Archive for the ‘Uncategorized’ Category

Segnalazioni

20 novembre 2010

Segnalo ai lettori di Liberidiscrivere due interessanti incontri che si terranno a Roma, tenuti dal filosofo Federico Sollazzo. Si tratta di due diverse attività, in due diverse librerie Rinascita: i Seminari di Filosofia e la Presentazione del suo pregevole lavoro di Dottorato che abbiamo avuto modo anche di recensire.
 
Seminari di Filosofia "La filosofia e la società tecnologica avanzata" presso la Libreria Rinascita: Via Gasperina, 161 Roma

Martedì 21 dicembre ore 18,30
"Antropologia e tecnica in Arnold Gehlen"

Martedì 28 dicembre ore 18,30
"La questione della tecnica in Martin Heidegger"

Martedì 4 gennaio ore 18,30
"Neutralità della tecnica e (ri)orientamento della tecnologia in Herbert Marcuse"
  
Presentazione del lavoro di PhD "Tra totalitarismo e democrazia: la funzione pubblica dell'etica"  presso Libreria Rinascita : Via Savoia, 30 Roma il giorno 7 Gennaio 2011 alle ore 18.30.

Invito alla lettura: in anteprima La Ragazza che rubava le stelle, il nuovo romanzo di Brunonia Barry Garzanti

19 novembre 2010

Barry-Ragazza_che_rubava_le_stelleOggi ho il piacere di segnalare ai lettori di Liberidiscrivere  La ragazza che rubava le stelle, il nuovo romanzo di Brunonia Barry autrice della Lettrice bugiarda che uscirà in libreria per Garzanti il 25 Novembre. E' un romanzo commovente, bizzarro e anticonvenzionale, venato da un'insolita anarchia. In anteprima vi presento la trama e le prime 16 pagine del libro. Ladra di stelle, la protagonista del romanzo, ha anche un profilo Facebook. http://www.facebook.com/#!/profile.php?id=100001657729397

TRAMA È notte e il silenzio avvolge la baia di Salem. Zee Finch è ferma sul molo e fissa il mare. Il tempo pare essersi fermato. Le stelle brillano nel cielo senza luna e si riflettono sulle acque dell’oceano disegnando un sentiero luminoso.
Una volta Zee conosceva bene quel sentiero. Aveva tredici anni e passava le notti in mare aperto a guidare barche rubate, ma trovava sempre la strada di casa grazie alle stelle. Eppure, un giorno, aveva perso quella rotta, e aveva giurato a sé stessa di non percorrerla più. Perché quel giorno sua madre si era suicidata, all’improvviso.
Zee era fuggita da tutto e da tutti, dedicandosi agli studi in psicologia. Sono passati quindici anni da allora. Ma adesso è venuto il momento di ripercorrere quella rotta perduta. Il suicidio di Lilly Braedon, una delle pazienti più difficili di Zee che ora fa la psicoterapeuta, la costringe a fare ritorno. Le analogie fra il caso della donna e quello della madre sono troppe.
Zee è sconvolta, ma non ha altra scelta: l’unico modo per fare luce sulla morte di Lilly è capire la verità sul suo passato irrisolto. Un passato pieno di menzogne e segreti che molti, nella chiusa comunità di Salem, hanno cercato di rimuovere. Zee non si può fidare di nessuno. Forse nemmeno di suo padre, ormai un uomo vecchio e malato. Non le resta che fare affidamento su sé stessa, imparare a non dare nulla per scontato, rimettere tutto in discussione, anche quando la fuga sembra l’unica via d’uscita. Ma deve fare in fretta. Perché una nuova spirale di violenza rischia di rendere ogni sforzo vano. La verità corre su un’unica strada, che Zee ha dimenticato per troppo tempo ma che, se troverà il coraggio di ripercorrerla, la porterà a casa. Qui potrà finalmente realizzarsi il destino che le spetta.
Dopo il grandissimo successo della Lettrice bugiarda, per mesi nelle classifiche dei libri più venduti di tutto il mondo, torna Brunonia Barry con il romanzo più atteso dell’anno. Libro di punta delle librerie indipendenti americane e in classifica sul «New York Times» grazie al passaparola, racconta una storia di menzogne e misteri, amore e odio, violenza e redenzione, perdono e peccato, ma anche di speranza, la speranza di trovare finalmente il proprio posto nel mondo. 
 
L’AUTRICE Brunonia Barry, nata e cresciuta nel Massachusetts, ha studiato letteratura e scrittura creativa ed è tra i fondatori della Portland Stage Company, la più grande compagnia teatrale del New England. Il suo amore per il teatro l’ha portata a Chicago, dove si è occupata di importanti campagne promozionali e ha scritto diverse commedie di successo. Oggi vive a Salem con suo marito e Byzantium, il loro amato golden retriever. Con Garzanti ha pubblicato La lettrice bugiarda.

I venti, le maree e le tempeste possono facilmente
spingere la nave fuori rotta. Ogni errore si somma
ai precedenti, alterando il tragitto in modo critico,
spesso con esiti tragici. Per questo motivo,
i naviganti finirono per adottare il metodo
della navigazione astronomica.
Le stelle sono una costante.
La Terra gira, ma le stelle restano ferme nel cielo.
Persino il cielo più tempestoso prima o poi
si schiarisce e mostra le stelle.
 

