dell’universo. Creando, Arlecchino lotta contro l’entropia: ogni atto creativo è un atto di ribellione contro l’universo. E la risata e l’atto creativo sono fondanti nella mia vita: ovvio che volessi scriverne.
 
     Il tuo Arlecchino però non sembra una creazione positiva, ordinatrice, ma distruttrice e caotica. È l’halle konig originario, il re dell’inferno, il serpente cristiano, il Loki norreno. Tutto, dallo stile (a volte semplice e scarno, altre destrutturato, delirante) alle figure narrative (ripescate e reinventate in modo eccentrico), dalla coesistenza di bio-scienze e magia, fino al densomelting di influenze estetiche, ogni elemento sembra veicolare una visione orgiastica, instabile di un Multiverso che appare come un gigantesco verminaio. Fino alle ultime pagine quando il buffone dice alla sua creatura: “non mi interessa portare la morte, voglio solo Caos, ma il Caos come morte è il sogno di un bambino”. E verso la fine “…non c’è più bisogno di essere me ed essere voi, di stare in un luogo o in altro, di essere un corpo o tanti corpi, stare dentro o fuori, essere presente (…), possiamo essere l’una e l’altra cosa (…) l’uomo è l’animale che lega il tempo ma noi libereremo il tempo”. Le immagini successive sono quelle di una profonda catarsi che forse sbeffeggia e annulla quello che era il senso del racconto mitico, la sua funzione ordinatrice sulla realtà. Tutto il senso della Creazione e della libertà sembra generarsi dall’annientamento, dalla distruzione delle categorie preesistenti  – corporee, teologiche, cosmologiche, estetiche, ideologiche, linguistiche, temporali.
 
    Come ho già accennato, il finale di Arlecchino parla di creazione e non di distruzione. La distruzione, se c’è, è dell’ordine pre-esistente e da quella deve nascere qualcosa di nuovo.
     Arlecchino comprende che la distruzione fine a sé stessa aiuta l’entropia, che distruggendo non provoca caos, ma accelera soltanto la fine delle cose. In quel momento Arlecchino capisce che il caos della creazione è un modo molto più radicale di opporsi: è il momento dell’acquisizione di consapevolezza del trickster, come creatore. Il mio romanzo è il racconto di come la figura mitologica diventa tale.
    
     Nella tua raccolta precedente, rileggevi a modo tuo alcuni episodi del “Genesi”. Adesso quelle suggestioni ritornano e paiono il tentativo di fondare una sorta di personale cosmogonia, tanto delirante quanto coerente. Com’è nato questo interesse per i racconti della Bibbia e l’esigenza di rileggerne il senso, gli avvenimenti? Come definiresti le tue ‘riletture’? La citazione di Giorgio Manganelli,  maestro di reinterpretazioni eclettiche, sembra dare indizi sul valore iconoclastico che queste assumono nella tua narrazione: “Non c’è una leggenda extra canonica che parla di una gran risata di Adamo morente? Dio dovette rimanere profondamente sconcertato.”
 
     Parto dal fondo: la citazione di Manganelli ha una doppia funzione. Innanzitutto è contestuale rispetto al mio personaggio, buffone cosmico che deride ogni cosa, perfino Dio. Manganelli lo tiro in ballo perché certi critici utilizzano il suo “Il rumore sottile della prosa” come un manuale di scrittura e di vita, dimenticando che l’ironia era una delle doti principali di Manganelli, il quale non stava scrivendo un testo prescrittivo/normativo, ma descrittivo (e soggettivo). E visto che si tratta di critici e scrittori estremamente accademici, che il fantastico non se lo cagano nemmeno di striscio, mi faceva ridere l’idea che in un romanzo come il mio, che certa critica considera automaticamente ‘inferiore’, venisse citato uno dei testi sacri di riferimento della letteratura ‘alta’. Insomma, la mia è una presa in giro. In perfetta linea con lo spirito del romanzo e del protagonista, no?
     Il motivo per cui riscrivo la Bibbia è semplice: la Bibbia è il libro. Un’opera fondante culturalmente e narrativamente, al pari dell’Epopea di Gilgamesh, dell’Iliade e l’Odissea. Per rifondare un’idea del mondo e un’idea di narrativa è quindi il libro da riscrivere. Comunque, nel racconto in cui riscrivo la storia di Caino e Abele, cito testualmente alcuni brani della Bibbia. Quindi la mia non è sempre ‘riscrittura’, a volte mi limito a citare parti della Bibbia che non sono note, ma che sono parte integrante del testo accettato canonicamente dalla Chiesa. Parti solitamente molto, molto, molto crudeli…
 
