Archive for the ‘Racconti’ Category

:: Cover reveal: Racconti africani di Shanmei

3 luglio 2024

:: Watakushi di Shanmei

21 giugno 2024

La vidi per la prima volta un pomeriggio d’autunno. Stava camminando lungo il fiume Kamo, un tranquillo corso d’acqua dell’antica città di Kyoto. Tutto intorno a lei era quiete e immobilità, solo lei era movimento. Capii subito che nel mio ozioso pomeriggio qualcosa sarebbe successo.
Non doveva essere della zona. Lo capii dal modo che aveva di camminare, con quella disinvoltura che la distingueva come una straniera. Dal colore della pelle e dalla forma del viso capii che proveniva da qualche distretto del nord. C’ero stato parecchi anni prima e avevo incontrato donne molto simili a lei.
Sì, doveva provenire dal nord, ma il punto era cosa ci stava facendo li? Non sembrava impaziente. Né di fare qualcosa, né di incontrare qualcuno. Il suo viso era troppo disteso, e lo sguardo che seguii con particolar attenzione, era diretto in un punto imprecisato oltre il fiume.
Di cose bizzarre ne erano successe parecchie a Kyoto in quell’ultimo periodo, ma la presenza di quella ragazza mi metteva una strana inquietudine. Aveva in sé qualcosa di misterioso e indefinibile. Un segreto che portava chiuso sotto il suo soprabito chiaro abbottonato fin sotto il mento.
Dalla mia postazione, direi privilegiata, potevo osservare ogni cosa e dare l’aria di non farlo affatto. Comunque la curiosità per quella presenza cresceva e mi lasciava stranamente indispettito.
Poi ad un tratto, e sinceramente mi chiedo ancora oggi perché, la ragazza mi si avvicinò e mi chiese un’informazione.
Srotolò con le sue dita aggraziate e dalle unghie aguzze e laccate una cartina stradale e mi chiese perché le strade sulla carta non corrispondevano alla disposizione reale delle cose.
Aveva una voce melodiosa, un po’ squillante, e mi ricordò il suono delle campane del tempio delle sette rocce dove spesso mi ritiravo in meditazione quando i miei impegni me lo consentivano.
Pazientemente le feci notare che quella cartina era di quasi vent’anni prima e proprio in quel momento iniziò a piovere. Solitamente non colgo occasioni di questo genere per rendermi interessante con ragazze giovani come lei, ma come vi ho detto quel pomeriggio era speciale e poi la pioggia aveva iniziato a cadere proprio in quel momento come per un preciso disegno del destino.
Così la invitai a ripararsi sotto la tettoia di giunchi di una sala da té del parco di pini che circondava il fiume e le chiesi se potevo offrirle qualcosa per rinverdire le tradizioni di ospitalità di Kyoto.
La ragazza sorrise scettica. Non so forse trovava buffo me o forse dubitava che gli abitanti di Kyoto fossero gente ospitale, comunque accettò e ci sedemmo a un tavolo accanto a una vetrata rigata di pioggia.
Parlammo di cose senza senso, forse per mascherare l’imbarazzo che solitamente due sconosciuti provano seduti a un tavolo. Poi lentamente iniziammo a svelarci l’uno all’altra e iniziai a conoscere di lei cose sorprendenti quanto a dire il vero banali.
Scoprii che lavorava in una fabbrica e che aveva un permesso per andare a trovare un parente che presumibilmente viveva a Kyoto. Mi disse il nome di questa persona ma non ebbi la più pallida idea di chi fosse. Forse la smorfia che feci la indispettì e a un tratto divenne più sostenuta e remota.
Si scusò per aver accettato il mio invito, sostenendo che non era solita accettare inviti da sconosciuti, e me lo disse tra un sorso e l’altro di té increspando le labbra in quel caratteristico modo che le donne usano per farti capire che per loro vali molto meno di quanto credi.
Avrebbe dovuto non importarmene e invece me ne sentii ferito. Fu allora che nei suoi occhi vidi una luce strana. Tese una mano e la posò sulla mia con naturalezza come se volesse farmi capire di non darle troppa importanza. Come se volesse darmi il suo perdono.
Fuori la pioggia non dava cenno di voler smettere e più il tempo passava e più mi sentivo a disagio e quasi ridicolo. Mi chiese del mio lavoro, della mia vita, le risposi che non c’era niente di degno di nota. Ero un comunissimo essere umano, un tipico uomo d’affari come ce ne sono tanti, che si lasciava vivere accettando i giorni che arrivavano. Un uomo la cui mente, i ricordi erano pieni di camere di albergo anonime dove a volte avevo soggiornato anche solo una notte. Per la mia azienda, che a dire il vero rappresentava tutta la mia vita, giravo il paese in lungo e in largo, senza un luogo preciso che potessi definire veramente casa. Il senso di vuoto e di solitudine che a volte si prova in quella impercettibile ora del giorno, prima del tramonto, in un albergo sconosciuto, mi assalì come un irreale sussulto.
La malinconia di quella conversazione mi riportò alla mente la malinconia che mi infondeva il paesaggio là fuori oltre il vetro rigato di pioggia. Il fiume, il parco, gli alberi autunnali.
Quando smise di piovere cercammo assieme, camminando accanto senza sfiorarci sulle strade nere di pioggia, l’indirizzo che stava cercando. Scoprimmo che un tempo c’era stata una casa che ora era stata demolita dopo l’ultimo terremoto. La persona che vi viveva era un vecchio che l’assistenza pubblica aveva portato in un ricovero per anziani e da quel giorno non se ne era saputo più nulla.
Mi offrii di aiutarla a rintracciarlo ma lei rifiutò bruscamente, quasi offesa. Fu allora che percepii che quella ricerca era un banale espediente per attaccare discorso con me. La curiosità mi tornò ad assalire e si velò di timore. Mi disse che era sufficiente che l’accompagnassi alla fermata degli autobus. Il suo prossimo autobus sarebbe partito da lì a breve e quel suo invisibile e fantomatico parente l’avrebbe incontrato un’altra volta.
E così feci.
L’autobus lucente di acciaio e vetro arrivò in orario e la ragazza mi salutò. Mi strinse la mano con forza e per un attimo fui tentato di trattenere la sua nella mia, ma non lo feci. Avrei tanto voluto che restasse. Di colpo la solitudine mi assalì come il vento che si stava alzando e smuoveva le foglie rossastre sugli alberi intorno.
Lei capì che qualcosa era successo in quei pochi minuti di un giorno che è così poco nell’arco di una vita ma qualcosa di misterioso ebbe il sopravvento. Quel segreto che avevo percepito appena l’avevo vista ora ci divideva. Per sempre.
“E’ stato molto gentile Signor?”chiese con la sua voce tintinnante.
“Hideoschi Katsura” dissi stupito che il suono del mio nome mi sembrasse quello di un estraneo. Lei non mi disse il suo si limitò ad abbracciarmi e poi quasi correndo salì sull’autobus.
Rimasi immobile fissando il suo profilo dietro il vetro del finestrino. Come era bella e triste. L’autobus si mise in moto e io percepii uno strappo tra l’anima e il cuore. Mi sentii annegare, come se all’improvviso l’aria che mi circondava fosse diventata acqua.
Lei voltò il viso verso di me e dietro il vetro appannato vidi scivolare qualcosa di lucido. Dal gesto involontario che fece con la sua lunga mano bianca capii che era una lacrima.
Avrei voluto correre dietro l’autobus ma non lo feci. Rimasi immobile ancora molto dopo che l’autobus scomparve.
Mi mossi solo quando sentii nuova acqua sul mio viso. La pioggia aveva iniziato di nuovo a cadere e non era calda come lacrime. Era fredda e scura come un presentimento.
Forse ero io la persona che doveva incontrare. Forse era arrivata a Kyoto per me. Come potevo essere così importante per qualcuno? Mi sentii confuso e smarrito. Cosa potevo aver fatto per convincerla ad andarsene e fuggire via da me. Questo mi tormentava ancora di più che conoscere il vero motivo della sua visita. Sollevai il bavero della giacca e corsi verso la tettoia della sala da té. Ricercai il nostro tavolo, già perché ormai quel banalissimo tavolo dove chiunque poteva sedersi era diventato nostro, e trovai una lettera. Profumava di pioggia e di aghi di pino.
Era per me.
Mi sedetti e presi il plico tra le dita. Conteneva molti fogli di carta perlata anche se leggerissima. Cercai di ricordare quando era stata l’ultima volta che avevo ricevuto un lettera che non fosse una comunicazione di lavoro, ma mi persi, mi arresi. Non volevo sapere cosa c’era scritto su quei fogli. Sapevo che quella lettera conteneva lacrime.
Presi l’ombrello che avevo lasciato dietro il bancone e mi incamminai verso il fiume. Il cielo era basso e grigio. Gli alberi intorno erano sferzati dalla pioggia e i rami di un salice si incurvavano in lontananza sotto il vento.
Infine mi arresi alla curiosità e lessi la lettera. Forse per la prima volta vidi chiaramente nel profondo di me stesso. E ciò che vidi mi lasciò svuotato e debole. Lasciai cadere le pagine nel fiume e subito la pioggia ne disfece l’inchiostro. Poi lentamente la carta sparì sotto la superficie dell’acqua.
Ora sapevo il perché. Non c’erano più segreti o misteri e tutto era solo più triste. Mi incamminai verso il tempio delle sette rocce e lasciai fuori l’ombrello e le scarpe. Il lucido pavimento di legno cedeva sotto il mio peso. Raggiunsi il cortile interno e osservai la pioggia rimbalzare sulla ghiaia e le rocce. Un rastrello di legno era stato abbandonato, forse dimenticato, in un posto che non era il suo e di colpo mi sembrò così simile a me. Ero solo, inutile, forse disperato ma nello stesso tempo incredibilmente vivo.
Quella ragazza come un’ombra era passata nella mia vita mostrandomi cosa avrebbe potuto essere la mia vita se solo fossi stato capace tanto tempo prima di amare. Ma chi non lo sa fare come lo può imparare? Mi inginocchiai sui talloni e cercai di riportare il mio spirito alla calma. Pensai a quanta sofferenza avevo causato nella mia vita ma non seppi calcolarla. Seppi invece, con crudele certezza, che qualsiasi punizione non era sufficiente se non smettevo di giudicare me stesso il metro di tutte le cose.
Io,  l’uomo più inutile, il più solo, il più stanco. Un monaco mi si avvicinò e gentilmente mi fece notare che il tempio stava per essere chiuso al pubblico. Mi alzai e molto lentamente andai a raccogliere il rastrello incurante della pioggia e lo diedi al monaco che mi guardò smarrito. Mi inchinai in un profondo saluto e andai a riprendere il mio ombrello e le mie scarpe.
Mi incamminai verso il mio albergo e davanti all’ingresso non riuscii a proseguire. Ero paralizzato come se le mie membra fossero diventate di pietra e i miei piedi avessero messo radici.
La ragazza che avevo incontrato nel pomeriggio era arrivata a Kyoto per chiedermi spiegazioni e forse per vendicarsi del male che avevo fatto anni prima a suo padre. Già anni prima non davo grande valore al dolore altrui se poteva essermi di vantaggio. Ora suo padre era morto e lei voleva vedere in faccia l’uomo che l’aveva rovinato.
Sì, lo ricordavo. Era un uomo alto e mite, con sottili mani e uno sguardo sfuggente. Simile a molti altri con cui avevo avuto a che fare per le stesse ragioni. Ora il suo volto si confondeva nella mia memoria come un riflesso sull’acqua. Nella sua lettera mi aveva spiegato ogni cosa con semplicità, con agghiacciante efficienza. Però la sua vendetta non era stata consumata.
Forse anche lei aveva provato per me le strane sensazioni che avevo provato io per lei. Forse la rivedrò. Forse. E’ dolce pensare che potrò avere una seconda occasione per non perderla.
Come è strano l’amore. Venire a visitare un uomo come me, alla mia età. Una sensazione di pace mi invase e finalmente riuscii di nuovo a muovermi e a entrare nell’atrio dell’albergo malamente illuminato.

