Tess era di nuovo ubriaca. Tess è mia madre e io sono un ragazzino di otto anni, per cui cercate di capirmi. Devo aiutarla a tirarsi giù dal letto e ad alzarsi e non è facile. Tess fa la cameriera al Choop Caffè di Memphis, una bettola per camionisti ma con la migliore torta di noci di tutto il Tennessee. Ha il turno che va dalle 6,30 alle 14,30 e io ho appena finito di preparare la colazione e sto armeggiando con la sua divisa verde ed azzurra. Tess ha i capelli biondo miele e una predilezione per i liquori forti. Non perché sia mia madre ma è molto carina. Ha tante buffe efelidi sotto gli occhi e le fossette quando ride. Sembrano mele rosse le sue guance. Carina com’è non capisco perché non riesca a tenersi un uomo. Ce ne sono sempre che le ronzano attorno ma tutto dura sempre poco. Ha un bel dire che io sono l’unico uomo della sua vita, io vorrei che si sistemasse. Così non può andare. Tutte le volte che la lasciano lei si rimette a bere ed è sempre la stessa storia. Oggi ho compito in classe di matematica, sono un po’ preoccupato, qua a Memphis le scuole sono severe, non come a Chicago dove vivevamo prima. I miei compagni giravano armati per i corridoi ed erano pochi i maestri con il coraggio di dare insufficienze. Che pacchia era la scuola allora, bastava entrare nella gang giusta. Tess non voleva che entrassi in una gang, ma secondo voi, come ho fatto a sopravvivere 6 mesi al Jefferson. Striscio sotto il letto in cerca di una scarpa anatomica, di quelle per combattere la stanchezza, brutte ma buone, e gliele calzo. Quando la mollano beve e piange, non fa altro quando è a casa. Io le voglio bene certo, ma sono un po’ stufo, vorrei una madre che faccesse raid ai centri commerciali, e invece sono io che faccio la spesa; vorrei una madre che mi mandasse a letto senza cena, e invece sono io che cucino; almeno una madre che mi dicesse che guardo troppa tv e invece sono io a spegnere il video alle due di notte. Comunque non mi lamento, viviamo in una roulotte, con tutti i confort, e giriamo il paese ogni volta che la licenziano. Vicino al mio letto ho una mappa dell’America e aggiungo bandierine in ogni stato che siamo stati, mi manca Kansas, Nevada, Alabama e Louisiana. Non male vero? Viaggiare non è male, il brutto sono le trafile burocratiche quando cambio scuola, tutti quei moduli da compilare ma sono necessari se non vogliamo che qualche assistente sociale mi porti via. Poi c’è mio padre. E’ in galera, ne avrà per molto, comunque. L’ hanno beccato in uno stato dove non c’è la pena di morte così forse hanno tempo di capire che è solo un po’ stupido. E’ li da sei anni e faccio un po’ fatica a ricordarlo, ma ci scriviamo. Lui ha tanto tempo libero e a me piacciono le sue lettere. Vuole che gli mandi mie foto, così mi faccio delle polaroid e gliele spedisco. Vuole controllare il mio percorso di crescita, è preoccupato, e conoscendo Tess ha le sue buone ragioni. Finalmente è pronta, anche ubriaca è bellissima. L’accompagno fuori e le annodo l’impermeabile. Piove, fa freddo è inverno. Mi dài soldi per la spesa e la saluto. Presto lavorerò anche io. Ho letto su una rivista che mandano lavoro a domicilio. Avvitare e assemblare penne. Poi rileverò l’azienda e altri le avviteranno per me. Farò i soldi ed entrerò in politica. Diventerò governatore e poi presidente e allora farò emanare una legge che bandirà l’alcool da tutto il mondo. E sapete che farò a quelli che non seguono la mia legge? Gli farò avvitare penne.
Fissate la mia mano. La velocità del vostro sguardo non supererà mai la velocità della mia mano, questo crea l’illusione e la magia. Perché ho scelto questo lavoro. Perché mi piacciono gli smoking, i cappelli a cilindro e il rullo di tamburi prima della grande esibizione. Mi piacciono i teatri, la gente in platea, gli sguardi dei bambini, le assistenti bellissime, i camerini odorosi di talco, il trucco sul viso, l’adrenalina che scorre nelle vene.
Sin da bambino ho capito che l’ illusione è la porta per i sogni, che la mente la si inganna come i sensi ma non la si offende.
La potenza delle mie magie sta nei tempi. Tutto deve essere fatto al momento giusto, tutto deve essere fatto per strabiliare, incantare, sorprendere, ammaliare. Io so farlo e mi amano.
Non sempre sono felice, è una vita triste la nostra, gli impresari non sempre sono onesti, il pubblico non sempre applaude, a volte il coniglio ti scappa dal cappello e corre in sala tra le sedie spaventato e furibondo.
Però ci sono volte che spruzzi di vera magia ti sorprendono e tu ti trovi a credere alle leggende. Ai fantasmi nascosti nel suggeritore, alle botole misteriose, ai vecchi maghi del passato che tornano per aiutarti.
Cos’è l’illusione se non un arcano piacere antico di avvicinare la realtà al nostro desiderio, di catturare le stelle. Dall’alba dei tempi l’uomo l’ ha capito e io ora su queste umili tavole mentre sego in due l’aria e metto gambe finte dall’altra parte della scatola. Già non si velano i trucchi. Forse ma io lo faccio a volte quando mi distraggo. Anche se è un delitto spiegare il mistero.
Ora passo una mano davanti al mio volto e sparisco.
Dopo “Furto al campo”, “Delitto allo zenit”, “Delitto sotto il sicomoro”, e “Delitto a Massaua” una nuova indagine del tenente Luigi Bianchi a Massaua.
Massaua 1895. Durante un grande incendio al porto appiccato da una mano misteriosa tra le vittime viene rinvenuto il corpo di un militare italiano collega del tenente Bianchi e del tenente De Angelis. L’indagine sarà difficile perchè questa volta verrà messa a dura prova la lealtà all’arma e l’amicizia dei due militari di cui l’uno crederà colpevole l’altro. Naturalmente le indagini porteranno al vero colpevole del tutto insospettabile e al disvelamento del motivo per cui l’incendio è stato appiccato.
Ultimo racconto della serie “Le avventure del tenente Luigi Bianchi nell’Africa selvaggia“.
Liu Feng ci porta nell’antica Cina quando un incontro insapettato cambierà la vita di una giovane contadina per cui la pietà filiale è una delle principali virtù.
La prima pioggia di primavera cadeva lieve dal cielo sul campo di proprietà della famiglia Feng.
La ragazza sotto al cappello di paglia osservava le nuvole perlacee che si addensavano all’orizzonte e intenta al suo lavoro non si accorse dei cavalieri al galoppo che si dirigevano verso di lei.
Erano soldati della guarnigione imperiale di stanza a poche lì dal suo villaggio.
Quasi la travolsero facendola finire a terra.
Si sollevò lentamente e li fissò reggendo il loro sguardo.
“Ci sono locande in questa zona?” chiese un cavaliere per nulla deciso a chiedere scusa.
La ragazza scosse la testa e li fissò con aria di sfida.
“Allora portaci al tuo villaggio, indicaci la strada” disse il secondo cavaliere più incerto sullo strano atteggiamento della giovane contadina.
“Non siete i benvenuti qui” disse in un sussurro e i due soldati si guardarono perplessi.
Uno dei due scese da cavallo e affrontò la giovane.
“Non ti conviene fare tanto la spiritosa, siamo in missione e abbiamo bisogno di ristoro” disse e le si avvicinò.
La ragazza non indietreggiò di un passo e resse il suo sguardo.
Il soldato fu colpito dalla sua straordinaria bellezza e dalla sua dignità e determinazione.
Non sembrava affatto una rozza contadina e anche se i suoi abiti erano semplici e poco ornati la sua voce melodiosa sembrava educata al canto.
“Non sono solito ripetermi” disse il soldato e tentò di toccare la giovane che fece un passo indietro e girandosi di lato lo disarmò bloccandolo con una mossa fluida e armoniosa.
L’altro soldato ancora a cavallo non riusciva a credere ai suoi occhi.
“Non siete i benvenuti qui” ripeté la ragazza con lo stesso tono di voce senza alcuno sforzo.
Anche il secondo soldato scese con un balzo da cavallo e fu abilmente disarmato e bloccato anch’esso.
La ragazza conosceva un’arte segreta che univa alle arti marziali, la fluidità della danza.
Ogni suo gesto era lento e veloce e sembrava non provocarle alcuno sforzo.
“Non ve lo ripeterò ancora, andatevene” disse raccogliendo le loro spade e consegnandogliele.
I due soldati sbigottiti risalirono a cavallo e si allontanarono quasi spaventati.
Dopo “Le avventure del tenente Bianchi nella Cina misteriosa” torna il tenente Luigi Bianchi in una nuova serie questa volta ambientata in Africa alla fine dell’Ottocento. In “Furto al Campo” vediamo la prima vera indagine in cui il tenente Bianchi fu coinvolto e scopriamo un tenente Bianchi giovane e inesperto alle prese con la sua prima missione all’estero.
Le luci della sera stavano diradandosi dopo l’infuocato tramonto.
L’escursione termica era repentina a quelle latitudini a un passo dal deserto e alle divise estive di un bianco accecante si stavano aggiungendo folte coperte di lana e pellicce.
Le stelle erano numerose e fitte e sembravano guardare i mortali con occhio benevolo accanto a una Luna immensa rispetto a quella che si vedeva in Europa. La Luna africana sembrava davvero una divinità pagana fatta per essere ammirata e adorata.
Le prime torce stavano accendendosi nell’accampamento silenzioso.
Le tende erano state predisposte per la notte e gli uomini di guardia circondavano il perimetro con fare annoiato. Non succedeva niente da giorni e gli ordini erano di attendere. Non si sapeva cosa. Forse un attacco di predoni. Ne circolavano tanti lungo la via carovaniera che portava le merci ai vari mercati della capitale. Alle vie marittime preferivano le vie di terra a dorso di cammelli, e asini selvatici a dire il vero piuttosto indocili. La vegetazione era rara e inselvatichita. Ma qualche pianta grassa autoctona di piccole dimensioni faceva bella mostra tra gli agavi maestosi.
La situazione era grave, parecchio, se non proprio da canna del gas.
Sara guardò con tristezza la colonna di numeri che aveva sotto gli occhi. Impressionante: le cifre in rosso erano più numerose di quelle in nero. Traduzione: i conti da pagare erano maggiori di quelli già pagati. L’estratto conto della carta di credito, poi, non ne parliamo. Avrebbe sbattuto volentieri la testa al muro, ma ormai… il danno era fatto. Per una maniaca dello shopping come lei non c’era proprio rimedio. Lo sapeva di avere un problema, da psichiatra, con tanto di divanetto sul quale distendersi a raccontare del suo vizio, ma non sapeva che farci. Figuriamoci se aveva soldi da buttare in sedute dallo psicanalista.
