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:: Intervista a Jelena Lengold, autrice de Il mago della fiera (Zandonai Editore – 2013) a cura di Lucilla Parisi

22 ottobre 2013

jelene-lengoldGentilissima Jelena, prima di tutto ti ringrazio per averci concesso questa intervista. Ho letto con grande piacere Il mago della fiera. E’ un testo intenso e fortemente realistico.
Nel tuo libro si parla di storie finite, di amori consumati, di relazioni sospese. Penso a Oliver e Katja, alla moglie di “A capofitto” o alla padrona di Lola in “Vagabondaggi”. Il racconto è una sorta di confessione dove i protagonisti rivelano al lettore le proprie fragilità e frustrazioni. L’introspezione e l’analisi profonda di questa pagine sono spiazzanti. Come si arriva ad un risultato del genere?

Come scrittrice, sono sempre stata interessata a quei momenti, a quegli spazi al limite tra il dolore e la felicità, tra il sogno e la vita “reale”.  E’ lì che siamo più fragili e lì dove tutti i nostri punti deboli sono scoperti. Penso che lo scrittore non debba avere paura di scavare in profondità. Il lettore si fida di te, se sente quello che tu senti e se può ritrovare la propria esperienza in ciò che scrivi.

Ciò che trapela da queste storie è anche l’insostenibile solitudine degli uomini e delle donne che le abitano. L’incapacità degli individui di affrontarla è tutta del nostro tempo. Non sappiamo stare soli. Il risultato di tale paura è il disperato tentativo di trattenere al proprio fianco persone inadeguate o a ricercare relazioni senza prospettive. Sei d’accordo?

In parte, sono d’accordo, ma penso anche che questo libro parli di solitudine, intesa come destino di ogni persona. Essere soli non significa necessariamente non avere nessuna persona intorno: ritengo invece che sia più uno stato mentale, una sorta di raggiunta consapevolezza per cui ogni individuo è solo indipendentemente dal numero di persone che lo circondano. I personaggi delle mie storie arrivano ad accettare questo tipo di consapevolezza con un pizzico di malinconia, ma nello stesso tempo come qualche cosa di ineluttabile.

E’ marcato nelle relazioni amorose che descrivi il contrasto donna-uomo. Si tratta di un rapporto di forza in cui è la prima – spesso (ma non sempre) – a soccombere, nonostante riveli una forza e un coraggio di gran lunga superiori all’uomo che, invece, tradisce una fragilità e una mediocrità d’intenti imbarazzanti. Penso al racconto “Il mago della fiera”, dove la donna – anche se descritta come un oggetto sessuale – ha in realtà la capacità di mantenere il suo presuntuoso amante in una quasi patologica e snervante attesa. Nell’immaginario collettivo – grazie anche ai modelli distorti pubblicizzati dai media e non solo – l’idea di “donna” non è molto diversa da quella del suo mago della fiera. Cosa ne pensi?

Cerco di scrivere le mie storie servendomi di entrambe le prospettive, quella maschile e quella femminile. Certamente prospettive differenti, ma ognuna con i suoi punti di forza e debolezza. Non saprei dire se chi aspetta sia necessariamente il più forte o chi sia in grado di provare la passione più importante o l’infelicità più profonda. Sinceramente non mi interessano molto gli stereotipi, siano essi di una donna o di un uomo, visto che i miei personaggi non sono mai dei soggetti “tipici”, ammesso che qualcosa del genere esista.

Ho compreso che potevo vivere senza fare l’amore con lui e potevo vivere senza vederlo”: è la protagonista di “Le tasche piene di sassi” a parlare. Come si arriva a questo paradosso in una relazione?

Credo sia il punto in cui si conservano e si nascondono in qualche luogo dentro di noi i sentimenti e il ricordo di una certa esperienza, fino al punto in cui quei sentimenti cominciano a contare più della persona che li ha provocati. Questo accade perché, talvolta, le altre persone, per un qualche motivo, arrivano ad essere per noi catalizzatori e riescono a entrarci dentro e raggiungere i livelli più profondi. Questa è la ragione per cui, anche in seguito, è possibile vivere senza di loro nonostante continuino a esistere in qualche modo dentro noi. L’espressione “avere qualcuno” può significare molte più cose di quanto si possa immaginare.

In “Sotto il mantello della letteratura” ho intravisto una speranza, un messaggio di salvezza anche per gli amori più disperati e disperanti. E’ così? O è solo una “licenza poetica”?

Nel momento in cui, con il passare del tempo, si ridimensionano o sminuiscono degli eventi passati, allora è possibile, forse, intravedere una speranza. In questo racconto, però, c’è una frase che spiega come anche una bella immagine sia solamente la parte di un quadro più grande che noi non riusciamo a vedere, ma che sappiamo esistere. Allo stesso modo, ogni paragrafo di un libro è solo una parte di una più grande verità. Per questo motivo, non farei affidamento su quella piccola speranza che fa capolino alla fine del libro. È solo un ritratto, un istante, congelato nel tempo, che ci dice che nel prossimo libro tutto questo ricomincerà di nuovo.

La tua scrittura – nella sua innegabile realisticità – appare a tratti visionaria. O meglio sono il sogno e l’eccentricità a penetrare la realtà sfaldandola, trasformandola, dileguandola. Penso all’esperienza erotico-sensoriale di Helena e Sandra, ad esempio, o all’incontro tristemente grottesco con il finto Elvis in “Love me tender”. Un escamotage narrativo o la convinzione che la realtà contenga in sé aspetti paradossali?

Esatto, hai colto molto bene la questione. Questa cosiddetta realtà per i miei personaggi non è solo ciò che sta accadendo nelle loro vite. Ci sono sempre uno o più livelli sotto la realtà, che non si riescono a cogliere al primo sguardo, ma che esistono. Se si scava e si è abbastanza coraggiosi e folli da andare in profondità, si possono vedere. Certo nessuno può garantire che dopo questa scoperta uno possa essere più felice di prima, ma almeno avrà raggiunto la consapevolezza che la vita non è poi così semplice.

Prima di approdare alla narrativa, ti sei dedicata alla poesia. Come è avvenuto questo passaggio? E perché – dopo l’esordio con il romanzo – hai scelto il racconto come prevalente modalità di espressione?

Per me e per la mia personalità considero il racconto la forma di espressione ideale. In esso c’è abbastanza spazio per caratterizzare i personaggi, per accelerare la tensione, per aprire la storia, arrivare alla conclusione e decidere di terminare solo quando la narrazione raggiunge un livello davvero interessante. Non sono una persona paziente, non so aspettare duecento pagine per vedere quello che succederà, e soprattutto non so vivere in maniera così intensa un’emozione per mesi o addirittura anni.
Così appena apro quella “scatola”, scrivo una storia e la richiudo di nuovo. Perchè se ci rimanessi più a lungo dentro, non sono sicura che sopravviverei.

Ho letto nella tua biografia ufficiale che ti sei occupata di “diritti umani e di risoluzione pacifica dei conflitti per conto dell’Accademia norvegese per le scienze umane”. Come e dove si colloca questa esperienza rispetto al recente conflitto dei Balcani?

Questa esperienza è stata, per quasi quindici anni, la mia vita parallela, oltre alla mia scrittura. Ho lavorato per un’eccellente università norvegese su un programma interessante, appassionante e del tutto nuovo per me che mi ha consentito di imparare e insegnare ad altri contemporaneamente. Abbiamo lavorato con diverse tipologie di persone, alcune di loro provenienti da conflitti in essere o da zone potenzialmente di conflitto, non solo dei Balcani ma di tutto il mondo. Interessante paradosso è che nel mio lavoro ho sempre detto che il dialogo è possibile, indipendentemente da ciò che è successo. Nei miei libri (dove non si parla di storia o di politica) sostengo, invece, che in qualche modo la reale comprensione tra le persone non è affatto possibile. Nessuna delle due è una bugia: è solo la differenza tra verità letterarie e verità della vita.