      L’impressione è che il discorso sia lungi dall’essersi esaurito o forse, è volutamente annegato nell’oceano di simboli. Arlecchino si riconosce nel serpente, il Male biblico. Poi introduci un ‘melaserpente’, facendo coincidere il frutto del peccato originario con il male stesso. Arlecchino afferra il melaserpente e lo costringe a mordersi la coda, dando origine a una sorta all’Oruborus e il contatto con l’essere divide  l’androgino originario in due parti – presumibilmente l’uomo e la donna. Ti va di spiegarci un po’ meglio il senso di questa tua visione?
 
     Ah, questo è un trip visivo, prima di tutto: il serpente senza la mela non avrebbe potuto avere effetti sull’umanità, la mela, da sola, senza un ‘agente provocatore’ sarebbe rimasta lì fino a che non fosse caduta sulla testa di Newton (questo ragazzo è un piccolo genio del male! Ndr J). Chiaramente, i due elementi avevano ragione d’essere soltanto se combinati, io adoro il principio di sintesi, quindi perché non applicarlo anche ai miti? Un ‘melaserpente’ è più efficiente di un serpente che fa mangiare una mela.
     Il mito dell’androgino esiste in diverse mitologie (e in alchimia) come simbolo della coincidenza degli opposti, una sorta di ‘perfezione originaria’ che mi sembra un mito molto più interessante della cacciata dall’Eden. Che probabilmente doveva essere un posto noiosissimo.
 
     Circa mistura di scienza e magia che hai attuato nell’Arlecchino: per autori che hanno precorso strade simili, (pensiamo al Jack Vance de “La terra morente”) la scienza regrediva fino a coincidere con l’antica magia. Nel tuo romanzo complessi apparecchi tecnologici e scienza di confine coesistono con il mito e gli incantesimi. C’è un confine tra le due dimensioni?
 
     Masamune Shirow in “Appleseed” faceva dire a uno dei suoi personaggi: “Che differenza c’è tra scienza e magia?” La risposta era: “Nessuna. Dipende dall’utente.” Concordo.
 
     La Genesi non è l’unico riferimento ai miti antichi. I Tracciatori sono divinità come Apollo e Odin, rispettivamente del periodo Ellenico e della mitologia Norrena. Ah Puk, parto di Arlecchino, si riconosce come Hel, la divinità infera dell’Edda. Lo stesso Arlecchino  parla, ragiona e da un certo punto in poi agisce come una divinità: è contemporaneamente maschio e femmina, è in grado quindi di partorire; inoltre per lui le categorie temporali e spaziali non hanno molto senso. Tu che senso dai ai concetti di ‘mito’ e di ‘divino’?
 
     Guarda, il nome di Ah Puch è azteco. Le mitologie delle civiltà pre-colombiane mi hanno sempre affascinato, anche perché all’università ho studiato letteratura ispanoamericana. Solo che è un nome maschile, quindi ho ‘ricordato’ la natura femminile della figlia di Arlecchino con il nome Hel, tratto dalla mitologia nordica, abbastanza inequivocabile. I miti nordici sono molto suggestivi e sempre molto vivi per un nerd dei fumetti Marvel, e quelli ellenici, per un nerd che ha fatto studi classici, sono un riferimento altrettanto presente.
     Ho “scelto” coscientemente alcuni miti piuttosto che altri perché le vicende del trickster in quelle mitologie erano episodi di acquisizione di esperienza e consapevolezza che volevo vivesse anche il mio personaggio. Nel romanzo ci sono riferimenti anche ai miti Navajo, e in generale a quelli dei nativi americani. Solo che avevo una storia da raccontare e il mio libro non è un saggio di mitologia comparata sulla figura del trickster, quindi ho evitato di metterci tutto quello che trovavo sul trickster solo per il gusto di far vedere quanti libri avevo letto sull’argomento.
 