Qui l’impellenza era scegliere se pagare l’affitto o le bollette, perchè con la stessa banconota da 500 euro che aveva davanti agli occhi, avrebbe dovuto pagare affitto, condominio, bolletta del gas e della luce, nell’ordine. O no? Cosa poteva aspettare? L’affitto no, sennò era in strada in capo a pochi giorni. Il padrone di casa era un vero bastardo. Le bollette? Ma se non pagava, e non era la prima volta che pagava in ritardo, le avrebbero tolto le utenze… Bel casino.
Brava ragazza, complimenti. Sei la più grossa cretina che abbia mai visto sulla faccia del globo terracqueo.
Il pipistrello appollaiato pacificamente sulla sua spalla e che sputava sentenze così illuminanti era Sam, la sua per così dire mascotte, nonché grillo parlante della situazione. Ovvio che era un transfer, tanto per rimanere in tema psichiatrico. Aveva creato lei stessa quella creatura raccapricciante che la chiamava all’ordine quando esagerava, e capitava spesso, ahilei.
Lo aveva creato così brutto perchè pensava che un mostro le avrebbe messo più paura di un batuffolo di pelo che la rimproverasse… Non serviva lo stesso, però. Che casino, porca miseria, porc…
Le imprecazioni non servivano uguale, ma almeno si sfogava.
Ragazza della via Pal, si disse Sara prendendo il coraggio a quattro mani, qui bisogna resettare un attimo il cervello, e pensare bene a cosa fare.
Prima e non unica certezza, era che viveva al di sopra delle proprie possibilità. Ma come si fa, dico io. E il parrucchiere, le unghie ogni tre settimane, sennò si vede la ricrescita, quel bel foularino, tanto è in saldo….
Ragazza, ti vedo male.
Aveva un lavoro, ma era una presa per il lato B, più che un lavoro. Lavorava da casa, da remoto, come call girl, con Internet. Che avete capito, no, niente balletti rosa. Faceva la risolvi-cazzate per una ditta di vendita per corrispondenza. Doveva stare sei ore al giorno a sentire le lamentele di casalinghe disperate e sottoacculturate, una pizza infinita ma almeno aveva il suo assegno a fine mese. Magro assegno, per la verità.
La manina svelta nell’aprire il portafoglio ci stava tutta, invece, per sua disgrazia.
Comunque, il latte era versato irrimediabilmente e le lacrime lo avevano diluito di un bel po’. Ma che schifo. Invece di pensare a queste cazzate, le disse il Sam, pensa ad una strategia per toglierti dalle ambasce, e in fretta… Qui sennò va in pericolo anche la mia pappa futura.
Altre scemenze, oddio che casino!
Niente, qua è meglio che vado a letto, tanto non risolvo niente. Dicono che la notte porti consiglio. Non ho niente da perdere, provarci non costa nulla… almeno quello è gratis.
L’indomani si svegliò un po’ meno angosciata ma ancora più consapevole che stavolta l’aveva fatta proprio grossa… non sapeva come cavarsene fuori, stavolta, sul serio. Pensa, ragazza, pensa… Un altro lavoro? Ma dove lo trovava, con questa crisi… già era stata una botta di culo spaziale trovare questo… e l’aveva trovato solo perchè la sua amica Anna voleva andarsene a gambe levate… Aveva sostituito un’amica che, beata lei, almeno per due anni non avrebbe avuto di questi problemi. Era incinta e per fortuna il suo uomo aveva un buon lavoro e poteva permetterselo, il fatto di fermarsi, lei.
E se mi trovassi un uomo anch’io?, pensò la Nostra mentre si lavava i denti nel suo minuscolo bagno del minuscolo appartamento trovato poco tempo prima. Minuscolo per ovvie ragioni. Meno affitto e meno spese di casa, più soldi per lo shopping. Furbona, eh?
Irrecuperabile, ormai.
L’idea le balenò lì per lì, senza fare neanche troppo rumore e provocare un black out fra le sinapsi del suo cervellino da Barbie viziata.
Un annuncio… adesso è di moda, su Internet. Tutti quei siti dove ti perdi fra gli argomenti degli annunci…
Corse al computer e cominciò a visitare un po’ tutti i siti del genere, dopo aver digitato su Google la dicitura “migliori siti di annunci economici”.
Sì, sì, quelli che aveva pensato erano proprio i più promettenti…
Alt, fermati solo un istante. Metto un annuncio, ok, ma per offrirmi come COSA?
Il suo curriculum di studi non era dei migliori. Aveva al suo attivo solo un inutilissimo diploma di maestra d’arte, che le serviva solo per confezionare stupendi album di foto esclusive; usava vecchi cataloghi di carte da parati, che le procurava un vecchio amico di famiglia, proprietario di un negozio del settore.
Quando aveva comunicato a suo padre che voleva laurearsi nientemeno che in conservazione dei beni culturali e restauro, le aveva riso in faccia e chiuso definitivamente i cordoni della borsa. Fintanto che era ancora in famiglia, i suoi avevano in qualche modo assistito al crescendo del suo vizietto, tamponando i debiti che lasciava in tutti i negozi del centro. Ma quella volta erano cose da ragazzina, un jeans, una magliettina… ora viaggiava a carte da cento, con le griffe. Sempre più furbona.
Niente, pensò scoraggiata. La prenderò come un’ indagine di mercato, questa navigata sui siti di annunci. Almeno ho imparato come si fa. Devo pensare a cosa fare, al testo dell’annuncio, che deve essere chiaro ma nello stesso tempo anche un po’ sexy, deve attirare più persone possibili.
Tud, tud. Mi sono cadute le braccia. Questa è proprio una cretina, e forte.
Vuole trovare lavoro puntando sul lato sexy… Devi fare il contrario, scemotta, sennò penseranno dal principio che sei una facile…. Mioddio, è irrecuperabile.
Dopo elucubrazioni MOLTO intense che le costarono vari pianti isterici, Saretta giunse finalmente a elaborare il suo testo accattivante, e a decidere quale sarebbe stato il suo futuro lavoro. Assistente personale di un top manager.
Ma hai il delirio, in che film hai visto una cosa del genere?
Ragazze laureate e bilingui non trovano posto che in uno squallido ufficetto da avvocato Azzeccagarbugli, tutto il giorno a trascrivere verbali di efferati crimini, tipo furti di polli e beghe condominiali.
E tu, tu chi sei per trovare subito un super lavoro, ben retribuito, ovviamente, per spendere e spandere in inutili vestiti firmati e soprattutto in scarpe, scarpe e ancora scarpe? La seconda stanza del tugurietto l’aveva trasformata in guardaroba, e stava scoppiando di merce, ma soprattutto SCARPE: tutte rigorosamente tacco 12, ovvio.
Lei scacciò i commenti al vetriolo che le faceva il Sam, dalla spalla sinistra.
Statti zitto, topastro del malaugurio. Io faccio quello che voglio, la vita è mia, e vedrai che ce la farò. Uh, come no, farai la figura della stupida! Ma taci, va ad appollaiarti a testa in giù alla catenella del cesso, che quello è il posto tuo!
Urka, la tipa si è proprio incavolata, stavolta, pensò il Sam rifugiandosi nel gabicesso e facendo proprio quello che gli era stato chiesto di fare, cioè mettersi appeso a testa in giù, attaccato alla catenella dello sciacquone del cesso. Eeetcì! Cavolo, devo dire alla tipa di cambiare gusto di deodorante per la tazza, questo mi fa venire l’allergiaaaaa….tcììì.
Due giorni di solitudine con il suo problema diedero a Sara quella autoconsapevolezza che può derivare solo da una mente malata. Era fierissima di quelle quattro righe deliranti in cui si offriva nientemeno che come assistente personale di un top manager.
Dunque… mumble mumble… dovrebbe andare bene….”Giovane e bella ragazza offresi come assistente personale a top manager. Buona cultura, (sic!) aspetto curato, ottimo italiano, disposta a viaggi di lavoro e a trasferte, anche all’estero. Richiedesi e assicurasi max serietà.”
Saretta nostra spinse con decisione il tasto enter del computer. Era fatta! Adesso non doveva far altro che aspettare.
Un rimasuglio di istinto di conservazione le suggerì di creare un account mail SOLO per quell’annuncio. Meglio premunirsi. Se avesse potuto permettersi una seconda scheda telefonica o un secondo (ri-sic!) cellulare, gli avrebbe dedicato addirittura un numero…. ma doveva arrangiarsi.
Per altri due giorni non successe niente. Poi, la mattina del terzo giorno, andando nella mail box, con stupito piacere scoperse che c’erano addirittura una dozzina di mail in risposta al suo annuncio!
Perse subito l’entusiasmo perchè 5 erano di tipi strani e allupati ( ma va?, che strano, eh?), ma l’aveva messo in conto. (Oscar alla furbizia!)
Con trepidazione aprì la prima mail. Due righe di chiacchiere carine, e poi la fatidica frase… ma per il dopocena, c’è un extra sulla tariffa-base?
Aperse tutte le mail e con disappunto scoprì che TUTTE erano sullo stesso tono… tutti volevano solo sesso da lei… Uffa, ma perchè, cosa aveva scritto di sbagliato…?
L’unico sbaglio è che tu abbia messo un annuncio del genere, cretina d’alto bordo!!
Taci, taci, oggi non ho proprio voglia di starti a sentire… guarda che ti ci annego, in quel cesso… sta’ attentino, satanasso…
Uh-uh, meglio squagliare. Quando la tipa è così, meglio fuggire, all’istante. Non si arrabbia perchè ci vuole troppo cervello per farlo, e il suo latita nella scatola cranica. Ma le rare volte che lo fa… meglio volatilizzarsi…
Niente, proprio niente da fare. Una trentina di risposte in quattro giorni, e tutti dello stesso genere… dove aveva sbagliato? Doveva cambiare tono alle parole dell’annuncio? In un barlume di mini-sinapsi il suo cervellino bacato riuscì a partorire l’illuminata locuzione “astenersi perditempo e mercenari” al già succitato annuncio.
Una trovatona!! Ora gli annunci diminuirono solo di numero, ma non di intenzioni. E questo perchè è nell’ordine naturale delle cose, in questi siti: man mano che passa il tempo e la gente ne mette di nuovi, tu sparisci dalla visibilità…. ma Sarina non sapeva questo abnorme segreto e diede la colpa al sito. Ne cambiò tre, e niente, tutti a volere solo la sua virtù. Con un gesto di stizza stava per cancellare l’account mail per non dover più leggere certe porcate, quando, nel fondo del fondo dell’elenco “in arrivo”, scoperse una maillina non letta… piccina picciò… come aveva fatto a non accorgersene…?
La aprì senza tanta convinzione, ed invece…. Miracolo! Il tipo sembrava serio, le dava persino del Lei!
“Gentile signorina, spero vivamente che lei sia ancora disponibile…. io faccio due-tre viaggi di lavoro al mese, ed avrei bisogno proprio di una persona come lei…. se mi manda un suo recapito telefonico, possiamo parlarne a voce, che ne dice? Cordialmente, Giorgio qualcosa.”
Presa dall’entusiasmo, la Nostra Eroina – purtroppo nel senso di fatta-fatta di eroina – subito rispose al BT, (Buzzurro Turlupinatore?) Bel Tenebroso, dandogli tanto di numero di cellulare, tutta trepidante. Premio Strega con bacio accademico alla faciloneria. Ovviamente, tempo un’ora e il bt (quello tra parentesi è quello giusto) era già bellamente in dialogo con la Nostra, tutta miele e peperoncino per fare colpo. Una pena infinita.