PROLOGO
Negli anni in cui il suo soprannome era Guaio, Zee aveva l’abitudine di rubare barche. Il padre non ne aveva il minimo sospetto e le lasciava massima libertà in quei primi tempi dopo la morte della madre. E poi era occupato a impersonare il ruolo del pirata, un passatempo eccentrico per un uomo che aveva trascorso la vita a studiare letteratura. Ma quelli erano giorni disperati, ed entrambi erano stanchi di portare sulle spalle il peso della perdita, incapaci di scrollarselo di dosso se non nei fugaci momenti in cui riuscivano a buttarsi in qualcosa fuori dalla portata dei ricordi.
Nel mondo creato dalla sua fantasia, l’unica realtà in cui poteva perdonarsi per ciò che era successo quell’anno, a Zee piaceva pensare che il padre, Finch, sarebbe stato orgoglioso della sua abilità di ladra. E nei sogni più sfrenati se lo immaginava complice delle sue avventure: un bel salto per un professore,
ma non per il pirata che stava rapidamente diventando.
Prediligeva i motoscafi veloci. Qualsiasi imbarcazione che facesse più di trenta nodi era una facile preda. Le misure di sicurezza erano scarse a quei tempi e le chiavi – se esistevano – erano quasi sempre nascoste sulla barca stessa, e di solito nei posti più ovvi.
Era facile come un gioco. Sceglieva un motoscafo dalla linea elegante e veloce, si dava esattamente cinque minuti di tempo per fare irruzione a bordo e mettere in moto, e si dirigeva fuori dal porto in pieno
oceano. Superati i confini di Salem, dava gas al motore e puntava la prua in direzione di Baker’s Island. Più tardi, la sera stessa, restituiva la barca rubata.
Il gioco aveva una sola regola: non doveva mai riportare un motoscafo allo stesso ormeggio dal quale lo aveva preso. Era una buona norma, non solo perché creava un’ulteriore sfida, ma anche perché era sensata. Se avesse riportato la barca al posto di partenza, avrebbe corso il rischio di essere arrestata. Tutti sanno che l’ultima cosa che fa un ladro in gamba è tornare sul luogo del delitto.
Di solito la lasciava a una delle banchine pubbliche disposte lungo il litorale di Salem, spesso quella davanti a Salem Willows, il parco dei salici, la prima che si incontrava entrando nel porto. Ma quando i poliziotti avevano cominciato a darle la caccia, Zee aveva deciso di riportare le barche in posti meno
ovvi. Talvolta occupava l’ormeggio di qualcun altro. Oppure abbandonava il motoscafo al Derby Wharf, il molo dal quale le era facile fuggire perché era vicinissimo a casa sua.
Le era capitato solo una volta di trovarsi in difficoltà perché aveva sbagliato a valutare il livello del carburante. Era nei pressi di Singing Beach, la spiaggia di Manchester-by-the-Sea famosa per i suoni creati dal vento sulla sabbia, quando il motore si spense. All’inizio non pensò di essere a secco di benzina, ma appena controllò il serbatoio comprese il suo errore. Cercò di escogitare un piano per combattere il panico che si stava impadronendo di lei. Avrebbe potuto nuotare facilmente fino a riva, ma la barca sarebbe stata sospinta in alto mare dalla corrente, oppure si sarebbe sfracellata sulle rocce. Per la prima volta ebbe paura che la prendessero. Si sentì stranamente sollevata che intorno non ci fossero altre imbarcazioni, nessuno a cui chiedere aiuto. Non sapendo cos’altro fare, lasciò che il motoscafo andasse alla deriva.
Alzò lo sguardo al cielo senza luna: non aveva mai visto stelle più brillanti. Il riflesso si scioglieva nell’acqua intorno a lei come una medicina effervescente in grado di dissolvere anche le sue paure. Abbandonandosi al flusso della corrente e fissando il cielo, sentì che tutto sarebbe andato per il meglio. Quando riabbassò lo sguardo sulla linea dell’orizzonte per cercare di orientarsi, si accorse di essere stata
trasportata verso riva. Con la coda dell’occhio vide un profilo scuro e si voltò per capire cosa fosse. Era un molo, con alle spalle una casa buia su una collina. Prese un remo e cominciò a dirigere la barca a terra, ma un’onda sulla fiancata la spinse verso il molo. Afferrò una cima e saltò sul pontile, scivolando e procurandosi una lieve distorsione alla caviglia, ma riuscendo a evitare che la barca vi sbattesse
contro. Ormeggiò con cura fissando la prua e la poppa prima di scavalcare faticosamente le rocce per raggiungere la spiaggia. Poi prese la strada che saliva alla stazione ferroviaria, zoppicando un po’ per il dolore alla caviglia. Tutto considerato, non era andata poi così male.
Voleva tornare a Salem, ma era mezzanotte passata e non c’erano più treni. Prese in considerazione l’idea di dormire sulla spiaggia. Era una notte tiepida e non c’erano pericoli, ma non intendeva dare un’altra preoccupazione al padre: ne aveva già abbastanza. E poi non voleva essere nelle vicinanze quando avrebbero trovato la barca rubata.
Così finì per fare l’autostop. Una decisione un po’ imprudente, pensò mentre si avvicinava all’automobile che si era fermata una ventina di metri più avanti e stava facendo retromarcia.
Alla guida c’era una donna fra i quaranta e i cinquanta, leggermente sovrappeso, con i capelli lunghi e gli occhi azzurri che brillavano alla luce delle auto di passaggio. All’inizio le disse che poteva portarla solo fino a Beverly, ma poi cambiò idea e decise di accompagnarla a casa, perché temeva che la ragazza
facesse ancora l’autostop e venisse raccolta da un assassino o uno stupratore. Mentre percorrevano
la Route 127, la donna raccontò a Zee le storie più orribili che conosceva sugli autostoppisti e si fece promettere che non avrebbe mai più chiesto un passaggio a uno sconosciuto. Zee promise, giusto per farla tacere.
«Le ragazze promettono sempre, ma poi fanno di testa loro», disse la donna.
Zee avrebbe voluto replicare che non faceva mai l’autostop, che non era certo il tipo della vittima, e che quella sera aveva chiesto un passaggio solo per coprire un reato da lei stessa commesso: il furto di un motoscafo. Ma temeva che una simile confessione avrebbe dato il via ad altri predicozzi, perciò tenne la
bocca chiusa.
Mentre scendeva dalla macchina, si voltò verso la sconosciuta per ringraziarla. Ma invece di dire «grazie», chiese con una voce che sembrava uscita da un cartone animato della sua infanzia: «Vuoi essere la mia mamma?».
Era solo un gioco, ma la donna ebbe un crollo nervoso. Cominciò a piangere come se non potesse più fermarsi.
Zee le spiegò che stava scherzando. Aveva già una madre, aggiunse, anche se non era vero, non più.
Niente di ciò che diceva riusciva a calmarla, e così alla fine pronunciò le parole che avrebbe dovuto dire fin dall’inizio: «Grazie per il passaggio».
Naturalmente Zee non le aveva dato il suo vero indirizzo: non voleva che magari le venisse in mente di entrare in casa e parlare a Finch. Si sarebbe nascosta nell’ombra finché l’auto non fosse stata lontana e poi avrebbe attraversato i prati dei vicini per arrivare a casa. Ma alla fine decise che poteva tranquillamente camminare per la strada. La donna stava piangendo troppo forte per notare dove
andava o come ci arrivava.
Dieci anni dopo, mentre faceva il tirocinio di psicoterapia – dopo essersi liberata del nomignolo Guaio –, la rivide in un gruppo in cura per gli attacchi di panico sotto la guida della sua mentore, la dottoressa Liz Mattei. La donna non si ricordava di lei, ma Zee l’avrebbe riconosciuta ovunque per i suoi luminosi
occhi azzurri, ancora lucidi di pianto. Aveva perso una figlia adolescente che era scappata di casa, disse. Alla ragazza era stato diagnosticato un disturbo bipolare, come alla madre di Zee, ma si era rifiutata di continuare a prendere il litio perché la faceva ingrassare. Era stata vista per l’ultima volta mentre faceva l’autostop sulla Route 95, in direzione sud, con un cartello scritto a mano su cui si leggeva
NEW YORK.
Era l’inverno del 2001 ed erano passati dieci anni da quando la donna aveva perso la figlia. Le Torri Gemelle erano crollate da poco. Il «gruppo attacchi di panico» era cresciuto, ma i pazienti originari erano stranamente diventati più calmi e si aiutavano l’un l’altro, come se la loro ansia fluttuante alla fine avesse preso forma, mentre il resto della nazione cominciava a sperimentare lo stesso terrore che
loro avevano provato ogni giorno per anni. Era la prima volta, per quanto Zee poteva ricordare, che i pazienti si guardavano in faccia. E quando la donna parlò di sua figlia, come faceva ogni settimana da quando erano cominciati gli incontri, gli altri membri del gruppo finalmente la ascoltarono.
«Così può ribaltarsi il mondo, in un attimo!» disse la donna.
«In un battito di ciglia», aggiunse qualcuno.
Si passarono i fazzoletti e piansero insieme per la prima volta; piansero per la ragazzina e per l’inevitabile perdita dell’innocenza: la sua e, naturalmente, la loro.

Di recente la diagnosi di disturbo bipolare era diventata molto frequente. Mentre all’inizio si credeva che cominciasse dopo la pubertà – com’era stato il caso della figlia della donna con gli occhi azzurri –, adesso veniva diagnosticato anche nei bambini a partire dai tre anni. Zee non sapeva cosa pensarne. Ultimamente le capitava spesso di avere due opinioni su molte cose. Non si era resa conto dell’ironia di questa novità finché Liz Mattei non glielo aveva fatto notare, convinta che lo facesse apposta. Ma Zee le aveva detto che era davvero così, che parlava seriamente. Per quanto fosse certa che il disturbo bipolare fosse una malattia da curare e che, se non veniva trattata, portasse a esiti quasi sempre devastanti, le sembrava sbagliato intervenire troppo presto con i farmaci. Questo era più in linea con le esigenze delle compagnie assicuratrici e delle case farmaceutiche che con il genere di aiuto che Zee si era preparata per anni a fornire.
La dottoressa Mattei, famosa a livello internazionale, aveva abbandonato da tempo il gruppo di pazienti affetti da attacchi di panico e ne aveva lasciato la supervisione nelle mani di Zee e di un altro psicologo. Liz adesso era concentrata sulla sua ultima intuizione per un sicuro best seller: la teoria che ogni figlia cerca di portare a compimento i sogni irrealizzati della madre. Ciò accade con allarmante regolarità – sosteneva la Mattei – anche se non conosce quei sogni, anche se non sono mai stati espressi apertamente. Non era un’ipotesi nuova. Ma era nuovo ritenere che si verificasse con maggiore probabilità proprio quando i sogni non erano mai stati espressi, nello stesso modo in cui chi non ricorda il passato è condannato a ripeterlo.
Zee aveva ripensato spesso alla donna con gli occhi lucidi, che era tornata alla seduta di gruppo solo una volta dopo quella sera. Si chiedeva quali fossero i suoi sogni irrealizzati, espressi o meno, e se la figlia, quando aveva fatto l’autostop sulla Route 95 e accettato il passaggio di uno sconosciuto diretto a sud, avesse messo in atto qualcosa per la madre.
Zee era stata contenta che la donna avesse lasciato il gruppo prima che Liz enunciasse la sua nuova teoria. Quella madre si incolpava già abbastanza della sparizione della figlia, chiedendosi giorno dopo giorno se avrebbe potuto cambiare il corso degli eventi dandole qualcosa che non aveva saputo darle, forse qualcosa di tangibile e persino banale come il vestito rosso nella vetrina dei magazzini Filene’s a Bos ton che non le aveva comprato. O la settimana al campo scout femminile che la ragazza aveva desiderato per anni.
Nessuno capiva meglio di Zee il concetto del «se solo». Lo viveva ogni giorno, e non aveva bisogno di cercarne il motivo. Pensava di sapere cosa aveva voluto la madre quel giorno di tanti anni prima, cosa avrebbe potuto aiutarla a risollevarsi dalla depressione. Era un libro di poesie di Yeats che suo padre Finch aveva regalato alla moglie Maureen il giorno delle nozze, ed era uno dei tesori di sua madre. Ma il «se solo» di Zee funzionava al contrario. Se solo non avesse dato alla madre ciò che voleva quel giorno, se solo non l’avesse lasciata da sola, forse avrebbe potuto salvarla.
 
1.
Lilly Braedon era in ritardo.
Liz Mattei infilò la testa nell’ufficio di Zee. «Fa un caldo del diavolo là fuori», disse. «Oddio, non sei in seduta, vero?»
«Dovrei», rispose Zee guardando l’orologio. Erano le tre e un quarto.
Mentre parlava, Liz cominciò a rivestirsi, calciò via le scarpe da jogging e si infilò la giacca del tailleur. Faceva tutti i giorni otto chilometri lungo il fiume Charles, con qualsiasi tempo. Quando aveva un surplus di appuntamenti, il che succedeva quasi sempre, teneva le sedute passeggiando sul fiume – la chiamava meditazione in movimento – e diceva ai pazienti che si sarebbero aperti più facilmente senza il suo sguardo indagatore fisso su di loro. Dopo la prima settimana di sedute all’aperto, tutti gli strizzacervelli di
Boston avevano cominciato a imitarla e ad andarsene in giro con i loro pazienti.
«Mio Dio, non sarà ancora quell’agorafobica! » Era una delle battute di spirito di Liz. Circa la metà dei loro pazienti soffriva di forme più o meno gravi di agorafobia, una patologia che nel migliore dei casi riduceva la percentuale di presenza alle sedute e che ultimamente aveva spinto la Mattei a far pagare gli
appuntamenti mancati con un aumento del cinquanta per cento, benché Zee applicasse raramente la nuova regola ai suoi pazienti.
Quel giorno Liz stava cercando di farla ridere con più determinazione del solito, il che significava che Zee era di nuovo accigliata. La sua espressione naturale era evidentemente così corrucciata da ispirare un approccio scherzoso, spesso da parte di completi estranei che sentivano la necessità di risollevarle in
qualche modo il morale. Proprio quella mattina, un anziano signore che aveva trascurato di raccogliere le feci del suo cane in Louisburg Square le era andato incontro e le aveva ordinato di sorridere.
Lei lo aveva fissato.
«Non può andare così male», aveva detto l’uomo.
Se non fosse stato più anziano di suo padre Zee gli avrebbe risposto di andare al diavolo, che quella era la normale espressione della sua faccia, e che una persona incurante di raccogliere gli escrementi del suo cane non dovrebbe avere il permesso di girare liberamente. Invece era riuscita a sfoderare un vago
sorriso.
«Allora, seriamente, di quale paziente si tratta?» Liz aspettava una risposta.
«Lilly Braedon.»
«La signora Perfezione», puntualizzò. «Ah, no, dimenticavo, quella sei tu.»
«Non ancora», rispose Zee un po’ troppo in fretta.
«Ah!» disse Liz. «Semplice semplice. Il caso è chiuso. Fanno trecentocinquanta dollari.»
«Molto divertente», commentò Zee mentre Liz raccoglieva le scarpe da corsa e lasciava la
stanza.

