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:: Recensione di Il mago della luce, Mathias Gatza, (Neri Pozza, 2013) a cura di Viviana Filippini

3 giugno 2013

il_mago_della_luce_02Quanto è stato importante per gli uomini dei secoli scorsi trovare mezzi alternativi alla pittura per riprodurre alla perfezione la realtà per come essa è? Parecchio direi e di solito la mente corre alla nascita del cinema con i fratelli Lumière nella Parigi del 1895. Per la fotografia si deve indietreggiare di qualche anno, nel 1826,  con le sperimentazione di Joseph Niépce. Ma sarà proprio quest’ultimo  il vero scopritore dell’arte di riproduzione fotografica della realtà o forse qualcuno ci riuscì prima di lui? Questa è una della tante sfumature di giallo contenute ne Il mago della luce, l’ intrigante nuova opera narrativa del tedesco Mathias Gatza. L’enigma da risolvere c’è nel presente ambientato a Dresda nel 2002 con l’indagine di un anonimo curatore coinvolto in un ricerca disperata di documenti antichi a lui necessari per ricostruire la vita di un pittore del quale esistono due opere certe. Poi, il giallo si trasferisce nel passato, sempre a Dresda, ma nel XVII secolo, quando una serie di brutali omicidi mettono a dura prova la popolazione della cittadina e l’artista Silvius Schwarz, appena rientrato dai suoi viaggi, è ritenuto uno dei principali indiziati. Sarà lui il vero colpevole, o qualcuno ha orchestrato tutto per incastrare il giovane mago del colore? Fosse solo questa la domanda a cui rispondere non ci sarebbero problemi, ma un’altra questione che attanaglia il lettore è questa: perché tutti temono le opere d’arte che Schwarz ha realizzato grazie alle sue scoperte in ambito artistico – scientifico? Il mago della luce di Gatza è un libro originale  all’interno del quale le imprese del pittore del ‘600 sono narrate tramite la convivenza di tre punti di vista. Uno è quello contemporaneo, rappresentato dall’ottica del curatore anonimo dell’opera dedicata a Schwarz. L’esperto di arte ci racconta il contorto e intricato cammino che lo ha portato alla disperata ricerca dei sei antichi Libretti dello stampatore secentesco Leopold dentro ai quali è raccolto l’intero vissuto di Silvius. Oltre alla caccia al “tesoro”, l’io narrante ci mette a conoscenza della sua di vita, delle sue sconfitte in ambito amoroso e professionale, eventi derivanti dal suo ossessivo interesse verso Schwarz. Una passione malata che disintegra la dimensione  relazionale del ricercatore e lui non sembra soffrine molto. Gli altri due punti di vista sono da collocare nel passato negli anni Settanta del 1600 e corrispondono ai Libretti stampati da Leopold e alle lettere di un romanzo epistolare della matematica  Sophie Von Schlosser donna all’avanguardia per la sua epoca e un qualcosa in più di una semplice amica per il pittore. Questi tre sguardi si susseguono nelle pagine de Il mago della luce dando vita ad un giallo storico nel quale l’amore, la filosofia, il bisogno di sapere, la passione per la ricerca artistica e scientifica si mescolano raccontando a chi legge le gesta di Silvius Schwarz, focalizzando l’attenzione sull’importante e misteriose scoperta fatta da lui compiuta. Una novità sì eccezionale, ma allo stesso tempo scandalosa che lo etichetterà come uno dei precursori della fotografia e vittima del pregiudizio popolare. Il mago della luce di Gatza è stato concepito con un impianto narrativo  nel quale i confini  tra realtà, illusione, menzogna sono in bilico perenne tra loro, così come lo sono il presente e il passato dell’ambientazione. Dal mio punto di vista ciò che incuriosisce e rende originale questo giallo barocco è il linguaggio narrativo stesso, nel senso che Gatza fa parlare il curatore anonimo con espressioni a noi note e conosciute,  compatibili con il nostro parlato quotidiano. Tutto si trasforma nel momento in cui leggiamo le parti dei  Libretti di Leopold o le lettere di Sophie, caratterizzate da quelle forme linguistiche di altri tempi che rendono più completa l’immersione del lettore nella caccia al colpevole e alla grande scoperta che cambierà per sempre la riproduzione ottica della realtà. Traduzione di Emanuela Cervini.

Mathias Gatza è nato nel 1963 a Berlino. Nel 1990 ha fondato la casa editrice Mathia Gatza, con cui ha pubblicato soprattutto autori di lingua tedesca. Ha poi proseguito questa attività con il marchio Gatza bei Eichborn e in seguito ha lavorato come editor presso Berlin Verlag e Suhrkamp. Il suo primo libro, Der Schatten der Tiere (2008), è stato elogiato dalla «Frankfutter Allgemeine Zeitung» come miglior romanzo d’esordio della stagione.

:: Recensione di Inferno di Dan Brown (Mondadori, 2013) a cura di Micol Borzatta

3 giugno 2013

InfernoUn’altra avventura del professore Robert Langdon.
Robert si sveglia all’ospedale e non si ricorda più gli ultimi due giorni della sua vita, quando viene avvicinato da una dottoressa scopre che si trova lì perché lo hanno trovato ferito da un colpo di pistola alla testa. Robert non capisce come mai qualcuno lo voglia morto e all’inizio è anche incredulo se non fosse che si ritrova a faccia a faccia con la propria assassina.
Robert e la dottoressa Sienna Brooks scappano dall’ospedale e iniziano una lunga fuga alla ricerca del motivo per cui vogliono ammazzare Robert seguendo vari indizi che arrivano direttamente dall’Inferno della Divina Commedia che li portano a viaggiare tra Firenze, Venezia e Istanbul, alle prese con i più bei quadri e le più belle opere architettoniche delle varie città.
Un ennesimo capolavoro di Dan Brown che come nei suoi precedenti lavori è riuscito a unire storia e fantasia talmente bene da non notarsi quando inizia uno e finisce l’altro.
Una corsa contro il tempo che tiene il lettore inchiodato al libro dall’inizio alla fine togliendo il fiato a ogni pagina. Colpi di scena che si accavallano alla storia giocando con il lettore che ogni volta che pensa di aver risolto una parte del mistero trova quel particolare che cambia tutto.
Una visione dei luoghi più segreti e invisitabili delle città più belle portano il lettore a scoprire nuovi posti e nuova storia che lo invogliano ad approfondire, magari andando proprio a visitare le strade percorse da Robert.
Un capolavoro da non perdere che saprà coinvolgervi come non mai.

Dan Brown Figlio di un insegnante di matematica e di una musicista professionista era il primo di tre figli.
Frequentò la Phillips Exeter Academy e subito dopo si iscrisse all’Amherst College dove entrò a far parte di una confraternita la Psi Upsilon.
Nel 1986 dopo essersi laureato si trasferì a Hollywood dove intraprese una carriera di cantautore e pianista fino a quando non decise di trasferirsi a Siviglia in Spagna per studiare Storia dell’arte all’università dove nacque la sua passione e il suo interesse per Leondardo da Vinci e per la crittografia.
Nel 1993 ritorna nel New Hampshire e inizia a insegnare Inglese alla Phillips Exeter e alla Lincoln Akerman School.
Nel 1994, dopo che a Tahiti in vacanza lesse un libro di Sidney Sheldon, decise di scrivere un romanzo insieme alla moglie, convinto di poter diventare uno scrittore migliore.
Nel 1995 pubblicò 187 Men to Avoid: A guide for the Romantically Frustrated Woman.
Nel 1996 decide di lasciare il ruolo di insegnante e dedicarsi interamente alla scrittura.
Attualmente vive a Rye nel New Hampshire e si fa aiutare nelle sue ricerche dalla moglie che è storica dell’arte e pittrice.

