Archive for the ‘Uncategorized’ Category

:: Intervista a Marcello Simoni, L’isola dei monaci senza nome, Newton Compton editori A cura di Viviana Filippini

4 settembre 2013

isola monaciCiao Marcello ben tornato a Liberi di scrivere e soprattutto sei fresco fresco vincitore del Premio Lizza d’Oro 2013 con L’isola dei monaci senza nome,edito dalla Newton&Compton. Raccontaci un po’ come è nato questo tuo libro con al centro la misteriosa reliquia del Rex Deus che sta riscontrando un ottimo apprezzamento di pubblico e critica.

D. Cosa ti ha spinto a scrivere una storia romanzata ruotante attorno al Rex Deus?

R. Il culto delle reliquie è la dimostrazione più eclatante di quanto la nostra dimensione spirituale possieda, per quanto assurdo, una forte connotazione materiale. Questa dicotomia suscita molto interesse, soprattutto perché proviene da tempi remoti (pre-cristiani) e sconfina nell’ambito del folklore. Ma il fascino dell’antico cela anche una potenziale insidia, un timore quasi sopito a cui – nei miei romanzi – cerco di dare forma seguendo le regole della fiction. Cosa accadrebbe infatti se, per ironia della sorte, fosse proprio il ritrovamento di una reliquia a mettere a rischio l’integrità della fede cattolica? E se ciò accadesse, ci troveremmo di fronte a una catastrofe o a una liberazione? Scrivendo L’isola dei monaci senza nome ho cercato in parte di rispondere a tali quesiti.

D. Perché la decisione di comporla come  un romanzo d’appendice? Ti senti un po’ come gli autori dell’Ottocento che scrivevano feuilleton?

R. Più che sentirmi come uno di loro, ho giocato a immaginarmi tale. Credo ci sia ancora molto da imparare dal feuilleton, a partire dal ritmo narrativo degli intrecci per passare alle caratteristiche dei personaggi e infine alla disposizione “strategica” dei colpi di scena. Grazie a questi meccanismi letterari, gli autori dei romanzi d’appendice riuscivano a tenere incatenati i loro lettori all’evolversi dei fatti, episodio dopo episodio. Una formula ancora vincente, dopo duecento anni.

D. Leggendo L’isola dei monaci senza nome c’è una perfetta mescolanza di storia vera, romanzata ed esoterismo. Cosa ha comportato il mettere assieme questi ingredienti letterari?

R. Fondere storia e fiction equivale a elaborare un grande gioco di prestigio ove la sfera del verosimile si intrecci all’invenzione. La cosa si fa ancora più interessante se entra in gioco il mistery. L’aspetto più divertente è tuttavia mettere in scena personaggi realmente esistiti di cui, a volte, è impossibile reperire il vero profilo caratteriale-emotivo. Si dovrà quindi “riplasmarli” seguendo il filo della suggestione e della creatività, per renderli “vivi” e reali (anzi, realistici). Così ho operato, per esempio, per dare spessore narrativo a Isabel de Vega, figlia dell’ambasciatore di Carlo V d’Asburgo. Non ho idea di come quella donna sia stata in vita, ma l’ho immaginata bellissima e combattiva. Una donna di temperamento.

D. Quale è il senso del titolo?

R. Il segreto del Rex Deus è celato in un’isola del Mediterraneo. Soltanto grazie alle indicazioni di due monaci morti da secoli lo si potrà raggiungere. Ma per sapere chi siano realmente questi monaci, e a quale confraternita appartengano, si dovrà leggere il romanzo.

D. Il monaco Tadeus è una figura importante e affascinante. Come è nata?

R. Dall’intenzione di voler fondere i due valori che maggiormente apprezzo: la saggezza e il coraggio.

D. Le avventure di Cristiano d’Hercole mi hanno fatto pensare ai romanzi picareschi di Salgari, ma anche a Verne, Melville e Conrad. Quali autori ti hanno influenzato?

R. Lo spirito di avventura che trapela da ciascuno di essi, insieme una passione sconfinata per la storia e per il mare. Sono cresciuto con Verne, Salgari, Dumas, London, Doyle, Poe e Lovecraft. L’isola dei monaci senza nome è un piccolo omaggio a tutti loro, ma anche agli scrittori che ancora oggi continuano a scrivere letteratura avventurosa, in primis Valerio Evangelisti, Alan D. Altieri, Wu Ming e Tim Willocks.

D. Come sono organizzate le tue ricerche storiche ossia, dove ti informi, che tipo di documenti ricerchi per creare la tue creature ti aiuta qualcuno o fai tutto da solo?

R. Ho sempre detestato il lavoro di squadra. Parte sempre tutto da me, da una suggestione, da una ricerca, e con me finisce… Inizio con i manuali di storia per scavare sempre più a fondo, attraverso la lettura di saggi specialistici e di fonti dell’epoca. Si tratta di una immensa caccia al tesoro che soltanto in parte rendo esplicita nei miei romanzi. Il primo fine, a mio avviso, deve sempre essere l’intrattenimento.

D. A differenza dei tuoi libri precedenti, in questo ho avuto come l’impressione che la vera protagonista siano l’azione e la suspense derivante da essa. Ci racconti qualcosa sulla loro funzione interna alla narrazione?

R. Volevo un romanzo dedicato al coraggio e all’avventura, dove ogni singola impresa ed emozione pompasse adrenalina nelle vene della storia, dandole una dimensione epica e umana al tempo stesso. Tutto si svolge al ritmo di duelli, arrembaggi e seduzioni pericolose. Ho dovuto tagliare i miei personaggi con l’accetta per renderli abbastanza “duri” da poter affrontare questo intreccio di vicende. Volevo una schiera di antieroi, non degli insipidi cavalieri senza macchia.

D. Tornando al protagonista Cristiano d’Hercole come vive la mescolanza di culture tra Oriente (padre turco) e Occidente (madre dell’isola d’Elba) che vivono in lui?

R. Sono sempre rimasto affascinato dalle figure a metà strada tra Oriente e Occidente. Si veda per esempio il mio personaggio letterario più celebre, Ignazio da Toledo, mercante di reliquie mozarabo vissuto nel XIII secolo. Egli trova nella sua duplice natura la chiave di lettura di un’epoca sfaccettata come il Medioevo, senza cadere vittima del tradizionalismo e dell’ignoranza. Al suo opposto, Cristiano d’Hercole vive questa mescolanza con sofferenza. Non sa come affrontarla, trovandosi spesso di fronte a delle crisi di identità accentuate dalla violenza delle prove che è chiamato a sostenere. Del resto, è verosimile pensare che tali stati d’animo abbiano tormentato molti dei “rinnegati” che nel Cinquecento ripudiarono la fede cristiana per farsi corsari turchi, in cerca della libertà e dell’avventura.