Belgrado è la tua città. In Italia, oggi, “fare” lo scrittore non è cosa semplice. Spesso anche chi ha cose interessanti da dire non ha lo spazio che merita per emergere. I grandi editori o gruppi editoriali (con le doverose eccezioni) prediligono pubblicazioni più commerciali rispetto alla qualità dei testi, a scapito della buona scrittura e lettura. Sono gli editori minori lo zoccolo duro della cultura, quelli che osano rischiare maggiormente su autori validi. Qual è la situazione in Serbia?

Molto simile a quella che hai descritto. Anche da noi il libro condivide lo stesso destino di semplice oggetto di commercializzazione. Così a volte è più importante il modo in cui gli scrittori appaiono piuttosto che quello che scrivono. Uno scrittore è spesso costretto ad essere presente sui media, se vuole che anche i suoi libri lo siano.  Ma essere commerciali non è sempre la reale misura della qualità. Eppure, a volte, questi due miracoli si incontrano, popolarità e qualità: ciò significa allora che anche in questo stato di cose è possibile superare gli ostacoli, se credi abbastanza in quello che fai.

Una domanda che pongo spesso nelle mie interviste: come si diventa scrittore?

E’ stata piuttosto la precoce consapevolezza che una vita, un destino, un grande amore, un karma, un solo corpo e una sola morale non erano abbastanza per me. Volevo vivere molte vite, più intense possibili. Ed è ancora quello che voglio.

[Traduzione dall’italiano all’inglese a cura di Davide Mana]

:: Blogtour All’ombra dell’impero – Il segreto del Mandylion (Baldini e Castoldi, 2013) – prima tappa.

21 ottobre 2013

Inizia oggi il blogtour dedicato al romanzo storico All’ombra dell’impero – Il segreto del Mandylion di Alberto Custerlina e in questa prima tappa potrete trovare le domande fatte all’autore, alcune foto d’epoca decisamente suggestive legate al romanzo, una gustosissima ricetta del gulasch e qualche riferimento sul periodo storico, la Trieste asburgica del 1902.

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“Davorin s’incantò di fronte a una pasticceria e distolse lo sguardo quando sfilarono davanti a un negozio di biancheria femminile, come faceva sempre il signor Anton quando passavano di lì”

Benvenuto Alberto e grazie per aver accettato questa mini intervista per la puntata N° 1 del Blogtour dedicato al primo episodio della trilogia All’ombra dell’impero – Il segreto del Mandylion, che comprenderà poi anche La carovana dei prodigi, e Enigmi nell’oscurità. Innanzitutto perché una trilogia?

Avevo in mente una storia molto lunga, che però avrebbe dovuto essere narrata attraverso ambienti molto diversi tra di loro e sviluppando varie tematiche, quindi ho preferito dividerla in tre parti: la prima parla del confronto tra modernità e tradizione, la seconda di crescita e consapevolezza, mentre la terza tratterà di paura e pazzia. Alla fine, poi, sarà più un trittico che una trilogia.

Come sei giunto all’idea di lasciare il noir, avevi avuto un buon successo con i tuoi romanzi precedenti, e dedicarti al romanzo storico?

Credo sia la naturale evoluzione di un autore che non condivide l’idea di scrivere qualcosa solo perché va di moda. Troppi scrittori italiani hanno cavalcato l’onda delle cronache giornalistiche o delle mode derivate dal mondo delle fiction o del cinema senza credere veramente in ciò che stavano facendo. E i risultati si sono visti. (con poche eccezioni)
E io, che sono uno a cui piace anticipare questi “movimenti” (come ho fatto con i miei noir-pulp, ai quali alcuni giovani autori italiani si sono “ispirati” parecchio), ho deciso che era venuto il momento di tornare alle radici – back to the roots – e di reinventare un genere che riscoprisse la tradizione anglosassone del mystery e la miscelasse al romanzo d’avventura alla Salgari e alla Verne; insomma, una letteratura popolare di stampo marcatamente europeo, con la quale il lettore potesse viaggiare con la fantasia attraverso tempi e luoghi che hanno fatto sognare molte generazioni di lettori.
E adesso ti faccio un regalo e rivelo per la prima volta una cosa che solo pochissime persone sapevano fino a questo momento: l’anno scorso, questo progetto è stato visionato da alcune grandi case editrici, che l’avevano cassato a favore di alcuni noir di cui ho detto sopra, così ora posso togliermi due belle soddisfazioni: godere di un buon successo e mostrare un dito medio.

Scenario del romanzo è la Trieste asburgica del 1902, più alcune parti ambientate tra Hong Kong, Macao e Singapore. Come ti sei documentato? Su che testi, vedendo quali film, documentari, libri di fotografie? Hai usufruito infatti di un discreto apparato iconografico. Alcune foto storiche sono presenti anche in questo articolo.

Il romanzo storico necessita di un’accuratissima documentazione, per cui ho attinto a numerosi media e confrontato molte fonti per essere sicuro che le informazioni fossero corrette. Le fotografie d’epoca sono vitali e per fortuna della Trieste asburgica ne esistono a palate. Poi i giornali, dove non trovi solo le informazioni leggendo gli articoli, ma puoi ottenere moltissime indicazioni sulla vita quotidiana attraverso le pubblicità. Infine, ho letto o riletto molti romanzi scritti e ambientati (più o meno) in quel periodo, da Svevo a Slataper, da Doyle a Dickens (e molti altri). Infine, sulla Trieste dell’epoca asburgica esistono decine di saggi che la trattano da tutti i punti di vista: toponomastico, sociale, mondano, sportivo, politico eccetera.
Per le parti ambientate in oriente, ho utilizzato per la maggior parte la Rete, anche se alcune cose le ho trovate a Trieste, che all’epoca era già in strettissimo collegamento commerciale con il mondo orientale.

All’ombra dell’impero – Il segreto del Mandylion è un romanzo di avventura per adulti si potrebbe dire con molti connotati tipici dei romanzi per ragazzi. Davorin per esempio è una sorta di Huckleberry Finn con i capelli rosso carota e ha un ruolo fondamentale nella storia. Perché questa scelta?

Mi ricollego a ciò che ho risposto alla seconda domanda e amplio il concetto. Credo che oggi – nel panorama editoriale italiano – manchi un filone di narrativa che permetta agli adulti di riassaporare le atmosfere che avevano vissuto da giovanissimi leggendo la letteratura per ragazzi. Il successo di Harry Potter tra gli adulti supporta questa mia ipotesi. E allora ecco che arriva Custerlina, che non ha paura di rischiare e s’imbarca su una giunca cinese diretta verso i mari del sud, convinto che un adulto seduto in una comoda poltrona con una tazza di the in mano possa riprendere a fare, con grande soddisfazione e divertimento, il viaggio che aveva interrotto molti anni prima. Naturalmente, nella mia narrazione non mancano alcuni riferimenti “adulti” veri e propri e uno stile di scrittura tutto sommato moderno, ma ciò non toglie nulla al respiro ottocentesco del romanzo.
E in questo senso, Davorin Paternoster è la quintessenza dell’avventura, ispirato ai personaggi di Twain, ai figli del capitano Grant, ai ragazzi di Dickens. E poi, va detto che il mio progetto completo prevede di farlo crescere romanzo per romanzo, fino a ripercorrere, attraverso i suoi occhi, l’incredibile storia di Trieste nella prima metà del ‘900. Ho stimato che mi serviranno 16 romanzi in tutto (la maggior parte indipendenti uno dall’altro). Ce la farò? Non lo so, voi intanto cominciate a leggere questa trilogia.

