Non si può dire che il buon vecchio Stephen King se ne stia con le mani in mano a vedere moltiplicarsi le percentuali delle royalty al sicuro del suo mito. No signore, il vecchio sovrano (ha più l’aria di un pirata, ma non importa), nato a Portland ormai nel lontano 1947, dopo averci intrattenuto quest’estate con Joyland (Sperling e Kupfer, 2013), storia di fantasmi e luna park, si è messo in testa di pubblicare il seguito di Shining.
Direte voi: chi glielo fa fare? L’amore del rischio? Il sentirsi invincibile? L’affetto per i suoi lettori curiosi di sapere come sarebbe stata la vita adulta del piccolo Danny? A sentire lui è buona quest’ultima motivazione e così ecco a voi Doctor Sleep, pubblicato da Scribner e appena arrivato in tutte le librerie d’America, preceduto da ottime recensioni sui principali giornali d’oltre oceano.
Da noi arriverà all’inizio del 2014, sempre per Sperling & Kupfer, (devo ricordarmi di chiedere a Giovanni Arduino a che punto è con la traduzione), e per chi non resistesse fino ad allora è già disponibile una versione kindle, naturalmente in lingua originale, ad un prezzo un po’ salatino a dire il vero. Alcuni non hanno resistito e l’hanno preso, e infatti sono già presenti in rete commenti e recensioni, a dir il vero lusinghiere come questa che potete leggere qui sul blog Parietaria Officinalis.
Io devo ancora leggere Joyland, e lo farò tra breve, aspetto solo un sms sul cellulare dalla mia biblioteca, poi mediterò il da farsi. Forse aspetterò o forse mi fionderò alla Luxenburg qui a Torino, dove i ben informati mi dicono che già ci sia al costo di 26 Euro e rotti. Certo che scrivere il seguito di un romanzo diventato una pietra miliare del thriller horror, grazie anche alla magistrale riduzione cinematografica di Kubrick (ma non ditelo al Re), è una bella sfida, e per tentarla ci vuole un soffio di sana follia.
Comunque a King a quanto pare non difetta il coraggio, sebbene sia stato colto da una sana apprensione, e ha tentato giocandosi la carta più alta, scrivere un romanzo del tutto diverso da Shining, ma altrettanto o forse più spaventoso a detta sua e dei critici. In onore di questo libro King farà anche un tour in Europa, a novembre infatti dovrebbe dividersi tra Parigi, Monaco e Amburgo, sul suo sito troverete le tappe.
Che dire di più, la curiosità c’è, le premesse sono incoraggianti e King è sempre il Re anche se questo libro fosse un flop di proporzioni bibliche, per cui: Danny, dove sei? Dove ti sei nascosto? Apri la porta…
Archive for the ‘Uncategorized’ Category
:: Segnalazione di Doctor Sleep di Stephen King (Scribner, 2013)
27 settembre 2013:: Segnalazione di Sugarpulp Festival 2013
26 settembre 2013
Dal 2 al 6 ottobre Padova apre le porte al Sugarpulp Festival 2013 al Centro Culturale San Gaetano in una tre giorni di incontri, tavole rotonde, feste, proiezioni, presentazioni, mostre, eventi, premi letterari e contest videoludici. Per il terzo anno consecutivo grazie all’Associazione Culturale Sugarpulp (www.sugarpulp.it) e con il Patrocinio del Comune di Padova e dell’Assessorato alla Cultura del Comune di Padova, il Sugarpulp Festival darà spazio alla cultura all’insegna del divertimento e di un approccio assolutamente positivo e informale alla lettura e alla letteratura. Dopo due edizioni all’insegna del grande noir internazionale il tema centrale di questa terza edizione sarà la Narrativa di Genere, per un viaggio alla sua (ri)scoperta delle Culture Pop.
Tutti gli ospiti della sezione BOOKS
Tullio Avoledo, Nicolai Lilin, Massimo Carlotto, Tim Willocks, Elisabetta Bucciarelli, Irene Cao, Gianni Biondillo, Marcello Simoni, Simone Sarasso, Marilù Oliva, Giuliano Pasini, Francesca Bertuzzi, Matteo Righetto, Matteo Strukul, Pierluigi Porazzi, Simone Marzini, Carlo Callegari, Stefano Piedimonte, Nicola Skert, Tina Cacciaglia e Cristina Lattaro.
Tutti gli ospiti della sezione COMICS
Roberto Recchioni, Giuliano Piccininno, Silvia Ziche, Stefano Tamiazzo, Angelo Bussacchini, Officina Infernale, Alessandro Lise e Alessandro Gottardo.
Tutti gli ospiti della sezione SPECIAL GUEST:
Roberta Bruzzone, Luca Crovi, Vittorio Bustaffa, Marco Piva Dittrich, Giorgio Finamore, Dusty Eye, il Prof. Alchemist e Il Duca di Baionette (Marco Carrara).
Il Festival si snoderà tra le vie del centro storico della città di Padova e avrà come cuore pulsante il Centro Culturale San Gaetano/Altinate, il centro culturale più grande d’Europa.
L’ingresso a tutti gli appuntamenti è gratuito tranne che per i workshop e le cene che saranno a pagamento e per cui è obbligatoria la prenotazione attraverso il sito http://festival.sugarpulp.it
Tutti i dettagli sul festival e il programma completo sono disponibili sul sito ufficiale dell’evento: http://festival.sugarpulp.it
:: Recensione di Casilina. Ultima fermata di Enrico Astolfi (Ponte Sisto, 2013)
26 settembre 2013
Visitai Roma un secolo fa, nei tardi anni Ottanta: enorme periferia grigia e desolata, strade congestionate dal traffico, resti di vestigia romane abbandonate all’incuria con scritte spruzzate dalle bombolette, venditori abusivi in unte roulotte senza targa, gente ferita e sanguinante che aspettava alle fermate dell’autobus nell’indifferenza generale. Le cose sono cambiate oggi, migliorate oserei dire, perdonatemi quest’ottimismo, più attenzione ai parchi e al verde, ai monumenti, si potrebbe fare di più, ma è già qualcosa.
