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:: Intervista con Adriano Barone a cura di Riccardo Falcetta

21 giugno 2011

il_ghigno_dellTendenze recenti della narrativa fantastica italiana – Intro
 
Prima di entrare nel cuore del discorso, urge qualche considerazione preliminare.
 
Prima considerazione: il fantastico letterario è, per propria essenza originaria, il luogo primo e privilegiato della creazione. Lo è dai tempi dei miti: Genesi, Teogonia, Edda cos’erano se non storie inventate per raccontare (spiegare/ordinare) in resoconti simbolici l’origine delle cose? I racconti mitici sono da sempre principio e canone di ogni narrazione, fantastica e non. Va da sé allora che il fantastico, prima di ogni altra forma narrativa, è la ‘letteratura di idee’ per eccellenza. Non ci ingannino, nell’era dell’arte al consumo, desacralizzata e riproducibile, i meccanismi seriali, gli universi condivisi, le migliaia di storie nate da dispositivi paraletterari come i giochi di ruolo o come epigone di modelli esemplari. Il fantastico è una letteratura che non può rinunciare alle radici della narrazione (essendo essa stessa il terreno in cui dette radici affondano), e quelle radici le ripercorre coi flussi di sensibilità storiche e artistiche sempre diverse, spesso del tutto nuove.
 
Seconda considerazione: il racconto fantastico, per tale sua costituzione, è probabilmente la modalità narrativa più potenzialmente autoreferenziale, vale a dire la più incline non solo a produrre miti, ma anchequellapiù orientata a riflettere il valore mitopoietico dei racconti.
 
Terza considerazione: coincidendo coi primordi della narrazione tout-court, e con l’esigenza di rendere comprensibile il caos della storia e del reale, il fantastico è il luogo della narrazione popolare. Cosa sono gli archetipi narrativi se non modelli d’esperienza umana stilizzati, resi universali per essere comprensibili alle masse? Non serve forzare il discorso per arrivare a considerare gli archetipi (l’eroe, la nemesi, l’Ombra, il Messaggero…) come miti pop ante-litteram, caratteri di riferimento per l’immaginario collettivo. Eterni, riproducibili all’infinito, e ogni volta ‘altri’. Ogni volta: ‘creazione’.
 
     I preamboli erano doverosi al fine d’introdurre un discorso su alcunenuove tendenze che si delineano tra i lavori recenti di giovani scrittori italiani. Essendo storicamente accertato il sospetto con cui il mainstream culturale guarda alle letterature che considera ‘di consumo’, era importante ricordare alcuni dei motivi per i quali non è strano ma persino naturale che certi fenomeni si realizzino nell’ambito di un produzione di massa, intrisa di caratteri di genere, come quella fantastica.
     Eccomi al dunque.
     Nella primavera del 2009 Marsilio pubblica “Pan”, un romanzo dello scrittore horror Francesco Dimitri. L’anno dopo l’autore replica con “Alice nel paese delle vaporità” e, qualche mese più tardi, la giovane e intraprendente editrice Asengard lancia “Il sentiero di legno e sangue” e “Il Ghigno di Arlecchino”  rispettivamente di Luca Tarenzi e Adriano Barone.
Urban fantasy, steam fantasy, new weird, le etichette con cui si tenta una ‘sistemazione’ di opere che alle definizioni sfuggono per una sorprendente originalità concettuale. Romanzi diversissimi che per scelte, modalità e procedure denotano una certa coincidenza di intenti.
     La coincidenza principale è che tutti i testi citati, sin dai titoli, fanno rilevare corrispondenze evidenti con classici della tradizione moderna occidentale: sono tutte reinterpretazioni, riletture libere di opere o figure immortali della letteratura fantastica. Un corpus di opere che documenta una profonda conoscenza dei miti, delle favole e degli archetipi di tempi e tradizioni diverse, riletti in modi eclettici, filtrati attraverso idee speculative (biologia, universi paralleli, campi morfici…), la passione per le arti visive (surrealismo, metafisica, astrattismo e biomeccanica), il cinema e fumetto più anarchici e radicali.
     Un approccio comune che denota una possibile evoluzione del fantastico, che su binari molteplici e paralleli, sembra viaggiare qui da noi verso una definiva maturità. La questione merita il tentativo di un dibattito.
     Per questo nostro viaggio prevediamo, tre tappe. Ogni tappa affronterà una discussione con uno degli autori sopra citati. Partiamo dall’ultimo e andiamo a ritroso. Partiamo subito, la nascita di un inquietante buffone ci porta nel vivo della prima discussione.
 
1-     Il Barone e “Il ghigno di Arlecchino”
 
Un Multiverso sconvolto. Devastato da una guerra tra semidei (allusivi i loro nomi: Odin, Apollo) detti Tracciatori, entità che viaggiano tra le realtà del Multiverso e ambiscono al controllo assoluto.
     Nel tracciato di Sophia, il Barone, sorta di Frankenstein con un indice di pazzia all’ennesimo livello, ha già tentato di viaggiare tra le realtà del Multiverso ma i tutori dell’Ordine lo hanno respinto. Nondimeno al Barone rimane ben poco di umano: con la follia di una scienza ormai non più distinguibile dalla magia, dà vita a organismi di improbabile mostruosità, come la cavia con cui potrà sperimentare il passaggio tra i Tracciati del Multiverso. Ma, ontologicamente superiore per potere e mostruosa intelligenza, l’umanoide sfugge al controllo del suo padre/padrone per intraprendere un viaggio tra gli universi, verso il compimento della sua essenza divina primordiale: il trionfo del Caos!
     Adriano Barone, conosciuto per i racconti di “Carni (E)strane(e)”(Epix Mondadori) e per graphic novel come “L’era dei titani”, straccia i decaloghi delle regole del fantastico e li ricompone in modi narrativamente estremi, terminali. “Il ghigno di Arlecchino” è un romanzo che reca il fascino incerto e assillante che ti prende quando sei al cospetto di qualcosa di totalmente nuovo e alieno. Un’opera viscerale, di geniale osticità, a un passo dalla totale autoreferenzialità – che in casi come questo può non essere affatto un limite. “Il ghigno di Arlecchino”  è un racconto allegorico sull’essenza caotica e sul potere della Creazione, quando nasce e si libera dalle redini del proprio demiurgo, per esistere da sé, per sondare possibilità e ricreare interi rivoli di immaginario.
     La prima domanda all’autore viene ovvia:
 
     Per delineare il tuo ‘demone del caos’ ti rifai alla figura di Arlecchino, personaggio tra i più noti della Commedia dell’Arte italiana che però vanta una lunga e curiosa tradizione: la sua origine è infernale. Lo hai riletto come un trickster, un’ombra, con riferimenti estetici a “The Killing Joke” di Alan Moore e alla cultura neogotica. Vuoi raccontarci queste scelte e il processo di nascita di un personaggio tanto composito?
 
     Mi piace l’idea dell’outsider che crea scompiglio in una comunità chiusa. In generale preferisco i rompipalle agli eroi. Il trickster è un casinista, a me piacciono le persone e i personaggi così. La mitologia comparata poi è da sempre uno dei miei interessi e mi intrigava l’idea di far ‘collassare’ in un personaggio solo tutte le idee sul trickster. Tutte queste identità avevano bisogno di un collante e, pensando al racconto “Pentiti Arlecchino, disse l’Uomo del Tic-Tac” (di Harlan Ellison, nda), dove appariva un Arlecchino portatore di disordine in una società iper-organizzata, ho immaginato che la maschera di Arlecchino fosse la più adatta allo scopo.
     Poi, dato che il mio immaginario è prevalentemente visivo, i personaggi che mi sono venuti in mente per primi sono stati il Gatto del Cheshire di Carroll e il Joker. Tuttavia, la filosofia del mio Arlecchino è diversa rispetto a quella del Joker in “The Killing Joke”: lì il Joker proclama che la risata sia la risposta all’assurdità dell’universo. Arlecchino compie una riflessione sul suo ruolo di ‘re dell’inferno’, poi va oltre: decide di non distruggere, ma di creare – in diversi miti il trickster è anche il creatore dell’universo. Creando, Arlecchino lotta contro l’entropia: ogni atto creativo è un atto di ribellione contro l’universo. E la risata e l’atto creativo sono fondanti nella mia vita: ovvio che volessi scriverne.
 
     Il tuo Arlecchino però non sembra una creazione positiva, ordinatrice, ma distruttrice e caotica. È l’halle konig originario, il re dell’inferno, il serpente cristiano, il Loki norreno. Tutto, dallo stile (a volte semplice e scarno, altre destrutturato, delirante) alle figure narrative (ripescate e reinventate in modo eccentrico), dalla coesistenza di bio-scienze e magia, fino al densomelting di influenze estetiche, ogni elemento sembra veicolare una visione orgiastica, instabile di un Multiverso che appare come un gigantesco verminaio. Fino alle ultime pagine quando il buffone dice alla sua creatura: “non mi interessa portare la morte, voglio solo Caos, ma il Caos come morte è il sogno di un bambino”. E verso la fine “…non c’è più bisogno di essere me ed essere voi, di stare in un luogo o in altro, di essere un corpo o tanti corpi, stare dentro o fuori, essere presente (…), possiamo essere l’una e l’altra cosa (…) l’uomo è l’animale che lega il tempo ma noi libereremo il tempo”. Le immagini successive sono quelle di una profonda catarsi che forse sbeffeggia e annulla quello che era il senso del racconto mitico, la sua funzione ordinatrice sulla realtà. Tutto il senso della Creazione e della libertà sembra generarsi dall’annientamento, dalla distruzione delle categorie preesistenti  – corporee, teologiche, cosmologiche, estetiche, ideologiche, linguistiche, temporali.
 