:: Segnalazione di Trash europeo di Ulf Peter Hallberg (Iperborea, 2013)

1 giugno 2013

Trash-europeo“Trash Europeo è una delle esperienze letterarie più stimolanti dell’anno.” – SVD KULTUR

New York, Central Park, una donna elegante: “Quanto adoro l’Europa, l’antica Grecia, Socrate, Platone, wow, e i Romani, così sensuali, Catullo, l’Italia, Dante a Firenze, meraviglioso, il Rinascimento, l’Inghilterra, Shakespeare! Tutti quei personaggi che si guardano dentro, e Dickens, ah, Dickens, il vecchio adorabile Pickwick, e Parigi, Baudelaire, il poeta solo nella folla elettrizzato dai passanti, e i russi, Tolstoj, Dostoevskij, tutta quella miseria, Čechov, con la sua eterna malinconia del troppo tardi. Gli irlandesi poi! Quel Leopold Bloom che vaga per Dublino in un solo giorno come una specie di Ulisse – tutto è sempre legato all’antichità!” L’uomo sulla panchina fissa il suo iPhone. La donna continua: “A proposito, c’è una super mostra di impressionisti francesi al MoMA, ti va?” L’uomo alza lo sguardo: “Lo sai che non sopporto il trash europeo.”
Seduto sulla stessa panchina, Hallberg sente che Trash europeo deve essere il titolo del libro in cui racconta la straordinaria avventura umana del padre cercando di raccogliere la sua preziosa eredità: dipinti, carte, fotografie, ritagli di giornali, cianfrusaglie, un caleidoscopio di storie, dalla Garbo al neorealismo italiano a Blade Runner, dal maestro Benjamin ai pittori Bager e Nemes. Un patrimonio di arte e pensiero che non ha alcun valore economico, ma a cui un uomo speciale ha dedicato l’intera vita nel totale rifiuto del mondo del denaro, del successo e dell’apparenza. Un inno alla liberazione attraverso la conoscenza e la bellezza e una dichiarazione d’amore alla cultura europea.

Traduzione di Massimo Ciaravolo
Con il contributo di: Statens Kulturråd – Swedish Arts Council
pp. 352 – € 17,50

Ulf Peter Hallberg – Nato a Malmö e residente a Berlino dal 1983, è uno degli scrittori svedesi dalla prospettiva più europea e cosmopolita. Autore per il teatro e il cinema, si è affermato con un originale tipo di narrazione tra romanzo e saggio. Lo sguardo del flâneur (1996) racconta la storia della seconda parte del Novecento attraverso ricordi personali e artistici. Grand Tour (2005), acclamato dalla critica e vincitore del prestigioso premio letterario “Samfundet De Nios Vinterpris”, è la storia di un odierno viaggio europeo di formazione. Nel Calcio rubato (2006) è l’Italia degli ultimi due decenni a essere osservata con arguzia e passione.

:: Un’ intervista con Giuliano Pasini

29 Maggio 2013

COP_Pasini Giuliano_io sono lo straniero.inddBentornato Giuliano su Liberi di Scrivere. Dopo il tuo romanzo d’esordio Venti corpi nella neve, uscito l’anno scorso per Fanucci – Time Crime, ritroviamo il commissario Serra nel tuo nuovo romanzo Io sono lo straniero, questa volta edito con Mondadori. Parlaci di come è nato questo tuo nuovo romanzo, da dove hai tratto l’ispirazione?

L’idea ha iniziato a formarsi all’interno del recinto di Dachau. Pensavo di scrivere un romanzo che coinvolgesse in qualche modo i campi di sterminio, tornando a tematiche legate alla Seconda guerra mondiale come in Venti corpi nella neve. Di quel progetto resta solo la poesia Se questo è un uomo di Primo Levi in epitome; iniziando a documentarmi (con I medici nazisti di Robert J. Lifton) ho capito che i campi di sterminio erano un punto in una sequenza, una sequenza fatta di stragi ed eccidi che hanno messo in pratica teorie che vogliono che esista una razza superiore ad un’altra e individui superiori ad altri per puro diritto di nascita. Teorie che non solo non sono estinte, ma che sembrano pericolosamente in voga anche ai giorni nostri. Di questo ho scritto, vestendo il tutto di giallo, anche se Io sono lo straniero è molto più thriller rispetto al primo romanzo.

Dall’Appennino tosco- emiliano alle colline venete del Prosecco. Variano gli scenari ma la natura è sempre al centro delle tue ambientazioni, con i suoi tempi, i suoi riti, le sue stagioni. Ce ne vuoi parlare?

Le vicende di Io sono lo straniero seguono le fasi della vite, dai nomi molto evocativi: Dormienza, Taglio, Pianto (la vite piange, sì!), Allegagione, Invaiatura, Il giusto grado di maturazione. La vite è la pianta della vita, come dice il suo nome. La sua esistenza è un ciclo che parte da una situazione di dormienza, quasi morte, e lì ritorna dopo aver generato i proprio frutti. E’ quasi un augurio alle vittime del romanzo, che per loro si apra un nuovo ciclo, che la loro morte sia solo dormienza.

Forse per la centralità del ruolo della natura, per il tuo stile poetico ed evocativo, per la tua scrittura di stampo classifico, alcuni definiscono i tuoi romanzi “gialli letterari”, affermazione che sento di condividere, già dal primo romanzo e forse ancora più per questo. Ne sei consapevole? E’ un effetto voluto, o accidentale?

Ti ringrazio. Il mio sforzo è di creare storie italiane (non “all’italiana” eh!) scritte però con uno stile molto poco italiano. Scandinavo o anglosassone, direi. La mia ambizione sarebbe arrivare a un “punto zero” di scrittura, un testo in cui tutte le parole sono necessarie tanto che basta toglierne una per far crollare l’intera impalcatura narrativa. Ambizione, appunto… devo ancora bere molto prosecco prima di riuscirci!

L’anno scorso mi dicevi che consideri il tuo primo romanzo più noir, per la centralità della psicologia di Roberto Serra, e giallo per l’enigma di cui si cerca la soluzione. Mentre Io sono lo straniero è spiccatamente più thriller?

Sono parzialmente d’accordo con me stesso (è un buon risultato). A cose fatte, devo dire che la psicologia dei personaggi è meglio delineata in Io sono lo straniero. Venti corpi nella neve è più “giallo”, il meccanismo di scoperta del colpevole è più centrale. In Io sono lo straniero sono la storia e i personaggi i veri protagonisti. E tra i personaggi, ovviamente, anche le vittime. Certo è che questa seconda storia è più dura, più nera. Più thriller, come scrivi tu.

Se vogliamo per costruire le tue trame parti sempre da avvenimenti storici, gli eccidi avvenuti durante la Seconda Guerra Mondiale per il precedente e l’eugenetica e gli esperimenti su cavie umane per Io sono lo straniero. Che ricerche hai fatto per questo ultimo romanzo?

