Ci sono libri che si leggono tutti d’un fiato, altri invece hanno bisogno di tempi più lunghi. Ma non per questo sono meno belli e interessanti dei primi. L’ultimo Comunista di Matthias Frings appartiene a quest’ultimo gruppo. È un libro che procede piano, che non ti prende dalla prima pagina ma ti conquista lentamente. Confesso fin da ora che più di una volta ho avuto la tentazione di interrompere la lettura. Ma ogni volta c’era un qualcosa che mi diceva di andare avanti, che ne sarebbe valsa la pena.
L’ultimo comunista narra la vita di Ronald M. Schernikau, un giovane scrittore tedesco realmente vissuto negli anni Ottanta. Nato da una complicata relazione tra una giovane donna, Irene, e un uomo che non esita ad abbandonarli quasi subito, Ronald trascorre i primi anni della sua vita nella Germania dell’ Est. La giovane madre è la migliore incarnazione degli ideali comunisti che ci possa essere: fedele al partito, accetta qualunque sua regola e soprattutto non mette mai in discussione le decisioni delle alte sfere. Vive la sua vita di giovane ragazza madre crescendo nel miglior modo possibile il piccolo Ronald. Finché un giorno il padre si rifà vivo: è scappato all’Ovest dove si è rifatto una vita e in qualche modo riesce a convincere Irene a fare altrettanto. Così, seppur a malincuore, accecata dall’amore mai finito per il padre di Ronald, Irene organizza di nascosto una rocambolesca fuga che la porterà all’Ovest.
Ma la realtà non è come Irene se l’era immaginata: il padre di Ronald ha un’altra famiglia e lei deve ricostruirsi una vita in una Germania che non le appartiene. All’Ovest è tutto diverso e la nostalgia dell’Est prende spesso il sopravvento. Nonostante ciò Irene riesce a ottenere un buon lavoro e una buona sistemazione dove crescere il piccolo Ronald. Ma questo improvviso cambio di vita, questo trasferimento in una realtà così diversa saranno tra le cause dell’assoluto e quasi devastante senso di straniamento che prova Ronald, comunista che vive nell’Ovest capitalista.
Ronald infatti cresce con un forte senso di disagio e con un grande desiderio: tornare all’Est. Ma sono gli anni del Muro e ottenere la cittadinanza dell’Est non è così facile.
L’opera di Frings ci racconta i sogni, le illusioni, i sacrifici e i tentativi fatti da questo giovane ragazzo, che nel frattempo è diventato un talentuoso scrittore, per riuscire ad ottenere la possibilità di vivere nella Germania dell’Est. Ma quando riuscirà finalmente ad ottenere ciò per cui ha combattuto la realtà gli presenterà un forte conto: se nella Germania dell’Ovest era il “comunista”, qui nella Germania dell’Est non riuscirà mai ad essere completamente accettato e sarà sempre visto come un estraneo. Il forte senso di inadeguatezza accompagnerà quindi Ronald per tutto l’arco della sua vita. Una vita che purtroppo poi verrà stroncata dalla “grande malattia” di fine Novecento: l’aids.
Ne L’ultimo comunista si affrontano temi importanti quali il senso di straniamento, la divisione della Germania, la vita in quegli anni dei giovani berlinesi, il dilagare inarrestabile dell’aids. Per questi motivi vale la pena di andare avanti nella lettura e di non arrendersi anche se qualche passaggio può risultare purtroppo lento e superfluo.
Traduzione di Chiara Marmugi.
Matthias Frings, nato ad Aachen nel 1953, è giornalista, autore televisivo e scrittore. Negli anni ’70 si è impegnato in vari movimenti con la sinistra alternativa e ha lavorato come attore e regista teatrale. Ha raggiunto la celebrità negli anni ’80, grazie al saggio Männer.Liebe (Amori.Maschi. Un manuale per chi è gay e per chi vuole diventarlo) che scioccò l’opinione pubblica presentando per la prima volta l’omosessualità come una condizione normale. Ha scritto altri cinque libri, tutti legati alla sessualità maschile. Per anni è stato una delle firme della “taz” e ha progettato e condotto programmi televisivi e radiofonici.