    Come ho già accennato, il finale di Arlecchino parla di creazione e non di distruzione. La distruzione, se c’è, è dell’ordine pre-esistente e da quella deve nascere qualcosa di nuovo.
     Arlecchino comprende che la distruzione fine a sé stessa aiuta l’entropia, che distruggendo non provoca caos, ma accelera soltanto la fine delle cose. In quel momento Arlecchino capisce che il caos della creazione è un modo molto più radicale di opporsi: è il momento dell’acquisizione di consapevolezza del trickster, come creatore. Il mio romanzo è il racconto di come la figura mitologica diventa tale.
    
     Nella tua raccolta precedente, rileggevi a modo tuo alcuni episodi del “Genesi”. Adesso quelle suggestioni ritornano e paiono il tentativo di fondare una sorta di personale cosmogonia, tanto delirante quanto coerente. Com’è nato questo interesse per i racconti della Bibbia e l’esigenza di rileggerne il senso, gli avvenimenti? Come definiresti le tue ‘riletture’? La citazione di Giorgio Manganelli,  maestro di reinterpretazioni eclettiche, sembra dare indizi sul valore iconoclastico che queste assumono nella tua narrazione: “Non c’è una leggenda extra canonica che parla di una gran risata di Adamo morente? Dio dovette rimanere profondamente sconcertato.”
 
     Parto dal fondo: la citazione di Manganelli ha una doppia funzione. Innanzitutto è contestuale rispetto al mio personaggio, buffone cosmico che deride ogni cosa, perfino Dio. Manganelli lo tiro in ballo perché certi critici utilizzano il suo “Il rumore sottile della prosa” come un manuale di scrittura e di vita, dimenticando che l’ironia era una delle doti principali di Manganelli, il quale non stava scrivendo un testo prescrittivo/normativo, ma descrittivo (e soggettivo). E visto che si tratta di critici e scrittori estremamente accademici, che il fantastico non se lo cagano nemmeno di striscio, mi faceva ridere l’idea che in un romanzo come il mio, che certa critica considera automaticamente ‘inferiore’, venisse citato uno dei testi sacri di riferimento della letteratura ‘alta’. Insomma, la mia è una presa in giro. In perfetta linea con lo spirito del romanzo e del protagonista, no?
     Il motivo per cui riscrivo la Bibbia è semplice: la Bibbia è il libro. Un’opera fondante culturalmente e narrativamente, al pari dell’Epopea di Gilgamesh, dell’Iliade e l’Odissea. Per rifondare un’idea del mondo e un’idea di narrativa è quindi il libro da riscrivere. Comunque, nel racconto in cui riscrivo la storia di Caino e Abele, cito testualmente alcuni brani della Bibbia. Quindi la mia non è sempre ‘riscrittura’, a volte mi limito a citare parti della Bibbia che non sono note, ma che sono parte integrante del testo accettato canonicamente dalla Chiesa. Parti solitamente molto, molto, molto crudeli…
 
      L’impressione è che il discorso sia lungi dall’essersi esaurito o forse, è volutamente annegato nell’oceano di simboli. Arlecchino si riconosce nel serpente, il Male biblico. Poi introduci un ‘melaserpente’, facendo coincidere il frutto del peccato originario con il male stesso. Arlecchino afferra il melaserpente e lo costringe a mordersi la coda, dando origine a una sorta all’Oruborus e il contatto con l’essere divide  l’androgino originario in due parti – presumibilmente l’uomo e la donna. Ti va di spiegarci un po’ meglio il senso di questa tua visione?
 
     Ah, questo è un trip visivo, prima di tutto: il serpente senza la mela non avrebbe potuto avere effetti sull’umanità, la mela, da sola, senza un ‘agente provocatore’ sarebbe rimasta lì fino a che non fosse caduta sulla testa di Newton (questo ragazzo è un piccolo genio del male! Ndr J). Chiaramente, i due elementi avevano ragione d’essere soltanto se combinati, io adoro il principio di sintesi, quindi perché non applicarlo anche ai miti? Un ‘melaserpente’ è più efficiente di un serpente che fa mangiare una mela.
     Il mito dell’androgino esiste in diverse mitologie (e in alchimia) come simbolo della coincidenza degli opposti, una sorta di ‘perfezione originaria’ che mi sembra un mito molto più interessante della cacciata dall’Eden. Che probabilmente doveva essere un posto noiosissimo.
 
     Circa mistura di scienza e magia che hai attuato nell’Arlecchino: per autori che hanno precorso strade simili, (pensiamo al Jack Vance de “La terra morente”) la scienza regrediva fino a coincidere con l’antica magia. Nel tuo romanzo complessi apparecchi tecnologici e scienza di confine coesistono con il mito e gli incantesimi. C’è un confine tra le due dimensioni?
 
     Masamune Shirow in “Appleseed” faceva dire a uno dei suoi personaggi: “Che differenza c’è tra scienza e magia?” La risposta era: “Nessuna. Dipende dall’utente.” Concordo.
 
     La Genesi non è l’unico riferimento ai miti antichi. I Tracciatori sono divinità come Apollo e Odin, rispettivamente del periodo Ellenico e della mitologia Norrena. Ah Puk, parto di Arlecchino, si riconosce come Hel, la divinità infera dell’Edda. Lo stesso Arlecchino  parla, ragiona e da un certo punto in poi agisce come una divinità: è contemporaneamente maschio e femmina, è in grado quindi di partorire; inoltre per lui le categorie temporali e spaziali non hanno molto senso. Tu che senso dai ai concetti di ‘mito’ e di ‘divino’?
 
     Guarda, il nome di Ah Puch è azteco. Le mitologie delle civiltà pre-colombiane mi hanno sempre affascinato, anche perché all’università ho studiato letteratura ispanoamericana. Solo che è un nome maschile, quindi ho ‘ricordato’ la natura femminile della figlia di Arlecchino con il nome Hel, tratto dalla mitologia nordica, abbastanza inequivocabile. I miti nordici sono molto suggestivi e sempre molto vivi per un nerd dei fumetti Marvel, e quelli ellenici, per un nerd che ha fatto studi classici, sono un riferimento altrettanto presente.
     Ho “scelto” coscientemente alcuni miti piuttosto che altri perché le vicende del trickster in quelle mitologie erano episodi di acquisizione di esperienza e consapevolezza che volevo vivesse anche il mio personaggio. Nel romanzo ci sono riferimenti anche ai miti Navajo, e in generale a quelli dei nativi americani. Solo che avevo una storia da raccontare e il mio libro non è un saggio di mitologia comparata sulla figura del trickster, quindi ho evitato di metterci tutto quello che trovavo sul trickster solo per il gusto di far vedere quanti libri avevo letto sull’argomento.
 
     Si parla dell’etichetta di new weird, cui afferirebbero sia il “Ghigno” sia “Il sentiero di legno e sangue” di Tarenzi. Lo scrittore inglese Jeff Vander Meer definisce il new weird come un tipo di racconto “ambientato in un ‘mondo secondario’ e caratterizzato dalla fusione di elementi fantasy, fantascientifici e, talvolta, horror”.  Ti faccio notare come questa etichetta sia davvero limitante per i vostri romanzi. A mio avviso si tratta di sottoetichette acquisite dall’ambito anglosassone che dividendo non aiutano a far rilevare i caratteri ricorrenti di queste opere.
 
Mah, tanto in libreria finiamo tutti sullo scaffale fantasy, al massimo su quello dell’horror che solitamente è a fianco (in effetti l’Arlecchino, assieme agli ultimi citati romanzi di Tarenzi e Dimitri, sono tutti quanti finiti nella sezione fantasy del ‘Premio Italia 2011’, ndr). In teoria certe etichette aiutano i lettori a capire cosa trovi dentro ai romanzi: spiegare che una storia è ambientata in una città contemporanea piuttosto che in un ipotetico medioevo o in passato alternativo da almeno un’idea minima dei contenuti di un romanzo. Non della sua qualità, certo.
 
     La prima tendenza comune è l’evidente attitudine alla reinterpretazione/commistione di caratteri e fabule preesistenti, pratica che esiste da sempre nella narrazione ma che qui diviene cifra stilistica consapevole, dichiarata e comune tra autori di uno stesso ambito letterario e della stessa generazione!
 
Affrontare la scrittura di un archetipo, rende inevitabile il fatto che la tua scrittura sia in realtà ‘riscrittura’. Non so dirti perché ci sia questo punto in comune con le opere di alcuni colleghi. Forse perché si è consapevoli che si sta in un certo senso fondando una ‘nuova’ tradizione italiana del fantastico, inscrivibile in un contesto ‘internazionale’, e non solo erede del fantastico nazionale, per cui esiste un bisogno di appoggiarsi ad archetipi molto forti. Forse.
 
     La seconda costante rintracciabile è il nutrirsi, da parte di queste opere, ossessivamente di arte tout court. L’Arlecchino contempla una quantità impressionante di riferimenti all’arte figurativa (surrealismo, metafisica, astrattismo, biomeccanica, fumetto), investendo non solo i fondali, ma intere scene e il senso della narrazione, conferendole un’eccezionale qualità simbolica e tentando una visione cosmica totalizzante.
 
