Archive for the ‘Uncategorized’ Category

:: Recensione Il caso è risolto, Paolo Delpino, (Todaro, 2013) a cura di Viviana Filippini

21 giugno 2013

DelpinoArriva nel panorama della giallistica italiana una nuova protagonista: Silvana Santi. La donna è una curiosa e intrigante ispettrice di Polizia uscita dalla penna di Paolo Delpino. Ne Il caso è risolto, prima avventura con protagonista la Santi, la donna dovrà sbrogliare la complicata matassa che ha per protagonisti una serie di persone ed eventi senza nessuna apparente relazione concreta. La struttura del romanzo è quella tipica del giallo ed è ambientano nella quotidianità giornaliera che rende il libro di Delpino vicino a noi lettori e alla realtà che ogni giorno i giornali e i media ci raccontano.  In Il caso è risolto c’è il sequestro di un ingente carico di droga,  poi la misteriosa scomparsa di un informatore, due cadaveri dei quali non si comprende nulla, una rapina con la sparizione della refurtiva che, poi, non si sa come e perché viene ritrovata.  Silvana Santi grazie al suo fiuto femminile e all’aiuto dei suoi colleghi, cercherà di ricostruire la rete di indizi che hanno determinato questi drammatici fatti per scovare il colpevole o i colpevoli. La protagonista creata da Delpino non è il tipico stereotipo del personaggio indagatore  che agisce solo ed esclusivamente per risolvere un caso. Silvana Santi è un donna a 360° della quale conosciamo, pagina dopo pagina, aspetti della vita privata che la rendono un personaggio letterario umano con pregi e difetti come tutti noi. Silvana ha un passione per il gioco degli scacchi le cui regole e abilità le saranno utili nella risoluzione dello spinoso enigma che le hanno affidato. Non solo, la donna vive da sola e ha come compagno un piccolo gatto –Diablito- che sta cercando di crescere recuperando consigli utili da esperti gattofili, mentre per quanto riguarda l’amore, la Santi ha un insana attrazione per relazioni complicate che mettono a dura prova il suo cuore di donna forte e indipendente. La narrazione de Il caso è risolto scorre via veloce dando a chi legge la sensazione di essere dentro ad un sorta di pellicola cinematografica accanto ai protagonisti dalle identità sfaccettate che non sempre corrispondo a quello che dicono di essere. Tutto sembra filare liscio, ma a complicare il lavoro della donna, rendendolo pieno di ostacoli e insidie, la sconvolgente scoperta dell’esistenza di una faida segreta tra le forze dell’ordine e il potere e ambiguità del genere umano che evidenziano quanto a volte gli individui siano disposti a tutto, anche ad uccidere, pur di ottenere quello che vogliono. Accanto a Silvana ci sono i tanti colleghi che la aiutano nel lavoro e, figura simpatica e originale direi, il suo superiore dall’accento marcatamente romano parlando per citazioni letterarie e filosofiche fornisce alla perspicace Silvana Santi ottimi spunti per direzionare le indagini. Paolo Delpino crea un giallo avvincente e intrigante, caratterizzato dal ritmo frenetico che cattura l’attenzione del lettore dalla prima all’ultima pagina con la stessa tensione emotiva di chi sta cercando di fare scacco matto al re.

Paolo Delpino è nato a Bologna nel 1948 e vive a Milano. Scrive prevalentemente racconti brevi di genere poliziesco, alcuni dei quali sono stati pubblicati sulla rivista «Inchiostro». Nel 2007 ha vinto i concorsi “Il Giogo” e “Giallocarta” e nel 2010 ha vinto il secondo premio per la narrativa del “Premio Baratella”. Per la Todaro editore ha pubblicato, come coautore, il romanzo Al civico 6.

:: Segnalazione di Venerdì nero di Michael Sears (TimeCrime, 2013)

20 giugno 2013

copVenNeroDef.p1Michael Sears
Venerdì nero
Traduzione di
Federico Lopiparo

Dal 20 giugno in libreria

Jason Stafford è un ex pezzo grosso di Wall Street che ha perso tutto: famiglia, lavoro e soldi. Ha pagato il prezzo di una frode finanziaria con due anni di carcere, e dopo essere uscito cerca di rimettersi in sesto. Ogni tipo di lavoro nel mondo della finanza sembra essergli precluso, ma l’esperienza di truffatore gli fa ottenere un posto in una società di investimenti: il suo incarico sarà quello di svolgere delle indagini sulle attività sospette di un giovane agente di borsa, morto da poco in un incidente in barca. Per denaro, Stafford accetta, ma quello che scopre è più scottante del previsto e finisce per coinvolgere livelli a cui sarebbe meglio non arrivare. Fra documenti criptati, ricatti, rivalità e segreti, Stafford mette a repentaglio la sua stessa vita. Una vita che era finalmente pronto a ricostruire insieme all’unica persona che gli aveva insegnato ad amarla di nuovo e che ha davvero bisogno di lui: il figlio autistico di cinque anni.
Venerdì nero segna l’esordio di uno scrittore di razza: Michael Sears, già impegnato al suo secondo romanzo, è stato nominato per l’Edgar Award for Best First Novel by the Mystery Writers of America del 2013. Forte della sua esperienza di broker, a lungo alle dipendenze di grandi gruppi finanziari, Sears descrive un mondo, quello della finanza, che conosce molto bene, e offre un punto di vista interno affascinante sulla corruzione nelle alte sfere, quella che si muove sulla superficie apparentemente liscia di Wall Street. Protagonista un uomo d’affari che si farà coinvolgere in faccende poco chiare per aiutare il figlio in difficoltà, corruzione quindi ma anche un fortissimo elemento umano alimentano una storia di suspense ed imprevisti.

Michael Sears ha trascorso oltre vent’anni a Wall Street, fino a diventare amministratore delegato alla Paine Webber e alla Jefferies & Co., prima di lasciare l’azienda nel 2005. Vive a Sea Cliff, New York. Attualmente lavora su un secondo libro che ha ancora come protagonisti Jason Stafford e suo figlio.

:: Recensione di ZeroZeroZero di Roberto Saviano (Feltrinelli, 2013) a cura di Michela Bortoletto

20 giugno 2013

zero“Nulla è più potente della lettura, nessuno è più bugiardo di chi afferma che leggere un libro è un gesto passivo. Leggere, sentire, studiare, capire è l’unico modo di costruire vita oltre alla vita, vita a fianco della vita. Leggere è un atto pericoloso perché dà forma e dimensione alle parole, le incarna e le disperde in ogni direzione. Capovolge tutto, fa cadere dalle tasche del mondo monete e biglietti e polvere. […] Conoscere è iniziare a cambiare.”