:: L’avvitatore di penne di Shanmei

17 giugno 2024

Tess era di nuovo ubriaca. Tess è mia madre e io sono un ragazzino di otto anni, per cui cercate di capirmi. Devo aiutarla a tirarsi giù dal letto e ad alzarsi e non è facile. Tess fa la cameriera al Choop Caffè di Memphis, una bettola per camionisti ma con la migliore torta di noci di tutto il Tennessee. Ha il turno che va dalle 6,30 alle 14,30 e io ho appena finito di preparare la colazione e sto armeggiando con la sua divisa verde ed azzurra. Tess ha i capelli biondo miele e una predilezione per i liquori forti. Non perché sia mia madre ma è molto carina. Ha tante buffe efelidi sotto gli occhi e le fossette quando ride. Sembrano mele rosse le sue guance. Carina com’è non capisco perché non riesca a tenersi un uomo. Ce ne sono sempre che le ronzano attorno ma tutto dura sempre poco. Ha un bel dire che io sono l’unico uomo della sua vita, io vorrei che si sistemasse. Così non può andare. Tutte le volte che la lasciano  lei  si rimette a bere ed è sempre la stessa storia.
Oggi ho compito in classe di matematica, sono un po’ preoccupato, qua a Memphis le scuole sono severe, non come a Chicago dove vivevamo prima. I miei compagni giravano armati per i corridoi ed erano pochi i maestri con il coraggio di dare insufficienze. Che pacchia era la scuola allora, bastava entrare nella gang giusta. Tess non voleva che entrassi in una gang, ma secondo voi, come ho fatto a sopravvivere 6 mesi al Jefferson. Striscio sotto il letto in cerca di una scarpa anatomica, di quelle per combattere la stanchezza, brutte ma buone, e gliele calzo. Quando la mollano beve e piange, non fa altro quando è a casa. Io le voglio bene certo, ma sono un po’ stufo, vorrei una madre che faccesse raid ai centri commerciali, e invece sono io che faccio la spesa; vorrei una madre che mi mandasse a letto senza cena, e invece sono io che cucino; almeno una madre che mi dicesse che guardo troppa tv e invece sono io a spegnere il video alle due di notte.
Comunque non mi lamento, viviamo in una roulotte, con tutti i confort, e giriamo il paese ogni volta che la licenziano. Vicino al mio letto ho una mappa dell’America e aggiungo bandierine in ogni stato che siamo stati, mi manca Kansas, Nevada, Alabama e Louisiana. Non male vero? Viaggiare non è male, il brutto sono le trafile burocratiche quando cambio scuola, tutti quei moduli da compilare ma sono necessari se non vogliamo che qualche assistente sociale mi porti via.
Poi c’è mio padre. E’ in galera, ne avrà per molto, comunque. L’ hanno beccato in uno stato dove non c’è la pena di morte così forse hanno tempo di capire che è solo un po’ stupido. E’ li da sei anni e faccio un po’ fatica a ricordarlo, ma ci scriviamo. Lui ha tanto tempo libero e a me piacciono le sue lettere. Vuole che gli mandi mie foto, così mi faccio delle polaroid e gliele spedisco. Vuole controllare il mio percorso di crescita, è preoccupato, e conoscendo Tess ha le sue buone ragioni. Finalmente è pronta, anche ubriaca è bellissima. L’accompagno fuori e le annodo l’impermeabile. Piove, fa freddo è inverno. Mi dà i soldi per la spesa e la saluto.
Presto lavorerò anche io. Ho letto su una rivista che mandano lavoro a domicilio. Avvitare e assemblare penne. Poi rileverò l’azienda e altri le avviteranno per me. Farò i soldi ed entrerò in politica. Diventerò governatore e poi presidente e allora farò emanare una legge che bandirà l’alcool da tutto il mondo. E sapete che farò a quelli che non seguono la mia legge? Gli farò avvitare penne.

:: Un colpo di magia by Shanmei

1 giugno 2024

Se solo mi ricordassi cosa viene dopo “abra

farei sparire l’intero pubblico

Harry Houdini

Fissate la mia mano. La velocità del vostro sguardo non supererà mai la velocità della mia mano, questo crea l’illusione e la magia. Perché ho scelto questo lavoro. Perché mi piacciono gli smoking, i cappelli a cilindro e il rullo di tamburi prima della grande esibizione. Mi piacciono i teatri, la gente in platea, gli sguardi dei bambini, le assistenti bellissime, i camerini odorosi di talco, il trucco sul viso, l’adrenalina che scorre nelle vene.

