Archive for the ‘Uncategorized’ Category

:: Recensione di Archetipi di Autori Vari a cura di Maurizio Landini

3 agosto 2010

archetipiAutori Vari – “Archetipi” Collana “Camera Oscura” 2009 Edizioni XII pagg. 333 

Protagonisti della paura che ci accomuna come esseri senzienti, che parla la nostra stessa lingua come un esperanto del dolore fisico, sono gli archetipi narrati in dodici racconti, seguendo il filo nero dell’immaginario, attraverso cuciture grossolane nel corpo post-autoptico della modernità secolarizzata ed “evoluta”: micidiale senso del meraviglioso che irrompe nel nonsenso dell’appiattimento quotidiano.

Che si tratti di un golem, di una sirena o di una fenice, nessuno potrà fermare l’avanzata di questi super-eroi super-naturali, neanche Alessandro il Grande: essi hanno il buio dalla loro parte, e l’assenza totale di uno spazio e un tempo definiti e definibili. Il loro topoi sono informazioni di un inconscio collettivo, junghianamente parlando: la condivisione di una speranza che il muro di tamponamento tra realtà e finzione infine si sbricioli…

L’oscurità non è mai stata così illuminante.

Corredata da superbe illustrazioni a colori, “Archetipi” è un’antologia sofisticata, che pianta un paletto dritto nel cuore del fantastico italiano non per uccidere il mostro in un fiume d’inchiostro e banalità bensì per iniettargli nuova linfa vitale e divenire così un riferimento importante per una nuova generazione di modellatori del sense of wonder

:: Recensione di Il margine dell'alba di Mariangela Cerrino a cura di Elena Romanello

30 luglio 2010

Mariangela Cerrino e le storie del suo Piemonte 

Mariangela Cerrino, nata e sempre vissuta a Torino, scrive sin da quando era giovanissima, quando debuttò con alcuni western ambientati nei futuri Stati Uniti prima della Guerra d'indipendenza per la casa editrice Sonzogno, con copertine realizzate da Guido Crepax. In seguito si è affermata come scrittrice di fantascienza e fantasy, scrivendo libri come il romanzo ecofantasy Lisidranda, edito da Armenia, ma non ha dimenticato il suo primo amore, la storia, che è tornata in opere come la trilogia sugli Etruschi edita da Longanesi composta da I cieli dimenticati, La via degli dei e La porta della notte e nel ciclo dell'anno Mille, pubblicato da Susa libri e composto da Il segno del drago, Il segreto dell'alchimista, Il custode dell'arcobaleno e Il calice spezzato.
La sua ultima fatica è ancora un romanzo storico, Il margine dell'alba, edito da Alacran, sulle guerre di religione del Cinquecento tra il Piemonte e il Delfinato, quando si scontrarono cattolici e valdesi e insieme interessi del re di Francia e del duca di Savoia. Tra le passioni di Mariangela Cerrino ci sono la storia, cultura, musica e tradizioni dell’area celtica, occitana e francoprovenzale, con particolare riferimento alla Valle di Susa, alla Savoia e al Delfinato e le antiche culture, religioni e mitologie. Adora il cinema di Ridley Scott e di Peter Jackson, Trilogia dell'anello in segue inoltre il progetto Tantestorie per le biblioteche civiche torinesi, durante il quale parla delle sue storie, così remote ma anche così attuali.
«Stavolta ho voluto raccontare con Il margine dell'alba una storia ambientata nei luoghi di dove è originaria la mia famiglia, la Valle di Susa e la Val Pellice, con scappate nelle regioni francesi del Queyras e del Delfinato, perché amo raccontare le storie poco note, ma che hanno condizionato le nostre valli e di cui ancora oggi si sente l'eco lontano: chi sa ancora qualcosa della Valle degli Invincibili, dove un pugno di Valdesi tenettero testa alle truppe di Emanuele Filiberto? Eppure negli archivi c'è tutto, ricostruzioni di battaglie, documenti, testimonianze: basti pensare che nella Biblioteca di Carmagnola c'è tutta la documentazione sulla battaglia di Ceresole. Purtroppo la storia locale non viene insegnata a scuola, del resto non si insegna più nemmeno la storia in generale.»
Il tema di fondo de Il margine dell'alba è quello delle guerre di religione, che vedono schierate da una parte il capitano de Lacazette, antieroe della vicenda, e dall'altra il suo amico fraterno d'infanzia Etienne, idealista fino all'ultimo, e in fondo sua coscienza. In Piemonte non succede più, per fortuna, che si muoia per opinioni religiose diverse, in altre parti del mondo questo invece continua ad avvenire ed è spesso cronaca di frettolosi notiziari.
«L'intolleranza religiosa è un tema sempre attuale, oggi più che mai. Gli esseri umani non hanno mai perso l'abitudine di farsi scudo con il nome di Dio in battaglie che sono solo di uomini, come dice ad un certo punto nel libro uno dei miei personaggi. Ho ricostruito quell'epoca tra l'altro cercando di non scendere troppo nei dettagli più crudi, anche se gli eventi ci sono, così come avvennero, anche se alcuni miei personaggi, come Etienne e Felicienne, l'ostessa del Fleur de Lys di Briançon, sono inventati».
Il primo libro che ha letto Mariangela Cerrino, a sette anni, fu I tre moschettieri di Dumas, nell'edizione per adulti, e lo stesso gusto del romanzo storico, tra realtà e fantasia, tra eroismi e sentimenti, si ritrova anche ne Il margine dell'alba, storia appassionante e tragica, che parte da una grande amicizia, che non può durare, perché è tra un cinico come Lacazette, pronto a cambiare bandiera nel corso della sua vita per convenienza, e un idealista come Etienne, figlio di un valdese ucciso e che diventerà della religione dei suoi avi per scelta. Ma un'amicizia che segnerà entrambi, soprattutto Lacazette, per il quale Etienne rappresentava la sua parte migliore, una delle poche persone che l'abbia amato, insieme a Felicienne.
Una curiosità:  il capitano Lacazette è realmente esistito, morì davvero anziano ad Oulx nel 1590 vittima di giochi di potere perché era un personaggio scomodo ed inviso ad entrambe le fazioni e la sua tomba non fu mai ritrovata. Ma forse, come suggerisce Mariangela Cerrino, era morto nell'anima vent'anni prima, in quell'alba che segnò il suo destino e la sua perdita.
Il margine dell'alba, Mariangela Cerrino, Alacran edizioni, 19 euro

