Macerie è la storia di un crollo. Crolla una montagna, crolla con lei il piccolo paese sardo – Antro – che è vissuto grazie a lei, e che da lei viene sepolto.
Macerie è anche una storia di ricordi dissepolti. A portarli in superficie è Antòni, chiamato per l’appunto il “dissepolto” nel corso della narrazione, che emerge miracolosamente dalle macerie dopo sette giorni, vivo ma apparentemente privo di memoria. Questa riemergerà lentamente, mano a mano che Antòni esce dalla convalescenza, in forma di racconti di vite altrui: quelle degli abitanti di Antro, sembrerebbe, ma con piccole o grandi incongruenze. È veramente di loro che parla, o i suoi sono i delirii di un malato che mescola informazioni udite ai fantasmi partoriti da una mente instabile?
Claudio Piras Moreno gestisce abilmente questa indeterminatezza, accompagnando il lettore nelle varie fasi che compongono un giallo: i sospetti, le prime ipotesi, le piste fasulle, ben dosando gli indizi, con il risultato che il lettore vacilla e viene invogliato a leggere per sbrogliare la matassa.
Macerie è una mescolanza non del tutto amalgamata di pregi e difetti.
Come detto, Piras ha la capacità un po’ sadica del giallista abile a centellinare la soluzione della trama: sa instillare curiosità ed è capace di soddisfarla un po’ alla volta, né troppo né troppo poco, lavorando su un intreccio ben congegnato e di cui ha buona padronanza. Di contro, nel finale (che non svelerò), al posto di questo narratore-burattinaio, ne appare uno che più che narrare i fatti, lasciando che il lettore colga tramite essi la grande allegoria messa in atto in Macerie, li spiega, scadendo un po’ nel didascalico e facendo decadere la “poesia” del romanzo – strategia non necessaria, dato che il romanzo già parlerebbe da solo.
Piras ha dalla sua un’ottima padronanza della lingua italiana, smentita solo qui e lì da una discordanza di tempi verbali, dovuta probabilmente alla scelta di alternare – e ciò viene fatto abilmente – tempi verbali presenti e passati. Per questo romanzo un po’ nostalgico, l’autore ha optato per un italiano colto e dal gusto un po’ anticato – con i pro e i contro di tale scelta. Se da una parte ciò gli permette di tratteggiare poeticamente alcune descrizioni, rendendo ogni squarcio di natura descritta una storia a sé e non mero vezzo estetico, dall’altra troviamo dei personaggi che parlano con un registro e una forbitezza che non dovrebbero saper padroneggiare. Uno dei punti di forza del romanzo è proprio nella caratterizzazione di questi paesani mediamente incolti, o – per meglio dire – la cui cultura proviene dalla vita vissuta, personaggi che però parlano come abili conoscitori della lingua. Che ciò sia voluto o meno, il gusto che rimane in bocca è quello d’aver letto un romanzo ottocentesco il cui autore, per un’allora diffusa forma di ingenuità, proietta su tutte le classi sociali il proprio modo di esprimersi.
La descrizione della natura, come accennato, è uno dei punti di forza di Piras. Tra le sue mani, essa riprende la tridimensionalità che le sarebbe dovuta, anziché rimanere – come spesso accade – sullo sfondo, simile a un immobile paesaggio dipinto. La sua natura vive, agisce, comunica. Leggendolo, ci si rende conto di quante cose essa potrebbe dirci, se sapessimo ascoltarla. Lo fa lui per noi, riportandoci i suoi umori e i suoi segreti, similmente a come Antòni riporta i ricordi dei (supposti) abitanti di Antro. Oltre a narrarla, la commenta, usandola come spunto per lasciare al lettore delle piccole, candide o atroci, riflessioni.
Di contro, ho trovato in Piras un autore che non si trova a proprio agio quando si tratta di narrare interazioni tra personaggi e scene d’“azione”. La prosa si fa secca come un ramo spoglio, non guadagnandone però in forza espressiva, appesantita da alcune applicazioni del tell che risultano ridondanti o pedanti. In alcune scene, che dovrebbero essere più veloci e d’impatto, il ritmo è mal gestito. Alcuni dialoghi risultano meccanici. L’impressione generale è quella di un autore che si trova a proprio agio nei lenti ma possenti ritmi della natura quanto si trova a disagio nel dover rendere quelli della vita quotidiana contemporanea – condizione che viene tra l’altro espressa all’interno del romanzo, che esalta la vita delle vecchie comunità a sfavore della frenesia delle metropoli contemporanee.