Quali romanzi ti hanno influenzato, quali autori ti hanno ispirato nella stesura del romanzo?

In parte ho già risposto, ma qui faccio un elenco più preciso: Dracula di B.Stoker, Sherlock Holmes (e altro) di A.C.Doyle, Incontri con uomini straordinari di G.I. Gurdjieff, Oliver Twist di C.Dickens, varie cose di H.G.Wells, ho riletto qualcosa di Lovecraft per le atmosfere, Salgari e Verne, I-Ching, alcune parti dello Zorah e di testi cabalistici, Le meraviglie del creato e le stranezze degli esseri di Zakariyya Al-Qazwini, i romanzi di Mark Twain. E di sicuro mi sono dimenticato qualcosa.

Oltre al rigore storico, hai aggiunto una punta di soprannaturale. Che rapporto hai tu con il soprannaturale, credi esitano poteri extrasensoriali di cui conosciamo ancora ben poco?

Più di una punta, direi! Nella mia vita sono stato testimone di numerosi accadimenti che non ho potuto spiegare attraverso le mie conoscenze tecnico-scientifiche e che mi hanno coinvolto anche in prima persona. Così, ecco spiegato il fil rouge di questo primo romanzo intitolato Il segreto del Mandylion, dove il tema riguardante il conflitto tra modernità e tradizione si può leggere anche in chiave di confronto tra la percezione positivista della realtà e quella esoterica delle manifestazioni soprannaturali.
Del resto il romanzo inizia con questo esergo: Ci sono più cose in cielo e in terra, Orazio, di quante ne sogni la tua filosofia (W.Shakespeare)

porto

Il porto

Il miglior gulasch dell’Impero (ricetta alla triestina di Alberto Custerlina):

Per 4 persone. Soffriggere 1kg di cipolla gialla affettata sottile in abbondante olio (meglio sarebbe un bianchissimo strutto di maiale). A cipolla imbiondita, aggiungere 1kg di polpa di manzo tagliata a tocchi (o, meglio ancora, mista al 50% con il maiale e senza togliere le parti grasse), aggiungere un cucchiaio di farina abbondante e mescolare spesso finché la carne non sarà completamente sigillata (all’esterno deve apparire perfettamente cotta). A questo punto, aggiungere due o tre cucchiai di paprica ungherese dolce (se lo si vuole piccante, aggiungere in più la paprika forte nella dose desiderata) e poi il concentrato di pomodoro (da un tubetto, circa 10 cm). Coprire tutto con acqua bollente (anche se sarebbe meglio usare del brodo) e lasciare sobbollire per 3 ore, mescolando ogni tanto e stando attendi ad aggiungere liquido se asciugasse troppo. Servire con gnocchi di patate oppure con Knödel.

giochi di bambiniTrieste fu da sempre una delle più importanti metropoli dell’Impero austriaco, dal 1867 Impero austro-ungarico, grazie al suo porto e alla sua vocazione cosmopolita che ne aveva fatto un crocevia di merci e di idee. Ma la situazione già piuttosto instabile degenerò tra la fine del Ottocento e i primi del Novecento. Ai movimenti irredentisti, che propugnavano il ritorno di Trieste all’Italia, si aggiunse infatti nel febbraio del 1902 lo sciopero operaio proclamato in appoggio ai fuochisti della compagnia di navigazione del Lloyd Austriaco che si trasformò successivamente in uno sciopero generale cittadino. La situazione già drammatica ben presto degenerò e i soldati austriaci agli ordini di Conrad von Hoetzendorf, su ordine del luogotenente del Litorale von Goess, arrivarono a sparare sulla folla, uccidendo decine di dimostranti e ferendone più di una cinquantina. In questo clima si svolsero i fatti narrati ne Il segreto del Mandylion, ed è interessante notare come Storia e narrazione romanzesca si intreccino riportando in vita le atmosfere di primo Nocevento grazie alla capacità evocativa di Custerlina, triestino doc e appassionato di avventura. La gente viaggiava ancora in carrozza, le donne indossavano corsetti e gonne vaporose, ma già i tram sferragliavano sulle rotaie e l’illuminazione elettrica, il telefono, le prime auto iniziavano a  far capolino tra la curiosità e la diffidenza della gente. Il progresso sembrava alle porte e i più avventurosi si accostavano alla fotografia, guidavano spericolati le prime biciclette, usavano le prime torce elettriche con pile a carbone, provenienti dagli Stati Uniti. Sembra incredibile, anche io leggendolo quasi non ci credevo, ma è tutto documentato.

Prossime tappe:

Seconda tappa: SognandoLeggendo
Terza tappa: Strategie Evolutive
Quarta tappa: Helldoom’s Reign
Quinta tappa: Le mele del silenzio

:: Recensione di La cortigiana di Sarah Dunant (Beat, 2013) a cura di Elena Romanello

18 ottobre 2013

download-3Da alcuni anni, periodicamente, escono nelle nostre librerie i romanzi storici di Sarah Dunant, inglese ma innamoratissima della nostra Storia e del nostro Paese, in particolare in quella che fu una stagione irripetibile, capace di influenzare poi tutto il resto dell’Europa, cioè durante il Rinascimento, periodo di grande sviluppo artistico ma anche di lotte e di oppressione.
Chi ama la Storia di quell’epoca non può quindi perdersi uno dei titoli recenti della Beat, La cortigiana, ambientato tra due città emblematiche dell’epoca come Roma e Venezia.
Al centro di tutto c’è un’eroina abbastanza anticonformista e insolita, nello stile dell’autrice che non costruisce storie di protagoniste senza macchia e senza paura, cioè Fiammetta Bianchini, una delle cortigiane più belle ed amate di Roma in particolare da un mondo ecclesiastico che non disdegnava di certo il sesso, che cade in disgrazia durante il Sacco di Roma del 1527 ed è costretta a lasciare la Città eterna alla volta di Venezia, dove cercherà notizie della madre, ma dove si troverà coinvolta in furti, intrighi e nela caccia alle streghe.
Questa epopea di una donna in cerca di un suo posto in un mondo in cui fare la cortigiana era una delle poche carriere a loro concessa è raccontata dal punto di vista dell’uomo più improbabile ma nello stesso tempo più fedele della vita di Fiammetta, il nano Bucino, tra fasti e crudeltà, peripezie e momenti di gloria.
Ancora una volta Sarah Dunant ricostruisce in maniera efficace ed appassionante il Rinascimento, s partire dal mondo delle cortigiane, cantate non sempre in maniera lusinghiera dai poeti e ritratte dai pittori, ma anche dal microcosmo di due città, Roma che vide una battuta d’arresto al suo splendore con il Sacco del 1527 salvo poi riprendersi in epoca barocca, e Venezia, allora forse la vera capitale della pensila italica.
Sarah Dunant non sceglie di raccontare di principi e cardinali, ma di figure marginali, vicine ai potenti ma purtroppo non abbastanza protette dai medesimi per cadere in disgrazia, donne e freaks come Bucino, al centro di un universo bohèmien ante litteram, tra pittori, poeti, streghe, prostitute, bigotte e mercenari, restituito con vivacità e modernità senza snaturare il contesto.
Fiammetta Bianchini non è un personaggio reale anche se è vicino senz’altro a tante cortigiane rimaste magari volti anonimi e celebri solo grazie ai quadri, come non lo è Bucino, comunque basato sui tanti nani che divertivano le corti e i palazzi nobilari, sulla base di una moda che veniva dalla Spagna: Sarah Dunant ha voluto dare un nome e una storia alla bellissima Venere di Urbino di Tiziano, e nelle pagine del suo libro compare appunto Tiziano come figura reale, oltre allo scandaloso Pietro l’Aretino, poeta dissacrante che usava le tematiche sessuali come simbolo di eversione.
La cortigiana è un ritratto irresitibile di una donna e di un’epoca, una storia limite nelle miserie e negli splendori umani capace di affascinare il mondo di oggi, che del Rinascimento può ancora per fortuna ammirare parecchi capolavori.