Un libro dal registro quasi “femminile”, un finale non scontato, una caratterizzazione geografica non comune, un romanzo cinematografico, a scene. Questo è lasciamisenzafiato (il titolo lascia un po’ a desiderare e rimanda a tristi rievocazioni “mocciane”) di Elvio Calderoni, edito da Miraggi Edizioni. Coinvolgente e senza pause, lasciamisenzafiato è un romanzo d’amore e di amori. Di rapporti instabili, passioni, cadute e promesse non mantenute. Due donne molto diverse, legate allo stesso uomo. Due fratelli con un rapporto così speciale da sembrare gemelli. Un maestro e un giovane discepolo, uniti dalla musica. Le vicende dei cinque protagonisti si snodano intrecciandosi in una fitta e ingegnosa rete di coincidenze: Alessandro, Irene, Clara, Federico e Barnaba si incontrano e si perdono, oltre le distanze e oltre la loro stessa volontà, nel mondo reale e nello spazio virtuale delle chat e dei blog. Finché la morte non fa irruzione in questa trama di relazioni, e il dolore svela le geometrie nascoste e rimescola i ruoli, ricomponendo un quadro incrinato e incompleto, ma più autentico. lasciamisenzafiato è un romanzo sull’anima, le sue mancanze e la sua forza inesauribile. Ci si sposta tra Roma e Cividale del Friuli, metropoli e microprovincia, natura e cultura. Come scritto da un lettore: “Coincidenze, vite che s’intrecciano e si sfiorano, si uniscono e si allontanano, si annusano, si toccano, si interpellano e si scrutano, si affondano e riemorgono come tante pletore di sentimenti ed emozioni”.
Nell’immaginaria e distopica Sumonno, in cui la divisone in classi, ubicate in spazi fisici delimitati, ZonaSviluppo, CittàProgresso, CentroRubino, degenera irreversibilmente verso la catastrofe, una famiglia sembra concentrare potere, speculazioni, trame occulte: Costanzo Neri, il patriarca e sindaco a interim, e i suoi figli Ramsete e Osiride. Costanzo Neri è il tipico uomo di potere a capo di una grande dinastia, più simile ad una multinazionale, abituato a controllare, manipolare, influenzare, vite e destini di tutti quelli che gli ruotano intorno. Invecchiando un po’ della sua forza carismatica sembra stemperarsi in un rassegnato pragmatismo e in un’amara rassegnazione. Il suo erede e figlio maggiore Ramsete non è esattamente l’uomo che vorrebbe come suo successore: egoista, crudele, senza alcuna morale, capace di allearsi con Florestano Leoni, capo della malavita locale, contro la sua volontà, è infondo il suo peggiore nemico. E certo neanche Osiride gli da molte speranze: troppo sensibile, spirituale, suggestionato da un guru, forse più interessato agli assegni che gli firma che al suo benessere, non certo in grado di competere e scalzare il fratello maggiore. Queste logore dinamiche famigliari sfumano comunque sullo sfondo, altri sono i problemi contingenti che richiamano l’attenzione. La pioggia incessante che ormai cade da giorni e non sembra destina a cessare ha fatto esondare il fiume che attraversa la città, avvolgendo nel fango e nei detriti ZonaSviluppo, nome pietoso e ottimistico per una baraccopoli che racchiude e imprigiona i più poveri, gli stranieri, i senza casta. Molti i morti, molte le baracche di lamiera e cemento devastate, molta l’indifferenza del resto della popolazione presa a fare scorte nei supermercati o a leggere le ultime notizie suoi quotidiani cittadini controllati in massima parte dalla famiglia Neri. Proprio contro questa indifferenza si muovono i membri di una setta di lontane origini medioevali, i Neo catari, che per scuotere le coscienze si danno fuoco in vari punti della città. Altri personaggi si muovono sullo sfondo di questa tragedia annunciata: Maurilio il giornalista indipendente, osservatore imparziale della realtà che lo circonda ma incapace di opporsi quando gli verrà proposto di fare un patto col diavolo; Alex, il giornalista asservito al potere, ricattabile e ricattato, il volto più vile e spregevole del potere mediatico; Melissa la pericolosa compagna di Florestano Leoni, affascinata dalla morte che fotografa con macabra e morbosa passione per l’Istituto di Medicina legale, intanto costretta ad indagare sulla morte di una prostituta di proprietà di Leoni; Toni, la guardia del corpo di Ramsete, personaggio enigmatico gravato da un difficile passato e attratto inarrestabilmente da Melissa pur sapendo si giocare col fuoco; Maria Sole, l’anziana terrorista chiusa in carcere in isolamento tra i detenuti pericolosi, che racconta