D. Cristiano è coraggioso, razionale e appassionato alla sua impresa. Tutte queste diverse emozioni in che modo influenzano il suo agire e i rapporti con amici veri e presunti?

R. Gli amici non esistono. Non per Cristiano, almeno, che da bravo avventuriero imparerà la lezione più dura: quella del cinismo e del sospetto. Si lascerà guidare soltanto dall’amore per una donna… Ma ciò lo porterà alla salvezza o alla distruzione?

D. Qual è il personaggio di questo romanzo che ami di più? E quello che ha comportato per te maggiori difficoltà nel dargli vita?

R. Ho molto amato Leone Strozzi, e per questo è stato uno dei più difficili da tratteggiare. Per dargli vita, ho dovuto pescare nel profondo. D’altro canto, sono incantato da tutti i personaggi femminili di questo romanzo, nel bene e nel male.

D. Se si decidesse di fare un adattamento cinematografico o televisivo che attore ti piacerebbe nel ruolo del protagonista?

R. Pur essendo un appassionato di cinema e di serie tv, non ci ho mai pensato…

D. L’ultimo libro letto che ti è piaciuto in modo particolare?

R. Di recente ho riletto Hell House di Richard Matheson.

D. Un’ultima domanda a Marcello Simoni lettore. Quale libro o libri non dovrebbero mai mancare nella biblioteca di chi ama leggere e perché?

R. La lettura, così come la creatività, non dovrebbe mai subire imposizioni, né essere indirizzata. Ho sempre detestato i must. Quindi, a ciascuno il suo.

:: La Nuova Zelanda di Sarah Lark a cura di Elena Romanello

2 settembre 2013

Nella terra della nuvola biancaSarah Lark, tedesca di nascita, ha lavorato per vari anni come accompagnatrice turistica, prima di stabilirsi in Spagna e ha deciso di raccontare una saga al femminile ambientata nel Paese che forse l’ha colpita di più, la Nuova Zelanda, terra giovane agli antipodi dai paesaggi vari, tropicali ed alpini, nota come sfondo cinematografico alla saga fantasy del Signore degli anelli di Peter Jackson.
I primi due volumi, Nella terra della nuvola bianca e Il canto dei Maori raccontano la storia di questa terra ai confini del mondo tra Otto e Novecento, quando fu popolata da pionieri non criminali come era accaduto un secolo prima con l’Australia, e quando le rigide tradizioni vittoriane si scontrarono con la vita più libera dell’etnia indigena, i Maori, in realtà anche loro arrivati alcuni secoli prima dalle isole del Pacifico e desiderosi a non rinunciare ai loro spazi in quel luogo così insolito e diverso.
Nella terra della nuvola bianca si racconta la storia di due eroine moderne ed indomite, la governante Helen e la ricca ereditiera anticonformista Gwynera, che partono per la Nuova Zelanda per sposarsi, la prima dopo aver risposto ad un annuncio per fuggire ad una vita troppo grigia, la seconda dopo essere stata vinta alle carte dal futuro suocero. In quel mondo ai confini di tutto troveranno gioie e dolori, passioni e affetti, tragedie e cambiamenti, in una vicenda ricca di colpi di scena e comunque originale, che si snoda su una ventina d’anni.
Il canto dei Maori  racconta invece le storie delle due nipoti di Helen e Gwynera, la dolce ma determinata Elaine e la spregiudicata e passionale Kura, presto rivali in amore, ma pronte a seguire due strade divergenti, fino a reincontrarsi anni dopo in circostranze sorprendenti e a scoprire che quello che le unisce e più di quello che le divide.
Sarah Lark sa costruire vicende intriganti e appassionanti, tra ricerca storica (i fatti narrati e la società raccontata non son certo così noti) e finzione, mescolando storie d’amore ma soprattutto vicende al femminile di donne in cerca di loro se stesse e di una loro realizzazione, tra desiderio di una vita migliore e fuori dagli schemi vittoriani e volontà di essere qualcuna contro le maglie di un maschilismo presente anche agli antipodi.
Qualcuno ha chiamato in causa per questi libri Via col vento di Margareth Mitchell: certo, c’è qualche eco di Rossella O’Hara in questo quartetto, ma sono anche eroine moderne ed originali, capaci di seguire un loro percorso che si rifà certo alla narrativa popolare e al feuilleton, ma che è comunque qualcosa di nuovo, non più solo romanzo d’amore ma vera e propria narrativa per donne scritta da donne.
Piutttosto, se si vuole cercare un modello per questi due libri, si potrebbe trovare nei romanzi di Nancy Cato, scrittrice australiana di cui era uscito negli anni Ottanta in Italia solo Così scorre il fiume, sull’onda dello sceneggiato tv, molto attenta a raccontare l’epopea al femminile dell’Oceania.
A questo punto si resta in attesa del terzo capitolo di una saga che alla fine conterà cinque libri.

Nella terra della nuvola bianca, Sarah Lark, Sonzogno

IL canto dei Maori, Sarah Lark, Sonzogno

Sarah Lark (Bochum, 1958) è storica di formazione e ha lavorato per molti anni come guida turistica. Ben presto si è innamorata della Nuova Zelanda, terra che l’ha stregata con i suoi paesaggi dalla bellezza quasi irreale.
Nella terra della nuvola bianca (Sonzogno 2012), il suo romanzo d’esordio, è il primo libro di una saga in cinque episodi che ha come palcoscenico la favolosa terra dei maori.

:: Recensione di Il bambino segreto di Camilla Läckberg (Marsilio, 2013) a cura di Lucilla Parisi

2 settembre 2013

bambino segretoTraduzione di Laura Cangemi

La grafia regolare della madre attirò la sua attenzione. Era combattuta tra la paura di avvicinarsi al contenuto dei diari e la curiosità per ciò che avrebbe potuto scoprire. Esitando allungò una mano verso il primo. Lo soppesò sul palmo. Era sottile, più o meno come i quaderni che si usavano un tempo alla scuola elementare. Erica passò le dita sulla copertina. Il nome era scritto con l’inchiostro blu, ma il tempo l’aveva sbiadito. Elsy Mostrom, si leggeva. Il nome da ragazza di sua madre. Falck era il cognome acquisito dopo il matrimonio con suo padre. Aprì lentamente il quaderno. Le pagine erano rigate di sottili linee azzurre. In cima si leggeva una data: 3 settembre 1943. Lesse la prima riga: Non finirà mai questa guerra?