Sarah Dunant, La cortigiana, Beat 10 euro

Sarah Dunant è l’autrice di The Birth of Venus e The Company of the Courtesan, due romanzi storici ambientati rispettivamente nella Firenze dei Medici del 1490 e a Roma e Venezia tra il 1527 e il 1530. Con Le notti al Santa Caterina completa il suo ciclo narrativo dedicato a un secolo della storia d’Italia. Sarah Dunant ha studiato a Cambridge, ha lavorato a lungo per la BBC, insegna Storia del Rinascimento e vive tra Londra e Firenze.

:: Recensione di Il lavoro della polvere di Fabio Pasquale (Zona editrice, 2013)

18 ottobre 2013

IlLavoroDellaPolvereIl lavoro della polvere, edito da Zona nella collana Contemporanea, è il romanzo d’esordio di Fabio Pasquale. Un romanzo breve, più che altro un racconto lungo, forse un noir se vogliamo a tutti costi classificarlo in un genere codificato e stabilito.
Narra la storia di un uomo, senza nome, un uomo qualunque, senza qualità, un modesto impiegato di banca in una città senza nome, forse del nord Italia. Ho pensato alla Lombardia. Non Milano, una città più piccola, di provincia.
Un giorno, forse stanco della routine quotidiana, della sua vita monotona e senza futuro, organizza un piano per dare una svolta. Si crea una falsa identità su Facebook, e avvicina un giovane, Manuel, un fattorino di pizza a domicilio. Il piano è conoscere tutto della sua vita, ogni dettaglio, ogni particolare anche il più minimo, perché sono i dettagli che fanno la differenza e fanno funzionare le cose. Niente deve essere lasciato al caso. Poi il piano procede.
L’idea è rubare dalla sua stessa filiale una grande quantità di denaro e lingotti d’oro. Uccidere Manuel e prendere il suo posto. Sono quasi identici, e l’uomo ha fatto di tutto perché si assomigliassero ancora di più. E’ dimagrito, si è tagliato i capelli, ha copiato il tono di voce. In un mondo dove molti sbiadiscono sullo sfondo, un gioco da ragazzi. Nessuno si accorge dello scambio, né Salvatore il padrone del negozio di pizze, né la polizia presa in una indagine svogliata e approssimativa. Ma poi l’imprevisto. La vicina di casa di Manuel bussa alla sua porta.
Come dicevo è una lettura piuttosto breve, si impiegano poche ore, anche meno se si è curiosi di scoprire se il protagonista la farà franca o meno. Come dicevo è un noir, vediamo la vicenda dalla parte di un ladro e di un assassino, un uomo fino a quel momento, normale, incanalato nei binari della retta via. Cosa lo spinga a mettere in moto tutta la vicenda non è dato sapere, forse l’avidità, la noia, Fabio Pasquale non da molte giustificazioni, evidenza solo che uccidere è facile, e quando lo fai una volta poi non ci metti niente a continuare a farlo. La scrittura è originale, curata, i dialoghi sono rari, preferisce raccontare, tratteggiare personaggi e ambientazioni.

Fabio Pasquale è nato a Milano nel 1973, dove vive e lavora. Laureato in Scienze dell’informazione si occupa da circa un decennio di consulenza IT per il mondo della finanza. Il lavoro della polvere è il suo primo romanzo. A dicembre uscirà un suo racconto per l’antologia 365 Racconti di Natale, curata da Franco Forte

:: Recensione di Sette vite e un grande amore. Memorie di un gatto di Lena Divani (EO, 2013) a cura di Elena Romanello

17 ottobre 2013

copertina_1239Di libri sui gatti, animali domestici misteriosi e affascinanti, ne sono usciti in questi anni davvero tanti, dalle guide pratiche alla struggente storia del gatto di biblioteca Dewey, dalle storie spassose di Doreen Tovey ai gialli di Lilian Jackson Braun, tutti pronti a raccontare storie intorno all’unico appartenente alla famiglia dei Felini che è stato addestrato dagli esseri umani, pur mantenendo la sua indipendenza e il suo desiderio di libertà.
Tutti i felinofili o quasi hanno anche la loro biblioteca fornita in tema, tra foto, libri di illustrazione, manuali e romanzi: ebbene, merita un posto anche questo delizioso libretto agile e lettterarialmente dotto, grande successo nel 2012 in una Grecia che in questo momento ha purtroppo altro per la testa, ma che ha trovato il tempo di appassionarsi a questa storia d’amore insolita e straordinaria, sospesa in un tempo che è quello di oggi ma è fuori dal medesimo.
Una storia d’amore al centro di tutto quindi, quella tra Madamigella, scrittrice dalla vita isterica e sregolata, sempre in viaggio e incapace di costruirsi dei legami seri, e Zucchero, gatto ironico che sta vivendo la sua ultima vita dopo varie peripezie nella Storia nelle sei vite passate, che si trova per caso nella vita  e nella casa di Madamigella, dalla quale non uscirà più fino alla sua dipartita, portandole affetto e insegnandole forse a dare un senso a tutto.
Sette vite e un grande amore racconta il mondo di oggi visto dagli occhi di un gatto, quando di solito nella letteratura felina erano gli esseri umani a narrare, costruendo un microcosmo di incontro tra due creature diverse ma complementari, tra momenti di ilarità e momenti di gran commozione, anche se non si raggiungono i toni patetici di per esempio un libro come Io e Marley. Un libro che si fa leggere e che racconta cose care a chiunque ama i gatti, ma che alla fine parla di cose universali, i sentimenti, la voglia di dare un senso alla propria vita, la perdita degli affetti, il voler ricominciare, il sapersi creare un rapporto speciale con l’altro.
Più che vicino a libri bellissimi come Io e Dewey o Omero gatto nero Sette vite e un grande amore si rifà alla letteratura felina di Celine, Colette, Baudelaire, persino di un Edgar Allan Poe, anche se là i toni erano decisamente diversi. Qui non c’è horror, ma il riflettere su quanto una creatura altra da te sotto tutti i punti di vista possa darti molto e quanto ormai sia presente nel nostro modo di vivere il rapporto irrinunciabile con animali come i gatti e i cani che condividono le nostre vite, tra alti e bassi, fin da tempi antichissimi.
Per cui, Sette vite e un grande amore è un libro imperdibile per i felinofili ma interessante anche per chi vuole capire qualcosa di più su questo amore per i gatti e che comunque ama un libro scritto bene e non in modo banale. L’autrice Lena Divani, professoressa di diritto, è già autrice di romanzi, per adulti e ragazzi, pièces teatrali e saggi. Una delle tanti voci interessanti da un Paese che viene ormai citato per altro.