la sua vita a Maurilio e fa trasparire la tenerezza e l’affetto per un figlio mai conosciuto. Un mondo parallelo, un universo ucronico, per molti versi simile al nostro e nello stesso tempo estraneo. Ecco cosa ha costruito Paola Ronco in questo suo secondo bellissimo romanzo La luce che illumina il mondo edito da Indiana editore. In controluce una trama dolente, di un pessimismo doloroso ma necessario, nato dalla cronaca recente, dalla crisi non solo economica che attraversa la nostra società, funestata da logori e devastanti meccanismi di potere e dalla mancanza di moralità di alcuni, tutte tematiche che si riflettono in queste pagine paradossalmente così cariche di bellezza. Non un aggettivo superfluo, non una sfumatura men che calibrata e piena di verità. Una riflessione sul terrorismo seria e profonda aggiunge tensione emotiva ad una storia già di per sé densa di significati e ecologicamente utile ed educativa. Un romanzo da leggere. Senz’altro.
Cosa accade se la quiete di un piccolo paesino della provincia piacentina viene scosso da misteriose sparizioni degli abitanti del posto, da efferati omicidi e da atti di cannibalismo? Il panico incombe in ogni casa e in ogni viuzza, a tal punto che tutti sono sospettati di essere i colpevoli. A tentare di dare ordine allo spinoso caos che attanaglia il paesello di Trebbiolo arrivano da Milano tre scalcagnati investigatori privati. Stefano Cuccurullo, Giuseppe Mascaretti e il capo Nick Brando, che non è parente dell’attore Marlon, giungono nel piccolo centro su richiesta della vedova Impellizzeri, che ha intenzione di dimostrare all’intera comunità che non è lei la carnefice – magari lo è lo è stata in passato – della situazione. I tre detective meneghini si troveranno catapultati un una realtà di provincia che di giorno è caratterizzata da una pacata atmosfera da cartolina, ma al calare delle tenebre un’aura di macabro terrore si insinua in ogni dove a Trebbiolo, cambiandone i connotati ambientali e umani. L’indagine assumerà sempre più le sembianze di un gioco raccapricciante che porterà l paese ai limiti della realtà. Tra i resti di persone scomparse e nuove sparizioni, il più o meno efficace trio dovrà scovare chi si nasconde dietro agli efferati delitti. A complicare le cose al team Brando irromperanno sulla scena presunti fantasmi e gli improvvisi cambi d’identità di alcuni dei protagonisti. A che ora cenano i cannibali? di Andrea Brando è un esempio di poliziesco grottesco dalle tinte cupe nel quale l’ambiguità dei personaggi e lo humour nero determinano il procedere dell’indagine compiuta dai tre strampalati investigatori privati. Brando gioca abilmente sull’ambiguità della bizzarra umanità che vive nel piccolo centro piacentino dimostrando al trio indagante, e a noi lettori, che non sempre le persone sono quello che sembrano. Un esempio tra i tanti è l’avvenente e ambigua farmacista Elena Ziliani che non è tutta lavoro e flamenco. Nelle pagine di questo giallo l’autore non si limita però ad inserire solo l’indagine necessaria allo risoluzione di una caso davvero complesso, ma pone l’attenzione su alcuni sentimenti umani che possono distruggere la rispettabilità delle persone. Non a caso nelle pagine di A che ora cenano i cannibali? sono presenti il pettegolezzo e le malelingue che danno il tormento alla Impellizzeri, stanca per questo motivo di essere definita una mangiatrice di carne umana. Sulla stessa linea si muove la storia di Simona, una giovane medium dal passato oscuro dal quale riuscirà a stento a staccarsi nel tentativo di conquistarsi la rispettabilità degli altri abitanti. Tanti personaggi cupi, dalla personalità contorta che fanno credere a tutti di essere stimabili e professionali in quello che fanno, ma nelle pagine scritte da Brando ci sono piccoli dettagli da non lascarsi sfuggire che dimostrano come questi esseri umani siano ben altro da quello che vogliono far credere ai tre dell’agenzia investigatrice. L’atmosfera tetra, nella quale non mancano sferzanti battute che strappano il sorriso a chi legge, domina ogni pagina e avvolge tutto creando un misto tra horror e grottesco ed essa è resa ancora più effettiva dal punto di vista narrativo interno alla storia adottato dall’autore. In questo modo noi lettori siamo trascinati in un oscuro vortice avventuroso che sembra non aver mai fine, dove la suspense, i pericoli e i colpi di scena sono sempre dietro l’angolo pronti a spiazzare chiunque.