     Questo è semplice: molti dei lettori di fantastico sono dei nerd. Questo è un aspetto che ogni critico che vorrà dare un’immagine precisa della nuova letteratura fantastica italiana dovrà tenere in considerazione. Certo, potranno essere trovati punti di continuità con il fantastico italiano precedente, da Buzzati a Calvino, ma la verità è che i nostri romanzi potranno essere capiti solo in un’ottica comparativista: non si potrà prescindere da Stephen King, da Clive Barker, da Neil Gaiman (faccio solo qualche nome), in generale dai grandi narratori anglosassoni e dalle letterature di cui ciascuno di noi è appassionato.
     Se si legge “Carni (e)strane(e)”, uno dei riferimenti sono “I racconti di pioggia e di luna” di Akinari Ueda, ma anche Angela Carter, Julio Cortàzar.  In “Arlecchino” è fondamentale l’influenza di William Burroughs. Quale italianista, mi chiedo, sarà mai in grado di parlare di competenza di libri che partono da letterature così diverse, sia diacronicamente che diatopicamente?
     Non si potrà prescindere, inoltre, dall’estetica dei cartoni animati giapponesi e delle serie TV americane.
 
     A proposito di Giappone: dalla visceralità delle immagini e della ‘scenografia’ generale del romanzo, cupissima, ho dedotto un amore per certo cinema estremo e underground giapponese. Osservando il tuo Arlecchino in azione, la violenza espressiva, i fluidi, le mutazioni, mi è venuto in mente un film come “Pinocchio 964”. Non mancano nemmeno i robot giapponesi in una zona tra le più oscure del tuo romanzo…
 
     I film orientali sono gli unici che guardo. Conosco Shinya Tsukamoto, adoro Takashi Miike (che non mi sento di definire ‘estremo’). In generale, come già detto, la mia immaginazione è ‘visiva’. Quindi: fumetti, telefilm, film, fotografia, arte, tutto entra nel calderone marcio del mio cervello ed è portato al punto di fusione. Le sperimentazioni linguistiche di Arlecchino hanno origine, tra le altre cose, anche come tentativo di tradurre in linguaggio le sperimentazioni registiche di certo cinema giapponese e hongkonghese.
 
     Nella produzione orientale però le innovazioni viaggiano alla stessa velocità della violenza espressiva che propongono. A questo punto allora mi interessa anche sapere il tuo parere di autore sulla necessità di una simile radicale carnalità in un romanzo fantastico che presumibilmente può facilmente essere acquistato anche da ragazzini non ancora ‘mature readers’. Che attenzione dai quando scrivi alle questioni di vendibilità, mercato e target, in un genere che a sembra vivere di certe precise fasce di pubblico?
 
     Mah, sinceramente sono convinto che abituare i lettori a immaginari alternativi sin da giovani sia una cosa molto sana. In Arlecchino c’è sesso, c’è violenza e un sacco di volgarità. È esattamente quello che vogliono i ragazzini, che sono molto più mature readers (= ‘sgamati’) di quanto si pensi. So per certo che il libro è stato letto da un’insegnante di scuola superiore a Trento e che i ragazzi sono stati entusiasti. Quindi no, non ho in mente specifiche fasce di pubblico. Per un grosso editore le politiche di target sono molto più specifiche e lì sicuramente dovrei pormi il problema.
 
     Tra le caratteristiche che ti accomunano ai tuoi colleghi c’è infine l’impulso speculativo e meta-letterario. “Il Ghigno” è narrazione che si interroga apertamente sui meccanismi creativi, sulla natura dell’opera d’arte e sul ruolo del creatore. Arlecchino è il magnus opusche permetterà al Barone di esplorare nuove possibilità attraverso la sua immaginazione. Ma la Creazione sin dalla sua nascita è consapevole, dotata di intelligenza propria, si conosce e cerca di sottrarsi alle angherie del proprio creatore e al Tracciato di Sophia – anche qui un concetto speculativo. La Creazione vuole rendersi autonoma. E il Caos, forza propulsiva e motore del racconto; elemento essenziale, necessario, della (tua) Creazione. Scrivi pensando ai molteplici livelli di lettura?
 

     Purtroppo ho una formazione accademica, il che vuol dire che c’è uno snob fighetto dietro la mia spalla che parla con la R moscia e mi fa pensare a sperimentazioni stilistiche a cui non vorrei/dovrei pensare. Mentre scrivo una storia, che resta il mio obiettivo principale, i sottotesti vengono fuori. Se hai una visione del mondo, è chiaro che con la storia emergerà anche ‘altro’, senza che per questo il testo sia appesantito da quella cosa che alcuni chiamano “Messaggio” (con la maiuscola). Insomma, devi essere prima un essere umano per essere uno scrittore, non viceversa.
     Essendo il trickster  un archetipo di figura creatrice, non potevo esimermi dal non ragionare sul principio di creazione, che per uno scrittore è rappresentato dalla scrittura stessa. Quindi quando il romanzo ha cominciato a sfuggirmi di mano, ho pensato che fosse logico che il creatore del personaggio (un essere che lui non riesce a controllare) fossi io. È un gioco meta-narrativo che ho già compiuto nel mio fumetto “Tipologie di un amore fantasma”, dove il protagonista ha la mia faccia (ma in quel caso non sono io).
 
     Non c’è quindi nessun tipo di ‘piattaforma programmatica’ tra voi autori, una discussione in atto sul vostro lavoro? L’impressione è che queste pratiche stiano portando a un movimento squisitamente autonomo, forte di caratteri propri e adulti, ormai ai confini tra le nicchie.
 
     Uhm, non che io sappia. Io mi confronto su base quasi giornaliera con Luca Tarenzi e anche con altri scrittori come Samuel Marolla, perché siamo prima amici e poi colleghi. Chiaramente, essendo sia amici che colleghi che grandissimi nerd, si finisce a parlare dei prossimi libri, poi però ciascuno di noi ha in mente piani e strategie diverse. No, direi che il movimento, se si formerà, sarà più un’operazione di marketing, perché di piani comuni non ne vedo proprio. Il tipico egotismo autoriale italiano.
    
     Nel racconto acquista particolare importanza simbolica il ghigno del protagonista. Il suo sorriso beffardo si configura come principio di sovvertimento dell’ordine.
 
     Come dicevo all’inizio, la risata possiede una forza incredibile: non risparmia nessuno, neanche i potenti. La risata sfida l’autorità e il principio di autorità. E io ho grossi problemi con chiunque voglia impormi un qualsiasi tipo di autorità. La risata ha (anche) un profondo valore politico.
 
     Voglio provocarti: qualche esperto della ‘vecchia guardia’ ritiene che “roba del genere non porterà a nulla, che si tratta di polpettoni intellettualoidi, sterili, velleitari che faranno involvere il fantastico, allontanando il pubblico, che avrebbe ben altre esigenze quando sceglie di leggere un certo tipo di cose”. Insomma per qualcuno quella qui delineata è una tendenza troppo autoreferenziale. Al di là delle idee di ognuno, la domanda necessaria è: come mai tanta urgenza teorica? Pensi che un certo grado di auto riflessività nelle opere possa dare al fantastico una sua dimensione piu adulta e consapevole?
 
     Boh, in realtà non ho nessuna urgenza teorica. Come ha scritto un collega sul suo blog, quando ho un’urgenza, vado in bagno (qui l’autore attinge alle altezze auliche della sua ‘formazione accademica’ , d’altra parte l’intervistatore ammette di essersela cercata! Jndr) Scherzi a parte, se avessi urgenza teorica scriverei dotti saggi sull’argomento. Io invece scrivo romanzi, racconti e fumetti. E spero film, prima o poi. I saggi li lascio agli accademici. L’auto riflessività non credo sia fondamentale. L’importante è raccontare buone storie e avere molta immaginazione per creare mostri fighissimi.
 
     Darai un seguito all’Arlecchino?
 
     Direi proprio di no. Mi interessava raccontare di un personaggio quasi onnipotente, ma troppo stupido per sfruttare poteri che tra l’altro non controlla e con un forte deficit emotivo: un personaggio profondamente imperfetto. “Il ghigno di Arlecchino” è un po’ l’archetipo del ‘Trickster Year One’, un personaggio ancora nella condizione di rookie, che non ha ancora compreso come usare i suoi poteri. Un personaggio totalmente onnipotente e perfetto sarebbe stato noiosissimo! Come disse Warren Ellis parlando del suo speciale su Solar, un personaggio a fumetti che era in definitiva Dio, chiese: “How can you tell the monthly adventures of God? Mi piacerebbe prima o poi dedicare uno spin-off ad Ah Puch, magari solo un racconto breve.
 
     Nell’ideale divisione tra coloro che scrivono ‘per sé’, assecondando le proprie ossessioni (“cosa può significare per me raccontare questa storia?”) e coloro che scrivono con un occhio al pubblico (“cosa può significare per la gente questa storia? Cosa aggiungerà a quanto già detto da altri?”), sebbene il fantastico penda da sempre verso la seconda categoria, questo tuo libro dimostra di voler stare per forza nella prima, ma per starci del tutto, nel cosiddetto ‘mainstream’, potrebbe risultare troppo estremo, di confine. Cosa è per te la scrittura? Perché hai scelto il fantastico, anzi questo tipo di fantastico – radicale, d’avanguardia, ultra contaminato – per raccontare?
 