Sin da bambino ho capito che l’ illusione è la porta per i sogni, che la mente la si inganna come i sensi ma non la si offende.

La potenza delle mie magie sta nei tempi. Tutto deve essere fatto al momento giusto, tutto deve essere fatto per strabiliare, incantare, sorprendere, ammaliare. Io so farlo e mi amano.

Non sempre sono felice, è una vita triste la nostra, gli impresari non sempre sono onesti, il pubblico non sempre applaude, a volte il coniglio ti scappa dal cappello e corre in sala tra le sedie spaventato e furibondo.

Però ci sono volte che spruzzi di vera magia ti sorprendono e tu ti trovi a credere alle leggende. Ai fantasmi nascosti nel suggeritore, alle botole misteriose, ai vecchi maghi del passato che tornano per aiutarti.

Cos’è l’illusione se non un arcano piacere antico di avvicinare la realtà al nostro desiderio, di catturare le stelle. Dall’alba dei tempi l’uomo l’ ha capito e io ora su queste umili tavole mentre sego in due l’aria e metto gambe finte dall’altra parte della scatola. Già non si velano i trucchi. Forse ma io lo faccio a volte quando mi distraggo. Anche se è un delitto spiegare il mistero.

Ora passo una mano davanti al mio volto e sparisco.

Cadabra.

:: Delitto senza movente di Shanmei – in prenotazione

29 aprile 2024

Dopo “Furto al campo”, “Delitto allo zenit”, “Delitto sotto il sicomoro”, e “Delitto a Massaua” una nuova indagine del tenente Luigi Bianchi a Massaua.

Massaua 1895. Durante un grande incendio al porto appiccato da una mano misteriosa tra le vittime viene rinvenuto il corpo di un militare italiano collega del tenente Bianchi e del tenente De Angelis. L’indagine sarà difficile perchè questa volta verrà messa a dura prova la lealtà all’arma e l’amicizia dei due militari di cui l’uno crederà colpevole l’altro. Naturalmente le indagini porteranno al vero colpevole del tutto insospettabile e al disvelamento del motivo per cui l’incendio è stato appiccato.

Ultimo racconto della serie “Le avventure del tenente Luigi Bianchi nell’Africa selvaggia“.

:: Il Drago e la Fenice di Shanmei

25 aprile 2024

Liu Feng ci porta nell’antica Cina quando un incontro insapettato cambierà la vita di una giovane contadina per cui la pietà filiale è una delle principali virtù.

La prima pioggia di primavera cadeva lieve dal cielo sul campo di proprietà della famiglia Feng.

La ragazza sotto al cappello di paglia osservava le nuvole perlacee che si addensavano all’orizzonte e intenta al suo lavoro non si accorse dei cavalieri al galoppo che si dirigevano verso di lei.

Erano soldati della guarnigione imperiale di stanza a poche dal suo villaggio.

Quasi la travolsero facendola finire a terra.

Si sollevò lentamente e li fissò reggendo il loro sguardo.

“Ci sono locande in questa zona?” chiese un cavaliere per nulla deciso a chiedere scusa.

La ragazza scosse la testa e li fissò con aria di sfida.

“Allora portaci al tuo villaggio, indicaci la strada” disse il secondo cavaliere più incerto sullo strano atteggiamento della giovane contadina.

“Non siete i benvenuti qui” disse in un sussurro e i due soldati si guardarono perplessi.

Uno dei due scese da cavallo e affrontò la giovane.

“Non ti conviene fare tanto la spiritosa, siamo in missione e abbiamo bisogno di ristoro” disse e le si avvicinò.

La ragazza non indietreggiò di un passo e resse il suo sguardo.

Il soldato fu colpito dalla sua straordinaria bellezza e dalla sua dignità e determinazione.

Non sembrava affatto una rozza contadina e anche se i suoi abiti erano semplici e poco ornati la sua voce melodiosa sembrava educata al canto.

“Non sono solito ripetermi” disse il soldato e tentò di toccare la giovane che fece un passo indietro e girandosi di lato lo disarmò bloccandolo con una mossa fluida e armoniosa.

L’altro soldato ancora a cavallo non riusciva a credere ai suoi occhi.

“Non siete i benvenuti qui” ripeté la ragazza con lo stesso tono di voce senza alcuno sforzo.

Anche il secondo soldato scese con un balzo da cavallo e fu abilmente disarmato e bloccato anch’esso.

La ragazza conosceva un’arte segreta che univa alle arti marziali, la fluidità della danza.

Ogni suo gesto era lento e veloce e sembrava non provocarle alcuno sforzo.

“Non ve lo ripeterò ancora, andatevene” disse raccogliendo le loro spade e consegnandogliele.

I due soldati sbigottiti risalirono a cavallo e si allontanarono quasi spaventati.

:: Furto al campo: Le avventure del tenente Bianchi nell’Africa selvaggia di Shanmei

17 dicembre 2023

Dopo “Le avventure del tenente Bianchi nella Cina misteriosa” torna il tenente Luigi Bianchi in una nuova serie questa volta ambientata in Africa alla fine dell’Ottocento.
In “Furto al Campo” vediamo la prima vera indagine in cui il tenente Bianchi fu coinvolto e scopriamo un tenente Bianchi giovane e inesperto alle prese con la sua prima missione all’estero.

Le luci della sera stavano diradandosi dopo l’infuocato tramonto.

L’escursione termica era repentina a quelle latitudini a un passo dal deserto e alle divise estive di un bianco accecante si stavano aggiungendo folte coperte di lana e pellicce.

Le stelle erano numerose e fitte e sembravano guardare i mortali con occhio benevolo accanto a una Luna immensa rispetto a quella che si vedeva in Europa. La Luna africana sembrava davvero una divinità pagana fatta per essere ammirata e adorata.

Le prime torce stavano accendendosi nell’accampamento silenzioso.

Le tende erano state predisposte per la notte e gli uomini di guardia circondavano il perimetro con fare annoiato. Non succedeva niente da giorni e gli ordini erano di attendere. Non si sapeva cosa. Forse un attacco di predoni. Ne circolavano tanti lungo la via carovaniera che portava le merci ai vari mercati della capitale. Alle vie marittime preferivano le vie di terra a dorso di cammelli, e asini selvatici a dire il vero piuttosto indocili. La vegetazione era rara e inselvatichita. Ma qualche pianta grassa autoctona di piccole dimensioni faceva bella mostra tra gli agavi maestosi.

:: Assistente personale offresi di Franca Pichierri

9 novembre 2023

La situazione era grave, parecchio, se non proprio da canna del gas.

Sara guardò con tristezza la colonna di numeri che aveva sotto gli occhi. Impressionante: le cifre in rosso erano più numerose di quelle in nero. Traduzione: i conti da pagare erano maggiori di quelli già pagati. L’estratto conto della carta di credito, poi, non ne parliamo. Avrebbe sbattuto volentieri la testa al muro, ma ormai… il danno era fatto. Per una maniaca dello shopping come lei non c’era proprio rimedio. Lo sapeva di avere un problema, da psichiatra, con tanto di divanetto sul quale distendersi a raccontare del suo vizio, ma non sapeva che farci. Figuriamoci se aveva soldi da buttare in sedute dallo psicanalista.

Qui l’impellenza era scegliere se pagare l’affitto o le bollette, perchè con la stessa banconota da 500 euro che aveva davanti agli occhi, avrebbe dovuto pagare affitto, condominio, bolletta del gas e della luce, nell’ordine. O no? Cosa poteva aspettare? L’affitto no, sennò era in strada in capo a pochi giorni. Il padrone di casa era un vero bastardo. Le bollette? Ma se non pagava, e non era la prima volta che pagava in ritardo, le avrebbero tolto le utenze… Bel casino.

Brava ragazza, complimenti. Sei la più grossa cretina che abbia mai visto sulla faccia del globo terracqueo.