All’inizio era stato il marito di Lilly Braedon a cercare aiuto presso la clinica della dottoressa Mattei. La gente arrivava da tutto il mondo per farsi curare da lei. Grazie agli studi a Harvard e a un periodo di lavoro nella famosa clinica universitaria Johns Hopkins, la dottoressa Mattei era una psichiatra che poteva vantare notevoli credenziali.
Zee pensava spesso che una delle ragioni per le quali la dottoressa Mattei l’aveva assunta fosse la storia di sua madre. Il caso clinico di Maureen poteva diventare ottimo materiale per un nuovo libro. Ma Liz non aveva mai affrontato l’argomento con lei. Una volta Zee aveva espresso questa teoria, ma lei le aveva risposto che si sbagliava: in realtà l’aveva assunta per i suoi capelli rossi.

:: Intervista a Sergio Paoli

18 novembre 2010

365-storie-cattive-300x198Grazie Sergio di aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Iniziamo con le presentazioni. Parla di te ai nostri lettori. Chi è Sergio Paoli?
 
Ho iniziato pubblicando una raccolta di racconti brevi, per una iniziativa di beneficenza. Chi volesse questo libretto mi può scrivere a
sergio@sergiopaoli.com, lo invierò gratis. Nel 2009 ho pubblicato “Ladro di sogni” e quest’anno “Monza delle delizie”, entrambi con l’editore Frilli. Sono due romanzi (classificati da altri come noir): nel primo il tema è il razzismo, il leghismo, l’incapacità di capire e apprezzare le diversità. In “Monza delle delizie” racconto invece una storia di poteri e malaffari, una specie di profezia del bunga bunga insomma. Credo in una letteratura che faccia pensare, che sappia intrattenere il lettore lasciandogli lo spazio per usare il cervello, per camminare in uno spazio libero. In qualche modo i miei romanzi si possono definire seriali, legati l’uno all’altro dalla presenza del vice commissario Marini, della sua amica Viola e di altri personaggi. I miei romanzi sono ambientati tra Monza e Milano, nel cuore del movimento leghista e nelle vicinanze dei palazzi (veri del potere). Arcore è da quelle parti, per intenderci.
 
Raccontaci come è nato il tuo amore per la scrittura?
 
Leggendo. Sono un cultore della massima “leggi mille pagine e scrivine una”. La prendo molto alla lettera e scrivo con lentezza, lasciando maturare le storie nella mia mente e nel mio cuore. Un buon romanzo fa bene e entrambi, e riuscire in questo, nei confronti dei lettori, è quello che desidero.
 
L’8 novembre è uscito 365 storie cattive. Si tratta di una raccolta di 365 racconti di massimo 365 parole scritti da autori affermati ed emergenti. Ce ne vuoi parlare?
 
Paolo Franchini, di cui sono stato ospite a Varese per la presentazione di LADRO DI SOGNI mi ha contattato ai primi di agosto. L’idea mi è piaciuta subito e ho accettato, anche se non era facile.
 
Tutto nasce da un’ idea dello scrittore varesino  Paolo Franchini ed è per una buona causa. L’intero ricavato andrà devoluto alla fondazione A.I.S.EA Onlus, che promuove la ricerca per conoscere e curare una malattia neurologica infantile: l’emiplegia alternante. Il lavoro di uno scrittore può diventare davvero importante, d’aiuto per gli altri. Come ti hanno coinvolto?
 
L'Emiplegia Alternante è una malattia neurologica infantile molto rara le cui cause sono ancora del tutto sconosciute e per la quale non esiste una cura risolutiva. Io faccio solidarietà in vari campi, ma sono affari miei. Quando mi chiamano in causa, cerco di rendermi sempre disponibile. Poi era davvero una piccola cosa da scrivere. Difficile, ma piccola.
 
Come avete fatto a trovare un editore? E’ difficile trovare un editore quando si scrive per una buona causa?
 
Fin da subito Paolo ha chiarito che si sarebbe rivolto a un editore “on demand”, per semplificare la faccenda dei soldi e dei rendiconti. A me in questo caso andava benissimo. Il libro infatti lo potete acquistare
qua, oppure qua(ci sono due versioni con due copertine diverse, e anche questa è un’ottima idea). Trovare un editore è difficile sempre, scrivere per una buona causa non aiuta per niente.
 
Parlaci del tuo racconto. E’ davvero cattivo?
 
E’ cattivissimo. E’ la storia di una vendetta non premeditata, legata ai temi del lavoro e della televisione commerciale. Si chiama “Italia uno!”.  Ogni riferimento è voluto.
 
E’ difficile scrivere un racconto in 365 parole? Come ti sei organizzato?
 
Difficilissimo. Ho recuperato idee che avevo già scritto e pubblicato altrove, con un minimo di editing.
 
Come ti è nata l’idea per il racconto?
 
Mi sono immaginato quello che può succedere a chi passa tutta la vita lavorando e subendo, e ho pensato alla gocciolina che fa traboccare il vaso. Cioè quando non se ne può più di essere presi per il culo, insomma.
 
Che genere hai scelto giallo, noir, horror, thriller, gotico, fantascienza, spy-story?
 
Surreale-noir, se si può dire-
 
Ha già raggiunto un buon successo di vendite. Ve lo aspettavate?
 
Io lo speravo e spero che continui così. Per Paolo, soprattutto.
 
Oltre a te quali scrittori hanno aderito?
 
Altri 364. Fare l’elenco è dura, ti cito solo i più noti: Bucciarelli, Cappi, Tilde Ingrosso, Roversi, Franchini stesso…
 
Parteciperai di nuovo in futuro a iniziative come questa?
 
Basta chiedere. ^_^

:: Dal 27 novembre: Slittamenti progressivi della RAI il folle romanzo di Simone Sarasso

17 novembre 2010

slittamenti_raiFabio: Che ne dici di questa copertina? È come la volevi, no?
Io: Sì, c’è l’idea della Rai e degli slittamenti, ma forse si vede
ancora poco il concetto di golpe.
Riesci a metterci un po’ più di golpe? Ce la fai?
Fabio: Un po’ più di…?
Io: Golpe.
Fabio: Ah, un po’ più di golpe… adesso è chiaro. Nessun problema (ma che cazzo…).

Dove sarà arrivata la RAI tra due anni? La perdita di credibilità e autorevolezza continuerà a sgretolare il prestigio del servizio pubblico fino al suo completo disgregamento? La carcassa dell'emittente spolpata fino al midollo dalle quote partito, e dilaniata da conflitto di interessi ed esternalizzazioni cosa avrà lasciato della Tv di Stato? Nel suo feroce breve romanzo Simone Sarasso mette in scena in una documentatissima e calibrata ucroina (il flash forward rispetto all'attualità è di soli due anni), quello che sarà il destino della Radiotelevisione se le cose continueranno ad andare come vanno. Negli Slittamenti progressivi della RAI Carlo Rubini lavora in Rai. Da venticinque anni varca la soglia del civico 27 di Corso Sempione a Milano, passa i controlli di sicurezza, timbra il cartellino. Una mattina, però, si accorge che qualcosa non quadra: i dipendenti volatilizzati, le guardie giurate sparite, la desolazione che abbraccia l'intero edificio. Carlo non fa in tempo a chiedersi cosa sia successo: viene tramortito e perde i sensi. Al suo risveglio si ritrova chiuso in uno sgabuzzino insieme ad altri tre colleghi: Gennaro La Porta (il vecchio usciere napoletano), Sandra (la bomba sexy delegata di produzione padana) e il misterioso Dirigente. I quattro condivideranno un'esperienza al limite della paranoia, incerti se essere i protagonisti di un sequestro o di un macabro reality show. Durante la prigionia forzata, discuteranno animatamente del passato e del futuro della Rai, della sua progressiva perdita di quote di democrazia (parallela alla graduale privazione di libertà del Paese). Intorno a loro, lentamente, il mondo scivolerà nel baratro della follia.
Un romanzo grottesco e spietato, a metà strada tra The Big Kahuna, The running man e un dialogo platonico.
Un'analisi feroce e accorata delle (pessime) condizioni di salute della Televisione di Stato.