Ho deciso di parlarvi di ZeroZeroZero di Roberto Saviano cominciando da questa sua affermazione sulla lettura posta alla fine del suo lavoro.  Saviano afferma in sintesi che leggere è conoscere e che conoscere è iniziare a cambiare.  Si deve capire come funzionano le cose per cercare poi di modificarle.
Ma non solo. Si deve conoscere per prendere una propria posizione. Quando si deve affrontare una discussione su qualsiasi argomento, quando si deve dare peso alle proprie affermazioni, quando si deve esporre un’argomentazione bisogna essere a conoscenza del maggior numero di dettagli, bisogna essere certi di quello che si dice, portare esempio e confutazioni alla propria tesi. E per farlo bisogna leggere!
E se ci si vuole fare un’idea di quanto violento, tragico e onnipresente sia il mondo della cocaina e del narcotraffico consiglio di leggere ZeroZeroZero di Roberto Saviano.
Ammetto la mia titubanza prima di iniziarne la lettura. Pensavo che mi sarei annoiata. Temevo che avrei trovato “pesante” la lettura di dati e racconti su di un argomento che reputavo distante da me e dal mio mondo. Mi sono ricreduta già dalle prime pagine.
In uno stile scorrevole, accattivante e diretto Saviano ci immerge nel mondo della cocaina. Un mondo fatto di narcotrafficanti, di bande e cartelli, di funzionari corrotti, ma anche di poliziotti coraggiosi, di pentiti, di ragazzi  “costretti” a fare i muli dalla società in cui vivono. Di persone che ci sono dentro fino al collo ma che sperano di riuscire a cambiare le cose. Di giornalisti uccisi per amore della verità. Di cani antidroga talmente bravi da esser messi sotto scorta.
Saviano ci porta in Sudamerica, negli Stati Uniti e in Africa.  Ci racconta dove nasce la coca, da dove parte per raggiungere il resto del mondo. Sembra tutto molto lontano da noi fino a quando ecco che la nuda e cruda  verità  che viene a galla: la cocaina e il suo traffico è ovunque. Anche in Italia. Ma non solo nel bistrattato Meridione! No, i traffici illegali sono anche nel tranquillo nord, in piena Pianura Padana!
La cocaina è ovunque e il suo commercio crea un giro  di soldi multimiliardario. La cocaina è violenza, sfruttamento, schiavitù, morte. La cocaina è dipendenza. Dipendenza per chi ne fa uso; dipendenza per chi la vende per vivere; dipendenza per chi attraverso di essa accumula ricchezze che però non bastano mai. Dipendenza per chi ne scrive. “Scrivere di cocaina è come farne uso. Vuoi sempre più notizie, più informazioni e quelle che trovi sono succulente, non ne puoi più fare a meno. Sei addicted.” Questo afferma Saviano. Ma la cocaina crea dipendenza anche in chi legge queste storie. Saviano ci racconta il mondo della cocaina attraverso i suoi protagonisti, buoni e cattivi.  ZeroZeroZero non è fatto di sterili dati ma di storie.  Storie che ci travolgono per la loro realtà. Storie che ci appassionano, ci disgustano, ci inquietano. Storie che creano in noi la voglia di leggerne altre; peccato che a un certo punto Saviano abbia dovuto mettere la parola fine.

Roberto Saviano è nato a Napoli nel 1979. Si è laureato in Filosofia all’Università degli Studi di Napoli Federico II. Nel marzo 2006 pubblica il suo primo romanzo “Gomorra”, edito da Mondadori. Tradotto in oltre 50 paesi diventa un bestseller con 10 milioni di copie vendute nel mondo. Roberto Saviano ha pubblicato anche La bellezza e l’inferno (Mondadori 2009), La parola contro la camorra (Einaudi 2010), Vieni via con me (Feltrinelli 2011) e ZeroZeroZero (Feltrinelli 2013). In Italia collabora con “la Repubblica” e “L’Espresso”, negli Stati Uniti con il “Washington Post” e il “New York Times”, in Spagna con “El País”, in Germania con “Die Zeit”, in Svezia con “Expressen” e “Dagens Nyheter”, in Inghilterra con “The Times”. Dall’ottobre 2006 vive sotto scorta in seguito alle minacce ricevute dai clan che ha denunciato.

:: Recensione di I magnifici sette capolavori della letteratura per ragazze di AA. VV. (Newton Compton, 2013) a cura di Elena Romanello

19 giugno 2013

ragazzeTempo ormai estivo, e la Newton Compton propone una serie di raccolte di romanzi nella collana I Mammuth decisamente interessanti.
In particolare, una di loro potrebbe unire varie generazioni di lettrici: I magnifici sette capolavori della letteratura per ragazze propone alcuni libri per bambine e adolescenti di ieri e perché no anche di oggi, che può essere piacevole leggere o rileggere o far leggere.
I llibri raccolti sono Piccole donne di Louisa May Alcott, Alice nel paese delle meraviglie di Lewis Carroll, Ragione e sentimento di Jane Austen, Il giardino segreto di Frances Burnett, Pattini d’argento di Mary Mapes Dodge, Heidi di Johanna Spyri, Pollyanna di Eleanor Porter, tutti usciti tra i primi dell’Ottocento e i primi del Novecento, e ciascuno entrato nella Storia della letteratura ma anche del protagonismo al femminile, spesso creando scompiglio per i modelli proposti.
Piccole donne della Alcott racconta di quattro ragazze durante la Guerra civile americana, ragazze forti e volitive, non fragili creature svenevoli, con dietro la vera storia dell’autrice, femminista, abolizionista, scrittrice, insegnante, pare pure lesbica, che passò tutta la sua vita ad andare controcorrente anche se nel libro dovette essere un po’ più soft. Indimenticabile il personaggio di Jo, al cinema vista con il volto di Katharine Hepburn, June Allyson e in tempi più recenti Winona Ryder.
Alice nel paese delle meraviglie si mette all’interno della fiaba vittoriana, anticipando il fantasy moderno e presentando il primo esempio di ragazzina che viaggia in un mondo fantastico e si salva da sola, oltre che un viaggio nell’inconscio femminile abbastanza intenso. Da rileggere dopo il film non sempre fedele anche se interessante di Tim Burton.
Ragione e sentimento è forse il romanzo più per signorine della raccolta, con al centro il contrasto tra cuore e ragione di due sorelle, la razionale Elinor e l’impulsiva Marianne, che sul grande schermo hanno avuto il volto di Emma Thompson e Kate Winslet, sullo sfondo della società spietata della Reggenza inglese ai primi dell’Ottocento.
Con Il giardino segreto si infrange un tabù: l’eroina, Mary Lennox, orfanella giunta dall’India nel castello dell’austero zio, è tutto tranne che carina e buona, è bruttina, capricciosa, caparbia, ma saprà trovare un suo spazio e migliorare il mondo intorno a sé, impuntandosi e dicendo no, e cercando nuove strade e sogni rispetto a quelli che le sono imposti. Da riscoprire sia il film di metà anni Novanta in tema sia il bell’anime giapponese dello stesso periodo.
Pattini d’argento è il titolo oggi meno famoso, anche perché non ha avuto adattamenti filmici o animati recenti, ritratto di due ragazzi olandesi dell’Ottocento e alla base della passione di generazioni di ragazze per il pattinaggio.
Di Heidi è da decenni ormai più famoso il cartone animato giapponese che il libro, ed appunto per questo merita una lettura, per il suo inno all’anticonformismo e ad una vita a contatto con la natura, anche qui con al centro una piccola donna tutt’altro che arrendevole e conformista.
Pollyanna ha avuto varie stagioni di interesse o meno, legate prima al film Disney anni Sessanta con Hayley Mills e poi all’anime giapponese di fine anni Ottanta, ed è un libro con vari livelli di lettura, all’apparenza mieloso e buonista, ma in realtà portatore di una visione del mondo che può aiutare, senza eccedere.
Un’occasione per sognare e appassionarsi con bambine di ieri, che forse hanno ancora un po’ di cose da dire alle bambine e non solo a loro di oggi.