“Oh, ma Giorgio, cosa mi dice! Sono appena cinque minuti che parliamo e lei già sa che sono una brava ragazza, e tutto dalla voce… Effettivamente è vero, sono proprio una brava ragazza…”
“Certo, Sara, ci mancherebbe… allora, quando viene a Milano che ne parliamo di persona? Ovviamente lei sarà mia ospite, treno pagato. Al ritorno le metterò a disposizione la mia macchina con autista che la porterà dove lei avrà piacere…”
ALT, blocca tutto. Una ragazza, anche poco esperta di uomini bastardi, ma con un minimo di cervello, a questo avrebbe fatto una pernacchia spaziale al tipo e gli avrebbe chiuso il telefono in faccia…. Macchina con autista… ma dove siamo, in Pretty Woman? Sveglia, Saretta del mio cuor, sei proprio una imbecille!
Ovviamente la Sara partì in quarta con la fantasia e si mise a raccontare la storia della sua vita al malcapitato bt (un minimo di punizione anche a lui, e che caspita).
Per due giorni le telefonate ed i messaggi si ripeterono, costanti. Ma chissà perchè, il biglietto on line che le aveva promesso il baldanzoso Giorgio non arrivava. Che strano, eh? Non doveva essere un chiaro campanello d’allarme? Ma nooo, tutto ok per la nostra Sarilla: un giorno prima, ormai lanciatissima, e dopo aver messo in violaceo la carta di credito per unghie, parrucchiere e vestito nuovo per il fatidico appuntamento, tutta preoccupata cominciò a tampinare di messaggi la segreteria telefonica del bastardo. Lui fece orecchie da mercante per qualche ora. Poi, esasperato dalla sua insistenza, si fece vivo con un messaggio sibillino…. “Io le mando il biglietto del treno se si rende un po’ più disponibile… Veda lei”.
Che cribbio voleva dire? Sara cominciò a preoccuparsi e gli scrisse di spiegarsi meglio. La risposta non tardò ad arrivare, e anche esauriente: “Mi faccia vedere un po’ del suo corpo e le mando subito il biglietto.”
Saruccia restò di sasso e incassò a malapena il colpo. Ma ci teneva un sacco a viaggiare gratis in prima classe fino a Milano, dalla sua piccola cittadina del Nord Est… e il ritorno in auto con l’autista…. poverina, ancora ci credeva.
Ci pensò un po’ su, e incalzata da un altro messaggio aut-aut da parte del verme, prese il coraggio a due mani. Andò nel suo armadio e cominciò a scegliere fra le magliette… trovò un toppino abbastanza scollato e trasparente che metteva solo come sottogiacca…. da solo sarebbe stato troppo sexy. Il Sam, con gli occhi fuori dalle orbite, la stava seguendo dal gabicesso, e quando capì le sue intenzioni, si precipitò in camera da letto e cominciò a farle la morale.
“Ma sei impazzita? Cosa hai intenzione di fare? Di prostituirti per un tipo che nemmeno conosci, ti ha promesso cose assurde e non ti ha mai visto in faccia, di persona? Ma dove vivi? Ovvio che è un sudicio profittatore, da te vuole solo una cosa, altro che darti un lavoro…”
“Ma taci, sei uno sfigato. La vita è mia e faccio quello che voglio. Non gli mostro niente, solo un po’ di seno in trasparenza… non sono mica una di quelle.”
“Sai che ti dico? Fai quello che vuoi. Non venire a piangere, dopo… non ti consolerò.”
E il Sam prese e tornò nel gabicesso con fare offeso.
Lei non ci badò più di tanto. Il Sam era solo una proiezione della sua coscienza, poteva controllarla come voleva. Con fare sensuale, ballando davanti allo specchio a figura intera, la Nostra infilò il famoso toppino, si ritoccò il trucco e diede uno sguardo allo specchio, in generale.
“Niente male, davvero niente male! Se fossi un uomo mi vorrei senz’altro portare a cena fuori…”
Sorrise fra sé, prese il cellulare e si fece un bel selfie allo specchio. Ebbe un solo attimo di ripensamento, ma poi con decisione mandò la foto al bastardo. Che non tardò a rispondere, tutto sdolcinato:” Ecco, vede, Sara? Cominciamo già ad intenderci… Ora faccia l’ultimo sforzo e mi mandi la foto di un suo seno nudo. Me ne basta uno solo: come vede, non pretendo troppo. Il mio dito è già sul tasto INVIO del pc… lei faccia quello che le chiedo e vedrà che il suo biglietto arriverà e andrà tutto bene.”
Un seno nudo? Urka, il tipo era proprio un verme!
Ma niente avrebbe potuto fermarla, ormai.
“Ma sì, se devo prostituirmi, almeno lo farò ad alti livelli, con gente di classe. Farò i soldi, eccome…”
E tu pensi che il deficiente che ti sta inducendo a prostituirti via sms sia un tipo di classe?, pensò sconsolato Sam, penzolando malinconicamente dalla catenella. Sai che ti dico? Arrangiati. Io ti ho avvertito, tu non vuoi ascoltarmi. Kavoli tuoi.
Strano, era passata già mezz’ora e questo benedetto biglietto ancora non arrivava. Scrisse l’ennesimo messaggio al tipo, ora vivamente preoccupata. Lei aveva fatto tutto quello che le aveva chiesto, e lui niente… come mai?
La risposta non tardò ad arrivare. “Su, su, Saretta, crede che mi accontenti di così poco? Il biglietto è qua che l’aspetta. Sia un po’ più disponibile, e vedrà che andremo pienamente d’accordo… Un bel primo piano del suo seno, e io le invio subito il biglietto del treno, ok?”
Lo stronzo! Era a questo che mirava, dal principio!
Sara era turbata, titubante, non sapeva cosa fare.
Non sai cosa fare?, pensò Sam, cambiando posizione;ma mandalo a fanbrodo, e alla svelta… è un verme maschilista profittatore!
Sara ci pensò (con molta fatica, perchè il suo cervello si era messo in sciopero dopo il primo invio di foto quasi-sexy) un po’ su, e poi prese una di quelle decisioni storiche: ma sì, gli avrebbe mandato quello che chiedeva. Era in ballo, ormai doveva ballare… E, cretina spaziale, fece un bel selfie del suo giovane ed eburneo seno, finendo così di buttarsi via per uno stronzo.
Ma, stupore, neanche dopo l’invio dell’ultima foto, arrivò niente… e finalmente ella capì che era stata vittima di un truffaldino profittatore di ingenue fanciulle…. Lui voleva solo le foto, non era vero niente, non voleva che andasse a Milano, niente biglietto del treno, niente colloquio di lavoro, niente ritorno in auto con autista…. Che schifo! L’aveva raggirata.
Ma va, che storie, eh? Ma non hai capito che era solo un povero maniaco che raggira le stupide come te, su Internet? E ringrazia che per una qualche ragione non ti abbia chiesto anche dei soldi! Tu con il tuo cervello bacato, glieli avresti anche mandati…!
Stavolta il Sam non aveva resistito ed aveva detto tutto questo a voce alta, e naturalmente Sara aveva sentito tutto.
Fu un bene. Mandò dei messaggi di fuoco con un po’ di liberatori insulti al malcapitato bastardo. Non ebbe risposta, naturalmente. Lui aveva avuto quello che voleva: era già sparito ad ingannare un’altra sprovveduta.
Ma comunque tutta la faccenda fu positiva per Saretta nostra. Si rese finalmente conto di avere un problema, e che aveva corso un bel rischio…
Confessò tutto a sua madre. Insomma, non proprio tutto. Le raccontò la versione edulcorata – cioè senza i particolari delle foto sexy – della brutta avventura. La madre la sgridò, poi prese in mano la situazione. Le fece distruggere tutte le carte di credito. Le pagò uno psicanalista, che l’aiutasse a superare la dipendenza. Pagò un terzo dei suoi debiti, ma lasciò che pagasse da sola la maggior parte della cifra. Così avrebbe imparato per il futuro a spendere solo il danaro che poteva avere in contanti.
E il Sam? Poteva farlo sparire, in fondo non le serviva più. Ma ci era troppo affezionata, ormai. Lo tenne come promemoria di quello che era stata e che non doveva essere più, nel futuro. Non diventò più furba, ma la lezione le servì a non prendere per oro colato tutte le chiacchiere che la gente le propinava ed a essere molto più cauta con gli sconosciuti.
Con “Ritorno a casa” la saga del tenente Luigi Bianchi in Cina ha termine, ma prima di salutarci con la promessa che forse a Natale uscirà un’edizione deluxe con tutte le novelle e tutti i racconti dedicati a questo personaggio ecco in concomitanza di Halloween una storia di fantasmi: Missione in Corea. Ambientata nel 1903 prima della licenza in Giappone il nostro fa una sosta in Corea, si addentra in treno nell’interno e si ferma in un villaggio per un’indagine del tutto particolare… Streghe, spiriti, fantasmi coreani. Non proprio una storia di paura, ma di inquietudine sì. Un racconto breve, molto breve che magari svilupperò in futuro in un romanzo. Quando avrò il tempo e l’ispirazione come tutti gli altri racconti e novelle. Missione in Corea è una storia anomala nella mia produzione letteraria, un intermezzo se vogliamo, non conosco bene la mitologia coreana, ma ammetto che è un paese che mi affascina molto. Spero di approfondire la sua cultura e le sue tradizioni.
Se ne stava seduto a sorseggiare il suo caffè, dando di tanto in tanto un’occhiata al giornale. Una giovane mamma con un bambino piccolo al collo entrò trafelata, posò il borsone che teneva nell’altro braccio all’ingresso della piscina e chiese alla signorina della reception dove si trovasse lo spogliatoio maschile. La ragazza indicò la seconda porta sulla destra. La donna accompagnò il figlioletto maggiore all’entrata dello spogliatoio e andò a sedersi col piccolo, esausta. Era molto carina a vedersi, ma aveva l’aria visibilmente stanca. Lo si leggeva dall’espressione del volto teso, non sorridente. Se c’era qualcosa per cui si sentiva portato era carpire l’animo umano. Leggere le persone, in particolare le donne in cui si imbatteva nel suo quotidiano di padre single. La giovane mamma si legò la folta chioma in una coda di cavallo e porse dei giochini al bambino che ora scorrazzava da un capo all’altro della sala d’attesa. Il piccolino andò verso il tavolo a cui era seduto l’uomo e lui gli sorrise. Il bimbo lo osservò incuriosito, per poi correre a nascondersi fra le gambe della mamma. Lo spiava da lontano e ogni volta che l’uomo gli sorrideva lui si nascondeva, per poi ricomparire. Il gioco continuò per alcuni secondi, poi il piccolo prese nuovamente la rincorsa e tornò da lui una seconda volta e una terza, facendo la spola dal suo tavolino alla sedia della madre, finché cadde e scoppiò a piangere singhiozzando. La mamma si alzò per sollevarlo da terra quando vide l’uomo andarle incontro. “Spero che non si sia fatto male…” Le disse garbatamente. “ No, stia tranquillo, sono più le cadute in questo periodo che altro…” Gli ripose la donna, abbozzando un sorriso. Fu un attimo e si misero a parlare. Di come suo figlio maggiore non amasse il nuoto, ma gli era stato imposto dalla pediatra per la scoliosi e di come lei si sentisse affaticata per il trasferimento nella nuova città a causa del lavoro del marito. Non era facile stare dietro a loro tutto il giorno in un ambiente ostile, come Milano sapeva essere in certi contesti. Inoltre gli confidò di aver recentemente subito il lutto della madre, un dolore che le pesava nel petto. Nel dirlo, si era portata la mano chiusa all’altezza del cuore e lui l’aveva trovata così attraente in quel momento. La ascoltò attentamente, finché non giunse un ragazzino coi capelli ancora umidi dallo spogliatoio. Era bello: biondo con gli occhi azzurri, alto e snello, ma non assomigliava al padre, bruno con gli occhi scuri. Doveva aver preso i tratti materni, pensò la giovane mamma. Il ragazzino salutò educatamente la signora e disse “Andiamo papà?” Carlo si alzò e porse la mano alla donna. “E’ stato un piacere, Carlo.” “Anche per me” rispose lei ricambiando il gesto “Margherita”. Si salutarono cordialmente dandosi appuntamento per il venerdì successivo.