Non è sicuramente il mio genere, lo ammetto, però ammetto anche che a leggere Il demone sterminatore (Edizioni Anordest) di Vincent Spasaro mi sono divertito. Ho trovato più vicino alle mie corde il suo precedente romanzo, Assedio (Segretissimo Mondadori, 2011) in cui il magico e l’irreale si mischiavano sapientemente con il fin troppo reale conflitto dei Balcani e con il dramma vissuto da Sarajevo e dai suoi abitanti, però mi sono bevuto queste novecento pagine con semplicità e senza intoppi. È scritto sul sito della casa editrice: “Uno dei pochi dark fantasy che può competere a livello europeo con la famosissima saga delle Cronache del ghiaccio e del fuoco di George RR Martin e che va a colmare il vuoto delle saghe fantasy per adulti di cui in Italia non abbiamo alcun epigono. Il demone sterminatore è un romanzo che dispensa a piene mani avventura, truculenza, psicologia, descrizioni fosche e maestose, colpi di scena ed espedienti cari al giallo. Una narrazione che vi terrà incollati alle pagine, un grande affresco epico dove nulla è ciò che sembra e il bene e il male non sono sempre entità distinte”. Per me il fantasy è roba da non-lettori, ha lo stesso valore che può avere un articolo di Chi o Verissimo e non sono assolutamente d’accordo sul inserire in un contesto fantasy questo romanzo. È avventura, horror, un omaggio ai classici, vecchi e nuovi (penso soprattutto a Robert Ervin Howard, Stephen King, Howard Phillips Lovecraft), un’ adrenalinica e oscura saga per adulti. “In molti partimmo anni fa dai vasti mondi alla ricerca di qualcuno che commise un gran crimine. Soli vagammo per luoghi inesplorati e senza alcun contatto gli uni con gli altri. Ci dissero cacciatori, e all’epoca eravamo ben lieti di questo appellativo. Ma ancora oggi non so cosa stiamo realmente cacciando, e il profumo inebriante della traccia di una preda da inseguire si è andato da tempo confondendo col fetore orribile della paura e della morte.”
Giovanni Tizian, criminologo e giornalista d’inchiesta, ruba al grande partigiano antifascista, Primo Levi, l’ultimo verso del canto estrapolato da Partigia per definire il suo lavoro letterario pubblicato da Mondadori, nella collana Strade blu. Prima di iniziare la lettura, mi soffermo sulle dediche. Frammenti di una canzone di Roberto Vecchioni: “Sogna, ragazzo sogna”. Con le note in testa e il testo, carico di speranza, sulla bocca, mi appresto ad ascoltare la storia che Tizian racconta. La sua storia. La nostra storia.