Il pipistrello appollaiato pacificamente sulla sua spalla e che sputava sentenze così illuminanti era Sam, la sua per così dire mascotte, nonché grillo parlante della situazione. Ovvio che era un transfer, tanto per rimanere in tema psichiatrico. Aveva creato lei stessa quella creatura raccapricciante che la chiamava all’ordine quando esagerava, e capitava spesso, ahilei.

Lo aveva creato così brutto perchè pensava che un mostro le avrebbe messo più paura di un batuffolo di pelo che la rimproverasse… Non serviva lo stesso, però. Che casino, porca miseria, porc…

Le imprecazioni non servivano uguale, ma almeno si sfogava.

Ragazza della via Pal, si disse Sara prendendo il coraggio a quattro mani, qui bisogna resettare un attimo il cervello, e pensare bene a cosa fare.

Prima e non unica certezza, era che viveva al di sopra delle proprie possibilità. Ma come si fa, dico io. E il parrucchiere, le unghie ogni tre settimane, sennò si vede la ricrescita, quel bel foularino, tanto è in saldo….

Ragazza, ti vedo male.

Aveva un lavoro, ma era una presa per il lato B, più che un lavoro. Lavorava da casa, da remoto, come call girl, con Internet. Che avete capito, no, niente balletti rosa. Faceva la risolvi-cazzate per una ditta di vendita per corrispondenza. Doveva stare sei ore al giorno a sentire le lamentele di casalinghe disperate e sottoacculturate, una pizza infinita ma almeno aveva il suo assegno a fine mese. Magro assegno, per la verità.

La manina svelta nell’aprire il portafoglio ci stava tutta, invece, per sua disgrazia.

Comunque, il latte era versato irrimediabilmente e le lacrime lo avevano diluito di un bel po’. Ma che schifo. Invece di pensare a queste cazzate, le disse il Sam, pensa ad una strategia per toglierti dalle ambasce, e in fretta… Qui sennò va in pericolo anche la mia pappa futura.

Altre scemenze, oddio che casino!

Niente, qua è meglio che vado a letto, tanto non risolvo niente. Dicono che la notte porti consiglio. Non ho niente da perdere, provarci non costa nulla… almeno quello è gratis.

L’indomani si svegliò un po’ meno angosciata ma ancora più consapevole che stavolta l’aveva fatta proprio grossa… non sapeva come cavarsene fuori, stavolta, sul serio. Pensa, ragazza, pensa… Un altro lavoro? Ma dove lo trovava, con questa crisi… già era stata una botta di culo spaziale trovare questo… e l’aveva trovato solo perchè la sua amica Anna voleva andarsene a gambe levate… Aveva sostituito un’amica che, beata lei, almeno per due anni non avrebbe avuto di questi problemi. Era incinta e per fortuna il suo uomo aveva un buon lavoro e poteva permetterselo, il fatto di fermarsi, lei.

E se mi trovassi un uomo anch’io?, pensò la Nostra mentre si lavava i denti nel suo minuscolo bagno del minuscolo appartamento trovato poco tempo prima. Minuscolo per ovvie ragioni. Meno affitto e meno spese di casa, più soldi per lo shopping. Furbona, eh?

Irrecuperabile, ormai.

L’idea le balenò lì per lì, senza fare neanche troppo rumore e provocare un black out fra le sinapsi del suo cervellino da Barbie viziata.

Un annuncio… adesso è di moda, su Internet. Tutti quei siti dove ti perdi fra gli argomenti degli annunci…

Corse al computer e cominciò a visitare un po’ tutti i siti del genere, dopo aver digitato su Google la dicitura “migliori siti di annunci economici”.

Sì, sì, quelli che aveva pensato erano proprio i più promettenti…

Alt, fermati solo un istante. Metto un annuncio, ok, ma per offrirmi come COSA?

Il suo curriculum di studi non era dei migliori. Aveva al suo attivo solo un inutilissimo diploma di maestra d’arte, che le serviva solo per confezionare stupendi album di foto esclusive; usava vecchi cataloghi di carte da parati, che le procurava un vecchio amico di famiglia, proprietario di un negozio del settore.

Quando aveva comunicato a suo padre che voleva laurearsi nientemeno che in conservazione dei beni culturali e restauro, le aveva riso in faccia e chiuso definitivamente i cordoni della borsa. Fintanto che era ancora in famiglia, i suoi avevano in qualche modo assistito al crescendo del suo vizietto, tamponando i debiti che lasciava in tutti i negozi del centro. Ma quella volta erano cose da ragazzina, un jeans, una magliettina… ora viaggiava a carte da cento, con le griffe. Sempre più furbona.

Niente, pensò scoraggiata. La prenderò come un’ indagine di mercato, questa navigata sui siti di annunci. Almeno ho imparato come si fa. Devo pensare a cosa fare, al testo dell’annuncio, che deve essere chiaro ma nello stesso tempo anche un po’ sexy, deve attirare più persone possibili.

Tud, tud. Mi sono cadute le braccia. Questa è proprio una cretina, e forte.

Vuole trovare lavoro puntando sul lato sexy… Devi fare il contrario, scemotta, sennò penseranno dal principio che sei una facile…. Mioddio, è irrecuperabile.

Dopo elucubrazioni MOLTO intense che le costarono vari pianti isterici, Saretta giunse finalmente a elaborare il suo testo accattivante, e a decidere quale sarebbe stato il suo futuro lavoro. Assistente personale di un top manager.

Ma hai il delirio, in che film hai visto una cosa del genere?

Ragazze laureate e bilingui non trovano posto che in uno squallido ufficetto da avvocato Azzeccagarbugli, tutto il giorno a trascrivere verbali di efferati crimini, tipo furti di polli e beghe condominiali.

E tu, tu chi sei per trovare subito un super lavoro, ben retribuito, ovviamente, per spendere e spandere in inutili vestiti firmati e soprattutto in scarpe, scarpe e ancora scarpe? La seconda stanza del tugurietto l’aveva trasformata in guardaroba, e stava scoppiando di merce, ma soprattutto SCARPE: tutte rigorosamente tacco 12, ovvio.

Lei scacciò i commenti al vetriolo che le faceva il Sam, dalla spalla sinistra.

Statti zitto, topastro del malaugurio. Io faccio quello che voglio, la vita è mia, e vedrai che ce la farò. Uh, come no, farai la figura della stupida! Ma taci, va ad appollaiarti a testa in giù alla catenella del cesso, che quello è il posto tuo!

Urka, la tipa si è proprio incavolata, stavolta, pensò il Sam rifugiandosi nel gabicesso e facendo proprio quello che gli era stato chiesto di fare, cioè mettersi appeso a testa in giù, attaccato alla catenella dello sciacquone del cesso. Eeetcì! Cavolo, devo dire alla tipa di cambiare gusto di deodorante per la tazza, questo mi fa venire l’allergiaaaaa….tcììì.

Due giorni di solitudine con il suo problema diedero a Sara quella autoconsapevolezza che può derivare solo da una mente malata. Era fierissima di quelle quattro righe deliranti in cui si offriva nientemeno che come assistente personale di un top manager.

Dunque… mumble mumble… dovrebbe andare bene….”Giovane e bella ragazza offresi come assistente personale a top manager. Buona cultura, (sic!) aspetto curato, ottimo italiano, disposta a viaggi di lavoro e a trasferte, anche all’estero. Richiedesi e assicurasi max serietà.”

Saretta nostra spinse con decisione il tasto enter del computer. Era fatta! Adesso non doveva far altro che aspettare.

Un rimasuglio di istinto di conservazione le suggerì di creare un account mail SOLO per quell’annuncio. Meglio premunirsi. Se avesse potuto permettersi una seconda scheda telefonica o un secondo (ri-sic!) cellulare, gli avrebbe dedicato addirittura un numero…. ma doveva arrangiarsi.

Per altri due giorni non successe niente. Poi, la mattina del terzo giorno, andando nella mail box, con stupito piacere scoperse che c’erano addirittura una dozzina di mail in risposta al suo annuncio!

Perse subito l’entusiasmo perchè 5 erano di tipi strani e allupati ( ma va?, che strano, eh?), ma l’aveva messo in conto. (Oscar alla furbizia!)

