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:: Recensione di Lasciamisenzafiato di Elvio Calderoni (Miraggi editore, 2011) a cura di Lorenzo Mazzoni

28 luglio 2013

1038ziUn libro dal registro quasi “femminile”, un finale non scontato, una caratterizzazione geografica non comune, un romanzo cinematografico, a scene. Questo è lasciamisenzafiato (il titolo lascia un po’ a desiderare e rimanda a tristi rievocazioni “mocciane”) di Elvio Calderoni, edito da Miraggi Edizioni. Coinvolgente e senza pause, lasciamisenzafiato è un romanzo d’amore e di amori. Di rapporti instabili, passioni, cadute e promesse non mantenute. Due donne molto diverse, legate allo stesso uomo. Due fratelli con un rapporto così speciale da sembrare gemelli. Un maestro e un giovane discepolo, uniti dalla musica. Le vicende dei cinque protagonisti si snodano intrecciandosi in una fitta e ingegnosa rete di coincidenze: Alessandro, Irene, Clara, Federico e Barnaba si incontrano e si perdono, oltre le distanze e oltre la loro stessa volontà, nel mondo reale e nello spazio virtuale delle chat e dei blog. Finché la morte non fa irruzione in questa trama di relazioni, e il dolore svela le geometrie nascoste e rimescola i ruoli, ricomponendo un quadro incrinato e incompleto, ma più autentico. lasciamisenzafiato è un romanzo sull’anima, le sue mancanze e la sua forza inesauribile. Ci si sposta tra Roma e Cividale del Friuli, metropoli e microprovincia, natura e cultura. Come scritto da un lettore: “Coincidenze, vite che s’intrecciano e si sfiorano, si uniscono e si allontanano, si annusano, si toccano, si interpellano e si scrutano, si affondano e riemorgono come tante pletore di sentimenti ed emozioni”.

Elvio Calderoni è nato a Roma il 30 agosto del 1970. Insegna lingua e letteratura italiana e dirige un festival di cortometraggi, il Videocorto Nettuno. Ha scritto varie commedie brillanti per il teatro e sceneggiature di corti; è attore e regista ma la sua prima passione è probabilmente la musica. lasciamisenzafiato è il suo primo romanzo.

:: Recensione di La luce che illumina il mondo di Paola Ronco (Indiana editore, 2013)

28 luglio 2013

luce illuminaNell’immaginaria e distopica Sumonno, in cui la divisone in classi, ubicate in spazi fisici delimitati, ZonaSviluppo, CittàProgresso, CentroRubino, degenera irreversibilmente verso la catastrofe, una famiglia sembra concentrare potere, speculazioni, trame occulte: Costanzo Neri, il patriarca e  sindaco a interim, e i suoi figli Ramsete e Osiride. Costanzo Neri è il tipico uomo di potere a capo di una grande dinastia, più simile ad una multinazionale, abituato a controllare, manipolare, influenzare, vite e destini di tutti quelli che gli ruotano intorno. Invecchiando un po’ della sua forza carismatica sembra stemperarsi in un rassegnato pragmatismo e in un’amara rassegnazione. Il suo erede e figlio maggiore Ramsete non è esattamente l’uomo che vorrebbe come suo successore: egoista, crudele, senza alcuna morale, capace di allearsi con Florestano Leoni, capo della malavita locale, contro la sua volontà, è infondo il suo peggiore nemico. E certo neanche Osiride gli da molte speranze: troppo sensibile, spirituale, suggestionato da un guru, forse più interessato agli assegni che gli firma che al suo benessere, non certo in grado di competere e scalzare il fratello maggiore. Queste logore dinamiche famigliari sfumano comunque sullo sfondo, altri sono i problemi contingenti che richiamano l’attenzione. La pioggia incessante che ormai cade da giorni e non sembra destina a cessare ha fatto esondare il fiume che attraversa la città, avvolgendo nel fango e nei detriti ZonaSviluppo, nome pietoso e ottimistico per una baraccopoli che racchiude e imprigiona i più poveri, gli stranieri, i senza casta. Molti i morti, molte le baracche di lamiera e cemento devastate, molta l’indifferenza del resto della popolazione presa a fare scorte nei supermercati o a leggere le ultime notizie suoi quotidiani cittadini controllati in massima parte dalla famiglia Neri. Proprio contro questa indifferenza si muovono i membri di una setta di lontane origini medioevali, i Neo catari, che per scuotere le coscienze si danno fuoco in vari punti della città. Altri personaggi si muovono sullo sfondo di questa tragedia annunciata: Maurilio il giornalista indipendente, osservatore imparziale della realtà che lo circonda ma incapace di opporsi quando gli verrà proposto di fare un patto col diavolo; Alex, il giornalista asservito al potere, ricattabile e ricattato, il volto più vile e spregevole del potere mediatico; Melissa la pericolosa compagna di Florestano Leoni, affascinata dalla morte che fotografa con macabra e morbosa passione per l’Istituto di Medicina legale, intanto costretta ad indagare sulla morte di una prostituta di proprietà di Leoni; Toni, la guardia del corpo di Ramsete, personaggio enigmatico gravato da un difficile passato e attratto inarrestabilmente da Melissa pur sapendo si giocare col fuoco; Maria Sole, l’anziana terrorista chiusa in carcere in isolamento tra i detenuti pericolosi, che racconta la sua vita a Maurilio e fa trasparire la tenerezza e l’affetto per un figlio mai conosciuto. Un mondo parallelo, un universo ucronico, per molti versi simile al nostro e nello stesso tempo estraneo. Ecco cosa ha costruito Paola Ronco in questo suo secondo bellissimo romanzo La luce che illumina il mondo edito da Indiana editore. In controluce una trama dolente, di un pessimismo doloroso ma necessario, nato dalla cronaca recente, dalla crisi non solo economica che attraversa la nostra società, funestata da logori e devastanti meccanismi di potere e dalla mancanza di moralità di alcuni, tutte tematiche che si riflettono in queste pagine paradossalmente così cariche di bellezza. Non un aggettivo superfluo, non una sfumatura men che calibrata e piena di verità. Una riflessione sul terrorismo seria e profonda aggiunge tensione emotiva ad una storia già di per sé densa di significati e ecologicamente utile ed educativa. Un romanzo da leggere. Senz’altro.

