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:: Recensione di Il pasticciere del re (Neri Pozza, 2013) a cura di Viviana Filippini

11 settembre 2013

il_pasticciere_del_re_02Chi è l’inventore del gelato? Bella domanda. A darci una risposta parziale, o possibile, sull’origine della gustosa crema fredda ci pensa il nuovo lavoro di Anthony Capella, Il pasticciere del re, pubblicato da Neri Pozza. Il libro è un misto tra fatti realmente accaduti ed eventi romanzati nei quali gli interessi politici, le tresche amorose, l’ingegnosità culinaria e i rapporti umani si intrecciano in una stuzzicante rete di fatti ambientati nella seconda metà del Seicento. Per la precisione siamo nella Londra del 1670, dove il re Carlo II è caduto nella disperazione totale dopo la morte dell’amata sorella Enrichetta, cognata di re Luigi XIV. Tanto Carlo è profondamente ferito per la perdita della sorella, (lui è convinto che sia stata avvelenata), tanto è in  fibrillazione la corte di Francia che vede nella depressione del sovrano inglese l’elemento straziante che potrebbe allontanarlo dai segreti  impegni politici  (conversione al cattolicesimo e guerra contro l’Olanda) stipulati con i francesi proprio grazie all’intercessione di Enrichetta. Ed è a questo punto che Carlo Demirco, abile pasticciere italiano, sarà spedito a Londra per risvegliare l’attenzione del re triste, grazie alla preparazione di gustosi e sfiziosi sorbetti. Accanto a lui Louise Renée de Penancoèt, meglio nota come Madame de Kérouaille, figlia maggiore della famiglia più antica di Bretagna –così lei ripete fino allo sfinimento- e grande amica della compianta Enrichetta. Luoise a sua volta dovrà mettere in campo tutto lo splendore femminile che ha in sé (e all’inizio lo farà senza troppa convinzione) per conquistare il cuore di Carlo II Stuart. Il lavoro di Capella è un interessante affresco storico di eventi politici, usi e costumi di un’epoca ormai trascorsa che, da un lato, dimostra come per la tutela degli interessi di Stato, i sentimenti delle persone avessero un valore minimo e marginale. Non a caso Demirco e la Kérouaille verranno usati come due pedine da muovere a piacere sulla scacchiera della reggia inglese  e a seconda del caso,  per la salvaguardia degli interessi di corte. Dall’altro lato, il libro dell’autore nato in Uganda è un racconto della passione di un uomo (Carlo Demirco) per il suo lavoro (l’artigianato dei sorbetti), della costante e spasmodica ricerca della perfetta qualità. Pagina dopo pagina il protagonista cerca in tutte le maniere possibili di realizzare gelati sempre nuovi, capaci di conquistare il palato dei nobili che incontra sul suo cammino. Spezie, fiori, erbe, latte, frutta e verdura, ricerca continua di processi produttivi per la realizzazione della crema fredda migliore uniti all’amore viscerale per il proprio lavoro, sono le forze motrici del giovane sorbettiere italiano che, grazie alle sue abilità, da semplice garzone riuscirà a diventare il pasticcere di più sovrani. Il pasticciere del re è un susseguirsi di profumi, aromi, colori e sostanze mescolate tra loro con l’intento di creare, non solo una squisita pietanza da mangiare, ma un qualcosa che sia in grado di smuovere – e Demirco vorrebbe non fosse solo per gli interessi politici- i sentimenti sopiti nel cuore.

Anthony Capella è nato in Uganda nel 1962. Ha studiato letteratura inglese al St. Peter’s College di Oxford. I suoi romanzi, Il profumo del caffè (Neri Pozza, 2012) e The food of Love, The Wedding Officer e Love and Dangerous Chemicals, hanno ricevuto diversi premi e sono stari accolti ovunque con entusiasmo di critica e pubblico.

:: Recensione di La piccola cucina dei sapori segreti di Ada Parellada (Sperling & Kupfer, 2013)

11 settembre 2013

sapori segretiLa piccola cucina dei sapori segreti (Sal de vainilla, 2012) di Ada Parellada, tradotto dal catalano da Hado Lyria, con il supporto dell’Istitut Ramon Llull, ente che tutela la diffusione della lingua e cultura catalana, ed edito quest’estate da Sperling & Kupfer, è un romanzo che rientra sicuramente nel genere romance: tutto ruota intorno ad una storia d’amore e sì, c’è un lieto fine, anche se è bene aggiungere che il finale è piuttosto aperto e alcuni punti della trama non vengono risolti, forse per svilupparli in un secondo volume, anche se non mi risulta che in Spagna sia ancora uscito.
Dicevo è un romance, ma piuttosto atipico. Non aspettatevi uno scontato e zuccheroso romanzo dove i protagonisti fanno sempre la scelta giusta, sono sempre al meglio, privi di ombre che li sminuiscano agli occhi del lettore. Qui i protagonisti non sono perfetti: Alex Graupera arriva a picchiare selvaggiamente una prostituta, Annette Wilson si adatta ad una relazione con una critica gastronomica nella speranza che l’aiuti nella promozione del suo ristorante.
E’ una storia dolce amara insomma, con lati duri e spiacevoli, e un pizzico di crudeltà nel descrivere l’ambiente competitivo e a volte spietato del mondo della ristorazione. I battibecchi in cucina, in cui Alex Graupera eccede in commenti omofobi, razzisti, arrivando a veri e propri insulti contro i suoi dipendenti o concorrenti, ci presentano un personaggio di per sé burbero e rude, prototipo del sanguigno uomo latino, anche se il suo comportamento irritante è spiegato da fatti avvenuti nel suo passato che impareremo a conoscere durante la lettura.
Siamo a Bigues i Riells, località turistica della Catalogna, non lontana da Barcellona. Alex Graupera rinomato chef, vincitore di numerosi premi ed idolatrato dai critici gastronomici, sta attraversando un momento difficile: il suo ristorante l’Antic Mòn, un po’ per la crisi, per la concorrenza del ristorante vicino e del suo pessimo carattere, che lo spinge a sfogarsi con dipendenti e clienti, è prossimo alla chiusura.
La banca vuole la riscossione dell’ipoteca, i clienti non arrivano più, e ben pochi amici sono ancora disposti ad aiutarlo, tranne il blogger Oscar che gli consiglia di assumere una sua amica canadese, Annette Wilson, una foodie dai capelli rossi dolce e piena di intraprendenza e buona volontà. Dal principio saranno scintille, tra litigi e incomprensioni, ma poi l’amore che li lega saprà curare le ferite dolorose del loro passato e superando ostacoli, gelosie, vere e proprie vendette da parte di una critica gastronomica capace di tutto, gli darà finalmente una seconda possibilità.
Tra ricette di cucina (consiglio senz’altro la torta di carote e i peperoni ripieni, ricette da me testate con successo), descrizioni di aneddoti legati agli alimenti provenienti dal Nuovo Mondo, convivialità mediterranea, lacrime e sorrisi, la lettura scorre placida e veloce, regalando quel clima di leggerezza e spensieratezza che un libro del genere può promettere. Ada Parellada è una ristoratrice e chef, famosa in Spagna per i suoi libri di cucina, questo è il suo primo romanzo, e non ostante alcune forzature, devo dire che è una prova riuscita. Forse il personaggio di Carol non mi ha convinto del tutto, ma per il resto è un buon libro di svago. Ottimo per un pomeriggio di pioggia, ora che l’estate è quasi finita.           

Ada Parellada  è nata a Granollers nel febbraio del 1967 alla Fonda Europa, un albergo che appartiene alla sua famiglia dal 1714. La colonna sonora della sua infanzia è il rumore dei piatti e delle posate; la accompagnano gli aromi e i profumi della cucina; il colore e il movimento continuo; il  gusto del caffè tostato e del gratin di maccheroni. E la sua scuola sono le storie, ascoltate a orecchie ben aperte, raccontate sempre in equilibrio tra verità e leggenda. Ada cresce in mezzo a tutto questo finché, a venticinque anni, decide di camminare con le sue gambe e apre il Semproniana, un ristorante nel centro di Barcellona. Oggi divide il suo tempo tra i suoi tre locali – Semproniana, Petra e Pla dels Angels – dove tiene anche corsi di cucina, seminari di educazione alimentare, collabora alla diffusione della cultura gastronomica e scrive libri di cucina.

:: Recensione di Fenomeni da baraccone di Marcello Fini (Italica Edizioni, 2013)