Elena Romanello

::La rassegna Tabularasa a cura di Cristina Marra

28 luglio 2010

Si è  conclusa la rassegna “Tabularasa”, il contest di editoria di denuncia e di inchiesta organizzato dall’associazione Urba e dal quotidiano on line Strill.it a Reggio Calabria. Lo slogan “che non piaccia a chi vuole che si taccia” ha caratterizzato le quattro serate dal 19 al 22 luglio al Circolo del Tennis “Rocco Polimeni” durante le quali si sono alternati sul palco scrittori, giornalisti, magistrati ed esponenti delle istituzioni che fanno della ricerca delle verità scomode il loro mestiere. I direttori Giusva Branca e Raffaele Mortelliti, promotori, organizzatori e presentatori della manifestazione, con orgoglio e un pizzico di emozione hanno ottenuto un successo forse inaspettato per la grande partecipazione di pubblico. La città di Reggio Calabria ha risposto al richiamo lanciato da Tabularasa, ha voluto ascoltare le storie dalla viva voce degli ospiti e conoscere gli approfondimenti su inchieste  troppo presto dimenticate o sottovalutate. Anche i media locali e nazionali hanno apprezzato e divulgato un’iniziativa che prende le mosse da una terra afflitta e colpita da gravi problematiche sociali ma anche terra di antiche tradizioni culturali. “Ci sembra necessario eleggere la Calabria quale regione simbolo da cui scardinare gli inossidabili meccanismi che hanno generato immobilismo, stravolgimento dei fatti, reinterpretazione della storia, annebbiamento delle percezioni relative alle responsabilità sociali e politiche e indebolimento delle capacità critiche colletive” hanno affermato Branca e Mortelliti. Già dalla prima serata, nella ricorrenza della strage di via D’Amelio, il dibattito si è inoltrato tra le luci e le ombre dei misteri legati alla mafia e dei collegamenti col potere politico. Da Massimo Ciancimino autore di “Don Vito” (Feltrinelli) a Nicola Biondo col suo “Il patto” (Chiarelettere) alla photoreporter Letizia Battaglia, si sono avute ricostruzioni agghiaccianti dei rapporti tra Stato e mafia che sono seguite all’intervento di Gherardo Colombo (“Sulle regole”, Feltrinelli) sulle regole e sul loro significato in una società sempre più debole che non sa imporsele e tanto meno rispettarle. Anche il ricordo violenza degli anni di piombo, argomento della seconda serata della Kermesse, raccontati da Sandro Provvisionato (“Doveva morire”, Chiarelettere), Attilio Bolzoni (“Faq mafia”, Bompiani) e Piergiorgio Morosini (“Il gotha di cosa nostra” Rubbettino) sono legati a momenti di forte indebolimento politico e sociale. Il monologo breve di Marco Gambino tratto dallo spettacolo teatrale “parole d’onore” ha intervallato gli interventi. Nel corso della serata sono stati consegnati i premi “Strillerischia” ai giornalisti Peppe Baldessarro e Manuela Iatì per il libro “Avvelenati” (Città del Sole edizioni) e Danilo Chirico e Alessio Magro per “Il caso Valarioti”(Round Edizioni). La casa editrice Chiarelettere impegnata nella pubblicazione di libri di denuncia e d’inchiesta è stata la protagonista della terza serata e il direttore editoriale Lorenzo Fazio ha ribadito quanto sia necessaria  la pubblicazione di questo genere libri in mancanza di spazi e libertà d’espressione. I grandi misteri e intrighi italiani da Piazza Fontana  a Ustica sono stati affrontati da Giovanni Fasanella e Rosario Priore autori di “Intrigo internazionale” (Chiarelettere), Marco Lillo (“Papi”, Chiarelettere) che ha presentato il documentario “Sotto scacco” sulle bombe di mafia del 1993. Antonio Massari e Giuseppe Salvaggiulo che sempre con Chiarelettere hanno  pubblicato “La colata” hanno fatto il quadro della loro inchiesta sugli affari illeciti e sommersi legati alle speculazioni edilizie che stanno cementificando l’Italia. Nell’ultima serata, aperta dalla toccante testimonianza di Umberto Ambrosoli autore del libro-inchiesta sull’omicidio del padre, Tabularasa ospita il premio “La matita rossa e blu” della fondazione Falcomatà che ha premiato importanti esponenti del mondo culturale e giornalistico nazionale e internazionale. Se Tabularasa si è aperta con lo slogan che invita a non tacere, la conclusione può essere affidata alle parole di Sergio Zavoli che ricordando il celebre proverbio cinese “Se ognuno spazza davanti alla propria porta tutta la città sarà pulita”, esorta alla rinascita del nostro paese,  ripartendo da un rinnovato senso di responsabilità.

::Recensione di Il sangue del Vampiro di Florance Marryat a cura di Stefano Di Marino

27 luglio 2010

il_sangue_del_vampiroRecensione – Il sangue del Vampiro- di Florence  Marryat- prefazione di Barbara Baraldi- traduzione di Alberto Frigo-pp328- 18,00 euro 

di Stefano Di Marino

In un mondo perfetto i narratori scriverebbero ciò che ‘sentono’ e gli editori pubblicherebbero i libri più belli al di là di mode e conveniente. Di fronte all’onda di piena di romanzi gotico-adolescenziali diffusi come una vera peste vampirica in modo esponenziale,creatori di una confusione in cui conta solo una vago ‘ flavour’ e si discerne con difficoltà la qualità di una racconto da un altro, la proposta del romanzo di Florence  Marryat è una boccata di… sangue fresco. Basta scorrere la biografia della sua autrice, una donna indipendente, coraggiosa, capace di interessi e passioni in un’epoca(quella vittoriana in cui visse tra il 1833 e il 1899) per rendersi conto di trovarsi di fronte a una sorgente narrativa fuori dal comune. Come ci racconta Barbara Baraldi- autrice moderna ma di acuta e personalissima ispirazione gotica – Il sangue del Vampiro uscì lo stesso anno del Dracula di Stoker e si colloca in quel romanticismo gotico citato solo alla lontana nei romanzi d’oggi più influenzati da mode comportamentali giovanili che sostenuti da una base solida di conoscenza dell’argomento. Harriet , fugge dalla  Giamaica con un’amica del convento delle Orsoline. Ha in sé una strana fascinazione, una dolcezza inquietante. A tratti si rivela in quell’ingordigia a tavola, nello sguardo che non ha nulla della brava fanciulla vittoriana, nella sfacciataggine quasi violenta con cui cerca l’approvazione e la compagnia di altri. Harriet cerca l’amore, un po’come il conte Dracula. In maniera ossessiva, vampirica appunto, con una ferina voluttà di cui  sembra inconsapevole. Eppure riesce a diffondere intorno a sé un alone di tristezza, la consapevolezza di portare disgrazia a chi la circonda. Un sortilegio appunto, o solo un caso. Esperta di spiritismo di tradizioni extra europee la Marryat inserisce i suoi interessi il suo sottile gusto morboso in un palcoscenico in costume perfettamente coerente con la sua epoca. Dame, nobiltà più o meno ipocrita, rivalità gelosie, l’essenza della falsità vittoriana sono fotografati da pagine scritte con uno stile limpido, ottimamente reso nella traduzione,moderno. Una vecchia teoria recita che quando in un ecosistema penetra un elemento estraneo questo mondo ordinato e sino ad allora capace di sopravvivere a ogni tempesta, crolla su se stesso. L’arrivo del vampiro, del diverso, di Harriet che è una creatura assolutamente estranea alle convenzioni dell’Inghilterra di fine Ottocento, porta la catastrofe per gli altri e in ultima analisi per se stessa.. Se mi si permette il paragone come i Mostri di Jerrold nella saga degli Chtorr. Ma qui non parliamo di fantascienza e, forse, neppure di orrore fine a se stesso. Harriet è un personaggio tragico, modernissimo nei tempi ed efficace, avvincente. Forse perché non nasce a tavolino per copiare un ‘trend’ editorial-cinematografico ma è la riscoperta di una narratrice di talento conosciuta in tutto il mondo. Ne vogliamo ancora.

