:: Recensione di Yellow Medicine di Anthony Neil Smith

yEra così che doveva essere. Per sempre. Ma non lo vedevo possibile. Proteggerla significava smettere di giocare al ranger solitario. Significava dirle la verità. Significava perderla.
Ero una tragedia greca ambulante. Cazzo.

Ragazzi parliamoci chiaro di poliziotti corrotti e dannati è piena zeppa la letteratura noir. Sono un classico del genere, un must come la dark lady perversa e lasciva, rigorosamente bellissima, il detective privato solitario e squattrinato, magari mezzo alcolizzato, o il gangster psicopatico con una ossessione incestuosa per la madre, ma lasciatemelo dire sarà difficile che vi imbattiate di nuovo in un tipo come Billy Lafitte: un energumeno anni Settanta, trentatre anni e duro come l’acciaio, un tripudio di baffi  e basette in questo periodo di rasature e cerette, un uomo del Sud tutto fascino e noncuranza, eccessivo e irriverente protagonista di Yellow Medicine esordio italiano di Anthony Neil Smith, pubblicato da Meridiano Zero e sfolgorante in tutto il suo splendore grazie alla traduzione di Luca Conti, che gli americani dovrebbero pretendere da contratto.
Billy Lafitte è un antieroe e qui ci siamo, un vice sceriffo corrotto, un bad cop violento e senza scrupoli che racchiude in sè tutti i mali possibili esasperati al limite del grottesco, un vero bastardo capace di tutto da speculare sulle disgrazie delle vittime dell’uragano Katrina, migliaia di senza tetto, gente che ha perso tutto, sotto il sole di fine agosto là nel Mississippi, ad estorcere mazzette a piccoli delinquenti strafatti di metanfetamina, pustolosi e fuori di melone,  da mentire a minacciare, da picchiare, finanche ad uccidere, va beh gangsta ricattatori ma la sostanza non cambia.
Niente è abbastanza sordido e immorale per Billy Lafitte, ma quello che è certo che neanche lui nei suoi deliri più estremi avrebbe creduto possibile trovarsi ad avere a che fare con una banda di scalcagnati terroristi islamici dilettanti provenienti dall’Asia sudorientale intenzionati a sovvenzionare con il traffico di droga niente di meno che una serie di attentati capaciti di trasformare il Minnesota, cuore rurale, sonnolento e innevato del Midwest, in uno scenario di guerra.
Ma andiamo con ordine Billy Lafitte lascia gli alligatori e il caldo di Gulfport, Mississippi, con infamia e disonore, licenziato in tronco, tra il biasimo generale degli ex colleghi felici di uscirne puliti, con la patente del corrotto dopo aver perso moglie, figli e un mucchio di quattrini e si trasferisce in esilio a Yellow Medicine, contea agricola sprofondata tra i campi ghiacciati di soia e granoturco del Minnesota, accolto a braccia aperte dall’ ex cognato Graham, un tipo a posto, tranquillo, di moderate tendenze religiose, padre e marito affettuoso,  sceriffo della città e piamente convinto che alle pecore smarrite si debba dare una seconda opportunità non ostante le si consideri delle mine vaganti.
Billy accetta il posto di vice sceriffo e si incammina nell’irta strada verso la redenzione con più dubbi che certezze. Il tempo di ambientarsi e le vecchie abitudini prendono il sopravvento ma finchè ha a che fare con bifolchi improvvisatisi spacciatori, di cui regolarmente si scopa mogli, madri e fidanzate, sempre pronti a sborsare mazzette in cambio della sua protezione, è lui il più duro e il più cattivo e tutto fila liscio, la situazione degenera invece quando arrivano ragazzi da fuori decisi a subentrare nel traffico e pronti a far rotolare le teste di chiunque gli metta i bastoni fra le ruote.
Il nostro Billy, la cui specchiata onestà è stata già messa in forse in ogni modo possibile, si trova così invischiato nel pantano con i federali, tra cui  Rome del Dipartimento della Sicurezza Interna alto, nero, secco come un accidenti con sangue Sioux nelle vene e decisamente sadico e fuori di testa, che lo sospettano di terrorismo, il cognato dubbioso su fin dove spingersi per aiutarlo e la bella Drew, suonatrice di basso di un complesso psychobilly dal nome improbabile come Elvis Antichrist, di cui si è perdutamente innamorato non esattamente ricambiato, incerta se iniziare a maledire l’istante in cui si era fidata di lui e manco a dirlo avrà il suo bel da fare a dimostrare la sua innocenza e più che altro a restare semplicemente vivo.
Narrato in prima persona e al passato dal  protagonista, con allucinata e iperrealistica convinzione, Yellow Medicine è un noir ipercinetico che non lascia tregua in un crescendo di sangue e violenza condito da dosi abbondanti di humour nero, dissacrante cinismo, rabbia e caustica cattiveria tanto scorretta da lasciare il lettore sgomento e disorientato.
Nel seguito Hogdoggin‘  sarà possibile vedere il protagonista da una differente angolatura, non in prima persona, in Yellow Medicine abbiamo la voce diretta di Lafitte, possiamo guardare il mondo con i suoi occhi scoprire dall’interno tutto quello che gli passa per la mente.
E’ inevitabile accostare Anthony Neil Smith a Victor Gischler, suo grande amico e consigliere, ma se proprio vogliamo trovare padri nobili non posso fare a meno di citare James Lee Burke sebbene Anthony Neil Smith ci tenga a precisare che spesso cita come influenze James Ellroy, James Crumley, Chester Himes, George Pelecanos, ma non spesso Burke sebbene lo legga avidamente da anni.
Certo Smith rispetto a Burke è più duro e tagliente, meno tradizionale e i loro approcci in ultima analisi non potrebbero essere più diversi,  non lo si può negare, ma c’è un non so che, una capacità istintiva che entrambi gli scrittori hanno di emozionare, un virtuosismo stilistico o meglio una capacità tecnica di giocare con i registri linguistici che li rende inevitabilmente affini.
E come non notare una sorta di fratellanza con Jim Thompson, anche se il paragone mi sembra abusato, lo si invoca tutte le volte che c’è un nuovo scrittore di noir un po’ più duro, sporco e cattivo degli altri.
La cosa migliore che si può fare per Anthony Neil Smith è di auguragli di essere unicamente simile a se stesso e già avrebbe di che vivere di rendita.

Anthony Neil Smith è nato in Mississippi, sul Golfo del Messico. Editor della prestigiosa rivista letteraria Mississippi Review e del magazine online Plots with Guns, dirige il Centro di Scrittura creativa della Southwest Minnesota State University.
Ha al proprio attivo cinque romanzi noir acclamatissimi da pubblico e critica: Psychosomatic (2005), The Drummer (2006), il presente Yellow Medicine (2008), Hotdoggin’ (2009, di prossima pubblicazione per Meridiano Zero) e All The Young Warriors (2011). Va pazzo per i tacos, le bistecche al sangue e il vino rosso.
Traduzione dall’inglese di Luca Conti

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