10 settembre 2013

circoVale molto di più un buon acrobata che un cattivo poeta

Pierre Bost Le Cirque et le Music-Hall, 1931

Fenomeni da baraccone. Vite e avventure dei grandi circensi italiani di Marcello Fini, prefazione del Mago Forest, è un libro curioso che ho avuto modo di leggere quest’estate e che ha risvegliato in me ricordi che credevo dimenticati, per lo più legati all’infanzia. Nella breve introduzione l’autore ricorda un aneddoto di quando era bambino, di cui conserva una sbiadita foto senza data: lui all’età di sei, al massimo sette anni, seduto su una poltroncina di plastica rossa con accanto uno scimpanzè, sullo sfondo altre file ordinate di poltroncine, e oltre il tendone floscio di un circo.
Conservo anche io una foto simile, forse meno esotica, ma altrettanto singolare: io, forse alla stessa età, in groppa ad un paziente asinello bardato a festa, sullo sfondo, una folla di genitori con figli con in mano l’immancabile zucchero filato e il tendone di un circo. Si sa i ricordi di infanzia sono sempre ammantati da un’ aura di nostalgia e malinconia, gli stessi sentimenti che mi ha sempre ispirato il circo. I clown, nell’infanzia, mi hanno sempre messo molta tristezza, invece di farmi ridere, gli animali in gabbia, forse maltrattati per eseguire i difficili esercizi, prima che la LAV accusasse di tali pratiche i circensi che utilizzano animali, lo stesso, ma non ostante tutto la magia del circo è sopravvissuta ed è forse legata ad un ancestrale e irrazionale desiderio di evasione e di libertà. Fuggire col circo penso sia stato il sogno di molti di noi e forse qualcuno l’ha fatto davvero, per poi essere ripreso magari dai propri genitori spaventati e un po’ arrabbiati.
Marcello Fini in questo saggio dedicato al circo italiano ci narra un infinità di aneddoti legati ai più importanti esponenti dell’arte circense e lo fa con divertita leggerezza anche quando narra eventi drammatici. Il circo non è fatto infatti solo di sorrisi e applausi, ma anche di dura fatica, emarginazione, vera e propria tragedia. Infondo è meraviglioso e crudele come la vita ed è interessante scoprirne le origini e il periodo di maggior splendore. Scoprire perché prese forma ambulante, perché prese proprio il nome di “circo” e perché i primi spettacoli del circo moderno furono spettacoli equestri. Cavallerizzi, amazzoni, acrobati, giocolieri, equilibristi, clown, domatori di bestie feroci, nani e uomini e donne proiettile, fanno parte tutti di una grande famiglia, non a caso molti piccoli circhi itineranti sono a conduzione familiari e le grandi dinastie circensi come i Togni e gli Orfei, nate nell’Ottocento, sono tutt’ora in attività con i loro pronipoti.
Oggi i clown non mi fanno più piangere, ma se devo essere sincera ho provato grande tristezza leggendo il capitolo dedicato ai Freaks o scherzi della natura, fenomeni più che altro eccezionali, spettacolarizzazioni della deformità, e presenti, fortunatamente, solo nei circhi del passato, nel mondo moderno la donna barbuta, o quella senza braccia, o i gemelli siamesi o l’uomo elefante, non trovano più spazio a testimoniare lati dell’animo umano non proprio edificanti. Anche se tramite al televisione spettacoli simili continuano a sopravvivere velati dalla civilizzazione e dal  progresso. Ed è proprio la tv il grande nemico che sta portando alla morte del circo, Marcello Fini lo segnala e non si può negare che i nuovi mezzi di comunicazione abbiano tolto molta poesia e fantasia ad un mondo già abbastanza imbarbarito.
Da segnalare una chicca per appassionati: le illustrazioni in bianco e nero all’interno del libro, attualmente conservate presso la Biblioteca comunale dell’Archiginnasio di Bologna nel Fondo Speciale Alessandro Cervellati, sono di Alessandro Cervellati, e sono state rese disponibili grazie alla nipote ed erede dell’autore. Strepitosa la copertina a mio avviso, segno della cura e dell’amore con cui è stato confezionato il volume.

Marcello Fini (1973), dopo aver lavorato nell’editoria, attualmente è bibliotecario all’Archiginnasio di Bologna. Ha pubblicato diversi studi nel campo della storia locale felsinea e, con Enrico Brizzi, tre volumi dedicati ai viaggi a piedi compiuti insieme: La Via di Gerusalemme (2009); I diari della Via Francigena (2010); Italica150 (2011, con Samuele Zamuner).

:: Recensione di Il messaggio nella bottiglia di Jussi Adler-Olsen (Marsilio, 2013)

9 settembre 2013

messaggio bottigliaCopenaghen. La sezione Q dell’Omicidi, ubicata in uno scantinato e guidata da Carl Mork, con la collaborazione del fido Assad e della dark punk Rose, è in pieno caos. La scoperta di infrastrutture d’amianto sta mettendo in serio pericolo la loro già precaria sistemazione, per non parlare del fatto che Rose si è presa un congedo per malattia e ha mandato al suo posto la “sorella”, pratica che a quanto pare nella civilizzata e progredita Danimarca è lecita, (già mi immagino la faccia di alcuni dei miei vecchi datori di lavoro se lo venissero a sapere).
Nel frattempo due casi sono all’ attenzione della sezione Q casi irrisolti: alcuni incendi, probabilmente dolosi e fatti per intascare l’assicurazione e il ritrovamento di una bottiglia contenente un messaggio inquietante, probabilmente legato al sequestro di due fratelli, avvenuto parecchi anni prima. Se il caso degli incendi è normale amministrazione, il ritrovamento della bottiglia ha risvolti più sconcertanti. Innanzitutto la bottiglia fu rinvenuta in una rete da pesca in Scozia alcuni anni prima, e solo ora è arrivata sulla scrivania di Mork. Il messaggio quasi illeggibile, in danese, è per giunta scritto con un inchiostro molto particolare: il sangue.
In un primo momento Mork pensa ad uno scherzo, la burla di due ragazzini buontemponi decisi ad attirare l’attenzione, ma non ostante questo segue le tracce e arriva nella casa di uno dei due ragazzi rapiti. Sarà l’inizio di una indagine terribile alla caccia di un killer spietato e ossessionato dai fantasmi dell’infanzia che prende di mira alcune famiglie, sempre appartenenti a qualche setta religiosa fondamentalista, ne rapisce due figli, chiedendone un riscatto, e uccide uno dei ragazzi risparmiando l’altro, con la minaccia che se i genitori parleranno, con la polizia o con chiunque, tornerà a uccidere tutti gli altri loro figli.
Il messaggio nella bottiglia (Flaskepost fra P, 2009) di Jussi Adler-Olsen, tradotto dal danese da Maria Valeria D’Avino ed edito da Marsilio nella collana Farfalle Giallosvezia, è un thriller poliziesco scandinavo decisamente riuscito, non ostante alcune incongruenze, (pensiamo solo a come sia possibile che un ragazzo con le mani legate dietro alla schiena possa scrivere un messaggio, per quanto sgrammaticato, con il suo sangue, due minuti prima di essere ucciso), che comunque non attenuano il fascino di questa storia nerissima e priva del più classico e rassicurante lieto fine.
L’originalità del romanzo, che si discosta in un certo senso dai clichè più stereotipati del genere, risiede senz’altro nel tema centrale della vicenda: la luce che getta su un fenomeno abbastanza oscuro, ovvero il proliferare delle sette religiose nel civilissimo nord Europa.  Fanatismo, interessi economici, chiusura verso il resto della società sono temi che Jussi Adler-Olsen affronta con una certa preoccupazione, che traspare della pagine, anche se evita toni troppo da guerra santa. Le sette sono fenomeni incontrollati, società all’interno della società, con le proprie regole, i propri intransigenti principi che possono sfociare negli eccessi di cui è vittima il villain della situazione.
Violenze domestiche, traumi infantili, asservimenti psicologici, fanno da sfondo e da motivo scatenante delle azioni di un uomo apparentemente comune, con una famiglia, una moglie, un figlio, un uomo innocuo che in realtà nasconde dentro di sé un inferno, un uomo capace di commettere azioni aberranti nella ricerca di un riscatto, di una compensazione per il male subito. Toccherà a Carl Mork fermarlo, ma anche lui nasconde fragilità caratteriali che ne fanno un personaggio umano, più che lo stereotipo dell’investigatore infallibile.
Terzo romanzo della serie dopo La donna in gabbia, e Battuta di caccia, Il messaggio nella bottiglia, è senz’altro un’ ottima lettura che lascerà soddisfatti gli appassionati di thriller scandinavi, e convincerà pure coloro che storcono il naso, subissati da troppa saturazione. In libreria dal 18 settembre.

Jussi Adler-Olsen (Copenaghen, 1950) è l’autore danese più venduto nel mondo. Dopo aver studiato. medicina, sociologia, scienze politiche e comunicazione, ha svolto i lavori più vari: redattore di riviste e fumetti, coordinatore del movimento per la pace danese, caporedattore di settimanali e trasmissioni televisive. Ora è scrittore a tempo pieno e i suoi libri hanno conseguito importanti riconoscimenti internazionali. Con Marsilio ha pubblicato i primi due romanzi della fortunatissima serie della Sezione Q, La donna in gabbia – da cui è stato tratto un film prodotto dalla casa di produzione Zentropa di Lars Von Trier, il cui lancio internazionale è previsto per ottobre 2013 – e Battuta di caccia. 

:: Recensione di La ricetta dell’assassino di Anne Holt (Einaudi, 2013)

9 settembre 2013

ricettaOslo. Dicembre 1999. Una notte molto fredda. Una prostituta, in cerca di un posto tranquillo per iniettarsi una dose di eroina, si inoltra nel parco che circonda la centrale di polizia al Gronlaslereit 44 e rinviene un cadavere da cui spunta un grosso coltello. Vestiti costosi, forse vittima di un’aggressione, una rapina. Si chiamava Brede Ziegler, proprietario del più esclusivo ristorante di Oslo, l’Entrè.
Delle indagini vengono incaricati Billy T. e la squadra Omicidi che subito si accorgono che le cose non sono così facili. Brede Ziegler infatti aveva uno stano hobby: inimicarsi assolutamente tutto e tutti, nell’ambiente della ristorazione norvegese. E qualunque cosa toccasse diventava un successo.
Il numero dei probabili assassini è pressoché infinito. L’indagine inizia con il consueto interrogatorio dei probabili testimoni, molti reticenti, di cui nel testo compaiono alcune trascrizioni, finché le cose si complicano ulteriormente: Brede Ziegler era stato ucciso due volte.
Dall’autopsia il medico legale rivela infatti che la vittima era imbottita di paracetamolo in dosi letali, per cui il numero degli assassini si moltiplica. Billy T non sa proprio che pesci prendere. Ci vorrebbe Hanne Wilhelmsen per un caso così azzarda Severin Heger, ma la detective è ancora in lutto per la morte di Cecilie, sua compagna per quasi vent’anni. Dopo un soggiorno in un monastero italiano Hanne è pronta a tornare a casa e naturalmente sarà lei a risolvere il caso.
La ricetta dell’assassino (Uten ekko, 2000) di Anne Holt e Berit Reiss- Andersen, tradotto dal norvegese da Margherita Podestà Heir ed edito da Einaudi, è un ottimo esempio di poliziesco nordico giocato su due piani narrativi, da un lato l’inchiesta poliziesca tradizionale fatta di interrogatori, perquisizioni, ipotesi investigative e dall’altra l’ottimo affresco sociale che fa da sfondo e ne costituisce la parte più originale e interessante.
Già autrice di ben otto romanzi per Einaudi, (tra cui della serie con Hanne Wilhelmsen, La dea cieca, La vendetta, L’unico figlio, Nella tana dei lupi e Il ricatto), Anne Holt caratterizza le sue opere con un piacevole stile lineare e scorrevole, che rende la lettura veloce e senza sbalzi narrativi. Ottima come sempre la caratterizzazione dei personaggi, di cui racconta oltre alla vita professionale, anche la vita familiare quotidiana, definendo con accuratezza le precise e realistiche pieghe psicologiche.
Ma soprattutto la Holt è interessata a creare un grande affresco sociale nella tradizione del romanzo classico, attenta ai particolari e alle sfumature più nascoste, non disdegnando di accennare al degrado che si nasconde sullo sfondo della ricchezza esibita, se non ostentata. Invidie, gelosie, vendette come sempre albergano nell’animo umano, sotto la patina scintillante di esseri civilizzati e progrediti, e portano al delitto, come in questo caso, in un finale per nulla scontato.