LORENZO MAZZONI intervista SHAZIA OMAR

26 luglio 2010

Shazia_OmarshaziaLORENZO MAZZONI intervista SHAZIA OMARĀ 

Traduzione dall’inglese di Federica Maietti

Con sottofondo di Lucy in the sky with diamonds, The Beatles

Un grande esordio quello della scrittrice Shazia Omar, nata a Dhaka, capitale del Bangladesh, dove vive e lavora per un’agenzia che si occupa di sviluppo nelle baraccopoli. Ed ĆØ in parte in esse che ĆØ ambientato ā€œCome un diamante nel cieloā€ (Md’A-Giunti Editore, 2010), titolo che ĆØ un chiaro tributo ai Beatles che, come altri mostri sacri del rock d’annata, compaiono fra le righe di questo intenso e scoppiettante romanzo.

Shazia Omar, con ritmo serrato, racconta la parabola di due tossicodipendenti di Dhaka: Deen, rampollo di una ricca famiglia decaduta, e Aj, proveniente dal mondo squallido delle baraccopoli, ma che ĆØ riuscito a farsi strada come galoppino di un boss del contrabbando di pietre preziose. Fra feste d’alto bordo, rapine, sballi dolciastri di eroina e LSD, i due protagonisti compiranno la loro discesa all’inferno, dandoci una veduta inedita del Bangladesh, paese pieno di contraddizioni insanabili.

Una storia che intreccia il thriller al noir di impianto classico: l’amore struggente per una bella ragazza, la pistola rubata al boss, la partita di diamanti, la polizia corrotta. E ci regala immagini profonde di Dhaka, metropoli d’Asia. Moderna ed endemicamente immutabile.

-Da quali esperienze della tua vita scaturisce Like a Diamond in the Sky?

Ho alcuni cari amici che stanno uscendo dalla tossicodipendenza. La loro forza mi ha spinto a scrivere questo libro.
Attraverso i miei amici, ho avuto la fortuna di incontrare il dottor Yusuf Merchant che gestisce un centro di riabilitazione a Mumbai. Ho trascorso lĆ  un mese, imparando da lui molte cose riguardo alle varie forme di tossicodipendenza.
Inoltre ho trascorso un mese in un villaggio, a contatto con donne molto al di sotto della soglia di povertĆ  per esplorare la loro concezione del concetto di felicitĆ , al fine di sviluppare le ricerche per la mia tesi; in quel periodo stavo facendo un Master in psicologia sociale alla London School of Economics. Questa esperienza mi ha consentito di creare uno dei personaggi del libro, Falani, la trafficante di droga che vive nella baraccopoli. (Ho scritto il libro qualche mese dopo aver concluso la tesi). Inoltre la London School of Economics ĆØ decisamente di sinistra e socialista e alcuni aspetti politici sono emersi nella mia storia.
La droga rappresenta un problema in crescita in Bangladesh, soprattutto tra i giovani. Dipendenze, disagi psicologici, depressione, sono tutti considerati argomenti ā€œtabooā€ perciò nessuno ne parla. La gente ha bisogno di saperne di più sulla tossicodipendenza. Spero che alcuni dei giovani attualmente coinvolti nella spirale della tossicodipendenza leggano questo libro e si rendano conto di quanto pericoloso sia il cosiddetto ā€œsballoā€ per la loro salute e il loro benessere.

-La follia amorosa di Deen per Maria mi ha ricordato, forse per le atmosfere create, quella di Daru per Mumtaz (i protagonisti di Moth Smoke, dello scrittore pakistano Mohsin Hamid). Hai letto quel libro?

Ho letto Moth Smoke, e mi ĆØ piaciuto molto. L’ho letto molto tempo fa, e avevo dimenticato che l’oggetto dell’amore di Daru si chiamasse Mumtaz… ĆØ buffo: le iniziali D e M per i protagonisti delle due storie d’amore. Certo, entrambe le storie sono simili per il fatto che trattano di un ragazzo ricco che cade nella trappola dell’eroina mentre il paese intorno a lui si sgretola a causa della corruzione della povertĆ . Credo che il Pakistan e il Bangladesh siano simili sotto diversi aspetti.
Una delle differenze principali che mi viene in mente paragonando i due libri, ĆØ che nel mio romanzo ho cercato di esplorare l’aspetto spirituale della dipendenza, o almeno la mancanza di appagamento spirituale che porta qualcuno alla caduta nella dipendenza. Per me, come per Deen, la spiritualitĆ  ĆØ molto importante.

-Nel romanzo ĆØĀ presente, in varie sfumature, il dialogo/scontro fra la laicitĆ Ā  dello Stato e una forte interferenza religiosa. Quanto questo, attualmente, influisce nella vita quotidiana del Bangladesh?

Si, esiste un conflitto tra lo Stato laico e i musulmani integralisti del Bangladesh. Fortunatamente abbiamo diversi fattori di ā€œbilanciamentoā€ (in grado di mitigare la situazione), come i Sufi (ci sono molti santuari Sufi in Bangladesh), i Baul (che seguono la filosofia di Lalon) e altre correnti dell’Islam. Questo aiuta a bilanciare le cose. Eppure, il fondamentalismo spaventa, e quelli di noi che sono scolarizzati pregano affinchĆ© non prendano mai il controllo della scena politica della nazione. Sarebbe una vera tragedia.
Inoltre il Microcredito ĆØ molto diffuso in Bangladesh, ed ĆØ concesso soprattutto alle donne. Questo ha contribuito a spostare il potere sociale nei villaggi. Le donne non sono mai a favore di governi filo-religiosi. Si rendono conto che uno stato laico ĆØ molto meglio per loro e per le loro famiglie. Anche questo fattore ha contribuito a mantenere un certo equilibrio in Bangladesh.Ā 

-Si può  leggere il romanzo come un atto d’accusa verso la societĆ  bene (religiosa e non) di Dhaka?

Si, certo. Ho cercato di far emergere alcune mie personali critiche nei confronti della societĆ  di Dhaka. Soprattutto osservo i vari fattori che trasmettono ai nostri giovani un senso di alienazione, ovvero come i nostri giovani sono stati delusi dai nostri leader politici, dai nostri leader spirituali (non ne abbiamo nessuno!) dai nostri insegnanti e da quella generazione di genitori che hanno preteso buoni voti ma non si sono preoccupati di insegnarci cose come la compassione e l’empatia e hanno completamente fallito nella comunicazione con i loro figli.Ā 

-Lavori per un’agenzia della Banca Mondiale che si occupa di sviluppo nelle baraccopoli. Quanto di questa esperienza ĆØ rappresentata nel libro?