Paola Ronco (1976) è stata finalista al Premio Calvino 2006 con A mani alzate. Nel 2009 ha pubblicato il romanzo Corpi estranei (Perdisa Pop). Suoi racconti sono apparsi su riviste on line in varie antologie tra cui Tutti giù all’inferno (Giulio Perrone, 2006) e Love out (Transeuropa, 2012).

:: Recensione di A che ora cenano i cannibali, Andrea Brando, (Todaro, 2013) a cura di Viviana Filippini

28 luglio 2013

andrea brandoCosa accade se la quiete di un piccolo paesino della provincia piacentina viene scosso da misteriose sparizioni degli abitanti del posto, da efferati omicidi e da atti di cannibalismo? Il panico incombe in ogni casa e in ogni viuzza, a tal punto che tutti sono sospettati di essere i colpevoli. A tentare di dare ordine allo spinoso caos che attanaglia  il paesello di Trebbiolo arrivano da Milano tre scalcagnati investigatori privati. Stefano Cuccurullo, Giuseppe Mascaretti e il capo Nick Brando, che non è parente dell’attore Marlon, giungono nel piccolo centro su richiesta della vedova Impellizzeri, che ha intenzione di dimostrare all’intera comunità che non è lei la carnefice – magari lo è lo è stata in passato – della situazione. I tre detective meneghini si troveranno catapultati un una realtà di provincia che di giorno è caratterizzata da una pacata atmosfera da cartolina, ma al calare delle tenebre un’aura di macabro terrore si insinua in ogni dove a Trebbiolo, cambiandone i connotati ambientali e umani. L’indagine assumerà sempre più le sembianze di un gioco raccapricciante che porterà l paese ai limiti della realtà. Tra i resti di persone scomparse e nuove sparizioni, il più o meno efficace trio dovrà scovare chi si nasconde dietro agli efferati delitti. A complicare le cose al team Brando irromperanno sulla scena presunti fantasmi e gli improvvisi cambi d’identità di alcuni dei protagonisti. A che ora cenano i cannibali? di  Andrea Brando è un esempio di poliziesco grottesco dalle tinte cupe nel quale l’ambiguità dei personaggi e lo humour nero determinano il procedere dell’indagine compiuta dai tre strampalati investigatori privati. Brando gioca abilmente sull’ambiguità della bizzarra umanità che vive nel piccolo centro piacentino dimostrando al trio indagante, e a noi lettori, che non sempre le persone sono quello che sembrano. Un esempio tra i tanti è l’avvenente e ambigua farmacista Elena Ziliani che non è tutta lavoro e flamenco. Nelle pagine di questo giallo l’autore non si limita però ad inserire solo l’indagine necessaria allo risoluzione di una caso davvero complesso, ma pone l’attenzione su alcuni sentimenti umani che possono distruggere la rispettabilità delle persone. Non a caso nelle pagine di A che ora cenano i cannibali? sono presenti il pettegolezzo  e le malelingue che danno il tormento alla Impellizzeri, stanca per questo motivo di essere definita una mangiatrice di carne umana. Sulla stessa linea si muove la storia di Simona, una giovane medium dal passato oscuro dal quale riuscirà a stento a staccarsi nel tentativo di conquistarsi la rispettabilità degli altri abitanti. Tanti personaggi cupi, dalla personalità contorta che fanno credere a tutti di essere stimabili e professionali in quello che fanno, ma nelle pagine scritte da Brando ci sono piccoli dettagli da non lascarsi sfuggire che dimostrano come questi esseri umani siano ben altro da quello che vogliono far credere ai tre dell’agenzia investigatrice. L’atmosfera tetra, nella quale non mancano sferzanti battute che strappano il sorriso a chi legge, domina ogni pagina e avvolge tutto creando un misto tra horror e grottesco ed essa è resa ancora più effettiva dal punto di vista narrativo interno alla storia adottato dall’autore. In questo modo noi lettori siamo trascinati in un oscuro vortice avventuroso che sembra non aver mai fine, dove la suspense, i pericoli e i colpi di scena sono sempre dietro l’angolo pronti a spiazzare chiunque.

Andrea Brando nasce il 20 maggio 2013 a Lugano ,data della pubblicazione del suo primo e finora unico romanzo A che ora cenano i cannibali? Brando è infatti uno pseudonimo scelto dall’autore nato a Milano nel 1973, dove vive e lavora come avvocato civilista. Il fatto che il protagonista del suddetto romanzo si chiami Nick Brando non è un caso. Andrea considera infatti Nick come un suo fratello gemello e gli vuole molto bene, sia perché l’ha creato lui, sia perché, essendo di carta, non gli dà nessun fastidio. Per il resto, vi è da dire che Andrea Brando – non avendo mai vinto l’enalotto (anche perché non ci gioca) e non essendo un politico – è purtroppo costretto a lavorare per vivere. Nonostante tale sciagura pesi molto su di lui, si sforza comunque di essere sereno.