Anne Holt (1958) è la regina assoluta del romanzo del crimine norvegese e scandinavo, ma anche una delle autrici scandinave piú apprezzate dal pubblico e dalla critica di ogni tempo. Oggi si avvia a detronizzare anche i colleghi maschi con il crescente successo delle sue due serie romanzesche – la prima con il personaggio della detective Hanne Wilhelmsen, la seconda con la coppia Vik e Stubø. È una donna con una straordinaria e vasta esperienza lavorativa e umana alle spalle, una conoscenza diretta dei meccanismi investigativi e legali – è stata Procuratore e perfino Ministro della Giustizia. È nata a Larvik e cresciuta tra Lillestrom e Tromsø in Norvegia. Ha vissuto negli Stati Uniti, a Dallas (proprio negli anni in cui fu ucciso JFK) e nel Maine, dove ha frequentato il liceo. Oggi vive a Oslo con la moglie e la figlia, nata nel 2002. Anne Holt ha lavorato anche come collaboratrice per diversi media e curato una rubrica di calcio, sua grande passione. Di Anne Holt Einaudi Stile libero ha pubblicato con grande successo nel 2008 il primo libro della serie di Vik e Stubø, Quello che ti meriti , proseguita con Non deve accadere e La porta chiusa – dove alla coppia Vik e Stubø si affianca la stessa Hanne Wilhelmsen. La serie della detective Wilhelmsen è poi proseguita con La dea cieca, vincitore del Premio Riverton per il miglior giallo norvegese dell’anno, La vendetta, L’unico figlio, Nella tana dei lupi, Il ricatto e La ricetta dell’assassino.        

:: Segnalazione: dal 10 settembre Horror Time è in edicola

7 settembre 2013

horror timeAmanti dell’horror, non so se ce ne sono tra i miei lettori ma confido nella speranza di fare cosa gradita segnalandovelo, dal 10 settembre c’è una novità che vi aspetta in edicola: Horror Time. Un nuovo magazine,  a cadenza mensile, di ben 84 pagine a colori, edito da Eligio Editore e disponibile al prezzo di E 5, 90, dedicato a tutti coloro che amano avere paura. Horror Time si propone come una rivista di riferimento per il mondo dell’orrore e coinvolgerà molti professionisti davvero appassionati e motivati, faccio qualche nome che sicuramente non risulterà sconosciuto agli appassionati: Danilo Arona, Giovanni Arduino ( traduttore del Re), Andrea G. Colombo, Marcello Gagliani Caputo. Ma andiamo a curiosare in dettaglio nei contenuti del n. 1 presi dal comunicato stampa:

Al CINEMA, vengono dedicate più di 30 pagine distribuite tra news, rubriche di curiosità, anteprime (Insidious 2, Machete 2), recensioni (You’re next, L’evocazione), film italiani (Wrath of the crows), ai film mai distribuiti al cinema (It’s Alive), ai DVD e ai Blu- Ray. Viene fatto il punto della situazione nello “specialone” di Danilo Arona sul cinema dei remake e dei mockumentary, e viene poi proposta un’intervista inedita in due puntate di Paolo Zelati all’icona del cinema italiano (e internazionale) Catriona MacColl. Completerà l’offerta uno speciale sulle saghe al cinema (Scream), uno sul film cult del mese (La notte dei morti viventi), la rubrica sui Body Count (Evil dead). Non potevano mancare le SERIE TV con due speciali: il primo dedicato alla serie di culto The Walking Dead e alla quarta stagione ormai in arrivo; il secondo alla nuova serie Hannibal presto in onda anche in Italia.

Ampio spazio anche alla LETTERATURA con ben 10 pagine del magazine riservate ai libri: news e segnalazioni, un’anteprima del libro più atteso della stagione proposta da Giovanni Arduino (il traduttore), di Doctor Sleep il seguito di Shining scritto da Stephen King. Una recensione di L’ira dei giusti di Manel Loureiro e una rubrica sui libri scomparsi dai cataloghi italiani (Demoni amanti – Shirley Jackson). Gianmaria Contro invece ci propone nella rubrica Cult Book uno speciale su Carrie, dal libro al film. Completano la visione sul mondo dell’horror una serie di rubriche su videogame, musica (band e colonne sonore), sugli artisti “macabri”, l’Almanacco sulle ricorrenze storiche del mese, il Dizionario dell’Horror e per finire la rubrica dedicata ai gadget e ai maniaci collezionisti. In ogni numero poi, sarà presente una piccola chicca: una foto ad alta risoluzione di una locandina rara.

Completano il magazine due aree non meno importanti. La prima è quella che potremmo definire Real Horror (parafrasando il nome di un canale della piattaforma SKY), formata dalla rubrica dedicata ai SERIAL KILLER curata da Giuliano Fiocco, dalla rubrica Phobia, a cura di Giovanni Arduino, che raccoglie e spiega le più incredibili fobie che hanno ispirato scrittori e registi, e dalla rubrica X-Files curata da Paolo Zelati, che va alla caccia di miti e  leggende delle nostre città.

Chiude il magazine EVENTO ZERO un romanzo “zombesco” a puntate scritto da Andrea G. Colombo che prevede anche un progetto di scrittura collettiva in collaborazione con il contenitore  editoriale Hbooks (http://hbooks.horror.it). L’idea è quella di proporre sì un romanzo a puntate, ma anche di creare con la complicità dei lettori un universo popolato da molte storie oltre quella che saranno narrate sulle pagine di Horror Time.

Che altro dire, buona lettura!

:: Antologia NeroNovecento Intervista Collettiva – Seconda Parte

7 settembre 2013

neronovecentoSeconda Parte

  •  Anni 50

Benvenuto Giulio Leoni. Sei un autore di romanzi storici molto conosciuto. Hai pubblicato con importanti editori. Per chi ancora non ti conoscesse, raccontaci qualcosa di te.

Scrivo da parecchi anni, praticamente da sempre se ci mettiamo anche gli scritti non di carattere narrativo. Sono un appassionato di storie, chiunque mi racconti qualcosa, e più insolita la narrazione meglio è, diviene immediatamente mio amico. In parallelo mi piace anche raccontarne a mia volta, e sarei un magnifico intrattenitore in qualsiasi circolo della caccia, quanto a spararne grosse.  Racconto un po’ di tutto, vicende ambientate nel passato o ai nostri giorni. Oppure nel futuro, storie violente e dolci, allegre o tristi. Se mi viene in mente una storia, e mi piace, prima o poi trovo la maniera di raccontarla a qualcun altro, magari a tradimento, infilandola in un’intervista come questa. A proposito, adesso che ci penso, alcuni giorni fa ho trovato in un cassetto della scrivania appartenuta a mio padre un orologio inglese. Lui era stato ufficiale in Libia, durante la Seconda Guerra mondiale, e un giorno…

Hai ambientato il tuo racconto negli anni Cinquanta. Come si intitola e perché hai scelto il naufragio del transatlantico Andrea Doria, avvenuto il 25 luglio del 1956, come fonte di ispirazione?

Il naufragio dell’Andrea Doria è uno dei miei primissimi ricordi infantili. In quell’estate abitavo nella casa di famiglia, a corso Vittorio a Roma, e sentii la sera le voci degli strilloni che gridavano dalla strada i titoli dell’edizione straordinaria. Allora non capii naturalmente di che cosa potesse trattarsi, solo percepivo l’aria di eccitazione dei miei familiari per qualcosa di straordinario. Poi in seguito mi sono periodicamente interessato alla vicenda, anche per aver conosciuto personalmente uno dei passeggeri di quella traversata, una signora ormai in età ma che ancora conservava vivi i ricordi di quella notte. Avevo in mente da tempo di occuparmene, o in forma di romanzo o altro, ma poi Venne il Titanic di Cameron e non mi parve più il caso di zappare nello stesso orto. Però l’idea mi era restata, e quando ho saputo da Daniele che per l’antologia erano liberi gli anni Cinquanta ho ripensato a quella bella nave, alla signora che avevo conosciuto e alle storie dei passeggeri che mi aveva raccontato, Perché le navi possono affondare, ma le storie no!

Molti tuoi lettori saranno stupiti da questa tua scelta noir.

I miei lettori sono abituati alle mie giravolte, spero che mi perdoneranno!

  • Anni 60

 Ciao Claudio, benvenuto. Presentati ai nostri lettori. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Claudio Asciuti?

Innanzi tutto grazie dell’invito e buongiorno a tutti. Claudio Asciuti? E’ uno che scrive senza cedere a priori ai compromessi necessari a pubblicare quel che scrive, e di conseguenza scrive molto e pubblica pochissimo. Non più di un paio di giorni addietro una casa editrice ha rifiutato un mio romanzo breve per questioni stilistiche… pare che scriva in modo che i lettori non capiscano. Avrei potuto cedere a posteriori al compromesso e scrivere diversamente il romanzo. Ma come insegna Jünger, la libertà è il modo di essere dell’ anarca…

Sei l’autore di Amesha Spenta, racconto ambientato negli anni Sessanta. Servizi e strategia della tensione. Ce ne vuoi parlare? E cosa significa il titolo?

Amesha Spenta è un termine che nasce nella cultura iranica preislamica, e indica gli “Immortali benefici”, i sei spiriti buoni che il dio Ahura Mazda creò per aiutare l’uomo a combattere il male, personificazioni di precetti del buon comportamento, attestati nel libro sacro dell’Avesta, intorno al mille a.e.v. Siamo nel mondo indoariano e le forze che si agitano sono quelle  politeiste di indiani e greci, lontane dal monoteismo semitico e dalla riduzione manichea del pensiero zarathustriana che la vulgata propone; così come i miei anni Sessanta sono lontani  dagli “opposti estremismi” che tanto fecero (e fanno comodo) ancor oggi. Nome speciale per un gruppo speciale, quindi, adatto a mettere in discussione due abusati cliché: i Servizi Segreti come eterni cattivi della situazione, e il noir come la nuova frontiera della critica sociale, strumento di interpretazione della realtà materiale, politica ed economica. Rovesciamo i problemi: se esistessero anche i Servizi Segreti buoni, impegnati a mantenere non lo status quo a suon di bombe, ma il fronte rivoluzionario in una posizione terzista a suon di operazioni coperte? Intendendo con il sintagma “fronte rivoluzionario” non i tristi o buffoneschi  politici odierni, ma i rivoluzionari veri…  E se invece il noir anziché essere quello strumento su cui critici e improvvisati amano discettare, affondasse non nel mondo sensibile le sue radici, ma in quello intellegibile, e quel che accade ora qui non fosse altro che la dimensione quotidiana e fisica di uno scontro più grande e metafisico?