Dice l'autore:

"Slittamenti progressivi della RAI è un folle romanzetto (centocinquantamila battute) sul passato, sul presente e soprattutto sul disastroso futuro della TV di Stato. Il tutto raccontato alla mia maniera, ça va sans dire".
_________________________________

L'autore: Simone Sarasso, classe '78, vive a Novara. Scrive storie nere per la narrativa, i fumetti, il cinema e la TV. È suo il soggetto della serie inerattiva FRAMMENTI, andata in onda su Current TV (Canale 130 di Sky) nel 2009, e nel 2010 ha collaborato come soggettista con la casa di produzione TAODUE. Ha scritto racconti apparsi in diverse antologie (molte delle quali targate effequ) e, di quando in quando, firma articoli e recensioni per "Carmilla", "MilanoNera", e "FilmTV". Ha pubblicato i primi due romanzi di un trittico noir sui misteri e le trame della Storia d'Italia dal dopoguerra a Tangentopoli: Confine di Stato (Marsilio 2007, finalista al premio Scerbanenco) e Settanta (Marsilio 2009) È autore insieme a Lorenza Ghinelli e Daniele Rudoni di Jast (Marsilio 2010), il primo serial tv su carta. Sempre con Daniele Rudoni è autore della graphic-net-novel United We Stand (Marsilio 2009), futuro ideale della trilogia. Per effequ, nel 2007, è uscito Turkemar, strampalata biografia del più grande corner italiano di tutti i tempi, Fred Buscagione.
Slittamenti progressivi della RAI – di Simone Sarasso, Effequ, pp.120, euro 7,50

Recensione di ā€œEcosofiaā€ di Paolo La Torre, Et/Et 2010 a cura di Riccardo Falcetta

17 novembre 2010

ecosofia_mediumPadre Paolo ha occhi che hanno visto il degrado del dolore divenire carne, vita degli “invisibili”; tessuto connettivo tra migliaia di persone lontane dall’occidente iperesposto e oltre il margine di ogni vivere che possa considerarsi civile. C’è severità nello sguardo e nelle parole di questo sacerdote, nessuno spazio per la retorica: parole che recano gelo, per il peso della loro verità, una severità che nel farsi denuncia rimane espressione di rigore e speranza, nonostante tutto.
Da anni Paolo Latorre, missionario comboniano, vive e opera presso Korogocho, una tra le oltre duecento baraccopoli che, ai bordi di Nairobi, raccolgono metà dei cinque milioni di abitanti di tutta la capitale del Kenia. Un paese che dall’Occidente attrae interessi economici e accoglie nei propri resort da sogno torme di turisti più o meno ignari dell’incubo di quell’umanità che si consuma a pochi passi.
San Daniele Comboni, la fondò nel 1967: dopo dieci anni sarebbe divenuto primo vescovo in Africa. Il suo piano per la rigenerazione di quel continente contemplava due principi rivoluzionari per la chiesa e il mondo di allora: l'evangelizzazione dell'Africa doveva attuarsi con l'opera diretta degli africani (salvare l'Africa con l'Africa, era il suo motto); evangelizzazione e promozione umana dovevano procedere insieme.
Padre Paolo e confratelli, da anni si battono per il recupero dei ragazzi che lavorano nelle discariche inquinanti, le cui esalazioni mietono vittime nell’intera popolazione dello slum. Come l’alcol, di pessima qualità, prodotto dalle donne per il guadagno. Come la prostituzione – la paura più grande non è per loro quella di poter morire, ma quella di rimanere incinte. I comboniani lavorano per evangelizzare e, soprattutto, istruire; tentano di restituire un tessuto sociale sano e autonomo a una comunità e a una terra che l’opulenza dell’Occidente continua a preferire eternamente “bambina”, mentre resta terreno di sfruttamento. L’Africa è il ripostiglio della nostra civiltà, dice padre Paolo.
Ma cosa possiamo fare noi, qui, nel nostro piccolo?, chiede qualcuno. Le offerte sono certamente un aiuto dice il frate, ma non sono la via maestra. Non vanno vissute come consolatorie o in senso pietistico. Serve soprattutto rendersi conto che uno sviluppo globale più equo è possibile, a partire dai piccoli cambiamenti apportabili alle nostre vite. Meno spreco, di spazi e risorse: la condivisione. Serve un ripensamento della nostra vita, prima che anche per noi sia troppo tardi”.
 
Può, dunque, il puro spirito ambientalista sposare le istanze della teologia cristiana? Considerando alcuni passi della Bibbia, l’enciclica “In Caritas Veritate”, di Papa Benedetto XVI, e gli insegnamenti di quel San Francesco che dopo Cristo fu la vera coscienza rivoluzionaria della Chiesa cattolica, sì, parrebbe possibile. Anzi, “Ecosofia – per abitare il mondo”, erige l’ecologia a condizione del pensiero, forse ad autentico precetto di fede. Nel libretto, pubblicato dalla Et/Et, nella nuova collana “Riflessioni”, Paolo La Torre,  rivede i temi classici dell’ecologia, e dunque, il rispetto per l’ambiente, per il pianeta e le sue diversità, e la condivisione delle risorse, attraverso la parola evangelica. È estremamente importante proteggere il genere umano  dall’autodistruzione. C’è bisogno di una ecosofia, una ricerca del saper abitare questo mondo, mantenendo l’armonia tra il creato e l’Umanità. E ancora: La crescita e lo sviluppo significano cambiamento, i cambiamenti richiedono scelte e ogni scelta comporta un rischio, passando dal conosciuto all’ignoto. L’AMORE di Dio è presente in questo straordinario viaggio.
Punto di vista condivisibile o meno, a seconda che sia la Fede a guidarci o una visione laica. Chi scrive, è convinto che una idea antropocentrica come quella cattolica, totalmente imbevuta di specismo, nella misura in cui vede l’uomo al centro e come amministratore e custode del Creato (Dio li benedisse e disse loro: – siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra, e soggiogatela. Abbiate dominio sui pesci del mare, sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente che striscia sulla terra. Genesi 1:27-28) dia adito da sempre a fraintendimenti. Commentando, La Torre prosegue: Sottomettere la terra non è un invito a trattarla come ci pare e piace […] dovrebbe essere inteso come l’esercizio della nostra autorità e capacità a risolvere situazioni in cui la natura può sembrare difficile da viverci e ostacolare la nostra attitudine a continuare, completare la creazione… Un concetto che sposta più in là il pensiero cristiano ma che, a nostro avviso, antropocentrico e limitante, tuttavia, resta.
Allora forse bisognerebbe spiegare all’Uomo come egli non sia che una parte della “creazione”, in un breve arco della Storia e che non sarà per sempre. Il mondo non gli appartiene se non nella misura in cui lui stesso è parte di una biodiversità che non ha il diritto di calpestare in nome di una superiorità biologica e morale (morale??) che rischia anche, per le sue azioni, di tracollare ed estinguersi prima del tempo.
L’impianto teologico dello scritto, poco o nulla toglie, comunque, al peso universale delle riflessioni di padre Paolo. Comboniano, si diceva, di stanza nelle baraccopoli di Korogocho, in Kenia.
Un paese che dell’Occidente emula l’espansione urbanistica selvaggia, fatta di spazi divorati dal privilegio, innalzata da grattacieli imponenti e semideserti. Un’attitudine predatoria e neocolonialista che reca squilibrio a spese dei più poveri, producendo sui margini centinaia di slums: baraccopoli, metastasi di un corpo malato. Soltanto Korogocho conta 120.000 abitanti, e sette “villaggi”, stipati in soli 1,5 Km2.  Per casi simili, tutt’altro che sporadici, in Africa e altrove, la sola freddezza delle statistiche può indurci a riflettere.
L’upgrading, il risanamento di baraccopoli come Korogocho deve considerare che da una parte del mondo (o di Nairobi stessa) si vive quattro persone in uno spazio enorme, sprecato, e dall’altra parte si vive con una altissima densità di popolazione, dove lo spazio manca ma non il profumo della vita vissuta in profondità!Questo dell’urbanizzazione è il  tema pressante e terribile del secondo capitolo e delle appendici fotografiche del libro. Tutto ciò che consumiamo in più in termini di spazi e risorse, rispetto a quanto è necessario, lo sottraiamo a qualcun altro che rimane più povero di noi. Per questo a Korogocho non vogliamo frigoriferi. Fondamentale: acquistando “Ecosofia”, con soli 5 euro contribuirete all’opera dei missionari comboniani nei villaggi del Kenia.
http://www.comboniani.org
Riccardo Falcetta

:: Il ghigno di Arlecchino di Adriano Barone a cura di Stefano Di Marino

17 novembre 2010

il_ghigno_dellIL GHIGNO DI ARLECCHINO di Adriano Barone- Asengard- 9.90 euro
Stefano Di Marino
Lo dicevo io… Adriano Barone lo conosco da un sacco di anni. Si presentò a un festival di Udine sul cinema asiatico. Era stato studente della mia amica Nicoletta Vallorani. Un ragazzo pieno di entusiasmo e interessi. All’epoca era agitatissimo. Aveva appena consegnato un  soggetto a Johnnie To per un film. Non so come andò a finire. Non se la prenda Adriano (con cui abbiamo lavorato anche in un corso di scrittura): la sua professionalità è pari solo alla sua’ faccia’ o mancanza di tale che lo spinge a essere… ecco diciamo weird, come il filone narrativo in cui si è lanciato anima e corpo (affermazione non casuale perché  tutto l’essere di Adriano come persona e autore ha qualcosa di  estremamente  ‘fisico’). Quando lessi per presentare la sua antologia di racconti  Carni (e)strane(e) trovai la conferma di un grande talento. Il racconto d’esordio ‘Minibimbi’ è una fucilata al cervello che innesca il desiderio di entrare (a proprio rischio) nel suo universo fantastico. Il  Ghigno di Arlecchino prosegue per la strada del Weid. Non un genere facile, non un genere per tutti e credo che l’autore ne sia più che consapevole. Nondimeno una strada interessante da battere. Spero che sia considerato un complimento ma la lettura di questo romanzo complesso ma perfettamente strutturato ed eseguito con un linguaggio adeguato (che è lo specchio del suo autore) mi ha ricordato i testi di Jodorowski. La casta dei Metabaroni illustrata da Jimenez, le fantasie dell’autore di Psicomagia rese graficamente da Cadelo, da Bouq. Non che Adriano abbia copiato ma sicuramente l’influenza del maestro che ci ha regalato El Topo e La montagna  sacra si sentono e che io citi paragoni fumettistici e cinematografici non è casuale. Ecco, forse vi siete fatti un’idea. Be’, preparatevi a ribaltare completamente la vostra opinione perché uno dei tratti più weird di questo romanzo è il continuo ribaltamento di fronte. Come se i tracciati attraverso i quali ci si muove (o ci si vorrebbe muovere?) creati da Adriano mescolassero le carte. Essere unico o duplicazione di un tiranno? Osceno anti eroe o angelo di purezza costretto in un mondo di follia? Il Ghigno di Arlecchino merita anche una nota all’illustratrice-Rom che meglio non avrebbe potuto cogliere lo spirito del romanzo. Se credete di aver visto tutto nel fantastico… perdete ogni speranza o voi che entrate… vi aspettano cose che voi umani non immaginate neanche.