Lena Divani, Sette vite e un grande amore, E/O, 16 euro e 50

Lena Divani è nata a Volos nel 1955. È docente associato di Storia della politica estera presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Atene «Giovanni Capodistria». È autrice di saggi scientifici, sette volumi tra romanzi e raccolte di racconti, un’opera teatrale, un libro per ragazzi e ha partecipato a due romanzi scritti a più mani tra cui Il mio nome è Nessuno – Global Novel (in Italia pubblicato nel 2005 da Einaudi). Crocetti ha pubblicato il romanzo Le donne della sua vita.

:: Recensione di Non avere paura dei libri, Christian Mascheroni, (Hacca edizioni 2013) a cura di Viviana Filippini

15 ottobre 2013

mascheroni“Mia madre e mio padre sono i libri che avrei voluto scrivere, che avrei voluto leggere, nonostante gli errori di battitura, i refusi, le bruciature, gli angoli piegati. Sono i libri che riapro e rileggo, dai quali ottengo risposte, che mi suscitano nuove domande. Sono libri che non ingialliscono col tempo e che del tempo conservano il profumo, lo spessore, la ruvidezza e la leggerezza, il peso e il volume, lo sguardo”.

Leggo libri per piacere di leggere, anche se questa è una mia passione tardiva e ho molto da recuperare, ma legger libri mi ha portato a considerare il fatto che loro non sono solo un assemblaggio di carta, parole  e pagine. I libri sono sì quelli di carta che ho letto, leggo e leggerò, ma per me i libri sono anche le persone che ho incontrato, che incontro e che incontrerò. Ci sono libri belli e appassionanti, dolorosi e non, ma ogni libro, come ogni persona conosciuta, lascia un qualcosa in noi. A dare conferma a questa mia convinzione ci ha pensato Non avere paura dei libri di Christian Mascheroni edito da Hacca. Il titolo è composto dalle parole che la madre dell’autore gli ripeteva spesso quando era bambino, a dimostrazione del fatto che i libri sono amici silenziosi, i quali grazie alle parole che li costituiscono possono donare molto a chi li legge. Nel libro, Mascheroni mette i tanti libri letti e quelli ancora da leggere, ma allo stesso tempo questo volume racconta il legame di Christian con i genitori. Ci sono l’autore, il padre Gino, un tipografo pompiere, la madre austriaca Eva e la miriade infinita di opere letterarie che per il trio sono una parte integrante della famiglia. Il piccolo mondo dei Mascheroni non è composto solo da pagine di storie scritte, ma anche di vita vera e Christian narra non solo la comune passione viscerale per la lettura, ma anche il rapporto con il padre e con la madre afflitta da sempre da una profonda depressione. Una malattia che inciderà nel tempo sulle relazioni tra le parti, senza mettere mai in crisi in modo definitivo il sentimento d’amore tra Christian e i genitori. Mascheroni parla di sé e della madre amica, sorella e a volte bambina. Una donna con un passione ossessiva per la lettura, un bisogno così inteso che in certi momenti della sua vita Eva non esitava ad allontanarsi per ore dal marito e dal figlio, compiendo solitari viaggi senza meta in pullman o in treno solo per leggere e trovare nelle pagine stampate un po’ di sollievo dai tormenti della vita quotidiana. E così Christian ci racconta della madre che leggeva in ogni momento della giornata, lasciando segni indelebili tra le pagine dei libri (buchi fatti dalla cenere della sigaretta, briciole di cibo, macchie di ogni tipo), perché lei i libri li viveva, li amava e li conosceva come persone in carne ed ossa. Questo libro è sì un’autobiografia di un bambino che, pagina dopo pagina, diventa adulto raccontandoci di sé e del suo mondo, ma allo stesso tempo Non avere paura dei libri ci dimostra quanto quello che noi facciamo, diciamo e in questo caso leggiamo sono segni della nostra personalità e del nostro modo di essere e vivere. È come se Mascheroni ci volesse dire che ogni libro letto ha lasciato qualcosa in noi. Non avere paura dei libri è una bella storia di vita vissuta, di sentimenti, di affetti umani e letterari, ma dal mio punto di vista questo è un omaggio d’amore di un figlio verso i genitori che non ci sono più, che però vivono e vivranno sempre nei libri comprati, letti e regalati in casa Mascheroni. E ricordate, che non solo non si deve avere paura dei libri, ma come Eva insegnava a Christian: “I libri vanno baciati in fronte”.

Christian Mascheroni è autore televisivo per Mediaset e Mtv, è autore e volto con Marta Perego del programma tv “Ti racconto un libro” (IRIS) e degli speciali dedicati al mondo della letteratura. Ha esordito nel 2005 con il romanzo Impronte di Pioggia (L’Ambaradan) al quale sono seguiti Attraversami (Las Vegas edizioni, 2008) e Wienna (Las Vegas edizioni, 2012). Scrive per il blog di «Glamour» (Hounlibrointesta.glamour.it di Chicca Gagliardo).

:: Recensione di Piovono sassi dal cielo di Francesca Boari – (Cicorivolta Edizioni, 2013) a cura di Lucilla Parisi

15 ottobre 2013

PIOVONO_SASSI_DAL_CIELO_2“Ti sei mai chiesto perché ha smesso di chiamarci mamma e papà? Ci sta giudicando, inizia a capire e ad esprimere una rabbia che non deve avere semplicemente perché la colpa dei padri non può ricadere sui figli. Il tempo che resta dobbiamo volgerlo al senso e restituirgli quella pace e quell’equilibrio di cui ha bisogno per crescere forte e che fino ad oggi la nostra presunzione gli ha negato”.

Un marito e un padre ripiegato su se stesso, ostile alla vita e alla bellezza di un figlio, rintanato in un dolore fisico e psicologico che lo annienta e da cui non riesce a liberarsi. Una moglie ed una madre rimasta sola a raccogliere i cocci di una vita alla deriva e a salvare le apparenze di una famiglia che non esiste più. Sono loro i protagonisti dell’ultimo commovente libro della scrittrice ferrarese Francesca Boari.
Al disprezzo per l’uomo un tempo amato, si contrappone l’amore incondizionato della donna per il figlio, un bambino già grande nella sua visione del mondo, già consapevole dello sfacelo che sta travolgendo i suoi genitori. Una sofferenza da cui neppure la madre riesce a salvarlo: due occhi attenti e giudicanti a cui nessun genitore potrebbe sottrarsi.

Mi rendo conto che devo inventare, inscenare, tirare la mia pelle rugosa e rattrappita, asciugare le lacrime, guardare il sole di questa giornata e assorbire l’energia che mi serve per arrivare a sera”.

La malattia diventa la causa e il simbolo del disfacimento di una coppia incapace di affrontarla e di combatterla. Così l’uomo descritto in queste pagine appare come l’artefice della propria distruzione, nonostante la forza della donna che lo affianca e l’affetto del proprio bambino che non vuole arrendersi al pensiero di perderlo.
Un padre senza coraggio e un marito senza prospettive: è quello che ci descrive, in prima persona, la protagonista di questa pagine drammatiche. Una confessione a muso duro che non lascia spiragli all’amore, ma tradisce una necessaria rassegnazione alla fine dell’uomo, un tempo amato, quale unica possibilità di salvezza per ciò che rimane della famiglia.

Piango, urlo, ti detesto. Non so chi insultare, non so dove contenere questo orrore che mi invade senza difese sufficienti, non so cosa farmene di tutti questi oggetti che mi circondano, che non ho mai chiesto, che non mi hai lasciato nemmeno il tempo di desiderare. Li prenderei e li lancerei lontano. Vorrei picchiarti, insultarti, vorrei non averti mai conosciuto. Vorrei smettere di soffrire. Vorrei fare l’amore e venirtelo a raccontare. […] Vorrei l’abbraccio della gioia. Non lo ricordo più”.