Una dei momenti che più amo della scrittura è… quando non scrivo! La scoperta di avvenimenti, dettagli, storie che la documentazione sottostante ai miei romanzi mi obbliga a fare. Sono partito da Lifton, già citato. E ho scoperto che Stati considerati modelli di civiltà e di welfare come la Svezia hanno applicato operazioni di “pulizia” della razza fino alla fine del ventesimo secolo, realizzando sterilizzazioni coatte su soggetti considerati di tipo B, ovvero imperfetti quindi indegni di riprodursi.

Il tuo personaggio Roberto Serra, ora commissario capo dell’ufficio immigrazione a Treviso, già in Venti corpi nella neve era uno straniero, non solo nel senso di forestiero ma un estraneo alle regole del gioco, al di fuori dei meccanismi che regolano le consolidate regole sociali.

Roberto è irrecuperabile: si sentirebbe straniero anche in casa sua. Capita un po’ a tutti, no? E’ il senso del titolo il prima persona: Io sono lo straniero vorrei che lo pensasse ogni lettore o ogni curioso che prende in mano il volume. Siamo tutti stranieri, prima o poi. Lo straniero in letteratura, poi, ha una duplice funzione: riesce ad avere uno sguardo esterno al sistema di cui non fa parte perché non condizionato dalle dinamiche interne (anche se soffre di questa esclusione)… e per scoprire la seconda funzione bisogna leggere il romanzo!

A Case Rosse va per nascondersi, a Termine per trovare un equilibrio, una certa pace interiore, tramite le medicine che prende e il buon proposito di non lasciarsi coinvolgere nei guai. Naturalmente non ci riuscirà. Cosa lo spinge a rimettersi in gioco, a voler aiutare Francesca, (come ha già fatto in precedenza con Susana), nella ricerca di Elèna, la donna scomparsa che dà l’avvio all’indagine?

Inizialmente Roberto non vuole mettersi in gioco. Vive in una sorta di camera iperbarica in cui svolge un lavoro da burocrate e, grazie a misteriose “pillole magiche”, riesce a tenere sotto controllo la Danza – la forma di empatia estrema che lo porta a vedere e sentire la sofferenza delle vittime e l’odio degli assassini. Francesca, una ragazza magra, rabbiosa, è la straniera per lo straniero, il detonatore del mondo chiuso di Roberto. E’ la forza di Francesca – il personaggio che più amo nel romanzo – che riesce a risvegliare Roberto. Con conseguenze positive e negative… e molto, molto negative.

Razzismo, intolleranza, diffidenza verso gli stranieri, sono mali che non contagiano solo il ricco nord-est, ricco almeno fine a qualche anno fa, ora sembra che la crisi stia incidendo anche in quelle zone d’Italia. Quali mali vuoi maggiormente stigmatizzare nel tuo romanzo?

Vorrei che si smettesse di usare espressioni come “pulizia etnica” o che non s’invocassero soluzioni estreme appena uno straniero è coinvolto in episodi violenti. Il Nord Est è terra di contraddizioni, patria di estremismi beceri e, al contempo, la terra dove secondo la Caritas si registra la miglior integrazione tra italiani e stranieri. E’ di questo che volevo parlare nel romanzo.

Come è cambiato il tuo stile, come è cresciuto il tuo personaggio principale?

Venti corpi nella neve è tutto cuore (o “pancia”, se vuoi), Io sono lo straniero è testa e pancia. C’è tanto di me e del momento che stavo vivendo, dei luoghi dove abito da dodici anni e dove è nato mio figlio. Conosco meglio Roberto, ora. E ho imparato a volergli bene col tempo. Anche se non prenderei mai un caffè con lui.

Per rilassarsi Roberto cucina nel ristorante, ricavato nel chiostro di un vecchio monastero, dell’amico Alvise Dori. Anche tu ami cucinare? Quali sono i tuoi piatti preferiti?

Il modo di cucinare è l’unica caratteristica comune a me e Roberto. Entrambi “sentiamo i sapori nella testa”, non assaggiamo, non seguiamo le ricette. Apriamo frigorifero e dispensa e amalgamiamo, abbiniamo. I miei piatti preferiti? Quelli buoni, creati con ingredienti freschi e genuini. Poco conditi per far risaltare la qualità delle materie prime. Qualsiasi piatto che rispetti queste linee guida mi piace!

Molti tuoi lettori sono rimasti in un certo senso delusi, si aspettano sempre che il commissario Serra indaghi sulla morte dei suoi genitori, avvenimento scatenante anche della sua Danza. Succederà mai? O è un lato della sua vita che per ora vuoi tenere segreto?

Anche a me piacerebbe scoprire chi ha ucciso i genitori di Roberto. Credo che lui meriti di saperlo, davvero.

Ti hanno proposto di trasformare i tuoi romanzi in opere cinematografiche? Ci sono progetti in corso?

Un paio di case di produzione stanno leggendo i romanzi ma… nulla di concreto, sinora.

Insieme ad altri autori emiliani hai contribuito con il racconto intitolato La storia di Primo e di Terzo all’antologia Alzando da terra il sole (Mondadori) il cui ricavato verrà devoluto alla ricostruzione della biblioteca di Mirandola. Ce ne vuoi parlare, sia del progetto benefico che del racconto?

E’ un progetto che mi sta molto a cuore. Quarantotto grandi autori emiliani (e poi ci sono io, siamo quarantanove in tutto) hanno donato un racconto per questa antologia. Da Benni a Guccini, dai compianti Edmondo Berselli, Roberto Roversi e Giuseppe Pederiali a Valerio Massimo Manfredi o Carlo Lucarelli fino a personaggi noti come Zucchero, Philippe Daverio o Vittorio Zucconi. La mia storia parla di natura feroce, quella della ritirata di Russia a quaranta sotto zero e quella che ha stravolto per sempre la Bassa emiliana. Ed è una storia di amicizia e di amore per l’Emilia.

Sempre l’anno scorso mi parlavi di un romanzo con personaggi, ambientazione e trama completamente diversi. Sempre un thriller, ma con al centro la brama di potere. Ce ne vuoi parlare? Progetti di pubblicazione?

E’ ancora lì che aspetta nel cassetto. Sono convinto che vedrà la luce, prima o poi. E che i lettori lo ameranno quanto lo amo io.

Stai scrivendo un nuovo romanzo? Puoi anticiparci qualcosa?

Sì, sto scrivendo. Certo che ti anticipo qualcosa: uscirà nel 2014. Ah dici che non è abbastanza? Diciamo che è ambientato nel 2001, in uno splendido mese di ottobre…

:: Segnalazione di L’ultima vittima di Tess Gerritsen (Longanesi, 2013)

28 Maggio 2013

image001Dopo il successo del

Silenzio del ghiaccio
una nuova indagine di

Jane Rizzoli e Maura Isles

Tess Gerritsen
L’ultima vittima
Traduzione di Adria Tissoni

IN LIBRERIA 30 MAGGIO 2013

Teddy Clock ha solo 14 anni, ma è già sopravvissuto a due massacri. Due anni fa è stata sterminata la sua famiglia d’origine e ora una mano omicida gli ha portato via anche i genitori adottivi.
In evidente stato di shock, il ragazzino viene affidato a una struttura protetta, una sorta di college per il recupero dei giovani che hanno vissuto situazioni drammatiche. E qui giunge anche Jane Rizzoli, per cercare di fare chiarezza in quello che forse non è un semplice accanirsi beffardo del destino, ma un preciso ed efferatissimo piano di un sadico assassino…

Tess Gerritsen (1953) è una scrittrice statunitense di thriller: i suoi libri sono stati tradotti in 31 lingue con oltre 15 milioni di copie vendute. Ha abbandonato la carriera di medico per dedicarsi completamente alla scrittura. Ha vinto il Nero Wolfe Award con Sparizione e il Rita Award con Il chirurgo. Attualmente vive nel Maine.
«Mi piace, attraverso i miei thriller, fare paura alla gente, perché adoro il brivido. Mia madre mi ha letto, fin da quando ero piccola, storie spaventosissime. Che, non so perché, mi garantivano sonni sereni.» Tess Gerritsen, Grazia.