:: Recensione di L’ereditiera americana di Daisy Goodwin (Sonzogno, 2013) a cura di Elena Romanello

18 giugno 2013

sonzognoI classici sono qualcosa di eterno e di sempre amato e attuale, e rifarsi a loro in letteratura non sempre è una cosa facile. Ma in qualche caso la ciambella esce con il buco, come in L’ereditiera americana, della giornalista inglese Daisy Goodwin al suo debutto come scrittrice.
Negli ultimi decenni dell’Ottocento l’aristocratica società inglese, nobile ma decaduta e senza mezzi, si rivolse verso i nuovi ricchi d’oltre oceano, stringendo alleanze anche matrimoniali, con particolare attenzione per le ereditiere americane, ambite per il loro patrimonio che poteva risollevare destini e famiglie ricchi solo del loro titolo.
Questo mondo è stato raccontato da Henry James e da Edith Wharton, ed è da questi due modelli che parte l’autrice, narrandoci la storia di Cora, ricchissima figlia e nipote di miliardari a stelle e strisce (ma suo nonno ha costruito la sua fortuna partendo dall’umilissima condizione di garzone di stalla), innamorata da sempre del giovane aspirante artista Teddy, che accetta però la proposta di matrimonio di Odo, un duca decaduto, trovandosi in un mondo nuovo per lei e dove non tutto è quello che sembra, e dove non mancheranno amarezze e dispiaceri.
Un libro impeccabile, e come ricostruzione storica e ambientale, e come atmosfera, e come storia, visto che non fa l’errore di molta narrativa storica di introdurre anacronismi nel comportamento dei personaggi e situazioni che poco centrano con il modo di vivere di quel tempo. Una storia che riecheggia i modelli di Edith Wharton e Henry James ma riuscendo ad essere originale, immergendo in un mondo spietato ma affascinante ultimamente diventato di gran moda grazie al successo dello sceneggiato cult inglese Downtown Abbey, anche se qui siamo alcuni decenni prima, con echi di un altro famoso serial britannico, Su e giù per le scale, che andò per la maggiore tra gli anni Settanta e Ottanta.
Accanto al personaggio di Cora, ingenua a tratti ma non sprovveduta, sorella minore ma più forte di una Daisy Miller o di una Lily Bart, sfilano vari personaggi, tra cui ne spicca uno: Bertha, la cameriera di colore della ragazza, sua confidente, vittima della segregrazione razziale negli Stati Uniti e stranamente più libera nell’ultra classista Inghilterra, dove alla fine nessuno bada a lei perché non appartiene all’aristocrazia, arbitro di eleganza e al centro di tutte le chiacchiere e i pettegolezzi.
Un ritratto d’epoca riuscitissimo e appassionante, che non nasconde e soffoca una vicenda appassionante, tra balli, cavalcate, ricevimenti, scene quotidiane, per restituire un mondo che non manca di colpire e avvincere il pubblico moderno di oggi, che magari non vivrebbe allora, ma che sente il suo fascino, tra sfarzo, riti, atmosfere.
Un’unica domanda: ci sarà un seguito? Il finale è ambiguo, e anche questo è in stile Henry James o Edith Wharton, con delle aperture ma se si vuole anche con una sua conclusione. In ogni caso un libro da leggere, soprattutto per chi in un romanzo storico non cerca pura evasione e il solo intreccio sentimentale, ma la restituzione di un’epoca così lontana ma ancora così vicina.

Daisy Goodwin ha studiato a Cambridge e vive a Londra. E’ produttrice di programmi televisivi e ha curato numerose antologie di poesia. Scrive regolarmente per “The Sunday Times”. E’ sposata e ha due figlie. Con L’ereditiera americana, il suo romanzo d’esordio, ha conquistato il pubblico inglese e quello degli Stati Uniti.

:: Recensione di Canada di Richard Ford (Feltrinelli, 2013) a cura di Micol Borzatta

18 giugno 2013

CanadaSiamo nel 1960, Montana. Dell Parsons racconta la storia della sua infanzia.
Figlio di un pilota e di una maestra di scuola ha continuato a girare di base militare in base militare fino a quando il padre non è andato in pensione anticipata a causa di uno scandalo che riguardava la compravendita illegale di carne dagli indiani.
Lui e la sorella gemella Berner, riescono a stabilirsi finalmente in una casa fissa. Il padre trova lavoro come rivenditore di auto ma purtroppo gli affari non vanno bene, così prova a buttarsi nel mercato immobiliare, ma anche questa volta è un buco nell’acqua.
Non sapendo più come gestire la cosa il padre decide di rapinare una banca facendosi aiutare dalla moglie che si scoprirà in seguito tramite un suo libro di memorie scritto in carcere che non era per niente d’accordo ma aveva acconsentito perché l’alternativa era far partecipare il figlio Dell.
La narrazione è molto tranquilla e semplice, quasi lenta, senza colpi di scena o suspance. La storia viene raccontata un po’ dal Dell pensionato, ex insegnante di inglese, e dal Dell adolescente che vive le situazioni e viene raccontata tutta in prima persona.
I fatti narrati vengono inframmezzati dai pensieri di Dell che si interroga e riflette sul perché delle scelte dei genitori. Un flusso mentale di un ragazzo che è figlio e fratello che si interroga sui perché delle situazioni non sapendo come rispondersi.