:: Recensione di Il demone sterminatore di Vincent Spasaro (Anordest, 2013) a cura di Lorenzo Mazzoni

27 luglio 2013

dem stermNon è sicuramente il mio genere, lo ammetto, però ammetto anche che a leggere Il demone sterminatore (Edizioni Anordest) di Vincent Spasaro mi sono divertito. Ho trovato più vicino alle mie corde il suo precedente romanzo, Assedio (Segretissimo Mondadori, 2011) in cui il magico e l’irreale si mischiavano sapientemente con il fin troppo reale conflitto dei Balcani e con il dramma vissuto da Sarajevo e dai suoi abitanti, però mi sono bevuto queste novecento pagine con semplicità e senza intoppi. È scritto sul sito della casa editrice: “Uno dei pochi dark fantasy che può competere a livello europeo con la famosissima saga delle Cronache del ghiaccio e del fuoco di George RR Martin e che va a colmare il vuoto delle saghe fantasy per adulti di cui in Italia non abbiamo alcun epigono. Il demone sterminatore è un romanzo che dispensa a piene mani avventura, truculenza, psicologia, descrizioni fosche e maestose, colpi di scena ed espedienti cari al giallo. Una narrazione che vi terrà incollati alle pagine, un grande affresco epico dove nulla è ciò che sembra e il bene e il male non sono sempre entità distinte”. Per me il fantasy è roba da non-lettori, ha lo stesso valore che può avere un articolo di Chi o Verissimo e non sono assolutamente d’accordo sul inserire in un contesto fantasy questo romanzo. È avventura, horror, un omaggio ai classici, vecchi e nuovi (penso soprattutto a Robert Ervin Howard, Stephen King, Howard Phillips Lovecraft), un’ adrenalinica e oscura saga per adulti. “In molti partimmo anni fa dai vasti mondi alla ricerca di qualcuno che commise un gran crimine. Soli vagammo per luoghi inesplorati e senza alcun contatto gli uni con gli altri. Ci dissero cacciatori, e all’epoca eravamo ben lieti di questo appellativo. Ma ancora oggi non so cosa stiamo realmente cacciando, e il profumo inebriante della traccia di una preda da inseguire si è andato da tempo confondendo col fetore orribile della paura e della morte.”

Vincent Spasaro è nato a Roma nel 1972, è laureato in lettere e vive a Piacenza, dove lavora come copywriter e insegnante di arti marziali. È stato tre volte consecutive finalista al premio Urania e una al Solaria. Dirige la collana “Fantastico e altri orrori” delle Edizioni Il Foglio. È appassionato di kung fu, storia, storie e musica heavy

:: Recensione di La nostra guerra non è mai finita di Giovanni Tizian (Mondadori, 2013) a cura di Natalina S.

25 luglio 2013

guerra mai finitaGiovanni Tizian, criminologo e giornalista d’inchiesta, ruba al grande partigiano antifascista, Primo Levi, l’ultimo verso del canto estrapolato da Partigia  per definire il suo lavoro letterario pubblicato da Mondadori, nella collana Strade blu. Prima di iniziare la lettura, mi soffermo sulle dediche. Frammenti di una canzone di Roberto Vecchioni: “Sogna, ragazzo sogna”. Con le note in testa e il testo, carico di speranza, sulla bocca, mi appresto ad ascoltare la storia che Tizian racconta. La sua storia. La nostra storia.
È la prefica scanzonata della comunità di Bovalino ad impadronirsi dell’incipit; un corteo funebre per dare l’addio a Cola. Cuore nomade ma felice. Cordiale nei ricordi malinconici di Giovanni. La ‘ndrangheta lo ha ucciso nel tentativo di rimarcare i confini tra l’onore e il disonore. La stessa ‘ndrangheta che, il 23 ottobre 1989, ha freddato Peppe Tizian, suo padre, a cui Giovanni, nel giorno della sua laurea, offre la sua corona di alloro promettendo giustizia. La nostra guerra non è mai finita ripercorre, passo dopo passo, pagina dopo pagina, quel calvario che Giovanni ha vissuto e lo ha reso Uomo.  Un uomo con il cuore carico di coraggio e gli occhi onesti di un bambino. Lo stesso al quale, troppo in fretta, hanno cercato di rubare l’infanzia. Ricordi nitidi e confusi si mescolano per delineare la sua sofferenza e, al contempo, la rabbia. Una rabbia covata per troppi anni, per l’attesa vana di una verità inabissata nei fondali dell’indifferenza della giustizia italiana. La vita di Giovanni si snocciola, come chicchi di melograno dal sapore aspro e dolce, tra le righe di un romanzo che denuncia la violenza e il potere di quell’organizzazione criminale che è riuscita a penetrare e metastatizzare territori vergini. Si è impadronita della Calabria e ha stretto amicizia con le regioni del nord oltrepassando i confini nazionali. LEI che, senza fare rumore, pungia  o getta in pasto ai corvi vite umane. Un romanzo che rispolvera documenti e fascicoli sepolti da cuori incivili e accusa l’assenza di uno Stato che anziché porsi come ente supremo di esercizio della legalità,  troppo spesso, vigliaccamente, ne rimane colluso. Un romanzo che chiede, esige, verità in nome della vita recisa di Peppe e del vuoto incolmabile che la sua morte ha provocato nel suo cuore,  in quelli della sua famiglia e dei suoi amici. In nome di quei profumi di basilico e menta, di quei legami che la famiglia Tizian è stata costretta ad abbandonare per una città dai suoni più dolci. In nome di Lollò, Celestino, Gianluca, Fortunato, Francesco. In nome di quel sentiero che  conduce a Pietra Cappa, nato da un canestro di amicizia, per ricordare che l’Aspromonte appartiene alle persone oneste. In nome di tutte le vittime della ‘ndrangheta e di tutti coloro che sono stati umiliati davanti alle fiamme che hanno ridotto in cenere il lavoro onesto di una vita. In nome di una terra paralizzata, la Calabria. In nome di un Paese anestetizzato, l’Italia. “Sogna, ragazzo sogna. Non cambiare un verso della tua canzone, non lasciare un treno fermo alla stazione, non fermarti tu…”.