Una delle grandi riflessioni del romanzo verte per l’appunto intorno al destino delle piccole comunità, tuttora esistenti in Italia, che vanno via via spopolandosi mano a mano che lo stile di vita industriale e post-industriale si afferma. In merito, Piras prende una ben precisa posizione, commentando gli eventi come farebbe un vate ottocentesco: usandoli come pretesto per criticare e suggerire. Alla base della sua argomentazione c’è il ruolo fondamentale della memoria, che nella sua visione si tramanda di generazione in generazione tramite la cultura – una cultura che, in questo contesto, sembra corrispondere alla saggezza popolare. Tale memoria può sopravvivere quindi solo se la comunità portatrice sopravvive, resistendo alle forze disgreganti tipiche della modernità. Perché egli dà tanta importanza alla memoria? Perché senza memoria, come dimostra con il protagonista Pietro che quasi nulla ricorda della sua natia Antro, non si ha identità – tesi ben conosciuta a chi si occupi di identità. Il passaggio che Piras sembra suggerire, e che lo riconfermerebbe come nostalgico, è che l’identità individuale non esiste se non in seno a un’identità collettiva, popolare, che dovrebbe formarsi nel rispetto della natura, e non a suo detrimento.
In conclusione, in Macerie troviamo una riattuazione del già conosciuto “buon selvaggio”, condizione auspicata da Piras, che lo “aggiorna” dotandolo di un’innata capacità di vivere in modo sostenibile. Difatti, pare ammonire l’autore, le spinte disgregatrici e sfruttatrici proprie della modernità per come da lui tratteggiata non possono che portare a un crollo: della montagna che ha permesso ad Antro di sopravvivere fino a oggi e quindi alla morte dei suoi abitanti – sia essa una morte fisica o una morte della propria identità.
Claudio Piras Moreno nasce nel 1976 a Lanusei, Sardegna. Laureato in Scienze Politiche, è attivo in ambito teatrale. Scrittore e poeta, ha pubblicato tre romanzi: Il crepuscolo dei gargoyle, Il signore dei sogni e Macerie.
Per i fedeli lettori di Liberi di scrivere lo scozzese Ray Banks non è un nome nuovo, abbiamo anche già avuto il piacere di intervistarlo circa due anni fa, (
Da Asparagi e immortalità dell’anima a Le seppie coi piselli: Piera Degli Esposti legge Achille Campanile e ci regala in audiolibro un piccolo, superbo gioiello d’ironia e bravura, nato la sera del 24 febbraio a Roma, nel salotto letterario di Raffaella Battaglini.Una registrazione live frutto di un’esperienza di “teatro d’appartamento”, che ci restituisce alcuni dei più esilaranti racconti di Campanile. In bilico tra tragedia e leggerezza, farsa e filosofia, i racconti, a volte assolutamente surreali, manifestano sempre un’intelligenza luminosa e una caustica comicità che Piera Degli Esposti trasforma per noi in puro piacere.
Il suo romanzo Ovunque, proteggici è stato selezionato per il Premio Strega e ora Elisa Ruotolo racconta qui a Liberi di scrivere la genesi di questo romanzo di famiglia edito da nottetempo.
Arianna M. Romano, bresciana, è autrice, illustratrice, autrice di graphic novel e fotografa. Una personalità eclettica, divisa tra realtà e sogno, come dimostra il suo romanzo Mistero di Natale edito da Tabula Fati, una storia illustrata tra atmosfere gotiche e realtà, che riempie di suspense e alla fine lascia con un groppo in gola.
Dinu è un ragazzo che, arrivato in Italia, si mette a fare il lavavetri perché non vuole pesare sulla società e vuole riuscire a mettere da parte dei soldi per realizzare le sue ambizioni.
Dopo I panni sporchi della sinistra (Chiarelettere, 2013), scritto a quattro mani con Ferruccio Pinotti, Stefano Santachiara, giornalista d’inchiesta e corrispondente del Fatto Quotidiano, ha appena pubblicato, per il momento unicamente in ebook, Calcio, carogne e gattopardi, (Google Play e Amazon, 2014) un’indagine che scava su come il controllo sociale sia gestito dal potere attraverso il calcio. L’ha intervistato in esclusiva per noi Irma Loredana Galgano.