     In realtà, ho scritto Arlecchino pensando che lo stile dovesse andare di pari passo con la stranezza degli eventi narrati. Forma e contenuto sono imprescindibilmente connessi. Pensa a un Arlecchino scritto in maniera tradizionale: forse sarebbe stato meno oscuro, avrebbe richiesto meno sforzo al lettore per entrare nel suo mondo. Mentre io volevo un mondo che disorientasse. E per disorientare doveva essere raccontato come l’ho raccontato.
     Quindi sì, scrivo ‘per me’, nel senso che scrivo libri che non trovo in libreria, ma come dicono gli scrittori di ‘bizarro fiction’, vorrei che i miei libri finissero in un’ipotetica sezione cult delle librerie (le quali, tra poco a causa degli e-book, probabilmente spariranno, anche se con un processo più lento di quello che sta avendo luogo in USA). Quindi scrivo anche per i lettori, ma per lettori curiosi di roba strana. Di gente che fa mainstream (di buona qualità o meno) ce n’è già.
 
     Tu hai anche lavorato nel campo del videoclip e del fumetto. Vuoi parlarci degli aspetti di quelle esperienze connesse alla tua produzione letteraria? Ritieni ci sia qualche legame tra quanto stai realizzando nella scrittura e quanto hai realizzato in quei campi?
 
     , il legame c’è perché sono sempre io che scrivo.
     No, perché in campo video non ho ancora prodotto niente di cui mi senta soddisfatto. Poi non percepisco differenze nella scrittura di prosa o per il video. Certo, per il video c’è la limitazione del budget, ma non ne percepisco altre.
 
      So che hai appena concluso la stesura di un nuovo romanzo breve. Vuoi dirci qualcosa a proposito, anche in relazione a quanto dibattuto? Come mai la preferenza di una forma breve in un periodo in cui il volume dei libri è direttamente proporzionale all’attenzione da essi ricevuta?
 
     Prima di tutto ‘breve’ è il formato della collana in cui apparirà. E poi perché come al solito con le idee con cui altri autori ci fanno una trilogia di libri ‘ciccionissimi’ io ci faccio un romanzo breve.
     Il titolo è “Zentropia” ed è un romanzo che ho fatto fatichissima a scrivere, perché, fondamentalmente, si tratta di un romanzo realistico. Cioè, come vedo io il reale, quindi non proprio la realtà generalmente condivisa. Comunque uscirà per la collana “Inchiostro Rosso” (http://rivoltanoir.wordpress.com) di Agenzia X e se dovessi definirlo in sintesi, direi che si tratta di un romanzo ‘distopico-zen’, come l’avrebbe scritto Tarantino: molto tamarro, spero anche divertente, che faccia ridere, o almeno che lasci un ghigno sul viso del lettore.
 
(a cura di Riccardo Falcetta)

:: Recensione di Carta Bianca di Jeffery Deaver

16 giugno 2011

Quando ho saputo che Jeffery Deaver avrebbe ereditato il testimone da Sebastian Faulks portando di nuovo in vita James Bond il mitico agente segreto al servizio di sua MaestĆ  con licenza di uccidere, di bere i suoi proverbiali Martini agitati e non mescolati e di portarsi a letto schiere di donne formose ipnotizzate dai suoi occhi blu devo dire la veritĆ  ho accolto la notizia con una certa dose di scetticismo. Certo non tutti gli eredi di Ian Fleming che si sono succeduti negli anni sono riusciti nell’ardua impresa di tener vivo il mito, anche se a mio avviso i migliori sono stati John Gardner e Raymond Benson, tuttavia Deaver mi ĆØ subito sembrato il meno adatto di tutti. Innanzitutto ĆØ sƬ un grande scrittore, questo ĆØ indubbio, ma dĆ  il meglio di sĆØ nel thriller cadenzato da frequenti colpi di scenaĀ  e da una suspance a volte decisamente sopra le righe. Diciamo che in un libro targato James Bond queste caratteristiche sfumano e a meno che non si decida per una prematura dipartita del nostro eroe, ipotesi di per sĆØ assurda e fuori di questione, ĆØ evidente che Bond ĆØ immancabilmente destinato ad affrontare i cattivi uscendone sempre vincitore e per giunta con lo smoking al massimo leggermente sgualcito. Quindi buona parte dell’ effetto sorpresa giĆ  si stempera in partenza. Devo dire tuttavia che Deaver ha fatto uno sforzo decisamente inusuale per uno scrittore del suo calibro, cercando di tornare alle origini e di riproporre lo stile Fleming asciutto e schivo, rispettandone i tempi, evitando i fronzoli e gli scavi psicologici in favore di un’ azione più smaccatamente bondiana. In più ha aggiunto di suo anche una certa originalitĆ , attualizzando e forse anche svecchiando un personaggio che di per sĆ© metterebbe in soggezione chiunque. Non sono d’accordo con chi la ritiene una mera operazione commerciale, Deaver ha tentato davvero e onestamente di proporre un Bond moderno, venato da una certa malinconia, da una solitudine quasi metafisica appesantito sƬ da gadget tecnologici eĀ  notizie sulla marca di champagne bevuta, sul nome del modello dell’auto che guida o su indicazioni sul sarto da cui si veste, dettagli che se troppo ripetitivi possono risultare irritanti, pur tuttavia ha voluto dare un’anima al personaggio e una coscienza anche politica, caratteristiche decisamente non presenti nei suoi predecessori. Devo ammettere comunque che ho trovato piuttosto impegnativa la lettura, a differenza di Fleming che amava la brevitĆ  Deaver si dilunga in descrizioni, complica la trama per arricchirla di colpi di scena e si diverte a mandare il nostro eroe per i quattro angoli del globo dalla Serbia a Londra da Dubai al SudafricaĀ  in una gincana che si protrae per ben 600 pagine. Diciamo anche con un centinaio di pagine in meno non mi sarebbe dispiaciuto. Mi ĆØ piaciuta inveceĀ  e molto la parte diciamo critica, la verve con cui si scaglia contro i traffici illeciti che esistono alla base dei conflitti che lacerano paesi come l’AfricaĀ  e in questo Deaver ha dimostrato un certo coraggio riuscendo a mio avviso a far riflettere anche su temi seri e drammatici dando spessore al personaggio e innalzando il suo Bond ad una dimensione si può dire quasi sociale. Non esito a credere che presto Carta Bianca diverrĆ  la trama per un’ ennesima avventura cinematografica del nostro Bond e penso che anche Deaver mentre ci lavorava era accompagnato da questa consapevolezza. Per gli appassionati delle spy story una lettura da non perdere per chi ama i libri che coniugano avventura e scenari esotici una lettura che sicuramente regalerĆ  ore piacevoli.Ā 

:: Segnalazione di La camera del cielo di Judith e Garfield Reeves-Stevens

14 giugno 2011

Reeves-Stevens_La camera del cielo

«Un romanzo da leggere a tutti i costi.»
The New York Post

«Chi ama le letture forti, ricche di colpi di scena e di suspense,
ha trovato pane per i suoi denti.»
Stephen King
 
Judith & Garfield
Reeves-Stevens
 
LA CAMERA DEL CIELO
 
in libreria giovedì 16 giugno 2011
 

Florian MacClary l’ha trovata. Nelle profondità dell’oceano Pacifico, è nascosta una camera interamente decorata con le costellazioni celesti e che, al centro, ha un tavolo di pietra su cui sono incisi dodici simboli enigmatici. Ma il destino di Florian e della sua squadra è segnato: caduti in trappola, vengono uccisi da uno spietato assassino, che s’impadronisce anche di un reperto unico…
David Weir ha pochi mesi di vita. Nel corso delle sue ricerche presso il Laboratorio d’identificazione del DNA, gestito dall’esercito americano, ha rintracciato gruppi d’individui apparentemente normali, ma che presentano una sconcertante anomalia: una sequenza genetica «sconosciuta» che li porta a morire prima dei 27 anni d’età. David ha 26 anni ed è uno di loro…
Jessica MacClary è sconvolta. Nel quartier generale della fondazione della sua famiglia, sotto una volta ricoperta di stelle, la ragazza apprende che sarà lei a proseguire la missione di sua zia Florian. Ciò significa che diventerà una dei Dodici Difensori e che sarà la custode di un segreto antichissimo…
Dai ghiacci dell’Artico alle capitali europee, dai mari del Sud ai casinò di Atlantic City, Jessica e David saranno costretti ad allearsi in una disperata corsa contro il tempo per annullare la condanna codificata nel DNA del giovane scienziato e svelare un mistero che risale all’origine stessa della civiltà umana.
 
Judith e Garfield Reeves-Stevens
sono marito e moglie. Prima di dedicarsi a tempo pieno alla narrativa, hanno lavorato come sceneggiatori per molte serie TV americane di grande successo.