Marco Tiano
Succede nella vita di incontrare delle persone delle quali ci si innamora in modo profondo. Il problema sorge quando l’altra metà si porta dentro traumi vissuti in passato che tormentano il presente, impendendo alla persona stessa di vivere la quotidianità lasciandosi andare alla felicità, per riscoprire i sentimenti di gioia dimenticati da tempo. Anna è una giovane infermiera svizzera che ha perso la testa – in senso figurato intendo- per Kriss Daska, un fotoreporter silenzioso, taciturno che prova ad amare, ma qualcosa di oscuro nel suo animo gli impedisce di farlo in libertà. Anna ama Kriss e sembrerebbe che anche lui ami lei, ma qualcosa non va. Non a caso lei è travolta dalla passione a tal punto che è pronta a tutto pur di coronare il suo sogno di matrimonio con Kriss, ma lui è misterioso, cupo e un bel giorno sparisce dalla Svizzera dove era approdato nel tentativo di lasciarsi alla spalle quel passato che lo tormenta. Anna non si dà per sconfitta e approda, un po’ spaesata, nel bresciano per ricercare l’uomo che ama grazie all’aiuto di un detective in pensione. In parallelo, il lettore assiste al ritorno all’ovile di Kriss nella sua città di origine (Brescia), dove con l’aiuto di Walter cercherà di dare ordine e un nuovo senso alla sua vita, riacquistando forse in modo definitivo la sua identità. E proprio Walter con la sua terapia d’urto cercherà di smuovere il macigno di senso di colpa e dolore che affligge Daska. Un cammino di rinascita non facile, pieno di difficoltà e insidie dovute alla paura e ai rimorsi che tormentano da tempo Kriss. Rosso Tulipano è una storia su due binari paralleli nei quali, da un alto, c’è una donna alla ricerca dell’uomo amato e dall’altro, c’è Kriss che a sua volta si sta muovendo su rotaie personali per ritrovare sé stesso. Il lavoro di esordio di Eliana Bordogna è un misto di sentimenti che vanno dall’amore, alla gioia, alla sofferenza e alla voglia di provare a vivere meglio, ma non sono. Non a caso accanto al sentire emotivo c’è un pellegrinaggio tra presente e passato – grazie ai ricordi che mergono durante la narrazione- nei posti dove i protagonisti hanno vissuto, amato e sofferto. A lettura finita posso dire che Rosso tulipano non è solo un storia d’amore in fase di formazione. Il libro della Bordogna è anche è un’indagine nelle pieghe più oscure e dolenti dell’animo umano e in quelle pagine della storia recente, non troppo geograficamente lontana da noi, che non tutti conoscono. Daska è sopravvissuto ad un eccidio avvenuto durante la guerra bosniaca ed è scampato ad un altro tragico evento che gli ha portato via per sempre i suoi amati tulipani rossi. Kriss Daska è la figura attorno alla quel si sviluppa la narrazione, anzi è lui il motore di Rosso tulipano e dal suo agire concreto ed emotivo nascono quei legami con gli altri personaggi che restituiscono a chi legge un frammento dei reale umanità. I protagonisti del libro di Eliana Bordogna sono sì letterari, ma la loro complessità emotiva e psicologica li rende vivi e reali, soli e fragili come ognuno di noi. Come accade spesso nei romanzi la finzione si mescola con la realtà e anche in Rosso tulipano il vero c’è, e corrisponde alla testimonianza di un fotoreporter sopravvissuto ad un eccidio che ha dato ad Eliana Bordogna lo stimolo per scrivere una storia di vita nella quale l’invenzione letteraria e la realtà si amalgamano alla perfezione, restituendo a chi legge una pezzetto di vita vissuta, fomentando una riflessione sul senso della vita, alla scoperta che forse non tutto è perduto.