Giovanni Tizian, giornalista, scrive per ‘L’Espresso’ e ha collaborato con ‘La Repubblica’. Laureato in criminologia presso l’Università di Bologna, ha iniziato pubblicando sulla Gazzetta di Modena le sue prime inchieste, con cui nel 2012 ha vinto il Premio per i giornalisti di provincia “Enzo Biagi”. Ha collaborato con il mensile Narcomafie e il portale Stop ‘ndrangheta.it Sempre nel 2012 gli sono state assegnate la menzione speciale al “Premio Biagio Agnes” e la Colomba d’oro per la pace. È autore del saggio-inchiesta “Gotica. ‘Ndrangheta, mafia e camorra oltrepassano la linea” pubblicato da Round Robin Editrice nel 2011. Al giornalismo ha affiancato l’impegno civile e sociale, fa parte di daSud, l’associazione antimafia con sede a Roma costituita nel 2005 da giovani emigranti meridionali che non hanno intenzione di lasciare le loro terre in mano alle cosche. Dal 2011 vive sotto scorta.

:: Segnalazione di La bambinaia di Marco Tiano (Fazi, 2013)

25 luglio 2013

marco tianoMarco Tiano
La bambinaia

Formato e-book
Genere: Thriller-horror
Prezzo: €1,99

Vincitore del challenge letterario “Il Giocattolaio” indetto da Fazi editore e Horror channel.

“Prima cattura, poi affascina e alla fine spiazza”. CARLO A. MARTIGLI

 Se credete che nulla possa più sorprendervi, allora non avete ancora letto LA BAMBINAIA. Vi terrà con il fiato sospeso dalla prima all’ultima pagina“. STEFANO PASTOR

Quando Giorgia e Simone, giovane coppia di avvocati romani, arrivano in provincia di Siracusa insieme al figlioletto Mattia per un’opportunità di lavoro, è la fine dell’estate. Le giornate sono ancora lunghe e calde e la casa che hanno comprato – una villa in stile ottocentesco – è un gioiello isolato nelle campagne assolate del siracusano, tra i campi di grano dorati e gli agrumeti. Ma tra gli anziani dei paesi vicini girano strane voci, vecchie storie – storie di sangue di un passato sepolto – a proposito di quella casa, e Giorgia e Simone non tarderanno a scoprire sulla loro pelle che Villa Teresa non è un luogo come tutti gli altri…

Marco Tiano, classe 1983, è nato e risiede a Siracusa. Laureando in architettura, è appassionato di gialli e misteri, ed è il fondatore e caporedattore del blog “Il Giallista” http://ilgiallista.blogspot.it. Tiano è anche il fondatore della rivista digitale gratuita “Il Giallista” Magazine”, sceneggiatore, critico letterario e, in passato, ha curato la collana di gialli di un editore romano. La bambinaia è la sua seconda opera letteraria, ed è vincitore del challenge “Il Giocattolaio” indetto da Fazi editore e Horror Channel.

:: Recensione di Rosso tulipano, Eliana Bordogna (Arpeggio Libero, 2013) a cura di Viviana Filippini

25 luglio 2013

NZOSuccede nella vita di incontrare delle persone delle quali ci si innamora in modo profondo. Il problema sorge quando l’altra metà si porta dentro traumi vissuti in passato che tormentano il presente, impendendo alla persona stessa di vivere la quotidianità lasciandosi andare alla felicità, per riscoprire i sentimenti di gioia dimenticati da tempo. Anna è una giovane infermiera svizzera che ha perso la testa – in senso figurato intendo- per Kriss Daska, un fotoreporter silenzioso, taciturno che prova ad amare, ma qualcosa di oscuro nel suo animo gli impedisce di farlo in libertà. Anna ama Kriss e sembrerebbe che anche lui ami lei, ma qualcosa non va. Non a caso lei è travolta dalla passione a tal punto che è pronta a tutto pur di coronare il suo sogno di matrimonio con Kriss, ma lui è misterioso, cupo e un bel giorno sparisce dalla Svizzera dove era approdato nel tentativo di lasciarsi alla spalle quel passato che lo tormenta. Anna non si dà per sconfitta e approda, un po’ spaesata,  nel bresciano per ricercare l’uomo che ama grazie all’aiuto di un detective in pensione. In parallelo, il lettore assiste al ritorno all’ovile di Kriss nella sua città di origine (Brescia), dove con l’aiuto di Walter cercherà di dare ordine e un nuovo senso alla sua vita, riacquistando forse in modo definitivo la sua identità. E proprio Walter con la sua terapia d’urto cercherà di smuovere il macigno di senso di colpa e dolore che affligge Daska. Un cammino di rinascita non facile, pieno di difficoltà e insidie dovute alla paura e ai rimorsi che tormentano da tempo Kriss. Rosso Tulipano è una storia su due binari paralleli nei quali, da un alto, c’è una donna alla ricerca dell’uomo amato e dall’altro, c’è Kriss che a sua volta si sta muovendo su rotaie personali per ritrovare sé stesso. Il lavoro di esordio di Eliana Bordogna è un misto di sentimenti che vanno dall’amore, alla gioia, alla sofferenza e alla voglia di provare a vivere meglio, ma non sono. Non a caso accanto al sentire emotivo c’è un pellegrinaggio tra presente e passato – grazie ai ricordi che mergono durante la narrazione- nei  posti dove i protagonisti hanno vissuto, amato e sofferto.  A lettura finita posso dire che Rosso tulipano non è solo un storia d’amore in fase di formazione. Il libro della Bordogna è anche è un’indagine nelle pieghe più oscure e dolenti dell’animo umano e in quelle pagine della storia recente, non troppo geograficamente lontana da noi, che non tutti conoscono. Daska è sopravvissuto ad un eccidio avvenuto durante la guerra bosniaca ed è scampato ad un altro tragico evento che gli ha portato via per sempre i suoi amati tulipani rossi. Kriss Daska è la figura attorno alla quel si sviluppa la narrazione, anzi è lui il motore di Rosso tulipano e dal suo agire concreto ed emotivo nascono quei legami con gli altri personaggi che restituiscono a chi legge un frammento dei reale umanità. I protagonisti del libro di Eliana Bordogna sono sì letterari, ma la loro complessità emotiva e psicologica li rende vivi e reali, soli e fragili come ognuno di noi. Come accade spesso nei romanzi la finzione si mescola con la realtà e anche in Rosso tulipano il vero c’è, e corrisponde alla testimonianza di un fotoreporter sopravvissuto ad un eccidio che ha dato ad Eliana Bordogna lo stimolo per scrivere una storia di vita nella quale l’invenzione letteraria e la realtà si amalgamano alla perfezione, restituendo a chi legge una pezzetto di vita vissuta, fomentando una riflessione sul senso della vita, alla scoperta che forse non tutto è perduto.