:: Recensione di Generazione di perplessi di Roberto Saporito

9 giugno 2011

generazione-di-perplessi1Dopo una felice e fortunata parentesi come autore di romanzi, Roberto Saporito torna all’antico amore, al racconto e lo fa con una raccolta di 19 brevi composizioni in cui il sapore intimista ed esistenzialista che caratterizza la sua intera produzione si unisce al suo minimalismo di stampo chiaramente nordamericano per dare vita ad un affresco corale in cui tante voci si modulano armoniosamente per tratteggiare un’ intera generazione, la generazione di perplessi appunto che con ironica leggerezza emerge da queste pagine impreziosite da citazioni, rimandi, echi letterari colti e sofisticati. Saporito non è uno scrittore improvvisato, si sente che si è nutrito e imbevuto delle opere dei maestri del genere e con sicurezza ha acquistato uno stile personale e immaginifico che ben poco a che fare con l’imitazione. Saporito filtra con la sua sensibilità un po’ bohemienne l’opera di grandi, come non citare De Lillo o David Foster Wallace, per creare racconti molto simili ad opere sinfoniche, non a caso la musica è una delle sue grandi passioni e appunto da questa arte ha tratto i virtuosismi e i crescendo inaspettati, seguiti da pianissimo di rara efficacia. I personaggi che affollano le sue pagine possono apparire improbabili solo ad un’ occhiata superficiale, sì ci sono serial killer, scrittori vendicativi o in crisi di ispirazione, uomini ad un bivio non sempre forti abbastanza per andare fino in fondo nei percorsi intrapresi, ma la verità è che rispecchiano una condizione drammaticamente reale in cui è immerso l’uomo contemporaneo, impossibilitato a decidere autonomamente sempre condizionato, dalla società, dalle proprie paure, dalla propria perplessità davanti ad un mondo che non lascia scelta. Saporito è implacabile nel delineare tutto ciò, la sua anima noir tradisce un pessimismo venato di anarchia che addenta l’aura grottesca che circonda la realtà e si estranea fino mettere a nudo i nervi scoperti dell’anima.        

Generazione di perplessi di Roberto Saporito Edizioni della Sera collana Emozioni di carta Prezzo di copertina € 11,00 2011, 118 p., brossura

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:: Recensione di Il silenzio del ghiaccio di Tess Gerritsen

9 giugno 2011

il silenzio del ghiaccioOttavo episodio della serie con protagonista la coppia tutta al femminile formata dalla detective della omicidi di Boston Jane Rizzoli e dall’anatomopatologa Maura Isles Il silenzio del ghiaccio (Ice cold) è il nuovo medical thriller di Tess Gerritsen pubblicato dalla Casa Editrice Longanesi. L’inizio è decisamente all’altezza del genere e anzi con in più una spruzzatina horror che non guasta. Maura Isles decide di partecipare ad un convegno medico tra le nevi del Woyming, un po’ per cambiare aria , un po’ per riflettere sulla sua dolorosa relazione con un prete cattolico non ancora deciso del tutto a lasciare il suo Dio per lei. Tra i partecipanti del convegno incontra un vecchio compagno di college Doug Comley affascinante e spericolato che le propone una gita tra le montagne innevate in onore dei vecchi tempi. Maura accetta e così con Grace la figlia di Doug e una coppia di amici partono all’avventura. A causa della scarsa visibilità dovuta ad un abbondante nevicata il loro suburban finisce fuori strada. Escono tutti illesi ma il veicolo impantanato nella neve gli impedisce di continuare il viaggio così l’unica scelta possibile è continuare a piedi in cerca di aiuto. Maura intravede tra la neve un cartello che indica l’inizio di una strada privata e di un villaggio dal nome insolito Verrà il regno. Raggiuntolo fanno un' inquietante scoperta, tutte le case del villaggio sembrano essere state abbandonate in tutta fretta e degli abitanti non c’è più alcuna traccia. Un’ aura malefica aleggia tra quelle abitazioni dando a tutti la sensazione che qualcosa di terribile sia avvenuto per costringere quella gente a lasciare i cibi nei piatti, le porte e le finestre aperte, le auto nei garage e gli animali da compagnia a morire al gelo. Strani incidenti iniziano a funestare il soggiorno e ben presto si materializza la certezza che non sono soli. Nel frattempo a Boston Jane Rizzoli preoccupata per la scomparsa dell’amica dopo le insistenti pressioni di padre Daniel Brophy, l’amante di Maura, decide di partire per Jackson con il marito agente dell’Fbi  e lo stesso Brophy per scoprire cosa sia successo. L’accoglienza della polizia del luogo non può rivelarsi più gelida tanto da accrescere la certezza che tutti nella valle stiano nascondendo un terribile segreto. Ma Jane, seppure gli indizi sembrano far credere che sia successo qualcosa di drammatico, è convinta che Maura sia ancora viva e pur di ritrovare l’amica è pronta a tutto. Ciò che scoprirà andrà al di la della più fervida immaginazione fino al finale sorprendente e decisamente inatteso. Il silenzio del ghiaccio è uno di quei thriller che si leggono tutti d'un fiato caretterizzati da continui colpi di scena e da un mistero inquietante apparentemente senza spiegazione. L'inizio è bellissimo, carico di suspence e aspettative, si percepisce un' aura malasana e inquetante che ci accompagnerà per tutta la lettura del libro e il capitolo iniziale apparentemente slegato dal resto della narrazione ci anticipa i temi che poi saranno svolti nella parte finale. Si parla di una setta religiosa capeggiata da uno strano individuo da brivido, di persone plagiate e costrette a seguire regole rigide e fuori dal tempo, di donne costrette a subire la volontà di uomini prevaricatori e violenti. Il villaggio Verrà il regno è decisamente un luogo sinistro, le abitazioni tutte uguali, senza energia elettrica, prive di personalità sembrano uscite da uno degli episodi di Ai confini della realtà, la spruzzata horror poi è decisamente coinvolgente e molto kinghiana. Per chi ama la serie Rizzoli & Isles, che dato il successo è diventata anche una serie tv già andata in onda anche in Italia su Maya e da settembre in chiaro su Mediaset, un libro da non perdere.

Il silenzio del ghiaccio di Gerritsen Tess Editore Longanesi collana Nuova Gaja scienza Prezzo di copertina € 18,60,  2011, 344 p., rilegato Titolo originale Ice cold  Traduttore Adria Tissoni.

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:: Segnalazione Totalitarismo, democrazia, etica pubblica. Scritti di Filosofia morale, Filosofia politica, Etica di F. Sollazzo

1 giugno 2011

4051Nel panorama contemporaneo è sempre più difficile trovare testi che spieghino in modo semplice e diretto concetti anche complessi che in un certo senso sono al centro della vita di tutti i giorni. Totalitarismo, democrazia, etica pubblica di Federico Sollazzo edito da Aracne Editore ha questo pregio grazie al quale molti lettori che di solito non leggono saggi filosofici avranno la possibilità di avvicinarsi a concetti difficili e argomentati ma nello stesso tempo resi fruibili dal linguaggio semplice e discorsivo dell'autore capace di rivolgersi sia ad un pubblico specialistico che ai comuni lettori.
Totalitarismo, democrazia, etica, sono fra le parole oggi maggiormente abusate, strumentalizzate, monopolizzate, rese didascalie al servizio di interessi specifici e quindi annichilite nel loro significato concettuale, nella loro potenzialità di essere allusioni a ragionamenti che non si riducono in esse. Di fronte a questa problematica, è urgente (ma ancora possibile?) recuperare la dimensione alludente, metaforizzante delle parole, a partire da quelle che maggiormente incidono sulla costruzione del mondo. Il volume è suddiviso in grandi ambiti argomentativi che rendono sinteticamente la complessità dell’esistente: Filosofia morale, Filosofia politica, Etica. Questo sia per agevolare il lettore (che si troverà così di fronte una sorta di mappa filosofica della modernità), sia per rendere l’idea di una complessa modernità a mosaico, il che non inibisce affatto, anzi, una sua ricostruzione in immagine unitaria, a patto che essa non derivi da una visione uniformante, assolutizzante, totalizzante, ma dai giochi, cristallizabili solo con un atto di forza, di interazione, scambio, de- e ri-costruzione permanente dei tasselli che la compongono.

Per acquistare il libro e per richiedere copie come Docenti o Giornalisti: http://store.aracneeditrice.com/it/libro_new.php?id=5917