Chi conosce Roma o è curioso di conoscerla filtrata dalla letteratura, una lente di ingrandimento non troppo deformante della realtà, anche nelle sue derive più surreali, troverà interessante la lettura di Casilina. Ultima fermata di Enrico Astolfi, edito da una piccola casa editrice romana, la Ponte Sisto editore. Enrico Astolfi, romano d’adozione, classe 1976, è uno scrittore interessante, già autore di opere come Palude e La ballata del Tocororo, romanzo surreale scritto a quattro mani con Lorenzo Mazzoni, che qui si cimenta in un noir metropolitano, contaminato di realismo e sporca poesia nata dalla quotidianità.
Pensare al cantore d’eccellenza delle borgate romane è quasi un tributo automatico, anche se la poetica pasoliniana forse resta sullo sfondo nel tentativo di attualizzare un mondo in continuo mutamento. Astolfi cerca di parlare della Roma di oggi, connotandola con le contraddizioni e i contrasti di una periferia sfregiata da abusivismo, palazzine sovraffollate, microcriminalità diffusa, che pur tuttavia conserva un humus autenticamente romano e fatalista.
Protagonisti del romanzo due personaggi, diametralmente diversi, quasi l’uno l’antitesi dell’altro. Franco, piccolo criminale da strapazzo, appena uscito di galera, estraneo in una realtà di borgata che stenta a riconoscere. Roy Van Persie, generoso, altruista, estraneo anch’egli, perché autenticamente straniero, giunto in Italia dall’Olanda per svolgere il suo servizio come volontario in un’ associazione che aiuta i randagi. Il senso di estraniamento, è infatti comune ad entrambi i personaggi: Franco si perde in sé stesso, nella sua mente danneggiata; Roy nella città, dedalo di strade e di quartieri, metafora di una perdita di orientamento e consapevolezza. Si incontreranno e la follia e la violenza che giace sopita come un’animale in letargo, lascerà il suo segno.
Casilina. Ultima fermata sarà in libreria in questo fine settimana ed è bello che una piccola casa editrice come la Ponte Sisto creda e dia voce ad un autore come Enrico Astolfi che con questa opera si avvicina al noir con una certa originalità. Diversi i punti di vista, composita la struttura narrativa. Incipit ed epilogo si sovrappongono in una struttura quasi circolare, dominata da toni colloquiali, frammenti di dialetto romanesco, quotidianità mista a normalità e follia.
Il personaggio Roy Van Persie sicuramente è quello che catturerà maggiormente le simpatia del lettore, ma anche il suo specchio distorto, Franco, pur con i suoi limiti e la sua negatività non lascia indifferente. Due bei personaggi, ben costruiti, psicologicamente credibili, capaci di portare il lettore all’epilogo finale, che come in ogni noir che si rispetti non porta né consolazione né luce dopo il buio. Da leggere.
Astolfi Enrico, è nato a Magenta(MI) nel 1976, ferrarese di adozione. Funanbolo dei lavori precari. Per anni lavora come freelance nel settore audiovisivo, realizzando video commerciali, documentari, spots pubblicitari, videopromozioni, clips musicali. Dal 2000 scrive racconti brevi pubblicati sul web. Collabora con riviste e fanzines clandestine. Nel 2004 segue il corso RAI SCRIPT di perfezionamento di scrittura televisiva e cinematografica. Dopo il corso scrive, per alcuni mesi, i dialoghi di una soap opera della quale non si può fare il nome. Lavorava in nero. Ormai trasferitosi a Roma, lavora nel sociale come operatore in un centro di accoglienza per minori. Scrive di notte. Ha pubblicato tre romanzi Palude (Linea Bn, 2007, Ferrara), Eri tutto lungo (con il collettivo Alba Cienfuegos, Line Bn, 2008, Ferrara), La ballata del Tocororo ( couatore Lorenzo Mazzoni, Linea Bn, 2009, Ferrara).
:: Segnalazione di Lettere dalle Hawaii di Mark Twain (Cavallo di Ferro, 2013)
23 settembre 2013
Lettere dalle Hawaii
di Mark Twain
Letters from Hawaii –traduzione di Virna Conti,
a cura di Alessandro Gebbia e Virna Conti
Nel 1866, il “Sacramento Daily Union” è il più antico giornale a ovest del Mississippi. Sacramento è allora una città in forte ascesa economica e demografica, desiderosa di affermarsi al pari, se non di più, della non lontana San Francisco, e dunque estremamente attenta nei confronti dell’Oriente, quale altrove verso cui espandere – in linea con tutto il resto degli Stati Uniti – i propri interessi politici e commerciali. Tale espansionismo necessita del supporto (e della giustificazione?) di un immaginario collettivo ad hoc che canalizzi motivi di curiosità e seduzione: l’Oriente come uno sterminato Eden esotico adesso non più così distante, ma anzi finalmente accessibile. L’alfabetizzazione al verbo espansionista viene svolta principalmente dagli organi di stampa che, con particolare immediatezza, fanno breccia sull’opinione pubblica più acculturata, guadagnandone il consenso.
Il “Sacramento Daily Union” decide che è arrivato il momento giusto per spedire sull’arcipelago delle Hawaii – emblema perfetto di quell’altrove che deve essere raccontato ai cittadini californiani e quindi americani – un energico, giovane e promettente cronista.