Richard Ford nasce a Jackson il 16 febbraio 1944.
Dal 2012 è insegnante di Lettura e scrittura alla Columbia University School of the Arts.
Il suo stile di scrittura si divide in due direzioni: da una parte lo stile minimalista che lo si può trovare in Rock Springs, Incendi, e dall’altra un’epica della middle class americana che si riscontra in Sportswriter e i suoi seguiti Indipendence Day e The day of the land.
Sportswriter è stato anche inserito nella lista dei migliori 100 romanzi scritti in lingua inglese dal 1923 al 2005 sul Time e il seguito, Indipendence Day, ha anche vinto il premio PEN/Faulkner per la narrativa e il premio Pulitzer per la narrativa, diventando il primo romanzo che abbia mai vinto entrambi i premi.

:: Fabrizio Falco legge Pensaci Giacomino! e altre novelle di Luigi Pirandello (Emons:audiolibri, 2013)

17 giugno 2013

copertina-pensacigiacominDal 10 luglio in libreria

Pirandello in audiolibro
Fabrizio Falco legge Pensaci Giacomino! e altre novelle

1 CD MP3
versione integrale
euro 14,90
download euro 8,90

Ascolta un’estratto: qui

La vita o si vive o si scrive, io non l’ho mai vissuta, se non scrivendola”. Luigi Pirandello, Il fu Mattia Pascal

Le novelle di Pirandello non hanno certo bisogno di presentazioni. Il giovane Fabrizio Falco, vincitore del Premio Marcello Mastroianni alla Mostra del Cinema di Venezia 2012, legge oggi le più belle. L’interprete ideale dopo una lunga stagione sul palco con Studio sui “Sei personaggi” per la regia di Luca Ronconi, e un altro spettacolo in cantiere sul Premio Nobel siciliano…

“Una novella al giorno, per tutt’un anno, senza che dai giorni, dai mesi o dalle stagioni nessuna abbia tratto la sua qualità”. Questo l’intento di Luigi Pirandello che nel 1922 comincia a raccogliere in maniera sistematica la sua vasta produzione novellistica in una serie di volumi intitolati Novelle per un anno. Tale raccolta resterà purtroppo incompiuta, concludendosi bruscamente con la morte dello scrittore nel 1936.

Con il loro universo variegato in cui dominano il comico, il patetico e il tragico quotidiano, sono qui contenute alcune delle novelle più celebri: Pensaci Giacomino!, L’imbecille, Il treno ha fischiato, La verità, La morte addosso, Ciàula scopre la luna, Il vecchio Dio, La giara, Richiamo all’obbligo, La carriola, Una giornata e Personaggi.

Fabrizio Falco, messinese, è uno degli attori emergenti più talentuosi ed eclettici del panorama italiano. Per le sue interpretazioni nei film Ѐ stato il figlio di Daniele Ciprì e Bella Addormentata di Marco Bellocchio, ha vinto il Premio Marcello Mastroianni alla Mostra del Cinema di Venezia 2012. A teatro ha collaborato con Luca Ronconi – Sei personaggi in cerca d’autore – e Carlo Cecchi, e sta ora preparando uno spettacolo su Pirandello.

:: Segnalazione di I bastardi di Pizzofalcone di Maurizio de Giovanni (Einaudi, 2013)

16 giugno 2013

i bastardiE’ in uscita, il 25 giugno, il nuovo romanzo di Maurizio de Giovanni, I bastardi di Pizzofalcone, sempre per Einaudi. So che molti suoi lettori cercano le sue prossime uscite e no, non è una storia di Ricciardi. Chi ha letto l’intervista fatta da me al commissario, sì proprio a Ricciardi, sa che sarà ambientata in estate, ma per ora non so darvi date certe sull’uscita. Intanto eccovi la trama del suo nuovo romanzo. Bisogna ancora aspettare circa una decina di giorni, ma come sempre, sono certa, ne varrà l’attesa.

A seguito di un grave episodio di corruzione, la squadra investigativa del commissariato di Pizzofalcone deve essere ricostruita, dopo aver rischiato di essere sciolta. Dagli altri distretti sono inviati gli investigatori più scomodi. Tutti sono sospettosi e resistenti a fare squadra nonostante il lavoro connettivo di Palma, il nuovo commissario. In questo difficile contesto, mentre l’inverno lotta per non cedere il posto alla primavera con burrasche di vento che disordinano ulteriormente la città, la moglie di un notaio ricchissimo, apprezzata per le sue opere di beneficenza, è trovata morta con il cranio fracassato nella sua casa sul lungomare. Nei Quartieri Spagnoli invece, a seguito di una segnalazione anonima, due agenti trovano una ragazza bellissima che vive segregata ma si rifiuta di denunciare il suo stato di reclusione; starà a loro portare alla luce un’incredibile storia d’amore e sofferenza. Un poliziotto anziano e malato raccoglie materiale sui suicidi di persone sole che oramai da un decennio si verificano nel distretto, convinto che qualcuno le aiuti a concludere una vita che non vogliono continuare. Quattro uomini e due donne che hanno ereditato un infamante soprannome, costretti a lavorare insieme senza volerlo, ognuno in lotta con la propria esistenza un panorama ancora più buio di quanto ci si possa aspettare.

Maurizio de Giovanni è nato nel 1958 a Napoli, dove vive e lavora. Ha iniziato a scrivere nel 2005 vincendo un concorso per giallisti esordienti, con un racconto avente per protagonista il commissario Ricciardi. I romanzi con Ricciardi sono tradotti in Germania, Spagna, Francia e Inghilterra e sono in corso di pubblicazione negli Stati Uniti. Per Einaudi Stile Libero è uscito nel 2011 il quinto volume della serie, Per mano mia. Il Natale del commissario Ricciardi.  Nel 2012 è uscito Il metodo del Coccodrillo, di ambientazione contemporanea, per Mondadori. Maurizio de Giovanni ha scritto racconti a tema calcistico sul Napoli, squadra della quale è visceralmente tifoso, e alcune opere teatrali. Nel 2012, sempre per Einaudi Stile libero, è uscita la uniform edition del ciclo del commissario Ricciardi – ambientato nella Napoli del fascismo e pubblicato da Fandango tra il 2007 e il 2010 -, composta da Il senso del dolore. L’inverno del commissario Ricciardi, La condanna del sangue. La primavera del commissario Ricciardi, Il posto di ognuno. L’estate del commissario Ricciardi, Il giorno dei morti. L’autunno del commissario Ricciardi. A fine 2012, sempre per Einaudi Stile libero, è uscito Vipera. Nessuna resurrezione per il commissario Ricciardi.