:: Recensione di La donna segreta di Marta Boneschi a cura di Elena Romanello

31 Maggio 2011

donnasegretaLA METILDE VISCONTINI DI MARTA BONESCHI
 
"La donna segreta" è l'ultima fatica di Marta Boneschi, giornalista, scrittrice e storica, ed è il suo omaggio personale al Risorgimento italiano, raccontando la vicenda di Metilde Viscontini, nobildonna milanese prima sotto il dominio napoleonico e poi sotto la Restaurazione, amante di Foscolo e amata invano da Stendhal al punto di ispirargli le protagoniste de "La Certosa di Parma" e "Il Rosso e il nero", i suoi due romanzi più famosi.
«Il mio è un libro infatti innanzitutto sul Risorgimento, visto da una delle sue protagoniste meno note, sulla quale ho trovato tanto materiale attraverso gli occhi di Foscolo e di Stendhal», ricorda Marta Boneschi, «ho raccontato come un romanzo un libro di storia, ma dentro è tutto documentato. Non è la prima volta che mi occupo di una protagonista di quel periodo, prima avevo scritto un libro su Giulia Beccaria, madre di Manzoni e intellettuale per certi aspetti oggi più nota di Metilde Viscontini, Metilde mi raccomando, non Matilde, il nome Matilde era sconosciuto nella Milano di allora malgrado fosse di derivazione germanica e si fosse da un certo punto in poi sotto la casata asburgica».
«Metilde Viscontini è stata una ribelle, un'anticonformista e può dire ancora molto alle giovani donne di oggi, che spesso per paura non osano andare contro quello che si chiede loro», continua Marta Boneschi, «sposò giovanissima Jan Dembowski, ufficiale napoleonico di diciassette anni più vecchio di lei, violento e oppressivo, ed osò ribellarsi, chiedendo la separazione, cosa consentita all'epoca ma sempre manipolata dagli uomini. Andò contro lo strapotere maschile, sia dicendo di no ad una situazione comune allora, quella di essere mogli maltrattate, sia rifiutando la corte di Stendhal. Il tutto senza contare il suo impegno politico, come affiliata alla Carboneria e coinvolta nei moti del 1821.»
Interessante un particolare del suo impegno politico, l'amicizia con Giuseppe Pecchio: «Per molto tempo Pecchio fu bollato come traditore, oggi lo si vede come uno degli eroi dimenticati del nostro Risorgimento. Compagno di scuola di Manzoni e Confalonieri, funzionario amministrativo napoleonico a Milano, aderì nel 1821 alla cospirazione capeggiata da Confalonieri del quale non condivideva gli ideali aristocratici, lui era più democratico e repubblicano. Quando il tutto fallì, Confalonieri lo accusò di aver tradito, ma Metilde lo difese a spada tratta, finendo anche sotto inchiesta della polizia austriaca, e uscendone a testa alta ricordando il suo rango, anche se ormai viveva separata dal marito.»
Metilde morì nel 1825, a soli trentacinque anni. «Credo come molti che si sia consumata nella lotta per la libertà dell'Italia, in una Milano che attraversò prima della Restaurazione un momento di pura grazia, culturalmente e socialmente, ma dove sia prima che dopo c'erano tanti germi contemporanei, il malaffare, la corruzione, di cui Metilde fu anche vittima, anche se in qualche caso cercò di girarle a suo vantaggio», conclude Marta Boneschi.
Elena Romanello

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:: Dal Mississipi al Po 2011 Settima edizione del Festival Musicale e letterario di Piacenza

30 Maggio 2011

Nuova immagineTorna per il settimo anno il festival musicale-letterario “Dal Mississippi al Po”, collocato come di consueto nella città di Piacenza. Il festival ripropone la propria formula vincente, che prevede incontri letterari conditi da tanta musica dal vivo e concerti introdotti dalle sapienti parole di chi fa della scrittura la propria ragione di vita.

A quarant’anni esatti dalla scomparsa di Jim Morrison, il festival ha deciso di dedicare al carismatico totem della poesia rock uno spazio privilegiato, invitando uno degli amici più stretti del cantante dei Doors, quel Frank Lisciandro che più di ogni altro ha i titoli per parlare della figura umana di Morrison, spogliandola del fumo della leggenda.

Amico, guida nei momenti cupi, fotografo, biografo e persino coproduttore di Jim Morrison e dei Doors (in parte sua la produzione dell’album postumo An American Prayer), Lisciandro allestirà una mostra (in larga parte inedita per il nostro paese) di grandi scatti dei Doors e di altre grandi band degli anni ’60, restando a disposizione per tutti i visitatori, con tanto di domande e curiosità.

A suggello dell'attenzione speciale dedicata al fenomeno Jim Morrison-Doors, verrà presentato in anteprima nazionale lo splendido libro “Riders on the Storm”, l'autobiografia di John Densmore, batterista della band di Los Angeles, uno spaccato onesto, tranciante, a volte persino spietato del mondo musicale, con non poche sorprese per i fan.

Gli anni ’60, dunque, una stagione irripetibile, l’età dell’oro della musica rock. Lo stesso Lisciandro ne parlerà con la sua classica onestà intellettuale al pubblico piacentino: della serie quando la musica diventa scrittura.

Ma la scrittura è di per sé musica e le atmosfere dei romanzi degli scrittori americani invitati a Piacenza lo testimonia. Inutile parlare del ritmo voodoo di Joe Lansdale e della intensità di Tim Willocks, ormai due travi portanti del festival.

Meglio spendere due parole sui “nuovi”: scenari torbidi di un’America provinciale sempre ricca di spunti intriganti, nelle pagine di Anthony Neil Smith (con il suo Minnesota innevato che tanto ricorda la Fargo dei fratelli Cohen), oppure ambienti suburbani la cui normalità può risultare agghiacciante se scalfita con gli strumenti giusti (Linwood Barclay, con il suo humour nero ne è testimone).

Ma quest’anno si è deciso di sterzare leggermente e di dare spazio alla contingenza. Ecco il motivo di un evento dedicato ai “Venti di Cambiamento” dell’universo islamico, più che mai vicino a noi con i suoi aneliti di libertà e le difficoltà a fare i conti con millenni di sopraffazioni. Chi meglio di uno scrittore può aprirci gli occhi? E se gli scrittori sono diversi e tutti provenienti da quell’universo in transizione, tanto meglio.

Gli spunti sono tantissimi. La “Scrittura come Catarsi” risulta dunque un tema naturale da sviscerare con chi fa della lotta al male e al lato oscuro dell’uomo la propria quotidianità. Michele Giuttari, stimato ufficiale di polizia, David Monti, magistrato, Alessia Micoli, criminologa, e Giacomo Cavalcanti, camorrista strappato al crimine dalla forza interiore e dagli slanci creativi.

Se si parla di autori italiani, non si può fare a meno di menzionare due dei massimi esponenti della letteratura noir italiana, Massimo Carlotto (tra l'altro grande appassionato di blues), un gradito ritorno al festival, e il geniale Andrea G. Pinketts, che invece è alla sua prima apparizione.

E, siccome un festival per essere tale deve vivere in comunione con la città che lo ospita, ancora una volta saranno i luoghi storici di Piacenza a fare da cornice a tutti gli eventi, compresa una mostra di strumenti musicali, con tanto di laboratorio di liuteria mobile, ospitata nello splendido cortile del Palazzo Farnese.

Una piccola novità, per finire, la scelta di promuovere direttamente un libro del festival: Il Blues del Delta di William Ferris, una delle opere più illuminanti sulla nostra musica, pubblicata da Postmedia con il patrocinio del festival “Dal Mississippi al Po” e del festival gemello “Roots’n’Blues’n’Food Festival”.

PROGRAMMA

Domenica 19 ANTEPRIMA FESTIVAL – Salsomaggiore Terme (ospiti del festival 18E20)

18:00 Andrea Villani presenta Joe Lansdale e Paolo Colagrande. Musica di Kasey Lansdale & N-Rose

Lunedì 20 Palazzo Farnese ore 18,30 Inaugurazione mostra fotografica di FRANK LISCIANDRO alla presenza dell’autore
Mercoledì 22 ANTEPRIMA FESTIVAL – Milano
18:00  presso Libreria FNAC di Via Torino, Milano. Presenta Luca Crovi.
Giovedì 23 17:00 Paolo Pasi e Peppe Lanzetta Due artisti eclettici, si stuzzicano sul tema della creatività, tra il serio e il faceto.

17:30 Due chiacchiere e una bibita ghiacciata: Tony Washington, Watermelon Slim e Super Chikan si presentano al pubblico.

18:00-19:30 IL NEMICO DELLA PORTA ACCANTO R.J. Ellory e Linwood Barclay ci parlano delle incognite che si nascondono nella quotidianità americana. Presenta: Sebastiano Triulzi.

“Spazio concerti” – Teatro Municipale Piacenza

21:00 Anthony Neil Smith e Lance Leadbetter presentano: Spiritual & Delta Blues

DOPOFESTIVAL 23:30 presso il Bullone Pub Due chiacchiere, un hamburger, una birra e un po’ di musica, nel locale più americano di Piacenza. Luca Bottura incontra Joe R. Lansdale Musica di Kasey Lansdale

Venerdì 24 Piazza Duomo  Piacenza 17:00 Andrea G. Pinketts Con quella faccia un po’ così: il talking blues di uno scrittore italianissimo con un nome che parla inglese. Presenta Andrea Villani.
17:45 Due chiacchiere e una bibita ghiacciata: Rick Estrin e Andy J. Forest si presentano al pubblico.

18:00-19.30 LA PROVINCIA CHE UCCIDE Storie di varia umanità, tra un Winchester, un bicchiere di bourbon, una chitarra bottleneck, dal cuore dell’America più vera. Giuliano Aluffi presenta Joe R. Lansdale, Keith Lansdale e Anthony Neal Smith.

“Spazio concerti” – Teatro Municipale Piacenza

21:30 Joe R. Lansdale e Tim Willocks presentano: Blues Harp Night

DOPOFESTIVAL 23:30 presso il Baciccia He was a friend of mine. Seba Pezzani presenta Riders on the Storm, autobiografia di John Densmore, in anteprima nazionale, lasciando che sia Frank Lisciandro a spiegare chi era davvero Jim Morrison, l’uomo, l’antieroe, il poeta, lontano dai falsi miti e dai lustrini dello star system.