Quel cronista è Mark Twain, viaggiatore come pochi del suo tempo, nonché scrittore votato al movimento.
Dal marzo al luglio del 1866, Twain, poco più che trentenne, vivrà alle Hawaii, territorio tra i più isolati del mondo, a quasi 4000 km dalla costa americana.
Da lì Twain scrive per il giornale californiano 25 lettere che offrono uno sguardo affascinante e affascinato sulle Hawaii del XIX secolo, ancora legate ad antiche tradizioni e avvolte nella magnificenza tropicale, quando l’influenza della cultura americana era pressoché inesistente e le isole non appartenevano agli Stati Uniti. È proprio mentre quest’ultimi, assieme a Francia e Inghilterra, si contendono l’egemonia della zona e mentre i nativi cominciano a misurarsi con la decadenza dovuta al dilagare delle malattie e alle pressioni esterne che si dispiega il racconto di Twain.
[…] pur ponendosi in atteggiamento critico di fronte all’ancestrale cultura degli hawaiani, Twain non sa sottrarsi al fascino di queste isole […]; si meraviglia di certe usanze tribali del passato ma non si sente di ripudiarne la diversità; rimane in tutti i sensi un inguaribile romantico eppure non riesce a evitare di essere il cantore di un capitalismo sempre più dominante e pervasivo; appare un osservatore del vecchio e agisce da anticipatore del nuovo.
(Dall’introduzione di Alessandro Gebbia)
Le lettere descrivono la potenza dell’impatto naturalistico che le isole esercitano sugli stranieri, il paesaggio incontaminato, dunque – la vegetazione lussureggiante, i vulcani, le valli, le spiagge, il mare –, il clima, la popolazione – i nativi ma anche i capitani di navi, i turisti, i missionari –, i quartieri, le infrastrutture, la politica, l’economia, la storia, la religione, i costumi. Tutto diventa oggetto d’osservazione e materia letteraria per Twain.
Se è vero, come sostiene Hemingway, che la narrativa americana nasce con Le avventure di Huckleberry Finn (1884), è altrettanto vero, come dimostrano le Lettere dalle Hawaii (1866) che, prima ancora, Twain è l’ideatore del giornalismo americano. Un genere letterario completamente nuovo e originale non solo per gli argomenti – la conquista del West, la febbre dell’oro, lo sviluppo della costa occidentale, il sorgere di una nuova economia e di una politica espansionistica sempre più agguerrita – e per lo stile, dettagliato, ironico, diseguale, ma soprattutto per la lingua, ricca di trovate, neologismi e innovazioni sintattiche, destinata a porsi quale fondamento della lingua americana moderna.
La prima persona delle Lettere conferisce una prospettiva squisitamente autobiografica, la cronaca giornalistica emerge negli approfondimenti e nei commenti – in specie economici e politici – dallo scopo prontamente informativo; tuttavia l’estro letterario di Twain non è affatto sacrificato, anzi, lo scrittore non perde occasione di insinuarsi nella cronaca divertendo il lettore e sollecitandone la meraviglia. Twain passa dall’ironia ciarliera e piena di brio del reportage di viaggio, alla causticità dei momenti di noia, fino alla distaccata asciuttezza dei resoconti sugli aspetti commerciali.
Il soggiorno alle Hawaii rappresenta un punto di svolta nella vita dello scrittore: l’avvio della carriera giornalistica, il successo tra il grande pubblico (grazie anche all’attività assai remunerativa di conferenziere che lo avrebbe reso uno degli oratori dell’epoca maggiormente richiesti e applauditi) e, di lì a poco, la stesura dei grandi romanzi.
Le isole conquistano Twain istantaneamente perché altrettanto istantaneamente egli capisce che non sono soltanto un luogo incantevole, bensì sono un luogo unico al mondo.
Ogni scrittore ha un luogo dell’anima, quello di Mark Twain fu l’arcipelago delle Hawaii: le immagini del cratere di Diamond Head, le baie, la brezza delle onde non smisero di alimentare in lui una saudade mai sopita. Dopo la partenza, il sogno di Twain fu sempre quello di tornare alle Hawaii per trascorrervi la vecchiaia, ma ciò non accadde più.
Numerosi osservatori contemporanei hanno continuato a interrogarsi sull’attrazione e la malìa dell’arcipelago delle Hawaii rispetto ad altri luoghi dal clima caldo ma nessuno di loro ha saputo spiegarlo come Mark Twain nelle sue Lettere dalle Hawaii.
Mark Twain, pseudonimo di Samuel Langhorne Clemens (Florida, Missouri 1835 – Redding, Connecticut 1910), è uno dei padri indiscussi della letteratura nordamericana. Appena dodicenne comincia a lavorare come tipografo, per poi diventare apprendista pilota lungo il fiume Mississippi (dove la sua famiglia si è intanto trasferita), esperienze che si rivelerà tra le più formative della sua vita. Fu proprio dal gergo dei battellieri che derivò lo pseudonimo “mark twain”, cioè “marca due”, espressione che indica la profondità dell’acqua di due braccia. Giornalista e conferenziere vivace, Twain è autore di circa 50 opere, fra romanzi, racconti e saggi. I suoi capolavori, Le avventure di Tom Sawyer e Le avventure di Huckleberry Finn, sono legati al mondo dell’infanzia ma non possono non ricordarsi anche Il principe e il povero, Vita sul Mississippi, Un americano alla corte di re Artù e Seguendo l’equatore. Lettere dalle Hawaii viene tradotto per la prima volta in italiano per i tipi dell’editore Cavallo di Ferro.