Ho scritto delle baraccopoli a partire dalle conoscenze che ho maturato durante le ricerche per conseguire il Master. Attualmente lavoro presso la World Bank Funded Development Agency, ma ci occupiamo dello sviluppo del settore privato e non direttamente degli aspetti che possono contribuire alla riduzione della povertĆ . Ad esempio cerchiamo di aiutare piccole imprese di successo. Quest’esperienza non ha effettivamente influenzato il romanzo.Ā 

-Buona parte della ā€œcolonna sonoraā€ del romanzo ĆØ costituita da musica degli anni ā€˜60 e ā€˜70, penso a The Beatles, The Rolling Stones, Led Zeppelin, David Bowie, Bob Dylan, JJ Cale. Da dove nasce questa scelta? ƈ la musica che ascolti tu o c’è un reale interesse diffuso fra i giovani di Dhaka per il rock d’annata?

C’è un piccolo gruppo di persone che va pazzo per il rock vintage, e io sono una di loro! Abbiamo un piccolo gruppo che si chiama ā€œStone Freeā€ che suona nei ristoranti e fa cover di quel tipo di canzoni. Abbiamo anche moltissimi gruppi rock tra gli studenti universitari, ma fanno per lo più hard rock, che ĆØ un genere che io non amo. Credo che il rock vintage non sia un interesse molto diffuso ma, grazie a dio, esiste un piccolo gruppo di persone che adora questo genere musicale.Ā 

-Chi hai letto? Cosa stai leggendo?

Ho un sacco di autori preferiti. Sono cosƬ tanti che non so da dove cominciare. Adoro lo stile semplice di Hemingway e Fitzgerald, quel modo di scavare nei dettagli fino a rimanere con l’essenziale. Si tratta di uno stile che ho cercato di raggiungere. Mi piacciono le emozioni maniacali degli scritti di Jack Kerouac (il mio protagonista si chiama cosƬ grazie al suo Dean Moriarty) e l’immaginario di Marquez (le farfalle gialle si sono fatte strada fino al mio romanzo). Mi piace come Arundhati Roy adagia comodamente parole straniere nella sua prosa.Ā 

-Hai una giornata tipo di lavoro?

Si. Lavoro all’agenzia di sviluppo. Inoltre ho due bambini, uno di due anni, Amani, e uno di due mesi, Arshan, e di sera insegno yoga. La mia giornata tipo ĆØ molto impegnata!

-Ci sono altri scrittori del Bangladesh che consiglieresti?

Ci sono alcuni nuovi scrittori bangladesi. Tahmima Anam (Golden age) e Mahmud Rahman (Killing the water). Ci sono molti altri autori che stanno scrivendo cose molto interessanti ma non sono ancora stati pubblicati. Penso che ne sentirete parlare nei prossimi anni.Ā 

-Progetti per il futuro?

Sto scrivendo un altro romanzo, ed ĆØĀ  un lavoro molto duro.

-Grazie. Buona giornata e buon lavoro.

-Grazie a te.Ā 

:: Intervista a Mattia Signorini di Cristina Marra

22 luglio 2010

Signorini_e_CriLDopo Roberto Saviano, Gianrico Carofiglio e Carmine Abate, la quarta edizione del Premio Letterario Nazionale Tropea proclama vincitore il romanzo “La sinfonia del tempo breve” (Salani) di Mattia Signorini che si è imposto sulla storia autobiografica del giornalista Gad Lerner, “Scintille” (Feltrinelli) e sul giallo “Il silenzio dei chiostri” (Sellerio) della spagnola Alicia Gimenez Bartlett.

Signorini, classe 1980, già autore dei romanzi “Severo American bar“ e “Lontano da ogni cosa“, con “La sinfonia del tempo breve” scrive la storia di una vita che attraversa tutto il Novecento, un secolo che si ascolta come una sinfonia che si compone pagina dopo pagina. È la musica del secolo delle grandi velocità e della riproducibilità delle immagini. Il protagonista nasce nell’immaginaria Tranquillity, in un periodo di pace che segue il primo conflitto mondiale, una pace momentanea. Si chiama Green Talbot ed è un uomo fuori dal comune, diverso perché sa ascoltare gli altri, anche chi non parla la sua stessa lingua. Ben presto Green abbandona “le strade conosciute” del suo statico paese e comincia un viaggio per terra, per mare e per cielo alla scoperta del mondo, “era questo che lo faceva sentire vivo. Non sapere cosa gli sarebbe accaduto da quel giorno in poi”. Come un picaro errante tra Inghilterra, America e Italia si avventura in situazioni tanto strane quanto reali e conosce nuovi amici, esseri umani e animali, personaggi-simbolo di un secolo di grandi e profonde mutazioni sociali, economiche, storiche e rivoluzioni nel campo della comunicazione e dell’industria: Stock O’Clock, Jimmy Dal Vento, il capitano Marlow, Grof, Banjeseiro, Farinata. “La sinfonia del tempo breve” pullula di metafore, allegorie e piccoli camei letterari come l’isola delle bottiglie perdute. Diviso in quattro parti, il romanzo di Signorini è da leggere e rileggere per coglierne le diverse chiavi di lettura e “percorrere” di corsa una trama narrativa che fa comprendere quanto in una storia non contano l’inizio o la fine ma le fermate. Incontro Mattia Signorini una delle sere del Premio Tropea e la sua disponibilità  a parlare del libro e delle sue esperienze letterarie è disarmante. L’intervista nasce da una chiacchierata su libri, emozioni, timori, letture, fantasticherie e sollecitazioni che svelano quanto Signorini sia uno scrittore attento e sensibile alle problematiche sociali e quanto sia evidente che ha la narrazione nelle vene, una narrazione che fa sforare il reale nell’immaginario e viceversa e che  lo segnala   come una dei più promettenti scrittori della nuova generazione. 

Come hai scelto il nome del protagonista del tuo romanzo?

“L’ho chiamato Green, verde, perché è il colore che simboleggia la natura. Verde è anche la speranza di riuscire a realizzare qualcosa ed è la caratteristica del Novecento. Il suo nome viene da Henry Talbot che ha creato la riproduzione dell’immagine e quindi metaforicamente è l’iniziatore della società dell’immagine. Questo nome è quello che per me è il Novecento, qualcosa che corre e che è facilmente riproducibile.”

Che cosa spinge Green a viaggiare e quindi a raccontare il ‘900?

“Green affronta il mondo con la curiosità e la sua caratteristica di ascoltare le persone nasce dalla sua curiosità. Green non è né coraggioso né avventuroso è solo curioso. La curiosità oggi si considera un difetto perché nella nostra società chi si fa domande in maniera sincera e pura è una persona che dà fastidio. Green era diverso dagli altri abitanti di Tranquillità e non era quindi collocabile in nessuna categoria.”

Nel romanzo i sentimenti hanno un ruolo importante. Quale prevale?

“È facile voler bene alle persone che ci stanno vicino ma ciò che volevo trasmettere al libro è l’empatia , il voler bene a ciò che è distante dalla nostra cerchia. Dall’empatia viene fuori il rispetto per ciò che non conosciamo”.