Eliana Bordogna è nata a Brescia nel 1979. Dopo la maturità classica ha intrapreso subito la strada del giornalismo collaborando con il «Giornale di Brescia», lavorando poi come tele giornalista e conduttrice televisiva. Eliana è appassionata di medicina e psicologia e oggi si occupa delle relazioni esterne della Provincia di Brescia. Nel 2009 il CSV di Brescia pubblica un libro fotografico sul volontariato, del quale la giornalista cura testi e didascalie.

:: Recensione di Il sangue politico- Storia di cinque anarchici e di un dossier scomparso di Nicoletta Orlandi Posti (Editori Riuniti, 2013)

25 luglio 2013

sangue politicoLa notte tra il 25 e il 26 Settembre 1970, intorno alle 23, 25, sull’autostrada del Sole, nei pressi di Ferentino, cinque giovani anarchici persero la vita in un presunto incidente stradale, che ancora oggi per dinamiche e sviluppi suscita numerosi interrogativi. Si chiamavano: Gianni Aricò, Angelo Casile, Annelise Borth, Franco Scordo e Luigi Lo Celso. Da Vibo Valentia erano diretti a Roma per portare ai compagni della Federazione Anarchica Italiana un dossier di controinformazione da pubblicare sul giornale Umanità Nuova, e qui la vicenda già tragica di per sé, Annelise Borth era al tempo incinta, quindi anche un’ altra vita fu sacrificata, assume contorni ancora più oscuri. Il dossier sparì misteriosamente dal luogo dell’incidente, per non essere più ritrovato. Qualcuno se ne appropriò, per nasconderlo, distruggerlo. Non è difficile ipotizzare un collegamento tra queste morti e la scomparsa di quella cartella contenente fotografie e fogli dattiloscritti. Anche il responsabile della Direzione Antimafia Calabrese, Salvo Boemi, lo fece, però per non giungere a nulla. Se quell’incidente non fu un incidente, ed è quasi indecente definirlo incidente, ma una vera e propria strage politica, mandanti ed esecutori materiali sono tutt’oggi impuniti. La giornalista e scrittrice Nicoletta Orlandi Posti nel suo Il sangue politico – Storia di cinque anarchici e di un dossier scomparso edito da Editori Riuniti, prefazione di Erri De Luca, ha ricostruito questa vicenda, portandola così a conoscenza del grande pubblico, lontano dai circoli anarchici che finora erano tra i pochi a conservarne memoria. Ne aveva già parlato nel 2001 Fabio Cuzzola in Cinque anarchici del Sud. Una storia negata, città del Sole edizioni, ma se vogliamo il libro dell’Orlandi Posti contiene uno scavo, uno studio dei documenti, dai dossier di interrogatorio agli opuscoli ciclostilati dei circoli anarchici, ancora più approfondito e sconcertante. Cosa conteneva quel dossier? Cosa avevano scoperto quei cinque ragazzi di così esplosivo da provocarne la morte? Quali prove possedevano, e di quali crimini? Una copia era stata già spedita tre settimane prima al compagno Veraldo Rossi, ma ancora non era arrivata. Per questo motivo avevano deciso di partire, e consegnarla a Roma di persona. Criminalità organizzata, eversione nera, servizi deviati, sono al centro di questa storia, una verità storica, poi ricostruita ad anni di distanza dalle testimonianze dei pentiti dell’ndrangheta e non solo. Lascio comunque a voi leggere questo libro e trarre le vostre conclusioni. Nicoletta Orlandi Posti sceglie una narrazione romanzata, facendo rivivere i colloqui e le vite dei cinque anarchici, la loro passione politica, il loro impegno. E’ uno studio storico, ne conserva il rigore scientifico, e l’ approfondita documentazione, ma si legge come un testo narrativo. Corposa la bibliografia. In appendice stralci dei verbali di interrogatorio.

Nicoletta Orlandi Posti,  è nata a Roma nel 1970. Giornalista e scrittrice. Ha dato il via all’era dell’e-feuilleton: il suo romanzo (A) come amore, diario di un’anarchica, è stato pubblicato a puntate su Facebook ed è stato letto gratuitamente da migliaia di persone. Per Editori Internazionali Riuniti ha già scritto Il sacco di Roma. Tutta la verità sulla giunta Alemanno (2011). Il suo contatto twitter è: @nicolettaOp.