Con trepidazione aprì la prima mail. Due righe di chiacchiere carine, e poi la fatidica frase… ma per il dopocena, c’è un extra sulla tariffa-base?

Aperse tutte le mail e con disappunto scoprì che TUTTE erano sullo stesso tono… tutti volevano solo sesso da lei… Uffa, ma perchè, cosa aveva scritto di sbagliato…?

L’unico sbaglio è che tu abbia messo un annuncio del genere, cretina d’alto bordo!!

Taci, taci, oggi non ho proprio voglia di starti a sentire… guarda che ti ci annego, in quel cesso… sta’ attentino, satanasso…

Uh-uh, meglio squagliare. Quando la tipa è così, meglio fuggire, all’istante. Non si arrabbia perchè ci vuole troppo cervello per farlo, e il suo latita nella scatola cranica. Ma le rare volte che lo fa… meglio volatilizzarsi…

Niente, proprio niente da fare. Una trentina di risposte in quattro giorni, e tutti dello stesso genere… dove aveva sbagliato? Doveva cambiare tono alle parole dell’annuncio? In un barlume di mini-sinapsi il suo cervellino bacato riuscì a partorire l’illuminata locuzione “astenersi perditempo e mercenari” al già succitato annuncio.

Una trovatona!! Ora gli annunci diminuirono solo di numero, ma non di intenzioni. E questo perchè è nell’ordine naturale delle cose, in questi siti: man mano che passa il tempo e la gente ne mette di nuovi, tu sparisci dalla visibilità…. ma Sarina non sapeva questo abnorme segreto e diede la colpa al sito. Ne cambiò tre, e niente, tutti a volere solo la sua virtù. Con un gesto di stizza stava per cancellare l’account mail per non dover più leggere certe porcate, quando, nel fondo del fondo dell’elenco “in arrivo”, scoperse una maillina non letta… piccina picciò… come aveva fatto a non accorgersene…?

La aprì senza tanta convinzione, ed invece…. Miracolo! Il tipo sembrava serio, le dava persino del Lei!

“Gentile signorina, spero vivamente che lei sia ancora disponibile…. io faccio due-tre viaggi di lavoro al mese, ed avrei bisogno proprio di una persona come lei…. se mi manda un suo recapito telefonico, possiamo parlarne a voce, che ne dice? Cordialmente, Giorgio qualcosa.”

Presa dall’entusiasmo, la Nostra Eroina – purtroppo nel senso di fatta-fatta di eroina – subito rispose al BT, (Buzzurro Turlupinatore?) Bel Tenebroso, dandogli tanto di numero di cellulare, tutta trepidante. Premio Strega con bacio accademico alla faciloneria. Ovviamente, tempo un’ora e il bt (quello tra parentesi è quello giusto) era già bellamente in dialogo con la Nostra, tutta miele e peperoncino per fare colpo. Una pena infinita.

“Oh, ma Giorgio, cosa mi dice! Sono appena cinque minuti che parliamo e lei già sa che sono una brava ragazza, e tutto dalla voce… Effettivamente è vero, sono proprio una brava ragazza…”

“Certo, Sara, ci mancherebbe… allora, quando viene a Milano che ne parliamo di persona? Ovviamente lei sarà mia ospite, treno pagato. Al ritorno le metterò a disposizione la mia macchina con autista che la porterà dove lei avrà piacere…”

ALT, blocca tutto. Una ragazza, anche poco esperta di uomini bastardi, ma con un minimo di cervello, a questo avrebbe fatto una pernacchia spaziale al tipo e gli avrebbe chiuso il telefono in faccia…. Macchina con autista… ma dove siamo, in Pretty Woman? Sveglia, Saretta del mio cuor, sei proprio una imbecille!

Ovviamente la Sara partì in quarta con la fantasia e si mise a raccontare la storia della sua vita al malcapitato bt (un minimo di punizione anche a lui, e che caspita).

Per due giorni le telefonate ed i messaggi si ripeterono, costanti. Ma chissà perchè, il biglietto on line che le aveva promesso il baldanzoso Giorgio non arrivava. Che strano, eh? Non doveva essere un chiaro campanello d’allarme? Ma nooo, tutto ok per la nostra Sarilla: un giorno prima, ormai lanciatissima, e dopo aver messo in violaceo la carta di credito per unghie, parrucchiere e vestito nuovo per il fatidico appuntamento, tutta preoccupata cominciò a tampinare di messaggi la segreteria telefonica del bastardo. Lui fece orecchie da mercante per qualche ora. Poi, esasperato dalla sua insistenza, si fece vivo con un messaggio sibillino…. “Io le mando il biglietto del treno se si rende un po’ più disponibile… Veda lei”.

Che cribbio voleva dire? Sara cominciò a preoccuparsi e gli scrisse di spiegarsi meglio. La risposta non tardò ad arrivare, e anche esauriente: “Mi faccia vedere un po’ del suo corpo e le mando subito il biglietto.”

Saruccia restò di sasso e incassò a malapena il colpo. Ma ci teneva un sacco a viaggiare gratis in prima classe fino a Milano, dalla sua piccola cittadina del Nord Est… e il ritorno in auto con l’autista…. poverina, ancora ci credeva.

Ci pensò un po’ su, e incalzata da un altro messaggio aut-aut da parte del verme, prese il coraggio a due mani. Andò nel suo armadio e cominciò a scegliere fra le magliette… trovò un toppino abbastanza scollato e trasparente che metteva solo come sottogiacca…. da solo sarebbe stato troppo sexy. Il Sam, con gli occhi fuori dalle orbite, la stava seguendo dal gabicesso, e quando capì le sue intenzioni, si precipitò in camera da letto e cominciò a farle la morale.

“Ma sei impazzita? Cosa hai intenzione di fare? Di prostituirti per un tipo che nemmeno conosci, ti ha promesso cose assurde e non ti ha mai visto in faccia, di persona? Ma dove vivi? Ovvio che è un sudicio profittatore, da te vuole solo una cosa, altro che darti un lavoro…”

“Ma taci, sei uno sfigato. La vita è mia e faccio quello che voglio. Non gli mostro niente, solo un po’ di seno in trasparenza… non sono mica una di quelle.”

“Sai che ti dico? Fai quello che vuoi. Non venire a piangere, dopo… non ti consolerò.”

E il Sam prese e tornò nel gabicesso con fare offeso.

Lei non ci badò più di tanto. Il Sam era solo una proiezione della sua coscienza, poteva controllarla come voleva. Con fare sensuale, ballando davanti allo specchio a figura intera, la Nostra infilò il famoso toppino, si ritoccò il trucco e diede uno sguardo allo specchio, in generale.

“Niente male, davvero niente male! Se fossi un uomo mi vorrei senz’altro portare a cena fuori…”

Sorrise fra sé, prese il cellulare e si fece un bel selfie allo specchio. Ebbe un solo attimo di ripensamento, ma poi con decisione mandò la foto al bastardo. Che non tardò a rispondere, tutto sdolcinato:” Ecco, vede, Sara? Cominciamo già ad intenderci… Ora faccia l’ultimo sforzo e mi mandi la foto di un suo seno nudo. Me ne basta uno solo: come vede, non pretendo troppo. Il mio dito è già sul tasto INVIO del pc… lei faccia quello che le chiedo e vedrà che il suo biglietto arriverà e andrà tutto bene.”

Un seno nudo? Urka, il tipo era proprio un verme!

Ma niente avrebbe potuto fermarla, ormai.

“Ma sì, se devo prostituirmi, almeno lo farò ad alti livelli, con gente di classe. Farò i soldi, eccome…”

E tu pensi che il deficiente che ti sta inducendo a prostituirti via sms sia un tipo di classe?, pensò sconsolato Sam, penzolando malinconicamente dalla catenella. Sai che ti dico? Arrangiati. Io ti ho avvertito, tu non vuoi ascoltarmi. Kavoli tuoi.

Strano, era passata già mezz’ora e questo benedetto biglietto ancora non arrivava. Scrisse l’ennesimo messaggio al tipo, ora vivamente preoccupata. Lei aveva fatto tutto quello che le aveva chiesto, e lui niente… come mai?