:: Un’ intervista con Rosario Palazzolo

16 giugno 2013

PerdisaImager.aspxGrazie Rosario per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberi di Scrivere. Mi metto lo scafandro, perché un intervistatore in scafandro e al sicuro anche se fa domande importune o banali. Quindi iniziamo: Rosario Palazzolo è un’ anima inquieta e versatile, (mi raccomando correggimi dove sbaglio) ha un grandissimo senso dell’umorismo (che si evince dalle risate che mi ha fatto fare leggendo il suo ultimo libro), è uno scrittore, un attore e un regista teatrale, è di Palermo, ama cucinare, ma è sconsigliabile accettare suoi inviti dopo uno spettacolo, gioca con le parole e ha un concetto anarchico della punteggiatura, che mi fa sospettare sia infondo infondo un vero rivoluzionario. Ora tocca a te. Raccontaci chi sei veramente, svelaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

Grazie a te per avermela proposta, e saluti a tutti i lettori di Liberi di Scrivere.
Partiamo subito col dire che Rosario Palazzolo non è affatto un’anima inquieta, è sicuramente versatile, risibile, adattabile, controversa, possiede insomma tutti quegli attributi tipici delle anime, tranne l’inquietudine, come dicevo, e nemmeno l’umorismo, appartiene completamente, per dirla tutta, a Rosario Palazzolo, e le risate che la gente solitamente gli attribuisce, poi le paga sempre, tutte. E inoltre non ama per nulla cucinare, né prima né dopo gli spettacoli, e se lo fa lo fa perché gli altri sono convinti che sappia farlo. È di Palermo, questo sì, Rosario Palazzolo, ma solo per diletto momentaneo, e gioca con le parole almeno quanto le parole giocano con lui, ed è solo colpa della punteggiatura, poi, se è considerato un anarchico, la punteggiatura che ha un concetto troppo disciplinato di sé, e perciò non è per nulla un rivoluzionario, Rosario Palazzolo, e, semmai lo fosse, non lo sarebbe certo in fondo in fondo, ma sopra sopra, assolutamente percettibile, e quindi evanescente.
Nessun background degno di nota, studi nella norma, poca – ma buona – infanzia.

Come è nato il tuo amore per il teatro e per la letteratura?

Come nascono tutte le cose migliori, per caso.

Scrittura teatrale e scrittura narrativa. Scrittori di narrativa ce ne sono molti, scrittori di teatro meno. Quale è il motivo secondo te?

Perché il drammaturgo contemporaneo non esiste più, non per la maggior parte dei teatri pubblici e privati, non per molte compagnie che si occupano di sperimentazione, non per gli enti di produzione, soprattutto non per il pubblico.
Difatti, io, per precauzione, mi considero già un classico.

Parliamo adesso di Cattiverìa, con l’accento sulla i, il tuo nuovo romanzo edito per Perdisa. Iniziamo dal titolo e dalla copertina. Non ti obbligherò a svelare cos’è Cattiverìa e perché è scritto così, anche se c’è un motivo più che valido. Come hai scelto questa parola, trovarla è stato il punto di partenza o di arrivo del romanzo? E l’uomo sbracato con il telecomando in mano, sembra un acquarello, chi l’ha disegnato?

Punto di partenza, di arrivo, anche di sosta.
Il perché di Cattiverìa è piuttosto semplice: mi serviva una parola abusata, una parola a cui potessi dare un nuovo senso semplicemente spostando l’accento, una parola in movimento.
L’immagine è di Luca Mannino, un artista con il quale ho spesso collaborato in teatro. Un artista “mostruoso”, folle, e vicino – vicinissimo – alla mia visione delle realtà.

A teatro puoi vedere dal volto dei tuoi spettatori come è andata, con un romanzo invece c’è più mistero, più incertezza. Quali sono i tuoi lettori ideali?

Me ne frego, sia del volto del pubblico che di quello dei lettori. Credo sia l’unico atto di onestà artistica che posso garantire a entrambi i volti.
E non ho niente di ideale, perciò, se non che non ho niente di ideale.

Come è nata l’idea di scrivere Cattiverìa, volevi fare una sorta di feroce pamphlet contro certa tv spazzatura che inquina gli animi e le coscienze, o è solo un gioco, un divertisment?

Un po’ la prima, un po’ la seconda. Soprattutto la terza, che però non svelo.

Prima di parlare dei personaggi, una domanda che da un po’ mi inquieta: bisogna credere a quello che dice Carla?

Più a lei che a chiunque altro.

Ora veniamo alla famiglia siciliana che porta in scena la sua vita: presentaci i personaggi principali di questa storia surreale.

Una madre, un padre, un figlio. E chi li osserva, soprattutto.

Come hai costruito i tuoi personaggi-immagine. Nascono con intenti precisi, o sono frutto del caso e della tua creatività?

Frutto del caso, di quello mio, che organizzo meticolosamente.

Parliamo del particolare linguaggio narrativo che utilizzi. Cito uno stralcio della mia recensione: L’uso spregiudicato del linguaggio è sicuramente la prima cosa che colpisce di questo romanzo, che un critico forse più sofisticato di me potrebbe definire d’avanguardia: deformazioni dialettali, annichilimento della punteggiatura sorvegliata o spesso assente, utilizzo di un italiano sgrammaticato ma comprensibile al servizio di un flusso di coscienza debordante e inframmezzato da citazioni dal sapore postmoderniasta, proverbi, testi di jungle pubblicitari, strofe di canzoni, preghiere, filastrocche, sproloqui. Lingua parlata contaminata da visione oniriche, frammenti, impressioni. E’ una tua caratteristica, già in L’ammazzatore e Concetto al buio, l’avevi sperimentata? Come nasce, da che letture, da quali suggestioni?

Mi è piaciuta molto, questa tua frase.
La mia lingua – che sì, già c’era nei primi due libri – nasce da molte cose, da cose che c’entrano, che non c’entrano, che vorrei c’entrassero. Certamente dal genio di Beckett, dalla vorticosità di Saramago, dall’ironia di De Filippo, dalle scorribande di Hrabal, dalla raffinatezza di Pinter, e dalla spada di D’Artagnan, dalla goffaggine di Pippo, dalla perentorietà de L’uomo mascherato, ma anche da Palermo, da tutte le sue belle e brutte contraddizioni, dai suoni che ho sentito, da tutti i miei quarantuno anni di capriole.

