:: Recensione di “Pesca alla trota in America” di Richard Brautigan a cura di Valentino G. Colapinto

bragMeglio forse di chiunque altro Richard Brautigan (1935-1984) ha saputo incarnare in letteratura gli ideali hippie e il loro fallimento. Poeta e scrittore postmoderno, accostabile per certi versi alla beat generation e per altri ad autori geniali come Kurt Vonnegut, Brautigan è purtroppo poco noto in Italia. Va reso merito, quindi, alle Edizioni ISBN di aver pubblicato le sue opere, compresa infine Pesca alla trota in America – senza dubbio il suo libro più famoso e importante, a lungo introvabile in Italia.

Di questo “romanzo”, se così possiamo definire l’insieme di racconti brevi e brevissimi, lettere, ricette di cucina, pagine di diario e così via che lo compongono, è stato detto che rappresenta il lato più luminoso e ottimistico dell’utopia degli anni ’60. Quella stessa utopia il cui lato oscuro è stato invece raccontato in romanzi come Un oscuro scrutare di P. K. Dick o in saggi come Sway di Zachary Lazar.

Ma qui non c’è stata ancora la svolta negativa del ‘69, non si sono ancora manifestati Charles Manson o i danni provocati dalla cultura della droga, né si è passati dall’Estate dell’Amore a quella dell’Orrore.

Pesca alla trota in Americaè, infatti, stato scritto non a caso nel 1961 e pubblicato a San Francisco nell’autunno del 1967, appena terminata la Summer of Love.

Figlio di un contadino e di una cameriera, Brautigan visse un’infanzia terribile, fatta di estrema povertà e maltrattamenti, che lo segnarono per sempre. Dopo una giovinezza turbolenta, in cui finì prima in carcere e poi in manicomio (lo stesso di Qualcuno volò sul nido del cuculo) dove fu sottoposto più volte a elettroshock, il futuro scrittore si trasferì a S. Francisco, partecipando attivamente alle prime manifestazioni del movimento hippie. Scrisse Pesca alla Trota di getto, durante un campeggio in Idaho.

Quando il libro fu pubblicato dopo sei anni da una piccolissima casa editrice, Brautigan diventò suo malgrado un simbolo della sua generazione alla pari di Bob Dylan o Timothy Leary.

Pesca alla trota, infatti, vendette in poco tempo oltre due milioni di copie e il suo autore, definito dai critici come il più rappresentativo della controcultura, finì sulla copertina di Life e dietro una cattedra ad Harvard. Il successo però spesso può essere più destabilizzante del fallimento, e Brautigan non ci si abituò mai completamente.

Questo allampanato (era alto quasi due metri) cowboy dandy, affascinato dai grandi spazi dell’America profonda e dal buddismo zen, fu perseguitato per tutta la vita dall’alcolismo e concluse la sua triste parabola con un colpo di pistola alla testa nel pieno dei reaganiani anni ’80, quando tutti i suoi ideali sembravano sconfitti e la vena creativa esaurita. Negli anni ‘70 la sua popolarità, infatti, era calata sempre di più ed era ormai stato dimenticato sia dalla critica che del pubblico. Il suo cadavere fu ritrovato in stato di decomposizione ormai molto avanzato.

Ma torniamo al libro. Si tratta della prima opera narrativa di Brautigan, che a quel tempo scriveva soprattutto poesie, e consiste in una silloge di prose molto brevi, spesso di una sola pagina, il cui unico filo conduttore è Pesca alla trota in America, un’enigmatica entità che a seconda dei casi assume significati diversi, diventando di volta in volta un oracolo, il vestito di Jack lo squartatore, un alberghetto, uno stato mentale, un barbone alcolizzato, ecc.

Alcuni hanno visto in Pesca alla trota (che nel mezzo del libro viene anche sottoposta ad autopsia e poi seppellita) la fine dell’American Dream oppure dell’innocenza dei non più giovani Stati Uniti, altri una reincarnazione moderna e autoironica di Moby Dick.

In questo romanzo originalissimo Brautigan procede per associazioni libere e nonsense; i suoi raccontini sono irresistibilmente comici, anche se spesso racchiudono un retrogusto amaro; la sua immaginazione sfrenata e satirica prende di mira tutto e tutti: dalla tradizione culturale all’America contemporanea, da Nixon agli stessi hippie.

In definitiva, Pesca alla trota in America è un libro allegro e naif, un inno genuino alla natura e alla vita che ci riporta i sapori di un’epoca non troppo lontana eppure irripetibile.

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