L’estate sta per finire a Fjällbacka, la cittadina sulla costa occidentale della Svezia lentamente si svuota della folla di turisti e per Erica è arrivato il momento di affrontare una scoperta inquietante: nella soffitta di casa, in un baule dove la madre Elsy conservava i suoi oggetti più cari, ha trovato alcuni diari e una medaglia dell’epoca nazista avvolta in una camicina da neonato macchiata di sangue. Pur spaventata dal rischio di rivelazioni che forse sarebbe meglio continuare a ignorare, decide finalmente di interpellare uno storico esperto della seconda guerra mondiale, da cui ottiene però solo risposte molto vaghe. Due giorni dopo, però, il vecchio professore viene assassinato. Mentre Patrik cerca maldestramente di conciliare il suo congedo di paternità con il desiderio di partecipare alle indagini, Erica s’immerge nelle pagine del diario di Elsy e nel drammatico passato di cui raccontano, cercando di capire chi è ancora disposto a tutto pur di mantenere il segreto su eventi tanto lontani.
Il bambino segreto (Marsilio Editore, 2013) è la quinta indagine per Erica Falck e Patrik Hendsrtröm, la fortunata serie, più volte premiata dall’Accademia svedese del poliziesco e ora anche serie televisiva, della scrittrice Camilla Läckberg. Un testo più maturo dei precedenti, in cui tematiche molto forti quali la guerra, i campi di concentramento, il negazionismo, si alternano all’indagine e al mistero del tempo presente. 
Evitò il suo sguardo. Era lo stesso a cui aveva fatto tutte quelle domande, e che gli era sembrato più gentile degli altri. E in effetti lo era: non lo aveva mai visto picchiare o umiliare qualcuno come faceva la maggior parte degli altri sorveglianti. Ma i mesi trascorsi lì avevano tracciato una linea di demarcazione tra loro: prigioniero e guardia. Erano come due specie completamente distinte. Vivevano vite così diverse che a malapena lui aveva il coraggio di guardare i sorveglianti quando attraversavano il suo campo visivo. L’uniforme della guardia nazionale norvegese che gli avevano fatto indossare era l’elemento che indicava con chiarezza inequivocabile la sua appartenenza alla categoria umana di minor valore. Dagli altri prigionieri era venuto a sapere che l’uso di quelle vecchie uniformi era stata introdotta dopo la guga di uno di loro, nel 1941.”
Una storia intrigante e mai scontata scandita da colpi di scena e da flashback che si alternano al racconto rendendolo doppiamente avvincente. Gli ingredienti per un romanzo di successo ci sono tutti: una scrittura  scorrevole, dei personaggi che vivono di vita propria, un’analisi ed una ricerca storica approfondite sulla Svezia del periodo bellico e un finale da manuale, come vuole la migliore tradizione del noir scandinavo.
Camilla Läckberg è conosciuta oggi come la giallista svedese di maggior successo dopo Stieg Larsson: trentotto anni, otto romanzi pubblicati in cinquantacinque Paesi, dieci milioni di copie vendute in tutto il mondo, un film in lavorazione e una serie tv uscita in Svezia. Tutte le storie sono ambientate a Fjällbacka, il paesino di poco più di mille abitanti, in cui Camilla è nata. Un piccolo borgo situato nella Municipalità di Tanum, noto soprattutto come località turistica estiva, con una lunga storia: l’attrice Ingrid Bergman viveva qui, quando visitava la Svezia.

Camilla Läckberg (1974) vive a Stoccolma. I suoi libri, ai vertici delle classifiche internazionali, hanno venduto nel mondo oltre dieci milioni di copie e usciranno in 55 paesi. Dopo La principessa di ghiaccio, Il predicatore, Lo scalpellino e L’uccello del malaugurio, Il bambino segreto è il quinto episodio della fortunata serie di Erica Falck e Patrik Hedström, più volte premiata dall’Accademia svedese del poliziesco, ora anche serie televisiva. Da La principessa di ghiaccio, vincitore in Francia del Grand Prix de Littérature Policière, sarà realizzato un film per il grande schermo.

:: Recensione di Neronovecento A.A. V.V. (Cordero Editore, 2013) a cura di Diego Di Dio

31 luglio 2013

neronovecentoIl secolo breve. Il secolo lungo. Il secolo sterminato. Il secolo spezzato. Il secolo più violento della storia dell’umanità. Il secolo dei genocidi. Il secolo dei totalitarismi.”