Sabato 25 Palazzo Farnese  Piacenza LA CITTADELLA DELLA MUSICA
11:30 Blues Di-Vino. L'aperitivo blues come non l'avete mai goduto. Una piccola casa discografica indipendente, un uomo solo con la sua passione. Nel solco dei grandi ricercatori della cultura musicale americana, quello dei giganti come Harry Smith, Moe Asch e Alan Lomax, etnomusicologi che hanno fatto innamorare Bob Dylan e diverse generazioni di musicisti. Seba Pezzani fa quattro chiacchiere in libertà con Lance Leadbetter, deus ex-machina della Dust-to-Digital.
Piazza Duomo  Piacenza

17:00 Il Blues del Delta. Marino Grandi e Lance Leadbetter raccontano le radici della  nostra musica attraverso il formidabile saggio di William Ferris, un caposaldo della letteratura blues, quest'anno reso disponibile al pubblico italiano grazie a uno sforzo congiunto del nostro festival e dell'editore Postmedia.

17:45 Due chiacchiere e una bibita ghiacciata: Alvin Youngblood Hart si presenta al pubblico.
18:00-19.30 SCRITTURA E REDENZIONE Quando la scrittura diventa una cura contro le brutture del mondo. Giacomo Cavalcanti  – Michele Giuttari (Direzione Investigativa antimafia e capo della Squadra Mobile di Firenze) – David Monti (magistrato della procura di Firenze) – Alessia Micoli (criminologa) Presenta: Gaetano Rizzuto
“Spazio concerti” – Teatro Municipale Piacenza
21:00-22:30 Linwood Barclay e Lance Leadbetter presentano: The guitar is my blues   
Domenica 26
Palazzo Farnese  Piacenza LA CITTADELLA DELLA MUSICA
11:00 Blues Di-Vino. L'aperitivo blues come non l'avete mai goduto. Il blues nel sangue, il blues in gola, il blues nella penna. Andy J. Forest, un musicista sanguigno ben noto al pubblico dell'Italia, sua seconda patria, ci parla di una passione nata tra i bayou di New Orleans e sfociata in tanti anni di concerti, dischi e persino in un romanzo, Letters from Hell. A contenere gli slanci vulcanici del bluesman della Louisiana, l'aplomb ligure di John Vignola.
11.30 Guerre di uomini, guerre di religione. Tim Willocks, Massimo Carlotto ed Edorta Jimenez, in un magico triangolo letterario ispano-anglo-italiano, per ricostruire un periodo di lotte marinare aspre. Quando la storia si ripete… A fare da timoniere a questa illuminante battaglia navale Beppe Sebaste.
Piazza Duomo  Piacenza
17:00 Massimo Carlotto: Un maestro del romanzo sociale italiano e un grande appassionato di blues. Presenta Matteo Strukul, giornalista e romanziere del Nordest che con Massimo Carlotto condivide i natali e la passione del raccontare.

17:45 Due chiacchiere e una bibita ghiacciata: Sonny Landreth si presenta al pubblico.

18:00-19.30 VENTI DI CAMBIAMENTO Secoli di immobilismo del mondo arabo o cecità dell’Occidente? I sussulti di libertà di una serie di paesi a noi vicini geograficamente e storicamente ci spingono a interrogarci sui cambiamenti di questi mesi. Studioso, scrittori e giornalisti della grande galassia islamica cercano di fornircene una chiave diversa, chiacchierandone in libertà: Ahmad Gianpiero Vincenzo, Amara Lakhous, Younis Tawfik.

Spazio concerti – Teatro Municipale Piacenza
21:00 – 22:00 Una stagione irripetibile: a quarant’anni dalla scomparsa di Jim Morrison e dalla fine di un’epoca, Frank Lisciandro, Tim Willocks e Claudio Gargano ci parlano delle loro molteplici esperienze umane e artistiche insieme a John Vignola, timoniere d’eccezione.

Frank Lisciandro ed Edorta Jimenez presentano: The Slide Man *Sonny Landreth Quartet

:: Recensione di Otherside di Giancarlo Narciso a cura di Riccardo Falcetta

30 Maggio 2011

otherside_narcisoOtherside – Giancarlo Narciso, Perdisa, 2011, pp. 350, € 18,50
di Riccardo Falcetta
 
 
Sono pochi gli scrittori che possono vantare nel proprio curriculum i due premi più prestigiosi del noir italiano. Giancarlo Narciso è nella rosa di privilegiati: se li è aggiudicati con “Singapore sling” (Premio Tedeschi per il miglior Giallo italiano del 1998) e “Incontro a Daunanda” (Premio Scerbanenco per il miglior noir italiano del 2006), due romanzi dei dodici scritti in oltre quindici anni di carriera letteraria. Una doppietta più che meritata.   
     Con le sue storie a base di intrighi e movimentate vicende criminose, quasi sempre calate in scenari esotici, questo simpatico giramondo dalla biografia avventurosa resta tra i pochi autori italiani che con passione e competenza continuano a credere nella tradizione dei generi avventurosi. Una tradizione che con autori come Joseph Conrad ed Emilio Salgari ha saputo guardare alla straordinaria ricchezza del mondo intero, alle sue diversità e che tanta popolarità ha poi goduto anche nel nostro cinema, soprattutto nei decenni Sessanta e Settanta.
 
     Per leggere un romanzo di Giancarlo Narciso, in effetti, non serve essere lettori accaniti di narrativa; basta essere grandi sognatori, fruitori di cinema e di generi popolari come il fumetto: cominci a sfogliare un libro di Jack e ti ritrovi totalmente immerso nella visione di un film d’avventura.
     “Otherside” nasce come uno spin-off diBanshee”, la serie che l’autore pubblica su Segretissimo Mondadori come Jack Morisco. Giocando con un repertorio consolidato e in continua evoluzione, l’autore affida questa volta il ruolo principale a Sergio Biancardi, già compagno d’avventure di Oliver ‘Banshee’ McKeow, asso dell’ Intelligence di Singapore.
     Prototipo di antieroe duro e tormentato dal proprio passato, Sergio Biancardi è un ex ufficiale dei carabinieri del Tuscania, dimessosi dall’Arma in seguito al coinvolgimento in  uno scandalo e divenuto un contractor, anzi “una delle migliori pistole in vendita nell’intero sud est asiatico”. All’inizio, l’incontro Gloria,  giovane donna attraente, la cui fragilità e leggerezza dei modi celano una natura oscura, da femme fatale. I due intrattengono una relazione, finché la ragazza trascina l’uomo in un furto con assassinio e scompare, abbandonandolo con un esiguo gruzzolo di banconote false, in preda a una pericolosa banda di narcotrafficanti. Per Sergio è l’inizio di una fuga e al tempo stesso di una ricerca disperata, un percorso lungo false piste, nel gorgo delle identità multiple, in compagnia di vecchie ‘conoscenze d’armi’, avventuriere con pochi scrupoli, bizzarri killer. Con l’aiuto di Banshee, qui nel ruolo di guest supporter, Biancardi attraversa tutta l’Asia sud-orientale, finendo poi sull’ ‘altro lato’, in  pieno deserto messicano, dove sorge il fortino di una leggenda del narcotraffico.
         Si avverte costante durante la lettura una riflessione sul confronto di civiltà, su come mutino le procedure del crimine e delle agenzie di intelligence e come restino invece immutabili le storture e le debolezze care agli uomini. Ma qui il noir e la spy story sono innanzitutto detonatori di emozioni, garantiscono intrattenimento, divertimento e vigorose scariche di adrenalina.
     Dalla sua Jack ha la qualità di una scrittura visiva, che si alimenta di sequenzialità, di cinema tout court. E , a differenza di scrittori che ‘caricano’ i propri action-novel con effetti di prosa iperrealista ed espressionista, lui punta a un’asciuttezza e a una essenzialità che ha nella passionalità di caratteri realistici e amari e nei set esotici, i suoi veri punti di forza.    
     E una volta tanto non ‘cinematizza’ il racconto per renderlo trasferibile sullo schermo, ma con procedura inversa (cara, nel cinema, a gente come Rodriguez e Tarantino) lo ‘filma’ direttamente attingendo al potere icastico e retorico di sequenze che sono già antologia. Le fughe sui cornicioni, il “Titty Twister”, locale di mariachi e spogliarelliste per camionisti e ranchero del deserto, aperto ‘dal tramonto all’alba’ il ventoso villaggio western di Santa Teresa, e la resa dei conti nel forte dei narcos, sono momenti che affiancano all’avventura di ampio respiro, la passione cinefila e il gusto del gioco citazionista. Cinema e letteratura, classico e (post)moderno all’unisono, in un cocktail pulp che sta benissimo tra un Lansdale e un Crumley, o tra un Leonard ed un Eisler.
     Col benestare di Conrad e Salgari, Peckimpah e Leone i quali possono tutti riposare in pace. L’Avventura può continuare.

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:: Segnalazione: Carta bianca di Jeffery Deaver Rizzoli

20 Maggio 2011

carta biancaIn libreria dal 26 Maggio

Il libro: James Bond ha poco più di trent’anni e una cicatrice di otto centimetri gli solca la guancia destra. Ha combattuto valorosamente in Afghanistan, lavora per l’ODG, un dipartimento speciale dei servizi segreti inglesi, guida una Bentley Continental GT ed è a cena con una splendida donna che lo sta annoiando con i suoi tormenti di pittrice incompresa, quando un messaggio sullo smartphone lo chiama all’azione. Poche ore dopo è in Serbia, alla periferia di Novi Sad, dove qualcuno è deciso a far precipitare nel Danubio un treno che trasporta isocianato di metile, la sostanza chimica responsabile della morte di migliaia di persone a Bhopal… Con il ritmo implacabile e il gusto per il colpo di scena che fanno di lui un maestro assoluto del thriller, Jeffery Deaver rivisita il mito di James Bond per regalarci uno dei romanzi d’azione e suspense più travolgenti e originali degli ultimi anni. Dalla Serbia a Londra, da Dubai al Sudafrica, Carta Bianca trascina il lettore in un viaggio imprevedibile alla scoperta degli intrighi e dei traffici inconfessabili alla radice dei conflitti che insanguinano il mondo di oggi.