Era così che funzionava.
Carlo Traversi era un bell’uomo, ma non solo. Aveva il fascino di chi ha vissuto intensamente e sa come comportarsi in ogni situazione. Era stato un dirigente dell’Alitalia e aveva girato il mondo. Dopo l’ultimo incarico in Nigeria aveva chiesto il trasferimento in Italia per avvicinarsi alla madre vedova, gravemente colpita da un ictus e per questo costretta sulla sedia a rotelle. Non l’aveva fatto solo perché figlio unico, lui era profondamente legato alla mamma che lo aveva cresciuto da sola dedicandogli anima e corpo. Suo padre era stato un noto cardiologo, ma se ne era andato prematuramente nel sonno a soli quarantanove anni. Sua madre Amalia era rimasta fedele a quell’uomo che aveva tanto amato, pur avendone subito svariati tradimenti, facendo del figlio la sua unica ragione di vita. Il lascito del marito e l’eredità dei suoi genitori, proprietari terrieri pavesi, le avevano garantito un certo benessere ed era stata sua premura indirizzare il figlio, sin dalla più tenera età, all’amore per la conoscenza. Dal canto suo Carlo si era rivelato essere da subito molto intelligente e brillante a scuola, era stato l’amore di sua madre, ma anche il cocco della maestra e il preferito tra le compagne femmine. Si era presto reso conto di esercitare un certo fascino sul genere femminile e aveva immancabilmente imparato ad approfittarsene. Sapeva muoversi, era disinvolto e sicuro, ma allo stesso tempo affabile ed alla mano. Il sesso, scoperto a quattordici anni con una ragazza di diciassette, era il suo elemento. Lo faceva con vigore e trasporto, ne divenne un esperto. Sempre galante, dotato di un’innata raffinatezza, riusciva a conquistare e coinvolgere. Carlo Traversi aveva capito quali corde toccare per colpire nel segno.
A volte si innamorava, ma la sua natura libertina lo portava a posarsi di fiore in fiore lasciando cuori infranti e lacrime amare. Gli bastava virare le vele verso altri lidi per dimenticarsene in breve tempo. Nelle sere d’estate, quando si trasferivano nella casa di villeggiatura al Lago Maggiore, il suo corpo agile sfrecciava sul vespino che gli aveva regalato zio Umberto. Furono anni di grandi avventure quelli del liceo e dell’università. Subito dopo la laurea era stato assunto come Junior Manager da Alitalia spostandosi in vari continenti: due anni a Londra, nella sede di Green Park, poi Stoccolma e Amburgo e ancora San Paolo, Chicago, Sydney, Nuova Delhi e infine Lagos.
Nei suoi spostamenti aveva conosciuto moltissime donne, di ogni tipo, per carattere ed estrazione sociale, ma le sue preferite restavano quelle sposate, che fossero infelici o semplicemente annoiate. Lo intrigava sapere che quelle mogli cercavano in lui ciò che avevano momentaneamente esaurito o perduto per sempre coi loro mariti. Voleva entrare nel loro mondo e conoscerle, trovare la chiave dei loro segreti.
Era affascinato dalle donne, creature complesse e misteriose, inesorabilmente in bilico fra sogno e realtà, inaccessibili nel loro io più profondo. Cangianti come il variare delle sfumature della luce. Forti come leonesse e dolci come il miele. Sensuali ammaliatrici e anime generose. Fragili e determinate allo stesso tempo. Così sapevano essere le donne. Ma c’era molto di più, c’era quel sottile piacere che consisteva nel “soffiare” la donna a un altro uomo. Aveva a che fare con la sfida. Entrare nei loro letti significava vincere sugli altri maschi. Lui sarebbe entrato in punta di piedi nelle crepe dei loro vasi rotti riscattandole da quel torpore carnale e conducendole verso un altro livello di intimità, fisica ed emotiva. E poi le donne impegnate davano tanto, senza chiedere nulla in cambio. Non erano nelle condizioni di farlo, lasciandolo così libero da relazioni inutili.
Prima fu la volta della moglie di un collega da cui veniva spesso invitato a cena, totalmente ignaro delle mire del giovanotto. Si erano conosciuti a un rinfresco natalizio organizzato dalla compagnia di bandiera e aveva subito attaccato bottone con lei, raccontandole di sentirsi molto solo a Londra. Nathalie, questo il nome della signora, non aveva esitato a invitarlo a cena. La prima volta fu uno scambio di sguardi. Lei si era presentata molto seducente e gli aveva lasciato una forte eccitazione addosso. La tresca andò avanti per mesi, finché non fu attratto dalla fidanzata inglese del direttore generale che non fu una conquista facile, ma questo rendeva la caccia ancor più coinvolgente. Col tempo aveva affinato le sue doti: gli bastava ascoltarle, era questo, a dire il vero, ciò che volevano le donne. E lui lo sapeva fare molto bene, carpendone paure e desideri insoddisfatti. Un’abile conversazione e un’assoluta compostezza ne tradivano le reali intenzioni. Carlo Traversi sapeva stare fermo come i grandi predatori sanno fare, appostati per ore ad osservare la loro preda per poi colpire all’improvviso. Ed eccolo provare quella sensazione di potere e di pathos che costituiva la sua linfa vitale. La sua droga. Il sesso divenne la sua ossessione. Il suo potere e la sua condanna. Doveva venire, aveva un desiderio smodato di venire e voleva far godere. Scorgere all’improvviso i segni del piacere sul viso di una donna e sentirne i gemiti all’apice della passione rappresentava nutrimento per il suo ego, in quel preciso istante lui si sentiva immortale. Si sentiva un Dio. Poi però a volte veniva sopraffatto da un senso di vuoto. Si rendeva conto di questa sua inesorabile smania di consumare, ma non poteva farci nulla. Aveva bisogno di farlo. Era un gioco, un gioco di potere perverso. Forse un bisogno di conferme, un vuoto insaziabile da colmare. Ebbe tante avventure, ma venne il giorno in cui non gli bastò più andare con le donne. Una sera, in un night di San Paolo, complice un bicchiere di troppo, ebbe il suo primo rapporto con un transessuale. Poi fu la volta dello scambismo, del voyerismo, dei club privé. Non conosceva limiti di sorta la sua sete di cose proibite. Ad Amburgo, a cena da un collega italiano e sua moglie iniziarono a provocarsi e la serata finì in un ménage à trois. Il brivido dell’eccitazione lo esaltava, ma subito dopo provava un senso di disagio. Tornava a casa e si metteva sotto la doccia per levarsi di dosso quel sudiciume. Quelle porcherie, come avrebbe detto sua zia Olga, che portava la croce al collo e recitava il rosario tutte le sere. Nel profondo, Carlo Traversi era un uomo buono e intelligente, un uomo che era rimasto fedele a sé stesso. Non si era mai legato a nessuna, ma si era innamorato di una che gli aveva spezzato il cuore. Succede sempre così nella vita. Era la bellissima figlia di un diplomatico italiano in India, si chiamava Arianna e abitava in un palazzo principesco. Era una ragazza affascinante e colta, che lo aveva sedotto col potere degli irriverenti. Forse Arianna lo aveva saputo leggere per ciò che era veramente, aveva compreso la sua natura meglio di chiunque altra: lo accusò di voler piacere a tutti i costi e di essere sfacciatamente infantile ed egocentrico. Lo lasciò una sera d’estate e lui, per la prima volta, pianse per una donna e provò dolore al pensiero che potesse essere di un altro. Infine il trasferimento a Lagos, l’ultimo della sua carriera. Ci era andato quasi di malavoglia in Nigeria, ma si era innamorato dell’Africa nera, rimanendone catturato.
Poi, una notte, la telefonata inaspettata di zio Umberto per avvertirlo dell’ictus che aveva colpito sua madre e da allora il bisogno impellente di trasferirsi in Italia il prima possibile. Nel giro di pochi mesi riuscì ad ottenere un posto nella sede di Milano e così, dopo tanti anni in giro per il mondo, tornava a casa. L’appartamento di famiglia di Corso XXII Marzo fu messo in vendita per acquistare un moderno attico in Via De Amicis.
A Milano la vita era molto più frenetica di quando l’aveva lasciata vent’anni prima. Carlo aveva conservato i contatti con gli amici di gioventù, ma erano tutti accasati con prole, per cui anche qui ricominciò di nuovo. Iniziò a frequentare la casa di un dirigente prossimo alla pensione, sposato con una giovane donna dell’est. Al terzo incontro le aveva già infilato una mano nelle mutandine. E continuarono per mesi e mesi a casa di lui dove Katarina dirottava al posto della palestra, oppure sui sedili posteriori della sua Range Rover, finché un bel giorno lei non rimase incinta e l’idillio svanì. Dapprima ne fu letteralmente sconvolto, poi iniziò ad accusare la donna di volerlo raggirare, non sopportava l’idea che potesse metterlo nei pasticci, non avrebbe mai voluto trovarsi in quella situazione e cominciò a dileguarsi. Lui che era sempre passato da un letto all’altro, senza mai davvero scegliere adesso si trovava a fare i conti con la vita che aveva scelto al posto suo. Passarono due mesi, il tempo limite per ricorrere ad un’interruzione di gravidanza, ma Katarina non rispondeva più al telefono e minacciava di raccontare tutto ad Anselmo. Non gli restò che confidarsi con l’unico vero amico di sempre, zio Umberto, che gli consigliò di prendersi le sue responsabilità e di trovarsi un buon avvocato. Carlo aveva cinquant’anni, più o meno la stessa età in cui suo padre se ne era andato nel sonno.
Alla fine Katarina decise di tenere il bambino e fu costretta a confessare il tradimento al marito che era sterile. Anselmo non lasciò la moglie, ma iniziò una dura battaglia legale per il riconoscimento del piccolo a cui adesso Carlo voleva dare il nome. La sentenza durò anni e fu causa di profonda sofferenza ed angoscia, ma quando Nicholas venne al mondo tutto cambiò. O almeno lui si scoprì essere un buon padre. Gli piaceva tenere suo figlio in braccio e fargli il solletico, portarlo al parco accompagnato dalla tata assoldata da Anselmo e Katarina che non lo lasciava un attimo, ma che gli fu confidente. Gli rivelò l’intenzione dei due di trasferirsi all’estero con il piccolo, così che lui non lo avrebbe più visto tanto spesso.