:: Segnalazione di Il burattino di Jim Nisbet (TimeCrime, 2013)

24 luglio 2013

CopBurattino_lowJim Nisbet
Il burattino
Traduzione di
Jacopo Lenkowicz

Autore noir ricercato e originale, Nisbet costruisce le sue storie con acume ed interesse per il lato oscuro della realtà. Forte di una penna che Michael Connelly ha definito come “più acuminata di un milione di spade”, TimeCrime pubblica oggi uno dei suoi primi romanzi, l’inedito Il Burattino (titolo originale, Death Puppet, USA, 1989), un viaggio dai ritmi incalzanti nel mondo del narcotraffico e della violenza.

A Mattie Brooke non sfugge niente. Non che ci sia molto da farsi sfuggire nella sonnolenta cittadina di Dip, nello stato di Washington. Almeno fino all’arrivo di Tucker Harris, un commesso viaggiatore, veterano del Vietnam, con una dieta a base di alcol e anfetamine e una coltissima predisposizione alle più audaci efferatezze. Con l’aria distratta, disorientata e irrequieta è proprio il genere di straniero che può irretire una cameriera bella e solitaria come Mattie. Ma dopo una notte di sesso selvaggio, lui le lascia solo una poesia di Verlaine scarabocchiata su un tovagliolo. Quello che Mattie non sa è che Harris le ha lasciato anche la porta aperta sull’inferno: ventiquattr’ore che la precipiteranno in un vortice di narcotraffico, violenza, omicidi e corruzione che neanche un poeta maledetto immerso nell’assenzio avrebbe potuto immaginare. Forse c’è una possibilità di salvezza, ma ovviamente ha un prezzo molto alto, molto vicino a quello dell’anima.

Jim Nisbet è nato nel North Carolina nel 1947. Vive a San Francisco, dove costruisce mobili. Finalista al Pushcart Prize e all’Hammett Prize, è stato tradotto in dieci paesi. In Italia, sono già usciti per Fanucci Editore Prima di un urlo (2001), Iniezione letale (2009) e Cattive abitudini (2010), per TimeCrime I dannati non muoiono (2012).

:: Recensione di Confessione a Tanacu, Tatiana Niculescu Bran (Hacca Edizioni, 2013) a cura di Lorenzo Mazzoni

23 luglio 2013

confessione-tanacuIl fatto di cronaca all’origine del libro che ha ispirato il film Oltre le colline di Cristian Mungiu, premiato al Festival di Cannes, accade nel 2005, in Romania. Un ambizioso prete, con velleità di esorcista, esercita il potere sulle monache e sui fedeli seguendo un retrivo e agghiacciante prontuario dei peccati. Infelici ragazzi sopravvivono agli orfanotrofi ma non a se stessi, tra pedofilia d’importazione, corruzione autoctona, associazioni umanitarie benefiche e per delinquere. Ingenue suore si prodigano zelanti al servizio di un’interpretazione mistificatoria del senso religioso. Maldestri medici di ospedali fatiscenti sono alle prese con un caso che supera la loro preparazione professionale. Irina, ventitreenne che ha trascorso l’infanzia tra brefotrofi e affidamenti temporanei, approda al monastero di Tanacu. Che cosa è successo nella sua vita per comportarsi come un’indemoniata e che colpe ha per meritarsi la violenza degli scongiuri e dei supplizi con catene per cani? Un episodio che ha scosso il mondo. Accade nell’Europa del terzo millennio. Mai come in questo caso l’esacerbata ortodossia appare come sinonimo di una mentalità da Medioevo.
Queste le parole dello scrittore romeno Mihai Mircea Butcovan all’inizio del romanzo Confessione a Tanacu (Hacca Edizioni) di Tatiana Niculescu Bran, mirabilmente tradotto da Anita Natascia Bernacchia. Un’opera che potrebbe essere ascritta nel filone del New Journalism e che, come illustri predecessori (penso soprattutto ai due capolavori Operazione massacro di Rodolfo Walsh e A sangue freddo di Truman Capote) anche questo è un testo che mutua dal noir la struttura e il montaggio per sbatterci in faccia la dura realtà, la cronaca pura, un corpo a corpo con la verità sepolta.