L'autore: Jeffery Deaver (Chicago, 1950) è uno degli autori di thriller più venduti al mondo. I suoi libri sono pubblicati in centocinquanta Paesi. Tra i titoli più recenti, tutti editi da Rizzoli, ricordiamo Nero a Manhattan, La strada delle croci e Requiem per una pornostar. Il suo ultimo libro con Lincoln Rhyme è La finestra rotta, ora disponibile in Bur. Il suo sito internet è www.jefferydeaver.com.

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:: Segnalazione Sezione crimini violenti Il primo caso dell'ispettrice Huss di Helene Tursten Fanucci

19 Maggio 2011

CopSezCriminiViolenti_ALTAIn libreria dal 26 Maggio

Il libro: Una sera piovosa di novembre. Un colpo sordo sulla ghiaia bagnata. I passanti del centro di Goteborg si radunano sotto il balcone del quinto piano di un palazzo signorile. L'ispettrice Irene Huss, il commissario Andersson e un'affiatata squadra di colelghi iniziano ad indagare su ciò che sembra a tutti gli effetti un suicidio. L'improvvisa scomparsa di Richard von Knecht, abile uomo d'afafri dell'alta borgesia di Svezia, risveglia enorme interesse nella stampa, mesntre si cerca di ricostruire la tela delle persone a lui vicine. Tra marmi e oggetti d'antiquariato, tappeti persiani e legni itagliati, si dovrà scoprire cosa si cela dietro il mistero. Irene Huss non demorde e passando dall'analisi di vecchi ritagli di giornale a mosse di arti marziali, tiene a bada l'eccentrica signora Knecht, il silenzioso figlio e l'affascinante nuora- modella, gli amici milionari e quelli amanti del vino. Infine i sospetti si moltiplicano e e contemporaneamente si restringono, frantumando in mille pezzi l'immagine di partenza. L'ispettrice Huss alle prese con un caso di omicidio davvero insolito si divide tra la vita di madre e moglie impegnata e equella di capo della Sezione Crimini violenti in una società minacciata dal razzismo, dalla droga e da una nuova ondata di criminalità Questi elementi, che fanno da sfondo alla storia, attingono alle stesse tensioni che alimentano la scrittura di Henning Mankell, autore della fortunata serie del Commissario Kurt Wallander. La giovane investigatrice Huss aggiunge la propria complessità alle carte in tavola, e trascina la sua famiglia al centro di quelle pericolose forze che minacciano la società.

L'autore: Helene Tursten è nata a Goteborg nel 1954. E' appassionata di letteratura poliziesca e prima di dedicarsi a tempo pieno alla scrittura ha lavorato come infermiera e traduttrice. Sezione crimini violenti. Il primo caso dell'ispettrice Huss è il suo romanzo di esordio, grazie al quale è stata paragonata alla scrittrice britannica PD James. Caso editoriale in Svezia al pari di Henning Mankell e Stieg Larsson, la serie dell'ispettrice Huss ha ispirato un serial televisivo ed è già stata pubblicata in sedici paesi. Helene Tursten vive in Svezia con il marito e la figlia.

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::Intervista a Demetrio Priolo a cura di Maurizio Landini

19 Maggio 2011

cover-harynosDemetrio Priolo è l’autore del romanzo Hàrynos – Il Manuale del Guerriero, primo volume di una trilogia che vede protagonisti i bambini e “un mondo situato nella Dimensione dei Sogni in cui si può accedere di notte, mentre si dorme”. Un libro sull’infanzia e sul Sogno; sul rapporto fra genitori e figli, e non in ultimo su di un percorso di crescita che coinvolge inevitabilmente entrambi.
Ne abbiamo parlato con l’Autore. 
 
Demetrio, il tuo manuale del Guerriero, è un romanzo che dovrebbero leggere i ragazzi o gli adulti?

Amo definire Hàrynos un romanzo per figli, come tale quindi anche per genitori. Gli interlocutori principali sono in ogni caso i figli, soprattutto se giovani, per cui rispondo che è un romanzo che dovrebbero leggere i ragazzi. Al di là del genere, dei protagonisti e delle situazioni narrate che sicuramente attirano di più un pubblico giovane, Hàrynos vuole offrire spunti riflessivi e critici sulla realtà guardando le cose da un punto di vista diverso e ai ragazzi risulterebbe più utile poiché essi non hanno ancora un carattere pienamente formato.  
 
Perché secondo te la nostra società tende a imporci modelli d’immaginazione? Forse perché questa ha in sé il germe della ribellione che è bene rendere innocuo?

Una domanda pericolosa, caro Maurizio. La società per come la conosciamo è praticamente fondata sulle imposizioni e l'immaginazione e i sogni non fanno eccezione a questa regola. La risposta è proprio quella che hai (maliziosamente?) suggerito. La fantasia è il terreno della libertà e una persona la cui fantasia è stata incatenata in modelli preconfezionati è più facilmente controllabile, malleabile e assoggettabile al mercato. Hàrynos è un mondo nella dimensione dei sogni dove solo i bambini possono entrare, lì la fantasia è un potere e rende tutti potenziali maghi. Non ci sono adulti e pertanto mancano certi modelli comportamentali e nessuno ha l'autorità per dirti cosa devi fare… 
 
In che misura la scrittura può essere un veicolo per sprigionare le potenzialità del Sogno?

Nella misura in cui scaturisce dal nostro essere più profondo, come manifestazione della creatività propria di ogni essere umano. Allora sarà veramente libera, al pari dei sogni. Inoltre, come ogni arte, essa rappresenta il tentativo di reinterpretare un'esperienza (anche solo immaginata) attraverso un codice ideato dall'uomo. Compie un'opera di trasformazione e creare è un po' trasformare. Infine credo nel ruolo sociale dell'arte e della letteratura e ritengo che ogni scrittore dovrebbe raccontare qualcosa che offra spunti di nuova consapevolezza per chi legge.
 
L’immaginazione è nutrimento della realtà o è vero più il contrario?

Più leggo questa fantastica domanda e più sono propenso a quotare la prima opzione. La realtà si nutre di immaginazione ed infatti l'universo si trasforma ed evolve continuamente. Quasi che la realtà fosse l'immaginazione divina che si concretizza. In altri termini, se il mondo è volontà (Schopenhauer) allora la realtà è ciò che il mondo ha immaginato di volere.
 
L’imposizione di modelli comportamentali da parte di una società coinvolge anche i nostri sogni? Se fossimo davvero liberi sogneremmo di più? Sogneremmo ancora?

I modelli ci condizionano e condizionano anche il subconscio. Se fossimo più liberi faremmo sogni diversi, questo è sicuro, faremmo sogni più liberi, più veri, faremmo veri sogni (se mi passi il gioco di parole), più genuini. Anche i nostri desideri muterebbero e forse saremmo meno egoisti.
 
Il Sogno contribuisce a farci restare bambini o, diversamente, a “trasformarci” in adulti?

Dipende (finalmente una domanda a scelta doppia in cui posso rispondere dipende!). I sogni frutto dei modelli di cui abbiamo parlato difficilmente ci faranno crescere. In genere, però, i sogni sono motivo di crescita. In un certo senso ci regalano esperienze che sono solo nostre, ci dicono qualcosa di noi, ci rendono più consapevoli di ciò che siamo e di ciò che vogliamo. Quando ero adolescente sognavo spesso di scappare (era più un incubo) e ho letto da qualche parte il significato: avevo bisogno di più spazio e in effetti tra genitori e professori la pressione era al massimo… purtroppo a “squola” non brillavo.   ;P
 
Il tuo manuale del Guerriero è autoprodotto. Come mai questa scelta?

Una scelta obbligata per certi aspetti. Come ben sai un autore emergente spesso e volentieri deve dare un contributo spese ai piccoli editori che si degnano di guardare giù e a volte con poche garanzie di autentica pubblicità e visibilità. Quindi quando i miei web designer Agostino e Stefania mi hanno parlato di Lulu ho colto la palla al balzo. Hàrynos può essere ordinato on-line dal sito www.harynos.it. Abbiamo curato il marketing aggiungendo nel sito le illustrazioni dei protagonisti e dei loro compagni onirici (le creature magiche di Hàrynos).
 
Domanda di rito: il tuo prossimo progetto? Ce ne vuoi parlare?

A breve uscirà il secondo volume della trilogia, intitolato “Il Grande Incubo” in cui i protagonisti  conosceranno l'altra faccia del sogno e il rovescio della medaglia della loro anche troppo fervida immaginazione. Dal sogno all'incubo come dal bene al male per andare oltre, nella sintesi finale in cui ci porterà il terzo volume attualmente in cantiere.
Sogni d'oro a tutti e a te, Maurizio, un grazie per lo stimolante incontro e la lieta occasione.
Mi raccomando, leggete Hàrynos!