Ci fu un altro momento di scontri, ma alla fine il giudice sentenziò che Nicholas sarebbe rimasto a Milano in regime di affidamento condiviso sino alla maggiore età, così Carlo avrebbe potuto crescerlo con le stesse cure e attenzioni che mamma Amalia aveva riservato a lui.
Dieci anni dopo eccolo aspettare suo figlio nel bar della piscina cercando di indovinare la triste storia di Margherita.
Quella, aveva tutta l’aria di essere una buona caccia.
Il Frollo schizzò dalla sala alla cameretta neanche se la stesse facendo addosso, che ero da lui per fare i compiti ma tanto ogni volta Baldur’s Gate o Magic the Gathering prendevano il sopravvento sulla batteria di esercizi. Aveva cominciato a farsi la coda da poco e un ciuffo di zazzera gli ondeggiava addosso mentre sparì dietro lo stipite della cameretta -Aspettami!-. La madre si affacciò senza voglia all’uscio della cucina, col gran seno pigiato nella camicia. -Stellone… già finito?-, domandò alzando le sopracciglia a prendermi in giro. Io feci spallucce, approfittando della simpatia di Ada nei miei confronti, perché tra l’altro non volevo né potevo sputtanare il mio amico. E cercai di non farmi sgamare mentre immaginavo quel torace scoperto. Lei mi guardava e rideva, pulì le mani nello strofinaccio, tornò ai fornelli.
Allora partì un arpeggio di chitarra robusto. Frollo si esercitava un po’ sulle scale e intanto chiaccheravamo, il più e il meno, comunque di lì a breve saremmo finiti davanti a un videogioco. -Fro’, che suoni?- chiesi incantato. -Korn- rispose bello preso. Scrollai la testa dispiaciuto -Mai sentiti-. A volte mi faceva sentire un intruso, pur non volendo, lui che a casa sua potevo davvero fare qualsiasi cosa, tipo prendere una roba in dispensa, buttarmi sul letto sfatto, farmi gli affari miei mentre badava ai suoi. Era sempre pieno di nuovi interessi e invece io facevo poco o niente, a parte trascorrere del tempo lì quasi tutti i giorni. Avevo anche smesso col basket, perché i compagni mi avevano superato in altezza e ormai non ero buono né per stare sotto al tabellone, né per portare palla. Rientrò il padre e passò a salutarci un attimo prima di docciarsi al volo. Tipo sveglio, almeno quanto la madre, forse anche troppo per uno come Frollo, che lo chiamava sempre col nome, Gianni, mai come papà. L’assolo di Freak on a Leash si consumò rabbioso, soprattutto perché le dita gli scivolavano su un fraseggio e dovette ripartire molte volte daccapo.
Io guardavo la stanza, come se volessi registrare nella mente particolari da tirare fuori in futuro, finché mi colpirono tre origami rosa su una mensola -Ma che è sta cosa?-, chiesi. -Origami. Gru di carta- una la lasciò volare sul palmo aperto, accarezzandola con la voce. -Oh, figo. Come mai le fai?- la presi in mano, pizzicata piano, tra indice e pollice. -Sai, devo arrivare a mille- ne aprì una per mostrarmi le pieghe, numerose e complesse, un lavoro di fino. -Ah. E perché?- riposi la gru sulla mensola in mezzo a un mucchietto di simili. -Beh, se ci arrivo posso esprimere un desiderio- rispose fissandomi come se fosse la cosa più ovvia del mondo. Lui non era uno che ti guardava spesso negli occhi, anzi, quindi quello sguardo mi entrò dentro dritto e fece un po’ male. A fine pomeriggio partitine scacciapensieri alla Play. Poi tornai a casa sull’Ovetto.
Fermo al semaforo rosso, immaginai una gru in attesa su una zampa. Io un desiderio ancora non l’avevo.
_____ Breve Bio
Si fa chiamare Apolae perché solo così riesce a scrivere liberamente. Piccoli premi locali per narrativa breve. Pubblicazione nel 2022 nell’antologia di LibroMania (DeA) “The Source. Scrivere sull’Acqua”. Suoi racconti compaiono sulle riviste: Fiat Lux, In fuga dalla bocciofila, L’appeso, Nabu Storie, Racconticon, Smezziamo, Spaghetti Writers, Tango Y Gotan e Tremila Battute. Altri testi popolano la pagina Instagram apolae_fotoracconti. Ama la sua famiglia e la letteratura. Si impegna per coniugarle.
L’aria rarefatta, lampioni che lambiscono l’aria, la notte scorsa placida sul volto del ragazzo.
Stomaco in subbuglio causa una cena presunta leggera, mani intorpidite dalla posizione scomoda e la cabina è quasi affollata.
Dopo il passaggio del controllore, scende di nuovo silenzio sereno e la notte riprende placida il suo corso.
Tempestivo è il momento: dopo tanto tempo, il ragazzo ritrovava ispirazione: descrivere, sul suo telefonino, le parole che ispirate fluivano tra le sue dita.
Un velo sereno scendeva leggero tra le sue stanche membra ed il momento propizio di ricordare i viaggi fatti con e senza il treno.
Lo teneva ancora vigile un improvviso brivido freddo. Spense il suo telefonino e si abbandonò al buio dei suoi occhi.
Flebile e soave, il profumo iridato e floreale di una studiosa, finemente ricamatole addosso dalla sua saggia scelta. Più che su di lei, lui stava fantasticando sul suo profumo ed un’idea di donna che probabilmente cerca là fuori.
Il ragazzo giunse in stazione alle prime luci dell’alba, assaporando l’aria nuova di un’altra città, dove il suo migliore amico sarebbe stato maritato con una ragazza, ma una di quelle detestabili, con poco autocontrollo e tanta presunzione di fare sempre bene – accoppiata disastrosa -.
Il ragazzo era comunque felice dell’evento. Difficile che in passato avesse preso una simile iniziativa.
Assaporare l’aria di questa nuova occasione lo entusiasmava e pensava che una simile sensazione avrebbe voluto entrargli nelle vene, se lo avesse permesso.
Nel flusso di tutte queste emozioni, l’altoparlante gracchió metallico la destinazione che il ragazzo aveva intenzione di raggiungere.
Per fortuna.
Francesco Affatato Laureato il 2020, attraversata con prudenza e fortezza il periodo pandemico, ex-consulente informatico presso Confesercenti Foggia, attualmente si sente di nuovo al mondo, sta riconquistando a poco a poco le sue passioni pre-pandemia e pre-università (lo studio matto e forsennato ha le sue conseguenze!).
Appassionato chitarrista (soltanto per ora!), scrive e legge molto, tenace journaler, interpreto sogni e le sue interpretazioni sono cercate in tutta Italia.
Questo breve dramma teatrale si ispira a una storia vera. È impostato su una serie di monologhi che i vari personaggi recitano uno alla volta al centro del palcoscenico illuminato da una sola luce diretta sul personaggio. Tra un monologo e l’altro la luce si spegne lasciando per un attimo il teatro al buio. In ultimo parla la professoressa Aranzulla, nuda tranne che per gli occhiali e dei semplici drappi bianchi che le coprono le parti intime e il seno.
Da “La Sicilia” 23 gennaio 2020 “Un fatto increscioso si è svolto ieri presso la scuola media “Rodari” di XXX in provincia di XXX: un’insegnante si è avventata contro un alunno colpevole di non aver studiato la lezione assegnata, picchiandolo ripetutamente in viso e sul tronco, provocando nel malcapitato ragazzo un forte shock. Richiamati dalle urla dei compagni i collaboratori scolastici sono prontamente intervenuti per evitare ulteriori maltrattamenti e hanno avvisato il Dirigente scolastico e i genitori dell’allievo, il quale, subito visitato dai solerti medici del Pronto Soccorso, pare non abbia subito danni permanenti, anche se rimane tuttora in osservazione. L’insegnante, sorda ai richiami del DS, dovrà ora vedersela con una denuncia presentata dai genitori dello studente ed è stata sospesa dal servizio per un tempo indefinito.”
Il Dirigente scolastico “Sono davvero allibita di fronte al comportamento della docente Carmela Aranzulla. Ho subito provveduto a richiamarla e sospenderla dal servizio per tutelare gli altri studenti della scuola. Evidentemente la professoressa, ormai arrivata alle soglie della pensione, vive dei forti disagi emotivi e data l’età ha difficoltà a relazionarsi con le nuove generazioni, cose che la rendono ormai inadatta all’insegnamento. Mi auguro che nel periodo di sospensione dal servizio abbia modo di riflettere sul proprio operato e possa affrontare con dignità il processo. Al suo posto è stata già nominata una supplente, la quale potrà stabilire un clima di serenità nella classe e portare i ragazzi agli esami di licenza media. Noi tutti ci auguriamo che Giuseppe possa presto tornare in classe e dimenticare questo episodio che lo ha tanto scosso, proseguendo la sua carriera scolastica con successo.”
Una docente della scuola “Carmela la conosco poco, è sempre stata una persona più che riservata, direi chiusa, dal carattere scontroso, anche nei confronti dei ragazzi. Mai un sorriso, una battuta simpatica, dicono. Certo io la conosco poco, non mi permetterei mai di giudicarla, però… di certo non era amata. Picchiare un alunno, poi! A una certa età si dovrebbe stare a casa a riposare e curare nipoti se non si è capaci di tenere la classe. È già faticoso per noi insegnanti giovani stare dietro alle continue esigenze di alunni e genitori per non deludere nessuno e mantenere viva l’attenzione dei ragazzi, così distratti, così vivaci. Se la chiamerò? No, non credo. Vi ho già detto che la conosco poco e poi non saprei cosa dirle. Sarà meglio per lei rimanere lontana dalla scuola fino alla pensione, sarebbe oltraggioso presentarsi qui dove ha lasciato ben pochi ricordi positivi, credo che nessuno la saluterebbe neppure.”
Il collaboratore scolastico “ A timpulate u pigghiau? Fici bonu! Ci resi chiddi che i so genitori non ci resunu mai! Avi tri anni ccà stu carusu ci rompe i cosiddetti a tutti, prufissuri, cumpagni e a nuautri collaboratori. Su era me figghiu ciava rumputu a testa! A iddu e a mezza scola, tantu su vastasi sti carusi di oggi.1”
1 “L’ha preso a schiaffi? Ha fatto bene! Gli ha dato gli schiaffi che i suoi genitori non gli hanno mai dato! Sono tre anni che questo ragazzo rompe le scatole a tutti, professori, compagni e noi collaboratori. Se fosse stato mio figlio gli avrei già spaccato la testa! A lui e a mezza scuola, tanto sono maleducati i ragazzi di oggi!