:: Segnalazione di Dieci piccoli enigmi di Raffaella Ferrari (Edizioni SBF Narcissus, 2013)
23 settembre 2013
Dieci storie, dieci misteri e un unico filo conduttore: l’imprevedibile. Perchè il prevedibile non si realizza quasi mai e l’inatteso sempre…
Dieci brevi racconti gialli in cui mistero e imprevedibile sono i veri protagonisti.
– Un uomo strano, deriso da tutti, che si nasconde in una grande villa e una giovane giornalista coraggiosa che, penna alla mano, si avventura in un’oscura storia dai contorni evanescenti, perché quello che è, raramente è quello che sembra.
– Un messaggio nella notte, lasciato scivolare sotto la porta di una stanza d’albergo. Ma la stanza è quella sbagliata. Troppo tardi per rimediare all’errore e chi non c’entrava nulla viene trascinato dentro un vortice d’eventi di difficile gestione. Alla fine però la Giustizia trionferà.
– Un segreto antico e inconfessabile che potrebbe cambiare la storia della letteratura. Troppo grande per essere custodito da una sola persona, troppo inquietante per essere rivelato.
– La paura, la paura può impedirti di vivere… e quando viene da qualcosa che hai visto è ancora peggio… cosa spaventa tanto la giovane Angelica? Per scoprirlo una coraggiosa psichiatra si troverà coinvolta in un’oscura storia di ladri e contrabbandieri.
– Una simpatica e svampita vecchietta occupa il suo tempo a guardare il mondo dai vetri della sua finestra… guarda, guarda si imbatte in qualcosa di davvero strano.
– Si può sul serio dimenticare tutto di se stessi? Forse sì, forse no. E se poi hai 500.000 euro nella tua valigia e non ne conosci la provenienza il mistero s’infittisce.
– Una festa, una villa e una nota stonata a rovinare l’atmosfera. Parte tutto da qui o no? Quando c’è di mezzo un suicidio ma il corpo non si trova le possibili soluzioni sono tante, troppe…
– Un antico diadema che porta sfortuna. La regina di quadri: c’è chi sarebbe disposto a tutto pur di averla.
– Uccidere un gatto è reato? Sì, lo è e il Maresciallo Lo Giudice apre una vera e propria indagine per aiutare la signora Maria e i suoi amici a quattro zampe.
– Una base dell’Aeronautica Militare e un diario ritrovato dopo tanto tempo. Un diario che cela un’inconfessabile segreto. Ha senso indagare dopo tanti anni? A chi gioverebbe, cui prodest?
Tante storie, tutte con un risvolto psicologico, tutte con la speranza di andare oltre l’apparenza, di scoprire non tanto chi ha commesso il reato, ma la ragione che l’ha spinto a farlo, non il come, ma il perché.
http://raffaellaferrari.altervista.org/libri-dieci-piccoli-enigmi.htm
:: Recensione di Il bacio del pane di Carmine Abate (Mondadori, 2013) a cura di Natalina S.
21 settembre 2013
“Il bacio del pane”. Il suono dolce di queste poche lettere sedute le une vicine alle altre; l’immagine di un gesto carico di significati mi conducono alla lettura dell’ultimo lavoro di Carmine Abate, pubblicato da Mondadori nella collana Libellule. Credevo che l’incontro fosse avvenuto in maniera del tutto casuale subito dopo ho capito di essere un uccellino in cerca della sua briciola. È un paesino della Calabria, più precisamente Spillace, frutto della fantasia dello scrittore ma realistico nella descrizione, a fare da palcoscenico alla narrazione della storia. Incastonato tra la schiena di promontori della massiccio silano e le sinuose coste della Magna Grecia, Spillace sorride allo sbuffo di aria calda proveniente dal Sahara che, nella bella stagione, inebria e ubriaca di energia e vitalità i migranti che ritornano al loro paese d’origine. L’accento più duro del dialetto calabrese si mescola ai suoni più dolci e musicali del dialetto del nord rianimando la piazza di un ibrido vociare e un festoso schiamazzare che fanno del ritorno una consuetudine affettiva. Ed è proprio nella piazza di paese che Bruno, Vittorio, Emilia, Marta, Mauro e Francesco, amici d’estate sin dall’infanzia, si danno appuntamento per esplorare la cascata del Giglietto e cullare insieme i sogni dell’adolescenza. Lì, lungo la fiumara che conduce alla cascata, riposano silenti e stanchi i ruderi di un vecchio mulino che ospitano una presenza misteriosa, ignara a tutti i ragazzi eccetto a Francesco, che intravide quell’uomo il giorno di Pasquetta. Durante la gita Francesco decide di condividere il segreto con Marta. Il segreto si trasforma in curiosità, la curiosità in conoscenza, la conoscenza nell’avventura più significativa dell’estate. L’esperienza del Giglietto muterà per sempre la vita dei ragazzi, soprattutto quella di Francesco e Marta, e scivolerà verso sogni e ideali carichi di giustizia e lealtà. L’estate, il contesto non contaminato e la vitalità degli adolescenti sono metafora del rigoglio dei sogni, quelli che vanno coltivati con caparbietà quando sono dei germogli altrimenti muoiono subito, non diventano mai piante robuste, non cambiano la vita, né a te né agli altri. “Il bacio del pane” è un romanzo di formazione, che conduce a riscoprire i valori più sani della vita, sacri come il semplice gesto di avvicinare le labbra al pane assaporando il sacrificio di Cristo in segno di gratitudine e onestà, così come le generazioni dei nostri padri ci hanno insegnato. Ma è anche un romanzo di denuncia che si materializza nell’ultima parte del romanzo nel tentativo di fare da scudo a quegli stessi ideali. Una scrittura tanto sobria di parole quanto ebbra di sensazioni per raccontare l’amicizia, la famiglia, la passione, la bellezza della natura, l’amore per gli animali e degli animali, il valore simbolico della piazza, la forza delle proprie radici, la vita e la sua vera essenza contenuta in quel semplice gesto del bacio del pane. A difesa del significato etico di questo gesto, lo scrittore guida le nostre coscienze a denunciare ogni forma di sopruso e illegalità anche quando la denuncia assume il valore della nostra stessa vita perché l’omertà non può viaggiare sullo stesso treno della libertà e soprattutto non si può scappare dalla propria storia di rimorsi. “Il bacio del pane” vuole essere un romanzo di speranza rivolto ai giovani dell’immaginario paesino della Magna Grecia come metafora della Calabria che non si piega a sputare sul pane tanto sudato ma calpestato.