Raccontaci cos’è il noir per te e perché il Novecento è un secolo così ricco di ispirazione, di scenari, di suggestioni?

Il noir è un genere che mescola  elementi di quel che definiamo “giallo”, ad esempio la sua geometrica e  spinoziana determinazione che cerca di (ri)portare l’ordine in un cosmo in cui l’ordine non esiste, con altri temi, l’indeterminazione totale, lo spiazzamento del lettore di fronte all’ ambiguità morale, un mondo in cui i conti non tornano mai, la melanconia dell’individuo e la sua solitudine; ed è proprio per questo motivo preferibile al giallo, tutto sommato consolatorio… oppure potrei risponderti con i versi di Leonard Cohen, che sto ascoltando in questo momento: ho preso l’oscurità/ bevendo dalla tua tazza/ ho chiesto: è contagioso? Hai detto, bevi e basta. Ecco una buona definizione di noir: prendere, afferrare l’oscurità, tema che fu del grande Cornel Woolrich, il vero archetipo del noir. Il Novecento si presta bene ad essere noir, perché è un secolo entrato nel mito, più che nella storia, e come tutto ciò che entra nel mito è astorico e atemporale. Il bello e il significativo si sono fermati alla soglia degli anni Settanta, come avessero timore di uscir fuori dall’alveo sanguinoso dei lasciti del dopoguerra; qualcuno o qualcosa ha proseguito fino a metà Ottanta, ma con gran fatica… Se vogliamo parlare di oggi, dobbiamo per forza tornare al passato; parlare dell’oggi è banale, è triste, è ripetitivo e diciamocelo, perfettamente inutile. Pensiamo alla serie di topoi che costellano la narrativa odierna: il commissario di quasi sinistra, sfigato e un po’ gourmet, il mafioso sempre presente buono per tutte le stagioni, il buon extracomunitario e la sua lagnosa condizione di immigrato, il lamento del precario che si è scoperto tale un po’ in ritardo, il call center come metafora della condizione schiavistica, il detective un tempo extraparlamentare di sinistra, la storia d’amore che sembra uno sceneggiato televisivo ma meno intelligente di uno sceneggiato televisivo, il romanzo di formazione in cui tutti si accoppiano con tutti, anche contra naturam, usano sostanze psicoattive  legali e illegali, propugnano valori che immaginano trasgressivi, ma nutrono in realtà ambizioni catodiche e vorrebbero andare in tv, e visto che non ci riescono si piazzano di fronte alla medesima e guardano la partita o il programma scemo di turno… oppure l’ambientazione di luoghi fatiscenti e sconclusionati, proletariati urbani e suburbani che avrebbero fatto impallidire Pasolini, computer e cellulari e giochi elettronici non più oggetti del desiderio ma enti desideranti e affamati di uomini robotizzati, una critica sociale che vorrebbe esser rivoluzionaria ma che è solo partitica e a senso unico non alternato…  è un orrore, una malabolgia, l’inferno a rovescio, il festival del kitsch, un oltraggio, la poetica del degrado e della sfiga… come puoi scrivere un noir guardando questi temi e il mondo “reale” in cui la soubrette o il delinquente diventano politici, l’ analfabeta maestro di pensiero, il cafone  elegantiae arbiter… mentre l’onesto padre passa per idiota perché non è un ladro e ai consigli della buona madre di famiglia si preferisce il credo morale della signorina di poca (e rivendicata in quanto poca) virtù, tale da spianarti la carriera? E’ ridicolo… l’ispirazione ti scappa via immediata, anche nel caso ti venga a visitare, dal momento che le Muse rifiutano il banale. A questo punto, ti piaccia o no Neronovecento, quando lo leggi è come respirare aria montana dopo le polveri sottili; perché quel mondo di quel secolo, buono o cattivo che fosse, era abitato da eroi e delinquenti, modellato su valori e disvalori, su credi anche infami e su fedi anche impure, ma almeno era tutto vero…  da allora, come direbbe lo scriba del caos, il mondo divenne favola…

  • Anni 70

Ciao Adele, benvenuta. Presentati ai nostri lettori. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Adele Marini?

Lieta di essere con voi!
Sono una  giornalista professionista, specializzata in cronaca nera e giudiziaria. Ho lavorato per moltissimi anni a Stop e a Intimità, gli storici settimanali fondati da Cino del Duca. Inoltre ha collaborato  con le redazioni di diversi  quotidiani fra cui La Notte e L’Unità.
Per non lasciarmi mancare nulla, da tempo scrivo romanzi del genere ‘non fiction novel’, cioè fondati su episodi della nostra storia recente. Nel 1994 è uscito il mio primo romanzo-dossier Il consulente (scritto con l’ispettore capo della polizia di Stato Alberto Sala). Il libro, oggi irreperibile,  tratta di riciclaggio, di agenti sotto copertura e di tangenti.
Con il secondo noir ‘non fiction’ Milano, solo andata ( Frilli editori, 2005), pubblicato  in Germania col titolo Denn dein ist die Schuld (Goldmann 2007), ho vinto nel 2006 il Premio Azzeccagarbugli al romanzo poliziesco.
Nel 2007, sempre con l’editore Frilli, ho pubblicato Naviglio blues  tradotto in tedesco col titolo Denn nichts ist je vergessen (Goldmann, 2008).
Nel 2009  ho partecipato all’antologia Alle signore piace il neroStorie di delitti, crimini e misfatti (Sperling & Kupfer) con il racconto La testa altrove  e un anno dopo ho pubblicato nell’antologia a scopo benefico Sorrisi di gatto (Pa.Gi.Ne. edizioni)  il racconto L’ultima vendetta.
Infine, per l’antologia Delitti di acqua dolce  (a cura di Ambretta Sampietro e Luigi Pachi – Lampi di Stampa editore)  il racconto L’uomo delle correnti.
 In formato digitale (eBook ), per  Milanonera edizioni,  ho pubblicato I fondamentali della scrittura d’indagine e Arriva la Scientifica : due saggi dedicati alle procedure investigative e giudiziarie.
A novembre sarò di nuovo in libreria con il non fiction novel ‘Ndrangheta’ (Fratelli frilli editori): un romanzo dossier dedicato all’infiltrazione delle cosche a Milano e nelle regioni del Nord.
Quando non scrivo leggo e mi dedico al mio zoo personale: due gatti certosini nerboruti e aggressivi ma con me dolcissimi: Ely e Pipino,  un cane grande come un pony di razza briard  di nome Trudi e la trovatella Hera . Ai quattro pelosi  va aggiunta la pennuta Ninetta, un merlo indiano che non smette un minuto di chiacchierare.
Ho un marito molto paziente di nome Lionello e un figlio: Andrea che, essendo medico,  mi fa da consulente per gli aspetti medico scientifici dei mie lavori .
Vivo a Milano in una zona semiperiferica ma letteralmente sepolta nel verde. Una grande fortuna che non mi fa rimpiangere l’azzurro e i silenzi del bellissimo lago Sebino in riva al quale sono nata.

Sei l’autrice di L’ultimo scatto, racconto ambientato nell’Italia degli anni Settanta. Ce ne vuoi parlare?

Ho vissuto in prima persona quei momenti e ringrazio di cuore l’amico Daniele Cambiaso per avermi offerto l’opportunità di raccontare un piccolo frammento di quella grande tragedia che fu la strategia della tensione.  Fra i tanti episodi neri, ho scelto quello della bomba alla questura di Milano. Una strage considerata a torto ‘minore’ e trascurata dai media che, in realtà, fu molto significativa perché preluse a ciò che avvenne in seguito e fu una sorta di ‘prova generale’ dell’assassinio di Aldo Moro. Infatti, il vero obiettivo dei terroristi neri manovrati da burattinai molto in alto: i cosiddetti poteri forti extranazionali, fautori della ‘guerra a bassa intensità’,  era il ministro degli Interni Mariano Rumor. Se la bomba ‘ananas’ avesse centrato il bersaglio e fosse esplosa dentro il cortile della questura com’era stato deciso, invece di deflagrare contro il muro, avrebbe fatto una carneficina e la nostra storia con ogni probabilità avrebbe cambiato repentinamente il suo corso. Tutto era pronto per imporre una svolta autoritaria sul modello greco.

Le donne è il noir. Da donna come ti avvicini a questo genere?

Per me è stato naturale cimentarmi nel noir. Anni di cronaca nera e giudiziaria mi hanno fatto acquisire la professionalità indispensabile per affrontare un genere oggi molto praticato ma per nulla facile. Il fatto che io sia donna non significa nulla. Ho visto cadaveri all’obitorio, ho seguito processi, ho ripercorso  indagini insieme con fotoreporter di valore imparando a destreggiarmi nel labirinto delle procedure giudiziarie né più né meno dei colleghi maschi. Ad aiutarmi è stato il  periodo in cui sono stata accreditata presso la sala stampa della Questura di Milano: un’esperienza che mi ha permesso di apprendere le notizie e seguire le indagini in tempo reale. Oggi sono in pensione ma continuo a collaborare alle testate giornalistiche on line Milanonera web press e Misteri d’Italia, oltre a scrivere libri.
Sono sempre riuscita a ottenere contratti onorevoli dagli editori che mi hanno pubblicato e buone risposte dal pubblico.  Il mio piccolo segreto? Leggere, leggere, leggere. Poi, prestare attenzione a tutto quello che accade e, soprattutto, non lesinare tempo e fatica all’immenso lavoro di ricerca. Per scrivere L’ultimo scatto ho consultato gli atti dei processi e le sentenze oltre a numerosi saggi dedicati alle stragi e agli anni di piombo. Questo perché sono abituata da sempre a sentirmi responsabile di ogni parola che metto sulla carta. Non sempre riesco a essere obiettiva ma certamente faccio del mio meglio per  riferire i fatti nella loro completezza.

  • Anni 80

Ciao Vindice, benvenuto. Raccontaci qualcosa di te, presentati ai nostri lettori. Chi è Vindice Lecis?

Giornalista da più di tre decenni, sempre all’interno dei giornali locali del Gruppo Espresso, una scuola di realismo e di conoscenza dei vari territori. Attualmente lavoro nell’Agenzia giornali locali del Gruppo. Sardo e italiano, convinto che la Sardegna abbia molte storie da raccontare e non solo folclore da esibire. Storie e personaggi , grandi e meno grandi, che hanno avuto e hanno un ruolo nelle vicende nazionali.