La notte tra il 25 e il 26 Settembre 1970, intorno alle 23, 25, sull’autostrada del Sole, nei pressi di Ferentino, cinque giovani anarchici persero la vita in un presunto incidente stradale, che ancora oggi per dinamiche e sviluppi suscita numerosi interrogativi. Si chiamavano: Gianni Aricò, Angelo Casile, Annelise Borth, Franco Scordo e Luigi Lo Celso. Da Vibo Valentia erano diretti a Roma per portare ai compagni della Federazione Anarchica Italiana un dossier di controinformazione da pubblicare sul giornale Umanità Nuova, e qui la vicenda già tragica di per sé, Annelise Borth era al tempo incinta, quindi anche un’ altra vita fu sacrificata, assume contorni ancora più oscuri. Il dossier sparì misteriosamente dal luogo dell’incidente, per non essere più ritrovato. Qualcuno se ne appropriò, per nasconderlo, distruggerlo. Non è difficile ipotizzare un collegamento tra queste morti e la scomparsa di quella cartella contenente fotografie e fogli dattiloscritti. Anche il responsabile della Direzione Antimafia Calabrese, Salvo Boemi, lo fece, però per non giungere a nulla. Se quell’incidente non fu un incidente, ed è quasi indecente definirlo incidente, ma una vera e propria strage politica, mandanti ed esecutori materiali sono tutt’oggi impuniti. La giornalista e scrittrice Nicoletta Orlandi Posti nel suo Il sangue politico – Storia di cinque anarchici e di un dossier scomparso edito da Editori Riuniti, prefazione di Erri De Luca, ha ricostruito questa vicenda, portandola così a conoscenza del grande pubblico, lontano dai circoli anarchici che finora erano tra i pochi a conservarne memoria. Ne aveva già parlato nel 2001 Fabio Cuzzola in Cinque anarchici del Sud. Una storia negata, città del Sole edizioni, ma se vogliamo il libro dell’Orlandi Posti contiene uno scavo, uno studio dei documenti, dai dossier di interrogatorio agli opuscoli ciclostilati dei circoli anarchici, ancora più approfondito e sconcertante. Cosa conteneva quel dossier? Cosa avevano scoperto quei cinque ragazzi di così esplosivo da provocarne la morte? Quali prove possedevano, e di quali crimini? Una copia era stata già spedita tre settimane prima al compagno Veraldo Rossi, ma ancora non era arrivata. Per questo motivo avevano deciso di partire, e consegnarla a Roma di persona. Criminalità organizzata, eversione nera, servizi deviati, sono al centro di questa storia, una verità storica, poi ricostruita ad anni di distanza dalle testimonianze dei pentiti dell’ndrangheta e non solo. Lascio comunque a voi leggere questo libro e trarre le vostre conclusioni. Nicoletta Orlandi Posti sceglie una narrazione romanzata, facendo rivivere i colloqui e le vite dei cinque anarchici, la loro passione politica, il loro impegno. E’ uno studio storico, ne conserva il rigore scientifico, e l’ approfondita documentazione, ma si legge come un testo narrativo. Corposa la bibliografia. In appendice stralci dei verbali di interrogatorio.
Jim Nisbet
Il fatto di cronaca all’origine del libro che ha ispirato il film Oltre le colline di Cristian Mungiu, premiato al Festival di Cannes, accade nel 2005, in Romania. Un ambizioso prete, con velleità di esorcista, esercita il potere sulle monache e sui fedeli seguendo un retrivo e agghiacciante prontuario dei peccati. Infelici ragazzi sopravvivono agli orfanotrofi ma non a se stessi, tra pedofilia d’importazione, corruzione autoctona, associazioni umanitarie benefiche e per delinquere. Ingenue suore si prodigano zelanti al servizio di un’interpretazione mistificatoria del senso religioso. Maldestri medici di ospedali fatiscenti sono alle prese con un caso che supera la loro preparazione professionale. Irina, ventitreenne che ha trascorso l’infanzia tra brefotrofi e affidamenti temporanei, approda al monastero di Tanacu. Che cosa è successo nella sua vita per comportarsi come un’indemoniata e che colpe ha per meritarsi la violenza degli scongiuri e dei supplizi con catene per cani? Un episodio che ha scosso il mondo. Accade nell’Europa del terzo millennio. Mai come in questo caso l’esacerbata ortodossia appare come sinonimo di una mentalità da Medioevo.