:: Recensione di Un mattino da cani di Christopher Brookmyre

20 luglio 2010

9788882372231Dura la vita per Jack Parlabane giornalista scozzese in trasferta a Los Angeles, mettersi nei guai è un attimo per cui l’unica soluzione possibile è lasciare gli Stati Uniti in tutta fretta e tornare a Edimburgo. Già ma i giornalisti d’assalto san mettersi nei guai ovunque per cui è del tutto naturale che Jack svegliandosi un mattino con i postumi di una sbornia colossale si trovi seminudo in mutande nel pianerottolo e l’unica porta aperta sia quella di un appartamento dove è appena avvenuto un efferato omicidio con tanto di membra amputate, litri di sangue e vomito e uno stronzo enorme sulla mensola del caminetto, come guarnizione… Se foste un poliziotto e trovaste sul luogo di un delitto il succitato  tizio che tenta di scappare dalla finestra che fareste credereste alle sue farneticanti giustificazioni o lo ammanettereste e lo portereste alla centrale stampandogli in fronte l’etichetta di sospettato numero uno?   Ecco a voi servito l’incipit extra pulp di Un mattino da cani, opera prima uscita nel 1996 ora in versione tascabile di  Christopher Brookmyre, un tipo poco raccomandabile ma dal talento innegabile che è riuscito grazie alla sua vena dissacratoria e al suo umorismo sulfureo a dare uno spaccato della società britannica sconcertante e nerissimo. Non contento ha aggiunto quel tanto di satira sociale e politica che crea la differenza e caratterizza tutta la letteratura noir nord europea per cui la malasanità diventa il centro di un guazzabuglio di corruzione, nefandezze, atrocità dove killer psicopatici al soldo di insospettabili si muovono liberamente e danno filo da torcere al nostro curiossimo Parlabane deciso a tutti i costi a scoprire la verità portando alla luce non pochi altarini. 

Un mattino da cani di Christopher Brookmyre Meridiano Zero Collana Sottozero Edizione tascabile Traduzione di Vittorio Curtoni Euro 10,00.

:: Recensione di The getaway man – L’uomo della fuga di Andrew Vachss a cura di Stefano Di Marino

20 luglio 2010

the_getaway_manRECENSIONE THE GETAWAY MAN-L’uomo della fuga di Andrew Vachss- traduzione di  Luca Conti- Fanucci – pagine 185 –Euro 16- thriller

Si sentiva la mancanza nelle librerie italiane di Andrew Vachss pubblicato negli anni ‘90 all’interno della collezione Interno Giallo con una serie di romanzi hard-boiled (Oltraggio-Flood il primo) con protagonista il detective Burke impegnato contro la pedofilia. Argomento noto a Vachss che esercita anche come avvocato in questo ramo. Ma la vena narrativa dell’autore è, come ricorda Joe Lansdale è strettamente legata al Pulp nella sua migliore accezione. Ne sono testimoni sceneggiature per fumetti e raccolte di racconti come Nato sotto una cattiva stella (Sperling) che colgono  nell’arco di vicende brevi tutta l’anima di un genere popolare. E questo romanzo datato 2003 ha tutta l’adrenalina, la capacità di coinvolgere il lettore anche in una storia che ormai è un archetipo del nero criminale. L’iniziazione, la passione per le auto, l’amicizia, le donne, il colpo impossibile. Naturalmente non manca neanche la dark Lady e, come è quasi d’obbligo, in questo filone un pizzico di autoreferenzialità del genere. Sembra di rivedere un vecchio film di  Walter Hill, Driver l’imprendibile, eppure tutto cambia, ha un sapore diverso. Siamo ai giorni nostri ma potrebbe essere un nero degli anni 50. Le dinamiche trai personaggi sono le medesime, la tensione la stessa. Scontato? Neanche per sogno. Tutto fila veloce, rapido come dovrebbero essere i colpi perfetti. Ma se ci si mettono di mezzo i sogni di una donna, la ragione vacilla e diventa un gioco al massacro per dimostrare di essere i più duri, i più scaltri. E, come sempre, la vita è una severa maestra. Per tutti. Un piccolo cult per gli amanti del genere.

Stefano Di Marino

Leggere fa male

19 luglio 2010

leggere fa male 2Alessandro Zannoni c'è riuscito! Finalmente dopo una pausa di tre stagioni ritorna il festival letterario “Leggere fa male/scrittori criminali – lettori fuorilegge”.

Tre serate il 21 il 22 il 23 dedicate agli autori e ai loro libri.

Ma la vera novità di quest’anno sarà il legame Rete e Scrittori: saranno infatti i responsabili dei blog letterari italiani più seguiti a presentare gli autori della manifestazione.

:: Recensione di Luna di Lory Costabile a cura di Nicoletta Scano

18 luglio 2010

CostabileCoverLUNA è  una fiaba scritta da Lory Costabile, al suo esordio per Aletti. Un’opera  semplice e fantasiosa, narrata con un linguaggio molto informale che offre la sensazione di leggere un’avventura raccontata da un bambino. Anzi, da una piccola extraterrestre. Perché la protagonista della favola, Luna, è un’aliena, proveniente dal satellite omonimo. Come se la voce narrante fosse realmente quella di una ragazzina, la protagonista si chiede “Ma perché gli abitanti di tutti i pianeti li conosciamo e invece i terrestri non possiamo conoscerli?” Così, mentre si trova alla festa della “prima stella accanto alla Luna” apprende come gli altri extraterrestri (i Venusiani, i Marziani, i Gioviani, i Lunatici…) si tenessero ben lontani dalla Terra per la scarsa accoglienza e  per la negatività degli abitanti del vecchio pianeta. Anziché  arrendersi, Luna propone una spedizione agli altri pianeti, che infine viene accolta da tutti. Iniziano così  le avventure della piccola lunatica sulla nostra Terra, dove saprà  riscoprire i nostri lati positivi, e farci dono di un messaggio di pace. La fiaba è  senz’altro destinata ai più piccoli, ma è di stimolo anche per noi adulti la domanda di fondo proposta dall’autrice: e se non fossimo soli nell’Universo? Lory Costabile, LUNA, Aletti editore, euro 12,00.

:: Intervista a Fabrizio Fulio Bragoni curatore del blog letterario Nonsolonoir

14 luglio 2010

SERIABenvenuto Fabrizio su Liberidiscrivere e grazie per aver accettato questa intervista. E’ un piacere ospitare il curatore di uno dei più interessanti blog letterari in circolazione. Raccontaci qualcosa di più  del creatore di Nonsolonoir: quanti hanni hai, dove sei nato, descriviti con pregi e difetti. 

Ciao, e grazie a te per lo spazio, e per l'esageratissimo “uno dei più interessanti blog letterari in circolazione”. Che dire? Ho 29 anni e vivo a Torino dal 1986, ma sono nato a Rieti, in Lazio. Pregi (per chi mi legge): amo molto la musica, il cinema e la letteratura, e, quando me ne occupo, cerco di non approssimare. Difetti (per chi mi sta attorno) finisco per parlare sempre e soltanto di cinema, musica e letteratura… 

Toglimi subito una curiosità. Doppio nome o doppio cognome? E’ il tuo vero nome? 