L’autrice ci regala un ritratto impietoso e sofferto della coppia: ancora una volta è la donna a doversi fare carico delle conseguenze dell’amore. Di contro un compagno e un padre inadeguato al proprio ruolo: l’ombra di se stesso e di ciò che è stato. A colmare il vuoto lasciato dal marito, subentra il legame esclusivo con il bambino tanto desiderato e ora vittima egli stesso della pericolosa ingenuità dei genitori. Come accade spesso nella coppia in crisi, i figli diventano capri espiatori, parafulmini inconsapevoli delle frustrazioni degli adulti.
La scrittrice ferrarese è molto brava a dare voce alla delusione della protagonista che, più giovane, aveva osato sognare una vita felice al fianco dell’uomo scelto come marito e padre dei propri figli. All’illusione segue il tempo della consapevolezza e dell’amarezza, scandito da giorni tutti uguali in cui si compie, inesorabile, il loro destino. La scrittura raggiunge momenti di grande liricità, dove la protagonista rivolge il proprio sguardo e le parole sul figlio: “Vorrei chiederti perdono per quello che non ho avuto la forza di risparmiarti. Vorrei giurarti che d’ora in poi i sassi li pesteremo noi e non ci cadranno più in testa”.

Francesca Boari, nasce e vive a Ferrara. Su estense.com, quotidiano d’informazione ferrarese, tiene un blog molto seguito, dal titolo Diventa quello che sei. Già autrice di Il prezzo del riscatto (2008), Aldro (2009).

:: Segnalazione di Writers#1 – Gli scrittori (si) raccontano

14 ottobre 2013

writersMilano, Frigoriferi Milanesi, 19 – 20 ottobre 2013

Orario 14 – 23 | Ingresso libero

Info 02 73981 –

www.writersfestival.it

Ai Frigoriferi Milanesi, accanto al Palazzo del Ghiaccio, il 19 e 20 ottobre 2013 torna Writers #1. Gli scrittori (si) raccontano: un circo letterario e narrativo, nel senso più serio e divertente del termine, un’occasione per ritrovarsi assieme a scrittori, poeti, attori e musicisti in due giorni di incontri e racconti, nella suggestiva cornice di luoghi che coniugano tradizione e avanguardia, arte e cultura, inventandosi modi diversi di avvicinare pubblico e lettori,  sparigliando il linguaggio con agganci all’arte, alla musica, al teatro, alla memoria di odori e sapori.
Molti gli ospiti che hanno confermato la loro presenza e accettato di raccontarsi attraverso i loro libri o le loro passioni nel clima informale e conviviale che caratterizza la rassegna, confrontandosi e dialogando con altri scrittori o giornalisti: Stefano Bartezzaghi, Alessandro Beretta, Alessandro Bertante, Matteo B. Bianchi, Simone Caltabellota, Matteo Campagnoli, Francesco M. Cataluccio, Cristiano Cavina (interrogato dai ragazzi di un liceo), Simona Colombo, Paolo Di Stefano, Igino Domanin, Luca Doninelli, Giorgio Fontana,  Valentina Fortichiari, Massimo Gardella, Laura Guglielmi, Marina Mander, Marta Morazzoni, Antonio Moresco, Aldo Nove, Tullio Pericoli, Paolo Piccirillo, Nicoletta Polla-Mattiot, Max Pisu e Carlo Casti, Paola Ronco, Alberto Saibene, Luca Scarlini, Alessandro Schwed (in anteprima per Writers con il nuovo libro in uscita a fine ottobre), Matteo Terzaghi, Filippo Tuena, Andrea Vitali.
Come per la precedente edizione, anche quest’anno Writers  dedica ampio spazio agli autori esordienti, con 4 appuntamenti per L’ora dell’esordiente: due nuovi scrittori a confronto ogni volta accompagnati da critici e giornalisti culturali. Emanuela Abbadessa e Daniele Bresciani dialogano con Marta Perego, Lilia Bicec e Sabina Spada (che qui anticipa il suo libro in uscita a fine ottobre) con Gabriella Grasso,  Francesco Formaggi e Giovanni Cocco con Annarita Briganti, Elisa S. Amore e M.J. Heron con Lorenzo Viganò.
A conclusione della rassegna, domenica alle 21, il dj set di poesia Parole Note, con Mario De Santis, Valerio Millefoglie, Giancarlo Cattaneo e Maurizio Rossato di Radio Capital.  Con letture live di Milo De Angelis, Vivian Lamarque e Aldo Nove.

:: Segnalazione di Il Festival del Giallo a Cosenza

14 ottobre 2013

cropped-head1Da venerdì 18 a domenica 20 ottobre si terrà a Cosenza nel Palazzo di Piazza XV Marzo, per la direzione artistica della giornalista Cristina Marra, la II° edizione del Festival del Giallo, organizzato dalla Provincia di Cosenza e dal suo Assessorato alla Cultura.  Tema di questa edizione “Io, Detective”. Ospite d’eccezione il danese Jacob Melander, che presenterà per la prima volta in Italia il suo romanzo di esordio, Nei tuoi occhi, edito da Giano.  Tra gli altri ospiti Massimo Carlotto, Maurizio De Giovanni, Margherita Oggero, Donato Carrisi, Luca Poldelmengo  e molti altri.  Tra i moderatori Luca Crovi, giornalista e scrittore, uno dei massimi esperti di noir in Italia, Marco Piva del blog “Corpi Freddi” e il giornalista di Repubblica, Sebastiano Triulzi.  Per maggiori informazioni e il programma completo delle giornate potete visitare il sito dell’iniziativa.

:: Recensione di Avventurieri sul crocevia del mondo di Davide Mana (8 Piece Press, 2013)

13 ottobre 2013

avventurieriCerte volte la realtà è più stravagante, curiosa, incredibile della fantasia e lo sa bene Davide Mana, geologo, specializzato in micropaleontologia, e appassionato di orientalismo, (forse vi sarà capitato di imbattervi nel suo blog http://karavansara.wordpress.com/). Uno scienziato insomma, abituato ad approcciarsi alla realtà con rigoroso metodo scientifico, e il suo spirito divulgativo, mediato da uno stile brillante e, diciamolo, divertente, lo ha portato a scrivere sia testi di saggistica che di narrativa e poi un testo come Avventuri sul crocevia del mondo che si pone a metà strada, e Mana lo ammette chiaramente un po’ schernendosi, cito le sue parole:

Ciò che segue non è un dotto saggio storico. È più imparentato con la narrativa avventurosa e coi vecchi film degli anni ’40 che con l’accademia. Ciò significa che, nell’affrontare questo campionario di avventurieri, esploratori, mercenari, mandarini pazzi e mistici cialtroni, nel procedere lungo le strade e i passi montani della Via della Seta e territori limitrofi, saltabeccheremo in maniera abbastanza disordinata nello spazio e nel tempo.(…) Lasceremo spazio al sentito dire, al pettegolezzo, al ritaglio di rotocalco. Citeremo fonti spurie. Daremo per buone ipotesi meno che solide. E sarebbe comunque difficile fare altrimenti, quando un terzo delle fonti primarie è costituito da diari e interviste di criminali, eccentrici e millantatori, di bugiardi patologici.