Sei l’autore di L’attentato che non ci fu, racconto ambientato negli anni Ottanta. Un funzionario comunista in pensione indaga su un incidente d’auto di cui fu vittima Berlinguer in Bulgaria. Ce ne vuoi parlare?

Uno di questi personaggi è proprio Antonio Sanna, funzionario del Pci. O meglio esponente del riservatissimo Ufficio Quadri che all’epoca del racconto, il 1984, già non esisteva più da molti anni. Questo Sanna, personaggio stropicciato ma deciso, deve indagare sull’attentato a Berlinguer – suo concittadino – avvenuto nel 1973 in Bulgaria. Quell’attentato è avvenuto ma non ne è rimasta traccia. Perché? Chi lo ideato? Ha qualcosa a che vedere con il fastidio dell’Urss verso l’autonomia di Berlinguer e della sua Terza via tra socialismo reale e socialdemocrazia? Sanna indaga in quella direzione. Ma in quel 1984 accadono altre cose, tutte drammatiche anche se di diverso segno.

Raccontaci cos’è il noir per te e perché hai scelto di partecipare a questa antologia.

Il noir non so come incasellarlo e nemmeno interpretarlo. A dire il vero leggo pochi noir, spesso inflazionati da rampanti da best seller  dove dietro il bello stile c’è il nulla per paura di una contaminazione con le cose veramente nere. Il romanzo storico ne è comunque una variante. D’altra parte il Novecento con le sue tragedie e le sue passioni si presta come ribalta. L’attrazione sta tutta nel capire perché la democrazia ha sempre un suo lato oscuro, un cuore di tenebra. Cimentiamoci con questo, altro che storielle.

  • Anni 90

Ciao Giorgio, benvenuto. Presentati ai nostri lettori. Chi è Giorgio Merega?   

 Biologo, ho lavorato nel campo delle biotecnologie vegetali fino alla metà degli anni Novanta. Attualmente insegno scienze naturali e organizzo corsi di introduzione alla lingua giapponese. Sono cresciuto a Roma tra i primi anni sessanta e metà degli anni settanta. Fin da bambino, avido consumatore di cronaca nera sui quotidiani. Chissà se questo mi avrà in qualche modo influenzato….

Il tuo racconto, ambientato negli anni Novanta, chiude virtualmente l’antologia. Si intitola Il sogno. Ce ne vuoi parlare?

Gli anni Novanta sono stati un periodo di grandi cambiamenti nella società italiana. Crollano i tradizionali punti di riferimento, si manifestano le prime crepe nel sistema politico, si assiste  a un profondo mutamento etnico e culturale. Questo, in estrema sintesi, lo sfondo sul quale collocare il mio racconto. Ho deciso di  ambientarlo a Genova, città in cui risiedo, per due motivi. Il primo di ordine pratico, cioè potere ricostruire le atmosfere a partire dai miei ricordi di quegli anni. Il secondo è che Genova –  negli stessi anni oggetto di una profonda ristrutturazione urbana – mi sembrava la metafora perfetta delle contraddizioni legate al processo di trasformazione in atto nel paese.
Il sogno cui fa riferimento il titolo è da intendersi soprattutto come illusione: illusione di rinascita per una città in grande affanno; illusione di un futuro migliore per i nuovi migranti. Questo è la realtà nella quale  vive e lavora  il commissario Leone, un uomo che invece ha smesso di illudersi e con occhio disincantato osserva il mondo che si trasforma. Il poliziotto deve indagare sulla morte per cause naturali di un senzatetto indiano. Semplice routine, in apparenza. Ma ben presto iniziano a mostrarsi inattese complicazioni….

Infine un commento sul Noir e il suo legame con il Novecento. Una tua riflessione, un’ ipotesi interpretativa.

Il noir è il genere novecentesco per eccellenza. La stessa antologia lo dimostra, attraverso dieci storie ognuna delle quali caratterizza  con efficacia il decennio trattato. E’ un genere che pur nell’ invenzione dell’autore si nutre avidamente di realtà. E quella del secolo scorso, con le sue ferocie, le sue contraddizioni e le sue trasformazioni è  una realtà assai ricca.  Ovviamente non si tratta di fare sociologia, ma di costruire atmosfere che facciano da sfondo alla storia raccontata. Storia che viene mostrata per quella che è, senza velleità  di redenzione o anelito di giustizia. Il noir è un genere non consolatorio, dove manca una vera lotta tra bene e male, perché i due aspetti sono spesso confusi e mescolati nelle persone come negli eventi, come il Novecento ci ha spesso mostrato.

Concludo questa intervista monstre ringraziando tutti gli autori e Daniele Cambiaso, curatore dell’antologia Neronovecento, che si è prestato a farmi da tramite con ognuno di loro. L’ultima domanda e rivolta a lui.  Come è stato fare il curatore di questa antologia?  Come hai scelto i racconti? C’è un filo conduttore che li accomuna? E infine vorrei chiederti qual è il tuo punto di vista sulle potenzialità del noir come nuovo romanzo sociale?

Il progetto alla base di “NeroNovecento”, per me, ha costituito prima di tutto una sfida avvincente ed è stata un’esperienza straordinaria. L’idea di catturare l’anima noir di un secolo complesso come quello scorso rappresenta, per me, un po’ il punto di arrivo di un progetto letterario più ampio che ho sviluppato nel corso degli anni con altre antologie. Mi riferisco a “Crimini di regime” e “Crimini di piombo” pubblicate da Laurum e dedicate al periodo fascista e ai cosiddetti “anni di piombo”. Con “NeroNovecento” si abbraccia tutto il secolo e, in qualche modo, si chiude il discorso.
Il filo conduttore, a mio avviso, è rappresentato proprio dalla capacità di ogni racconto di essere un’istantanea capace di fissare non solo una vicenda criminale, ma anche un aspetto socio – culturale del decennio in cui viene ambientato. Stabilite queste coordinate, nella fase di preparazione dell’antologia occorreva creare una squadra in grado di conseguire l’obiettivo. Prima di tutto, doveva trattarsi di autori interessati al progetto di una piccola casa editrice, seria e con ambizioni di crescita, ma pur sempre in fase di decollo. Non tutti amano questo tipo di scommesse e io sono profondamente grato, a livello personale e fuori di retorica, a tutti gli autori che mi hanno permesso di realizzare questa idea.
Inoltre, dovevano essere scrittori desiderosi di approfondire i vari decenni che venivano loro proposti. Occorreva misurarsi con la Storia con l’iniziale maiuscola, padroneggiarla in modo tale da non farne un fondale posticcio da appiccicare a un racconto, ma impastarla con la vicenda noir, renderla protagonista alla pari dei personaggi letterari. Aspetto per niente facile. Devo dire, quindi, che sono molto orgoglioso del “team” che ho raccolto e dei risultati ottenuti. Si tratta di un mix interessante di autori affermati ed emergenti, accomunati tutti da  qualità di scrittura davvero notevole. E quest’ultima, credo sia proprio una delle caratteristiche che il lettore potrà maggiormente apprezzare in questa antologia.
Per quanto concerne le potenzialità “sociali” del noir, credo che in questi ultimi decenni il giallo e il noir abbiano in parte colmato una lacuna lasciata dalla crisi, o quanto meno dall’appannamento, del romanzo storico e del giornalismo di inchiesta. Credo, quindi, che ci siano delle potenzialità davvero interessanti, esplorate in buona parte, ma occorre fare attenzione a non gravare la letteratura di tensione di responsabilità che potrebbero eccedere le sue effettive capacità e forzarne la natura. Si tratta pur sempre, ritengo, di un intrattenimento, che indubbiamente può essere “intelligente”, a volte anche “intelligentissimo”, e aprire prospettive di riflessione al lettore. Attenzione, però, a non delegare l’inchiesta sociale solo ed esclusivamente al noir, altrimenti se ne decreterà la crisi. Lasciamogli semplicemente fare quelle “domande cattive” che tanto piacciono a Carlo Lucarelli. Peraltro, quello della crisi mi sembra un rischio remoto: direi che il genere goda di eccellente salute e “NeroNovecento”, se servisse, viene a confermarlo.

:: Recensione di Imposta alla carne di Diamela Eltit – (Atmosphere libri, 2013) a cura di Lucilla Parisi

7 settembre 2013

imposta alla carnePresentato al Salone Internazionale del libro di Torino 2013, il libro  Imposta alla carne della scrittrice cilena Diamela Eltit rappresenta una delle novità della vasta produzione letteraria del Paese sudamericano, che in uno spazio a esso dedicato (Spazio Cile), ha visto avvicendarsi i libri degli scrittori  Diego Munoz Valenzuela e  Ramòn Dìaz Eterovic (sempre editi da Atmosphere libri) e della scrittrice Lina Meruane (Sangue negli occhi, edito da La Nuova Frontiera).
Già autrice di numerosi lavori in patria, Diamela Eltit si affaccia al mercato editoriale italiano con il suo ultimo spiazzante romanzo, in cui viene affrontato – in modo del tutto originale – il tema della sopraffazione dello Stato-potere (che qui ha ancora il ricordo della recente dittatura) sugli individui.
La vicenda, narrata con un linguaggio spesso oscuro, racconta di un rapporto mai interrotto tra una madre ed una figlia – intrappolate l’una nel corpo dell’altra – vissuto all’interno delle mura di un ospedale, in cui medici spietati le sottopongono ad ogni tipo di cura invasiva, al limite con la sevizia fisica e psicologica.
Medici interessati a indagare gli organi interni delle due donne segnati dal tempo, per riportare in essi l’ordine fissato da rigidi protocolli. L’epurazione del diverso, dell’anarchia, della colpa diventa la missione di questo Stato-ospedale, incurante della dimensione umana della malattia e dell’imperfezione dei corpi, necessarie quanto la vita stessa.
Una narrazione delirante in cui il potere della nazione divora ogni cosa, divora le parole e la libertà di espressione, annienta le volontà e riduce gli uomini in malati terminali incapaci di autodeterminarsi.

Dovresti essere stupida, o ritardata, mi dice mia madre per profanare la bolla storica della nazione, del paese o della patria medica, quindi te lo ripeto, chiudi quella bocca e lasciali in pace, che facciano quel che vogliono, come gli pare. Noi siamo qui per consentire e persino favorire che continuino a trattarci come sottopazienti o sottospecie”.