Doppio cognome, e, sì,  è vero; pensi che qualcuno si sceglierebbe uno pseudonimo simile? No, perché, a me, tocca sempre ripeterlo due o tre volte, poi in genere finisco per fare lo spelling o mi accontento di documenti mal compilati…  

Nonsolonoir quando è  nato, raccontaci come ti è venuta l’idea di crearlo e parlaci dei tuoi collaboratori se eventualmente ne hai. 

Nonsolonoir è nato nel novembre 2005 (è ancora possibile risalire fino alla mia prima recensione, un pezzo tristemente incompiuto su “Il sole dei morenti” di Izzo al quale poi mi sono affezionato e ho finito per lasciarlo così) per rispondere alla mia necessità di parlare di letteratura e di tenere traccia delle mie osservazioni sui libri che leggevo: all'epoca uscivo da un'esperienza lavorativa in ambito informatico che mi aveva imprevedibilmente portato a confrontarmi con un lettore di noir di lungo corso; non avendo più a disposizione nessuno con cui discutere, ho dovuto scegliere: potevo archiviare tutto per un eventuale uso futuro, o aprire un blog, sperando di conquistare qualche malcapitato lettore. Ho optato per la seconda possibilità, e così è nato Nonsolonoir. Non ho mai reclutato collaboratori, anche se ogni tanto, colpito dalla sua lucidità critica, ho tentato (sempre con scarso successo) di coinvolgere la mia fidanzata. Comunque, un po' di tempo fa, ho riunito alcuni recensori per uno speciale sui finalisti del premio Scerbanenco. È per questo che sul blog si possono trovare recensioni di (in ordine alfabetico) Luigi Romolo Carrino, Matteo Di Giulio, Michele Fiano, Carlo Frilli, Seia Montanelli e Biagio Spoto (spero di non aver dimenticato nessuno). 

Dura la vita del curatore di blog letterari, bisogna proporre sempre materiale nuovo e originale, stare al passo con i tempi, aggiornarsi, rinnovarsi, cosa ami di più e cosa detesti di questo “lavoro”? 

Considerato che questo per me è ancora un hobby, direi che non ci sono parti che odio… non sarebbe del tutto onesto, però: occupandomi principalmente di letteratura di genere, ogni tanto mi sembra di recensire sempre la stessa cosa. Bisogna fare attenzione a scegliere romanzi di sottogeneri diversi per non annoiarsi, non tanto a leggere, quanto a recensire: la gamma delle possibilità tecniche e narrative (per non parlare delle ambientazioni, le dinamiche, i personaggi ecc.), sarebbe, in teoria, molto ampia, ma ovviamente, a livelli molto avanzati dello sviluppo di un genere, alcuni modi di raccontare finiscono per imporsi… Un'altra cosa che odio è non riuscire a recensire un libro “al volo”, diciamo entro una settimana dalla lettura: nonostante io tenda a prendere appunti e segnare citazioni e nomi di personaggi, mi è capitato di rileggere diversi romanzi che non ero riuscito a recensire alla prima lettura. 

Le tue recensioni sono molto curate e approfondite. Sei un innovatore e nello stesso tempo promotore di una critica letteraria analitica e documentata. Che studi hai fatto? A che modello ti sei ispirato? 

Innovatore, non so; promotore, lo spero. Nel corso di questi 5 anni, penso di aver cambiato “modello” molto spesso… Il fatto è che mi capita spesso (e volentieri) di leggere opere di teoria della letteratura, e non solo per motivi di studio. Direi che per me sono stati essenziali alcuni saggi di Barthes e Deleuze, Heidegger (in particolare “In cammino verso il linguaggio” e “L'origine dell'opera d'arte”) e Propp, le “Lezioni americane” di Calvino, Schleiermacher, Genette e Greimas, Adorno, Benjamin, Lukacs, Danto e Margolis, Sartre, Derrida, Gadamer, Nietzsche, Schelling, Ernst Bloch, e persino Kant; poi, ultimamente, Lotman e la scuola di Tartu, Szondi, gli analitici e Lamarc, ma con questi non ho ancora finito di fare i conti… Per quanto riguarda gli studi, dopo molte vicissitudini sono (ancora) iscritto all'università, e sto concludendo la laurea specialistica in filosofia. In questi anni ho avuto modo di sostenere vari esami di “storia della letteratura”, “ermeneutica”, “storia della critica letteraria”, “estetica”, “estetica musicale”, “storia culturale” e seguire l'ottimo corso di “teoria e tecnica delle scritture”, tenuto da Alessandro Perissinotto; tutti esami scelti con cura, che si sono rivelati essenziali per la mia auto-formazione da recensore… Attualmente sto lavorando a una tesi in “filosofia della letteratura”, disciplina analitica, nata in America nell'ambito delle riflessioni sulle “Ricerche filosofiche” di Wittgenstein. Che dire? Filosofia, teoria della letteratura, storia, sociologia e psicologia – penso che tutto ciò che sollecita una riflessione metaletteraria, o che agevola la comprensione di un contenuto letterario, sia assolutamente positivo per chi scrive recensioni e per chi si occupa di critica in generale. Anche perché sono sempre stato convinto che il “genere” meritasse osservazioni attente, informate e rigorose quanto quelle che caratterizzano la buona critica della cosiddetta “alta letteratura”. Anzi, ti dirò di più: sarà forse un pregiudizio pop, ma credo che la letteratura d'intrattenimento offra spazi di auto-riflessione (non solo sociale, ma culturale) meno controllati, meno costruiti, e dunque più “veri” rispetto a quelli offerti dai prodotti dell'“alta cultura”.  

Blog e siti letterari online ce ne sono molti cosa pensi bisogna fare per distinguersi ed emergere? 

Se sapessi cosa bisogna fare per emergere, probabilmente starei lavorando per farlo… purtroppo non so. Il mio è un impegno con me stesso prima che con i lettori: recensire onestamente, accordando a tutti i testi la massima attenzione, e tenendo conto (ma senza lasciarsene influenzare nel giudizio, che è e deve essere estetico) del complicato sistema produttivo e distributivo italiano. 

Per te è più  che altro un hobby , un vero lavoro, o vorresti che lo diventasse? 

Purtroppo, nonostante i vari anni di “applicazione” (non solo in ambito letterario: in passato ho scritto anche di cronaca -nera e giudiziaria in particolare- per un quotidiano online, e di arte contemporanea per una curatissim
o portale del settore), la scrittura è ancora un hobby… certo, mi piacerebbe che diventasse un vero lavoro, ma chi non lo vorrebbe? 

Ti occupi solo di recensioni o fai anche interviste? 

Principalmente recensioni… ho fatto anche alcune interviste, ma nessuna pubblicata su Nonsolonoir: un paio sono uscite su SugarPulp (Victor Gischler e Guano Padano), una su Pagina.to.it (Simone Sarasso), e qualcuna su Milano Nera Mag (Friedrich Von Schirach, Paula Vene Smith e Alan D. Altieri ecc.). 