Carmine Abate: è nato nel 1954 a Carfizzi, un paese arbëresh della Calabria, e vive in Trentino. È autore, tra gli altri, dei romanzi: Il ballo tondo (1991), La moto di Scanderbeg (1999), Tra due mari (2002), La festa del ritorno (2004), Il mosaico del tempo grande (2006), Gli anni veloci (2008), La collina del vento (2012) premio Campiello, tutti pubblicati da Mondadori. I suoi libri sono tradotti in un numerosi Paesi.
:: Recensione di Sangue negli occhi di Lina Meruane – (La Nuova Frontiera, 2013) a cura di Lucilla Parisi
21 settembre 2013
Traduzione di Luca Mariotti
“La mattina dopo hai aperto le persiane e ti sei seduto davanti a me aspettando il mio risveglio, non so se dal sonno o dalla vita. Ma io ero già sveglia da ore senza osare aprire gli occhi. Ho alzato una palpebra e poi l’altra e per mia sorpresa c’era luce, qualcosa di luce, luce sufficiente: l’ombra di sangue non era scomparsa dall’occhio destro ma quella del sinistro era precitata al fondo. Ero cieca solo a metà”.
Gli occhi di Lucina sono invasi dal sangue della malattia: le sue vene hanno ceduto misteriosamente a un peso eccessivo che le ha fatte esplodere, facendo riversare un magma nero nei suoi occhi.
E’ un dramma che travolge inaspettatamente la sua giovane vita a New York e quella del suo compagno Ignacio: a una festa i suoi occhi perdono progressivamente la visione del mondo circostante e Lucina si trova immersa nel buio di una notta interminabile.
Il giorno è pieno di ostacoli fisici e mentali mentre la donna cerca di riappropriarsi di una normalità a cui si aggrappa con rabbia in attesa di un verdetto, quello del dottor Leks, che fatica ad arrivare.
Bloccata nell’attesa logorante dell’intervento, Lucina torna nel Cile del suo passato, nella casa in cui vivono ancora i suoi genitori e pezzi della sua infanzia, ripercorrendo a tentoni i luoghi di un tempo e cercando di rievocare emozioni ormai lontane. La cecità ha reso quella distanza un abisso insuperabile per la sua famiglia che fatica a comprendere il suo cinismo e la sua disperazione.
Un gioco al massacro quello di Lucina che, incapace di rassegnarsi alla cecità, trascinerà nel vortice della sua frustrazione le persone che più la amano, nel tentativo di infliggere ulteriore dolore alla loro umana impotenza e aggiungere alla propria disperazione un’intollerabile solitudine.
“Cominciammo a frapporre miglia mentali e silenzi tra di noi anche se eravamo legati con una corda invisibile ed elastica [….]. In quel momento seppi che mi ero legata a Ignacio come un’edera, avvolgendolo e intrappolandolo con i miei tentacoli, succhiandolo come una ventosa che infierisce sulla vittima”.
Quelli di Licina sono giorni fatti di ombre e di ricordi, residui di una vita che la tengono salda al mondo che la circonda e la inonda con la sua violenza di rumori, voci e parole che non hanno più alcun significato. In un universo nuovo in cui tutto è provvisorio, anche la scrittura, un tempo veicolo di messaggi, diventa per la donna un susseguirsi di tracce prive di significato.
Lina Meruane è bravissima nel ricomporre i pezzi di un’esistenza segnata brutalmente e irrimediabilmente dalla tragedia. Dietro il cinismo di Lucina si nasconde tutta la fragilità di una donna assediata dalla paura e dalla confusione, incapace di affidarsi all’amore dell’uomo che la vuole accanto a sé e alla speranza di un futuro possibile.
“Ho sospeso il futuro mentre spremo fino alla buccia, assetata, il presente”.
Come ha spiegato la stessa scrittrice cilena – ospite quest’anno dello Spazio Cile al Salone Internazionale del libro di Torino – l’amore incondizionato di Ignacio nulla può contro la chiusura e l’isolamento di Lucina che, da vittima, si fa carnefice consapevole. Una sorta di ribellione allo stato di cose rappresentato, fino a quel momento, da un quotidiano succedersi di relazioni familiari e sentimentali che, nella nuova geografia dei ruoli venutasi a creare con la malattia, sono destinate a soccombere.
Un romanzo crudo e vero che deve alla coraggiosa scrittura della Meruane il suo riuscitissimo esito.
Lina Meruane è nata a Santiago del Cile nel 1970. Scrittrice e saggista, ha pubblicato la raccolta di racconti Las infantas (1998) e i romanzi Postuma (2000), Cercada (2000), Fruta podrida (2007) e Sangue negli occhi (2012), tradotti in numerose lingue, per i quali ha ricevuto prestigiosi premi internazionali tra cui: Sor Juana Ines de la Cruz (2012) e Anna Seghers (2011). Vive e lavora tra il Cile e New York dove insegna letteratura latinoamericana alla New York University e dirige la casa editrice Brutas Editoras.