:: Recensione di La storia delle storie. Viaggio nei segreti della narrazione di Bepi Vigna (Arkadia, 2013)

28 Maggio 2013

storia-delle-storieNegli ultimi anni, se vogliamo essere più precisi dagli anni Ottanta dello scorso secolo, si è verificato un fenomeno curioso, ovvero il proliferare di corsi di scrittura creativa e di veri e propri manuali per cosiddetti autodidatti, che promettono o quanto meno indicano le strade da percorrere, ce ne è sempre più di una, per imparare a scrivere. Diffido molto di quelli che assicurano risultati eclatanti, ma non sono, né lo sono mai stata, contraria né a corsi nè ai manuali di scrittura creativa. Tutto dipende dall’insegnante e dal rapporto di fiducia che si riesce ad instaurare con l’allievo. Certo ci sono corsi improvvisati, tenuti da gente più o meno preparata, che si arroga la qualifica di insegnate di scrittura creativa quando per esempio ha dato ben poca prova delle sue reali capacità narrative, o al contrario ci sono testi che ogni scrittore o aspirante tale dovrebbe leggere come per esempio On writing: Autobiografia di un mestiere di King. La curiosità penso sia la dote maggiore di uno scrittore e l’alimento più tonificante dell’intelligenza, e c’è sempre da imparare nella vita, anche a volte dagli errori propri o degli altri. Tornando ai manuali di scrittura creativa ne esistono di vario genere, dai semplici manuali che ti insegnano l’uso della punteggiatura, della grammatica, dello stile, più tecnici e a volte davvero utilissimi anche se di stampo puramente didattico e per alcuni versi portatori di insegnamenti opinabili o per lo meno soggettivi, ad altri più meramente discorsivi e aneddotici. A questo seconda categoria appartiene La storia delle storie. Viaggio nei segreti della narrazione dello scrittore e sceneggiatore Bepi Vigna pubblicato da Arkadia nella collana Paideia. Diciamolo subito non promette di trasformarvi in uno scrittore, né di darvi tutti gli strumenti necessari o di sviscerare con completezza tutte le tematiche, dissolvendo tutti i dubbi. E’ solo un saggio di circa 200 pagine, non brevissimo ma certo non definitivo o conclusivo, che delinea la storia della narrazione, partendo dalla nascita stessa del linguaggio in epoca preistorica, interessante la teoria formulata dall’autore su cosa ne ha determinato la scintilla, passando dai miti e da Omero e i tragediografi greci, per arrivare a Dante, alla nascita dei romanzi di avventura, fino agli sceneggiatori hollywoodiani dei giorni nostri. Nel corso della narrazione, arricchita da note e indicazioni bibliografiche, fitta di brani e citazioni che vanno dai canti dell’Iliade ad articoli di Pier Paolo Pasolini, con agilità e apparente leggerezza fa quello che ogni buon manuale di scrittura creativa dovrebbe fare, vi porta a familiarizzare con termini tecnici, spiegandovene il significato e gettando le basi delle regole e dei fondamenti della scrittura. Sentirete così citate parole come cliffhanger, climax, flashback, flashforward e arriverete a conoscere le otto regole del conflitto, regole che accomunano i tragediografi greci agli sceneggiatori hollywoodiani, che strano a  dirsi disseminano i colpi di scena che dovrebbero stupire lo spettatore più o meno alle pagine 25/30, 85/90,95/120, delle loro sceneggiature. Narrare storie che facciano immedesimare nei protagonisti, che insegnino possibilmente qualcosa, è sicuramente una delle esigenze più forti dell’uomo, e leggendo questo libro, si ha chiaramente la sensazione di quanto questo narrare sia indistinguibile dall’esigenza di tramandare il proprio sapere, le proprie conoscenze, il senso della propria vita. Già nella Bibbia Dio creò il mondo tramite la parola, la più necessaria forza creatrice che esista. Dio disse: “ Sia la luce”. E la luce fu. Non stupisce dunque la riflessione finale con cui l’autore chiude il saggio. Vi invito a leggerlo.

Bepi Vigna è scrittore, sceneggiatore, regista cinematografico, autore di fumetti, (Nathan Never e Legs Weaver per Sergio Bonelli Editore). È autore di diversi saggi, testi teatrali, sceneggiature cinematografiche e cortometraggi.  Ha pubblicato anche vari romanzi, L’estate dei dischi volanti (Condaghes, 1997), La pietra antica (Condaghes, 1999), Si è fatto tardi (Aìsara, 2008) e numerosi racconti. Dirige a Cagliari il Centro Internazionale del fumetto.

La prefazione del libro è di Franciscu Sedda, docente di Semiotica preso le Università “La Sapienza” e “Tor Vergata” di Roma.

:: Estratto dal capitolo 9 di Protocollo Stonehenge il nuovo romanzo di Danilo Arona e Edoardo Rosati (Mezzotints Ebook, 2013)

27 Maggio 2013

headerinsidenuovostonehenge(…) La stagione degli incubi iniziò quella notte. Per molti giorni fu attribuita a un mix banale che tutti, più volte nella vita, sono costretti a ingurgitare: una cena indigesta, un film da evitare o una lettura impressionante.
Le cinque del mattino. Francesca avrebbe avuto tutto il tempo per desumerlo ogni volta che avrebbe affrontato il tremendo ritorno alla realtà.
All’inizio il senso di angoscia era quello descritto da Hufford. La sensazione di essere sul punto di svegliarsi e una presenza maligna sopra di sé. L’odore del fiato estraneo, la trama di un tessuto, forse un giubbotto. Il rumore e il vento gelido di uno spazio aperto. Il tutto al buio, con motori che sfrecciavano da qualche parte in un’apparente dimensione parallela.
Poi, un ruggito lontano. Un rombo di motore, titanico e alieno. Sempre più forte. Infine il buio veniva violato.
Due lumini in lontananza. Crescevano. E anche il frastuono. Nel suo letto, una Cosa la sovrastava e un’automobile stava per travolgerla.
Era nel regno della pazzia. Perché Francesca si sentiva sveglia.
I lumini si erano trasformati in palle di fuoco. Il rumore era assordante. Poteva persino sentire il tanfo di benzene emanato dagli scarichi dell’auto.
Aveva urlato, con tutto il fiato di cui disponeva. Di sicuro svegliando tutta la gente del palazzo. Francesca non poteva ancora saperlo in settembre, ma quelle persone sarebbero state svegliate alla stessa ora molte altre volte.
Dopo l’urlo, aveva acceso la luce sul comodino.
E guardato l’orologio.
Le 5.20.
Era cominciata così. E dopo un anno, non accennava a smettere. (…)

http://www.mezzotints.it/stonehenge.html

:: Recensione di Io sono lo straniero di Giuliano Pasini (Mondadori, 2013)