Ora ti faccio una domanda che riguarda anche noi e tutti coloro che si occupano di blog letterari e vorrebbero passare da dilettanti a professionisti. Pensi sia possibile? Pensi che sia giusto venire retribuiti per il nostro lavoro di informazione al servizio dei lettori, in che modalità? 

Ovviamente mi piacerebbe passare dallo status di “dilettante” a quello di “professionista”, ma non penso sia possibile, almeno non per tutti, nelle condizioni attuali: certo, quello che facciamo è cercare di informare il lettore, ma essendo il web aperto e accessibile a chiunque, ed essendo il numero di recensori in costante aumento, è impossibile pensare di retribuire tutti. 

Quale è il tuo più  grande successo? La cosa di cui sei più orgoglioso? 

Dunque… grande successo è  un po' forte, però posso dirti che una delle maggiori soddisfazioni legate a Nonsolonoir l'ho avuta a dicembre 2008: in un momento di scoraggiamento avevo pensato di chiudere il blog; poi, in pochi giorni, ho vinto un concorso per recensioni indetto da Meridiano Zero e uno indetto dal portale “Terza Pagina”; Luca Conti (che, in virtù delle tante, ottime, traduzioni, introduzioni, postfazioni ecc., considero una personaggio chiave per la diffusione del buon noir in Italia, e che poi ho scoperto, aveva fatto la sua prima comparsa su Nonsolonoir a novembre 2005, citato come autore della postfazione di “Il Grande Orologio” di Kenneth Fearing) ha commentato una mia uscita un po' polemica in occasione della morte di James Crumley; Luigi Romolo Carrino mi ha scritto ringraziandomi (!) “per le belle parole” e “per l'attenzione” prestata al suo “Acqua storta”; Giovanni Zucca (altro mito del noir nostrano) mi ha segnalato un'imprecisione nella recensione di “Il prete” di Ken Bruen; Matteo Righetto e Matteo Strukul mi hanno coinvolto nel progetto Sugarpulp. Insomma, improvvisamente ho scoperto che “là fuori” qualcuno mi leggeva… così il blog è rimasto aperto. Be', poi ci sarebbe quella volta che Umberto Lenzi mi ha pubblicamente dato del “grande critico”; peccato che in quel momento non ci fosse nessuno con una telecamera accesa. 

Raccontami l’episodio più bizzarro o divertente che ti è successo legato a Nonsolonoir. 

Non saprei… be', c'è  stato da ridere quando sono stato invitato in un liceo di Alba per introdurre ai ragazzi il concetto di noir, in vista di un incontro con Massimo Carlotto; con me c'era l'amico scrittore Luca Rinarelli (che, tra l'altro, è stato il primo a propormi di presentare un libro – il suo “In perfetto orario”). Eravamo preparati per un incontro con una cinquantina di studenti dell'ultimo anno – diciamo sui 18 anni- e invece, entrati nella sala dove, dopo la proiezione del film “L.A. Confidential” avremmo dovuto parlare ai ragazzi, ci siamo trovati di fronte a circa 200 persone; sì, insomma, l'intero liceo… e io che avevo riempito il mio discorso di riferimenti a Marx e all'esistenzialismo francese… fortunatamente la proiezione è durata più del previsto: in nessun modo avremmo potuto mantenere l'attenzione delle masse (quasi) urlanti per più di mezz'ora. 

Parliamo di cosa ami leggere nel tuo tempo libero. Quali sono i tuoi autori preferiti? Cosa stai leggendo in questo momento? 

Rispondere alla domanda sui miei autori preferiti è molto difficile: sono vittima di una sorta di bulimia letteraria e, leggendo molto, incontro molti autori di grande valore. Potrei farti un breve elenco di quelli che ritengo siano stati cruciali per la mia formazione di lettore: innanzitutto la grande letteratura americana -Hemingway, Faulkner, Fitzgerald, Dos Passos, Tennessee Williams, il quasi dimenticato Erskine Caldwell, Steinbeck, Malamud, DeLillo, McCarthy, e, ovviamente, Raymond Carver. Raymond Chandler, che mi ha “traghettato” dall'“alta letteratura” al genere, Hammet, McCoy e Latimer, David Goodis e Cornell Woolrich,  Charles Willeford e Jim Thompson e così via fino a Jack Ritchie; in seguito, George Higgins, James Crumley, Walter Mosley, Elmore Leonard, Joe R. Lansdale, Kem Nunn, James Lee Burke, Derek Raymond e Victor Gischler. Poi i francesi: da Simenon agli indimenticabili Léo Malet e Jean-Patrick Manchette, e così via fino a Izzo, passando per i  più “alti” Vian(/Sullivan), Eugène Dabit e Céline, Cossery, Robbe-Grillet, Drieu La Rochelle, Sartre e Camus. André Héléna (ri)scoperta recente; un autore che merita assolutamente di essere letto, magari nelle  bellissime (e curatissime) edizioni Aìsara. In area germanica Glauser e Durrenmatt oltre, ovviamente, ai classici, da Mann a Doblin ecc. Ci sarebbe, poi,  il Dostoevskij di “Delitto e castigo”,  che da anni mi ripropongo di rileggere… Mi fermo qui, e sto volutamente tralasciando gli italiani; per me la letteratura italiana di genere è una scoperta piuttosto recente (e forse se ne ricorda G.Z.,  primo ad avermi segnalato questa mancanza del blog, e in seguito responsabile di una serie di ottimi consigli bibliografici…), e poi l'elenco mi sembra già abbastanza lungo… 

Oltre a Nonsolonoir ti occupi anche di scrivere recensioni per altri siti letterari. Vuoi parlarci di questa esperienza? 

Sì. Oltre a Nonsolonoir ho scritto e scrivo anche per Sugarpulp e per Milano Nera; per quanto riguarda l'esperienza, però, non ho molto da dire: considerato che il mio modo di procedere, che scriva per Nonsolonoir o per qualche sito, blog o rivista, è lo stesso, sarebbe più interessante interrogare i capo-redattori; prevedere i tempi di preparazione di una recensione non è il mio forte, e così mi ritrovo spesso in ritardo ecc. 

Cosa ne pensi della critica letteraria in Italia. Pensi sia sufficientemente autonoma e indipendente? 

La critica letteraria in Italia? Non saprei; non posso dire di conoscerla. Certo, ci sono alcuni critici che apprezzo, ma farne un discorso generale è difficile: c'è gente, in giro (e penso a professionisti o presunti tali), che ha scambiato lo spazio critico per spazio pubblicitario, e spende un mucchio di energia nella ricerca di frasi a effetto (positive o negative), e ben poca per la lettura e l'analisi del testo.

Internet è diventato sempre più uno strumento indispensabile per promuovere i libri e per permettere un dialogo sempre più ravvicinato tra autori e lettori. Pensi che sia solo l’inizio di un processo di crescita o sei pessimista? 