Recensione di ā€œCome cambierĆ  tutto. Le idee che trasformeranno il nostro futuroā€ di John Brockman a cura di V. G. Colapinto

16 novembre 2010

Futuro Prossimo Venturo 

Come cambierà tutto. Le idee che trasformeranno il nostro futuro” di John Brockman (trad. di Irene Bartolozzi, Silvia Bencivelli e Chiara Roglieri): 371 pp. in brossura, prezzo di copertina €23 [il Saggiatore, 2010]. 

John Brockman (Boston, 1941) è un personaggio unico. Agente letterario di scienziati e divulgatore scientifico lui stesso, ha fondato nel 1988 la “Edge Foundation”, sito web e forum online con il compito di promuovere la cosiddetta “terza cultura” (termine da lui stesso coniato), ossia un luogo d'incontro tra cultura umanistica e scientifica in cui nascono forme di scienza-arte come la biomimetica, che si ispira alle soluzioni messe a punto dalla natura, o la neurocosmetica, che utilizzerà la stimolazione cerebrale profonda per modificare la nostra personalità. Perché a nuovi strumenti corrispondono nuove percezioni e grazie alla scienza creiamo nuove tecnologie che finiscono per ricreare noi stessi.

Il principio ispiratore di Brockman è che per arrivare alle ultime frontiere della conoscenza occorre cercare le menti più complesse e sofisticate e riunirle in una stessa stanza, affinché si pongano l'un l'altra le domande che rivolgono a loro stesse. Internet rende molto più facile il procedimento.

Ogni anno Edge pone alle menti più brillanti del mondo un quesito. La domanda del 2009 è “Che cosa cambierà tutto? Quale idea capace di stravolgere le regole del gioco ti aspetti di vedere nel corso della tua vita?” e questo libro raccoglie ben 133 risposte date da molte delle più autorevoli voci della scienza e della cultura contemporanee. Rispondono personaggi come J. Craig Venter, Richard Dawkins, Ian McEwan, Brian Eno, Nick Bostrom e molti altri. Le risposte sono, ovviamente, le più diverse possibili ma tutte o quasi interessanti, a volte sconcertanti.

Per Craig Venter costruiremo in laboratorio organismi viventi in grado di creare nuovi combustibili naturali o riciclare l'anidride carbonica, risolvendo così i grandi problemi che ci affliggono.

Secondo Sherry Turkle presto avremo robot di compagnia; ad accudirci nella vecchiaia non ci sarà una badante rumena ma un robot socievole (per la felicità dei movimenti xenofobi), i nostri nipotini giocheranno con un pet-robot (ideale per i bambini allergici) piuttosto che con un cagnolino e quando diventeranno più grandi forse preferiranno una fidanzata-robot a una in carne e ossa, molto più esigente e meno affidabile. Oggi discutiamo sui matrimoni gay, domani litigheremo su quelli tra uomini e robot. E le chiese poi riconosceranno un'anima ai robot intelligenti?

Richard Dawkins pone come uno dei prossimi obiettivi quello di combattere lo specismo, infrangendo la distinzione assoluta tra umano e animale. Questo avverrà probabilmente quando avremo ricreato in laboratorio l'anello mancante tra l'uomo e la scimmia, Lucy seconda.

Ian McEwan immagina città ricoperte da enormi pannelli fotovoltaici, le cui titaniche torri solari soppianteranno simbolicamente le vecchie cattedrali medievali.

Sono stati interpellati anche degli italiani, spesso cervelli in fuga, come l'arch. Stefano Boeri, che dà la risposta più lapidaria: “scoprire che qualcuno dal futuro è già venuto a trovarci”, la filosofa Gloria Origgi, secondo cui stiamo passando dall'Era dell'informazione all'Era della reputazione o il neuroscienziato Marco Iacoboni.

E ancora: scoperta della materia oscura o della vita su altri pianeti, bambini su misura o telepatia sintetica (con interfacce cervello-macchina), durata della vita estesa a mille anni o macchine coscienti, geoingegneria o fusione in laboratorio, genomica da banco o computer quantistici portatili.

Forse gli eventi in assoluto più pronosticati sono il contatto con civiltà aliene e l'avvento della Singolarità Tecnologica, ossia di un'intelligenza artificiale e dello sviluppo esponenziale che ne deriverà. Si spera anche che i progressi scientifici permetteranno una nuova età dell'abbondanza come quella del passato dopoguerra, allontanando i fantasmi di penuria, siccità e disastri ambientali che tormentano gli uomini del nuovo millennio. Il futuro che ci aspetta potrebbe quindi rivelarsi meraviglioso e sorprendente, sfatando il catastrofismo oggi tanto di moda, ma nulla è certo e deciso.

Alla fine della lettura, credo si possa riaffermare – come diceva il Nobel per la fisica Dennis Gabor, padre del laser – che “il futuro non si prevede, si inventa”. Di fronte a noi abbiamo un'infinità di possibilità, tutte straordinarie e tutte concretizzabili. Starà a noi decidere quali realizzare. Saremo noi a scegliere tra utopia e distopia, tra estinzione del genere umano o suo superamento con una super-specie nata dalla fusione tra uomini geneticamente modificati e macchine intelligenti. 

Valentino G. Colapinto

Intervista ad Andrea G. Colombo a cura di Valentino G. Colapinto

12 novembre 2010

cover_DIACONOLiberi di Scrivere intervista Andrea G. Colombo 

“Ho visto il futuro dell'horror italiano e si chiama Andrea G. Colombo.” Parafrasando Stephen King, potremmo così definire lo sfolgorante esordio costituito dal Diacono, un libro importante che dimostra quanto sia vivo e talentuoso l'horror letterario italiano. Ecco a voi “Libertini” un'intervista monstre (e poteva essere altrimenti?) all'Autore. Dieci domande dieci per metterlo sotto torchio. 

Grazie Andrea per aver accettato la nostra intervista; iniziamo con le presentazioni. Sei nato a Legnano nel 1968, hai praticato per molti anni arti marziali e da tempo sei uno dei più attivi promotori dell'horror sia letterario che cinematografico in Italia. Hai creato il primo sito web italiano dedicato, Horror.it, e sei stato l'ideatore e direttore del mensile Horror Mania e del suo cugino Thriller Mania. Hai già scritto numerosi racconti, ovviamente horror, e curato diverse antologie. Il Diacono è il tuo primo romanzo. Vuoi aggiungere altro?

Non senza il mio avvocato… Grazie per la bella introduzione, Valentino. Ho deciso che ogni volta che sarò giù di morale, ti chiederò di farmi un'intervista così mi tiri su subito! È strano per me essere intervistato: di solito le interviste le faccio io. Ora so come ci si sente. Una specie di esame a scuola. Posso partire con l'argomento a piacere? 

Dopo aver letto Il Diacono, la domanda sorge spontanea: credi nel Diavolo o in altre forze maligne soprannaturali? Sei cristiano? In ogni caso, immagino che l'Esorcista sia uno dei tuoi film preferiti.

Ci ho creduto ciecamente, finché non ho messo la parola “fine” in fondo al manoscritto. Non puoi pretendere di riuscire a sospendere l'incredulità del lettore, se tu per primo non ti metti in gioco. Per quasi due anni ho cercato di essere assolutamente ricettivo, ho alzato le antenne e ho lasciato che i personaggi del romanzo (dei sociopatici, lasciamelo dire) fossero per me reali, persone fisiche delle quali mi limitavo a raccontare la storia, senza inventare nulla. Molte delle scelte operate in corso d'opera sono state del tutto inaspettate e dettate solo dal susseguirsi degli eventi e dal profilo psicologico dei personaggi. In poche parole, sono stato un biografo, niente di più. 

Sul fatto che io creda o no nel diavolo, posso solo dirti che ho appena preso un micino tenerissimo, che adoro da morire: è nero, ha gli occhi gialli e l'ho chiamato Lucifero. I casi sono due: o sono un insidioso adoratore del demonio, o non me ne può fregare di meno… 

Del resto la Chiesa stessa non ha ancora deciso se credere o no a Satana. Gli insegnamenti ai sacerdoti sono all'insegna del razionalismo, e Satana è stato declassato allo status di allegoria delle umane debolezze. Che fine ingloriosa per il Principe delle Tenebre. Posso solo immaginare quanto starà rosicando. 