La risposta non tardò ad arrivare. “Su, su, Saretta, crede che mi accontenti di così poco? Il biglietto è qua che l’aspetta. Sia un po’ più disponibile, e vedrà che andremo pienamente d’accordo… Un bel primo piano del suo seno, e io le invio subito il biglietto del treno, ok?”

Lo stronzo! Era a questo che mirava, dal principio!

Sara era turbata, titubante, non sapeva cosa fare.

Non sai cosa fare?, pensò Sam, cambiando posizione;ma mandalo a fanbrodo, e alla svelta… è un verme maschilista profittatore!

Sara ci pensò (con molta fatica, perchè il suo cervello si era messo in sciopero dopo il primo invio di foto quasi-sexy) un po’ su, e poi prese una di quelle decisioni storiche: ma sì, gli avrebbe mandato quello che chiedeva. Era in ballo, ormai doveva ballare… E, cretina spaziale, fece un bel selfie del suo giovane ed eburneo seno, finendo così di buttarsi via per uno stronzo.

Ma, stupore, neanche dopo l’invio dell’ultima foto, arrivò niente… e finalmente ella capì che era stata vittima di un truffaldino profittatore di ingenue fanciulle…. Lui voleva solo le foto, non era vero niente, non voleva che andasse a Milano, niente biglietto del treno, niente colloquio di lavoro, niente ritorno in auto con autista…. Che schifo! L’aveva raggirata.

Ma va, che storie, eh? Ma non hai capito che era solo un povero maniaco che raggira le stupide come te, su Internet? E ringrazia che per una qualche ragione non ti abbia chiesto anche dei soldi! Tu con il tuo cervello bacato, glieli avresti anche mandati…!

Stavolta il Sam non aveva resistito ed aveva detto tutto questo a voce alta, e naturalmente Sara aveva sentito tutto.

Fu un bene. Mandò dei messaggi di fuoco con un po’ di liberatori insulti al malcapitato bastardo. Non ebbe risposta, naturalmente. Lui aveva avuto quello che voleva: era già sparito ad ingannare un’altra sprovveduta.

Ma comunque tutta la faccenda fu positiva per Saretta nostra. Si rese finalmente conto di avere un problema, e che aveva corso un bel rischio…

Confessò tutto a sua madre. Insomma, non proprio tutto. Le raccontò la versione edulcorata – cioè senza i particolari delle foto sexy – della brutta avventura. La madre la sgridò, poi prese in mano la situazione. Le fece distruggere tutte le carte di credito. Le pagò uno psicanalista, che l’aiutasse a superare la dipendenza. Pagò un terzo dei suoi debiti, ma lasciò che pagasse da sola la maggior parte della cifra. Così avrebbe imparato per il futuro a spendere solo il danaro che poteva avere in contanti.

E il Sam? Poteva farlo sparire, in fondo non le serviva più. Ma ci era troppo affezionata, ormai. Lo tenne come promemoria di quello che era stata e che non doveva essere più, nel futuro. Non diventò più furba, ma la lezione le servì a non prendere per oro colato tutte le chiacchiere che la gente le propinava ed a essere molto più cauta con gli sconosciuti.

:: Missione in Corea (Le avventure del tenente Luigi Bianchi nella Cina misteriosa) racconto di Shanmei

30 ottobre 2023

Con “Ritorno a casa” la saga del tenente Luigi Bianchi in Cina ha termine, ma prima di salutarci con la promessa che forse a Natale uscirà un’edizione deluxe con tutte le novelle e tutti i racconti dedicati a questo personaggio ecco in concomitanza di Halloween una storia di fantasmi: Missione in Corea. Ambientata nel 1903 prima della licenza in Giappone il nostro fa una sosta in Corea, si addentra in treno nell’interno e si ferma in un villaggio per un’indagine del tutto particolare… Streghe, spiriti, fantasmi coreani. Non proprio una storia di paura, ma di inquietudine sì. Un racconto breve, molto breve che magari svilupperò in futuro in un romanzo. Quando avrò il tempo e l’ispirazione come tutti gli altri racconti e novelle. Missione in Corea è una storia anomala nella mia produzione letteraria, un intermezzo se vogliamo, non conosco bene la mitologia coreana, ma ammetto che è un paese che mi affascina molto. Spero di approfondire la sua cultura e le sue tradizioni.

:: Incontro di Natasha Sgarbossa

25 ottobre 2023

Se ne stava seduto a sorseggiare il suo caffè, dando di tanto in tanto un’occhiata al giornale. Una giovane mamma con un bambino piccolo al collo entrò trafelata, posò il borsone che teneva nell’altro braccio all’ingresso della piscina e chiese alla signorina della reception dove si trovasse lo spogliatoio maschile. La ragazza indicò la seconda porta sulla destra. La donna accompagnò il figlioletto maggiore all’entrata dello spogliatoio e andò a sedersi col piccolo, esausta. Era molto carina a vedersi, ma aveva l’aria visibilmente stanca. Lo si leggeva dall’espressione del volto teso, non sorridente. Se c’era qualcosa per cui si sentiva portato era carpire l’animo umano. Leggere le persone, in particolare le donne in cui si imbatteva nel suo quotidiano di padre single. La giovane mamma si legò la folta chioma in una coda di cavallo e porse dei giochini al bambino che ora scorrazzava da un capo all’altro della sala d’attesa. Il piccolino andò verso il tavolo a cui era seduto l’uomo e lui gli sorrise. Il bimbo lo osservò incuriosito, per poi correre a nascondersi fra le gambe della mamma. Lo spiava da lontano e ogni volta che l’uomo gli sorrideva lui si nascondeva, per poi ricomparire. Il gioco continuò per alcuni secondi, poi il piccolo prese nuovamente la rincorsa e tornò da lui una seconda volta e una terza, facendo la spola dal suo tavolino alla sedia della madre, finché cadde e scoppiò a piangere singhiozzando. La mamma si alzò per sollevarlo da terra quando vide l’uomo andarle incontro. “Spero che non si sia fatto male…” Le disse garbatamente. “ No, stia tranquillo, sono più le cadute in questo periodo che altro…” Gli ripose la donna, abbozzando un sorriso. Fu un attimo e si misero a parlare. Di come suo figlio maggiore non amasse il nuoto, ma gli era stato imposto dalla pediatra per la scoliosi e di come lei si sentisse affaticata per il trasferimento nella nuova città a causa del lavoro del marito. Non era facile stare dietro a loro tutto il giorno in un ambiente ostile, come Milano sapeva essere in certi contesti. Inoltre gli confidò di aver recentemente subito il lutto della madre, un dolore che le pesava nel petto. Nel dirlo, si era portata la mano chiusa all’altezza del cuore e lui l’aveva trovata così attraente in quel momento. La ascoltò attentamente, finché non giunse un ragazzino coi capelli ancora umidi dallo spogliatoio. Era bello: biondo con gli occhi azzurri, alto e snello, ma non assomigliava al padre, bruno con gli occhi scuri. Doveva aver preso i tratti materni, pensò la giovane mamma. Il ragazzino salutò educatamente la signora e disse “Andiamo papà?” Carlo si alzò e porse la mano alla donna. “E’ stato un piacere, Carlo.” “Anche per me” rispose lei ricambiando il gesto “Margherita”. Si salutarono cordialmente dandosi appuntamento per il venerdì successivo.

Era così che funzionava.