Spero che la situazione attuale, che virtualmente permette l'incontro (non solo a fini promozionali) tra tutti gli au
tori e tutti i lettori, resista al sovraffollamento: i “giovani” autori che si servono di internet (e magari di facebook) come mezzo di promozione, possono permettersi di rispondere a tutti; i “grandi”, ovviamente no. È comunque una situazione molto interessante che mi ha permesso di conoscere, anche se solo virtualmente, persone che non avrei mai incontrato, né avrei saputo come rintracciare nel “mondo reale”. 

Quali sono i tuoi blog letterari più amati? 

Seguo molti blog e siti letterari tematici, da “Sugarpulp” a “MilanoNera”, da “Liberi di Scrivere” a “Thriller Magazine”, da “Corpi freddi” ad “Angolo Nero”, da “Senza una Destinazione” a “Thriller Cafè”. Dimenticavo “Il recensore” e, ovviamente “Carmilla” e “Nazione Indiana”. 

Nel panorama letterario italiano c’è un esordiente che ti ha particolarmente colpito per originalità , contenuti, coraggio? 

Guarda, questa è una domanda molto spinosa… fortunatamente molti degli esordienti che ho incontrato negli ultimi anni, ormai sono degli ex-esordienti, e quindi non rientrano più nella categoria; detto questo, le due “prime prove” che mi hanno colpito di più in questa prima metà del 2010 sono “Biancaneve” di Marina Visentin e “L'occhio di porco” di Piero Calò. Sono due romanzi molto diversi tra loro, ma che mi sento di consigliare a tutti…

Conosci Liberidiscrivere? Ci leggi ogni tanto?  

Scherzi? Vi conosco e vi leggo sempre. 

E ora prima di salutarci quali sono i tuoi progetti per il futuro? 

Per il futuro? Be', premesso quel “se il blog sopravvive e se sopravvivo io” che apriva il mio primo post su Nonsolonoir, vorrei continuare a fare quello che sto facendo, e magari portare fino in fondo uno dei miei (molti) inizi di romanzo.

:: Recensione di 360 gradi di rabbia di Elena Mearini a cura di Giulia Guida

13 luglio 2010

360 gradi di rabbia di Elena MeariniQuando sbranavo la vita a piccoli morsi” [Rileggendo “360 gradi di rabbia”, E. Mearini]

La prima volta in cui mi sono imbattuta nel romanzo di Elena Mearini è stata abbastanza insolita. Stavo girovagando tra i video dell’attrice e blogger Maddalena Balsamo, quando mi è caduto lo sguardo su un’intervista in cui la Balsamo presentava il romanzo della Mearini, leggendone alcuni estratti per poi commentarli con l’autrice, con le domande di rito. Quando inizia a leggere, sento la sua voce incrinarsi, curvare storta lungo i confini magnetici delle parole, ricalcare le loro linee spezzate e mai richiuse, fino a scavalcare la recinzione del loro campo elettrico. Fino ad illuminare le loro intermittenze, a infilarsi tra le parentesi lasciate aperte, a sollevare il loro peso dimezzato. Gratta contro le pagine con un’amarezza timida, lasciata in disparte, come di un dolore sofferto a lungo e poi sconfitto, non senza prima raccontare tutti i tagli.Dice parole che non fanno da terapia d’urto.Sono loro, l’urto. Il muro, la bolla senza più ossigeno.Parla del corpo di una donna. Esasperato, mutilato, raschiato attraverso gli anni.Parla di polmoni compressi, senza più aria incontaminata dall’ossessione. Di uno stomaco chiuso a lucchetto senza più chiave. Di muscoli sfibrati. Di due dita in gola per espiare il senso di colpa. Di un paio di fianchi scavati fino all’osso come terra carsica. Di gambe lunghissime che hanno dimenticato la direzione giusta da prendere, di pelle seccata dalla mancanza d’acqua, di capelli corvini, ormai radi, sottili filamenti di cellulosa, appiattiti contro la testa. Parla di un corpo schedato come già deceduto in una serie di cifre da referto medico: 35 chili per 1.70 di altezza. Se continui così, morirai. Se continui così, svanirai, evaporerai, evacuerai quel poco di te che non ti è riuscito di biodegradare su questa terra. Un cumulo di ossa e di vestiti taglia 34-36. Parla di un corpo e di pensieri che non combaceranno mai. E attraverso il corpo descrive la vita del sangue che rallenta, del respiro che interrompe la gola, dei crampi che spezzano un utero freddo da camera mortuaria.Parla di Vera, della sua storia di bambina e donna tra Milano e Parigi, dell’assenza di suo padre, della perfezione lontana di sua madre, dei suoi piatti svuotati, delle sue mele tagliate e mangiate a metà, delle sue spese compulsive nei supermercati per smussare gli spigoli che le crescono dentro e poi aguzzarli di nuovo. La Mearini spezza la riga, ne fa verso libero, sregolato, intrappolato dentro troppo bianco. Ogni frase, un punto. Ogni periodo, uno spazio. Ogni parola, una pausa del respiro. La narrazione degli eventi in una costante intermittenza passato-presente si snoda attraverso l’immagine e la sensazione. Ogni ricordo è un’istantanea essenziale, i contorni rubati insieme ai centimetri mancanti del suo corpo. Sono messe a fuoco sfocate, in cui Vera si rannicchia per ritrovare il capo di quel filo che l’ha portata a diventare così inconsistente, a ridursi al riflesso delle sue mancanze, senza mai riuscire a sentirsi presente, a riacquistare realtà, ad occupare uno spazio suo, ad adattare il suo corpo alle curve delle sue stanze. Non ci sono subordinate, virgole, pause brevi. Non ci sarebbe abbastanza aria per parlare così a lungo, per dar voce ai suoi silenzi chirurgici, alle sue ossa spolpate, alla sua carne disossata. Dopo aver letto il primo estratto dal romanzo, la Balsamo chiede all’autrice milanese, classe ’78, perché abbia deciso di adottare proprio uno stile del genere per raccontare questa storia, in parte vissuta in prima persona dalla Mearini, durante i suoi dieci anni di anoressia. Ed è  stata questa la frase che più mi ha colpito, che mi ha fatto pensare che dietro l’esperienza di vita di questa donna si potesse nascondere molto di più che un semplice resoconto autobiografico. La Mearini risponde che “quando scrive sente il bisogno dell’arresto, che non è altro che la riproduzione del movimento mandibolare quando mastichi. E’ un riprodurre la masticazione della realtà. Quindi ogni punto rappresenta la fine di un morso dato alla realtà per poterne catturare la carne, la vita che sta dietro questa realtà”. Nel suo romanzo d’esordio, Elena Mearini, allieva della scuola di Raul Montanari, dà prova della sua grande capacità di mettere la poesia in prosa, di dare ritmo e movimento alla fissità dell’immagine, di raccontarsi dall’interno, dagli incavi del collo al battito spento dei ventricoli, di parlare di un argomento così attuale e così discusso in modo essenziale e personalissimo, scrivendo per raccontare prima che per salvarsi.

Autore: Elena Mearini
Editore: Excelsior 1881
Collana: Acquario
Pp: 151
Prezzo: 12, 50