:: Un’ intervista con Valentina D’Urbano a cura di Lorenzo Mazzoni
20 settembre 2013
Il tuo precedente romanzo, Il rumore dei tuoi passi (Longanesi, 2012), è una storia durissima, una storia di odio e amore, quasi un gioco al massacro. Si ritrovano le stesse atmosfere psicologiche anche in Acquanera (Longanesi, 2013)?
Il rumore dei tuoi passi è una storia d’amore dura e impietosa, di quelle che piacciono a me, perché poi uno scrive sempre quello che vorrebbe leggere. Con queste premesse era difficile che io scrivessi un chick-lit pieno di amore vero e buoni sentimenti, è una cifra stilistica che non mi appartiene. Perciò ho buttato giù un’altra storia drammatica dalle atmosfere e dalle ambientazioni diverse ma con qualcosa in comune: in entrambe c’è una disperazione opprimente in cui scorre un filo di speranza. Secondo me è proprio quella minuscola speranza a dare forza ai protagonisti.
Ne Il rumore dei tuoi passi c’è una periferia cupa, violenta e allucinata, in Acquanera il “paese”. Ci sono analogie? Sono due realtà diverse nelle sensazioni che fai vivere ai tuoi personaggi?
Sono due realtà completamente diverse ma simili nelle sensazioni. L’oppressione, l’isolamento, l’emarginazione sono temi ricorrenti nei miei romanzi. Mi piace spingere i miei personaggi in situazioni difficili e in luoghi inospitali, vedere come reagiscono. Li amo molto, ma mi piace trattarli male, lo ammetto.
Magari ho avuto un trauma da piccola, non me lo ricordo.
Perché hai deciso di raccontare una storia di donne ad ampio raggio?
Non è stata una scelta ragionata. Ho pensato a queste donne, mi piacevano, volevo raccontarle. Poi scrivendo mi sono resa conto che le loro psicologie erano troppo forti per lasciare spazio ad altro, dovevo raccontare di loro e solo di loro.
In Acquanera torna spesso il tema del rimpianto e del circolo vizioso. Cosa ti affascina nel “ritornare a casa”?
Il fatto che il “tornare a casa” sia un processo ineluttabile. Puoi allontanarti quanto vuoi, puoi odiare il tuo posto e rinnegarlo, eppure prima o poi ci torni, perché ti appartiene, perché è comunque roba tua. Così succede a Beatrice nel Rumore dei tuoi passi e così succede anche a Fortuna, la protagonista di Acquanera.
La “forza” del libro è data dall’Amore. E’ così?
E dall’odio. E dalla speranza. Acquanera è un calderone di sentimenti, e non tutti positivi.
Quali sono state le modalità di scrittura per la stesura del romanzo? Hai un metodo quotidiano di lavoro?
All’inizio ho cercato di darmi un tono, di fare delle vere e proprie sessioni di scrittura, ma ho lasciato perdere quasi subito, non sono molto costante. Così ho deciso che mi sarei seduta ogni giorno alla scrivania, ma senza forzarmi. Se mi veniva qualcosa da scrivere bene, altrimenti pazienza, ci avrei provato il giorno dopo.
Ci sono stati “Cattivi Maestri” che in qualche modo hanno influenzato il tuo linguaggio, le tue storie e la tua scrittura?
Tanti e tutti diversi. Da ognuno prendo qualcosa e un giorno sogno di diventare come loro. O magari un miscuglio di tutte le loro caratteristiche migliori. Tipo un Golem, hai presente?
Qual è la tua impressione sul mondo editoriale e letterario italiano? Hai Fiducia? Pensi che crollerà tutto lasciando trionfare l’analfabetismo?
Ok, quante pagine abbiamo per l’intervista? No dai, scherzi a parte, io sono abbastanza fiduciosa. In italia l’editoria è uno dei pochi universi rimasti dove ancora vige la meritocrazia: se hai un libro che ha un valore (commerciale o letterario è un discorso a parte) vieni notato e pubblicato. Non serve avere i santi in paradiso per una pubblicazione, può riuscirci anche l’ultimo degli sconosciuti (tipo me, insomma). E poi, i lettori forti in italia sono pochissimi ma sono costanti. E anche se molte volte la scuola e i professori non invogliano alla lettura (e alla cultura), anzi, pare che facciano di tutto per fartela odiare, ho notato che moltissimi ragazzi si sono avvicinati ai libri e il processo è irreversibile: una volta che hai iniziato a leggere non smetti più.
Penso che ci siano dei grossi ostacoli da superare, ma sono fiduciosa, mi piace pensare che potremmo diventare un paese di forti lettori.
Come sta andando la promozione di Acquanera?
Siamo ancora all’inizio, ma per ora mi sembra andare bene. Più che altro, ci sono molti lettori del primo libro che aspettavano l’uscita del secondo, quindi in qualche modo parto avvantaggiata!
Progetti futuri? Stai scrivendo qualcosa di nuovo?
Forse sì, è ancora presto per dirlo. Ma finché mi diverto a scrivere, vado avanti.
:: Segnalazione di L’attrice di Teheran di Nahal Tajadod (EO, 2013)
20 settembre 2013
Traduzione dal francese di Federica Alba
«Volta a volta angoscioso, buffo e sconvolgente, L’attrice di Teheran si divora dalla prima all’ultima pagina. Questo romanzo è un puro gioiello».