Così si apre l’introduzione di Daniele Cambiaso a “Nerovecento”, un’antologia pubblicata dalla Cordero Editore. Dieci racconti d’autore, uno per decennio, assemblati dallo stesso Cambiaso in un libro che ripercorre un intero secolo di storia italiana.
L’antologia si apre con “Il sogno di Anna” di Stefano Mantero. Il destino degli emigranti e lo scrosciare del mare fanno da sfondo storico a un giallo ambientato agli inizi del secolo. Attraverso gli occhi di Giulio, il protagonista reporter, si dipana un omicidio consumatosi su un piroscafo. Nota degna di interesse è quella relativa alle prime tecniche fotografiche, che in questo racconto vengono spiegate con dovizia di particolari.
Il libro prosegue con “Non come in guerra”, lo strepitoso racconto di Angelo Marenzana. Qui la storia dell’umanità ha compiuto qualche passo in avanti, e ci troviamo in un’Italia appena uscita dalla prima Guerra Mondiale, in un degrado umano e sociale da far accapponare la pelle. Sullo sfondo delle proteste sindacali, e di un’evoluzione del potere che impara a preservare se stesso, Marenzana dà lezioni di scrittura con uno stile veloce, fulmineo e accorto, in grado di tessere un colpo di scena dietro l’altro.
Molto originale è il terzo racconto, “Gaggio”, scritto dalla collaudata coppia Riccardo Parigi e Massimo Sozzi. Mentre l’Italia sta assistendo alla progressiva ascesa fascista, i due autori ci parlano delle vicende di un circo e delle strane figure che lo popolano. Molto ben riuscito il personaggio del nonno burbero. Calibrato il finale, degno del miglior giallo.
“L’uomo con la valigia” di Giorgio Ballario merita una menzione speciale per l’ansia che riesce a trasmettere al lettore. Ballario ci parla di una fuga al cardiopalma, ambientata nelle colonie africane nel corso degli anni Trenta. La ricostruzione dell’ambiente è notevole, ma la caratteristica principale di questa storia è che si lascia letteralmente divorare: le parole dell’autore pizzicano con esperienza nella psiche del protagonista, trasmettendoci una scarica di adrenalina dalla quale è arduo non restare travolti.
“Requiem”, di Denise Bresci e Ugo Polli, è un piccolo gioiello di scrittura e intreccio. L’ambientazione storica è quella del secondo dopoguerra, un periodo duro e pieno di contraddizioni, nel quale i due autori sanno tuttavia come muoversi. In un gioco di flashback e flash-forward dipingono un meraviglioso affresco di vendetta e redenzione, tradimento e suspense. Ottimo il finale a sorpresa.
“Phlebas il Fenicio”, del grande Giulio Leoni (autore che non ha certo bisogno di presentazioni), narra di un viaggio per mare che fa da sfondo a un dialogo-confessione. Lo scambio di battute che viene costruito tra i due protagonisti è un climax di previsioni e anticipazioni sul futuro, che trova la sua degna esplosione in un coerente disvelamento finale.
E passiamo ad “Amesha Spenta”, il bellissimo racconto di Claudio Asciuti. Lo stile è originale, onirico e veloce. Le scelte sulla punteggiatura non rallentano questo racconto lungo, ma avvincente. Nella Genova del 1968, durante gli scontri, i destini dei protagonisti si incrociano e si dipanano in un continuo alternarsi, mescolarsi, di presente e futuro, in cui la memoria fa da volano per un passato violento, ma mai dimenticato. E se questi sono i decenni che, più di altri, hanno assistito alla ribellione delle classi meno abbienti, su ogni scelta umana e sociale grava l’ombra dello Stato, unico grande demiurgo, macchinatore silenzioso di ogni fermento politico.
Altra importante ospite di questo libro è Adele Marini, che ho avuto il piacere di conoscere grazie ai suoi scritti “I fondamenti della scrittura d’indagine” (Milano Nera). “L’ultimo scatto”, ambientato nel corso degli anni ’70, è un racconto che mescola tecnica ed esperienza. Questa storia potrebbe idealmente collegarsi al brano che apre la raccolta, per l’importanza data alla “fotografia”, con la differenza che qui non sono le tecniche d’inizio secolo a giocare la partita, bensì una serie di foto rubate, in grado di far emergere le ombre più cupe nascoste dietro la cosiddetta “strategia della tensione”. Lo stile dell’autrice è raffinato e teso, ed è un piacere lasciarsi condurre verso la soluzione finale.
Sapiente e avvincente è “L’attentato che non ci fu” di Vindice Lecis. Lecis, oltre a essere un giornalista del gruppo editoriale Espresso, è anche autore di romanzi e saggi. Il centro nevralgico della storia è il 3 ottobre del 1973, giorno in cui Berlinguer fu ferito a Sofia in uno strano incidente, sul quale, tuttavia, deve calare un muro di silenzio per i nostri protagonisti. Intrighi politici e atmosfere spy-story per una storia calibrata e ben scritta.
E concludiamo con l’ultimo racconto: “Il sogno” di Giorgio Merega. La morte di un poveraccio, che dovrebbe passare inosservata, è in realtà il ponte per una trama thriller ben intessuta e ben congegnata, che si sviluppa  nella Genova degli anni Novanta. Un caso molto particolare per il commissario Leone, protagonista di una storia dalle tinte noir e dallo sfondo politico ben costruiti.
Dodici autori, dieci storie, un secolo. “Neronovecento”, per originalità delle trame, ricerca storica e qualità della scrittura, si conquista un posto d’onore tra le letture che mi sento di consigliare per questa estate. I miei complimenti, e la mia stima di lettore, vanno al curatore, Daniele Cambiaso, e agli autori, che hanno costruito un libro di altissima qualità.

:: Recensione di Verde Oscurità di Anya Seton (Beat, 2013) a cura di Elena Romanello

31 luglio 2013

verde_oscutrit_02_2_La Beat edizioni continua la sua proposta di best-seller del passato, presentando un nuovo titolo di Anya Seton dopo il medievale Katherine, Verde oscurità, romanzo storico ma anche affascinante salto tra tempi diversi, con riferimenti al tema della reincarnazione, pubblicato dall’autrice nel 1972 dopo vari anni di lavorazione e forse la sua opera migliore.
Celia, giovane americana di oggi (o meglio del 1968, anno di scrittura del libro) è fresca sposa del baronetto Richard e, in visita nei luoghi di lui nelle campagne inglesi, cade in uno stato di profonda prostrazione e in lei rivive la vicenda di un’altra Celia, vissuta a metà Cinquecento, amante appassionata del prete perseguitato Stephen e destinata ad una fine tragica e mai veramente svelata. Forse solo rivivendo e risolvendo i drammi di quel passato Celia riuscirà a poter vivere una vita normale e felice, anche perché quel passato sta distruggendo il suo presente.
Verde oscurità è un romanzo intrigante e originale, diviso tra una parte di ambientazione moderna in cui si costruisce la cornice di questo viaggio nel tempo, e le vicende storiche, che ricostruiscono, tra intrighi, lotte, passioni, bassezze, l’Inghilterra tra la morte del giovanissimo re Edoardo, unico figlio maschio di Enrico VIII, il breve e cruento regno di Maria la sanguinaria e l’ascesa di Elisabetta, svelando una stagione di oppressione e lotte religiose, rimasta nell’immaginario britannico al punto che Bloody, il soprannome della regina Maria, è ancora oggi uno degli insulti peggiori.
Anya Seton costruisce un romanzo con due storie interessanti che si intersecano, parlando della reincarnazione, argomento che diventò di gran moda proprio a partire dalla fine degli anni Sessanta in Occidente, e che l’autrice conosceva bene da prima, perché era figlia di due teosofici, seguaci di una corrente religiosa e filosofica fondata dall’occultista Madame Blavatsky, che contava tra i suoi adepti anche i genitori di Margherita Hack, e fu fortemente influenzata da questo, oltre che dal gran numero di libri che giravano in casa sua.
In Italia diversi romanzi della Seton erano stati pubblicati anni fa, poi l’autrice era un po’ scomparsa dalle nostre librerie, mentre nei Paesi anglosassoni hanno continuato ad uscire, ispirando autrici come Kathleen E. Woodiwiss, e in tempi più recenti Diana Gabaldon e Philippa Gregory, che spesso ha scritto prefazioni alle nuove edizioni, come nel caso di Katherine. Anya Seton è morta nel 1990 all’età di 86 anni.
Verde oscurità mescola passato e presente, ricordi e reincarnazioni, senza essere mai banale e andando ben oltre i luoghi comuni di chi vede i romanzi storici al femminile come puramente e banalmente sentimentali, ricostruendo un ritratto unico di epoca tormentata e affascinante, ma anche un viaggio nell’animo delle persone e nelle suggestioni della Storia, così presenti in castelli come quello dove per la Celia moderna comincia tutto.