27 Maggio 2013

COP_Pasini Giuliano_io sono lo straniero.inddGiuliano Pasini, scrittore emiliano originario di Zocca, città natale di Vasco Rossi, già autore di Venti corpi nella neve, opera narrativa d’esordio che da inizio alla serie di romanzi con al centro le indagini del commissario Roberto Serra, ebbi modo di intervistarlo circa un anno fa, incuriosita dall’intervista che aveva concesso a Omar di Monopoli nel suo blog. Se devo essere sincera la prima cosa che ho pensato riguardo alla presenza del soprannaturale nel suo romanzo è che già c’era un celebre commissario capace di sentire la voce dei morti. Poi ciò che mi ha deciso a non considerarlo un limite è stato il suo sguardo “provinciale” sulla realtà italiana. E per sguardo provinciale non intendo, uno sguardo chiuso o ristretto, come si è soliti considerarlo in un’ accezione negativa del termine, ma al contrario mi riferisco alla capacità dell’autore di fotografare i microcosmi ancora vivi e vitali che caratterizzano i piccoli centri, i paesi che ancora costellano la provincia italiana. E Pasini nei suoi romanzi, prima di vittime, delitti e colpevoli, ci parla di geografia umana, correlando le comunità etniche ai territori che abitano, dando grande risalto al ciclo delle stagioni legato alla natura e all’agricoltura. Non a caso in quest’ ultimo romanzo, Io sono lo straniero, edito da Mondadori, i cicli vitali della coltivazione della vite, dividono in sezioni i capitoli passando dalla dormienza, all’allegazione, dall’invaitura al giusto grado di maturazione degli acini. Cicli vitali che sono gli stessi del protagonista che come la vite passa dalla dormienza ad un risveglio carico di aspettative, in un finale insolitamente ottimistico, non ostante per tutto il romanzo la presenza del male sia forte e amara, giusto solo incrinato da una sorta di doppio epilogo, in cui l’autore non concede l’ultima parola al suo personaggio ma da vita ad una ghost track, come si usa negli album musicali. La musica infatti è un’altra direttiva principale del romanzo, assieme alla enogastronomia, entrambe passioni di Pasini, e per riflesso anche del suo personaggio letterario. Se avete già letto Venti corpi nella neve, già conoscete il commissario Roberto Serra, il suo amore per Alice, il suo intuito investigativo, la Danza che lo tormenta, legata al suo passato e alla morte dei suoi genitori. In questo nuovo romanzo abbiamo un cambio di scenario, non più Case Rosse e l’Appennino tosco- emiliano, ma il ricco Nord- Est, Treviso, e Termine piccolissimo borgo, quasi un incrocio tra le vigne, sulle colline venete del Prosecco. Io sono lo straniero inizia in un tempo sospeso, un tempo di quiete, di incapacità di parlare quasi. Le medicine che Serra prende tengono a bada la Danza, la barba nasconde le cicatrici del suo volto, il piccolo borgo lo isola da tutto e da tutti, il suo lavoro come commissario capo dell’ufficio immigrazione della questura di Treviso non gli permette di mettersi in gioco, di rischiare, di vedere il suo precario equilibrio in pericolo. Oltre ad Alice ha nuovi amici, Suzana, sudamericana con un passato doloroso da dimenticare, e Alvise e il suo ristorante, dove il commissario si rilassa cucinando per gli ignari avventori, piatti che non assaggia mai, piatti nati dalla memoria dei gesti semplici di sua madre. Una vita tranquilla, tutto quello che chiede, ma un giorno il passato ritorna, col volto di una ragazzina pelle e ossa, con un chiodo e i capelli rosa. Francesca sa chi è. Conosce il uso passato nella squadra speciale a Roma. Sa che è un poliziotto che risolve i crimini su cui indaga. Francesca spera che si occupi della scomparsa della sua amica Elèna, una straniera, una donna delle pulizie bielorussa, un’ invisibile, una ragazza di cui a nessuno, oltre lei, importa niente. Serra è tentato di lasciar perdere, di ignorare la disperazione e il dolore che legge in quegli occhi, un dolore troppo grande per la sua giovane età. Ma naturalmente non può, non può continuare a dormire, trincerandosi dietro un’ ostile indifferenza. Poi la scomparsa di Elèna si rivela l’inizio di una voragine di donne scomparse, tutte giovani, tutte straniere, tutte abbandonate ad una sorte senza scampo. Perché c’è un serial killer nella zona, un assassino spietato, con un piano in mente, un folle piano nato molti anni prima in menti altrettanto folli, organizzate, scientificamente determinate. E Serra non può non cercare di fermare il male, ora che ne ha l’occasione. Ora che non può fare diversamente.

:: Il leggendario disegnatore americano James O’Barr, autore de Il corvo, arriva in Italia

24 Maggio 2013

Nuova immagineIn occasione dell’uscita della nuova, definitiva edizione della graphic novel “Il corvo – pubblicata originariamente nel 1989, e in grado di vendere milioni di copie in tutto il mondo – il leggendario autore americano James O’Barr visiterà il nostro Paese, con un tour che lo vedrà attraversare lo stivale dall’assolata Sicilia alla brumosa Milano.
Dal 7 al 18 giugno, l’autore americano sarà in Italia per incontrare i suoi lettori e tutti i fan del “Corvo”, un fumetto che ha saputo trascendere il genere per diventare icona e fenomeno di culto. Ospite di “Etna Comics” per tutti e tre i giorni della convention, James O’Barr presenterà in anteprima la nuova edizione del proprio capolavoro, pubblicata da Edizioni BD.
Dopo la presenza – in qualità di ospite d’onore – alla popolare convention dedicata al fumetto, il 10 giugno, James O’Barr partirà alla volta di Napoli, per poi proseguire fino a Milano passando per Roma e Bologna. In occasione di un simile, storico evento, Edizioni BD realizzerà una speciale variant cover, a tiratura limitata, disponibile solo e soltanto nelle tappe del tour.

Ecco dunque le date da tenere a mente

7-9 giugno: Etna Comic
10 giugno: Star Shop Napoli, Vico San Giuseppe Cristofaro 3, Napoli, ore 17:30
11 giugno: Scuola Internazionale di Comics Napoli, ore 10:00
12 giugno: Libreria Altroquando, Roma, Via del Governo Vecchio 80, ore 18:30
14 giugno: Scuola Internazionale di Comics Roma, ore 15:30
15 giugno: Popstore Bologna, Via Saragozza 34/b, ore 17:00
18 giugno: Alastor fumetti Milano, Via Alessandro Volta 15, ore 18:00

Pubblicato per la prima volta nel 1989, “Il corvo” è stato una delle graphic novel underground più importanti del fumetto mondiale ben prima di diventare un classico immancabile quando, nel 1994, uscì l’omonimo film. La pellicola, con protagonista il figlio di Bruce Lee, Brandon Lee, ottenne uno strepitoso successo ma si ammantò di un alone di maledizione e tragedia a causa della morte del giovane attore statunitense, avvenuta a seguito di un terribile incidente durante le riprese.
La storia di amore e vendetta di Eric Draven, il protagonista del fumetto, rappresenta il disperato tentativo di catarsi di James O’Barr. Con essa, l’autore americano tenta di esorcizzare la tragica morte della propria fidanzata, che venne travolta e uccisa nel 1978 da un camionista ubriaco. “Il corvo” finisce quindi per diventare una tragedia nera senza tempo sulla violenza, il dolore e l’accettazione della fine. In questa nuova e ben più ricca edizione, James O’Barr ha ripristinato alcune scene tagliate in precedenza, rivisitato molte pagine e aggiunto due capitoli, regalando ai propri fan la versione definitiva di un’opera che non smette di colpire dritto al cuore.