Enzo Antonio Cicchino è un artista poliedrico. Lui ha lavorato per il cinema cinema, nella produzione documentaristica, scrive libri di storia, romanzi e come dimostra Prima dello specchio si occupa anche di teatro e lo fa dando vita a dei testi nei quali emerge in maniera immediata la volontà di riflessione sull’uomo e sul suo agire. Cicchino raccoglie tre testi teatrali nei quali è facile riconoscere tre tipologie di genere (tragedia, commedia e monologo) che rappresentano le molteplici percezioni esistenziali del vivere da parte degli esseri viventi, come a dire che la vita di ogni individuo è caratterizzata da drammi, da gioie e da riflessioni personali sul senso del vivere. Tre storie e allo stesso tempo tre frammenti di vita che fanno riflettere sul sottile legame esistente tra l’agire umano e il contesto sociale nel quale gli individui vivono. Tre vicende molto diverse tra loro, dove persone in carne ed ossa si alternano ad oggetti con funzione metaforica con l’intento autoriale di compiere un’ indagine sull’uomo, sull’importanza del ricordo, sulla comprensione dell’io e del mondo che lo attornia. La prima è la tragedia de Gli ombrelli nella quale i protagonisti della scena non sono esseri umani, ma degli ombrelli posseduti da quest’ultimi. Cicchino prende gli oggetti che ci riparano dal sole e della pioggia e li mette a dialogare tra loro in modo tale che da ogni frase detta emerga qualcosa, in questo caso relativa alla dolorosa verità del dramma dell’Olocausto. Non a caso il loro possessore, il borghese Franco, non è l’emblema della santità anzi, battuta dopo battuta verranno a galla i suoi legami con il Nazismo, l’origine dei proprietari legittimi degli ombrelli e i reati dei quali l’uomo si è macchiato durante la guerra. I pugilatori invece sono una commedia amara nella quale un uomo, il pugile Buck, è così travolto dagli allenamenti per raggiungere la forma perfetta per battere Roger, che la moglie Mary sentendosi trascurata e abbandonata si allontanerà da lui lasciandolo. L’ultimo componimento è Sentenza il monologo compiuto da Penelope,una donna esperta di sezioni autoptiche alle prese con l’autopsia del corpo di una donna anziana morta suicida, non un semplice cadavere, ma una persona con la quale lei scoprirà avere un profondo legame di sangue. Cicchino usa il teatro come mezzo di indagine dell’io umano e di uno dei sentimenti che caratterizzano da sempre la nostra specie: il male. Nei tre testi il male è presente in diverse forme. C’è il male fisico, come ne Gli ombrelli, causato dalla violenza insensata verso persone innocenti punite con la morte, perché non appartengono alla razza pura. C’è poi il male o dolore emotivo e del distacco percepito quando è ormai troppo tardi in I pugilatori, dove l’egoismo di Buck lo porta a concentrarsi solo su se sé stesso fino alla negazione completadel rapporto con la consorte. Infine, in Sentenza, c’è un dolore fisico ed emotivo, quando una donna vivisezionando il cadavere della madre enuncia a parole tutta la sofferenza vissuta da entrambe. Enzo Antonio Cicchino in Dietro lo specchio passa da una coro di voci, ad un dialogo fino ad un serrato monologo, tre modalità espressive dalle quali si capisce quanto per l’uomo di ieri e oggi sia difficile relazionarsi agli altri attraverso la socializzazione e, allo stesso tempo, quanto per una singola entità umana si difficoltoso portare a termine i propri progetti di vita facendoli convivere con un mondo non sempre disposto ad accettarli. Ma allora cosa c’è in Dietro lo specchio di Cicchino? Credo ci sia la volontà di un uomo – l’autore – di ricercare attraverso la rappresentazione teatrale il senso del comportamento umano e di trovare parti di verità esistenziali. L’immagine prima dello specchio non è solo quella di un singolo individuo, ma credo sia il ritratto di un io in rapporto ad altri, nella speranza di trovare in questa relazione di incontro, scontro e confronto una qualche certezza alle tante domande che l’affascinate e misterioso andamento della vita ci riserva.
