Dunque un saggio storico, ma anche una cronaca avventurosa, arricchita da una ridda di indiscrezioni, aneddoti curiosi, brani di diari, citazione dotte e rare, che si può leggere con la leggerezza e la curiosità di un romanzo d’avventura, dove tutti personaggi principali sono realmente esistiti e probabilmente hanno agito proprio come l’autore ipotizza, con acutezza e un vago senso di immedesimazione. Si sente, infatti, l’ammirazione dell’autore, quasi l’invidia verso questi avventurieri del passato, protagonisti di avvenimenti eccezionali, e non sempre scevri da ombre, che diedero spazio alla loro sete di avventura in un mondo che ancora si poteva definire una terra inesplorata e sconosciuta.
La quantità di informazioni è importante, alcune cose le sapevo, avendole studiate all’università, o apprese nei miei notturni vagabondaggi su internet, altre no, e cosa sorprendente non furono solo uomini, questi avventurieri coraggiosi e un po’ incoscienti, ci furono anche donne come il “Generale” Yoshiko Kawashima, in realtà una principessa Manchu venticinquenne (…) adottata e addestrata dai giapponesi fin dall’adolescenza come spia e longa manus alla corte imperiale cinese, o Joan Rosita “Sita” Torr, un’altra donna straordinaria, saggista, giornalista e spia, misteriosamente rimossa dagli annali dopo il suo abbandono della scena pubblica nel 1949.
E poi alzi la mano chi sapeva che l’Indiana Jones di Spielberg si chiamava in realtà Roy Chapman Andrews, un classico esempio di quei ragazzoni WASP cresciuti a forza di football, Libertà e torta di mele – alti, muscolosi e col sorriso pronto – che nel creare la propria immagine, (…) optò per stivali, cappello, pistola alla cintura e frusta da mandriano. E che si prefissò di trovare il Giardino dell’Eden. “E lui sapeva esattamente dove lo avrebbe trovato: in Sinkiang, quel gigantesco spicchio di territorio conteso fra Cina, Tibet e Mongolia, sul tetto del mondo, fra la vastità deserta del Gobi e la vuota immensità del Taklamakan.” Cercò l’anello mancante e trovò… non lo dico, lascio ai lettori scoprirlo. Anche se Steven Spielberg avrebbe negato almeno in una occasione di aver mai sentito nominare Andrews e altri candidati sono numerosi.
E tra gli aneddoti come non citare quando Hitler chiese un autografo ad un certo esploratore di nome Sven Hedin, personaggio decisamente controverso e bizzarro, ma di ombre ce ne sono parecchie in questo mondo così affascinante e seducente: Libri di memorie zeppi di balle, animali misteriosi inesistenti, saccheggio spacciato per ricerca, reperti acquistati per pochi centesimi da cialtroni assortiti, spie, straordinarie scoperte di cose che si sapeva benissimo che eran lì da sempre, poveri monaci turlupinati, razzismo, amici Nazisti, pulci e scarafaggi, dipinti rubati che ricompaiono in posti improbabili… E questa sarebbe l’epoca eroica dell’esplorazione? Mana ci ricorda che è necessaria la giusta prospettiva storica.
E avete mai sentito parlare del fratello di Ian Fleming di professione avventuriero?  Nel capitolo dedicato a giornalisti e avventurieri ne sentirete parlare. Che dire di più, se amate l’avventura una lettura da non perdere.
Le mappe e le fotografie che illustrano i diversi capitoli di Avventurieri sul Crocevia del Mondo sono disponibili online, come “tavole fuori testo”, sotto forma di un Pinboard pubblico su Pinterest, al seguente indirizzo. http://www.pinterest.com/stratevol/avventurieri-sul-crocevia-del-mondo/

Davide Mana (Torino, 1967) Tecnico di rilevamento ambientale e geologo, ha studiato a Torino, Londra e Bonn; specializzato in micropaleontologia applicata ed analisi statistica di dati ambientali, ha svolto attività didattica, di ricerca e di divulgazione, opera come freelance nel settore privato. Ha collaborato con le università di Torino, Trieste, Parma, Cagliari e Urbino; presso quest’ultima sta lavorando al proprio PhD sull’adozione di fonti energetiche alternative a piccola scala nelle aree rurali italiane. Si interessa da sempre di scienza e dell’applicazione delle nuove tecnologie alla didattica ed alle scienze naturali. Ha recensito narrativa e divulgazione per LN Libri Nuovi, per L’Indice dei Libri del Mese, per Liberidiscrivere e per la rivista online Il Futuro è Tornato, e collabora come professional reviewer con alcune case editrici americane. Ha tradotto narrativa, saggistica, manuali di disegno. Ha pubblicato narrativa, saggistica e scenari per giochi di ruolo in Italia, Stati Uniti e Giappone. Nel tempo libero scrive, scatta fotografie, cucina, si interessa di orientalismo e ripara biciclette. Gestisce un blog in lingua italiana, strategieevolutive, ed uno in lingua inglese, Karavansara.

:: Segnalazione di La fattoria dei malfattori di Arto Paasilinna (Iperborea, 2013)

12 ottobre 2013

fattoria_def_bassaDal 25 ottobre in libreria La fattoria dei malfattori
il nuovo romanzo di Arto Paasilinna.

“Paasilinna è uno scrittore geniale. Riesce a coniugare una scrittura lineare a sorprendenti slanci narrativi. È come i fenomeni atmosferici delle sue terre: imprevedibili, misteriosi, eppure sempre capaci di ricondurci sulla strada maestra dopo lo spaesamento iniziale.” – LA STAMPA

Il libro – Omicidi, sparizioni, crimini… queste le ombrose voci che circolano sulla Palude delle Renne, un vecchio kolchoz nel cuore della Lapponia, ora trasformato in un’azienda agricola biologica. L’agente capo dei servizi segreti Jalmari Jyllänketo, orgoglioso paladino della giustizia, si infiltra come ispettore per le produzioni biologiche nella fiorente fattoria, in cui anche una vecchia miniera di ferro è stata convertita in un’avanguardistica fungaia. L’agente è attanagliato da una serie di misteriosi interrogativi: perché la fungaia è sormontata da una torretta di guardia, avvolta dal silenzio e chiusa da un portone di acciaio? Da dove vengono le urla che Jalmari ha sentito provenire dal labirinto di gallerie sotterranee? E cosa ci fanno a zappare la terra del kolchoz un illustre parlamentare, un teppista nazi e il vescovo Röpelinen? Cosa si cela dietro all’efficientissima attività della fattoria di Ilona Kärmeskallio? Un Paasilinna al massimo della sua ilarità dissacratoria, affilato, comico, inquietante, che con le sue caricature e le sue stringenti logiche provocatorie porta il lettore a interrogarsi sulla giustizia, sulla sua effettiva efficacia, sulla sua iniquità, sugli eccessi causati dal suo persistente ed esasperante vuoto.

Traduzione dal finlandese di Francesco Felici, pp. 352, € 16,00

L’autore – Ex guardiaboschi, ex giornalista, ex poeta, Arto Paasilinna è nato a Kittilä nel 1942. Autore di culto in Finlandia, è molto amato anche all’estero per il travolgente humour e la capacità di raccontare ridendo anche le storie più tragiche. Dopo L’anno della lepre, che ha superato le 100mila copie in Italia, Iperborea ha pubblicato altri nove romanzi.