Detto questo, lasciami aggiungere che – a mio avviso – le tematiche affrontate dalla religione sono il materiale più interessante in assoluto per un autore di horror. Per me l'horror teologico/apocalittico è l'horror tout court, non faccio distinzioni. Parliamo di anima, di bene e male, di vita dopo la morte, di lotta per la salvezza del genere umano o della sua dannazione, di creature soprannaturali terrificanti, di metafisica, vita e morte… Si può chiedere di più? 

Com'è nato il personaggio del Diacono? In qualche misura ritieni che ti rispecchi?

Devo andare indietro di almeno venticinque anni. L'idea mi venne mentre ero in vacanza, sulla riviera romagnola. C'era un tempo schifosissimo, ma andai lo stesso in spiaggia: mi piacciono i temporali e vederli scatenarsi sul mare è uno spettacolo unico. I fulmini che scoccano tra un mare di piombo e il cielo di ardesia… i tuoni che ti vibrano dentro da tanto sono forti e vicini. Era uno scenario potente, esaltante e oscuro. Immaginai lì l'idea alla base del romanzo, la rivelazione finale. Per questo ne Il Diacono piove sempre. 

Sul come e perché mi venne quell'idea, però, non ho spiegazioni. Arrivò e basta. Spesso succede così. Davanti a quel mare in tempesta mi venne un pensiero lucido: “Cosa succederebbe se…” 

Da lì in poi ho continuato a modificare, aggiungere, ripensare, cancellare e rifare daccapo, ma non mi sentivo pronto ad affrontare l'impresa del romanzo. Così ho iniziato a scrivere e pubblicare racconti, considerandoli una palestra per arrivare ad acquisire la “resistenza” necessaria a calarmi nell'universo che avevo creato senza venirne spappolato. Non volevo sprecare l'occasione, così ho lavorato a testa bassa fino a quando decisi di testare il personaggio su Horror Mania. Dovetti modificare un po' di cose per renderlo più semplice e gestibile dai lettori, e non svelai mai il segreto custodito alla base della storia. Segreto che, ovviamente, nel romanzo diventa il fulcro centrale della vicenda. 

Ho aspettato che Horror Mania chiudesse, ho lasciato decantare un po' le cose e quando Paolo De Crescenzo mi ha convinto che era tempo di buttarsi, mi sono buttato. Ritengo che scrivere un romanzo debba essere un atto consapevole, e volevo che tutto fosse pronto per quello che considero un “evento” nella mia vita. Sapevo che scrivere questa storia mi avrebbe provato e così è stato. Però sono sopravvissuto ed è quello che conta, no? 

Riguardo alla seconda parte della tua domanda, credo che ci sia qualcosa di me in ogni personaggio. Magari solo un granello di sabbia, ma buoni o cattivi che siano, c'è. Forse io sono tutti loro, mentre nessuno di loro è me. Quindi, da oggi, puoi chiamarmi Legione.

Non è molto rassicurante come risposta, vero? Come puoi vedere, quando poco fa ti dicevo che scrivere Il Diacono mi ha provato, non scherzavo. 

Come scrive giustamente Paolo De Crescenzo nella prefazione al Diacono, hai uno stile molto cinematografico ed essenziale, privo sbavature e inutili fronzoli e degno di un autore maturo. Quali ritieni essere i tuoi modelli e maestri, se ce ne sono?

Certo che ce ne sono, e ce ne sono tanti, perché da ogni autore si può imparare qualcosa. Si deve leggere tantissimo, autori diversi e non solo autori tradotti. La maturazione di uno stile è un processo lungo e difficile; sono solo all'inizio del mio percorso, un viaggio che credo non debba finire mai, perché quando ci si ferma, quando si smette di studiare e imparare, allora tanto vale smettere. Tutti i grandi della narrativa horror e thriller contemporanea mi hanno dato qualcosa; chi in termini di stile, chi per il ritmo o per l'uso dei dialoghi, ma sto cercando di metabolizzare ogni spunto per proporlo seguendo la mia sensibilità, lasciando a briglia sciolta la mia creatività per ottenere un unico risultato: prendere alla gola il lettore sin dalla prima riga e non mollarlo finché non scrivo la parola fine.  

Non può esserci altro m
odo di scrivere per me. Impatto diretto, velocità e ritmo, nessuno sconto, nessuna censura, ma nemmeno nessun compiacimento per inutili scene di bassa macelleria. Per ottenere questo risultato, ne Il Diacono ho fatto diverse scelte “drastiche”. 

Mi piace rischiare. 

Sei uno dei maggiori esperti italiani di horror. Secondo te, è ancora possibile riuscire a spaventare un lettore smaliziato con un romanzo dell'orrore, dopo tutta l'abbuffata di splatter e horror più o meno estremo che abbiamo assimilato in questi decenni al cinema, in tv, nei fumetti e nei videogiochi?

Credo che la narrativa non possa né debba inseguire il cinema nello spavento della porta che sbatte o dell'urlo improvviso. Si possono usare come espedienti – non dico di no – aggiungono un pizzico di sale, ma non reggono la distanza. Il cinema ne fa largo uso, perché non ha i mezzi della narrativa, mentre nel romanzo – viceversa – non hai colonna sonora né gli effetti speciali: gli unici effetti speciali sono la testa dello scrittore e quella del lettore. Si lavora in coppia, quindi non puoi barare, né lasciare che la tua vanità ti porti a mostrare quanto sei bravo perdendoti per strada il lettore. Se si accorge che reciti, sei fottuto e si distrae.   

Per questo non amo i fronzoli, per questo detesto sentire la voce dell'autore. La lingua che si usa è importante. Mentre scrivo, io non esisto, ci sono solo loro, i miei personaggi. L'autore è un'inutile, noiosa zavorra; si deve levare di mezzo e lasciare che i personaggi volino, sfreccino come missili dritti al cervello e al cuore del lettore, o resteranno solo fantocci di carta. Quando in una pagina la voce dell'autore sovrasta quella dei personaggi, provo un senso di fastidio. La percentuale di libri che sto mollando a metà lettura a causa di questo vizio, si è alzata drasticamente.  

La narrativa horror, oggi, deve fare i conti con cinema e videogame: montagne russe emotive che svezzano i ragazzini, creando macchine da guerra pronte a tutto. Se non si capisce questo, se si va avanti a scrivere horror come lo si faceva venti o trent'anni fa, la scommessa è persa. Tanti saluti, game over. I meccanismi della paura sono sempre gli stessi, ma sono cambiate le modalità per metterle in atto e ne Il Diacono ho provato a forzarne i limiti.  

Credo che ci siano ancora margini per fare di peggio. Molto peggio. Vedremo col mio prossimo esperimento fin dove riuscirò a spingermi… 

Passiamo all'horror cinematografico. Non ritieni altresì che i film dell'orrore – troppe volte, purtroppo, stereotipati e indirizzati a una platea di teenager – siano stati forse superati in “orrore” dalla realtà stessa, vedi l'11 settembre, le decapitazioni in diretta tv o le torture praticate dall'esercito americano? Qual è il senso dell'horror oggi e a quali obiettivi deve puntare?

Come sostengo da qualche tempo, l'horror cinematografico è schiavo del fardello del budget, per questo campa di remake o di teen movies. Una stanza, due personaggi e tanto sangue finto. Questo è il film che viene fatto e rifatto all'infinito, cambiando dettagli e riscaldando la minestra. L'horror al cinema è una macchina per soldi, perché con poco realizzi un film che puoi vendere in tutto il mondo. Però non significa che se incassi tanto hai fatto un bel film… 

Poteva ancora funzionare nei gloriosi anni '80, ma per la miseria son passati trent'anni: quanti Evil Dead, Chainsaw Massacre, Venerdì 13 e Amityville dovremo rifare, prima di capire che non si può stiracchiare all'infinito lo stesso canovaccio? L'ultimo vero evento di cui abbia memoria è stato il The Ring di Gore Verbinski. 

L'errore madornale – più o meno incidentale – è stato quello di voler a tutti i costi proporre un horror sempre meno soprannaturale, sempre più concreto, ed è qui che iniziano i guai, perché sai che c'è? A me terrorizza di più un telegiornale che Saw. Saw mi diverte, il TG mi crea ansia.  

Non potrai mai sorpassare le nefandezze della realtà, perché da una parte c'è gente che muore davvero, dall'altra no. Facile e terribile al tempo stesso, non credi? 

Se la platea fa il tifo durante le torture degli sfigati di turno, come regista – mi spiace – ma hai fallito il tuo obiettivo. Stai mettendo in scena un Luna Park, non un horror movie. Solo che adesso si fanno film per far sghignazzare le platee… Io le voglio ammutolite dalla paura, agghiacciate di terrore, altro che sentire sgranocchiare il pop corn! 

Il caso Halloween è per me emblematico: il cult di Carpenter, nelle mani del pur capacissimo Rob Zombie, è diventato uno slasher qualsiasi. Troppe spiegazioni, troppe giustificazioni, troppa macelleria, poco coraggio. Occorre lasciare zone oscure, parlare di cose che non potremo mai spiegare, creare il disagio, non spiegarlo! Il mostro deve restare mostro e non me lo devi psicanalizzare, sennò diventa un disadattato qualsiasi e bruci tutto il fascino dell'ignoto. 

L'horror è buio e mistero, inspiegabile e sublime terrore. Se non lo capisci, se non lo accetti per quello che è, il thriller è il genere che fa per te allora. È un genere degno che funziona benissimo. Ma occorre decidere da che parte stare. 

Scendendo più nei particolari, preferisci l'horror viscerale e materialistico del torture porn (Hostel, Martyrs, À l'intérieur…) oppure quello più sottile e psicologico dell'estremo oriente (The Ring, The Grudge, Two Sisters…)?