Carlo Traversi era un bell’uomo, ma non solo. Aveva il fascino di chi ha vissuto intensamente e sa come comportarsi in ogni situazione. Era stato un dirigente dell’Alitalia e aveva girato il mondo. Dopo l’ultimo incarico in Nigeria aveva chiesto il trasferimento in Italia per avvicinarsi alla madre vedova, gravemente colpita da un ictus e per questo costretta sulla sedia a rotelle. Non l’aveva fatto solo perché figlio unico, lui era profondamente legato alla mamma che lo aveva cresciuto da sola dedicandogli anima e corpo. Suo padre era stato un noto cardiologo, ma se ne era andato prematuramente nel sonno a soli quarantanove anni. Sua madre Amalia era rimasta fedele a quell’uomo che aveva tanto amato, pur avendone subito svariati tradimenti, facendo del figlio la sua unica ragione di vita. Il lascito del marito e l’eredità dei suoi genitori, proprietari terrieri pavesi, le avevano garantito un certo benessere ed era stata sua premura indirizzare il figlio, sin dalla più tenera età, all’amore per la conoscenza. Dal canto suo Carlo si era rivelato essere da subito molto intelligente e brillante a scuola, era stato l’amore di sua madre, ma anche il cocco della maestra e il preferito tra le compagne femmine. Si era presto reso conto di esercitare un certo fascino sul genere femminile e aveva immancabilmente imparato ad approfittarsene. Sapeva muoversi, era disinvolto e sicuro, ma allo stesso tempo affabile ed alla mano. Il sesso, scoperto a quattordici anni con una ragazza di diciassette, era il suo elemento. Lo faceva con vigore e trasporto, ne divenne un esperto. Sempre galante, dotato di un’innata raffinatezza, riusciva a conquistare e coinvolgere. Carlo Traversi aveva capito quali corde toccare per colpire nel segno.

A volte si innamorava, ma la sua natura libertina lo portava a posarsi di fiore in fiore lasciando cuori infranti e lacrime amare. Gli bastava virare le vele verso altri lidi per dimenticarsene in breve tempo. Nelle sere d’estate, quando si trasferivano nella casa di villeggiatura al Lago Maggiore, il suo corpo agile sfrecciava sul vespino che gli aveva regalato zio Umberto. Furono anni di grandi avventure quelli del liceo e dell’università. Subito dopo la laurea era stato assunto come Junior Manager da Alitalia spostandosi in vari continenti: due anni a Londra, nella sede di Green Park, poi Stoccolma e Amburgo e ancora San Paolo, Chicago, Sydney, Nuova Delhi e infine Lagos.

Nei suoi spostamenti aveva conosciuto moltissime donne, di ogni tipo, per carattere ed estrazione sociale, ma le sue preferite restavano quelle sposate, che fossero infelici o semplicemente annoiate. Lo intrigava sapere che quelle mogli cercavano in lui ciò che avevano momentaneamente esaurito o perduto per sempre coi loro mariti. Voleva entrare nel loro mondo e conoscerle, trovare la chiave dei loro segreti.

Era affascinato dalle donne, creature complesse e misteriose, inesorabilmente in bilico fra sogno e realtà, inaccessibili nel loro io più profondo. Cangianti come il variare delle sfumature della luce. Forti come leonesse e dolci come il miele. Sensuali ammaliatrici e anime generose. Fragili e determinate allo stesso tempo. Così sapevano essere le donne. Ma c’era molto di più, c’era quel sottile piacere che consisteva nel “soffiare” la donna a un altro uomo. Aveva a che fare con la sfida. Entrare nei loro letti significava vincere sugli altri maschi. Lui sarebbe entrato in punta di piedi nelle crepe dei loro vasi rotti riscattandole da quel torpore carnale e conducendole verso un altro livello di intimità, fisica ed emotiva. E poi le donne impegnate davano tanto, senza chiedere nulla in cambio. Non erano nelle condizioni di farlo, lasciandolo così libero da relazioni inutili.

Prima fu la volta della moglie di un collega da cui veniva spesso invitato a cena, totalmente ignaro delle mire del giovanotto. Si erano conosciuti a un rinfresco natalizio organizzato dalla compagnia di bandiera e aveva subito attaccato bottone con lei, raccontandole di sentirsi molto solo a Londra. Nathalie, questo il nome della signora, non aveva esitato a invitarlo a cena. La prima volta fu uno scambio di sguardi. Lei si era presentata molto seducente e gli aveva lasciato una forte eccitazione addosso. La tresca andò avanti per mesi, finché non fu attratto dalla fidanzata inglese del direttore generale che non fu una conquista facile, ma questo rendeva la caccia ancor più coinvolgente. Col tempo aveva affinato le sue doti: gli bastava ascoltarle, era questo, a dire il vero, ciò che volevano le donne. E lui lo sapeva fare molto bene, carpendone paure e desideri insoddisfatti. Un’abile conversazione e un’assoluta compostezza ne tradivano le reali intenzioni. Carlo Traversi sapeva stare fermo come i grandi predatori sanno fare, appostati per ore ad osservare la loro preda per poi colpire all’improvviso. Ed eccolo provare quella sensazione di potere e di pathos che costituiva la sua linfa vitale. La sua droga. Il sesso divenne la sua ossessione. Il suo potere e la sua condanna. Doveva venire, aveva un desiderio smodato di venire e voleva far godere. Scorgere all’improvviso i segni del piacere sul viso di una donna e sentirne i gemiti all’apice della passione rappresentava nutrimento per il suo ego, in quel preciso istante lui si sentiva immortale. Si sentiva un Dio. Poi però a volte veniva sopraffatto da un senso di vuoto. Si rendeva conto di questa sua inesorabile smania di consumare, ma non poteva farci nulla. Aveva bisogno di farlo. Era un gioco, un gioco di potere perverso. Forse un bisogno di conferme, un vuoto insaziabile da colmare. Ebbe tante avventure, ma venne il giorno in cui non gli bastò più andare con le donne. Una sera, in un night di San Paolo, complice un bicchiere di troppo, ebbe il suo primo rapporto con un transessuale. Poi fu la volta dello scambismo, del voyerismo, dei club privé. Non conosceva limiti di sorta la sua sete di cose proibite. Ad Amburgo, a cena da un collega italiano e sua moglie iniziarono a provocarsi e la serata finì in un ménage à trois. Il brivido dell’eccitazione lo esaltava, ma subito dopo provava un senso di disagio. Tornava a casa e si metteva sotto la doccia per levarsi di dosso quel sudiciume. Quelle porcherie, come avrebbe detto sua zia Olga, che portava la croce al collo e recitava il rosario tutte le sere. Nel profondo, Carlo Traversi era un uomo buono e intelligente, un uomo che era rimasto fedele a sé stesso. Non si era mai legato a nessuna, ma si era innamorato di una che gli aveva spezzato il cuore. Succede sempre così nella vita. Era la bellissima figlia di un diplomatico italiano in India, si chiamava Arianna e abitava in un palazzo principesco. Era una ragazza affascinante e colta, che lo aveva sedotto col potere degli irriverenti. Forse Arianna lo aveva saputo leggere per ciò che era veramente, aveva compreso la sua natura meglio di chiunque altra: lo accusò di voler piacere a tutti i costi e di essere sfacciatamente infantile ed egocentrico. Lo lasciò una sera d’estate e lui, per la prima volta, pianse per una donna e provò dolore al pensiero che potesse essere di un altro. Infine il trasferimento a Lagos, l’ultimo della sua carriera. Ci era andato quasi di malavoglia in Nigeria, ma si era innamorato dell’Africa nera, rimanendone catturato.

Poi, una notte, la telefonata inaspettata di zio Umberto per avvertirlo dell’ictus che aveva colpito sua madre e da allora il bisogno impellente di trasferirsi in Italia il prima possibile. Nel giro di pochi mesi riuscì ad ottenere un posto nella sede di Milano e così, dopo tanti anni in giro per il mondo, tornava a casa. L’appartamento di famiglia di Corso XXII Marzo fu messo in vendita per acquistare un moderno attico in Via De Amicis.

A Milano la vita era molto più frenetica di quando l’aveva lasciata vent’anni prima. Carlo aveva conservato i contatti con gli amici di gioventù, ma erano tutti accasati con prole, per cui anche qui ricominciò di nuovo. Iniziò a frequentare la casa di un dirigente prossimo alla pensione, sposato con una giovane donna dell’est. Al terzo incontro le aveva già infilato una mano nelle mutandine. E continuarono per mesi e mesi a casa di lui dove Katarina dirottava al posto della palestra, oppure sui sedili posteriori della sua Range Rover, finché un bel giorno lei non rimase incinta e l’idillio svanì. Dapprima ne fu letteralmente sconvolto, poi iniziò ad accusare la donna di volerlo raggirare, non sopportava l’idea che potesse metterlo nei pasticci, non avrebbe mai voluto trovarsi in quella situazione e cominciò a dileguarsi. Lui che era sempre passato da un letto all’altro, senza mai davvero scegliere adesso si trovava a fare i conti con la vita che aveva scelto al posto suo. Passarono due mesi, il tempo limite per ricorrere ad un’interruzione di gravidanza, ma Katarina non rispondeva più al telefono e minacciava di raccontare tutto ad Anselmo. Non gli restò che confidarsi con l’unico vero amico di sempre, zio Umberto, che gli consigliò di prendersi le sue responsabilità e di trovarsi un buon avvocato. Carlo aveva cinquant’anni, più o meno la stessa età in cui suo padre se ne era andato nel sonno.