:: Recensione di Questo non è amore, La 27esima Ora – (Marsilio Editore, 2013) a cura di Lucilla Parisi

12 ottobre 2013

questo non è amore“L’ho trovato in salotto, stravolto. Singhiozzava come un ragazzino. E’ stato solo un brutto episodio, mi sono detta. Con l’arrivo del bambino cambierà tutto. E invece è stato come aprire le porte dell’inferno. Non era violento solo con le botte. Anche con le parole era in grado di ferirmi profondamente”. (Giovanna, psicologa, quarantaquattro anni, una figlia)

Sono storie di donne violate e maltrattate quelle raccontate in questo libro realizzato da un gruppo di giornaliste del Corriere della Sera: nel loro blog La 27esima ora, in cui affrontano ed approfondiscono temi sociali, hanno trovato ospitalità anche le voci di coloro che hanno conosciuto sulla propria pelle il dramma e la sofferenza del non amore.
Venti storie narrate in prima persona dalle vittime e dagli operatori del settore (magistrati, medici, avvocati, criminologi, forze dell’ordine), tutti convolti loro malgrado nel vortice di quella violenza di “genere” che colpisce indiscriminatamente donne di ogni età e condizione sociale ed economica. Una furia cieca e primitiva che dall’uomo, anche il più insospettabile, si riversa sulla compagna lasciandola sgomenta e prigioniera di un rapporto malsano da cui difficilmente riesce a liberarsi.
La pressione psicologica esercitata dal carnefice è tale da condannare la moglie, fidanzata, figlia, all’immobilismo e alla rassegnazione. Il senso di colpa e quello di inadeguatezza impediscono infatti alla vittima di ribellarsi ad anni di tormenti e soprusi, nell’attesa di un cambiamento che non arriverà mai. Quando l’aggressività raggiunge livelli non più gestibili, solo allora la donna cerca una via d’uscita che spesso fatica a trovare, complice un sistema non ancora pronto ad accogliere e a proteggere tutte coloro che decidono di denunciare.
Nonostante le numerose strutture presenti sul territorio nazionale (centri d’ascolto, centri antiviolenza, associazioni e case d’accoglienza), le stesse si rivelano tuttavia insufficienti a dare un rifugio alle vittime che, ogni giorno, decidono di abbandonare l’inferno.
Come denuncia Annamaria Gatto, magistrato di Milano, la società ha fatto dei passi indietro rispetto al dramma che vivono molte donne: un problema che riguarda l’intera collettività e non solo i diretti interessati.

Quando si offre il corpo femminile come fanno certe pubblicità, senza significato, senza scopo, come oggetto di consumo in sé, questo è uno di quei famosi passi indietro della società” e aggiunge “Non è una violenza chiusa nella famiglia. Secondo me, è la società che ha un sovraccarico di violenza”.

Ed è proprio l’incapacità di cogliere le richieste di aiuto che le donne maltrattate – giunte in ospedale o addirittura in un posto di polizia – timidamente rivolgono agli operatori, una delle ragioni della difficoltà di uscire definitivamente dalla prigione di botte e minacce in cui vivono da anni. Complice anche il silenzio delle famiglie:

“Laddove c’è violenza in famiglia c’è solitudine, una rete parentale o amicale poco presente, sconcertante scarsità di relazioni umane. I contesti sono poverissimi di supporto emotivo, anche nel caso di sorelle o madri. Le famiglie sono dichiaratamente ostili, chi denuncia rompe uno schema. Le famiglie non vogliono ascoltare. Così le donne non sanno a chi e dove rivolgersi” (Simona Gianangeli, avvocata, L’Aquila).

Le vittime spesso si portano dietro un bagaglio di omertà e di pregiudizi ereditato dalle proprie famiglie. Il rifiuto di denunciare il proprio aguzzino o di ritirare le denunce subito dopo averle presentate, trova origine proprio nella convinzione profonda che il ruolo della moglie o della compagna deve essere di fedeltà incondizionata e sottomissione all’uomo che, come tale, deve essere compreso e perdonato. E’ un’idea così radicata da rendere il lavoro delle forze dell’ordine, dei medici, degli assistenti sociali o dei magistrati molto complesso.

Ho scoperto solo dopo anni che quel mio volermi accucciare accanto a un uomo è un mio problema antico: riproducevo ed ereditavo l’atteggiamento arcaico di mia madre e, a sua volta, di mia nonna, che fino all’ultimo si era fatta picchiare da mio nonno, mentre lui le urlava in faccia: – Non sai fare niente, sei un’incapace”. (Maria, trentanove anni, da due è separata dal marito, che a lungo le ha negato gli alimenti. Hanno due bambine che fanno fatica ad avere una relazione con il padre).

Significativo è il punto di vista di coloro che, per il loro lavoro, hanno avuto contatti con donne maltrattate: si tratta di testimonianze lucide e oggettive delle vicende di cui sono stati testimoni. Ne discende un quadro ancora più drammaticamente doloroso di quello raccontato dalle singole vittime. Risulta infatti molto difficile agli operatori rimanere indifferenti alle storie delle denuncianti: più facile invece essere trascinati dentro l’orrore che ha segnato irrimediabilmente la vita di queste persone.

Inutile negare che per noi della task force questi incontri non sono macigni. Ci restano dentro, soprattutto quando una donna appena maltrattata si ferma il tempo della medicazione e poi ha fretta di tornare dal fidanzato, dal marito. Se le pazienti chiedono di andare, devo lasciarle andare. Ogni volta che escono dalla stanza, le saluto sperando di non vederle più. Ma so che torneranno: è così nell’ottanta per cento dei casi, perché la violenza domestica è un reato reiterato”. (Vittoria Doretti, medico cardiologo, Grosseto).

Questo non è amore, edito da Marsilio, è un libro importante. Un altro, certo, sulla violenza di genere, ma proprio per questo fondamentale per mantenere viva l’attenzione su un problema che, per i suoi numeri, si sta trasformando in una vera e propria piaga sociale che, come tale, non si può e non si deve ignorare. La raccolta di testimonianze rese dalla viva voce delle protagoniste rappresenta un lavoro coraggioso e soprattutto necessario a smuovere le coscienze e a sensibilizzare coloro che ancora giustificano o minimizzano il fenomeno.

Quando l’hanno seppellita ho capito finalmente quello che il mio cervello si rifiutava di capire, e cioè che non l’avrei rivista mai più, che ero morta anch’io. E anche adesso: sono qui ma sono morta, in questo silenzio affollato di voci, in questa casa che non è più casa e in questa vita che non è più vita. […] Sono arrabbiata, sì. Perché ho sperimentato sulla mia pelle che in questo paese la giustizia ha gli occhi puntati sugli assassini. Ho imparato che una madre senza più sua figlia deve difendersi dalla legge che vuole aiutare a tutti i costi gli assassini. […] Devo stare a guardare lo spettacolo ignobile di un sistema tutto proteso a proteggerlo, a scontargli la pena, a chiedere perizie, controperizie, a ricercare attenuanti per lui. Per l’assassino”. (Clementina Ianniello, madre di Veronica Abbate, uccisa a diciannove anni dall’ex fidanzato, allievo della Guardia di finanza, con un colpo di pistola alla nuca).

La 27esima Ora è curato da un gruppo di giornaliste del Corriere della Sera. Il blog si occupa dei temi del femminile nelle loro varie declinazioni ed è un centro di produzione di idee a cui partecipano persone diverse per generazione, interessi, ruolo nel giornale. Le letture dei problemi sociali coincidono con lo spirito di un gruppo che sperimenta strade giornalistiche anomale, vivendo comunque in un grande quotidiano, simile nella sua struttura alla società.
Le autrici devolveranno i loro compensi al Centro Antiviolenza Biblioteca delle Donne Melusine di L’Aquila. http://27esimaora.corriere.it/