L’Express
L’amicizia fra due donne che rappresentano la parte migliore dell’Iran, quella di chi combatte il fondamentalismo e il maschilismo.
Le protagoniste di questo romanzo sono due donne, due iraniane. La prima, nata dopo la rivoluzione del 1979, e che ha conosciuto solo il regime islamico, è una giovane attrice di grande successo. La seconda, scrittrice rinomata, è cresciuta nell’Iran dello Scià. La ragazza racconta alcuni episodi della propria infanzia, le vessazioni subite dai familiari in quanto laici ed artisti, la folgorante carriera nel cinema, il peso della censura e i lunghi interrogatori da parte dei Guardiani della Rivoluzione. Il suo racconto testimonia di un Iran sconosciuto alla scrittrice, che ricorda invece la forzata modernizzazione della società al tempo della monarchia filo-occidentale dello Scià. Dal confronto di queste due visioni nasce un romanzo affascinante, in un gioco di specchi che concorre a definire il ritratto di due donne decise ad affermare la propria identità, il proprio talento, e a vivere la complessa evoluzione di un paese pieno di contraddizioni e di grande ricchezza culturale.
Nata a Teheran nel 1960 in una famiglia di intellettuali, Nahal Tajadod si è trasferita in Francia dal 1977, prima dello scoppio della rivoluzione islamica e dell’avvento del regime dei mullah. Sinologa ed esperta di religioni orientali, ha scritto diversi saggi su buddismo e manicheismo e ha pubblicato alcuni libri ispirati alla vita del poeta mistico Rumi, curando anche l’edizione francese dei suoi canti d’amore spirituale insieme al marito Jean-Claude Carrière, noto scrittore e sceneggiatore. In Italia è conosciuta per il romanzo Passaporto all’iraniana, pubblicato da Einaudi nel 2008.
:: Recensione di Il fiordo dell’eternità, Kim Leine, Guanda 2013 a cura di Viviana Filippini
20 settembre 2013
L’immagine di copertina e il breve sunto della trama sono i due elementi che mi hanno spinto ad entrare ne Il fiordo dell’eternità di Kim Leine, edito da Guanda. Guido Scarabottolo ha creato una grafica a duplice interpretazione, perché il disegno di copertina, da un lato mi ha ricordato, le alte scogliere nordiche dove l’uomo si sente piccolo piccolo e si rende conto della maestosità della natura. Dall’altra parte, se la si osserva bene questa immagine ci si accorge che il disegno potrebbe essere interpretato come un nudo corpo femminile visto di scorcio. Una sorta di culla primordiale della vita. L’immenso paesaggio nordico ancora da scoprire e l’amore per l’universo femminile sono solo alcuni dei temi presenti nel romanzo di Leine ambientato tra Danimarca e Groenlandia alla fine del ‘700. Protagonista è Morten Pedersen Falck, un giovane norvegese che approda a Copenaghen per studiare, in teoria, teologia. In pratica, Morten trova maggior interesse a frequentare corsi di medicina e i laboratori, o meglio le cantine, della facoltà dove vengono svolte le autopsie. Morten è così travolto da questa scienza da documentare ogni seduta con disegni e scritti che custodisce con accurata gelosia, affinché rimangano qualcosa di suo. Poi, tutto si succede in rapida successione: l’amore per una giovane borghese, la passione per una donna che forse non è tale, un ardito richiamo alla religiosità che lo spingerà in Groenlandia a fare il pastore in una colonia danese. La cosa che mi ha stupito di questo romanzo è la trasformazione che si verifica durante la lettura nei vasti e incontaminati spazi dell’isola, perché essi per Falck, appena arrivato in questo piccolo nuovo mondo, rappresentano una nuova speranza di libertà. Pagina dopo pagina si è invece risucchiati in una sorta di spirale claustrofobica e oppressiva che trasforma queste terre in un prigione dalla quale il protagonista sente l’estremo bisogno di evadere. Una via di fuga è rappresentata dal viaggio al Fiordo dell’Eternità, dove il religioso cercherà di convertire i locali Inuit, ma il contatto con una cultura pagana nella quale le credenze e i principi sono primordiali e puri metteranno in crisi i precetti teologici di Morten Falck. Il fiordo dell’eternità è una storia di formazione a ritroso nella quale il protagonista cresce confrontandosi con una cultura primitiva spoglia delle contaminazioni tipiche del mondo civilizzato, una realtà così pura da sconvolgerlo e da mettere in crisi ogni sua scelta e azione. Il libro di Klein è frutto di un’accurata ricerca e ricostruzione storica filtrata dallo sguardo e dalla mente dello scrittore che vuole restituire ai lettori un’idea di come fossero quei erano i luoghi in passato. E così noi conosciamo la Sukkertoppen tra il 1785 e il 1793, la Copenaghen tra il 1782 e il 1787 e il grande incendio del 1795 che distrusse la città danese e che per Morten Falck, dal mio punto di vista, assume un valore metaforico. Esso è un evento drammatico che elimina tutto il “marcio” della vita del religioso e in parte anche dell’intera città. Klein crea un libro, dove la scoperta di un mondo estraneo e di quello che si nasconde nel cuore nel protagonista stesso, donano tonalità cupe e tormentate all’intera struttura narrativa de Il fiordo dell’eternità. Devo dire che in certi momenti le atmosfere sono così tetre da fomentare nel protagonista, ma anche in noi lettori, la stessa sensazione di paura e smarrimento che si percepisce davanti a qualcosa di nostro e del mondo che è sconosciuto e indefinito.