La madre rappresentante di classe “Questo gesto orribile era prevedibile! Fin dall’inizio dell’anno i nostri poveri ragazzi sono stati costretti a subire le vessazioni dell’insegnante di italiano: una severità fuori luogo, moltissimi compiti a casa, interrogazioni a sorpresa, pretese assurde in classe (che nessuno si alzasse mai o scambiasse una parola coi compagni), lezioni noiose, esposte in una maniera obsoleta, non in linea con le nuove direttive ministeriali che noi mamme siamo andate a spulciare e quando abbiamo gentilmente fatto presente all’insegnante la necessità di adeguarsi ad esse ci siamo sentite rispondere con insolenza “L’insegnamento è libero.” Ci siamo rivolte al Dirigente scolastico per far valere i nostri diritti, ma nessun richiamo ha raggiunto il suo scopo. Il povero Giuseppe è stato vittima di richiami verbali da inizio anno e ieri ha subito perfino delle percosse! Noi genitori manifestiamo piena solidarietà a lui e alla famiglia, la quale giustamente ha dovuto sporgere denuncia e ci auguriamo che la nuova insegnante sappia fare il suo mestiere per permettere ai nostri figli una crescita sana e armoniosa.”
Uno studente della classe di nome Davide “Ieri ero seduto al primo banco e ho visto tutta la scena. La prof ha chiamato alla cattedra Giuseppe per interrogarlo, come gli aveva detto il giorno prima, anche se lui, come al solito, se ne era fregato. Il libro di italiano neanche ce l’ha o se ce l’ha non lo porta a scuola. Sta sempre a chiaccherare e quando i professori lo richiamano, ride. Anche ieri durante l’interrogazione faceva il buffone, senza provare a rispondere alle domande semplicissime della prof. A un certo punto lei ha alzato la voce, chiedendogli di smetterla di fare ridacchiare, diceva che in terza media non si può arrivare in quelle condizioni e doveva provare a impegnarsi se voleva essere promosso. Lui invece di scusarsi ha iniziato a dire ad alta voce delle cose bruttissime alla prof del genere “Zitta stupida vecchia, vaff…etc.”. Lei l’ha preso dalle spalle e l’ha scrollato, dicendogli: “Calmati Giuseppe, stai esagerando!” e lui a quel punto urlando come un matto si è buttato per terra come se la prof l’avesse pugnalato a morte, ma tutti abbiamo capito che esagerava apposta. Sono arrivati i bidelli, è arrivata pure l’ambulanza. La Aranzulla era bianca in viso, immobile, non riusciva a fare nulla, mentre i compagni si alzavano in piedi, facevano quello che volevano, la preside le urlava contro, i bidelli andavano in giro per tutta la scuola a raccontare le cose a modo loro. Io penso che la Aranzulla sia severa, ma giusta. Dal primo giorno ha provato a insegnarci tante cose, non manca mai, ci fa dei discorsi su come diventare persone adulte in gamba. Altri insegnanti sono più simpatici, però poi con loro a sempre a finire che ce ne approfittiamo e lezione se ne fa poca, si fa solo casino.”
I genitori di Giuseppe “Il bambino mi ha toccato sta strega! Guai a chi me lo tocca! Ora chiamo a suo padre, a costo che mi risponde quella stronza che gli riscalda il letto! Sono sei mesi che non vede a suo figlio, manco una telefonata gli fa. Qua, davanti a voi gli chiamo! Prende il cellulare . – Pronto, Saro! – – Ccu si? – Voce maschile fuori campo, assonnata, semi ubriaca – Saro, Angelina sono! – – Cchi voi? – – Vedi che quella stronza della professoressa di italiano ha preso a tumpulate a tuo figlio! – – Cchi fici?! – – Si, si davanti ai sò cumpagni! Aiutati a veniri a scola che dobbiamochiamare i carabinieri! Curri! – – Stai vinennu. Ma unni fussi sta scola? 2-
2 – Pronto, Saro? – Chi sei? – Saro, sono Angelina! – Che vuoi? – Quella stronza della professoressa di italiano ha preso a schiaffi tuo figlio! – Che ha fatto?! – Si, si e davanti ai suoi compagni. Sbrigati a venire a scuola, dobbiamo chiamare i carabinieri! Corri! – Sto arrivando. Ma dove sarebbe questa scuola? -Ora cosa farò? Me lo chiedo anche io.
La professoressa Carmela Aranzulla “Mi chiamo Carmela Aranzulla, ho 69 anni, insegno da quasi 35 anni. La mia carriera è iniziata presto, ho sempre saputo che il mio lavoro sarebbe stato questo. Fin da ragazza amavo l’idea di trasmettere agli altri il mio amore per la letteratura e forse ancor di più l’idea di suscitare nei ragazzi curiosità per il sapere in senso lato, il piacere di leggere una poesia e farsi affascinare dal suono delle parole, di leggere un romanzo e lasciarsi trasportare in mondi lontani, inaccessibili altrimenti. Credo di aver lavorato in almeno venti scuole sparse per la provincia, tra mare e montagne, prima di entrare di ruolo e stabilirmi nella scuola dove insegno ancora adesso, anzi insegnavo fino a ieri. Sono stata sospesa dal servizio, buttata fuori senza appello per…per cosa? L’ho preso per le spalle quel ragazzo, sì l’ho scrollato, è vero. In quel momento avrei voluto urlargli contro tutta la sua maleducazione, a lui e ai suoi compagni, insopportabili da inizio anno, ma non l’ho fatto, il mio gesto era controllato, la mia rabbia contenuta. Sono certissima di non avergli fatto alcun male. Eppure lui si è comportato come se l’avessi picchiato a sangue; non so fino a che punto arrivi in lui la consapevolezza nel suo gesto, però mi ha rovinata. Lo guardavo attonita contorcersi, incapace di far qualcosa. Sono tornata a casa come uno zombie dopo aver subito, senza proferire una parola, i rimproveri della preside e dei genitori di Giuseppe. Sapete ciò che mi ha fatto più male? I rimproveri? No, no. Due cose: il silenzio colpevole dei compagni di Giuseppe: hanno visto come si è svolta la scena realmente, eppure, che io sappia, nessuno ha detto una parola per riferire la verità. Loro però li giustifico, sono ragazzi, sono piccoli e immaturi, specchio delle proprie famiglie. Li viziano in maniera esagerata, giustificandoli sempre e temo, facciano così solo il loro male. Li vedo crescere deboli e svogliati. A 13 anni bisogna sapersi prendere un minimo di responsabilità delle proprie azioni, altrimenti la società ha fallito il proprio compito. L’altra cosa? Gli sguardi dei colleghi mentre passavo lungo il corridoio per andare via. Sguardi vacui, venati di cupa rassegnazione, mentre le classe dietro di loro pochi secondi dal loro allontanarsi dalla cattedra era già incontrollabile. A scuola non ho voglia di tornare neanche per svuotare il mio cassetto. Attenderò il processo durante il quale potrò esporre le mie ragioni e certamente avere il giusto riscatto e dopo arriverà la pensione. Penso che non sentirò la mancanza del lavoro: già da qualche anno era reso sempre più difficile da burocrazia e continue esigenze di genitori e alunni. Auguro ai miei allievi di crescere bene, di diventare persone con la P maiuscola. Buio. Un attimo dopo le luci si riaccendono sul palcoscenico vuoto.
Voce fuori campo: Il 10 luglio si svolse il processo. Alla professoressa Aranzulla vennero dati pochi minuti per esporre la propria versione dei fatti. Non avendo trovato testimoni in sua difesa ed essendo stata l’accusa molto convincente nel portare diverse prove a suo carico, la professoressa venne condannata. Venne ritrovata qualche tempo dopo impiccata al lampadario di casa sua. Gli alunni della III B fecero esami in giugno, concludendo il primo ciclo di istruzione tutti coi massimi voti, compreso Giuseppe.
Voce dell’autrice fuoricampo: “Quando feci leggere ad alcune persone a me vicine la prima stesura di questo breve dramma, giunsero tutte alla stessa conclusione: gli era piaciuto, però gli sembrava davvero troppo triste, angosciante. Non sopportavano la disfatta della professoressa che aveva dedicato la vita alla scuola e la visione negativa del sistema scolastico, pur riconoscendo come fortemente realistico il contesto. Forse erano troppo abituate ad aspettarsi da me finali a lieto fine o forse, davvero era necessario lasciare una pur minima speranza per il futuro. E così mi sono rimessa gli occhiali rosa e ho scritto un doppio finale, nel mio stile e di pura fantasia. Scegliete quello che preferite.”
Il 10 luglio si svolse il processo. Alla professoressa Aranzulla vennero dati pochi minuti per esporre la propria versione dei fatti. Non avendo trovato testimoni in sua difesa ed essendo stata l’accusa molto convincente nel portare diverse prove a suo carico, la professoressa venne condannata. Gli alunni della III B fecero esami in giugno, concludendo il primo ciclo di istruzione tutti coi massimi voti, compreso Giuseppe.
Sul palcoscenico sta la professoressa Aranzulla sola, vestita in maniera dimessa. Dal soffitto pende una corda che finisce con un cappio. Laprofessoressa sta per metterselo al collo, quando squilla il telefono di casa. Sospira e va a rispondere mesta senza lasciare il cappio.
– Pronto prof? Buongiorno, sono Davide, si ricorda di me? La disturbo? – – Davide?! – risponde incredula gettando la corda di lato – Certo che mi ricordo, come stai? Come sono andati gli esami? – improvvisamente piena di vita. – Bene, soprattutto il compito di italiano, sa? Anzi l’ho chiamata proprio, perché vorrei farglielo leggere. Il titolo è “Il valore dell’amicizia” . – – Mi farebbe molto piacere leggerlo! A tal proposito, perché non vieni a trovarmi ora che sei libero dalla scuola? Magari domani pomeriggio intorno alle 17? – – Va bene! – – Abito in via Trieste n. 12, primo piano. – – Ci sarò prof! – – Ti faccio trovare il gelato, che gusto ti piace? – – Il mio gusto preferito è fragola extra variegata lampone con una montagna di panna montata sopra. – – Che buffo, è anche il mio gusto preferito! Ok, a domani caro Davide. – – A domani prof e…grazie. – – Grazie a te, non sai quanto…-
Laura Sciacca è nata a Como, ma vive da sempre in Sicilia. È sposata, mamma di due bambini e insegna lettere alle scuole medie. Ha pubblicato L’ingrediente segreto, Racconti per la famiglia e Candida e altre storie. Le piace raccontare e scrivere storie fantastiche per grandi e piccoli, sorridere e cucinare i prodotti del proprio orto.