Non amo i torture porn, perché mi annoiano. L'idea del primo Hostel era stimolante, ma il seguito mi ha deluso. Vedere una sequenza di morti, più o meno creative, non mi trascina. Mi disgusta, magari, mi disturba, ma non colpisce la mia immaginazione e io sono uno che si stufa in fretta. Sono film “bidimensionali”: se ti occupi solo del mio stomaco e non del mio cervello, non stai facendo bene quello che fai. Vorrei vedere più film come The Ring (quello USA), come quelli di Carpenter (su tutti Il Signore del Male), oppure L'Esorcista (il primo), L'avvocato del Diavolo, Angel Heart, 30 giorni di buio, Alien, Punto di non ritorno, Hellraiser… Chiedo troppo? 

Tra vampiri, licantropi, zombi, fantasmi o altro, qual è il tuo mostro preferito e perché?

Spettri. Sono gli unici di cui ho scritto tra quelli che hai nominato. 

I vampiri li hanno conciati davvero malissimo, poveracci. I Licantropi non hanno mai davvero avuto un vero pubblico; tornano fuori ogni tanto, ma non sono delle “star”. Al massimo dei comprimari. Gli zombi mi piacciono: conservano una loro integrità (a differenza dei vampiri), ma sono forse un po' troppo sfruttati. Mi sta piacendo The Walking Dead, mentre la saga di Resident Evil mi ha davvero esasperato. 

Quali sono i tuoi prossimi progetti letterari e non?

Un documentario per la TV sul cinema horror, poi una cosa che ha a che fare con gli zombi e che coinvolgerà molta gente (un progetto un po' strano, vedremo se e come si concretizzerà) e un nuovo romanzo. Quale sarà il romanzo a cui lavorerò di qui a qualche mese ancora non lo so. Ci sono tre trame che sgomitano: quella che mi convincerà di più, la p
iù definita che la spunterà nel momento in cui mi pruderanno i polpastrelli, vince. Tra queste, c'è anche il ritorno dei miei monaci… 

Un'ultima domanda, che è ormai diventata un vero e proprio tormentone: secondo te è Alien è un film fantascientifico o piuttosto horror? Motiva la tua scelta!

È un horror. L'horror non ha ambientazioni obbligate. È un parassita che infetta le realtà, deformandole. Per questo ci sono i western-horror, i fantasy-horror, ecc. ecc. 

La prova è che la stessa trama in un castello medioevale o in un ospedale abbandonato avrebbe funzionato ugualmente. L'astronave è del tutto accessoria. Solo un espediente scenografico. 

E poi Ripley va in giro in canottiera e si sa: se a un certo punto del film, c'è una ragazza mezza nuda o in canottiera, non ci sono santi. È un horror… šŸ˜‰ 

Valentino G. Colapinto

:: Recensione di L'assassino dentro di me di Jim Thompson a cura di Stefano Di Marino

10 novembre 2010

2Dove nasce il Male? Domanda ineludibile di fronte alle migliori opere ā€˜noir’. GiĆ … ogni volta che prendo in mano un romanzo di Jim Thompson mi dico ā€˜Questo ĆØ senz’altro il migliore’, eppure, ogni volta, che Ā ne inizio un altro mi devo ricredere. Di certo questo The killer Inside Me da cui ĆØ tratto il film di Michael Winterbottom con Casey Ā Affleck, Jessica Alba e Kate Hudson non risparmia colpi allo stomaco. Sono anche curioso di vedere il lavoro di adattamento del veterano Ā John Ā Curran perchĆ© non ĆØ un testo facile da portare sullo schermo. La voce narrante Ā qui, più che in altri romanzi, non ĆØ solo cifra stilistica ma parte integrante dello svolgimento del plot. Il romanzo in sĆ© ĆØ giĆ  uno shock, soprattutto se pensiamo che fu pubblicato nel 1952. Un’America rurale, per certi versi retrograda al confine tra l’era moderna e quella del Wild West. Central City, fondata nel 1870 ĆØ, a tutti gli effetti, una cittĆ  del West e il suo sceriffo, Lou Ford, ĆØ il frutto di quell’America che ha costruito se stessa con una facciata di perbenismo, torta di mele e bandierone a stelle e strisce ma cela un animo selvaggio. Questa, più che la trama gialla in sĆ©; ĆØ Ā la lama che Ā Thompson rigira cosƬ bene nelle menti dei lettori. Può sembrare bizzarro ma l’identificazione con la parte oscura di Lou, i suoi segreti, i suoi obiettivi e i mezzi per realizzarli diventa quasi istantanea. Sembra che a ogni pagina, a ogni virgola ammicchi e chieda la tua complicitĆ . Manipolandoti come faĀ  (o cerca di fare?) con coloro che gli stanno intorno. Forse perchĆ© ha delle ragioni. Forse perchĆ© la sua ĆØ una malattia. Forse perchĆ©, nella complessa trama di dark lady, di uomini di legge, disgraziati, arroganti, ingenue e perfide fidanzate di gente vera Ā insomma, il lato più spietato di Lou ha un risvolto Ā sinistramente vicino a quello di chi legge. Un mondo senza speranze? E Ā Ā quando mai ne ha avute? Come a un fatale appuntamento cui si va con i soldi in tasca e la speranza di poter rimettere a posto le cose con un trucco e poi ti accorgi che in trappola ci sei finito tu, in qualche modo, speri sempre che la storia svolti in una direzione consolatoria. Ma non ĆØ cosƬ. Non sarebbe Thompson. Non sarebbe il ā€˜miglior nero’ di un Ā autore maledetto che ogni volta si gioca di te perchĆ© il suo ā€˜miglior nero’ ĆØ quello che stai leggendo. Cominciate da questo per scoprirlo.

James Myers Thompson, detto Jim (Anadarko, 27 settembre 1906 – Hollywood, 7 aprile 1977), ĆØ stato uno scrittore e sceneggiatore statunitense di genere noir.
Thompson deve la sua fama principalmente ai romanzi. Ne ha scritti più di trenta, molti dei quali nel suo periodo più prolifico, dalla fine degli anni quaranta alla metà degli anni cinquanta. Poco apprezzato in vita, la sua statura di autore cresce negli anni ottanta con le riedizioni dei suoi romanzi per la casa editrice Black Lizard.
I personaggi che popolano i libri di Thompson sono truffatori, perdenti, psicopatici; alcuni di questi vivono ai margini della societĆ , altri vi sono perfettamente inseriti. La visione nichilista dell’autore ĆØ quasi sempre espressa da una narrazione in prima persona; la profonditĆ  della sua comprensione degli abissi della follia criminale ĆØ quasi spaventosa. Difficile trovare personaggi “buoni”, nei suoi libri: anche quelli apparentemente più innocui mascherano egoismo, opportunismo e vizio. (Fonte Wikipedia).

:: Recensione di Il Paradiso degli Orchi di Daniel Pennac a cura di Diego Di Dio

9 novembre 2010


IL PARADISO DEGLI ORCHI (di Daniel Pennac)


“Il paradiso degli orchi” è il primo romanzo di quelli dedicati a Malausséne da Daniel Pennac. Il protagonista, Malaussène appunto, di mestiere fa il “capro espiatorio” ai Grandi Magazzini. Il suo compito è quello di muovere a compassione i clienti che sono rimasti scontenti e indurli, con occhioni lucidi e false storie stucchevoli, a ritirare reclami e denunce. E quindi evitare guai per sé, per i suoi superiori, per i Grandi Magazzini.

Malaussène vive in una famiglia assurda: niente papà, la mamma sempre via per fughe d’amore, e una pletora di fratelli e sorelle che più strani non si potrebbe: dalla veggente sensitiva alla fotografa, dal fratellino genio e pestifero al Piccoli con i suoi incubi natalizi.


Ma la storia, inaspettatamente, si tinge di giallo, quando una bomba esplode ai Grandi Magazzini. Pennac, da questo punto in poi, è un maestro a nascondere, dietro la burla familiare e l’ironia del protagonista, quella che è una vera e propria trama thriller.


Le esplosioni si susseguono e crescono, per un motivo o per un altro, i sospetti sul povero Malaussène.


Il libro scorre bene. È ironico, sagace, a tratti sorprendente. In sporadiche occasioni, l’autore si fa prendere un po’ troppo la mano dal suo atipico modo di scrivere, pieno zeppo di parentesi, divagazioni e subordinate, ma “Il paradiso degli orchi” resta un vero gioiello. Sui generis, senz’altro. Ma sempre un gioiello.


Stefano Benni definisce Daniel Pennac “un talento fuori dalle scuole”. Mai definizione è stata tanto azzeccata.

Intervista a Manel Loureiro a cura di Valentino G. Colapinto (traduzione di Andrea Scatena)

8 novembre 2010

loureiroLiberi di Scrivere intervista Manel Loureiro

Manel Loureiro (Pontevedra, 1975) ĆØ un avvocato, giornalista e scrittore galiziano. Il suo primo romanzo, ā€œApocalisse Zā€ (2008), che racconta un’epidemia di zombi in Galizia, ĆØ diventato un caso editoriale e da qualche giorno ĆØ arrivato anche nelle nostre librerie. Questa ĆØ la prima intervista che Loureiro concede alla stampa italiana.

Negli ultimi tempi gli zombi sono tornati di gran moda, come negli anni ’80 per intenderci. Questa tendenza ĆØ cominciata dai videogiochi (Resident Evil per primo) e in seguito ha raggiunto anche il cinema (a partire dal film di Resident Evil e 28 giorni dopo) e la tv (Dead Set e The Walking Dead), permettendo tra l’altro a George Romero di proseguire la sua trilogia. Adesso sembra arrivato il momento della letteratura con successi come ā€œOrgoglio e pregiudizio e zombieā€ di Seth Grahame-Smith e il suo Apocalisse Z. A cosa pensa sia dovuto questo revival in grande stile dei morti viventi?