Nato nel 1960, James O’Barr è cresciuto in un orfanotrofio, ha studiato arte rinascimentale e iniziato a lavorare al suo primo, più importante fumetto durante un periodo di leva nei marine, in cui si era arruolato per cercare di superare il dolore della perdita della sua fidanzata, morta a seguito di un tragico incidente stradale nel 1978. Dopo sette anni di lavoro e attesa, “Il corvo” è uscito in America nel 1989 con un impatto devastante per il mondo del fumetto underground. Trasformato in film nel 1994, ha regalato al suo autore fama mondiale e una lunga serie di seguiti. Negli ultimi anni, James O’Barr è stato impegnato nella produzione di “Sundown”: una graphic novel di 300 pagine pubblicata nel 2011.

Ad accompagnare James O’Barr per tutto il tour ci sarà Renee Witterstaetter. Booking manager di numerosi artisti internazionali, Renee è anche disegnatrice, colorista, editor, sceneggiatrice, editrice e autrice di numerosi saggi. Ha lavorato per Marvel, DC Comics, Warner e numerose etichette indipendenti.

:: Un’ intervista con Giampaolo Cassitta, autore de “Il piano zero” (Arkadia Editore) a cura di Lorenzo Mazzoni

23 Maggio 2013

il piano zerocon sottofondo de “Nella mia ora di libertà”, di Fabrizio De André

“Claudio, magistrato, è passato indenne attraverso le difficili stagioni che hanno caratterizzato il passato recente d’Italia. Le stragi, i servizi segreti deviati, i depistaggi, le BR, i NAR. Quando oramai è convinto che la sua carriera si sia assestata in una placida quotidianità, all’improvviso, i tempi andati tornano a bussare alla porta rumorosamente. L’amico poliziotto Gianvittorio lo aiuta ad incontrarsi con Violetta, l’amata compagna degli anni giovanili, brigatista mai pentita, pronta a fargli una rivelazione sconvolgente. È lei infatti che ha custodito per decenni un segreto che potrebbe spiegare molti dei fatti che, tra gli anni ’70 e gli anni ’80, hanno sconvolto l’Italia: la strage di Ustica, il treno Italicus, piazza Fontana. E la strage di Bologna. Tutte le certezze acquisite da Claudio si sgretoleranno progressivamente. Perché Violetta non è solo una brigatista incapace di riconoscere i propri errori. Violetta è il paradigma di una esperienza vissuta follemente, il mistero esistenziale che Claudio deve assolutamente svelare se vuole arrivare, finalmente, al fondo della questione.” Pensa che gli “anni ’70” e le derive estremiste che li hanno accompagnati siano ancora molto attuali nello spirito italiano?

R. Sono molto vive nella generazione che le ha vissute e mantengono un carattere indelebile. Gli anni 70 sono stati caratterizzati da una serie di fatti che hanno modificato, per sempre, i giovani che, a quei tempi avevano intorno ai vent’anni. Era un periodo cupo, caratterizzato dal terrorismo dall’ideologia imperante, dall’obbligo allo schieramento netto, dalle mode che dipingevano i tratti dei comportamenti:  c’erano cose di destra e cose di sinistra ed ognuno si integrava all’interno del suo status.  Si viveva un momento molto confuso e con un futuro piuttosto complesso. Se ne usciva dal periodo del 1968 e si organizzava il 1977 con slogan forti, decisi. C’era il movimento, gli indiani metropolitani, l’area dell’autonomia operaia, la creatività al potere, una risata che doveva seppellire il tutto, la dissacrazione. Le idee camminavano nei volantini, nelle assemblee,  c’era la scoperta del sesso come liberazione, lo slogan che il privato fosse politico. Erano, chiaramente grandi illusioni, piccoli attimi, cuori pulsanti che convivevano però con una scelta netta di alcuni giovani di quel periodo: la lotta armata. E’ stata questa la cartina di tornasole di quegli anni rinominati di piombo. Vi è stata l’impossibilità di un dibattito che, seppure con molte asprezze, riuscisse a cambiare la classe politica sorda e cupa agli avvenimenti del periodo.

Rispetto ad altri testi che vedono un magistrato come protagonista il suo “Il piano zero” ha più il ritmo di un poliziesco, scritto con un registro inusuale per la letteratura giudiziaria. Quali sono stati i “Cattivi Maestri” che hanno ispirato questo ritmo di scrittura?

R. Mi è sempre piaciuto raccontare con una certa enfasi le cose. Mi piaceva l’idea che il mio Magistrato si muovesse dentro le parole in un periodo molto confuso. Il poliziesco, poi, doveva ricordare le indagini di quel periodo, il modo di verificare le prove ancora artigianalmente, il gioco del complotto molto in voga alla fine degli anni settanta. Mi piace, per esempio, il ritmo esagitato imposto dall’immenso Gian Maria Volonte in “indagine di una cittadino al di sopra di ogni sospetto”, era un buon punto di partenza, giocare con il cinsimo e con l’inverosimile. Ma anche Scebarnenco, quella Milano borghese e cupa, con qualche spruzzo lirico di Amado quando racconta delle lotte per il cacao. Ma anche King, in alcuni tratti, Adler e punti di ironia del grande Montalban.

Nel libro non ci sono vincitori o vinti, ma solo vittime di un “percorso storico”. La scelta è stata voluta dall’inizio oppure è stato l’evolversi della storia a farle dipanare un’analisi così oggettiva?

R. No, per chi ha vissuto quegli anni sa benissimo che tutti hanno delle ferite indelebili. C’è stata una lotta, una divisione terribile, dolorosa, dove nessuno ha vinto. Il potere si è solo difeso, arroccandosi contro la violenza armata e questo era legittimo, ma nessuno di loro si è fermato ad analizzare perché ragazzi di vent’anni decisero di distruggere la propria vita ed abbracciare un ideale perdente. Le brigate rosse poi, non capirono, fino in fondo un problema fondamentale: la massa, il popolo, i proletari, come li chiamavano, non c’erano dietro di loro. Quella lotta armata era, paradossalmente un gioco piccolo borghese che non trovava riscontri e con l’omicidio di Guido Rossa, il sindacalista della CGIL, si concluse definitivamente la loro offerta “politica”.  I due schieramenti si trovarono così a prendere delle scelte senza aver fatto delle chiare analisi.  Tutti, all’interno di questo minimalismo storico hanno perso anche perché quello che è scaturito è legato all’edonismo e al qualunquismo dilagante scaturito  negli anni ottanta e novanta dove non c’erano più cortei studenteschi, non c’era la difesa della democrazia ma, piuttosto il nuovo slogan, metafora del paese: Milano da bere.