Il monologo incalzante della figlia fa presa sul lettore sino a trascinarlo in una dimensione folle, a tratti onirica, in cui prende forma la ricostruzione metaforica dei duecento anni della storia del Cile  e in cui i corpi bicentenari delle due donne si fanno portatrici di verità sconcertanti. Il tutto per sopravvivere al massacro dei loro corpi e per riconquistare una libertà di agire assediata dal controllo di un insano potere.
Il romanzo è stato scritto nel 2010, anno della celebrazione del Bicentenario dell’indipendenza dell’America Latina.” Come ci spiega la curatrice per l’Italia del romanzo Laura Scarabelli nella postfazione al libro, “L’autrice, attraverso i corpi delle sue protagoniste, intende meditare sul destino di un Continente a duecento anni dal suo affrancamento dallo statuto di Colonia”. Un ricordo che fa da sfondo “allo scenario cileno contemporaneo ancora impegnato nella difficoltosa elaborazione della dittatura di Pinochet, un regime oppressivo e sanguinario, con fasi di esplicita repressione delle voci fuori dal coro”.
Un testo non facile che impone al lettore di sacrificare la linearità di una normale narrazione, per adottare dei criteri di lettura e giudizio mobili e fuori da ogni schema, senza ricercare un significato altro rispetto a quello che affiora dalla caoticità e intensità delle immagini descritte.
Un romanzo non per tutti, ma coraggioso nella sua unicità.

Diamela Eltit è una delle scrittrici più audaci dell’America Latina ed è molto apprezzata per le sue iniziative d’avanguardia nel mondo delle lettere. Eltit ha iniziato il suo impegno con la letteratura nel suo nativo Cile durante gli anni della dittatura di Pinochet, pubblicando i suoi apprezzati primi romanzi, Lumpérica (1983) e Por la patria (1986). Da allora ha pubblicato, tra gli altri, El Cuarto Mundo (1988), El Padre mio (1989), Vaca sagrada (1991), Los vigilantes (1994), Los Trabajadores de la muerte (1998), Mano de obra (2002), Jamás el fuego nunca (2007) e Impuesto a la carne (2010). È stata premiata più volte da organizzazioni internazionali e ha ricevuto il prestigioso premio Iberoamericano de Letras José Donoso nel 2010.

:: Recensione di Il cuore selvatico del ginepro di Vanessa Roggeri (Garzanti, 2013)

7 settembre 2013

Il cuore selvatico del gineproUna Sardegna arcaica, ancorata a ancestrali culti e superstizioni, illuminata da una natura dai tratti cupi e drammatici, emerge in questo bel romanzo d’esordio della scrittrice cagliaritana Vanessa Roggeri, dal titolo Il cuore selvatico del ginepro. Ambientato alla fine dell’Ottocento, narra la storia di due sorelle, Lucia e Ianetta, unite non ostante la vita e le tradizioni abbiano deciso altrimenti.
Siamo a Baghintos, la notte del 31 ottobre 1880, la notte delle animeddas, in dialetto sardo delle anime. La famiglia Zara, composta da Severino e Assunta e le loro cinque figlie, oltre a una morta, di qui l’importanza del settimo figlio, vivono un dramma, nato dall’ignoranza e dalla superstizione, ma capace di germogliare in un’amicizia fortissima tra sorelle, un legame che illumina il romanzo di una luce poetica e delicata.
Assunta sta per partorire il settimo figlio, che malauguratamente è una femmina. Una coga. Un segno nefasto, una maledizione. Bisogna uccidere questa creatura prima che porti disgrazie e sventure su tutta la famiglia. Su tutto il paese.
Anche la natura accompagna questa nascita infausta scatenando un violento temporale, segno sicuro della gravità del momento, e sotto gli scrosci d’acqua Severino si inoltra fuori per ucciderla seguendo i consigli del padre: Nooou! Quelle lì non le puoi affogare. Ascolta me: mettila sulla mola e prendi una pietra bella grossa e pesante. Ma Severino non se la sente e abbandona la creatura sperando che gli elementi facciano il lavoro al posto suo. Allora Lucia la maggiore, dieci anni compiuti, che la intravide sulla mola, tra la pioggia e il vento, accorre  e la salva riportandola a casa e dandole un nome, Ianetta. Sarà l’inizio di un amicizia più forte dell’ignoranza, della cattiveria umana tinta di superstizione e tabù ancestrali.
Con i toni poetici di una fiaba, nello stesso tempo drammatica e crudele, come in origine sono tutte le fiabe, pensiamo solo a Biancaneve, Il cuore selvatico del ginepro è un romanzo interessante ed emozionante, capace di commuovere in alcune parti, e far arrabbiare in altre. Scritto innanzitutto benissimo, con cadenze arcaiche, e un profondo legame con la natura sarda, utilizza un linguaggio evocativo, ricco di contaminazioni dialettali e espressioni metaforiche e poetiche, che accrescono il tessuto narrativo e lo impreziosiscono.
La Roggeri è brava a parlare del passato, di un mondo scomparso, ma forse ancora vivo nei racconti tramandati oralmente di generazione in generazione. La tradizione sarda è ricca di fiabe e leggende, consolidate dalla sua natura isolana, forte e selvaggia, e l’autrice vi prende a piene mani per innestare nel suo romanzo un sapore antico e rurale, con risultati molto suggestivi.

Vanessa Roggeri è nata e cresciuta a Cagliari, dove si è laureata in Relazioni Internazionali. Ama definirsi una sarda nuragica, innamorata della sua isola così aspra e coriacea, ma anche fiera e indomita. La sua passione per la scrittura è nata fin da quando la nonna le raccontava favole e leggende sarde intrecciate alle proprie memorie d’infanzia. Queste storie di una Sardegna antica, magica e misteriosa l’hanno segnata profondamente facendole nascere il gusto per la narrazione e il desiderio di mantenere vivo il sottile filo che ci collega a un passato ormai perduto.

:: Recensione di In me io mi salvo di Cristoforo Gorno – (Imprimatur editore, 2013) a cura di Lucilla Parisi

6 settembre 2013

in meIn me io mi salvo è un viaggio verso la verità, indietro nel tempo, fino agli anni dell’infanzia quelli in cui certi eventi si imprimono nella mente come istantanee in bianco e nero, difficili da ricollocare nel tempo e nello spazio. Immagini che richiamano solo flebili ricordi, ma che hanno ancora la forza di evocare le emozioni e i sentimenti di un tempo. Questa è la storia di Deifobo, detto Bino, un bambino di Brescia che, dopo la strage del ‘74, si trasferisce con la famiglia in Ciociaria, nel paese di Patrica, alla periferia di Frosinone e del mondo di Bino adulto. Dopo trent’anni di distanza dai luoghi dell’infanzia, una ferita aperta lo conduce da Roma verso il suo passato, nei luoghi in cui si è consumata, silenziosa, la tragedia. Alex il belga, il conoscente, l’uomo che si era offerto di insegnargli ad accudire e a cavalcare i suoi cavalli, aveva abusato della sua fiducia, della sua ingenuità, del suo corpo e della sua infanzia, trasformandolo dapprima in un bambino spaventato e poi nell’uomo tormentato e vinto dai sensi di colpa che era diventato. “Tutto sembrava bello, un maestro, un allievo, la storia di un apprendimento, il compimento di una vocazione a stare con le bestie, una vocazione che veniva da lontano, da quegli abbracci infantili e fiduciosi all’asino Cico”. La violenza arriva per caso, in quella casa che lo aveva accolto come un figlio. Il dolore, la vergogna, la paura chiuderanno gli occhi e la bocca di Bino che, di fronte alle già precarie condizioni economiche e personali dei genitori, non rivelerà loro la violenza subita e non denuncerà mai il suo carnefice. Dopo anni di distanza, la strada di Bino verso la resa dei conti si trasformerà in un percorso poetico: i protagonisti di storie al limite tra realtà e fantasia – animali magici, odalische e nani muti, sultani e carcerati – lo accompagneranno, passo dopo passo, verso la fine del suo viaggio, esorcizzando il male e dandogli la forza di affrontare finalmente il suo orco. Il confronto poi con tragedie del passato, come i condannati a morte della furia nazista a Castro dei Volsci e il passaggio attraverso i luoghi in cui si è consumata la tragedia di donne e bambine (come la undicenne Ludovica L.), vittime di ogni sorta di violenza da parte delle truppe tedesche e marocchine, condurranno Bino ad una riflessione sugli incastri del destino: “Ludovica L. incontra la Storia e ne subisce la violenza. Bino (io) incontra la Storia e si mette in moto il meccanismo che lo porterà a subire a sua volta violenze. Bino va a cercare il suo carnefice. […] Per caso o per necessità incontra Ludovica L., vede i suoi luoghi, lì a due passi dai luoghi di Bino, ascolta il suo racconto. Il cerchio si chiude, il senso del viaggio diventa chiarissimo: la Storia non può imporci una resa senza condizioni. Ludovica L. non ha potuto chiudere i conti con chi le ha fatto male […] Io invece quei conti posso chiuderli, e non devo più rimandare”. Il romanzo di Cristoforo Gorno fa male nella sua spietata lucidità. Quando si parla di violenza sui bambini, le parole sono lame affilate che producono in chi ascolta o legge, una rabbia ed un disgusto incontenibili. Lo scrittore alterna a quelle parole la soavità e la magia della fiaba, del racconto senza tempo, nel tentativo di restituire al Bino che fu il significato autentico della sua infanzia rubata. Una storia delicata nella sua innegabile durezza che merita comunque di essere letta.

Cristoforo Gorno è nato a Brescia nel 1963 e ha studiato lettere classiche. Si è laureato in Storia delle religioni del mondo classico e lavora in televisione come autore di programmi di divulgazione scientifica e storica, tra cui Gaia, il pianeta che vive (Rai 3), Atlantide e Impero (La7).

:: Antologia NeroNovecento Intervista Collettiva – Prima Parte

6 settembre 2013

neronovecentoIn occasione dell’uscita dell’antologia noir NeroNovecento, edita da Cordero Edizioni, noi di Liberi di Scrivere abbiamo avuto l’idea piuttosto folle di intervistare tutti gli autori che l’hanno scritta. E grazie a Daniele Cambiaso, e alla disponibilità di tutti gli scrittori, ce l’abbiamo fatta. Sarà divisa in due parti, data la lunghezza, e in rigoroso ordine cronologico. Buona lettura!