Anya Seton nasce a New York nel 1904 e muore nel 1990. Ha scritto numerosi romanzi storici, tutti di grande successo, tra cui La turchese, La locanda del focolare, Verde oscurità e Il castello di Dragonwyck. Katherine, l’opera che le ha dato notorietà, viene considerato un vero e proprio classico, l’opera che ha aperto il romanzo storico al romance, alla storia d’amore.

:: Recensione di Una stanza piena di sogni di Ruta Sepetys (Garzanti, 2013) a cura di Elena Romanello

30 luglio 2013

stanza sogniDopo aver raccontato in Avevano spento anche la luna il calvario della Lituania sotto lo stalinismo vissuto dalla famiglia di sua nonna, Ruta Sepetys è tornata nelle librerie italiane con il suo nuovo romanzo, ambientato più o meno nello stesso periodo storico dell’altro, gli anni Quaranta, ma oltre oceano, negli Stati Uniti, nell’affascinante, contraddittoria e violenta New Orleans, città di confine e di stordimento, di sperimentazione e di perdizione.
Josie, figlia adolescente di una prostituta di un bordello, è cresciuta con come uniche consolazioni i libri e la libreria di uno dei suoi pochi amici, un anziano uomo di colore, e sogna di poter evadere da un mondo che le sta sempre più stretto, magari cercando di frequentare l’Università, anche se sa che è molto difficile. Un giorno entra in libreria Hearne, un viaggiatore che la affascina e che condivide la sua passione per la letteratura e i suoi classici, che poco dopo muore e forse sua madre, che abbraccia i suoi clienti ma non l’ha mai fatto con sua figlia, non è estranea alla sua morte. Josie dovrà fare una scelta, tra la sua vita e il continuare a fingere amore per qualcuno che non lo merita.
Un romanzo di formazione, che esalta la lettura e i libri come antidoti ad una vita squallida e come porte che aprono la voglia di vivere, di cambiare, di conoscere. Il personaggio di Josie, adolescente curiosa, fiore nato dal letame come avrebbe detto Fabrizio de André, resta dentro, non è una finta ingenua o una verginella che resiste alle avances e alla corruzione, ma una ragazza moderna e libera, capace di voler credere e seguire ai suoi sogni, come possibilità di riscatto e di cambiamento, di voltar pagina e vivere.
L’ambientazione della New Orleans degli anni Quaranta è particolarmente accurata, pronta a svelare il volto di una città poi cantata e celebrata da altri autori in vari generi (un esempio per tutti Anne Rice) e purtroppo gravemente ferita dall’uragano Katrina, una città che non era comunque un paradiso in terra anche se resta una delle più interessanti culturalmente e socialmente degli Stati Uniti.
Un merito dell’autrice è anche quello di raccontare una storia in un ambiente sordido e degradato ma di farlo senza volgarità, concessioni morbose, colpi di scena e altre cose gratuite, ma con delicatezza, in una risalita dagli inferi di Josie, che si riscatta grazie e partendo dai libri.
Avevano spento anche la Luna era un libro commosso e straziante, su una delle tante tragedie rimosse del secolo breve viste dal punto di vista di una giovanissima protagonista. Una stanza piena di sogni conferma il talento dell’autrice, in una storia che parte disperata ma man mano si arricchisce di speranza, un inno alla ricerca di sé e di cosa si ama realmente, ma che non è né una favoletta zuccherosa né una storia irrealistica e con poco spessore, ma un percorso di vita possibile, tra le mille combinazioni possibili.

Ruta Sepetys è nata in Michigan da una famiglia di rifugiati lituani la cui storia ha ispirato il suo primo romanzo, il bestseller Avevano spento anche la luna (Garzanti, 2011). Vive nel Tennessee con la sua famiglia.

:: Recensione di Sei gradi di separazione di Matteo Farinella (Bel-ami, 2013) a cura di Micol Borzatta

30 luglio 2013

6 gradi di separazioneDa uno studio di Stanley Milgram che dimostra che tra due sconosciuti c’è una catena in media di solo sei persone nasce questo romanzo di Matteo Farinella.
Romanzo molto particolare perché strutturato come un fumetto.
Molto breve e di facile lettura, lo si legge in meno di un paio d’ore, è molto intenso e significativo.
L’autore riesce con uno stile molto leggero e di facile comprensione, il fumetto appunto, a descrivere tutte le problematiche che possono nascere in una relazione tra due giovani che è costretta a svilupparsi a distanza.
Il senso di solitudine, di estraneità sempre maggiore, fino ad arrivare al punto di non ritorno dove uno dei due sente la situazione troppo pesante e decide di finire tutto.
Il tutto si sviluppa in meno di cento pagine che realizzate a fumetto sembrano ancora meno.
Un ottimo romanzo che rappresenta bene le avvolgenti folle metropolitane che pur essendo tutte intorno a te ti fanno sentire da solo specie quando non hai al tuo fianco la tua anima gemella.

Matteo Farinella nasce a Bologna nel 1984. Dal 2008 vive e lavora a Londra. Scienziato e fumettista porta avanti le sue due passioni spesso intersecandole fra di loro.

:: Un’ intervista con Karim Miské

29 luglio 2013

karimCiao Karim e grazie per aver accettato di incontrare i lettori del blog “Liberidiscrivere”. Sei uno scrittore di nazionalità francese, nato in Costa d’Avorio nel 1964. Puoi parlarci un po’ di te, chi è  Karim Miské? Ci piacerebbe conoscere i tuoi punti di forza e di debolezza …

Arab Jazz è il mio primo romanzo. Prima di questo romanzo, ho realizzato documentari per 20 anni su una gran varietà di argomenti che vanno dalla sordità al fondamentalismo religioso. Proprio dopo aver fatto un film su questo tema ho iniziato a scrivere Arab Jazz. Per trasformare tutte queste storie vere che filmavo da molto tempo in materiale letterario. Per raggiungere un altro aspetto della realtà attraverso la finzione.

Probabilmente avrai dei ricordi dell’Africa, vuoi dirci qualcosa a riguardo? Parlaci della tua infanzia, delle tue radici. Quando sei arrivato in Francia?

Ho trascorso troppo poco tempo in Costa d’Avorio, dove sono nato per caso. Sono cresciuto a Parigi, nella famiglia francese di mia madre, che era divorziata da mio padre mauritano. Sono invece andato in Africa durante l’ adolescenza. Questi viaggi mi hanno influenzato, la mia personalità si è arricchita e si è ampliata la mia visione del mondo, anche se culturalmente ero molto francese.