In effetti, gli zombi (o morti viventi) non sono mai andati fuori moda. È un genere a parte, ma finora è sempre stato visto come un genere minore, underground e destinato a un pubblico di nicchia. Ma da qualche anno (forse meno di dieci anni), gli zombi sono esplosi e adesso sono mainstream. Stanno diventando un prodotto di massa, perché sono stati ormai accettati come creature della cultura popolare. Finalmente, gli zombi si sono liberati dalla maledizione delle produzioni di serie B. Oggi la gente ama essere spaventata dai morti viventi.

ƈ successo lo stesso per i vampiri anni addietro. All’inizio le storie di succhiasangue interessavano solo un piccolo pubblico di amanti del gotico. Erano viste come qualcosa di stravagante e particolare. Poi ĆØ arrivata Anne Rice con i suoi romanzi e, dopo questi, i film tratti dai romanzi e i vampiri sono divenuti mainstream. Infine abbiamo avuto Twilight, dove i non morti dei Carpazi, gotici e tormentati, sono diventati teenager innamorati che brillano alla luce del sole. La mia opinione ĆØ che, nel tempo, i personaggi immaginari si evolvono e vengono trasformati per raggiungere una platea maggiore, ma talvolta queste metamorfosi sono molto bizzarre.

Ora ĆØ il tempo dei Morti Viventi. Finalmente sono entrati nell’immaginazione collettiva. Ma stavolta sono cosƬ forti, che resta solo da vedere dove ci porteranno. Nel frattempo ci stiamo godendo le migliore storie di zombi di sempre (per es. The Walking Dead o 28 giorni dopo).Ā 

A partire dal successo planetario di Twilight siamo stati sommersi da romanzi di vampiri di più o meno dubbia qualitĆ . Vampiri, licantropi o gli stessi angeli sono diventati protagonisti di storie romantiche, stile Harmony. Cosa ne pensa di questa trasformazione dell’horror classico in paranormal romance? Gli zombi potrebbero costituire un sano antidoto contro i vampiri effeminati e bellocci degli ultimi tempi?

Certo, sono la loro antitesi. Paragonati a vampiri o angeli, esseri affascinanti e decadenti, gli zombi sono mostri molto diversi. Non sono belli nƩ intelligenti, non sono veloci nƩ volano, non sono ben vestiti nƩ seducono; in effetti, sono goffi e hanno un aspetto repellente, ma sono anche i mostri definitivi, perchƩ sono gli unici che non possono essere sconfitti.

Pensateci. Un vampiro può essere eliminato trapassandolo con un paletto, un licantropo con una pallottola d’argento, ma non c’ĆØ niente che possa fermare un’epidemia di zombi. Niente. Puoi ucciderne uno, ucciderne dieci, ucciderne un migliaio. Ma loro continueranno ad arrivare a migliaia, ventiquattro ore su ventiquattro, 365 giorni l’anno. Sono invincibili e instancabili. Ed ĆØ proprio questo che li rende cosƬ spaventosi e cosƬ attraenti: sono imbattibili.

Inoltre, i morti viventi non sono degli stravaganti, come i vampiri, che appartengono a un gruppo elitario. Gli zombi sono gente comune. ESSI sono NOI. Chiunque può essere uno di loro, se è poco fortunato. E questo è realmente terrificante. 

Una delle cose più intriganti del suo romanzo ĆØ sicuramente l’ambientazione. Siamo di solito abituati a vedere vagare gli zombi per le metropoli americane, non per i vicoli dei paesi galiziani. Com’ĆØ nata l’ispirazione per il suo romanzo? Immagino che i morti viventi abbiano turbato spesso i suoi sogni di bambino e adolescente…

SƬ, naturalmente! La ā€œNotte dei Morti Viventiā€ di Romero fu uno dei primi film che mi spaventò davvero. Avevo otto anni e vidi il film alla tv, senza i miei genitori, dopodichĆ© ebbi gli incubi per settimane.

L’idea di situare la storia di Apocalisse Z in Europa ha il suo perchĆ©. Siamo abituati a vedere questo genere di storie da un punto di vista americano. Il protagonista ĆØ sempre uno yankee che vive alla periferia di New York, Atlanta o qualche altra metropoli d’oltreoceano. Ovviamente ĆØ bello, intelligente e atletico; guida ogni genere di veicolo; ha un intero arsenale di armi a sua disposizione e non ha mai paura.

Tutto ciò ĆØ inverosimile. Le persone reali non sono cosƬ. La gente ĆØ maldestra, impaurita, fa errori. E in Europa quasi nessuno ha una pistola sotto il cuscino. Volevo raccontare una storia che fosse quanto più vicina possibile alla realtĆ . Se cominciasse un’epidemia zombi, come reagirebbe una persona vera? Che cosa succederebbe nei sobborghi di Genova, Roma o Madrid? Questa era la storia che volevo raccontare, quasi come se fosse un documentario.Ā 

Apocalisse Z diventerĆ  il primo capitolo di una trilogia, dopo il seguito ā€œLos DĆ­as Oscurosā€? Ci può anticipare qualche altro suo progetto?

SƬ, proprio adesso sto finendo l’ultimo volume della trilogia, dove – guarda caso – ci sono un sacco di personaggi italiani. Nel mondo di Apocalisse Z molti sopravvissuti parlano italiano!Ā 

Un’ultima domanda: quali sono gli scrittori che ammira di più? C’ĆØ tra loro qualche italiano?

Naturalmente Stephen King ĆØ uno dei miei scrittori preferiti. Anche Collen MacCullough (probabilmente una delle migliori scrittrici viventi: la sua serie su Roma ĆØ formidabile), Juan Gomez-Jurado e pure parecchi italiani! Umberto Eco, Paolo Giordano, Roberto Saviano, Rita Monaldi e Francesco Sorti (autori del caso editoriale ā€œImprimaturā€, da noi ormai introvabile causa boicottaggio del Vaticano, N.d.T.).Ā 

Valentino G. Colapinto

 

:: Recensione di Mondo matto di Atak- Orecchio Acerbo Editore a cura di Cristina Marra

5 novembre 2010

Mondomatto.coverIl “mondo matto” è un mondo alla rovescia in cui ogni ordine é invertito: il topo insegue i gatti, il cavallo monta il fantino, il leone é a guardia dello zoo, il ricco chiede l’elemosina, i porcellini cacciano il lupo. Un topolino legge il “rap delle bugie” che anticipa quello che sarà il suo viaggio di scoperta del mondo sottosopra tra le pagine del libro di Atak. Lascia la casetta di legno e va a passeggio in un mondo che non rispetta le regole e vede una lepre che punta il fucile contro il cacciatore, i pompieri che appiccano il fuoco in case invase dall’acqua, gli animali dello zoo che ammaestrano esseri umani, giraffe ed elefanti che camminano tra i ghiacci. Sta sognando o è uno scherzo? Perché Atak disegna un mondo che non rispecchia quello reale? Non si ferma il topolino, anzi prosegue il suo cammino e niente gli fa impressione. La sorpresa e lo stupore del topolino di fronte a quel mondo gli fanno credere che forse il mondo reale non é poi così giusto e che non bisogna farsi domande o darsi risposte superficiali. Il mondo dei disegni di Atak invita alla riflessione su diverse questioni che riguardano i rapporti tra uomo e natura, tra rispetto ed equilibrio, tra priorità e emergenze, tra libertà e soprusi. Un mondo senza condizionamenti, senza convenzioni, in cui ogni elemento segue il proprio ritmo. Il topolino torna a casa esausto e va a letto e dalla finestra guarda l’albero che ospita una famiglia di pipistrelli, anche  loro non dormono più nella stessa posizione.

Atak_S011_Saeugling_Mama_4c“Mondo matto” (pag.32, euro 15,00) é un libro illustrato per ragazzi consigliato anche agli adulti, come tutte le pubblicazioni della casa editrice romana “Orecchio Acerbo” che propone “libri per ragazzi che non recano danno agli adulti, libri per adulti che non recano danno ai ragazzi”. L’intento dell’editore é quello di “curare” insufficienze d’immaginazione, abuso di videogiochi, eccesso di conformismo. Le sue pubblicazioni sono rivolte a ogni lettore che lascia libero sfogo alla proprio fantasia e che “entra” nei libri scevro da ogni preconcetto o pregiudizio. Ogni storia é illustrata da grandi designers di fama internazionale. Questo di Atak è un autentico bijou in cui il colore e i disegni non lasciano spazio alle parole. É un racconto per immagini, un viaggio che il lettore compie seguendo il topolino che con discrezione si inserisce nei disegni e li osserva. Atak é lo pseudonimo dell’artista tedesco Georg Barber che, cresciuto nell’ambiente alternativo della musica punk e del fumetto underground di Berlino Est, é diventato docente all’Università delle Arti di Berlino a all’Istituto d’arte di Stoccolma. É illustratore, fumettista, graphic designer e giornalista e uno degli esponenti più noti e brillanti della scena dell’arte contemporanea berlinese. I suoi numerosi libri nascono da un mix di elementi tratti dal mondo della pubblicità, del cinema, dei fumetti e sono pubblicati in molti paesi europei. Il suo stile è un incontro originale e bizzarro tra cultura pop americana e tradizione espressionistica tedesca. Nel suo mondo la finzione rincorre la realtà e viceversa. Dietro ai disegni di Atak, a volte semplici e infantili, si nasconde un mondo complesso, complicato e molto attuale dal quale traspaiono l’inquietudine, l’attesa, la voglia di libertà.