Alla fine Katarina decise di tenere il bambino e fu costretta a confessare il tradimento al marito che era sterile. Anselmo non lasciò la moglie, ma iniziò una dura battaglia legale per il riconoscimento del piccolo a cui adesso Carlo voleva dare il nome. La sentenza durò anni e fu causa di profonda sofferenza ed angoscia, ma quando Nicholas venne al mondo tutto cambiò. O almeno lui si scoprì essere un buon padre. Gli piaceva tenere suo figlio in braccio e fargli il solletico, portarlo al parco accompagnato dalla tata assoldata da Anselmo e Katarina che non lo lasciava un attimo, ma che gli fu confidente. Gli rivelò l’intenzione dei due di trasferirsi all’estero con il piccolo, così che lui non lo avrebbe più visto tanto spesso.

Ci fu un altro momento di scontri, ma alla fine il giudice sentenziò che Nicholas sarebbe rimasto a Milano in regime di affidamento condiviso sino alla maggiore età, così Carlo avrebbe potuto crescerlo con le stesse cure e attenzioni che mamma Amalia aveva riservato a lui.

Dieci anni dopo eccolo aspettare suo figlio nel bar della piscina cercando di indovinare la triste storia di Margherita.

Quella, aveva tutta l’aria di essere una buona caccia.

:: Gru di Apolae

15 Maggio 2023

Il Frollo schizzò dalla sala alla cameretta neanche se la stesse facendo addosso, che ero da lui per fare i compiti ma tanto ogni volta Baldur’s Gate o Magic the Gathering prendevano il sopravvento sulla batteria di esercizi. Aveva cominciato a farsi la coda da poco e un ciuffo di zazzera gli ondeggiava addosso mentre sparì dietro lo stipite della cameretta -Aspettami!-. La madre si affacciò senza voglia all’uscio della cucina, col gran seno pigiato nella camicia. -Stellone… già finito?-, domandò alzando le sopracciglia a prendermi in giro. Io feci spallucce, approfittando della simpatia di Ada nei miei confronti, perché tra l’altro non volevo né potevo sputtanare il mio amico. E cercai di non farmi sgamare mentre immaginavo quel torace scoperto. Lei mi guardava e rideva, pulì le mani nello strofinaccio, tornò ai fornelli.

Allora partì un arpeggio di chitarra robusto. Frollo si esercitava un po’ sulle scale e intanto chiaccheravamo, il più e il meno, comunque di lì a breve saremmo finiti davanti a un videogioco. -Fro’, che suoni?- chiesi incantato. -Korn- rispose bello preso. Scrollai la testa dispiaciuto -Mai sentiti-. A volte mi faceva sentire un intruso, pur non volendo, lui che a casa sua potevo davvero fare qualsiasi cosa, tipo prendere una roba in dispensa, buttarmi sul letto sfatto, farmi gli affari miei mentre badava ai suoi. Era sempre pieno di nuovi interessi e invece io facevo poco o niente, a parte trascorrere del tempo lì quasi tutti i giorni. Avevo anche smesso col basket, perché i compagni mi avevano superato in altezza e ormai non ero buono né per stare sotto al tabellone, né per portare palla. Rientrò il padre e passò a salutarci un attimo prima di docciarsi al volo. Tipo sveglio, almeno quanto la madre, forse anche troppo per uno come Frollo, che lo chiamava sempre col nome, Gianni, mai come papà. L’assolo di Freak on a Leash si consumò rabbioso, soprattutto perché le dita gli scivolavano su un fraseggio e dovette ripartire molte volte daccapo.

Io guardavo la stanza, come se volessi registrare nella mente particolari da tirare fuori in futuro, finché mi colpirono tre origami rosa su una mensola -Ma che è sta cosa?-, chiesi. -Origami. Gru di carta- una la lasciò volare sul palmo aperto, accarezzandola con la voce. -Oh, figo. Come mai le fai?- la presi in mano, pizzicata piano, tra indice e pollice. -Sai, devo arrivare a mille- ne aprì una per mostrarmi le pieghe, numerose e complesse, un lavoro di fino. -Ah. E perché?- riposi la gru sulla mensola in mezzo a un mucchietto di simili. -Beh, se ci arrivo posso esprimere un desiderio- rispose fissandomi come se fosse la cosa più ovvia del mondo. Lui non era uno che ti guardava spesso negli occhi, anzi, quindi quello sguardo mi entrò dentro dritto e fece un po’ male. A fine pomeriggio partitine scacciapensieri alla Play. Poi tornai a casa sull’Ovetto.

Fermo al semaforo rosso, immaginai una gru in attesa su una zampa. Io un desiderio ancora non l’avevo.

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Breve Bio

Si fa chiamare Apolae perché solo così riesce a scrivere liberamente. Piccoli premi locali per narrativa breve. Pubblicazione nel 2022 nell’antologia di LibroMania (DeA) “The Source. Scrivere sull’Acqua”. Suoi racconti compaiono sulle riviste: Fiat Lux, In fuga dalla bocciofila, L’appeso, Nabu Storie, Racconticon, Smezziamo, Spaghetti Writers, Tango Y Gotan e Tremila Battute. Altri testi popolano la pagina Instagram apolae_fotoracconti. Ama la sua famiglia e la letteratura. Si impegna per coniugarle.

:: Ispira ed espira – Notturno caotico n.3 di Francesco Affatato

12 Maggio 2022

L’aria rarefatta, lampioni che lambiscono l’aria, la notte scorsa placida sul volto del ragazzo.

Stomaco in subbuglio causa una cena presunta leggera, mani intorpidite dalla posizione scomoda e la cabina è quasi affollata.

Dopo il passaggio del controllore, scende di nuovo silenzio sereno e la notte riprende placida il suo corso.

Tempestivo è il momento: dopo tanto tempo, il ragazzo ritrovava ispirazione:  descrivere, sul suo telefonino, le parole che ispirate fluivano tra le sue dita.

Un velo sereno scendeva leggero tra le sue stanche membra ed il momento propizio di ricordare i viaggi fatti con e senza il treno.

Lo teneva ancora vigile un improvviso brivido freddo. Spense il suo telefonino e si abbandonò al buio dei suoi occhi.

Flebile e soave, il profumo iridato e floreale di una studiosa, finemente ricamatole addosso dalla sua saggia scelta. Più che su di lei, lui stava fantasticando sul suo profumo ed un’idea di donna che probabilmente cerca là fuori.

Il ragazzo giunse in stazione alle prime luci dell’alba, assaporando l’aria nuova di un’altra città, dove il suo migliore amico sarebbe stato maritato con una ragazza, ma una di quelle detestabili, con poco autocontrollo e tanta presunzione di fare sempre bene – accoppiata disastrosa -.

Il ragazzo era comunque felice dell’evento. Difficile che in passato avesse preso una simile iniziativa. 

Assaporare l’aria di questa nuova occasione lo entusiasmava e pensava che una simile sensazione avrebbe voluto entrargli nelle vene, se lo avesse permesso.

Nel flusso di tutte queste emozioni, l’altoparlante gracchió metallico la destinazione che il ragazzo aveva intenzione di raggiungere. 

Per fortuna.

Francesco Affatato Laureato il 2020, attraversata con prudenza e fortezza il periodo pandemico, ex-consulente informatico presso Confesercenti Foggia, attualmente si sente di nuovo al mondo, sta riconquistando a poco a poco le sue passioni pre-pandemia e pre-università (lo studio matto e forsennato ha le sue conseguenze!). 

Appassionato chitarrista (soltanto per ora!), scrive e legge molto, tenace journaler, interpreto sogni e le sue interpretazioni sono cercate in tutta Italia.