Nel giugno 2005, a Tanacu, 350 chilometri a nordest di Bucarest, in Romania, la giovane monaca Irina Cornici, 23 anni, fu crocifissa dalle sorelle del monastero, su ordine di Daniel, un prete ortodosso con manie da esorcista, convinto che fosse “posseduta dal demonio” probabilmente per via di alcune crisi epilettiche. Prima di essere crocefissa Irina venne tenuta legata mani e piedi per diversi giorni e privata di acqua e cibo. Come scritto da Giacomo Papi e Mihaela Iordache in un articolo apparso su Diario nel luglio del 2005: “È lei la suora di 23 anni incatenata per giorni a una croce senza ricevere né cibo né acqua per essere liberata dal diavolo, in un remoto monastero ortodosso della Moldova romena. La fotografia che ha raccontato la sua morte è bella e terribile. La ragazza giace nella bara, dodici candele rischiarano la scena e i volti delle consorelle che assediano il cadavere. È un dipinto di Caravaggio fissato su pellicola in un giorno di giugno del 2005, un’immagine che possiede una strana geometria di sguardi, un ritmo esatto di teste e posture. E’ una specie di congiura espressiva che indica il vero centro dell’attenzione non nel cadavere di Irina, ma in padre Daniel (Petru Corogeanu all’anagrafe) che sta sulla destra, fuori dall’inquadratura, un uomo di 29 anni reso più maturo e mistico da una foltissima barba infuocata. Una scena che rappresenta uno sbadiglio del Medioevo nel cuore dell’Europa postindustriale.
Dalla caduta di Ceausescu, in tutta la Romania, i monasteri si sono triplicati e i monaci quadruplicati. È il risveglio religioso di un nuovo Medioevo ormai fuori controllo. In Romania, dopo quarant’anni di ateismo di Stato, si assiste a un vero e proprio risveglio spirituale. Dal 1990, ha scritto Craig Smith sull’Herald Tribune, il numero dei monasteri è salito a 600, il triplo rispetto agli anni di Ceausescu, mentre i 2.800 monaci sono quadruplicati. Per sfruttare il trend positivo, o forse per la sua tradizionale lentezza, l’episcopato ortodosso non ha saputo governare il cambiamento.
I segni sono dappertutto, la povertà, la fame, la partenza dei giovani, il loro emigrare nel mondo in cerca di un pezzo di pane, i nostri intellettuali che si dedicano alle mansioni e ai lavori più umilianti per portare un soldo a casa e sfamare i propri figli, questi romeni che piangono di nostalgia per le loro madri rimaste a casa, che non conoscono più festività, che non hanno più domenica, schiavi di tutte le umiliazioni e le fedi fasulle, di tutti i paganesimi turchi e arabi. Siamo diventati i mendicanti dell’Europa e del mondo intero. Le braccia più a buon mercato sono quelle del povero romeno. In che stato di umiliazione è arrivato il nostro popolo cristiano.”
Petru Corogeanu, padre Daniel, uomo che approda alla religione dopo aver fallito miseramente come giovane calciatore, prima a Vaslui e, poi, all’Università dello sport di Bucarest, secondo le testimonianze dei monaci che hanno studiato con lui al monastero di Stefan Cel Mare, dove si è formato come uomo di Chiesa, è sempre stato un esaltato. Quando gli altri pregavano un’ora, lui ne pregava tre. Quando era il momento delle attività pratiche: curare l’orto, tagliare la legna, sistemare il monastero, lui pregava. Quando gli altri si riunivano a chiacchierare lui si isolava e pregava. Pregava. Pregava sempre, Invocava gli angeli. Si lasciava rapire dal suo delirio spirituale. Pregava. Pregava. Pregava.
Questo nella realtà, ma Confessione a Tanacu  è cronaca letteraria e anche qui padre Daniel si dimostra per quello che è: un poveretto devastato da visioni medioevali, una incompleta e patologica educazione civica, sbrodolanti e fugaci autopromesse di raggiungere il Regno dei Cieli con le sue azioni.
‘Poiché tu sei potente o Signore, e a Te innalziamo gloria, al Padre, al Figlio e al Santo Spirito, ora e sempre, e nei secoli dei secoli. Amen’ disse padre Daniel guardando Irina con il capo reclinato da una parte, come a dire ‘Lo vedi? Te lo avevo detto!’, poi alzò gli occhi al soffitto, chiusi, in segno di profonda gratitudine a Dio.