Prima Parte

  • Anni 00

Ciao Stefano, benvenuto. Presentati ai nostri lettori. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Stefano Mantero?

Sono un uomo di cinquant’anni innamorato della lettura, in particolare dei romanzi noir. Ho collaborato per molti anni con diversi quotidiani genovesi: Il Lavoro, Il secolo XIX e la Repubblica e questo costante esercizio di scrittura mi ha spinto a provare a raccontare qualche storia anche io. L’ho fatto pubblicando un volume di racconti e partecipando a diverse raccolte di racconti come Nero Novecento.

Sei l’autore del racconto Il sogno di Anna che idealmente apre la raccolta. E’ ambientato infatti nei primi anni del XX. Parlaci un po’ di come è nato, dove è ambientato, quali sono i personaggi principali?

Il mio racconto è nato da una serata con due amici, Margherita e Fulvio, trascorsa ad ascoltarli parlare della loro passione e professione, la fotografia.
Io cono cieco e poter parlare di immagini con persone che curano i particolari di uno scatto, luce, esposizione, colore, il gioco delle ombre, ecc… E’ qualcosa che stuzzica terribilmente il mio interesse. In quel momento mi è venuta la voglia di scrivere sulla fotografia, meglio sulle tecniche fotografiche. Successivamente ho pensato che sarebbe stato ancora più interessante parlare degli albori della fotografia e quindi dei primi del Novecento.
Poi il mio legame con il mare mi ha spinto ad ambientare la storia su una nave, e visto che si tratta dei primi del secolo scorso, su di un vapore carico di migranti e di pochi fortunati che abitano la prima classe. Da li in poi ogni tassello si è composto autonomamente e non sono stato più io a raccontare la storia ma lei a raccontarsi a me…

Hai partecipato a questa antologia perché probabilmente condividi l’idea di fondo da cui è nata. Raccontaci cos’è il noir per te e perché il Novecento è un secolo così ricco di ispirazione, di scenari, di suggestioni?

Il genere noir è come una musica, certe volte ti avvolge e ti prende l’anima, altre va dritta al cuore e ti lascia senza respiro, ma comunque non ti lascia indifferente. Ecco questo è il noir per me, certo quando dico noir non posso non pensare a Izzo e alla sua Marsiglia, ma di ottimi esempi e nostrani ce ne sono a decine.

  • Anni 10

Ciao Angelo, benvenuto. Per prima cosa mi piacerebbe che ti presentassi ai nostri lettori. Raccontati come se fossi un personaggio di un tuo racconto. Chi è Angelo Marenzana?

Mi muovo tra le nebbie invernali di Alessandria e la sua umidità soffocante dell’estate. Orgoglioso di fare parte della schiera del segno zodiacale più noir, lo scorpione, indicato come quello delle grandi passioni, della morte, del tradimento e della vendetta. Ma credo ci sia un eccesso di letteratura in tutto ciò, visto che non mi riconosco in tale personalità, e per il fatto che tiro a campare con un’esistenza assolutamente normale e vivo grazie a uno stipendio da funzionario dell’Agenzia delle Dogane. Il resto è scrittura, lettura, cinema, poca musica, storia dell’arte. Elementi comuni, credo, per chi si diverte a narrare storie. E lo faccio quasi sempre in compagnia di un paio di splendidi bastardoni (detesto la parola meticci, incroci, e quant’altro ci si inventa con la logica del perbenismo verbale). Ovvero i miei cagnetti.

Sei l’autore di Non come in guerra, racconto ambientato dopo la fine del primo conflitto mondiale. L’aumento dei prezzi di fine ‘800 porta ai moti popolari in tutta Italia. Nel 1898 il Gen. Bava Beccaris spara cannonate sulla folla per soffocare i moti di Milano. Negli anni 10 del secolo nuove sommosse operaie sono represse nel sangue. Perché hai scelto questo scenario per il tuo noir?

Ho sempre nutrito un interesse particolare per le storie ambientate nel ventennio, trovando meno affascinante l’inizio secolo. La proposta di Daniele Cambiaso di occuparmi della prima decade l’ho presa quindi come una piccola sfida con la storia. L’occasione per tornare a sfogliare qualche libro di storia, individuare alcuni elementi da riprodurre (per esempio non avevo ricordo, pur avendone sentito parlare, della diffusione della spagnola) e riscoprire anche un malcontento sociale (causa prima dell’insediamento dei fasci combattenti) che forse avevo un po’ sottovalutato come strumento narrativo. Devo dire che invece offre grandi potenzialità.

In cosa si differenzia per te il noir dagli altri generi letterari e perché il Novecento è un secolo così “noir”?

Il noir è un punto di vista, uno dei tanti, per raccontare una storia. Forse più diretto, più crudo, non ama i preamboli, necessita di una scrittura asciutta, spigolosa. Aiuta a mettere a fuoco il lato (per l’appunto nero) dei protagonisti dell’evento raccontato, del periodo storico in cui sono immersi, le loro relazioni, così come l’ambiente, l’atmosfera di cui si nutrono. Non credo che il 900, rispetto ai precedenti, sia un secolo particolarmente noir. Forse è’ solo più vicino a noi, è specchio della nostra anima e della nostra cultura, in più gli accadimenti storici vedono ancora in vita i loro stessi protagonisti e mille ferite sono ancora aperte. La memoria (per fare un esempio di questi giorni) corre alla strage delle Fosse Ardeatine con un criminale nazista come Priebke che sta per compiere 100 anni, ai famigliari delle vittime che ancora chiedono giustizia, ai principi nazisti e xenofobi che serpeggiano in Europa. Cosa certa è che il 900 ha visto una forte individualizzazione dell’uomo e una forte contrapposizione di classi e di ideologie. In questo incontro-scontro è facile far germogliare il mistero e far emergere il sottobosco della politica e degli apparati dello stato in ogni sua forma (la cronaca ne è ricca) che in Italia, in modo particolare, è molto prolifico. Deviazioni fatte di corruzione, intrigo, mafia, terrorismo, speculazioni finanziarie, spionaggio industriale, contrabbando d’armi e droga, extraordinary rendition… insomma. A piene mani!

  • Anni 20

Ciao Riccardo e Massimo, benvenuti. Descrivetevi l’un l’altro non solo fisicamente.

Parigi – Sozzi: strana coppia! Uno proviene da studi umanistici e l’altro da un percorso scientifico. Che dire di loro? Vite abbastanza parallele, che possono essere sommariamente riassunte ricorrendo alla scansione utilizzata in Neronovecento, partendo però da metà secolo (che è poi la loro età): nei ’60: taglia 46-48; nei ’70: taglia 50; negli’80: taglia 52; nei 90: taglia 54; dai 2000: meglio tacere! Mentre aumentavano le taglie, diminuivano certi slanci idealistici di fronte a mirabolanti discese in campo e a “larghissime intese”. Non diminuiva però la voglia di scrivere, di divertirsi con la scrittura, naturalmente meglio se non da soli.

Siete gli autori di Gaggio, racconto ambientatato in Italia nei primi anni Venti. Gli albori del fascismo. Raccontateci in breve la trama del racconto e da cosa o da chi vi siete ispirati.

La voce narrante di Gaggio è quella di un giovane che appartiene a un’antica famiglia di circensi, i Cervaro. Il ragazzo vive a disagio nel circo, si sente appunto un gaggio, un estraneo, fino al punto di non accettare più l’autorità del nonno, un personaggio minaccioso e dispotico. Ma il protagonista è sempre più insofferente anche nei confronti di un’Italia che è uscita distrutta dal primo conflitto mondiale ed è scossa da fortissime tensioni sociali e dalle violenze dello squadrismo fascista.

Noir e Novecento un binomio interessante. Siete lettori di noir quali sono i vostri autori preferiti di questo secolo?

Non è facile fare delle scelte, ma certo abbiamo apprezzato il geniale Goodis, Woolrich e la strepitosa serie “in nero”, Ellroy e l’inferno di Los Angeles, e di recente le giovani “belve” di Winslow.

  • Anni 30

Ciao Giorgio, benvenuto. Sei un ospite ormai abituale del nostro blog. I nostri lettori probabilmente non hanno bisogno che ti presenti. Ma raccontaci lo stesso qualcosa di te, qualche aspetto sconosciuto di Giorgio Ballario.

Non voglio portar via troppo spazio a questa intervista-monstre ai dieci autori. Perciò mi limito a ricordare la mia attività editoriale (l’altra, quella lavorativa, come forse qualcuno sa si svolge in veste di giornalista al quotidiano La Stampa): ho pubblicato finora cinque romanzi, tre dei quali fanno parte del cosiddetto “ciclo coloniale”, cioè le indagini del maggiore Morosini nell’Africa orientale italiana degli Anni Trenta: “Morire è  un attimo”, “Una donna di troppo”, “Le rose di Axum”. Un ulteriore romanzo del ciclo era in uscita nei mesi scorsi ma le… disavventure  dell’editore ne hanno impedito la pubblicazione, così adesso sono alla ricerca di un nuovo editore. L’ultima opera – “Nero Tav” – è uscita in via sperimentale in formato e-book sul sito di Amazon.it. In più ho partecipato con alcuni racconti a un paio di antologie di giallo-storico. Tre, con “Neronovecento”.

Il tuo racconto, ambientato nell’Eritrea degli anni Trenta, si intitola L’uomo con la valigia. Ce ne vuoi parlare? Che esperienza è stata far vivere il maggiore Morosini in un racconto?

Dati gli studi e le ricerche effettuati in precedenza per scrivere i quattro romanzi del ciclo coloniale, ricostruire in modo credibile il viaggio allucinato del protagonista del racconto sul treno Asmara-Massaua non è stato troppo difficile. Lo è stato di più far figurare Morosini non come protagonista, ma nel ruolo di comprimario. Una bella giravolta, a cominciare  dal tipo di narrazione, che non è stata più in prima persona, come nei romanzi, raccontati dal protagonista; bensì in un’inedita, per me, terza persona.

Il Novecento è stato un secolo caratterizzato da due Guerre Mondiali, una guerra fredda, colonialismo sfrenato, guerre etniche, genocidi. Il peggio che l’uomo sia stato capace di creare reso decuplicato, centuplicato dalle grandi scoperte tecniche e scientifiche, pensiamo solo alla bomba atomica. Pensi che il secolo appena iniziato sarà altrettanto “noir”? 