Cosa stai leggendo in questi giorni? L’ultimo libro che hai letto e il prossimo che hai intenzione di iniziare.

Sto leggendo Il cameriere di Borges di Bussotti, Suttree di McCarthy, e il teatro di Bernhard. Un poco questo e un poco quello, com’è mio solito. L’ultimo libro che ho letto non ho finito di leggerlo.

Hai collaborato con Luigi Bernardi. Ci racconti come è andata?

Dirlo oggi sarebbe banale.
In realtà Luigi Bernardi e io collaboriamo sempre, giorno per giorno, in un modo o nell’altro, guerreggiando contro chiunque.

Mi incuriosiscono molto i tuoi laboratori di teatro. Come si svolgono? Cosa insegni?

Non lo dirò mai.
Iscriviti.

Bene Rosario l’intervista si conclude con questa ultima domanda. Grazie della disponibilità in attesa di un tuo prossimo libro.

:: Recensione di Questo suono è una leggenda di Esi Edugyan, (Neri Pozza 2013) a cura di Viviana Filippini

16 giugno 2013

suono leggendaPrendete un bel ragazzo di colore – Hieronymus Falk- con un genio musicale innato e mettetelo in una jazz band – gli -Hot Time Swingers-  assieme a musicisti afroamericani –  Chip Jones e Sidney Griffith- ,  arrivati in Europa (Berlino e Parigi) negli anni ’40 del Novecento. Poi, lasciate che la musica proveniente dalla tromba suonata dal giovanotto travolga il pubblico in sala conquistandolo con fenomenali jam-session. Tutto sembra filare al meglio per questi musicisti in ascesa al successo, ma sarà la minacciosa irruzione dell’esercito nazista a cambiare per sempre le sorti dei protagonisti di Questo suono è una leggenda, il romanzo di Esi Edugyan. Dal passato bellico la narrazione balza nel 1992 quando il vecchio Sid viene trascinato prima a Berlino e dopo in Polonia dallo scapestrato e arzillo Jones alla scoperta di una verità impensabile che permetterà a Sid di fare finalmente i conti con gli spettri del suo passato. In questo nuovo lavoro dal ritmo altalenante tra presente passato sono diverse le tematiche umane e storiche affrontate dalla Edugyan. In primo luogo spicca il razzismo di cui sono vittime non solo gli ebrei, ma tutti quegli europei dalla pelle scura come Hieronymus Falk. Hiero è figlio di una donna bianca e di un soldato di origine senegalese – così dichiarano i ben informati nella narrazione- e rientra nel piccolo gruppo etnico soprannominato i “bastardi della Renania”. Uno status che renderà non facile la vita al talento della tromba nell’Europa degli  anni ’40. Accanto a Hieronymus ci sono i suoi due nuovi amici arrivati dall’America – Chip C. Jones e Sidney Griffith – afroamericani approdati nel Vecchio Continente con la speranza di lasciarsi alla spalle l’imperante razzismo presente negli Stati Uniti del Sud. La realtà che incontreranno sarà ben diversa e poco dopo il duo deciderà di partire per ritornare nel Nuovo Mondo. L’intenzione di Chip e Sid è di portare con loro anche Hiero per salvarlo dal drammatico corso della Storia, ma qualcosa andrà storto e i documenti necessari all’espatrio dell ragazzo non arriveranno mai. Tutto precipiterà quando la Gestapo irromperà in un locale, arrestando Falk con l’accusa di essere un apolide comunista e corruttore della purezza ariana. La narrazione del romanzo della Edugyan si sviluppa in modo sincopato proprio come la musica jazz, portando noi lettori in una danza tra lo ieri e l’ oggi del 1992 alla scoperta di traumatiche verità nascoste che solo il potere della musica riesce a pacificare. E non a caso uno degli altri temi importanti di Questo suono è una leggenda è il jazz che permea tutta l’opera, nei modi di parlare, di fare  e  nel diverso “sentire musicale” degli artisti. Sidney Griffith suona, ma è un semplice esecutore e lui ne è consapevole, mentre Chip Jones e, ancora di più, Hieronymus Falk hanno il jazz nelle vene. Anzi, Hiero è il jazz fatta persona, perché quando suona riesce a riprodurre un sound estatico, mai sentito prima, così potente ed emozionale che lo stesso Louis Armstrong ne rimarrà affascinato. L’accurata ricostruzione storica compiuta dall’autrice mette in luce la destabilizzazione della vita sociale ed economica causata della guerra che irrompe con brutale violenza nella vita sociale della gente comune segnandone in modo irreparabile i destini. Perché leggere Questo suono è un leggenda? Per addentrarsi nei meandri complessi dell’amicizia, del rancore e della frenesia tipica del jazz e di un mondo nel quale il “diverso” era vittima di pregiudizi insensati. Traduzione di Massimo Ortelio.

Esi Edugyan si è laureata in scrittura creativa alla University of Victoria e alla Joh Hoplins University. I suoi lavori sono apparsi in diverse antologia tra cui Best New American Vocies 2003. Questo suono è una leggenda è il suo secondo romanzo, vincitore del Scotiabank Giller Prize, dell’Ethel Wilson Fiction Prize e dell’Anisfield-Wolf Book Award. Finalista del Man Booker Prize, dell’Orange Prize for Fiction, del Walter Scott Prize for Historical Fiction. Selezionato come uno dei migliori romanzi del 2011 della New York Times Book Review.

:: Un’ intervista con Claudio Paglieri

15 giugno 2013

enigma leonardoBenvenuto Claudio su Liberi di Scrivere e innanzitutto grazie di aver accettato la mia intervista. Iniziamo con le presentazioni: nato a Genova nel 1965, giornalista, scrittore. Descriviti ai nostri lettori.

Sono uno scrittore che ama spaziare tra vari generi e temi. Ho cominciato a scrivere libri umoristici, poi saggi sui fumetti, quindi sono passato ai romanzi: il primo, “L’estate sta finendo”, è stato il classico romanzo di formazione su un viaggio in Inter Rail. Poi sono passato ai gialli, di cui sono sempre stato vorace lettore. Pensavo di scriverne uno, sono arrivato a quattro. Ma non intendo diventare un serial writer, cambierò ancora.

Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

Sono cresciuto in una famiglia di professori, archeologi, critici d’arte. In una casa-museo con tanti libri e tanti quadri. Un tesoro che mi è rimasto dentro, in qualche modo. Ho fatto studi classici, prima il liceo, poi la laurea in Lettere con una tesi di storia, una delle mie grandi passioni. La mia infanzia è stata mediamente felice, passata a  giocare a Subbuteo; non ricordo grandi traumi e questo probabilmente mi impedirà di scrivere un’autobiografia interessante.

Un giornalista ha come primo obbligo verso i suoi lettori quello di dire sempre la verità, anche uno scrittore secondo te deve fare lo stesso, con tutte le licenze letterarie del caso?

Lo scrittore può scegliere tra molte verità. Anche perché non ce n’è mai una sola. Una delle cose che mi interessa di più è vedere una storia non solo attraverso gli occhi del protagonista, ma inquadrarla da diverse angolazioni con l’aiuto degli altri personaggi. Ognuno hai i suoi obiettivi, le sue motivazioni. Parlo di fiction, ma anche di realtà. Credo che il dovere del giornalista e anche dello scrittore sia dare voce a tutte le parti in causa e non fermarsi all’interpretazione più facile. Per istinto, quando tutti dicono la stessa cosa io comincio a sospettare che qualcosa non quadri.

Ti occupi principalmente di sport al Secolo XIX, mi pare. Ti piacerebbe fare il corrispondente per qualche giornale in un paese dell’Asia o dell’America Latina?

Da qualche anno sono allo sport, ma ho lavorato molti anni anche agli Esteri. L’Asia non mi attira per niente, l’America Latina già di più, ma se dovessi scegliere punterei sull’Australia, continente (perché lo è) giovane e in crescita, con tanti spazi per il corpo e per l’anima. Oppure su New York, la mia città preferita.

Quando hai deciso che al tuo lavoro di giornalista avresti affiancato anche quello di scrittore di romanzi?

Molti anni fa, perché nella mia carriera di giornalista ho sempre fatto tanto lavoro redazionale e poca scrittura. Ma in generale ho sempre preferito la dimensione del romanzo a quella dell’articolo.

Quali sono le qualità fondamentali di un buon scrittore?

La perseveranza. Il coraggio. L’umiltà. La perseveranza. La disponibilità al sacrificio. La conoscenza della lingua. La perseveranza. La capacità di lavorare con la stessa cura alla forma e al contenuto. La perseveranza. La perseveranza.

Parliamo adesso del tuo nuovo romanzo L’enigma di Leonardo, edito da Piemme come gli altri tuoi tre romanzi. Un giallo che ha avuto come punto di partenza una segnalazione di uno dei tuoi lettori. Puoi raccontarci come è andata?

Dopo avere pubblicato “La cacciatrice di teste”, giallo archeologico sul ritrovamento di una statua di Lisippo, mi ha contattato un lettore raccontandomi una storia vera: la scoperta, a Genova, di un disegno che le perizie chimiche e i pareri di alcuni esperti attribuivano a Leonardo da Vinci. Si trattava, addirittura, di un autoritratto realizzato in età giovanile, con tanto di firma cancellata forse dalla censura ecclesiastica. Ho lavorato su questa suggestione, immaginando che il disegno diventasse il centro di una serie di intrighi, delitti, morti misteriose. E mettendo il commissario Luciani a indagare, con l’aiuto di una bella restauratrice. La vera storia del disegno invece è raccontata sul sito www.leonardoritrovato.com, al quale rimando alla fine del libro.

Raccontaci brevemente la trama di questo libro, senza rivelare il finale.

La storia comincia nell’entroterra genovese con la morte dell’anziano conte Guinigi Moncalvo. La badante polacca fa sparire dalla villa i pezzi più pregiati, e anche il disegno scompare. Il commissario Luciani intanto è alle prese con un neonato che gli è stato recapitato davanti a casa da un’ex amante, e che lo costringe a farsi carico di una paternità inattesa. Anche l’ispettore Calabrò è alle prese con una crisi coniugale, e le loro distrazioni faranno sì che l’indagine proceda a rilento, portandosi dietro una scia di morti più o meno innocenti.

Il personaggio di Marco Luciani sta diventando il protagonista di una vera e propria serie. Cosa ha di diverso dagli altri commissari del giallo italiano?

E’ il primo commissario anoressico. Non gli interessa mangiare, non cucina, nel libro non ci sono ricette. Non è neppure un intellettuale che risolve i casi grazie alla sua conoscenza della filologia romanza. E poi non è un buonista, non dice le cose politicamente corrette, direi in sostanza che è “vero”. E’ molto esigente con gli altri e con se stesso, è un duro ma alla fine si fa anche fregare, soprattutto dalle donne.

Un bambino entra inaspettatamente nella sua vita e lui si trova nel ruolo bellissimo di padre. Quanto il piccolo Alessandro ha cambiato il personaggio?

Alessandro lo costringe a fare i conti con una parte di sé totalmente sconosciuta. Il ruolo di padre non gli pare affatto bellissimo però lo aiuta a crescere, almeno in parte. Nel secondo libro, “Il vicolo delle cause perse”, il commissario faceva i conti con suo padre Cesare. Questa volta fa i conti col figlio che comunque lo “ammorbidisce” un po’.

Luciani è piuttosto restio ad usare Internet, Facebook, le nuove tecnologie. E tu? Che ruolo ha avuto Internet nella stesura, nelle ricerche, nel marketing del tuo romanzo?

Io sono della generazione di mezzo. Uso le nuove tecnologie, e ne capisco l’importanza, ma sotto sotto sto meglio quando chiudo i contatti col mondo e recupero la tranquillità necessaria per scrivere. Luciani diffida delle nuove tecnologie, comprese le analisi alla Csi, perché alla fine gli interessa capire i moventi, il perché, più che il come. Quella è una domanda che va posta dopo, per confermare o smentire un’ipotesi. Internet mi è stato utile nelle ricerche su Leonardo, anche se alla fine ho fatto indagini soprattutto sui libri. E mi è utile per far conoscere il libro, almeno nella ristretta cerchia di facebook che comunque è un ottimo punto di partenza per il passaparola. Naturalmente la casa editrice Piemme sta lavorando bene anche su quel fronte.

L’enigma di Leonardo è ambientato a Genova, e a Camogli, dove c’è la casa della madre del commissario. Come i luoghi influenzano la narrazione?