     Si parla dell’etichetta di new weird, cui afferirebbero sia il “Ghigno” sia “Il sentiero di legno e sangue” di Tarenzi. Lo scrittore inglese Jeff Vander Meer definisce il new weird come un tipo di racconto “ambientato in un ‘mondo secondario’ e caratterizzato dalla fusione di elementi fantasy, fantascientifici e, talvolta, horror”.  Ti faccio notare come questa etichetta sia davvero limitante per i vostri romanzi. A mio avviso si tratta di sottoetichette acquisite dall’ambito anglosassone che dividendo non aiutano a far rilevare i caratteri ricorrenti di queste opere.
 
Mah, tanto in libreria finiamo tutti sullo scaffale fantasy, al massimo su quello dell’horror che solitamente è a fianco (in effetti l’Arlecchino, assieme agli ultimi citati romanzi di Tarenzi e Dimitri, sono tutti quanti finiti nella sezione fantasy del ‘Premio Italia 2011’, ndr). In teoria certe etichette aiutano i lettori a capire cosa trovi dentro ai romanzi: spiegare che una storia è ambientata in una città contemporanea piuttosto che in un ipotetico medioevo o in passato alternativo da almeno un’idea minima dei contenuti di un romanzo. Non della sua qualità, certo.
 
     La prima tendenza comune è l’evidente attitudine alla reinterpretazione/commistione di caratteri e fabule preesistenti, pratica che esiste da sempre nella narrazione ma che qui diviene cifra stilistica consapevole, dichiarata e comune tra autori di uno stesso ambito letterario e della stessa generazione!
 
Affrontare la scrittura di un archetipo, rende inevitabile il fatto che la tua scrittura sia in realtà ‘riscrittura’. Non so dirti perché ci sia questo punto in comune con le opere di alcuni colleghi. Forse perché si è consapevoli che si sta in un certo senso fondando una ‘nuova’ tradizione italiana del fantastico, inscrivibile in un contesto ‘internazionale’, e non solo erede del fantastico nazionale, per cui esiste un bisogno di appoggiarsi ad archetipi molto forti. Forse.
 
     La seconda costante rintracciabile è il nutrirsi, da parte di queste opere, ossessivamente di arte tout court. L’Arlecchino contempla una quantità impressionante di riferimenti all’arte figurativa (surrealismo, metafisica, astrattismo, biomeccanica, fumetto), investendo non solo i fondali, ma intere scene e il senso della narrazione, conferendole un’eccezionale qualità simbolica e tentando una visione cosmica totalizzante.
 
     Questo è semplice: molti dei lettori di fantastico sono dei nerd. Questo è un aspetto che ogni critico che vorrà dare un’immagine precisa della nuova letteratura fantastica italiana dovrà tenere in considerazione. Certo, potranno essere trovati punti di continuità con il fantastico italiano precedente, da Buzzati a Calvino, ma la verità è che i nostri romanzi potranno essere capiti solo in un’ottica comparativista: non si potrà prescindere da Stephen King, da Clive Barker, da Neil Gaiman (faccio solo qualche nome), in generale dai grandi narratori anglosassoni e dalle letterature di cui ciascuno di noi è appassionato.
     Se si legge “Carni (e)strane(e)”, uno dei riferimenti sono “I racconti di pioggia e di luna” di Akinari Ueda, ma anche Angela Carter, Julio Cortàzar.  In “Arlecchino” è fondamentale l’influenza di William Burroughs. Quale italianista, mi chiedo, sarà mai in grado di parlare di competenza di libri che partono da letterature così diverse, sia diacronicamente che diatopicamente?
     Non si potrà prescindere, inoltre, dall’estetica dei cartoni animati giapponesi e delle serie TV americane.
 