Già in passato si è occupato, in altri testi, di indagini con la Sardegna come cornice. Pensa che questo possa dare una connotazione originale ai suoi libri?

R. La Sardegna è un tatuaggio indelebile che mi porto dentro. Dico sempre che nessuno scegli il luogo dove nascere ma, quando ci si trova diventa irrimediabilmente suo. Far muovere i personaggi dentro la mia terra è chiaramente più semplice anche se, in realtà, ci sono molti spostamenti su Roma (sia nel giorno di moro che nel piano zero). La Sardegna è terra aspra, dura, piena di contraddizioni: sa respingere e sa avvolgere, riesce a regalare una cornice solitaria ma anche densa di parole. Claudio, per esempio, è un personaggio che rappresenta bene tutti gli stereotipi del sardo ma anche l’esatto contrario: è irascibile, testardo, solitario ma, in fondo è terribilmente romantico e fragile.

Nel romanzo sono presenti molti riferimenti alla cultura popolare degli anni ’70. Come si è documentato?

R. Gli anni settanta li ho vissuti intensamente. Ho scritto anche io volantini per la scuola, ho usato il ciclostile modello Gestetner, avevo a casa tutti i dischi che ho citato e dal 1976 al 1984 ho lavorato in una radio libera dove ho potuto vivere quegli strani anni. Mi occupavo di radiogiornale e di musica di autore. E’ stato quindi un privilegio riuscire a raccontare gli attimi che si vivevano. Il sequestro e l’omicidio Moro, la strage di Bologna. Poi c’è stata una sorta di rimozione dovuta probabilmente al nuovo impegno lavorativo. Solo dopo molti anni tutto è ritornato, lucidamente. Ho solo fatto piccole ricerche per i riscontri sotirci, per verificare bene alcune date ma quegli anni sono vivi, terribilmente e fantasticamente vissuti in prima persona.

Sono inoltre presenti brani di canzoni e riferimenti a cantautori di quegli anni. E’ stata importante questa colonna sonora per la stesura de “Il piano zero?”

R. La musica è una delle prerogative della mia esistenza. Da giovane adolescente imparavo le canzoni a memoria, a furia di sentirle nel giradischi Geloso. Consumavo i 45 giri e i 33 giri. Per me, ancora oggi, alcune canzoni rappresentano la colonna sonora della mia vita. Ci sono passaggi, scelte di vita legate indissolubilmente alle canzoni.  Da Lolli a De Andrè, a De Gregori, Venditti per quanto riguarda gli italiani ma anche Credence, Deep Purple, Led Zepelin, Queen, Pink Floyd  hanno generato i battiti della mia esistenza. La canzone è il manifesto delle mie azioni. Anche oggi ho tutte le canzoni dentro l’I pod. Circa 3400 “vecchie note” che continuo ad ascoltare e mischiare con nuove tonalità.

Quale è stato il metodo di stesura del libro? Ha scritto tutti i giorni? Ha un metodo di lavoro quotidiano?

Sono uno scrittore da “impulso”. A volte resto mesi senza scrivere una parola e mi tengo tutto dentro.  Disegno con la fantasia molte sceneggiature che poi scrivo di colpo. A volte devo trovare la soluzione, devo trovare la giusta risposta e mi rifermo. In alcuni casi ho scritto interi capitoli in meno di un’ora per poi rivederli e correggerli a distanza di mesi. Credo che non ci sia un metodo per scrivere. C’è solo la passione. Mi piace costruire storie, far muovere i personaggi, farli arrabbiare, sorridere, innamorare. Mi piace giocare con la vita, con la possibilità di poter incidere in alcune scelte. Scrivere è un allenamento per vivere meglio, per superare certe asperità. Quando non sono d’accordo, quando non mi ci trovo in certi scenari , quello è il momento per scrivere.

Vede una speranza nel mondo dei lettori contemporanei?

R. L’era digitale sta modificando il modo di leggere e di informarsi. Non credo però che il libro  cartaceo sparisca del tutto. Abbiamo sempre l’esigenza di toccare qualcosa, di sentircelo terribilmente vicino per consultarlo. Si vive in maniera molto vorticosa. Abbiamo tutti un blog e tutti scriviamo qualcosa  ma senza soffermarci. Vedo molta velocità, molta voglia di cambiare, che è lecita ma vedo anche poca creatività. I giovani si rifugiano in letture programmate, i vampiri, i maghetti, tutto fuori dalla realtà. Nessuno sembra avere la voglia di andare a capire cosa è successo, perché abbiamo fatto questo tragitto, perché  il mondo si trova da queste parti, perché il nostro paese ha queste contraddizioni. Bisogna riscoprire il gioco della memoria attraverso la lettura. Spero si possa ritornare al racconto, al romanzo classico che si muove tra gli umori della gente e spariscano i vampiri e le fantasie inutili.

Ha in cantiere nuovi romanzi? Come sta andando la promozione de “Il piano zero?”? Sta avendo un riscontro positivo dal pubblico?

R. Il piano zero ha un suo format molto originale.  La presentazione è un piccolo spettacolo con la chitarra dove il protagonista del romanzo Claudio Marceddu, prova a raccontarsi attraverso le canzoni di quel periodo e prova a raccontare la sua storia d’amore con Violetta. Lo spettacolo si chiama Un bacio all’improvviso (frase tratta da “con tutto l’amore che posso di Claudio Baglioni) e ripercorre quegli strani anni con allegria e malinconia. La presentazione, in questo modo, è molto apprezzata dal pubblico che sorride in maniera amara.
Il mio prossimo futuro è piuttosto complesso. Lavoro a molte cose, è appena uscito un lavoro teatrale in musica, rappresentato da alcuni attori e ottimi musicisti. Sto lavorando ad un nuovo romanzo ambientato in una Sardegna del dopoguerra dove vi è stato uno strano omicidio ormai dimenticato e che ritornerà nella prima indagine di Claudio Marceddu che ritorna come sostituto procuratore negli anni 80. Ci sarà un incontro particolare, nel 1985, all’Asinara, un incontro che segnerà per sempre la vita di Claudio Marceddu. Inoltre, voglio raccontare la vita di una persona molto particolare che ha una tavolozza di colori molto variegata e ha vissuto per anni nella strada, alla ricerca degli uomini. Ma, per ora, sono solo contorni e le pagine  per questa biografia sono bianche.