Mentre rientrava a casa in tram, con il viso rivolto al finestrino, Elena Ballarin scorse una famiglia intenta a scaricare i bagagli dall’auto. Dovevano essere tornati dalle vacanze estive e sembravano felici a giudicare dall’espressione rilassata dei volti. Era da questi particolari che si notava il grado di affinità di una coppia. Di certo non erano ancora entrati nella fase di apatia a cui seguiva quella di ostilità. In quel preciso momento provò una sensazione di grande malinconia, pensando alla sua di famiglia, che ormai non c’era più. Non sapeva se a mancarle davvero fosse il suo vecchio ménage quotidiano o l’illusione della sicurezza. E poi, sicurezza, per difendersi da cosa e da chi? Quali oscure entità minavano alla sua vita, Elena Ballarin non sapeva dirlo. Le persone si costruivano prigioni perché temevano la solitudine. Più che altro, pensava, le mancava l’idea di ciò che erano stati. Trovare la luce accesa al rientro la sera e allungare i piedi freddi nel letto in direzione di Giacomo. C’era stato un tempo in cui amava addormentarsi contro la sua schiena. Si sentiva felice e protetta e lo era ancor di più sapendo che la piccola Sophie dormiva beata nella stanza accanto. La cameretta dalle pareti verde acqua che aveva dipinto con tanto amore e decorato negli anni con ninnoli e fotografie dei loro momenti felici. Quello era stato per tanti anni il loro mondo. Poi le cose erano cambiate. Piano piano, giorno dopo giorno, erano diventati sempre più distanti o, come era solita autodefinirsi lei, semplici gestori della casa. Giacomo era un bravo compagno, ma col tempo aveva smesso di essere il suo uomo. Si erano conosciuti ventenni alla facoltà di lettere e da allora non si erano più lasciati. Lei gli voleva un gran bene, ma non riusciva più ad accoglierlo nel suo corpo. Si era resa conto che non era sufficiente essersi amati moltissimo da ragazzi per far funzionare un matrimonio. Ci volevano gratificazioni. Complicità. Risate. Ecco, lei e Giacomo avevano smesso da un pezzo di divertirsi insieme, come se l’esser diventati marito e moglie prima e genitori poi li avesse privati di quella primordiale e a lei necessaria lievità. Si era aperta una sottile crepa fra loro che non si sarebbe più rimarginata. Al principio non badò alla cosa, sapeva che succedeva a tutte le coppie di lungo corso, poi, però, iniziò a rifletterci. Non poteva fare come se niente fosse e mettere la testa sotto la sabbia. Non era questo il modo per riportare verve al loro rapporto ormai logoro. Cercava di fare luce dentro di sé, ma era da tempo ormai che non riusciva a darsi pace. Lui forse non se ne era accorto nemmeno oppure gli stava bene così, comodo nel suo bozzolo. Del resto era sempre stato un tipo tranquillo. E poi c’erano quei gesti che la infastidivano profondamente. Come quando parlava con la bocca piena sapendo che a lei non piaceva. Senza parlare delle sue piccole manie. Controllare più volte le mandate di casa, chiamarla tutti i giorni alla stessa ora per sapere se doveva passare al supermercato, anche quando lei aveva già fatto la spesa. Giacomo era un uomo mite ed abitudinario, in ogni ambito. Elena l’esatto contrario: passionale e dotata di grande immaginazione. Subito dopo l’università aveva iniziato a collaborare per una rivista di cinema indipendente per poi approdare a una nota testata nazionale. Giornalista brillante ed appassionata si era battuta da sempre per i diritti delle donne. E fra questi la libertà di scelta era in cima alla sua lista. Ostinata al punto da sembrare insistente quando credeva in qualcosa, come quando era andata dal Magnifico Rettore dell’Università Statale per denunciare le molestie di un illustre professore. Non aveva paura di metterci la faccia lei. Non avrebbe potuto tacere la corruzione che dilagava nei corridoi di un nota clinica privata milanese facendone trapelare nomi e cognomi. Aveva ricevuto minacce anonime, ma non si era arresa. Nella sua carriera aveva firmato pezzi che contestavano la disparità di genere, il razzismo, l’omofobia. Sua madre se la ricordava così anche da bambina. Anarchica e cocciuta, ma coscienziosa. Aveva messo sempre il cuore in ciò che faceva. Lui se ne era innamorato all’istante durante una manifestazione universitaria. Ne aveva colto immediatamente l’impeto e l’audacia. Era rimasto folgorato dalla sua forza vitale. Giacomo, dal canto suo, aveva personalità, pur essendo riservato. Era uno di quelli che si fanno notare anche stando in silenzio. La chiamano aura. Piaceva alle ragazze proprio per questo. La passione per le lettere li aveva uniti. E lei aveva trovato in lui una tenerezza che la rassicurava. L’aveva sentito famigliare, sin dal loro primo incontro. Si era fidata subito di lui. Quelle cose a pelle che non puoi spiegare. Un amore di ragazzo, l’aveva definito nonna Maria. Erano passati tanti anni da allora, da quando lo aveva portato per la prima volta a casa, nella tenuta agricola dei suoi genitori, alle porte di Verona, dove producevano ottimo Soave e Valpolicella Doc. Elena Ballarin, però, era diversa dalle donne della sua famiglia. Non era devota come sua madre, figuriamoci come sua nonna. Lei non aveva desiderato altri figli dopo Sophie, nonostante le pressioni di marito e suocera. Una signorona di Monza che viveva per la casa e i figli, a detta sua. “Un figlio solo è troppo poco!” le ripeteva mentre spadellava in cucina, non era tipa da starsene con le mani in mano, la signora Lucia. “Quando non ci sarete più resterà sola e non c’è niente di peggio al mondo della solitudine cara mia!” Ed Elena “Oh, ma ci sono sempre gli amici…” amava scherzarci su. “Eh, gli amici ti abbandonano nel momento del bisogno!” ribatteva implacabile la suocera con quel suo modo tutto particolare di gesticolare. Quelle parole erano l’introduzione al pranzo domenicale che si svolgeva ad una tavola imbandita nell’accogliente sala di pranzo dei genitori di Giacomo, alla presenza del fratello Simone con la moglie Giovanna e i loro due bambini modello. “Guarda Giovanna com’è felice coi suoi due bei maschietti! Un po’ di sacrifici all’inizio, ma poi vivi di rendita…” Al che Giovanna annuiva, elencando pregi e difetti dell’avere due figli in un tempo molto ravvicinato. Elena la ascoltava per educazione, ma trovava del tutto fuori luogo tali considerazioni, dal momento che concepiva la maternità come una vocazione più che un dovere. Si sentiva prima di tutto una donna e una giornalista. Ai bambini non ci aveva mai pensato, anche se a volte le piaceva l’idea di crescere una creaturina sua, con gli occhi di Giacomo e le sue fossette. Pensava che un figlio fosse più di un corpicino da nutrire e lavare, ma un cuoricino di cui prendersi cura emotivamente. Richiedeva tempo e attenzioni. Ci volevano desiderio e passione, anche per essere madre. Soprattutto per essere madre. Quando nacque Sophie fu molto felice della maternità, ma non nascose mai la fatica dei primi mesi. La piccola le aveva insegnato la pazienza e la tolleranza. Nessuno, nemmeno sua madre, le aveva detto prima di allora che da quel momento quell’esserino avrebbe dipeso de lei almeno per i futuri vent’anni. Sophie non dormiva la notte ed Elena la cullava da una stanza all’altra del loro appartamento, finché crollava esausta. Sua madre non l’aveva mai potuta aiutare abitando in Veneto. Era venuta alla sua nascita, ma aveva portato così tanto scompiglio, come del resto era solita fare, che preferì cavarsela da sola. Grazie al cielo, anche Monza era a una distanza di sicurezza tale da sollevarla dal peso di avere la suocera in casa quotidianamente. Le visite comandate avevano luogo la domenica mezzogiorno, il che era accettabile. Quando varcava la soglia dell’appartamento materno, Giacomo tornava ad essere un bambino, nel senso meno nobile del termine. Sua madre lo sbaciucchiava prima ancora di dare il benvenuto ad Elena, cosa che funzionava esattamente al contrario da lei a Verona. Poi era la volta della piccola Sophie, sollevata dalle braccia corpulente della nonna che, osservando il figlio con orgoglio, diceva: “Guardala come ha preso tutta da te!” Ma quando Sophie, crescendo, divenne incline alle monellerie, si domandava a chi dei due somigliasse, dal momento che i suoi figli erano stati due così bravi bambini! Quel temperamento turbolento doveva averlo certamente ereditato dalla famiglia Ballarin. Appena saputo quel che era successo fra lei e Giacomo però, Lucia Bonfanti era stata l’unica a non puntarle il dito. Questo se lo ricordava bene. Così Elena aveva rivalutato quella donna dallo spirito pratico e dalla parlantina veloce. Aveva cercato di spiegarle, ma Lucia l’aveva zittita, ancora una volta, prendendole le mani fra le sue. “Non dirmi niente gioia, per me nulla è irreparabile. Può succedere. Pensate alla bambina e non buttate via tutto”. Questo le aveva detto con gli occhi lucidi. In quel momento Elena le aveva voluto sinceramente bene. Giacomo avrebbe anche potuto perdonare il tradimento e lei lo sapeva, ma ciò che non riusciva ad accettare era stato il dopo, quando ci era ricascata e aveva scoperto che continuava a ingannarlo. Un brivido gelido le passò dietro la schiena scendendo all’altezza del piccolo seminterrato che era divenuto la sua nuova casa. Quello di cui si rendeva conto, alla luce dei fatti, era di essere piombata in una profonda miseria personale per cui provava addirittura imbarazzo. Oltre ad essere moralmente depressa doveva affrontare i problemi economici. Non sapeva se le avrebbero rinnovato il contratto al giornale ed il suo blog era ormai scaduto. Si sentiva svuotata e più tentava di non pensarci, più finiva col cercarlo nella sua mente. Chiudeva gli occhi e ricordava certi attimi. Una sera, usciti dalla redazione, erano andati a bere una birra e lei aveva vuotato il sacco. Diego se ne approfittò. Elena non aveva mai tradito il marito prima, ma il ragazzo era piombato nella sua vita come un fulmine a ciel sereno con la vitalità ed il vigore dei suoi trent’anni. Ecco, ora si rendeva conto di questa verità. L’amore con Giacomo era semplicemente finito. In quel momento lei aveva bisogno di emozioni forti e Diego gliele aveva date. Era più semplice di quanto si pensasse la cosa. Che cos’era l’amore lei non lo sapeva dire, ma forse, pensandoci bene, aveva a che fare col rinascere. Sentirsi di nuovo vivi. Diego che arrivava affamato di lei la mattina, Diego che sapeva farla ridere. L’intesa con lui era stata immediata . Si era sentita donna dopo anni di svogliata routine. Si erano desiderati a lungo prima di lasciarsi andare e questo aveva reso il tutto più eccitante. Non riusciva a stargli lontano, bastava sentirne la scia di profumo quando le passava accanto per desiderarlo. Sognava le sue mani dappertutto, aveva sempre una gran voglia di fare l’amore con lui. Confidente, amico e meraviglioso amante. Si era innamorata del ragazzo come ci si innamora sempre, all’improvviso. Un giorno era tornata a casa particolarmente felice e Giacomo l’aveva notato, ma non ci aveva dato troppo peso. Per una legge fisica di attrazione quando siamo felici diventiamo più belli. Anche gli uomini la osservavano lungo la strada, la camminata stanca aveva ceduto il passo a un incedere diverso. Persino il portinaio della redazione notò