     A proposito di Giappone: dalla visceralità delle immagini e della ‘scenografia’ generale del romanzo, cupissima, ho dedotto un amore per certo cinema estremo e underground giapponese. Osservando il tuo Arlecchino in azione, la violenza espressiva, i fluidi, le mutazioni, mi è venuto in mente un film come “Pinocchio 964”. Non mancano nemmeno i robot giapponesi in una zona tra le più oscure del tuo romanzo…
 
     I film orientali sono gli unici che guardo. Conosco Shinya Tsukamoto, adoro Takashi Miike (che non mi sento di definire ‘estremo’). In generale, come già detto, la mia immaginazione è ‘visiva’. Quindi: fumetti, telefilm, film, fotografia, arte, tutto entra nel calderone marcio del mio cervello ed è portato al punto di fusione. Le sperimentazioni linguistiche di Arlecchino hanno origine, tra le altre cose, anche come tentativo di tradurre in linguaggio le sperimentazioni registiche di certo cinema giapponese e hongkonghese.
 
     Nella produzione orientale però le innovazioni viaggiano alla stessa velocità della violenza espressiva che propongono. A questo punto allora mi interessa anche sapere il tuo parere di autore sulla necessità di una simile radicale carnalità in un romanzo fantastico che presumibilmente può facilmente essere acquistato anche da ragazzini non ancora ‘mature readers’. Che attenzione dai quando scrivi alle questioni di vendibilità, mercato e target, in un genere che a sembra vivere di certe precise fasce di pubblico?
 
     Mah, sinceramente sono convinto che abituare i lettori a immaginari alternativi sin da giovani sia una cosa molto sana. In Arlecchino c’è sesso, c’è violenza e un sacco di volgarità. È esattamente quello che vogliono i ragazzini, che sono molto più mature readers (= ‘sgamati’) di quanto si pensi. So per certo che il libro è stato letto da un’insegnante di scuola superiore a Trento e che i ragazzi sono stati entusiasti. Quindi no, non ho in mente specifiche fasce di pubblico. Per un grosso editore le politiche di target sono molto più specifiche e lì sicuramente dovrei pormi il problema.
 
     Tra le caratteristiche che ti accomunano ai tuoi colleghi c’è infine l’impulso speculativo e meta-letterario. “Il Ghigno” è narrazione che si interroga apertamente sui meccanismi creativi, sulla natura dell’opera d’arte e sul ruolo del creatore. Arlecchino è il magnus opusche permetterà al Barone di esplorare nuove possibilità attraverso la sua immaginazione. Ma la Creazione sin dalla sua nascita è consapevole, dotata di intelligenza propria, si conosce e cerca di sottrarsi alle angherie del proprio creatore e al Tracciato di Sophia – anche qui un concetto speculativo. La Creazione vuole rendersi autonoma. E il Caos, forza propulsiva e motore del racconto; elemento essenziale, necessario, della (tua) Creazione. Scrivi pensando ai molteplici livelli di lettura?
 

     Purtroppo ho una formazione accademica, il che vuol dire che c’è uno snob fighetto dietro la mia spalla che parla con la R moscia e mi fa pensare a sperimentazioni stilistiche a cui non vorrei/dovrei pensare. Mentre scrivo una storia, che resta il mio obiettivo principale, i sottotesti vengono fuori. Se hai una visione del mondo, è chiaro che con la storia emergerà anche ‘altro’, senza che per questo il testo sia appesantito da quella cosa che alcuni chiamano “Messaggio” (con la maiuscola). Insomma, devi essere prima un essere umano per essere uno scrittore, non viceversa.
     Essendo il trickster  un archetipo di figura creatrice, non potevo esimermi dal non ragionare sul principio di creazione, che per uno scrittore è rappresentato dalla scrittura stessa. Quindi quando il romanzo ha cominciato a sfuggirmi di mano, ho pensato che fosse logico che il creatore del personaggio (un essere che lui non riesce a controllare) fossi io. È un gioco meta-narrativo che ho già compiuto nel mio fumetto “Tipologie di un amore fantasma”, dove il protagonista ha la mia faccia (ma in quel caso non sono io).
 
     Non c’è quindi nessun tipo di ‘piattaforma programmatica’ tra voi autori, una discussione in atto sul vostro lavoro? L’impressione è che queste pratiche stiano portando a un movimento squisitamente autonomo, forte di caratteri propri e adulti, ormai ai confini tra le nicchie.
 