Come è nato il tuo amore per i libri?

Ero l’unico figlio di mia madre, mi annoiavo davvero in famiglia, circondato dalle conversazioni degli adulti. I libri mi hanno salvato. Erano i miei amici, il mio mondo. Attraverso di loro ho vissuto le emozioni più forti. Amo questa frase di Oscar Wilde: “Una delle più grandi tragedie della mia vita è la morte di Lucien de Rubempré“. Questo riflette il potere dei libri. Quando leggevo, la vita era più grande, un respiro mi attraversava, mi trasportava lontano. Non c’era nessuna religione in senso convenzionale nella famiglia di mia madre, decristianizzata come molte famiglie francesi, però, si parlava molto di politica. Una speranza, quasi messianica, seguita specialmente dalla liberazione dei popoli del Terzo Mondo. La politica mi interessava, ma da una certa distanza. Niente poteva competere con Stendhal o Horace McCoy.

Tutti abbiamo libri che ci hanno colpito più degli altri, autori che preferiamo. Che libri ti piacciono? E quali autori ti hanno segnato?

Amo moltissimi libri, ma mi limito a due esempi. Come Oscar Wilde, ho mantenuto un rapporto speciale con  Splendori e miserie delle cortigiane di Balzac. Non solo per Rubempré, ma perché è un affresco straordinario di una nuova società, la Francia capitalistica post-rivoluzionaria. Tutte le fondamenta del nostro mondo sono state poste in modo visionario. Per me, questo è un romanziere. Un chiaroveggente che vede la verità del suo tempo e la rivela agli altri. Più vicino a noi, c’è James Ellroy: naturalmente il titolo del mio romanzo, Arab Jazz, è un omaggio al suo White Jazz, che raffigura in modo incredibilmente onesto e polifonico tutti i conflitti dell’America degli anni Cinquanta. Conflitti inestricabilmente legati a temi come la razza, l’identità, la politica, e, naturalmente, la droga. Conflitti che assumono un significato particolare nella nostra Europa combattuta tra multiculturalismo e un desiderio quasi irresistibile di affermare la supremazia bianca.

Mentre scrivi preferisci descrivere i luoghi, i personaggi o ideare i dialoghi?

Non ho preferenze. Per me la scrittura è un continuum, una immersione. Una volta che ho camminato attraverso la porta tra i mondi, amo scrivere tutto ciò che costituisce la materia vivente del libro.

Ho amato molto Arab Jazz che è stato pubblicato in Italia da Fazi. Hai scelto Parigi per ambientare questo romanzo perché riflette meglio la società multietnica che vuoi rappresentare nel tuo libro?

Grazie! Ho scelto Parigi perché è la città che conosco meglio al mondo. Quella dove sono cresciuto, dove mi sono innamorato più volte, in cui ho costruito la mia vita adulta. Parigi è una città multietnica, che permette di scrivere romanzi in cui sono presenti tutte le sezioni trasversali della società.

Hai una tipica giornata dedicata alla scrittura?

Non proprio. Scrivo di giorno e di notte. Ho solo bisogno di tempo e di solitudine. Trascorro ore su internet o guardando la TV e dimentico la realtà del mondo esterno prima di iniziare a gettare le basi della mia scrittura.

Ci sono progetti cinematografici legati al tuo polar?

Per me, la letteratura è un’estensione del mio lavoro di documentarista. E ora vorrei adattare il mio romanzo in un lungometraggio. Attualmente sono in corso degli incontri, ma è troppo presto per sapere se porteranno a qualcosa, e quando.

Verrai in Italia per presentare i tuoi libri?

Sono venuto ai primi di giugno a Cremona per il Festival “Le corde dell’anima”. Se mi invitano di nuovo, sarò felice di tornare per incontrare il pubblico italiano!

Parlaci del tuo rapporto con i lettori? Come possono contattarti?

Sono sempre felice di incontrare i lettori o ricevere e-mail. Potete scrivermi attraverso il mio sito web: karimmiske.com o la mia pagina facebook: https://www.facebook.com/pages/Karim-Misk% C3%A9/366969336336

Caro Karim, grazie per essere stato così disponibile. Per concludere, puoi dirci qualcosa sui tuoi lavori futuri … puoi farci qualche anticipazione?

Ho intenzione di scrivere il seguito di Arab Jazz. Spero di iniziare al più presto!

:: Recenione di L’ultimo comunista di Matthias Frings (Voland, 2013) a cura di Michela Bortoletto

29 luglio 2013

ultimo comunistaCi sono libri che si leggono tutti d’un fiato, altri invece hanno bisogno di tempi più lunghi. Ma non per questo sono meno belli e interessanti dei primi. L’ultimo Comunista di Matthias Frings appartiene a quest’ultimo gruppo. È un libro che procede piano, che non ti prende dalla prima pagina ma ti conquista lentamente. Confesso fin da ora che più di una volta ho avuto la tentazione di interrompere la lettura. Ma ogni volta c’era un qualcosa che mi diceva di andare avanti, che ne sarebbe valsa la pena.
L’ultimo comunista narra la vita di Ronald M. Schernikau, un giovane scrittore tedesco realmente vissuto negli anni Ottanta. Nato da una complicata relazione tra una giovane donna, Irene, e un uomo che non esita ad abbandonarli quasi subito, Ronald trascorre i primi anni della sua vita nella Germania dell’ Est. La giovane madre è la migliore incarnazione degli ideali comunisti che ci possa essere: fedele al partito, accetta qualunque sua regola e soprattutto non mette mai in discussione le decisioni delle alte sfere. Vive la sua vita di giovane ragazza madre crescendo nel miglior modo possibile il piccolo Ronald. Finché un giorno il padre si rifà vivo: è scappato all’Ovest dove si è rifatto una vita e in qualche modo riesce a convincere Irene a fare altrettanto. Così, seppur a malincuore, accecata dall’amore mai finito per il padre di Ronald, Irene organizza di nascosto una rocambolesca fuga che la porterà all’Ovest.
Ma la realtà non è come Irene se l’era immaginata: il padre di Ronald ha un’altra famiglia e lei deve ricostruirsi una vita in una Germania che non le appartiene. All’Ovest è tutto diverso e la nostalgia dell’Est prende spesso il sopravvento. Nonostante ciò Irene riesce a ottenere un buon lavoro e una buona sistemazione dove crescere il piccolo Ronald. Ma questo improvviso cambio di vita, questo trasferimento in una realtà così diversa saranno tra le cause dell’assoluto e quasi devastante senso di straniamento che prova Ronald, comunista che vive nell’Ovest capitalista.
Ronald infatti cresce con un forte senso di disagio e con un grande desiderio: tornare all’Est. Ma sono gli anni del Muro e ottenere la cittadinanza dell’Est non è così facile.
L’opera di Frings ci racconta i sogni, le illusioni, i sacrifici e i tentativi fatti da questo giovane ragazzo, che nel frattempo è diventato un talentuoso scrittore, per riuscire ad ottenere la possibilità di vivere nella Germania dell’Est. Ma quando riuscirà finalmente ad ottenere ciò per cui ha combattuto la realtà gli presenterà un forte conto: se nella Germania dell’Ovest era il “comunista”, qui nella Germania dell’Est non riuscirà mai ad essere completamente accettato e sarà sempre visto come un estraneo. Il forte senso di inadeguatezza accompagnerà quindi Ronald per tutto l’arco della sua vita. Una vita che purtroppo poi verrà stroncata dalla “grande malattia” di fine Novecento: l’aids.
Ne L’ultimo comunista si affrontano temi importanti quali il senso di straniamento, la divisione della Germania, la vita in quegli anni dei giovani berlinesi, il dilagare inarrestabile dell’aids. Per questi motivi vale la pena di andare avanti nella lettura e di non arrendersi anche se qualche passaggio può risultare purtroppo lento e superfluo.
Traduzione di Chiara Marmugi.