la trasformazione e una mattina, al suo passaggio, si lasciò sfuggire un commento con il Cavalier Maggioni. “Quic’è senz’altro di mezzo un uomo”, disse, strizzando l’occhio. La sala convegni del giornale, al quinto piano della redazione, diventò il loro pied-à-terre. Elena ne aveva le chiavi, essendo la responsabile della sicurezza. Si incontravano quando era possibile e ogni volta si pregustava il momento. Parlavano tanto, specialmente all’inizio. A volte andavano a casa di lui, un accogliente monolocale in Viale Tunisia dove giocavano a letto ascoltando musica trap. Che attimi liberatori aveva vissuto! Si era sentita di nuovo giovane e libera, con la spensieratezza dei suoi vent’anni. Non avvertiva i quattordici anni di differenza, era ancora molto bella e Diego la faceva sentire meravigliosa . Fu una passione travolgente, finché un giorno si dimenticò la brutta copia di una lettera indirizzata a lui nella borsa e Giacomo scoprì il tradimento. Si dice che lasciamo tracce per essere scoperti. Forse Elena aveva inconsciamente cercato il modo di venire a galla. Giacomo reagì male minacciando di prendersela col ragazzo qualora non avesse troncato immediatamente la relazione. Lei cercò di calmarlo, gli giurò che avrebbe smesso, che era stata una pazzia, ma sapete com’è in questi casi: al cuor non si comanda. Inutile tentare di ricucire invano, quando un vaso è rotto si aggiusta, ma nei sentimenti amorosi non è proprio così che funziona. Una volta compiuto il cerchio niente torna più come prima. Resta l’amaro in bocca a chi ha subito. Il senso di colpa a chi se ne è andato, insieme al giudizio impietoso della gente. Bisognerebbe prenderne atto ed avere il coraggio di guardare avanti, ma Giacomo non poteva accettare di perdere tutto per un ragazzino e fece in modo di trovare una cura per il loro vaso rotto. Al secondo piano di un austero palazzo Liberty, in zona Cordusio, li accoglieva ogni martedì sera la Dottoressa Brancati. Era una bella donna di mezz’età che aspirava a sembrare più giovane, con grossi seni rifatti, messi in bella mostra da generose scollature e un viso ritoccato che appariva del tutto inespressivo. Chissà da quali dilemmi era attanagliata per occuparsi dei problemi sessuali altrui, pensò Elena quando la vide per la prima volta. Ebbe l’impressione che tutto fosse una farsa. La donna fece loro domande intime e diede loro anche compiti da svolgere a casa. Elena trovò del tutto inutile questa storia della terapia di coppia. Le pareva una pagliacciata. Niente e nessuno avrebbe potuto risvegliare un ardore che si era lentamente assopito negli anni. Le persone non accettavano la fine delle cose, ma questo faceva parte dell’inesorabilità della vita. La lotta contro il tempo della dottoressa Brancati ne era una triste testimonianza. In capo a un mese non ci volle più andare e cercò di convincere il marito che avrebbero ricominciato daccapo, senza l’aiuto di terzi. Ce la mise tutta per toglierselo dalla testa, soprattutto per il bene della piccola Sophie, ma Diego non si arrese. Il ragazzo non si dava per vinto, anzi più la donna lo respingeva, più provava piacere nel cercarla. La resistenza andò avanti per poco, finché un giorno lui la bloccò in ascensore e la prese con tutto lo slancio che aveva. Le disse che sarebbero stati attenti, che mai avrebbe potuto rinunciare a lei. Iniziarono altre bugie. Corse a casa sua, pranzi saltati e tanta impazienza. Impazienza che il week-end passasse alla svelta per tornare in ufficio il lunedì mattina. Dispiacere di non potergli fare una telefonata serale, oppure doversi nascondere in bagno per mandare un messaggio e cancellare subito dopo la chat. Ma anche il timore che Diego potesse stancarsi di lei e lasciarla per una ragazza più giovane e appetibile. Nei giorni bui, quando era costretta alla convivenza forzata, restava a casa in tuta e nel vedersi allo specchio si trovava di colpo vecchia e sciatta, poi però le bastava un cenno del suo giovane amante per sentirsi di nuovo desiderabile. Allora non badava a spese per abiti succinti e nuove nuance per il trucco, si era anche regalata un taglio alla moda e così, parola di Diego, sembrava proprio una ragazzina. Però la stanchezza incombeva su di lei. La tensione per tenere in piedi tutta la sua fragile impalcatura l’assaliva nei momenti più inaspettati sotto forma di tachicardia. Non c’era niente da fare: Elena Ballarin era tutto fuorché una brava equilibrista o, come diceva la sua amica Gaia, non era semplicemente tagliata per il tradimento. C’erano donne nate per farlo, ma non lei. Le dispiaceva mentire a Giacomo e si sentiva terribilmente in colpa. A volte era così stanca da non riuscire a godersi i momenti con il suo giovane amante. In capo a un anno non ce la faceva più a stare dietro a tutto. Il giornale, Sophie, Diego, la casa, Giacomo che ora le chiedeva più attenzioni. Diego la voleva sempre e nei posti più disparati. Arrivava a sera esausta. Di idee per il blog ormai non ne aveva più. Perdeva colpi. Si dimenticava le cose oppure rispondeva male a Sophie per un nonnulla. Subito dopo se ne pentiva e correva ad abbracciarla. Era irrequieta. Da qualche tempo poi, avvertiva una strana sensazione, come se Diego si fosse allontanato. Non le scriveva più, i caffè al bar si erano diradati e subito dopo l’amore, senza più baci, né preliminari, si rivestiva in fretta. Sensazioni. Elena lo aveva favorito non poco nel lavoro e spesso i colleghi le lanciavano frecciatine. Andò così. Qualcuno fece la spia e Giacomo non riuscì a perdonarla per la seconda volta. Fu una tragedia. Il marito intentò una causa di separazione giudiziale per colpa a fronte della flagranza di reato chiedendo l’affidamento della bambina e l’assegnazione della casa coniugale oltre al cospicuo pagamento di tutte le spese legali. Sophie avrebbe vissuto prevalentemente col padre nel loro appartamento di Porta Venezia, andando due weekend al mese a casa della mamma. Elena avrebbe potuto vederla anche un giorno infrasettimanale da designare in accordo col padre. Ma quel che era peggio, Sophie ora non voleva parlarle. Il padre non le aveva risparmiato la verità. Per punire la moglie aveva ferito a morte la bambina. Al quinto piano della redazione lei e Diego erano stati ripresi da una microtelecamera di sorveglianza ed ora lei rischiava il posto oltre che la faccia. Le pareva di sentire i commenti sprezzanti della gente anche sul tram, forse le sue colleghe maligne avevano capito fin dall’inizio di che pasta era fatto Diego. Infide sì, ma più astute e sagge di lei. Che ingenua era stata a fidarsi del ragazzo! A che cosa le erano serviti i moniti di sua nonna? Non le aveva sempre detto di stare in guardia chel’uomo ècacciatore? Se la ricordava bene la storia del paròn che aveva messo incinta la giovane governante. Quel racconto aveva segnato la sua educazione sentimentale portandola a dividere i maschi in due categorie: i buoni e i cattivi. Era forse per questo che aveva scelto Giacomo? Si era forse sentita intimamente rassicurata dalla sua prevedibilità? E poi le venne in mente sua madre, lei sì che era stata una moglie devota, sposata per quarantasette anni alla buonanima di suo padre. Lei, invece, non aveva saputo rinunciare al suo desiderio, non era questione di sesso, centrava il cuore. In Diego Elena aveva trovato una parte di sé, era stato come guardarsi allo specchio. Aveva ritrovato quella ragazza alla ricerca della verità. Non sono cose che si scelgono, accadono. Chi poteva capirla? Di certo non sua madre. Chissà come l’avrebbero biasimata alle cantine. Questo e molto altro le balenava per la testa nella triste luce del suo nuovo domicilio. Le avevano fatto un prezzo di favore essendo amica di amici del proprietario. Le scure porte in formica ne incupivano l’ambiente e la tela cerata sul tavolo, a motivi floreali anni settanta, le ricordava le pacchianerie delle case modeste in cui aveva alloggiato ai tempi del suo arrivo a Milano. Un’accozzaglia di stili e oggetti buttati lì a caso. Non si sarebbe abituata a vivere senza Sophie. Ora, molto lucidamente, riusciva a vedersi in tutta la sua miserabile disperazione. Come se potesse osservarsi dal di fuori: vedeva una donna distrutta e umiliata. Le corse estenuanti degli ultimi mesi l’avevano consumata non solo nello spirito, ma anche nel fisico già asciutto, ora visibilmente sciupato. Carola Bonomi, sua acerrima nemica al giornale, non le aveva risparmiato l’umiliazione quando era uscita a testa bassa dall’ufficio del direttore. Aspettava il momento da anni. Il giudizio degli altri l’avrebbe anche potuto accettare, ma la vigliaccheria di Diego, quella no. Le pungeva come una spina nel fianco. A volte da toglierle il fiato. In quello stato non poteva scrivere e nemmeno pensare. Nel seminterrato buio in cui aveva trovato asilo provvisorio le pareva di essere stata calata in castigo negli inferi. Eccola, spettatrice impotente della sua caduta libera. Diego non solo non le era stato vicino, non ci aveva neanche provato, ma era scappato a gambe levate dopo averne tratto il suo personale tornaconto. Mesi prima lo aveva presentato lei stessa alla direttrice di una nota rivista di moda, che ora gli aveva offerto un’ottima opportunità, oltre che un posto nel suo letto. A pensarci, provava una gran rabbia e delusione. Rabbia verso sé stessa per non essersi saputa fermare in tempo. Per avergli permesso di umiliarla fino a quel punto. In quell’attimo, raggomitolata sul divano, ricordava particolari rivelatori. Non aveva saputo o voluto coglierli. Siamo così ciechi quando ci abbandoniamo alle passioni, pensò. Si versò delle gocce in un bicchiere e bevve d’un fiato. Non le restava che buttarsi a letto e dormire. Solo di questo aveva voglia. Ci sarebbe voluto tempo per ricominciare. L’estate volgeva ormai al termine. Presto sarebbero arrivate le foglie d’autunno.
(Racconto tratto dalla raccolta “Attraversando il Confine” di Natascia Sgarbossa, Compagnia della Rocca Edizioni, luglio 2021).
Pubblichiamo il racconto grazie all’autorizzazione dell’editore, che ringraziamo.
L’autrice:Natascia Sgarbossa vive ad Arona (No), dove lavora come segretaria nella piccola azienda di famiglia che opera nel settore plastico dell’indotto automobilistico. È mamma di Vittoria, 12 anni, e coltiva la passione di scrivere da sempre. Questa è la prima pubblicazione. Si tratta di storie di vita contemporanea fatte di sentimenti, scelte, rivelazioni e decisioni. Vicende di uomini e donne di questa nostra epoca che porta con sé difficoltà e prospettive. I suoi studi linguisitici l’hanno portata a viaggiare molto e a vivere a Londra e a Milano oltre che in altre città europee per brevi periodi.
Il 28 febbraio 1815 la vedetta di Notre-Dame-de-la-Garde segnalò il tre alberi Pharaon, proveniente da Smirne, Trieste e Napoli.
Come al solito, subito un pilota si mosse dal porto, costeggiò il castello d’If, e andò ad abbordarlo tra capo Morgiou e l’isola di Riou.
E come al solito, subito lo spiazzo del forte Saint-Jean si riempí di curiosi. Perché a Marsiglia l’arrivo di una nave è sempre un grande avvenimento, soprattutto quando quella nave è stata costruita, armata e stivata, come il Pharaon, nei cantieri dell’antica Focea, e appartiene a un armatore della città.