     Uhm, non che io sappia. Io mi confronto su base quasi giornaliera con Luca Tarenzi e anche con altri scrittori come Samuel Marolla, perché siamo prima amici e poi colleghi. Chiaramente, essendo sia amici che colleghi che grandissimi nerd, si finisce a parlare dei prossimi libri, poi però ciascuno di noi ha in mente piani e strategie diverse. No, direi che il movimento, se si formerà, sarà più un’operazione di marketing, perché di piani comuni non ne vedo proprio. Il tipico egotismo autoriale italiano.
    
     Nel racconto acquista particolare importanza simbolica il ghigno del protagonista. Il suo sorriso beffardo si configura come principio di sovvertimento dell’ordine.
 
     Come dicevo all’inizio, la risata possiede una forza incredibile: non risparmia nessuno, neanche i potenti. La risata sfida l’autorità e il principio di autorità. E io ho grossi problemi con chiunque voglia impormi un qualsiasi tipo di autorità. La risata ha (anche) un profondo valore politico.
 
     Voglio provocarti: qualche esperto della ‘vecchia guardia’ ritiene che “roba del genere non porterà a nulla, che si tratta di polpettoni intellettualoidi, sterili, velleitari che faranno involvere il fantastico, allontanando il pubblico, che avrebbe ben altre esigenze quando sceglie di leggere un certo tipo di cose”. Insomma per qualcuno quella qui delineata è una tendenza troppo autoreferenziale. Al di là delle idee di ognuno, la domanda necessaria è: come mai tanta urgenza teorica? Pensi che un certo grado di auto riflessività nelle opere possa dare al fantastico una sua dimensione piu adulta e consapevole?
 
     Boh, in realtà non ho nessuna urgenza teorica. Come ha scritto un collega sul suo blog, quando ho un’urgenza, vado in bagno (qui l’autore attinge alle altezze auliche della sua ‘formazione accademica’ , d’altra parte l’intervistatore ammette di essersela cercata! Jndr) Scherzi a parte, se avessi urgenza teorica scriverei dotti saggi sull’argomento. Io invece scrivo romanzi, racconti e fumetti. E spero film, prima o poi. I saggi li lascio agli accademici. L’auto riflessività non credo sia fondamentale. L’importante è raccontare buone storie e avere molta immaginazione per creare mostri fighissimi.
 
     Darai un seguito all’Arlecchino?
 
     Direi proprio di no. Mi interessava raccontare di un personaggio quasi onnipotente, ma troppo stupido per sfruttare poteri che tra l’altro non controlla e con un forte deficit emotivo: un personaggio profondamente imperfetto. “Il ghigno di Arlecchino” è un po’ l’archetipo del ‘Trickster Year One’, un personaggio ancora nella condizione di rookie, che non ha ancora compreso come usare i suoi poteri. Un personaggio totalmente onnipotente e perfetto sarebbe stato noiosissimo! Come disse Warren Ellis parlando del suo speciale su Solar, un personaggio a fumetti che era in definitiva Dio, chiese: “How can you tell the monthly adventures of God? Mi piacerebbe prima o poi dedicare uno spin-off ad Ah Puch, magari solo un racconto breve.
 
     Nell’ideale divisione tra coloro che scrivono ‘per sé’, assecondando le proprie ossessioni (“cosa può significare per me raccontare questa storia?”) e coloro che scrivono con un occhio al pubblico (“cosa può significare per la gente questa storia? Cosa aggiungerà a quanto già detto da altri?”), sebbene il fantastico penda da sempre verso la seconda categoria, questo tuo libro dimostra di voler stare per forza nella prima, ma per starci del tutto, nel cosiddetto ‘mainstream’, potrebbe risultare troppo estremo, di confine. Cosa è per te la scrittura? Perché hai scelto il fantastico, anzi questo tipo di fantastico – radicale, d’avanguardia, ultra contaminato – per raccontare?
 