Matthias Frings, nato ad Aachen nel 1953, è giornalista, autore televisivo e scrittore. Negli anni ’70 si è impegnato in vari movimenti con la sinistra alternativa e ha lavorato come attore e regista teatrale. Ha raggiunto la celebrità negli anni ’80, grazie al saggio Männer.Liebe (Amori.Maschi. Un manuale per chi è gay e per chi vuole diventarlo) che scioccò l’opinione pubblica presentando per la prima volta l’omosessualità come una condizione normale. Ha scritto altri cinque libri, tutti legati alla sessualità maschile. Per anni è stato una delle firme della “taz” e ha progettato e condotto programmi televisivi e radiofonici.

:: Recensione di Lasciamisenzafiato di Elvio Calderoni (Miraggi editore, 2011) a cura di Lorenzo Mazzoni

28 luglio 2013

1038ziUn libro dal registro quasi “femminile”, un finale non scontato, una caratterizzazione geografica non comune, un romanzo cinematografico, a scene. Questo è lasciamisenzafiato (il titolo lascia un po’ a desiderare e rimanda a tristi rievocazioni “mocciane”) di Elvio Calderoni, edito da Miraggi Edizioni. Coinvolgente e senza pause, lasciamisenzafiato è un romanzo d’amore e di amori. Di rapporti instabili, passioni, cadute e promesse non mantenute. Due donne molto diverse, legate allo stesso uomo. Due fratelli con un rapporto così speciale da sembrare gemelli. Un maestro e un giovane discepolo, uniti dalla musica. Le vicende dei cinque protagonisti si snodano intrecciandosi in una fitta e ingegnosa rete di coincidenze: Alessandro, Irene, Clara, Federico e Barnaba si incontrano e si perdono, oltre le distanze e oltre la loro stessa volontà, nel mondo reale e nello spazio virtuale delle chat e dei blog. Finché la morte non fa irruzione in questa trama di relazioni, e il dolore svela le geometrie nascoste e rimescola i ruoli, ricomponendo un quadro incrinato e incompleto, ma più autentico. lasciamisenzafiato è un romanzo sull’anima, le sue mancanze e la sua forza inesauribile. Ci si sposta tra Roma e Cividale del Friuli, metropoli e microprovincia, natura e cultura. Come scritto da un lettore: “Coincidenze, vite che s’intrecciano e si sfiorano, si uniscono e si allontanano, si annusano, si toccano, si interpellano e si scrutano, si affondano e riemorgono come tante pletore di sentimenti ed emozioni”.

Elvio Calderoni è nato a Roma il 30 agosto del 1970. Insegna lingua e letteratura italiana e dirige un festival di cortometraggi, il Videocorto Nettuno. Ha scritto varie commedie brillanti per il teatro e sceneggiature di corti; è attore e regista ma la sua prima passione è probabilmente la musica. lasciamisenzafiato è il suo primo romanzo.

:: Recensione di La luce che illumina il mondo di Paola Ronco (Indiana editore, 2013)

28 luglio 2013

luce illuminaNell’immaginaria e distopica Sumonno, in cui la divisone in classi, ubicate in spazi fisici delimitati, ZonaSviluppo, CittàProgresso, CentroRubino, degenera irreversibilmente verso la catastrofe, una famiglia sembra concentrare potere, speculazioni, trame occulte: Costanzo Neri, il patriarca e  sindaco a interim, e i suoi figli Ramsete e Osiride. Costanzo Neri è il tipico uomo di potere a capo di una grande dinastia, più simile ad una multinazionale, abituato a controllare, manipolare, influenzare, vite e destini di tutti quelli che gli ruotano intorno. Invecchiando un po’ della sua forza carismatica sembra stemperarsi in un rassegnato pragmatismo e in un’amara rassegnazione. Il suo erede e figlio maggiore Ramsete non è esattamente l’uomo che vorrebbe come suo successore: egoista, crudele, senza alcuna morale, capace di allearsi con Florestano Leoni, capo della malavita locale, contro la sua volontà, è infondo il suo peggiore nemico. E certo neanche Osiride gli da molte speranze: troppo sensibile, spirituale, suggestionato da un guru, forse più interessato agli assegni che gli firma che al suo benessere, non certo in grado di competere e scalzare il fratello maggiore. Queste logore dinamiche famigliari sfumano comunque sullo sfondo, altri sono i problemi contingenti che richiamano l’attenzione. La pioggia incessante che ormai cade da giorni e non sembra destina a cessare ha fatto esondare il fiume che attraversa la città, avvolgendo nel fango e nei detriti ZonaSviluppo, nome pietoso e ottimistico per una baraccopoli che racchiude e imprigiona i più poveri, gli stranieri, i senza casta. Molti i morti, molte le baracche di lamiera e cemento devastate, molta l’indifferenza del resto della popolazione presa a fare scorte nei supermercati o a leggere le ultime notizie suoi quotidiani cittadini controllati in massima parte dalla famiglia Neri. Proprio contro questa indifferenza si muovono i membri di una setta di lontane origini medioevali, i Neo catari, che per scuotere le coscienze si danno fuoco in vari punti della città. Altri personaggi si muovono sullo sfondo di questa tragedia annunciata: Maurilio il giornalista indipendente, osservatore imparziale della realtà che lo circonda ma incapace di opporsi quando gli verrà proposto di fare un patto col diavolo; Alex, il giornalista asservito al potere, ricattabile e ricattato, il volto più vile e spregevole del potere mediatico; Melissa la pericolosa compagna di Florestano Leoni, affascinata dalla morte che fotografa con macabra e morbosa passione per l’Istituto di Medicina legale, intanto costretta ad indagare sulla morte di una prostituta di proprietà di Leoni; Toni, la guardia del corpo di Ramsete, personaggio enigmatico gravato da un difficile passato e attratto inarrestabilmente da Melissa pur sapendo si giocare col fuoco; Maria Sole, l’anziana terrorista chiusa in carcere in isolamento tra i detenuti pericolosi, che racconta la sua vita a Maurilio e fa trasparire la tenerezza e l’affetto per un figlio mai conosciuto. Un mondo parallelo, un universo ucronico, per molti versi simile al nostro e nello stesso tempo estraneo. Ecco cosa ha costruito Paola Ronco in questo suo secondo bellissimo romanzo La luce che illumina il mondo edito da Indiana editore. In controluce una trama dolente, di un pessimismo doloroso ma necessario, nato dalla cronaca recente, dalla crisi non solo economica che attraversa la nostra società, funestata da logori e devastanti meccanismi di potere e dalla mancanza di moralità di alcuni, tutte tematiche che si riflettono in queste pagine paradossalmente così cariche di bellezza. Non un aggettivo superfluo, non una sfumatura men che calibrata e piena di verità. Una riflessione sul terrorismo seria e profonda aggiunge tensione emotiva ad una storia già di per sé densa di significati e ecologicamente utile ed educativa. Un romanzo da leggere. Senz’altro.