Se il XX secolo è stato senza dubbio noir, il XXI ha tutta l’aria di voler essere un secolo noir-fantascientifico. Ma nell’accezione più pessimista e negativa del termine, diciamo più Philp Dick che Isaac Asimov. Nel senso che molte utopie negative, senza che neppure ce ne rendessimo conto, si sono ormai avverate, sia pure in modo morbido e graduale, quasi impercettibile. E quindi l’uomo del XXI secolo si ritrova quanto mai schiavo della tecnologia e dell’economia, controllato e controllabile, sempre più ingranaggio di un meccanismo globale e globalizzato. Sembra esserci poco spazio per la ribellione individuale e per le storie poliziesche in senso classico, ma non è il caso di disperare: il noir è connaturato al genere umano e può spuntar fuori laddove meno te lo aspetti.

  • Anni 40

Denise Bresci e Ugo Polli, benvenuti. Raccontateci qualcosa di voi. Che studi avete fatto, come è nato il vostro amore per la scrittura?

Denise – Ciao, l’amore per la scrittura credo venga con l’amore per la lettura. Ho scritto un primo racconto alle medie, che feci leggere alla mia professoressa di italiano… mi vergogno ancora adesso! Come potevo pensare di scrivere, così giovane!
Nonostante i suoi complimenti smisi subito: al liceo, con lo studio di tanta meravigliosa letteratura (ho fatto il classico), posai subito la penna, se non per fare i compiti (e le poesie che scrivono tutti gli adolescenti, che non conto).
All’università mi sono orientata invece verso il mondo scientifico, soprattutto per necessità -all’epoca, ciò garantiva maggiori possibilità occupazionali- : ma le passioni giovanili (arti figurative, letteratura, musica) sono sempre in primo piano, per me. Così negli anni ho sempre letto tanto, diventando sempre più appassionata e sempre più pretenziosa, “difficile” nelle scelte. Il gusto si affina e ci si inizia a porre domande sul perché una cosa piaccia più di un’altra, perché un autore ci appassioni e l’altro no.. E’ qui, in questo tipo di indagine, in questa ricerca di mezzi critici che secondo me nasce la possibilità di scrivere: perché si capisce cosa si vorrebbe ottenere e nasce il desiderio di provarci. Ringrazierò sempre Daniele per avermi dato la possibilità di apparire come “autore”, visto che il primo racconto pubblicato lo devo a lui: “Quando ci incontreremo di nuovo noi tre?”, nell’antologia “Nero Liguria” che curò per Perrone Lab.

Ugo: È nato tardi: e non è proprio amore, è più voglia di qualcosa di buono. Scrivere è un’attività dura, faticosa, assorbente e non sempre il risultato soddisfa. Noi veniamo entrambi da studi classici e siamo sempre stati lettori voraci: di conseguenza, come lettori, siamo abituati a confrontarci con livelli di scrittura decisamente notevoli. Questo ci porta a criticare continuamente quello che scriviamo. Cerchiamo di non cadere nel perfezionismo, ma non è facile…

Siete gli autori di Requiem, racconto ambientato negli anni Quaranta, al termine delle Seconda Guerra Mondiale. Raccontateci in breve di cosa parla il vostro racconto.

Denise –  Il nostro racconto contiene varie storie: una storia di vendetta, una storia di perdono, una storia di sconfitta e disillusione. E’ un giallo, perché così doveva essere, ma abbiamo cercato di creare dei personaggi “veri” che dovrebbero rimanere nella mente del lettore più del plot e più dell’ambientazione.

Ugo: Requiem è una storia di guerra, di tradimento, di vendetta e redenzione. Una colonna partigiana viene sterminata, una bambina ha perso il padre, qualcuno cerca di ricostruire ciò che è successo veramente. L’obiettivo, speriamo raggiunto, è stato dall’inizio quello di creare una storia di genere senza rinunciare a tratteggiare i personaggi in modo credibile dal punto di vista drammatico e, possibilmente, senza tirare mai il freno. Di certo, sotto questo profilo, il periodo storico aiuta.

Raccontateci cosa è per voi il noir e in che misura il Novecento ha reso possibile una sua così grande diffusione.

Denise: Il noir è, tra i “generi” (giallo, thriller, horror, fantasy, fantascienza) forse il mio preferito: è quello che permette di mettere in scena storie interessanti, fuori dal comune ma anche personaggi credibili, scavati a fondo nella loro personalità. I noir sono sempre tragedie: e, come lettore, per me non c’è niente di meglio. Il noir permette di attraversare la Storia, di raccontarla con forza e serietà: penso a Ellroy, il più grande maestro del genere. Ma permette anche esplorazioni stilistiche: e qui, oltre a Ellroy, penso a Peace i cui virtuosismi rendono un romanzo un’esperienza indimenticabile.
Penso che la sua diffusione nel secolo scorso sia una naturale evoluzione della letteratura; il passo dal racconto realistico di una storia “forte” a quello di una storia “noir” è brevissimo: si tratta solo di volersi sporcare le mani, di voler provare a ritrarre le persone e la Storia “a tutto tondo”. Basta solo questo, ed ecco il “noir”. Un ritratto senza giudizio, il cui intento è di indagine: ma non di indagine poliziesca; indagine umana, solo per capire meglio. E qui penso a quello che potrei considerare il vero padre del noir: il grandissimo Truman Capote e il suo “A sangue freddo”, un romanzo a suo modo disturbante e modernissimo, scritto in maniera perfetta (e in cui, come in ogni vero noir, non c’è alcuna soddisfazione, alcun senso di giustizia nonostante il processo e l’esecuzione dei colpevoli).

Ugo: James Ellroy, uno dei nostri autori preferiti, disse una volta che il noir è l’esatto contrario di Disneyland. Sviluppando la definizione a contrario si può dire che cosa non è il noir: non è consolatorio, nessun personaggio vince, nessun crimine viene veramente punito. Il giallo classico (penso a Agatha Christie) presenta una situazione oggettiva, un problema quasi matematico che deve essere risolto per ripristinare l’equilibrio che l’evento / crimine ha spezzato; il noir, al contrario, presenta situazioni fortemente soggettivizzate, frammentate, in cui l’accento è posto su personaggi mossi da impulsi personali quando non da vere e proprie ossessioni. Una visione oggettiva è impossibile: per di più è possibile scrivere un noir con elementi gialli (mistero, indagine, rivelazione) mentre, noi riteniamo, è impossibile scrivere un giallo con elementi noir. E’ un problema di retrogusto: quello del giallo è dolce, quello del noir è amaro.
Il Novecento, e in particolare Hollywood negli anni ’40, ha creato il genere e la definizione stessa di noir. Come avviene quasi sempre, la Creatura si è ribellata al Creatore: dalla superficie costituita dalle atmosfere rarefatte “alla francese” e dai fascinosi losers, dalle femmes fatales e dalle trame fantasiose e quasi oniriche di Casablanca e del Falcone Maltese si è passati alla profondità di analisi psicologica e di introspezione degli Ellroy e dei Peace. Mentre l’obiettivo originario del genere era creare evasione condita da un pizzico di violenza ambientando in situazioni immaginarie e/o in contesti esotici, il noir attuale crea personaggi e storie dalle quali non riusciamo a staccarci e che ci infestano per molto tempo. Forse perché, tutto sommato, ci racconta meschinità e ossessioni che, in qualche misura, possiamo riconoscere (anche) come nostre.

:. Recensione di Eterna di Victoria Alvarez (Fanucci, 2013) a cura di Elena Romanello

5 settembre 2013

eternaIl genere gotico, nato nell’Ottocento per raccontare orrori romantici, continua ad avere i suoi stimatori, anche se ultimamente è stato edulcorato tra vampiri luccicanti e varie amenità che centrano obiettivamente poco oltre che essere di qualità discutibile. Ogni tanto però esce qualche libro contemporaneo interessante, che va ad affiancare gli imprescindibili classici di Dickens, Stoker e Le Fanu, come per esempio Eterna, libro d’esordio della spagnola Victoria Alvarez, ritratto di signora paranormale struggente e fantastico nella sempreverde Londra ottocentesca.
Annabel Lovelace perde la madre tragicamente da bambina, e cresce nella casa dello zio custode del cimitero di Highgate, che esiste davvero a Londra ed ospita nei suoi viali gotici e suggestivi le tombe di personalità come Karl Marx e le icone romantiche Christina Rossetti e Elizabeth Siddal. Con un grave problema cardiaco, Annabel si cura con sei gocce di belladonna al giorno, che la pongono in contatto con il mondo dell’aldilà e i suoi pericoli, rendendola da adulta una delle medium più famose di Londra, ma con non pochi misteri da svelare, a cominciare da quello, reale, di Jack lo squartatore, l’assassino vittoriano di prostitute la cui identità resta nella vita reale ancora ignota malgrado studi, saggi e indagini anche usando le tecniche investigative scientifiche di oggi.
Una ghost story di sapore ottocentesco, questa, debitrice ai modelli della letteratura romantica, da Le Fanu a Bram Stoker, passando per Dickens e Henry James, con una vicenda non scontata, non banale, certo poco adatta a chi preferisce ritmi più serrati e azione, omaggiando anche in questo i suoi modelli, fino ad una conclusione insolita e spiazzante, ma per fortuna originale.
Dalle pagine traspare il grande amore di Victoria Alvarez per la letteratura ma anche per l’arte, che è la sua professione visto che si è laureata e specializzata in Storia dell’arte a Salamanca. La sua è una nuova voce gotica dalla Spagna, Paese mediterraneo ma non lontano da atmosfere diverse: già Carlos Ruiz Zafon ci ha raccontato il lato oscuro di Barcellona, delle sue ramblas e dei suoi cimiteri, e le illustratrici Cris Ortega e Victoria Frances che hanno reinventato un’epoca che invece la Alvarez restituisce in maniera impeccabile, anche se con qualche concessione al romanzesco, non trascurando il sempre verde tema degli amori che durano oltre la morte, ma senza sviolinature e forzature che hanno rovinato in questi ultimi tempi una parte del romanzo di genere fantastico.
Un altro punto a favore di Eterna è che un romanzo autoconclusivo, e non l’ennesimo primo capitolo di una saga eterna che si trascinerà per vari tomi: l’autrice ha già sfornato un altro libro, Las eternas, dove invece che Londra ha scelto un’altra città emblematica, Venezia all’inizio del Novecento.
C’è da sperare di leggerlo presto: in attesa, è bello addentrarsi nella Londra vittoriana di Annabel, sospesa tra vivi e morti, in cerca di verità ed amori forse troppo forti da sopportare.
Eterna, Victoria Alvarez, Fanucci, 16 euro e 90