     In realtà, ho scritto Arlecchino pensando che lo stile dovesse andare di pari passo con la stranezza degli eventi narrati. Forma e contenuto sono imprescindibilmente connessi. Pensa a un Arlecchino scritto in maniera tradizionale: forse sarebbe stato meno oscuro, avrebbe richiesto meno sforzo al lettore per entrare nel suo mondo. Mentre io volevo un mondo che disorientasse. E per disorientare doveva essere raccontato come l’ho raccontato.
     Quindi sì, scrivo ‘per me’, nel senso che scrivo libri che non trovo in libreria, ma come dicono gli scrittori di ‘bizarro fiction’, vorrei che i miei libri finissero in un’ipotetica sezione cult delle librerie (le quali, tra poco a causa degli e-book, probabilmente spariranno, anche se con un processo più lento di quello che sta avendo luogo in USA). Quindi scrivo anche per i lettori, ma per lettori curiosi di roba strana. Di gente che fa mainstream (di buona qualità o meno) ce n’è già.
 
     Tu hai anche lavorato nel campo del videoclip e del fumetto. Vuoi parlarci degli aspetti di quelle esperienze connesse alla tua produzione letteraria? Ritieni ci sia qualche legame tra quanto stai realizzando nella scrittura e quanto hai realizzato in quei campi?
 
     , il legame c’è perché sono sempre io che scrivo.
     No, perché in campo video non ho ancora prodotto niente di cui mi senta soddisfatto. Poi non percepisco differenze nella scrittura di prosa o per il video. Certo, per il video c’è la limitazione del budget, ma non ne percepisco altre.
 
      So che hai appena concluso la stesura di un nuovo romanzo breve. Vuoi dirci qualcosa a proposito, anche in relazione a quanto dibattuto? Come mai la preferenza di una forma breve in un periodo in cui il volume dei libri è direttamente proporzionale all’attenzione da essi ricevuta?
 
     Prima di tutto ‘breve’ è il formato della collana in cui apparirà. E poi perché come al solito con le idee con cui altri autori ci fanno una trilogia di libri ‘ciccionissimi’ io ci faccio un romanzo breve.
     Il titolo è “Zentropia” ed è un romanzo che ho fatto fatichissima a scrivere, perché, fondamentalmente, si tratta di un romanzo realistico. Cioè, come vedo io il reale, quindi non proprio la realtà generalmente condivisa. Comunque uscirà per la collana “Inchiostro Rosso” (http://rivoltanoir.wordpress.com) di Agenzia X e se dovessi definirlo in sintesi, direi che si tratta di un romanzo ‘distopico-zen’, come l’avrebbe scritto Tarantino: molto tamarro, spero anche divertente, che faccia ridere, o almeno che lasci un ghigno sul viso del lettore.
 
(a cura di Riccardo Falcetta)