Paola Ronco (1976) è stata finalista al Premio Calvino 2006 con A mani alzate. Nel 2009 ha pubblicato il romanzo Corpi estranei (Perdisa Pop). Suoi racconti sono apparsi su riviste on line in varie antologie tra cui Tutti giù all’inferno (Giulio Perrone, 2006) e Love out (Transeuropa, 2012).

:: Recensione di A che ora cenano i cannibali, Andrea Brando, (Todaro, 2013) a cura di Viviana Filippini

28 luglio 2013

andrea brandoCosa accade se la quiete di un piccolo paesino della provincia piacentina viene scosso da misteriose sparizioni degli abitanti del posto, da efferati omicidi e da atti di cannibalismo? Il panico incombe in ogni casa e in ogni viuzza, a tal punto che tutti sono sospettati di essere i colpevoli. A tentare di dare ordine allo spinoso caos che attanaglia  il paesello di Trebbiolo arrivano da Milano tre scalcagnati investigatori privati. Stefano Cuccurullo, Giuseppe Mascaretti e il capo Nick Brando, che non è parente dell’attore Marlon, giungono nel piccolo centro su richiesta della vedova Impellizzeri, che ha intenzione di dimostrare all’intera comunità che non è lei la carnefice – magari lo è lo è stata in passato – della situazione. I tre detective meneghini si troveranno catapultati un una realtà di provincia che di giorno è caratterizzata da una pacata atmosfera da cartolina, ma al calare delle tenebre un’aura di macabro terrore si insinua in ogni dove a Trebbiolo, cambiandone i connotati ambientali e umani. L’indagine assumerà sempre più le sembianze di un gioco raccapricciante che porterà l paese ai limiti della realtà. Tra i resti di persone scomparse e nuove sparizioni, il più o meno efficace trio dovrà scovare chi si nasconde dietro agli efferati delitti. A complicare le cose al team Brando irromperanno sulla scena presunti fantasmi e gli improvvisi cambi d’identità di alcuni dei protagonisti. A che ora cenano i cannibali? di  Andrea Brando è un esempio di poliziesco grottesco dalle tinte cupe nel quale l’ambiguità dei personaggi e lo humour nero determinano il procedere dell’indagine compiuta dai tre strampalati investigatori privati. Brando gioca abilmente sull’ambiguità della bizzarra umanità che vive nel piccolo centro piacentino dimostrando al trio indagante, e a noi lettori, che non sempre le persone sono quello che sembrano. Un esempio tra i tanti è l’avvenente e ambigua farmacista Elena Ziliani che non è tutta lavoro e flamenco. Nelle pagine di questo giallo l’autore non si limita però ad inserire solo l’indagine necessaria allo risoluzione di una caso davvero complesso, ma pone l’attenzione su alcuni sentimenti umani che possono distruggere la rispettabilità delle persone. Non a caso nelle pagine di A che ora cenano i cannibali? sono presenti il pettegolezzo  e le malelingue che danno il tormento alla Impellizzeri, stanca per questo motivo di essere definita una mangiatrice di carne umana. Sulla stessa linea si muove la storia di Simona, una giovane medium dal passato oscuro dal quale riuscirà a stento a staccarsi nel tentativo di conquistarsi la rispettabilità degli altri abitanti. Tanti personaggi cupi, dalla personalità contorta che fanno credere a tutti di essere stimabili e professionali in quello che fanno, ma nelle pagine scritte da Brando ci sono piccoli dettagli da non lascarsi sfuggire che dimostrano come questi esseri umani siano ben altro da quello che vogliono far credere ai tre dell’agenzia investigatrice. L’atmosfera tetra, nella quale non mancano sferzanti battute che strappano il sorriso a chi legge, domina ogni pagina e avvolge tutto creando un misto tra horror e grottesco ed essa è resa ancora più effettiva dal punto di vista narrativo interno alla storia adottato dall’autore. In questo modo noi lettori siamo trascinati in un oscuro vortice avventuroso che sembra non aver mai fine, dove la suspense, i pericoli e i colpi di scena sono sempre dietro l’angolo pronti a spiazzare chiunque.

Andrea Brando nasce il 20 maggio 2013 a Lugano ,data della pubblicazione del suo primo e finora unico romanzo A che ora cenano i cannibali? Brando è infatti uno pseudonimo scelto dall’autore nato a Milano nel 1973, dove vive e lavora come avvocato civilista. Il fatto che il protagonista del suddetto romanzo si chiami Nick Brando non è un caso. Andrea considera infatti Nick come un suo fratello gemello e gli vuole molto bene, sia perché l’ha creato lui, sia perché, essendo di carta, non gli dà nessun fastidio. Per il resto, vi è da dire che Andrea Brando – non avendo mai vinto l’enalotto (anche perché non ci gioca) e non essendo un politico – è purtroppo costretto a lavorare per vivere. Nonostante tale sciagura pesi molto su di lui, si sforza comunque di essere sereno.