Kim Leine, nato nel 1961 in Norvegia, si è trasferito in Danimarca a diciassette anni. Dopo la formazione come infermiere, ha lavorato in Groenlandia per quindici anni. Nel 2004 è tornato in Danimarca e ha consacrato la sua professione di scrittore al racconto della Groenlandia e degli straordinari incontri umani che ancora è possibile fare in quella terra. Ha all’attivo tre romanzi, affermatisi in Danimarca con consenso unanime di pubblico e di critica.
:: Recensione di L’inganno della luce di Louise Penny (Piemme, 2013)
19 settembre 2013
Se siete appassionati di mystery classico, quel tipo di giallo deduttivo conosciuto anche in Italia con il termine whodunit, dove un investigatore letterario e il lettore stesso, tramite il classico processo deduttivo, possono risalire al colpevole di un crimine mettendo insieme indizi e prove onestamente disseminate dall’ autore del romanzo, probabilmente già conoscete Louise Penny e la sua serie di mystery con protagonista l’ispettore capo Armand Gamache, capo del dipartimento omicidi della Sûreté du Québec.
Come Agata Christie, e Dorothy L. Sayers e in tempi più recenti Elizabeth George, Anne Perry e P. D. James, questa pacata scrittrice canadese, dai capelli grigi e dai modi garbati, che pur ambienta i suoi romanzi nella nativa provincia del Quebec, è infatti famosa per i suoi gialli deduttivi in puro stile “inglese”: piccoli villaggi, case di campagna, giardini fioriti, tutti conoscono tutti e il colpevole, al quale il nostro investigatore giunge, smascherandolo, nelle pagine finali del libro, è rigorosamente nascosto tra una stretta cerchia di sospettati.
Premettendo che se mi chiedessero di scegliere tra hardboiled e mystery classico, non avrei esitazione di optare per il primo genere, devo però dire che la trama di L’inganno della luce (A trick of the light, 2011), settimo romanzo dei nove dedicati dalla Penny all’ispettore capo Armand Gamache (in ordine: Still Life, A Fatal Grace, The Cruelest Month, The Murder Stone, The Brutal Telling, Bury your Dead, A Trick of the Light, The Beautiful Mystery, How the Light Gets In), e tradotto da Maria Clara Pasetti, mi ha subito incuriosito e ora a lettura ultimata devo ammettere che è stata un’esperienza piacevole.
Certo i tempi sono più lunghi e lenti dei romanzi dove predomina l’azione, e molte parti descrittive, seppure lo stile dell’autrice sia oltremodo gradevole, sovraccaricano e rallentano la parte puramente investigativa, pur tuttavia il senso di mistero che aleggia per tutte le pagine aumenta sia la curiosità per gli antefatti che il desiderio di conoscere il colpevole, e rende a tutti gli effetti il romanzo pienamente riuscito.
Siamo a Three Pines piccolo paesino sperduto nel Quebec, vicino al confine con il Vermont. Dopo il cocktail party privato, la sera prima dell’apertura al pubblico della mostra personale al MAC, Musée d’Art Contemporain di Montréal, Clara Morrow, pittrice di talento arrivata ai cinquant’anni senza che critica e pubblico avessero ancora decretato il suo successo, festeggia a casa sua con parenti ed amici questo inaspettato avvenimento. Una mostra personale al MAC è ciò che sognava fin da bambina, è la realizzazione di tutte le sue aspirazioni, oltre al suo amore per il marito Peter, tutto ciò che desiderava dalla vita.
Ma dove c’è molta luce, l’ombra è più nera. Il giorno dopo infatti il suo giardino diventa la scena di un crimine. Tra gli alberi e le aiuole fiorite, mentre Clara si appresta a leggere su tutti i giornali cronache del suo trionfo, viene rinvenuto il corpo senza vita di una donna, vistosamente vestita di rosso, che nessuno ricorda di aver visto alla festa. Armand Gamache, amico di vecchia data di Clara, incaricato delle indagini con fare protettivo inizia a compiere i primi passi aiutato dall’ispettore Jean Guy Beauvoir e subito si dipana sotto i suoi occhi una fitta tela di invidie, gelosie e antichi rancori, fino a scoprire che si può morire per una recensione. Piuttosto inquietante, concordate?
Louise Penny è nata a Toronto. Ha lavorato a lungo come giornalista, conduttrice radiofonica e televisiva, occupandosi di cronaca e current affair. Ma è con la scrittura che ha coronato il sogno di una vita. Pubblicata in 25 lingue, i suoi romanzi hanno conquistato i lettori di tutto il mondo, l’hanno portata in testa alle classifiche e sono stati insigniti dei più prestigiosi premi letterari dedicati al genere, dall’Anthony Award al Macavity Award. È l’unica autrice ad aver vinto l’Agatha Award for Best Novel per quattro anni consecutivi. Vive con il marito in un paesino a sud di Montréal, vicino al confine con il Vermont.
:: Ljuba e lo sceicco – un ebook gratis di Simone Sarasso
19 settembre 2013
In occasione dell’uscita dell’ultimo capitolo della Trilogia sporca dell’Italia di Simone Sarasso, da oggi è disponibile gratuitamente sui principali store online l’ebook Ljuba e lo sceicco, un racconto inedito con protagonista la conturbante e pericolosa Ljuba de Il Paese che amo. L’ebook contiene anche – in assoluta anteprima – l’incipit de Il Paese che amo, e quelli dei primi due romanzi della trilogia, Confine di Stato e Settanta.
Ljuba Marekovna è soltanto una ragazza cresciuta nei bassifondi di Cracovia, ma è destinata a diventare la Regina della tv privata, una spia senza cuore al soldo del partito comunista e molto altro ancora…
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Il Paese che amo sarà in libreria il 2 ottobre.

