:: Recensione di Il migliore dei mondi possibili, Nicola Fiorin, (Arpeggio Libero, 2013) a cura di Viviana Filippini

22 Maggio 2013

nicola_fiorin_il_migliore_dei_mondi_possibiliQuale è il migliore dei mondi possibili? Bella domanda. Così su due piedi mi verrebbe da dire che il migliore dei mondi possibili è quello che un individuo cerca di creare giorno dopo giorno. ed è quello che spera di fare Angelo Della Morte, giovane uomo di legge bresciano nato dalla penna dell’avvocato penalista Nicola Fiorin. Angelo, già protagonista di Lentamente Muore (Arpeggio libero, 2012) il legal thriller che ha conquistato Brescia, e non solo, nell’estate del 2012 è qui coinvolto in una nuova impresa legale. Il nuovo incarico per l’ avvocato in carriera non sarà semplice, perché questa volta non dovrà difendere un cliente qualunque, ma Pietro Berni, il suo docente di filosofia delle superiori accusato di essere un rapinatore seriale. La cornice all’interno della quale si sviluppa come un fiume travolgente la storia di Il migliore dei mondi possibili è Brescia, la città lombarda di viuzze e zone multietniche (San Faustino e il Carmine) che la rendono un fucina multiculturale. Ciò che colpisce di questo libro non è la sola presenza tipica del thriller legale, dove un avvocato deve difendere e scagionare il presunto colpevole, ma l’innestarsi su di essa di tutta un’altra serie di tematiche (amore, amicizia, speranza, disillusione e delusione) che evidenziano il profondo essere umani di Angelo e dei tanti comprimari coinvolti nella stessa avventura.  Della Morte è un giovane uomo, minato da strani malesseri, ma animato da un entusiasmo del successo che lo induce a voler entrare a far parte di un mondo – la borghesia cittadina – che in realtà non è proprio il suo e a mettere in crisi questa sua ascesa sociale si innesta il caso del professor Berni, i cui insegnamenti di un tempo tornano a pulsare nel cuore di Angelo. In perenne bilico tra il recuperare il vero io – quello ribelle agli schemi comuni e libertario-  o l’abbandonarlo per diventare un qualcuno che non è, Angelo – che nei modi di fare mi ha ricordato l’attore John Belushi – si troverà coinvolto in situazioni grottesche e a volte comiche che lo aiuteranno a comprendere quella che è la sua vera essenza esistenziale. Esemplare da questo punto di vista ne Il migliore dei mondi possibili è l’incontro-scontro tragicomico del protagonista con l’associazione della borghesia bene, la Brixia Fidelis che, come precisa l’autore stesso non ha nulla a che vedere con la Onlus solidale presente davvero a Brescia, in realtà si rivelerà essere ben diversa da come Della Morte se l’era immaginata. Non a caso qui Angelo scoprirà come sotto la facciata di superficie del perbenismo e della fedeltà familiare, i vari soci nascondano comportamenti non molto nobili che hanno come obiettivi fantomatici viaggi week-end lavorativi all’estero in particolari centri di massaggio. In un universo cittadino reso cupo e perennemente umido dall’inverno incombente, Angelo Della Morte recupera gli amici di un tempo per portare a termine la “Missione Berni” riscoprendo grazie a qualche ex fidanzata il suo vero io – quello che sta sempre dalla parte degli indiani – e rendendosi conto che a volte le persone sono disposte a tutto pur di realizzare il loro migliore dei mondi possibili.

Nicola Fiorin classe 1976, vive e lavora a Brescia dove esercita la professione di avvocato penalista. Ama, non necessariamente in questo ordine, il rock, viaggiare, l’Inter e i budini al cioccolato. Dal giugno del 2009 è vicesindaco di Bovezzo in provincia di Brescia. Scrive da quando aveva 9 anni e di sé dice Vivo per scrivere e scrivo per vivere. Il suo primo romanzo Lentamente muore è stato il caso letterario del’estate bresciana nel 2012 ed è stato ristampato sette volte. Il migliore dei mondi possibili è il secondo romanzo della trilogia con protagonista Angelo Della Morte.

:: Il Grande Gatsby di Francis Scott Fitzgerald: una proposta bizzarra

21 Maggio 2013

gatsbyE’ da poco uscito nelle sale cinematografiche italiane Il grande Gatsby (The Great Gatsby) diretto da Baz Luhrmann ed interpretato da Leonardo Di Caprio, Carey Mulligan e Tobey Maguire e naturalmente questo avvenimento ci ha spinto a leggere, per alcuni rileggere, questo curioso libro di Francis Scott Fitzgerald, per alcuni libro di culto, per altri decisamente meno profondo di Tenera è la notte o evocativo di Di qua dal paradiso.  Sta di fatto, comunque, che Il grande Gatsby è un romanzo più complesso di quanto appare e sicuramente difficile da tradurre. Ma quale libro non lo è? Parlo nel titolo di una proposta bizzarra, ora vi spiego. In onore de Il grande Gatsby pensavo di scrivere una mia analisi, poi leggendo un articolo su Wuz, che accostava le traduzioni dell’incipit del romanzo di Fernanda Pivano, Tommaso Pincio, Franca Cavagnoli, Bruno Armando e Alessio Cupardo ( le potete leggere qui ), mi son detta perchè non mi cimento anche io ed ecco il risultato. Vi invito comunque a fare o stesso, lasciando nei commenti la vostra traduzione. Non deve essere letterale, potete aggingere o togliere parole, solo rispettando lo spirito di Fitzgerald. La più bella verrà pubblicata al posto della mia.

Incipit – Capitolo Primo – Testo originale

In my younger and more vulnerable years my father gave me some advice that l’ve been turning over in my mind ever since.
“Whenever you feel like criticizing any one,” he told me, “just remember that all the people in this world haven’t had the advantages that you’ve had.”
He didn’t say any more, but we’ve always been unusually communicative in a reserved way, and I understood that he meant a great deal more than that. In consequence, I’m inclined to reserve all judgments, a habit that has opened up many curious natures to me and also made me the victim of not a few veteran bores. The abnormal mind is quick to detect and attach itself to this quality when it appears in a normal person, and so it came about that in college I was unjustly accused of being a politician, because I was privy to the secret griefs of wild, unknown men. Most of the confidences were unsought–frequently I have feigned sleep, preoccupation, or a hostile levity when I realized by some unmistakable sign that an intimate revelation was quivering on the horizon; for the intimate revelations of young men, or at least the terms in which they express them, are usually plagiaristic and marred by obvious suppressions. Reserving judgments is a matter of infinite hope. I am still a little afraid of missing something if I forget that, as my father snobbishly suggested, and I snobbishly repeat, a sense of the fundamental decencies is parcelled out unequally at birth.

La mia traduzione

Nei miei più verdi e vulnerabili anni mio padre mi diede un consiglio che da allora non ho più dimenticato.
“Quando ti viene in mente di criticare qualcuno” mi disse, “solo ricorda che non tutte le persone a questo mondo hanno avuto i vantaggi che hai avuto tu”.
Non disse altro, ma a dire il vero noi siamo sempre stati insolitamente comunicativi in un modo del tutto particolare, e io capii che intendeva molto di più di questo. Di conseguenza, sono stato incline ad evitare alcun tipo di giudizio, un’ abitudine che mi ha attirato molte nature curiose e anche mi ha reso vittima di non pochi scocciatori professionisti. La mente anormale sa distinguere e si attacca a questa qualità quando appare in una persona normale e così per questo che al college ero ingiustamente accusato di essere un politicante, perché ero al corrente delle pene segrete di tutti finanche di selvaggi sconosciuti. La maggior parte delle confidenze erano non richieste- frequentemente fingevo di aver sonno, di essere preoccupato o un’ indifferenza ostile quando mi accorgevo, per qualche indubitabile segno, che un’ intima rivelazione stava facendo capolino all’orizzonte; poiché le rilevazioni intime dei giovani, o almeno le modalità con le quali le esprimono, sono generalmente contraffatte e alterate da ovvie reticenze. Evitare i giudizi è un compito di infinita pazienza. Ho ancora un po’ paura di perdere qualcosa se dimenticassi, come mio padre snobbisticamente suggeriva e io snobbisticamente ripeto, che il senso di fondamentale decenza non è stato distribuito in uguale misura alla nascita a tutti.