Sono molto legato a Genova, città di forti contrasti. Città tanto bella quanto, purtroppo, poco curata. Ideale per un giallista perché ci sono i vicoli, gli immigrati, la gente che vive di espedienti, ma anche le ville e le ricchezze nascoste nei secoli dei secoli. C’è tanta avidità e tanta avarizia. Terreno fertile per gli omicidii. Camogli è un gioiello ed è la via di fuga, con la spiaggia, il mare, la collina. Nulla di male può accadere a Camogli. O no?

Quale è la tua scena favorita del romanzo?

Quando l’indagine parallela della moglie di Calabrò sul marito si conclude in modo inaspettato.

Il personaggio più facile da caratterizzare e quello che ti ha creato maggiori difficoltà.

Mi è piaciuto molto creare la figura della badante polacca. Secondo me è venuta bene, tanto che mi dispiace aver dovuto farle fare una brutta fine. Poi mi diverto sempre molto a storpiare i proverbi di Iannece, uno degli aiutanti del commissario. C’è un personaggio che alla fine ho eliminato perché non mi convinceva, un’altra donna innamorata di Luciani, ma erano già troppe e lei non aggiungeva nulla. 

Capitoli brevi, terza persona, cura nei dialoghi. Come è nato il tuo stile?

Nasce dall’amore per le serie tv come Lost o Grey’s Anatomy, dove non c’è un solo protagonista ma si raccontano e si incrociano le storie di tutti. I dialoghi, se scritti bene, fanno la differenza. Devono suonare naturali ma avere battute che restano impresse.

Riguardo la stesura di un libro tu preferisci occuparti della descrizione dei luoghi, della descrizione dei personaggi, o dei dialoghi?

La descrizione dei luoghi mi annoia profondamente (scriverla e leggerla) a meno che non siano i luoghi del delitto. Voto decisamente per le altre due.

Ci sono altre opere che ti hanno ispirato nella scrittura di questo romanzo? Ci sono scrittori che ti hanno maggiormente influenzato?

Non posso non citare Il Codice da Vinci di Dan Brown, perché comunque l’argomento è simile. Tanti scrittori di gialli mi piacciono, da Simenon a Lehane, da Chandler a Montalban a Izzo, ma alla fine non provo a scrivere come nessuno di loro. Vorrei un giorno scrivere un giallo come lo avrebbe scritto Kurt Vonnegut.

Cosa stai leggendo in questo momento?

Sono a metà della trilogia di “The Hunger Games”, molto bello. E i racconti di Mauro Zucconi, “In caso di spontaneità”: un genio dell’ironia.

Un aforisma, un proverbio che ti è caro.

“Chi è scemo stia a casa”. Copyright di mio papà.

Quali sono i tuoi lettori preferiti? Come possono mettersi in contatto con te?

Tutti quelli che mi scrivono per dirmi come sono bravo, che l’ultimo libro è ancora più bello del precedente e non lo credevano possibile, e che mettono cinque stelle nelle recensioni su Amazon o Ibs. Quelli che comprano l’ebook ma anche il libro cartaceo per avere l’autografo. Quelli che comprano il quarto della serie e appena lo hanno finito ordinano i tre precedenti. Quelli che ne regalano dieci a Natale agli amici. Quelli che citano a memoria i passi più significativi. Okay, in realtà apprezzo tutti i lettori che mi scrivono, davvero, anche le critiche “costruttive” sono utilissime per migliorare. Ho un sito, www.claudiopaglieri.com, con un’email. Rispondo a tutti, ci mancherebbe. Oppure possono chiedermi l’amicizia su facebook. O venire alle presentazioni. O sfidarmi a tennis.

Infine, la domanda inevitabile. Stai lavorando a un nuovo romanzo? Eventuali altri progetti?

Sto lavorando dal 2008 a una trilogia di science fiction ma molte cose che avevo immaginato sono già successe, dall’elezione di un Papa Francesco alla scoperta della lobby gay in Vaticano, dal secondo tsunami in Asia alla scoperta (presunta) del Bosone di Higgs. Mi sa che devo pubblicarlo in fretta prima che succedano anche le altre.

:: Segnalazione di A chi vuoi bene di Lisa Gardner (Marcos Y Marcos, 2013)

15 giugno 2013

A chi vuoi beneA chi vuoi bene
di Lisa Gardner
Traduzione
di Daniele Petruccioli

In libreria dal 20 giugno

A chi vuoi bene? 
Una domanda a cui si dovrebbe saper rispondere.
Racchiude una vita, definisce il futuro, governa quasi ogni ora del giorno.
Semplice, diretta, definitiva.
A chi vuoi bene?
dopo il successo di La vicina, il nuovo romanzo di Lisa Gardner

Che mamma speciale, Tessa Leoni. Si è rifatta una vita partendo dal fango, un gradino dopo l’altro, per amore della sua bambina, concepita chissà con chi.
Che poliziotta, Tessa Leoni, che donna: i turni di notte a pattugliare da sola le strade nere, poche ore di sonno e di corsa all’asilo a prendere Sophie.
Poi arriva Brian, l’uomo dei sogni, un amante appassionato per lei, un padre per Sophie…
Ma adesso che è domenica mattina e tira il vento freddo di marzo, Brian è steso sul pavimento della cucina con tre pallottole in corpo, la piccola Sophie è sparita e Tessa è ancora lì con la pistola in mano.
Una sergente bella e inflessibile, D.D. Warren, la incalza di domande, è certa che Tessa sia un mostro.
Perché ha sparato al marito, e dov’è finita la piccola Sophie? Come può una madre e poliziotta modello non sapere più nulla di sua figlia?
Adesso, proprio adesso, D.D. Warren non lo vorrebbe, un caso così. Un mese di ritardo, si accarezza la pancia; come può una madre far del male alla sua piccolina di sei anni?
Scava nel passato di Tessa, in fretta, più in fretta, l’allarme per la scomparsa di Sophie diffuso in tutto lo stato.
E Tessa, intanto, contusa e ferita, mente, si difende, lotta e sa una sola cosa: vuole bene a sua figlia. Più di tutto.

Lisa Gardner ha avuto un’infanzia normale, una casa normale, una famiglia normale. Quando le chiedono perché mai una donna dolce e bella come lei scrive romanzi così neri, risponde che forse è colpa di tutta questa normalità. Lisa vive nel New Hampshire con due cani, un gatto, un marito e una figlia: i suoi thriller da brivido hanno scalato le classifiche dei best-seller USA e le hanno fatto vincere premi prestigiosi in mezzo mondo.
A chi vuoi bene è il quinto thriller che vede come protagonista il detective D.D. Warren. Marcos y Marcos ha già pubblicato La vicina.