Avete presente Highlander di Rusell Mulchay e Orlando di Virginia Woolf? Il film e il libro appena citati mi sono venuti in mente leggendo L’uomo che non poteva morire di Timothy Findley, pubblicato per Beat edizioni. La cosa interessante di questa storia non è solo la vicenda del misterioso e allampanato Pilgrim, un individuo del quale non si sa nulla e il cui nome significa pellegrino. Di lui si conosce solo l’irrefrenabile serie di tenta suicidi e l’impossibilità di portare a termine questa missione personale. Non è che Pilgrim non ami la vita, ma è come se il suo bagaglio di esperienze vissute lo avesse spossato a tal punto da indurlo a desiderare come unica via di fuga e di pace la morte. Altro aspetto che colpisce del romanzo dello scrittore nato in Ontario è tutto quello che aleggia attorno a Pilgrim. L’uomo è ricoverato in una nota clinica di Zurigo –Birghözli- diretta dallo psichiatra antropologo Gustav Jung e questo permette allo scrittore canadese di costruire un impianto narrativo nel quale la fiction narrativa (la vita presente e passata del paziente) e la realtà (gli studi sulla psiche umana) si intrecciano con perfetto equilibrio, dando vita ad una storia davvero avvincente. Pilgrim, portato nella casa di cura dalla sua amata amica Lady Symbol Quartermaine, inizierà con Jung un serrato e duro confronto che un poco alla volta lo porterà a confessare la sua complessa storia umana. Allo stesso tempo Jung, riceverà in dono da Lady Quartermaine i diari di Pilgrim e grazie alla lettura degli stessi svolta da sua moglie Emma, il medico scoprirà che il suo paziente conosce molto bene la vita di alcuni personaggi del passato come Leonardo da Vinci, Monna Lisa, Henry James, Oscar Wilde. Jung rimane colpito dai contenuti dei quaderni del suo paziente, perché solo una persona che ha vissuto a diretto con quei grandi nomi della Storia può essere al corrente di certi dettagli. Da qui scatterà il bisogno ossessivo dello studioso di comprendere se Pilgrim è davvero immortale o solo una mente malata dall’immaginazione troppo fervida. L’uomo che non poteva morire è un avventuroso viaggio tra passato e presente, tra razionalità e immaginazione, tra verità e menzogna. Da un lato ci sono i tormenti di Pilgrim che voler porre fine a un vivere per lui diventato ormai troppo corposo e insostenibile. Dall’altro lato, la presenza di Jung come antagonista del personaggio principale porta chi legge questa storia a conoscere i tormenti, le ossessioni, i tradimenti, gli accesi conflitti lavorativi e personali che hanno caratterizzato la vita del noto psichiatra svizzero. L’uomo che non poteva morire ha un impianto narrativo solido e la storia scorre via veloce sulle ali della fiction letteraria, nella quale fantasia religione, scienza e filosofia si mescolano in un mix perfetto che trova forma nella figura di Pilgrim, sempre pronto a interrogarsi e a interrogare chi lo circonda sul senso della vita e della morte. Arrivati alla fine del libro si ha come una strana sensazione, si ripensa ai tanti déjà vu provati, tanto che il lettore potrebbe chiedersi – come ha fatto lo sottoscritta – se la morte è la fine della vita o l’inizio di una nuova esistenza. Traduzione Massimo Birattari.
Lo sviluppo di una crescente coscienza ambientale, a partire dalla metà degli anni ’70, ha portato – fra le altre cose – allo sviluppo ed all’ affermazione di uno stile di letteratura naturalistica che unisce il rigore scientifico ad una sensibilità che è solo possibile definire letteraria.
Benvenuto Matteo su Liberi di scrivere e grazie di aver accettato questa nuova intervista. Allora è da pochi mesi uscito il tuo nuovo romanzo, La giostra dei fiori spezzati, un thriller storico questa volta, pubblicato da un importante editore come Mondadori, che ti sta dando molte soddisfazioni a livello di critica e di pubblico. Ce ne vuoi parlare?
Oggi diamo il benvenuto su LIBERIDISCRIVERE a Roberto Riccardi, scrittore e giornalista italiano nonché colonnello dell’arma dei carabinieri e, con gioia, mi permetto di aggiungere: uomo di straordinaria umanità e simpatia, dal momento che, in più occasioni, ho avuto modo di cogliere le sue qualità.
Pensate sia facile parlare d’amore?
