:: Recensione di Carta Bianca di Jeffery Deaver

16 giugno 2011

Quando ho saputo che Jeffery Deaver avrebbe ereditato il testimone da Sebastian Faulks portando di nuovo in vita James Bond il mitico agente segreto al servizio di sua Maestà con licenza di uccidere, di bere i suoi proverbiali Martini agitati e non mescolati e di portarsi a letto schiere di donne formose ipnotizzate dai suoi occhi blu devo dire la verità ho accolto la notizia con una certa dose di scetticismo. Certo non tutti gli eredi di Ian Fleming che si sono succeduti negli anni sono riusciti nell’ardua impresa di tener vivo il mito, anche se a mio avviso i migliori sono stati John Gardner e Raymond Benson, tuttavia Deaver mi è subito sembrato il meno adatto di tutti. Innanzitutto è sì un grande scrittore, questo è indubbio, ma dà il meglio di sè nel thriller cadenzato da frequenti colpi di scena  e da una suspance a volte decisamente sopra le righe. Diciamo che in un libro targato James Bond queste caratteristiche sfumano e a meno che non si decida per una prematura dipartita del nostro eroe, ipotesi di per sè assurda e fuori di questione, è evidente che Bond è immancabilmente destinato ad affrontare i cattivi uscendone sempre vincitore e per giunta con lo smoking al massimo leggermente sgualcito. Quindi buona parte dell’ effetto sorpresa già si stempera in partenza. Devo dire tuttavia che Deaver ha fatto uno sforzo decisamente inusuale per uno scrittore del suo calibro, cercando di tornare alle origini e di riproporre lo stile Fleming asciutto e schivo, rispettandone i tempi, evitando i fronzoli e gli scavi psicologici in favore di un’ azione più smaccatamente bondiana. In più ha aggiunto di suo anche una certa originalità, attualizzando e forse anche svecchiando un personaggio che di per sé metterebbe in soggezione chiunque. Non sono d’accordo con chi la ritiene una mera operazione commerciale, Deaver ha tentato davvero e onestamente di proporre un Bond moderno, venato da una certa malinconia, da una solitudine quasi metafisica appesantito sì da gadget tecnologici e  notizie sulla marca di champagne bevuta, sul nome del modello dell’auto che guida o su indicazioni sul sarto da cui si veste, dettagli che se troppo ripetitivi possono risultare irritanti, pur tuttavia ha voluto dare un’anima al personaggio e una coscienza anche politica, caratteristiche decisamente non presenti nei suoi predecessori. Devo ammettere comunque che ho trovato piuttosto impegnativa la lettura, a differenza di Fleming che amava la brevità Deaver si dilunga in descrizioni, complica la trama per arricchirla di colpi di scena e si diverte a mandare il nostro eroe per i quattro angoli del globo dalla Serbia a Londra da Dubai al Sudafrica  in una gincana che si protrae per ben 600 pagine. Diciamo anche con un centinaio di pagine in meno non mi sarebbe dispiaciuto. Mi è piaciuta invece  e molto la parte diciamo critica, la verve con cui si scaglia contro i traffici illeciti che esistono alla base dei conflitti che lacerano paesi come l’Africa  e in questo Deaver ha dimostrato un certo coraggio riuscendo a mio avviso a far riflettere anche su temi seri e drammatici dando spessore al personaggio e innalzando il suo Bond ad una dimensione si può dire quasi sociale. Non esito a credere che presto Carta Bianca diverrà la trama per un’ ennesima avventura cinematografica del nostro Bond e penso che anche Deaver mentre ci lavorava era accompagnato da questa consapevolezza. Per gli appassionati delle spy story una lettura da non perdere per chi ama i libri che coniugano avventura e scenari esotici una lettura che sicuramente regalerà ore piacevoli. 

:: Segnalazione di La camera del cielo di Judith e Garfield Reeves-Stevens

14 giugno 2011

Reeves-Stevens_La camera del cielo

«Un romanzo da leggere a tutti i costi.»
The New York Post

«Chi ama le letture forti, ricche di colpi di scena e di suspense,
ha trovato pane per i suoi denti.»
Stephen King
 
Judith & Garfield
Reeves-Stevens
 
LA CAMERA DEL CIELO
 
in libreria giovedì 16 giugno 2011
 

Florian MacClary l’ha trovata. Nelle profondità dell’oceano Pacifico, è nascosta una camera interamente decorata con le costellazioni celesti e che, al centro, ha un tavolo di pietra su cui sono incisi dodici simboli enigmatici. Ma il destino di Florian e della sua squadra è segnato: caduti in trappola, vengono uccisi da uno spietato assassino, che s’impadronisce anche di un reperto unico…
David Weir ha pochi mesi di vita. Nel corso delle sue ricerche presso il Laboratorio d’identificazione del DNA, gestito dall’esercito americano, ha rintracciato gruppi d’individui apparentemente normali, ma che presentano una sconcertante anomalia: una sequenza genetica «sconosciuta» che li porta a morire prima dei 27 anni d’età. David ha 26 anni ed è uno di loro…
Jessica MacClary è sconvolta. Nel quartier generale della fondazione della sua famiglia, sotto una volta ricoperta di stelle, la ragazza apprende che sarà lei a proseguire la missione di sua zia Florian. Ciò significa che diventerà una dei Dodici Difensori e che sarà la custode di un segreto antichissimo…
Dai ghiacci dell’Artico alle capitali europee, dai mari del Sud ai casinò di Atlantic City, Jessica e David saranno costretti ad allearsi in una disperata corsa contro il tempo per annullare la condanna codificata nel DNA del giovane scienziato e svelare un mistero che risale all’origine stessa della civiltà umana.
 
Judith e Garfield Reeves-Stevens
sono marito e moglie. Prima di dedicarsi a tempo pieno alla narrativa, hanno lavorato come sceneggiatori per molte serie TV americane di grande successo.