Tatiana Niculescu Bran si è laureata presso la Facoltà di Lettere dell’Università di Bucarest e presso l’Istituto europeo di giornalismo di Bruxelles. Tra il 1995 e il 2004 è stata redattrice nella redazione romena londinese di Radio BBC World Service. Tra il 2004 e il 2008 ha diretto l’ufficio della BBC World Service di Bucarest. Nel 2006 ha pubblicato il romanzo Spovedanie la Tanacu (Confessione a Tanacu), seguito nel 2008 da Il libro dei giudici. Ha inoltre pubblicaro Le notti del Patriarca nel 2011 e Nella Terra di Dio nel 2012.

:: Recensione di Prima dello specchio, Enzo Antonio Cicchino, (Rondine, 2013) a cura di Viviana Filippini

21 luglio 2013

Copertina_Prima dello specchioEnzo Antonio Cicchino è un artista poliedrico. Lui ha lavorato per il cinema cinema, nella produzione documentaristica, scrive libri di storia, romanzi e come dimostra Prima dello specchio si occupa anche di teatro e lo fa dando vita a dei testi nei quali emerge in maniera immediata la volontà di riflessione sull’uomo e sul suo agire. Cicchino raccoglie tre testi teatrali nei quali è facile riconoscere tre tipologie di genere (tragedia, commedia e monologo) che rappresentano le molteplici percezioni esistenziali del vivere da parte degli esseri viventi, come a dire che la vita di ogni individuo è caratterizzata da drammi, da gioie e da riflessioni personali sul senso del vivere. Tre storie e allo stesso tempo tre frammenti di vita che fanno riflettere sul sottile legame esistente tra l’agire umano e il contesto sociale nel quale gli individui vivono. Tre vicende molto diverse tra loro, dove persone in carne ed ossa si alternano ad oggetti con funzione metaforica con l’intento autoriale di compiere un’ indagine sull’uomo, sull’importanza del ricordo, sulla comprensione dell’io e del mondo che lo attornia. La prima è la tragedia de Gli ombrelli nella quale i protagonisti della scena non sono esseri umani, ma degli ombrelli posseduti da quest’ultimi. Cicchino prende gli oggetti che ci riparano dal sole e della pioggia e li mette a dialogare tra loro in modo tale che da ogni frase detta emerga qualcosa, in questo caso relativa alla dolorosa verità del dramma dell’Olocausto. Non a caso il loro possessore, il borghese Franco, non è l’emblema della santità anzi, battuta dopo battuta verranno a galla i suoi legami con il Nazismo, l’origine dei proprietari legittimi degli ombrelli e i reati dei quali l’uomo si è macchiato durante la guerra. I pugilatori invece sono una commedia amara nella quale un uomo, il pugile Buck, è così travolto dagli allenamenti per raggiungere la forma perfetta per battere Roger, che la moglie Mary sentendosi trascurata e abbandonata si allontanerà da lui lasciandolo. L’ultimo componimento è Sentenza il monologo compiuto da Penelope,una donna esperta di sezioni autoptiche alle prese con l’autopsia del corpo di una donna anziana morta suicida, non un semplice cadavere, ma una persona con la quale lei scoprirà avere un profondo legame di sangue. Cicchino usa il teatro come mezzo di indagine dell’io umano  e di uno dei sentimenti che caratterizzano da sempre la nostra specie: il male. Nei tre testi il male è presente in diverse forme. C’è il male fisico, come ne Gli ombrelli, causato dalla violenza insensata verso persone innocenti punite con la morte, perché non appartengono alla razza pura. C’è poi il male o dolore emotivo e del distacco percepito quando è ormai troppo tardi in I pugilatori, dove l’egoismo di Buck lo porta a concentrarsi solo su se sé stesso fino alla negazione completadel rapporto con la consorte. Infine, in Sentenza, c’è un dolore fisico ed emotivo, quando una donna vivisezionando il cadavere della madre enuncia a parole tutta la sofferenza vissuta da entrambe. Enzo Antonio Cicchino in Dietro lo specchio passa da una coro di voci, ad un dialogo fino ad un serrato monologo, tre modalità espressive dalle quali si capisce quanto per l’uomo di ieri e oggi sia difficile relazionarsi agli altri attraverso la socializzazione e, allo stesso tempo, quanto per una singola entità umana si difficoltoso portare a termine i propri progetti di vita facendoli convivere con un mondo non sempre disposto ad accettarli. Ma allora cosa c’è in Dietro lo specchio di Cicchino? Credo ci sia la volontà di un uomo – l’autore – di ricercare attraverso la rappresentazione teatrale il senso del comportamento umano e di trovare parti di verità esistenziali. L’immagine prima dello specchio non è solo quella di un singolo individuo, ma credo sia il ritratto di un io in rapporto ad altri, nella speranza di trovare in questa relazione di incontro, scontro e confronto una qualche certezza alle tante domande che l’affascinate e misterioso andamento della vita ci riserva.

Enzo Antonio Cicchino lavora e vive a Roma. È stato assistente alla regia di Paolo e Vittorio Taviani e di Valentino Orsini per diversi film, inoltre è regista di documentari e inchieste storiche per Mixer della Rai e per il programma la Grande storia. Ha pubblicato altri libri di portata storica come La grande guerra dei piccoli uomini (Lifeditore), e il Duce attraverso il Luce, una confessione cinematografica (Mursia) e nel 2012 per Laruffa editore il romanzo  La fonte di Mazzacane.

:: Segnalazione di Polvere di diamante di Ahmed Mourad (Marsilio, 2013)

20 luglio 2013

3171561Polvere di diamante
di Ahmed Mourad
traduzione
di Barbara Teresi

Il lato oscuro del Cairo e dell’Egitto contemporaneo nel nuovo thriller dell’autore di Vertigo.

Se il giallo nordico ha fatto luce sui meandri oscuri di società ricche, moderne e all’avanguardia sul piano del welfare, Mourad racconta pezzi di mondo sociale egiziano, e la sua invenzione fantastica diventa uno strumento per capire meglio il presente e quello che può cambiare in futuro” Salvo Fallica, L’Unità

“Ahmed Mourad è uno dei pochi scrittori di romanzi gialli e di thriller del mondo arabo” Ahmed Ramadan, 
Egypt Independent

Taha è un ragazzo del Cairo che ama suonare la batteria e fumare la shisha al caffè con gli amici. Quando non va in giro per studi medici cercando di piazzare qualche farmaco e non fa il turno di notte in farmacia, si prende cura del padre che, costretto su una sedia a rotelle, trascorre le giornate appostato nella sua stanza a spiare la gente con il binocolo. Dalla sua finestra sul mondo osserva le vite degli altri e ne scruta i segreti. Una mattina, rientrando in casa, Taha trova la sedia a rotelle rovesciata e suo padre a terra, colpito a morte. Qualcuno ha voluto ucciderlo. Ma in un paese dove per la legge i più deboli non contano, ben presto le indagini finiscono in un vicolo cieco, e a Taha non resta che cercare giustizia da sé. Inizia per lui un viaggio nel lato più oscuro del Cairo che, accanto alla crudeltà e ai vizi di persone senza scrupoli, gli permetterà di toccare con mano anche l’impegno e la passione di chi crede di poter cambiare una società devastata dalla corruzione e dal clientelismo. Giovani come Sara, la vicina di casa bella e impossibile, giornalista a caccia di inchieste che colpiscano il malcostume, che apre una breccia nel suo cuore. Nelle loro indagini private, Taha e Sara, ognuno con il proprio obiettivo, s’imbattono nella misteriosa polvere di diamante, «il re dei veleni», diffusa un tempo tra i commercianti ebrei della città: una sostanza che una volta ingerita striscia nel corpo silenziosa come una serpe, uccidendo molto lentamente. Primo autore di polizieschi ad aver conquistato il pubblico al di là dei confini del mondo arabo, nel suo nuovo thriller Ahmed Mourad racconta di una città che ha perso l’innocenza, ma non quel lieve e affascinante umorismo che da sempre contraddistingue lo spirito egiziano.

Ahmed Mourad (1978) ha studiato cinematografia. Ex fotografo personale di Mubarak, regista e scrittore, ha ricevuto diversi premi per i suoi cortometraggi. Polvere di diamante è il suo secondo romanzo, dopo Vertigo, di cui sono state stampate in Egitto ben otto edizioni, il primo poliziesco di successo dal mondo arabo.